giovedì 30 luglio 2026

Addio Raul - Infinitamente grazie

 


caro Raul

questa volta non leggerai barravento.
Siamo orfani una volta di più di una presenza magicamente potente, ma vogliamo riuscire a tenere con noi il grande tesoro che ci hai regalato,  cercando che funzioni per tutti come hai sempre desiderato, infaticabile cesellatore che hai dedicato la vita raffinando pensieri e parole, generosamente e gioiosamente, fino alla fine, per diffondere una nuova e splendida felicità di vivere, all'insegna della solidarietà e nella ricerca dell'armonia e del piacere condiviso, con una forza contraria al dominio e all'infamia, un potentissimo veleno per gli oppressori che ci hanno imprigionato in questo mondo,  sempre più chiaramente destinato a crollare per il gentile ma tremendo soffio di libertà che l'innocenza  produrrà inevitabilmente, verso una liberazione individuale praticata collettivamente.

Infinitamente grazie

gilda



 

CROLLO O RIVOLUZIONE di Sergio Ghirardi Sauvageon

 



 

Ho scritto questa piccola riflessione, una di più, quando il mio grande amico Raoul Vaneigem stava per lasciarci. Ho condiviso qualche momento della sua lotta finale, sempre nobile di umanità anche nel dolore e nella sofferenza. Il ricordo della sua poesia, del suo sorriso e della sua sensibilità senza concessioni allo spettacolo continueranno ad alimentare la mia coscienza e la nostra amicizia quanto la sua lucidità canta sempre nei suoi libri e nelle sue canzoni incisive e commoventi.

Ti abbraccio forte Raoul, portando con te un ultimo brindisi al proletariato rivoluzionario e alle giovani generazioni. Sarai sempre con me nei piaceri della vita e nella lotta sociale che abbiamo tanto a lungo condiviso.

Sergio

 

 

In quanto partigiani della decrescita, alla fine del ventesimo secolo,  abbiamo ancora avuto l’ottimismo ingenuo di credere che gli esseri umani avrebbero finito per muoversi verso la rivoluzione sociale necessaria di fronte all’evidenza senza remissione che in un mondo finito la crescita infinita è impossibile, vuoi inconcepibile.

 

Il fatto ci sembrava evidente e non siamo stati fottuti di capire che nella società dello spettacolo trionfante, dove il vero è un momento del falso, il falso prende facilmente e sovente il posto del vero negato, falsato e ridicolizzato senza che nessuno (o quasi) se ne offuschi: né i servitori volontari né i dominanti, mentre tutti gli altri sono educati da scimmie addomesticate a non vedere, non sentire, non parlare, se non per ripetere la lezione impartita dai mass media dell’incultura dominante.

 

In effetti una tale credenza mistica nel dio del progresso produttivista, dogma tanto diffuso che stupido, è stata e purtroppo resta una paranoia operante. Una tale menzogna coltivata permette agli scettici e cinici pro capitalisti[1] al potere di continuare fino in fondo il cammino verso lo choc di civiltà che s’avvicina ineluttabile, totalmente diverso da quello profetizzato dalle elucubrazioni deliranti dell’isteria fascista ossessionata dall’immigrazione.

 

Abbiamo fatto della civiltà produttivista, sostenuta nella sua modernità capitalista dai suoi partigiani suprematisti, di stampo fascista e tecno dipendenti, un radeau de la Méduse messo di fronte a limiti strutturali che rendono questa civiltà effimera, priva di futuro.

 

Ne consegue concretamente che il petrolio alla radice e al cuore del tecno produttivismo, il cui dominio dipende in buona parte da questo liquido infetto, anch’esso limitato in questo mondo finito – è destinato a mancare assai presto, anche se non si sa esattamente quando. Comunque presto, sulla scala del tempo storico. Nessun dubbio in proposito!

 

L’oro nero copre il trenta per cento dell’energia utilizzata nel mondo industriale dove, comunque, niente funziona senza petrolio. Anche l’estrazione delle altre energie necessarie alla produzione di beni e di utensili dipende dall’utilizzazione del petrolio.

 

Anche la plastica è un prodotto del petrolio da cui deriva prima di avvolgere la merce come un preservativo indispensabile, proteggendo ed eccitando la triste passione consumistica. Una volta terminata l’eiaculazione precoce del consumo, la plastica viaggia verso i depositi di spazzatura ma anche copiosamente verso i fiumi e il mare, fino a formare delle isole artificiali che soffocano gli oceani e invadono l’acqua potabile e il cibo, inquinando i corpi dei viventi di ogni specie. Un incubo in mezzo ad altri: il cibo avvelenato dal business, l’aria irrespirabile e cancerogena a causa dell’industrializzazione!

 

Il crollo in arrivo moltiplica i segni della sua avanzata stolidamente vittoriosa. Se ne parla ormai – come fare altrimenti di fronte all’evidenza? – per meglio banalizzarlo il più possibile, evitando di confrontarcisi, prostrati di fronte a una sorta di punizione divina meritata per non aver saputo amare la merce con sufficiente devozione.

