venerdì 30 gennaio 2026

JACQUES CAMATTE, AMADEO BORDIGA E IL FUTURO DELLA SPECIE UMANA - CLAUDIO ALBERTANI *

 


Ringraziando Claudio Albertani per il testo apparso su la Jornada e Alberto Lofoco per la traduzione:


Claudio Albertani*, 29 maggio 2025

 

Il 19 aprile è morto Jacques Camatte (1935-2025), uno dei più importanti teorici della rivoluzione sociale degli ultimi decenni. Sebbene poco noto al grande pubblico, era molto stimato negli ambienti della sinistra radicale e libertaria, soprattutto dopo il 1968.

Nato nei pressi di Marsiglia, entrò in contatto in giovane età con Amadeo Bordiga (1889-1970), leader del Partito Comunista d’Italia tra il 1921 e il 1923 e in seguito uno dei suoi primi dissidenti. Bordiga difese l’autonomia dei partiti comunisti, guadagnandosi il dubbio onore di essere rimproverato dallo stesso Lenin quando si oppose all’attività parlamentare e si espresse contro il centralismo democratico. 

Lui e i suoi compagni della sinistra comunista italiana erano sostenitori del centralismo organico, una proposta discutibile ma molto stimolante: il partito non dovrebbe essere una struttura autoritaria e burocratica, ma l’anticipazione della futura società comunista, dove le componenti cooperano e funzionano secondo il programma comunista formulato da Marx negli anni Quaranta dell’Ottocento. 

Victor Serge ha lasciato un ricordo toccante di Bordiga nelle sue memorie: vigoroso, dal viso squadrato, con folti capelli neri a spazzola, traboccante di idee, conoscenze e serie previsioni. Temeva l’influenza sovietica sui partiti comunisti, la tendenza al compromesso, la demagogia e la corruzione.

Nel 1926, durante il sesto esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, si oppose a Stalin, protestando contro il regime di terrore all’interno dei partiti comunisti. Messo in minoranza ed espulso dal Partito Comunista d’Italia per “trotskismo”, si dedicò a una monumentale riflessione sulla controrivoluzione, sulla natura socio-economica dell’urss e sul marxismo come piano di vita per la specie umana. 

Qui iniziano i contributi di Camatte. Nel 1962, scrisse insieme a Roger Dangeville, Origine e funzione della forma partito, un testo – apparentemente approvato da Bordiga – incentrato sull’idea che la rivoluzione sociale implichi la lotta dei lavoratori per rivendicare la comunità (Gemeinwesen in tedesco) e poiché la comunità da cui siamo separati è la vita stessa, la missione del partito è quella di rivendicare la natura umana, la riconciliazione tra l’individuo e la comunità. 

Siamo lontani dall’ortodossia sovietica e vicini al pensiero anarchico, a Maximilien Rubel, a Socialisme ou Barbarie e ai situazionisti.

Dal 1968 in poi, Camatte diresse, quasi sempre da solo, sebbene occasionalmente accompagnato da un manipolo di compagni, la rivista Invariance, un’austera pubblicazione ciclostilata ma influente (le cinque serie pubblicate sono disponibili online), che mirava a restaurare il marxismo contro lo stalinismo e l’opportunismo riaffermando l’«invarianza» della teoria rivoluzionaria. Lungo il percorso, studiò i movimenti di rivolta sociale del suo tempo, in particolare quelli del 1968 e analizzò la tradizione eretica del comunismo internazionale: la Sinistra italiana, il kapd (Partito Comunista Operaio di Germania), i comunisti dei consigli (Anton Pannekoek, Herman Gorter, Karl Korsch, Otto Rühle) e la femminista Sylvia Pankhurst. 

Ciò che mi sembra più importante è la serie di studi da lui compilata nel 1976 sotto il titolo Capital et Gemeinwesen. Si tratta di commenti ad alcune opere inedite di Marx: i Grundrisse, l’Urtext (un frammento della versione originale di Per la critica dell’economia politica) e soprattutto Il capitolo vi inedito. Da quest’ultimo, Camatte sviluppa le categorie di sussunzione formale e reale del lavoro al capitale, che si riferiscono a periodi storici e sono estremamente utili per comprendere il mondo odierno. 

La conclusione di Camatte è pessimista: nella sua fase matura, il capitale stabilisce un dominio completo non solo sulla produzione, ma anche sulla specie umana, poiché i lavoratori diventano mere protesi di valorizzazione. Per uscire da questo circolo vizioso, è necessario «abbandonare questo mondo» e recuperare la vera natura umana ponendosi al di fuori e contro le coordinate economiche e politiche del capitale.

Un barlume di speranza rimane. Il capitale si sviluppa soltanto moltiplicando le sue contraddizioni; l’antagonismo non può scomparire: si sposta semplicemente dalla fabbrica alla classe universale, alla specie umana nel suo complesso.

Si dirà che Camatte abbandonò il suo piano iniziale, l’«invarianza» della teoria del proletariato, per cambiare tutto. Lui avrebbe risposto che l’impulso a ricostruire la comunità perduta, postulato da Marx nel 1844, rimane «invariato». 

Questo bordighista sui generis anticipò molte questioni che oggi sono di grande attualità: nel 1969 pubblicò, con Gianni Collu, Transizione, una breve analisi del passaggio alla sussunzione reale del lavoro al capitale. In questo testo fondamentale afferma che la forma tipica di questa fase storica sia la guerra tra organizzazioni criminali, qualcosa che oggi sperimentiamo quotidianamente.

Negli ultimi anni della sua vita, Camatte si dedicò a immaginare una rivoluzione radicalmente nuova e invocò una lotta per la sopravvivenza del pianeta. C’è qualcuno che potrebbe affermare che queste non siano questioni rilevanti?

Aggiungerei che quando io e i miei amici arrivammo in Messico negli anni Settanta, comprendemmo la portata universale delle lotte dei popoli indigeni grazie alle umili pagine di Invariance, una rivista che, dopo quasi cinquant’anni, conserviamo ancora come una reliquia.

 

* storico italiano



29 de mayo de 2025 00:01

El 19 de abril murió Jacques Camatte (1935-2025), uno de los más importantes teóricos de la revolución social de las últimas décadas. Pese a ser poco conocido para el gran público, fue muy apreciado en los medios de la izquierda radical y libertaria, especialmente tras 1968. Nacido en las inmediaciones de Marsella, muy joven entró en contacto con Amadeo Bordiga (1889- 1970), dirigente del Partido Comunista de Italia entre 1921 y 1923 y luego uno de sus primeros disidentes. Bordiga defendió la autonomía de los partidos comunistas consiguiendo el honor de ser regañado por Lenin en persona cuando se opuso a la actividad parlamentaria y se expresó contra el centralismo democrático. 

Él y sus compañeros de la izquierda comunista italiana eran partidarios del centralismo orgánico, propuesta discutible, pero muy estimulante: el partido no es una estructura autoritaria y burocrática, sino la anticipación de la futura sociedad comunista, donde los componentes cooperan y funcionan conforme al programa comunista formulado por Marx en la década de 1840. 

Victor Serge dejó un emotivo recuerdo de Bordiga en sus memorias: vigoroso, de cara cuadrada, de cabellera espesa, negra, cortada en cepillo, trepidante bajo su carga de ideas, de conocimientos y de previsiones graves. Temía la influencia soviética sobre los partidos comunistas, la tendencia a los compromisos, la demagogia, la corrupción. En 1926, en el curso del sexto ejecutivo ampliado de la Internacional Comunista, plantó cara a Stalin protestando contra el régimen de terror en los partidos comunistas. Puesto en minoría y expulsado del PCI por “trotskismo”, se dedicó a una monumental reflexión sobre la contrarrevolución, la naturaleza socioeconómica de la URSS y el marxismo como plan de vida para la especie humana. 

Aquí empiezan las aportaciones de Camatte. En 1962, redactó con Roger Dangeville, “Origen y función de la forma partido”, texto –al parecer aprobado por Bordiga– centrado en la idea de que la revolución social implica la lucha de los trabajadores por reapropiarse de la comunidad (gemeinwesen, en alemán). Y dado que la comunidad de la cual se encuentran separados es la vida misma, su misión y la del partido es reapropiarse de la naturaleza humana, la reconciliación del individuo con la comunidad. 

Estamos lejos de la ortodoxia soviética y cerca del pensamiento anarquista, de Maximilien Rubel, de Socialismo o Barbarie y de los situacionistas. A partir de 1968, Camatte redactó, casi siempre solo, aunque en ocasiones acompañado por un puñado de camaradas, la revista Invariance, austera pero influyente publicación mimeografiada (las cinco series se pueden consultar en línea), que se proponía restaurar el marxismo, contra el estalinismo y el oportunismo reafirmando la “invariancia” de la teoría revolucionaria. En el camino, estudió los movimientos de revuelta social de su tiempo, particularmente el 68, y analizó la tradición herética del comunismo internacional: la izquierda italiana, el KAPD (Partido Comunista Obrero de Alemania), los consejistas (Anton Pannekoek, Herman Gorter, Karl Korsch, Otto Rühle) y la feminista Sylvia Pankhurst. 

Lo más importante es, a mi juicio, la serie de estudios que reunió en 1976 con el título Capital et Gemeinwesen. Se trata de comentarios sobre algunas obras hasta entonces inéditas de Marx: los Grundrisse, el Urtext (fragmento de la versión original de Contribución a la crítica de la economía política) y, sobre todo, el Capítulo VI inédito. De este último desarrolló las categorías de subsunción formal y real del trabajo al capital, que remiten a épocas históricas y resultan sumamente útiles para entender el mundo actual. 

La conclusión de Camatte es pesimista: en su etapa madura el capital instaura una dominación completa no sólo sobre la producción, sino sobre la especie humana, pues los trabajadores se van convirtiendo en simples prótesis de la valorización. Para salir del círculo vicioso es preciso “dejar este mundo” y recuperar la naturaleza humana colocándose fuera y contra las coordenadas económicas y políticas del capital. Queda un rayo de esperanza. El capital se desarrolla sólo multiplicando sus contradicciones; el antagonismo no puede desaparecer; sólo se traslada de la fábrica a la clase universal, a la especie humana en su conjunto.

Se dirá que Camatte abandonó su plan inicial, la “invariancia” de la teoría del proletariado para variarlo todo. Él habría contestado que el impulso a reconstruir la comunidad perdida que Marx postuló en 1844 permanece “invariado”. 

Ese bordiguista sui generis anticipó gran cantidad de temas hoy candentes. En 1969, publicó, con Gianni Collu, “Transición”, breve análisis del paso a la subsunción real del trabajo al capital, afirma que la forma típica de esta etapa es la competencia entre organizaciones criminales, algo que hoy vivimos diario. En los últimos años, Camatte se dedicó a pensar una revolución radicalmente nueva e invitó a luchar por la supervivencia del planeta. ¿Alguien podría afirmar que no son temas actuales? Agrego que cuando mis amigos y yo llegamos a México en los 70, comprendimos el alcance universal de las luchas de los pueblos indígenas gracias a las humildes páginas de Invariance, revista que, casi medio siglo después, seguimos custodiando como reliquia. 

*Historiador italiano


Jacques Camatte (1935-2025)


mercoledì 28 gennaio 2026

O tempora o mores!


 


Annie e Pierre Peguin sono vecchi amici e compagni di lotta antinucleare e anticapitalista nelle Cevennes francesi, zona di resistenza a tutti gli effetti e in tutte le epoche: dai camisards ai partigiani prima, poi alle ZAD - zone da difendere dall’avanzare mortifero del mostro tecnoproduttivista. Questo loro semplice e accorato allarme circa l’intensificarsi dell’inquinamento dei corpi, dei luoghi e della vita si aggiunge all’allarme  in proposito che cresce insieme al cinismo becero del produttivismo capitalista. Il loro accorato appello mi è sembrato degno di nota tra le tante denunce che urgono. Una banalità di base da prendere terribilmente sul serio oltre i rischi di guerra e la crisi climatica.

 SGS

TUMORI E ALTRE MALATTIE SONO IN AUMENTO

La quasi epidemia di tumori e altre gravi malattie mette in discussione il modello dominante di produzione agricola intensiva e quello del consumo imposto dalla grande distribuzione dei prodotti alimentari. L'agricoltura contadina è l'unico modo per offrire prodotti più sani preservando l'ambiente. Bisogna consumare prodotti locali e, se possibile, biologici.

La politica agricola europea, e quella dello Stato francese guidata dalla FNSEA (Federazione Nazionale dei Sindacati Agricoli) e dall'agroindustria, si limitano essenzialmente a favorire la concentrazione di grandi aziende agricole intensive a scapito di quelle più piccole che forniscono ai residenti locali prodotti più sani e nel rispetto dell'ambiente. Purtroppo, il numero di agricoltori è in calo ovunque e la legge sulla politica agricola, la legge Duplomb, così come gli accordi del Mercosur, stanno peggiorando la loro situazione.

Per quanto riguarda la grande distribuzione, essa offre, da un lato: - Prodotti provenienti dall’agricoltura intensiva, spesso ultra-trasformati dall'industria agroalimentare, ricchi di sale, zucchero e grassi. Questa non è la scelta migliore per la salute dei consumatori, che optano quindi per i prodotti più economici. D'altro canto, ci sono prodotti con il marchio biologico AB, ma a un prezzo più elevato e con un margine di profitto maggiore, considerando che si rivolgono a una clientela benestante, sebbene provengano il più delle volte da agricoltura intensiva e trasformazioni semi industriali.

Tutto ciò contribuisce dunque alla graduale scomparsa di agricoltori e piccole aziende agricole. Dobbiamo accettarlo? L'agricoltura delle regioni di media montagna, dalle Corbières alle Cévennes, o quella delle colline pedemontane o della gariga, che preservano la natura e i paesaggi modellati dagli abitanti per così tanto tempo non dovrebbero forse essere sostenute? Sono gli agricoltori che perseverano nel loro meraviglioso ma difficile mestiere a preservare la fertilità del suolo attraverso pratiche rispettose che promuovono la diversità vegetale e animale.

Inoltre, sappiamo ormai che l'agricoltura intensiva e l'allevamento semi-industriale, basati sull'uso di pesticidi sintetici e di sostanze chimiche, causano danni alla salute e all'ambiente sempre più difficili da nascondere. Naturalmente, esistono altre fonti di inquinamento dannose, come la contaminazione radioattiva responsabile di malattie della tiroide, di tumori e altre patologie, ma le sostanze chimiche rimangono un fattore significativo nel deterioramento della salute, in particolare quelle utilizzate in agricoltura.

I danni causati dai pesticidi sintetici. I pesticidi, compresi gli inquinanti persistenti e gli interferenti endocrini, contaminano l'intero ambiente; si trovano nell'aria, nell'acqua, persino nelle catene montuose e ai poli e, naturalmente, nel nostro cibo. Poiché sono destinati a distruggere gli organismi viventi, è ormai ampiamente riconosciuto che hanno una grande responsabilità nel deterioramento della salute umana.

In concomitanza con il crescente utilizzo di trattamenti chimici in agricoltura, dagli anni '70 si nota un crescente aumento di tumori e malattie gravi (leucemia, diabete, malattie cardiovascolari, Parkinson, Alzheimer, ecc.). La situazione sembra peggiorare a tutte le età; anche i giovani ne sono ora colpiti. I soggetti particolarmente a rischio sono i feti, sensibili agli effetti delle tossine; i bambini piccoli, ancora fragili; le persone che vivono vicino a colture trattate; gli agricoltori e altri professionisti che maneggiano questi prodotti nel loro lavoro; e, naturalmente, i consumatori. Si registra anche il calo della fertilità umana, con molte coppie che faticano ad avere figli quando lo desiderano.

Allo stesso tempo, il nostro ambiente si sta deteriorando sempre di più, insetti e uccelli stanno diventando rari. I terreni si stanno impoverendo e la vita che un tempo li rendeva ricchi si degrada. Non assorbono più l'acqua piovana, che scorre via e li erode; senza vita, non immagazzinano più l’anidride carbonica, contribuendo al cambiamento climatico.

Di fronte a questi problemi, i consumatori possono scegliere i prodotti provenienti da agricoltura contadina locale, meno dannosi. Dovremmo anche passare all’alimentazione biologica che limita l'esposizione ai pesticidi? La salute è senza dubbio una delle principali motivazioni in questo senso. Gli alimenti biologici sono generalmente più ricchi di nutrimenti essenziali. Degli studi hanno dimostrato che contengono più vitamine, minerali e antiossidanti rispetto ai loro equivalenti convenzionali.

Inoltre, le pratiche culturali degli agricoltori biologici preservano la vita del suolo e ne mantengono la fertilità, da cui dipende la sopravvivenza umana; per quanto riguarda l'allevamento del bestiame senza antibiotici né trattamenti chimici rispettano maggiormente la vita naturale delle mandrie e persino quella delle api. Questo ha ricadute positive sull'ambiente: più farfalle, uccelli e fauna selvatica, significa preservare la qualità delle nostre acque sorgive.

Inoltre, che cos'è un prodotto biologico? È un prodotto che garantisce il non utilizzo di sostanze chimiche di sintesi (pesticidi, fertilizzanti, erbicidi ...), il non utilizzo di OGM e il rispetto del benessere animale (trasporto, condizioni di allevamento, macellazione ...). E nei prodotti trasformati, almeno il 95% degli ingredienti proviene dall’agricoltura biologica.

La garanzia principale è il marchio francese AB o il logo europeo "Euroleaf"; i produttori con questo marchio sono molto diffusi in Languedoc e Provenza. Per quanto riguarda le certificazioni associative, queste garantiscono una maggiore qualità di lavoro e la presa in conto dei danni ambientali: "Nature et Progrès", che unisce consumatori e produttori in un continuo impegno di monitoraggio e miglioramento, e "Demeter", che promuove l'agricoltura biodinamica con particolare attenzione ai cicli naturali.

La FAO ha stimato che l'agricoltura biologica è in grado di nutrire l'intero pianeta e di mitigare i danni causati dai cambiamenti climatici preservando la capacità dei suoli di assorbire l’anidride carbonica e l’acqua piovana, limitando così l'erosione. Attualmente, una parte significativa dei suoli del pianeta è già degradata, impoverita, asfissiata, priva di vita.

Ma attenzione, non tutto è perfetto nel mondo del biologico. Innanzitutto, l'etichetta AB non esclude i prodotti agroindustriali che si trovano nei supermercati, soddisfacendo solo in minima parte i criteri biologici. I produttori agroindustriali sanno come coltivare in modo intensivo senza pesticidi. Certo, le loro produzioni, adattate alla distribuzione di massa, sono "meno dannose" di quelle dell'agricoltura chimica dominante, ma a scapito di norme sociali e ambientali, in concorrenza con i contadini (per esempio, i fagioli dell'Africa sub sahariana importati via aerea fuori stagione).

E di fronte ai prodotti biologici, esistono anche prodotti contraffatti che pretendono di avere le stesse qualità, sotto la denominazione di "agricoltura sostenibile", che non garantisce altro che l'uso "ragionevole" di pesticidi sintetici e fertilizzanti chimici, ma che significa! Per quanto riguarda le garanzie di origine di terroir come cipolle, formaggio pélardon o miele "delle Cevennes", indicano l'origine geografica, che è già utile, ma nulla sui metodi di coltivazione o allevamento.

Biologici o meno, dobbiamo dare priorità ai prodotti locali per la nostra alimentazione (disponibili nei mercati, nei negozi gestiti dai produttori, ecc.). È sempre meglio per noi e per il nostro ambiente. Sono del resto i soli capaci di nutrire adeguatamente tutta l'umanità, preservare la biodiversità restaurare i terreni degradati dall'agricoltura intensiva e dai prodotti chimici.

E anche se sono un po' più costosi perché richiedono più lavoro, è meglio consumare i prodotti biologici, sempre più disponibili nei mercati e, ovviamente, nelle cooperative biologiche o nei negozi specializzati, a beneficio della nostra salute e di quella della natura.

Dobbiamo difendere l'agricoltura contadina la quale ha, per questo, bisogno del nostro sostegno.

Annie e Pierre Peguin, gennaio 2026


Cancers et maladies se multiplient  

La quasi « épidémie » de cancers et autres graves maladies met en cause le modèle de production agricole intensif dominant, et celui de la consommation imposé par la grande distribution de produits alimentaires. La production agricole paysanne est la seule à proposer des produits plus sains, tout en préservant l’environnement. Consommer local, et même si possible « bio ».

La politique agricole européenne, et celle de l’État impulsée par la FNSEA et l’agro-industrie, reviennent essentiellement à favoriser la concentration des grandes « exploitations » intensives, au détriment des plus petites qui  fournissent aux habitants de leur région des produits plus sains en respectant mieux leur environnement. Malheureusement partout le nombre de paysans recule et la loi d’orientation agricole, la loi Duplomb, tout comme les accords du Mercosur aggravent leur situation.

Quant à la grande distribution, elle propose d’une part : - Des produits de l’agriculture intensive, souvent ultra-transformés par l’industrie agro-alimentaires, riches en sel, sucre et corps gras. Ce n’est pas ce qu’il y a de mieux pour la santé des consommateurs qui se rabattent sur les produits les moins chers. Il y a, d’autre part, mais plus chers avec une marge plus importante en considérant que cela s’adresse à une clientèle aisée, des produits bénéficiant du label biologique AB, bien qu’ils soient le plus souvent issus d’agriculture intensive et de transformations quasi industrielle.

Ainsi tout cela contribue à la disparition progressive des paysans et des petites fermes. Devons-nous l’accepter ? Que ce soit l’agriculture de moyenne montagne des Corbières aux Cévennes, celles de piémont ou de garrigue qui entretiennent nature et paysages façonnés par les habitants depuis si longtemps, ne doivent-elles pas absolument être soutenues ? Ce sont les paysans qui s’obstinent dans leur beau mais difficile métier qui entretiennent la fertilité des sols par des pratiques respectueuses favorisant la diversité végétale et animale.

De plus on sait maintenant que l’agriculture intensive et les élevages quasi-industriels, basés sur l’utilisation des pesticides de synthèse et intrants chimiques, font des dégâts sanitaires et environnementaux qu’il est de plus en plus difficile de cacher. Bien sûr il y a d’autres sources nocives de pollution, telle que les contaminations radioactives responsables de maladies de la thyroïde, de cancers et autres pathologies, mais la chimie reste un facteur important de la dégradation de la santé, et particulièrement la chimie dans l’agriculture.

Les dégâts des pesticides de synthèse. Les pesticides, dont les polluants éternels et les perturbateurs endocriniens, contaminent tout l’environnement ; on les retrouve dans l’air, dans l’eau, jusque dans les massifs montagneux et même aux pôles, et bien sûr, dans notre alimentation. Etant destinés à détruire des organismes vivants, il est maintenant bien avéré qu’ils ont une grande responsabilité sur la détérioration de la santé humaine.

Coïncidant avec l’utilisation croissante de traitements chimiques en agriculture, on assiste depuis les années 70 à une augmentation croissante de cancers et de maladies lourdes (leucémies, diabètes, cardiovasculaires, Parkinson, Alzheimer, etc etc). Cela paraît s’aggraver pour tous les âges de la vie, même les jeunes sont maintenant touchés. Sont particulièrement exposés les bébés à naître sensibles aux effets des toxiques, les jeunes enfants encore fragiles, les riverains des cultures traitées, les agriculteurs et autres professionnels manipulant ces produits dans leur travail, et bien sûr les consommateurs. On constate aussi la baisse de la fertilité humaine, de nombreux couples peinant à avoir des enfants quand ils le désirent.

Dans le même temps notre environnement est de plus en plus détérioré, insectes et oiseaux se font rares. Les sols s’appauvrissent et la vie qui faisait leur richesse se dégrade, ils n’absorbent plus l’eau de pluie, celle-ci ruisselle et les ravine ; sans vie, ils ne stockent plus le gaz carbonique ce qui contribue au bouleversement climatique.

Face à ces problèmes les consommateurs peuvent choisir les produits de l’agriculture paysanne et locale, moins nuisant. Faut-il en plus aller vers une alimentation biologique ce qui limite l’absorption de pesticides? La santé est sans aucun doute l’une des principales motivations pour cela. Les aliments biologiques sont généralement plus riches en nutriments essentiels. Des études ont montré qu’ils contiennent davantage de vitamines, de minéraux et d’antioxydants que leurs équivalents conventionnels.

De plus les pratiques culturales des agriculteurs biologiques préservent la vie du sol et entretiennent leur fertilité dont dépend la survie humaine ; quant à leurs élevages sans antibiotiques ni traitements chimiques, ils respectent mieux la vie naturelle des troupeaux et même celle des abeilles. Cela a des répercussions positives sur l’environnement, c’est plus de papillons, d’oiseaux, de vie sauvage, c’est préserver la qualité de l’eau de nos sources.

D’ailleurs qu’est-ce qu’un produit biologique : C’est un produit qui garantit aucune utilisation de produits chimiques de synthèse (pesticides, engrais, désherbants...), aucune utilisation d’OGM, le respect du bien-être animal (transport, conditions d’élevage, abattage…). Et dans les produits transformés, une quantité de 95 % au moins des ingrédients sont issus de l’agriculture biologique.

La première garantie de base est le label AB français ou le logo européen « euro feuille », les producteurs ainsi labellisés sont très présent en Languedoc et Provence. Quant aux mentions associatives elles garantissent une plus grande qualité de travail et la prise en compte des dégâts écologiques: « Nature et Progrès » qui associe consommateurs et producteurs dans un travail permanent de contrôle et de perfectionnement, et « Demeter » qui promeut la biodynamique avec une attention particulière aux cycles naturels.

La FAO a estimé que l’agriculture biologique est à même de nourrir toute la planète, et de limiter les dégâts du bouleversement climatique en préservant la capacité des sols à absorber le gaz carbonique, et l’eau de pluie ce qui limite le ravinement. Actuellement une bonne partie des sols de la planète sont déjà dégradés, épuisés, asphyxiés, sans vie.

Mais attention, tout n’est pas parfait dans le monde de la bio. Tout d’abord le label AB n’exclut pas les productions agro-industrielles qu’on retrouve dans les grandes surfaces, respectant à minima les critères biologiques. Les agro-industriels savent faire de l’intensif sans pesticides. Reconnaissons que leurs productions adaptées à la grande distribution sont « moins pires » que celles de l’agriculture chimique dominante, mais au détriment de normes sociales et écologiques en concurrence avec les paysans (citons par exemple les haricots d’Afrique Noire importés par avion hors saison).

Et face à la bio, il y a aussi les contrefaçons qui prétendent avoir les mêmes qualités comme «l’Agriculture raisonnée » qui ne garantit rien d’autres que l’utilisation de pesticides de synthèse et d’engrais chimiques « raisonnablement », mais qu’est-ce que cela veut dire! Quant aux garanties d’origine de terroir comme  oignons, pélardons ou miel « des Cévennes », elles donnent l’origine géographique, c’est déjà utile, mais rien sur les méthodes de culture ou d’élevage. 

Biologiques ou pas, nous avons donc à privilégier pour notre alimentation les productions locales (accessibles sur les marchés, aux  points de vente tenus par les producteurs, etc.). C’est toujours mieux pour nous et notre environnement. Ce sont d’ailleurs les seules à même de nourrir correctement toute l’humanité, de préserver la biodiversité, de restaurer les terres dégradées par l’agriculture intensive et la chimie.

Et même s’ils sont un peu plus chers car demandant plus de travail, consommons les produits biologiques de plus en plus présents sur les marchés et bien sûr dans les biocoop ou magasins spécialisés, au bénéfice de notre santé et de celle de la nature.

Il faut défendre l’activité agricole paysanne, et pour cela elle a besoin de notre soutien.

Annie et Pierre Peguin, janvier 2026.

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 26 gennaio 2026

Umani non si nasce, si diventa

 



Probabilmente la guerra, è lo status "naturale" delle relazioni tra individui, non ancora davvero umane, non ancora affrancate dalla paura dell'altro e della sua forza, in condizioni asimmetriche come appunto è "naturale" che sia.

E’ quindi questa l'unica forma della "politica", con la p minuscola, che vige in un'epoca di sudditanza all'economia politica, ovvero nel sistema capitalista - patto relazionale mediato dalla merce tra soggetti alienati e mercificati -, epoca nella quale, come mette in luce proprio Trump, l'unica pace possibile è quella del mercato.

Ci siamo raccontati che il mercato poteva sottostare a "regole democratiche", ma si vede bene che non reggono al primo segno di caduta o riduzione del tasso di profitto.
Riprecipitando tutto e tutti nella "realtà" della violenza visto che non si vuole considerare un mondo di individui alla pari.

Non per niente, quindi, a un tipo come Trump riesce di far cessare i bombardamenti a Gaza (almeno la parte più rumorosa e visibile) o a far restituire (alcuni) ostaggi rinchiusi come merce di scambio in Venezuela o a Gaza, e a vantarsi di altre azioni (per cui vuole anche ottenere il Nobel per la pace) portando contratti immobiliari e minerari al posto dei missili, dimostrando che le armi più potenti possono essere agevolmente sostituite dai miliardi. Altro che diplomazia e ONU!

E le Borse ci stanno, eccome. E a maggior ragione ci si accomodano anche vari governi di tutto il mondo.

Tutto funziona a causa della convinzione assai diffusa che si tratti sempre di sottomettere la mitologica "natura umana", e che l’unico mezzo davvero efficace per farlo sia l’esercizio del potere economico.

E quindi invece penso che, se vogliamo vivere in pace, libertà e con dignità, non ci possiamo più permettere il capitalismo, il quale non può fare a meno dei regimi che lo sostengono anche a costo di prezzi altissimi in vite umane, perché è un sistema troppo "naturale" esattamente come lo sono i cataclismi e le calamità "naturali", laddove questa parola “naturale” è sinonimo di normale, autentico, biologico, genuino, puro, logico, ovvio, prevedibile, senza calcolo o riflessione, quindi ciò che è “naturale” ci trova impotenti a decidere diversamente, a creare modalità “artificiali” come sarebbe invece un mondo davvero Umano degno di questo aggettivo: un mondo costruito “ad arte”, con la consapevolezza che a lasciare andare le cose  senza modificare nulla ci si prepara a grandi disastri perché far crescere l’umanità nel suo potenziale splendore è un’opera davvero artistica, complessa e non facilissima, come i fiori più splendidi nel più raffinato giardino.

Umani non si nasce, lo si diventa, con dosi immense di coraggio e di creatività di segno collaborativo, mossi dall'amore e dalla curiosità verso gli altri, dall’incanto per la bellezza e il piacere condiviso, invece che dalla paura.

C'è quindi tantissimo da distruggere, cominciando dalla paura e dall'inerzia, con l’energia e la passione, che Benjamin vedeva nel “carattere distruttivo”, liberandosi di ogni preconcetto, o freno, davanti alla possibilità di fondare il “nuovo” e di evadere dalla prigione quotidiana.

 

                                                                                                       Gilda Caronti




Corsi e rincorsi storici

Siamo tutti esiliati nel nostro quotidiano imprigionato da un dominio reale del Capitale sempre più irreale.

Come per Benjamin in altri tempi, si disegnano qui e là, senza certezze, delle possibilità di salvataggio, dei resti di resistenza attiva disseminati tra le riflessioni, la ricerca di un senso.

Come riuscire in questi tempi bui a far rinascere un mondo altro a distanza dei fascismi vecchi e nuovi, animali o tecnocratici.

Il compito urgentissimo dello scrittore attuale è di avere coscienza della povertà che è la sua e che deve essere la sua per poter ricominciare di nuovo”                                    Walter Benjamin, L’autore come produttore.

Sergio Ghirardi Sauvageon


La guerre est probablement l'état « naturel » des relations entre individus, pas encore pleinement humaines, pas encore libérées de la peur de l'autre et de sa force, dans des conditions asymétriques, ce qui est précisément « naturel » en soi.

C'est donc la seule forme de la « politique », avec un « p » minuscule, qui existe à l'ère de l'assujettissement à l'économie politique, c'est-à-dire au sein du système capitaliste – un pacte relationnel médiatisé par la marchandise entre sujets aliénés et marchandisés – une ère où, comme Trump le souligne lui-même, la seule paix possible est celle du marché.

Nous nous sommes persuadés que le marché pouvait être soumis à des « règles démocratiques », mais il est clair qu'elles ne résistent pas au premier signe de chute ou de réduction du taux de profit. Ainsi, tout et tous sont replongés dans la « réalité » de la violence, puisque on refuse d'envisager un monde d'individus égaux.

Ce n'est donc pas un hasard si un homme comme Trump peut mettre fin aux bombardements de Gaza (du moins à la partie la plus bruyante et la plus visible), obtenir la libération de certains otages retenus comme monnaie d'échange au Venezuela ou à Gaza, et se vanter d'autres actions (pour lesquelles il convoite même le prix Nobel de la paix), remplaçant les missiles par des investissements immobiliers et miniers, démontrant ainsi que les armes les plus puissantes peuvent être facilement remplacées par les milliards. Rien à voir avec la diplomatie et l'ONU !

Et les marchés boursiers sont complices. Plus encore, de nombreux gouvernements à travers le monde le sont également.

Tout fonctionne grâce à la croyance largement répandue qu'il s'agit toujours de soumettre la mythique « nature humaine », et que le seul moyen véritablement efficace d'y parvenir est l'exercice du pouvoir économique.

Aussi, je pense que si nous voulons vivre en paix, en liberté et dans la dignité, nous ne pouvons plus nous permettre le capitalisme, qui ne peut se passer des régimes qui le soutiennent, même au prix de pertes humaines énormes. C'est un système trop « naturel », à l'instar des cataclysmes et des catastrophes « naturelles », où le mot « naturel » est synonyme de normal, authentique, biologique, véridique, pur, logique, évident, prévisible, sans calcul ni réflexion. Dès lors, ce qui est « naturel » nous empêche de décider autrement, de créer des méthodes « artificielles », comme ce serait le cas dans un monde véritablement humain, digne de cet adjectif : un monde construit « avec art », conscient qu'en laissant les choses se faire sans rien changer, nous nous préparons à de grandes catastrophes. Car permettre à l'humanité d'atteindre son plein potentiel est une tâche véritablement artistique, complexe et loin d'être facile, à l'image des plus belles fleurs dans le jardin le plus raffiné.

Nous ne naissons pas humains, nous le devenons, dotés d'un courage immense et d'une créativité collaborative, animés par l'amour et la curiosité pour autrui, par l'enchantement de la beauté et du plaisir partagés, plutôt que par la peur.

Il y a donc beaucoup à détruire, à commencer par la peur et l'inertie, avec l'énergie et la passion que Benjamin percevait dans le « caractère destructeur », en se libérant de tout préjugé ou frein, face à la possibilité de créer le « nouveau » et d'échapper à la prison du quotidien.

Gilda Caronti


domenica 11 gennaio 2026

LA DIMENSIONE UTOPICA - Il sogno di una società armonica - Miquel Amorós

 



Si dice che i libertari vivano in un mondo di sogni sul

futuro e che non vedano le cose come sono nel presente.

Talvolta le vediamo anche troppo, e con i loro veri colori,

per cui usiamo l'ascia in mezzo a questo bosco di pregiudizi

autoritari che ci accecano.

(Piotr Kropotkin)

 

L'utopia è un modo specifico d’immaginare l'attività sociale opposta alla realtà vigente e, quindi, radicalmente critica. Non si tratta semplicemente di una visione felice tipica di uno stile di vita beato presentato come ideale. Utopico, ha detto Herbert Marcuse, "è tutto ciò che il potere delle società dominanti impedisce di venire alla luce". Karl Mannheim, nella sua influente opera "Ideologia e Utopia", considerava utopico qualsiasi pensiero che mettesse in discussione l'ordine costituito e incitasse alla rivolta. Sarebbero dunque designati come utopie solo “gli orientamenti che trascendono la realtà, quando si estendono al regno della pratica e tendono a distruggere, parzialmente o completamente, l'ordine esistente in una data epoca”. Nelle utopie si manifesterebbero le aspirazioni, gli ideali e i sistemi di valori dei grandi movimenti sociali; si tratta, quindi, di visioni globali del mondo coerenti e strutturate, rappresentative delle esigenze profonde di un'epoca. In questo senso, noi preferiamo parlare di ideale, o semplicemente di "idea" come facevano gli anarchici spagnoli. E aggiungiamo che quando le condizioni soggettive e oggettive per la realizzazione di una società libera non sono favorevoli, quando le forze materiali e intellettuali capaci di realizzare un profondo cambiamento sociale non sono presenti in quantità sufficiente, quando nessun progetto rivoluzionario credibile è immediatamente realizzabile, la negazione radicale dell'esistente assume connotazioni utopiche. La dimensione utopica o romantica del pensiero critico – l'ideale sopra menzionato, l'anarchia – salva i ribelli dal disfattismo relegando il desiderio di una vita senza vincoli nel territorio dell'immaginazione e del sogno, in attesa del momento favorevole per la sua realizzazione. Il clima utopico libera dalla demotivazione, poiché alimenta l'anelito a una società perfetta e mette in moto le volontà di cambiamento. Nel caso libertario, più che in ogni altro, l'utopia non è dunque altro che uno strumento di propaganda per esprimere aspettative di un’emancipazione futura con cui mobilitare le masse sofferenti. Lungi dall'essere una fuga dalla storia verso la fantasia, è, secondo le parole di Victor Hugo, "la verità di domani", qualcosa a portata di mano, pura anticipazione. L'utopia libertaria, nel suo tentativo di dimostrare la capacità degli uomini e delle donne del mondo moderno di vivere razionalmente in comunità, senza leggi né regolamenti, senza padroni né proprietà, è parte della lotta sociale: riflette le aspirazioni egualitarie e fraterne delle fazioni più radicali delle classi oppresse. In quanto ideale realizzabile, è un programma.

L'anarchismo è una concezione del mondo immersa nelle tradizioni sociali e politiche radicali della cultura universale, in particolare quelle che sostenevano l'esercizio diretto della sovranità popolare e rifiutavano ogni forma di oppressione. Critiche all'autorità e a ogni forma di potere separato si possono trovare in filosofi greci e cinesi, in figure singolari come Rabelais e La Boétie, in pensatori illuministi e socialisti del diciannovesimo secolo. Allo stesso modo, fazioni estreme che sostenevano la libertà e l'uguaglianza sono state presenti in moti, rivolte e rivoluzioni nel corso della storia. Tuttavia, l'anarchismo, così come lo intendiamo oggi, non acquisirà un corpo dottrinale minimamente coerente fino all'amalgama della critica sociale antiautoritaria con il federalismo e la lotta di classe, avvenuta all'interno dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori. Rifiutando l'azione politica all'interno delle istituzioni borghesi e sostenendo l'abolizione del capitalismo e dello Stato come suo obiettivo immediato, l'anarchismo si situava sul terreno della cruda realtà. Tuttavia, a livello teorico, restavano da spiegare i tratti costitutivi generali della società risultante dalla lotta di classe rivoluzionaria, elementi fondamentali per la distruzione ideologica delle illusioni capitaliste. L'internazionalista James Guillaume si mostrò cosciente di questa esigenza quando, in un articolo intitolato "La Comune Sociale" pubblicato nel 1871, delineò quella che sarebbe stata "una comune subito dopo la rivoluzione sociale, durante il periodo di transizione in cui sarà necessario costruire il socialismo con gli esseri umani e i mezzi di oggi". Con questo primo passo, rimaneva pendente "abbozzare un quadro della società come sarebbe apparsa successivamente, con la libertà individuale in movimento  anarchico all'interno della comunità sociale e producendo l’armonia", qualcosa che Joseph Déjacque aveva tentato di fare nel 1858 con la redazione del suo Umanisferio, la prima utopia chiaramente anarchica. Infine, mancava il profilo di una società emancipata che potesse funzionare, basata sull'armonia di interessi e sulla libera partecipazione ai doveri comuni, senza dei né padroni; una società prodotto finale del processo rivoluzionario. Mancava, quindi, la formulazione probabile dell'ideale libertario, sia pure in forma di finzione. Di conseguenza, l'anarchismo si orientava verso l'utopia. In completa opposizione al marxismo, l'anarchismo postulava che la condotta umana fosse determinata più dall'ideale che dalla necessità storica, da definire da parte degli esperti in materia. A parte le eccezioni del passato da  tenere in conto, in generale, il domani aveva più peso che ieri.

La repressione della Comune di Parigi e di altri tentativi rivoluzionari, insieme alla successiva persecuzione dell'Internazionale nei paesi latini e alla smobilitazione delle masse oppresse, portarono a una divisione all'interno del movimento anarchico su questioni come l'organizzazione, la violenza, la legalità, il comunismo e persino la civiltà stessa. Al Congresso Internazionale di Londra (1881), emerse una maggioranza per i gruppi di affinità effimeri e per la propaganda attraverso il fatto. Le contraddizioni tra mezzi e fini, tra lotte quotidiane e obiettivi finali, tra pragmatismo e utopia, provocarono accesi dibattiti e clamorose scomuniche. Il grado di divergenza fu così grande da generare una valanga di pubblicazioni riguardanti l'anarchia e il comunismo libertario, tendenza dominante. Autori prestigiosi come Errico Malatesta, Élisée Reclus, Kropotkin, Jean Grave, Charles Malato, Sébastien Faure, Anselmo Lorenzo e altri affrontarono la questione della creazione di una società di donne e uomini  liberi e uguali dal punto di vista della politica, della scienza moderna, del diritto, dell'educazione, della filosofia e da ogni altra angolazione, dimostrando il contenuto razionale, progressista e perfettamente realizzabile del modello sociale da loro propugnato. Nel suo opuscolo del 1895, "L’Anarchia", Reclus rifiutava l'etichetta di "utopico": "Il sogno della libertà mondiale ha cessato di essere una mera utopia filosofica e letteraria, come lo fu per i fondatori di Città del Sole o di nuove Gerusalemme; l’onirico si è convertito nell’obiettivo pratico, attivamente ricercato da moltitudini di uomini uniti nella collaborazione risoluta per la nascita di una società in cui non ci fossero più padroni, né tutori ufficiali della moralità pubblica, né carcerieri, né carnefici, né ricchi né poveri, ma solo fratelli e sorelle...". Lorenzo avrebbe espresso più tardi la stessa opinione: “Siamo anarchici, ma non utopisti […] rifiutiamo quei futurismi immaginari che vogliono dare alla società del futuro una qualche somiglianza con gli Eden celestiali delle religioni” (“Acracia”, 1908). Kropotkin, ne “La conquista del pane” e in vari articoli della rivista “Nineteenth Century”, aveva cercato di dimostrare che i materiali e le idee necessari per costruire l’anarchia erano presenti nella società attuale e pensava che «in fondo la parola utopia dovrebbe essere applicata solo a concezioni della società basate esclusivamente su ciò che lo scrittore considera “desiderabile” da un punto di vista teorico, mentre non dovrebbe mai essere applicata alle concezioni basate sull’osservazione di ciò che si sta già sviluppando nella società. In tal caso, passiamo dalla previsione utopica alla scienza...». Era chiaro che gli scrittori anarchici tacciavano di utopie, in senso peggiorativo, esclusivamente le fantasticherie di paradisi esuberanti e di età dell’oro futuristiche, ma da attenti lettori di Fourier, non disdegnavano l’uso di formule letterarie prossime al paradisiaco.

Nel 1878, Giovanni Rossi pubblicò in Italia il romanzo "Una Comune Socialista", le cui critiche delle istituzioni, della famiglia e della religione gli valsero il carcere. Tentava di dimostrare come una città miserabile potesse essere trasformata in una comunità esemplare senza ricorrere all'autorità, alla proprietà o alla legge, il tutto grazie al lavoro organizzato, all'istruzione integrale e all’intima convivenza. Nel 1880, l'internazionalista Andrea Costa mandò in stampa un racconto intitolato "Il Sogno", in cui egli stesso si risvegliava anni dopo nella sua città natale, completamente trasformata grazie a una "grande rivoluzione internazionale". Il classico espediente del sogno sarebbe stato riutilizzato nella famosa utopia autoritaria di Bellamy, "L'anno 2000", e nel suo rovescio, "Notizie da nessun luogo" di William Morris, il romanzo utopico più influente dell'epoca. Morris non era anarchico, sebbene fosse amico di Kropotkin, e dato il suo contenuto, la sua utopia può certamente essere definita libertaria. Anche Ricardo Flores Magón scriverà "Il sogno di Pedro". Il viaggio iniziatico è un espediente utilizzato dalle prime utopie libertarie spagnole. In "¡Pensativo!" (Pensoso!), Juan Serrano Oteiza racconta la visita a una città riorganizzata in libertà grazie agli astuti consigli di un uomo colto. Come ci si aspetterebbe da un autore paladino della legalità, dell'organizzazione di massa e dell'istruzione integrale, il cambiamento si compie pacificamente, tuttavia, ne "La Nuova Utopía"  di Ricardo Mella (1890), esso è "prodotto da un profondo sconvolgimento sociale". Altri racconti collocano le loro comunità utopiche al Polo Nord (Louise Michel nel suo romanzo “Il mondo nuovo”) o nelle intricate foreste del Brasile (Vicente Carreras nel racconto “Acraciópolis”), ma è più comune il naufragio al largo di un'isola, come accade nel racconto catalano di Josep Llunas, “Amoria”, nella fantasia comunista di Jean Grave “Tierra Libre” [Terra Libera], o in “Los Pacíficos” [I Pacifici] dell'individualista Han Ryner. Il Congresso Internazionale di Amsterdam, tenutosi nel 1907, evidenziò la preponderanza nell'ambiente libertario delle tattiche sindacaliste, che influenzarono le utopie. L'esempio più chiaro è costituito dal romanzo di Émile Pouget ed Émile Pataud "Come faremo la rivoluzione", prima utopia sindacalista, pubblicata nel 1909 con un prologo di Kropotkin che invitava a riflettere sui grandi problemi con i quali i rivoluzionari avrebbero dovuto confrontarsi. Tuttavia, la maggior parte delle utopie seguì sia la via dell'individualismo, più interessato a cambiare l'individuo, abolire il matrimonio e tornare alla terra, sia quella del comunismo anarchico, più interessato all'abolizione del denaro e alla "conquista delle masse", senza dimenticare i credenti nella spontaneità estrema, che consideravano l’elaborazione di qualsiasi piano un'insopportabile dimostrazione di autoritarismo. Oltre alle opere di Grave e Ryner, menzionate sopra, figurano tra le opere degne di nota quelle pubblicate in Argentina da Juan Falconet, alias "Pierre Quiroule": "Sulla strada dell'anarchia", un violento ritorno alla natura, e "La città anarchica americana", con una critica urbanistica mai vista dopo Le notizie di Morris. Il messaggio di Quiroule metteva in guardia dal preservare le forme di produzione esistenti e gli agglomerati urbani ad esse inerenti: "Non dobbiamo, in nessuna circostanza, immaginare una nuova società modellata sullo stampo della società attuale. Tutto ciò che esiste deve essere sostituito da qualcosa di più razionale e conforme ai veri bisogni e aspirazioni umane [...] L'ideale anarchico consiste in piccoli gruppi di esseri razionali che attraverso l'associazione con i loro simili cercano il modo di ottenere il massimo benessere con il minimo sforzo individuale e un'ampia e illimitata libertà".

Non saremmo in grado di tracciare un quadro completo se ignorassimo i tentativi di realizzare l'utopia all'interno di una società di classe, come proposto dalla corrente sperimentale. Questi tentativi includono non solo la completa segregazione della civiltà capitalista, ma anche i progetti di città giardino teorizzati da Ebenezer Howard, i laboratori cooperativi, i prestiti senza interessi e gli abbozzi di scambio equo. I suoi sostenitori credevano che la società potesse iniziare a cambiare senza attendere circostanze favorevoli, ovvero anticipando il modello di società desiderabile su scala ridotta. Si trattava di dimostrare, attraverso "utopie concrete", che un altro modo di vivere era possibile in qualsiasi momento, ossia che l'ideale anarchico era direttamente praticabile. Da questo punto di vista, le esperienze comunali potevano essere i migliori strumenti per la trasformazione sociale. In America proliferavano tali esperimenti, con vari gradi di successo. In “L’uomo e la terra” Reclus si riferiva a “un lavoro di esperienze dirette che si manifesta attraverso la fondazione di colonie libertarie e comuniste: si tratta di piccoli tentativi che si possono paragonare agli esperimenti di laboratorio condotti da chimici e ingegneri. Questi esperimenti di comuni modello presentano tutti il difetto capitale di essere concepiti al di fuori delle condizioni ordinarie della vita, cioè lontano dalle città dove gli uomini [e le donne] si mescolano, dove nascono le idee, dove gli intelletti si rinnovano. Eppure, molte di queste iniziative possono essere citate come pienamente riuscite. Kropotkin corrispondeva con i seguaci che avevano fondato una colonia in Scozia, lamentando che i suoi amici stessero abbandonando il lavoro di propaganda e di emancipazione finale per dedicarsi interamente a esperimenti potenzialmente fallimentari che avrebbero potuto portare a una completa disillusione. Ciononostante, offriva consigli pratici per un avvio di successo dell'impresa e per evitare i consueti pericoli che affliggevano le comuni. Eminentemente concentrato sul presente, l'anarchismo sperimentale si basava, d'altra parte, sulla riscoperta del passato. Il punto di riferimento più diretto erano le comunità di villaggio medievali, fenomeno storico evidenziato da Reclus, Kropotkin e Rossi. L'esperienza più famosa di "socialismo pratico" fu senza dubbio "La Cecilia", una colonia fondata nel 1890 da Giovanni Rossi in Brasile, che ebbe successo dal punto di vista materiale, però frustrata nel proposito conviviale dell’amore libero.  Già alla vigilia della Rivoluzione tedesca, Gustav Landauer sostenne l'esperimento cooperativo come tattica rivoluzionaria: la rivoluzione doveva mostrare un lato costruttivo, offrire contro modelli socialisti. In definitiva, da una parte o dall'altra, i tentativi comunitari non cessarono mai, di prodursi e nel 1932 l'individualista Émile Armand li documentò in un libro intitolato esplicitamente "Forme di vita in comune".

La Rivoluzione russa, nelle sue fasi iniziali, produsse diversi esperimenti, così come varie utopie, una delle prime delle quali fu quella dei fratelli Gordin: "Perché o come un contadino giunse nel paese dell'anarchia". Probabilmente ispirò "Il viaggio di mio fratello Aleksei nel paese dell'utopia contadina", opera di narrativa contraria allo sviluppo industriale promosso dai bolscevichi, che, durante il regime di Stalin, valse al suo autore, Aleksandr Čajanov, di essere accusato di cospirazione e fucilato. La degenerazione della Rivoluzione in un inferno statale produsse la prima distopia: "Noialtri", un'antiutopia che il suo autore, Evgenij Zamjatin, non arrivò a intitolare e che non ottenne popolarità fino alla sua pubblicazione in Francia nel 1929. Durante tutto il periodo tra le due guerre, furono scritte utopie libertarie piuttosto ottimistiche, come "Il mio comunismo.  La felicità universale" di Sébastiàn Faure, affermazione assoluta dell'individuo al di sopra di ogni obbligo o contratto, condividendo volentieri l’idea con la comunità, appropriato contrappunto all'ideologia socialista autoritaria. Furono scritte anche altre opere di tipo naturista. Albano Rosell, in "Il paese di Macrobia", luogo menzionato da Erodoto, descrive un'arcadia rurale dove il conflitto originario tra individuo e società (e tra civiltà e natura) è stato risolto. Una società di vegetariani naturalmente buoni dà libero sfogo ai propri istinti primitivi con i migliori risultati. Rosell seguiva la strada tracciata dai naturisti di Henri Zisly, corrente che produsse anche il romanzo "I naufraghi" di Adrián del Valle e che lasciò un segno indelebile negli anarchici spagnoli degli anni '20. Nel decennio successivo, o più concretamente, nel periodo precedente la Rivoluzione spagnola, la dimensione utopica è finita nella realtà: le condizioni per la materializzazione dell'utopia si avvicinavano e l'anarchismo diventava più messianico. Il momento della verità era arrivato e i proletari si preparavano a scendere in piazza e ottenere una vittoria che nessuno avrebbe potuto toglier loro. Quando si crede di essere alle porte  dell'anarchia, le forze costruttive che assicurano il nuovo ordine rivoluzionario diventano più importanti e vengono chiarite in opuscoli informativi. Di conseguenza, Higinio Noja Ruiz si occuperà della nuova organizzazione sociale nel suo complesso; Pierre Besnard, del ruolo dei sindacati e del corretto utilizzo delle competenze tecniche; Federico Urales, dei comuni liberi; Isaac Puente, della strutturazione del comunismo libertario; Bruno Lladó, della  base e dei mezzi per lo stesso; Rafael Ordóñez, delle relazioni amorose nella società comunista, e così via. Solo un autore, Alfonso Martínez Rizo, osò scrivere utopie. Nel 1933 pubblicò "1945. L'avvento del comunismo libertario", anno in cui l’esito felice emerse da una rivoluzione praticamente priva di violenza, grazie a una larga ed efficace preparazione sindacale. L'esito catastrofico della guerra civile spagnola, il crollo del movimento libertario internazionale di fronte al totalitarismo e la Seconda guerra mondiale spensero le fiamme utopiche. Successivamente, questo tipo di letteratura avrebbe perso tutti i suoi lettori. La fede nell'avanzata dello spirito ribelle, nel crescente respiro della libertà, o la fiducia nell'imminente scatenamento delle forze sociali, non trovavano più riscontro in un mondo di ideali sconfitti, con un'immaginazione sepolta e rivolto all'immediato. La distopia di George Orwell, "1984", che ruota attorno al controllo totale della mente umana da parte di uno Stato totalitario nelle mani di un partito unico, potrebbe essere il requiem più appropriato per la morte dell'utopia. Tuttavia, Maria Luisa Berneri ha scelto di scrivere "Un viaggio attraverso le utopie", convinta che in un'epoca senza speranza, "sarebbe un sano esercizio guardare indietro verso coloro che sognarono utopie e rifiutarono tutto ciò che non soddisfaceva il loro ideale di perfezione".

Il discredito del capitalismo di stato di matrice stalinista, gli effetti catastrofici della scienza e della tecnologia al servizio dell'industria e del potere, insieme all'implosione terminale del capitalismo globalizzato, hanno completamente delegittimato sia le dottrine comunistoidi sia le ideologie cittadiniste e neoliberali, dando origine a un mondo più simile alle distopie. Fine dell'idea di progresso: il futuro sarà peggiore. Gli utopisti di oggi – se ancora ne rimangono – sembrano essere i realisti meno chiaroveggenti. L'estinzione della dimensione utopica indica indubbiamente il disorientamento del pensiero anarchico di fronte alle azioni disastrose dei suoi rappresentanti ufficiali durante la Rivoluzione spagnola, disorientamento che si è diffuso di fronte al nuovo ordine delle cose, complesso e difficile da disfare. L'idea stessa di rivoluzione sociale sembra essere stata scartata da una parte del movimento libertario a favore di politiche identitarie senza sbocco. Sono tempi difficili per la retorica millenarista, poiché poco si può fare di fronte al massiccio riarmo degli Stati e alle loro enormi capacità repressive, ma la storia si è chiusa falsamente. Come ha detto Jérôme Baschet a proposito del movimento zapatista: "È tempo di riaprire il futuro... l'impulso utopico è indispensabile". C'è da sperare che la progressiva decomposizione dell'ordine e la regressione dei meccanismi di controllo lascino dietro di sé spazi deregolamentati in cui la necessità imponga un'auto-organizzazione sociale in equilibrio con la natura e in margine allo spettacolo manicheo della politica e del mercato globale. Questa frattura nella continuità temporale può diventare istante utopico e paralizzare la marcia verso la catastrofe. In determinate condizioni di abbandono – in un istante come quello menzionato – la crisi può essere affrontata sviluppando spazi autonomi, cioè spazi indipendenti e autogovernati, in cui economia e politica possano dissolversi come attività separate, o in altre parole, reintroducendo in questi spazi il valore d'uso, la piazza pubblica e la democrazia diretta delle assemblee di base e i consigli, qualcosa che l'autorità trionfante credeva di aver superato per sempre con le sue inappellabili vittorie.

Miquel Amorós, Gennaio 2026. Per la rivista "Redes Libertarias"