 

Fin dall’invenzione delle religioni, il senso di colpa giustifica lo schiavismo e la sottomissione che hanno contribuito a un’evoluzione costante del suprematismo verso società autoritarie e patriarcali.

 

Ci sono già diverse società in cui il crollo è in corso, ma esso sarà globale e probabilmente irreversibile quando riguarderà – strutturalmente e non solo marginalmente come è avvenuto fino a ieri – le società più moderne, più ricche economicamente e imperialiste. Solo allora diventerà visibile senza tentennamenti la pericolosità della civiltà capitalista. Dominanti e dominati, all’interno e aldilà delle classi sociali, il problema e la lotta che la situazione veicola riguardano chiaramente l’umanità intera e la sua coscienza di specie in fieri.

 

Per tardiva che sia, una tale situazione provocherà una rivolta globale o la fine della specie umana in seguito alla scomparsa di quelle che l’avranno preceduta nel crollo – dinamica già in corso per un buon numero di esseri e forme del vivente.

 

Quel che caratterizza già ora questo processo planetario è di essere stato provocato da un’intelligenza artificiale economista e non dalla natura umana e dalla sua intelligenza sensibile. La civiltà capitalista non è che un modo di produzione inventato e imposto da un’umanità patriarcale golosa di economia politica, un meccanismo artificiale che spinge ormai la vita verso la sparizione e la natura a innescare un’evoluzione senza sentimento né pietà.

 

I produttori vampireschi del valore economico stanno consegnando tutto il vivente alla follia cieca di un’intelligenza artificiale che funziona come una macchina sprovvista d’intelligenza sensibile, un meccanismo di cui l’IA è l’ultimo gadget, sintomatico dell’alienazione trionfante.

IA: intelligenza artificiale o idiozia artificiale?

 

Il crollo si manifesta già a livello planetario attraverso un deregolamento climatico che, insieme ad altri guasti, provoca incendi, penurie d’acqua e di cibo, aumento dei prezzi e altre nocività varie, manipolate da oligarchi pestiferi e pestiferanti.

 

Le condizioni sono riunite per una crisi strutturale maggiore e diffusa che il capitalismo non potrà sostenere né risolvere. Le popolazioni si accorgeranno di non poter bere né mangiare i loro telefonini, i loro computer, le loro televisioni quando il loro frigo sarà vuoto e spento per mancanza di elettricità. E tanti saluti al nucleare, portatore dell’obsolescenza dell’umano in pace e in guerra!

 

Nessun bisogno di militanti rivoluzionari per invitare alla rivolta. La coscienza di specie ci spingerà, lo spero, all’aiuto reciproco e alla solidarietà tra uguali, eliminando ogni focolaio di violenza, denunciandolo come controrivoluzionario e suprematista.

 

L’acrazia è la chiave di volta della rivoluzione a venire. Ci proteggerà collettivamente da ogni violenza e dal capitalismo che la produce e la gestisce. La rivoluzione sarà pacifica o non sarà altro che un delirio postfascista ormai innescato. L’autogestione generalizzata della vita quotidiana cancellerà secoli di sfruttamento e di miseria in nome di un’umanità ritrovata nella fraternità contro l’odio; altrimenti sarà la fine dell’umanità in quanto tale.

 

E qui mi fermo, dopo questo omaggio per me insolito all’ottimismo; io portatore di un pessimismo al servizio del principio di precauzione. Al punto in cui siamo, peró, più di precauzione possibile. Tanto vale scommettere sulla felicità. A volte funziona, e la Comune a venire sarà forse vincente.

 

Quando non c’è più niente da perdere, tanto vale mettere il cursore al massimo e andare fino in fondo, scommettendo sul meglio che accompagna da sempre il nostro destino da affinare. Senza certezze ne rimpianti.

 

Queste parole di conclusione, preoccupate e spontanee, sono anche il mio omaggio sincero e affettuoso a quel grand’uomo e amico, Raoul Vaneigem, che mi ha tanto insegnato e nutrito le mie idee. La sua radicalità acratica resta più attuale che mai nel momento attuale, con la sua poesia e il suo pensiero profondo.

 

I giorni brutti finiranno, come diceva uno, l’altro e l’altro ancora…auspicio che Raoul ha senz’altro espresso più e meglio di tutti.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 29 luglio 2026



[1]Le parole prigioniere: che i Cinici e gli Scettici dell'antica Grecia e i loro moderni difensori non mi tengano troppo rancore per aver denunciato criticamente atteggiamenti odiosi di disprezzo e discredito utilizzando impropriamente, secondo gli usi moderni, gli aggettivi derivati da queste due nobili filosofie arcaiche.

 Effondrement ou révolution


 

J’ai écris cette petite réflexion, une de plus, alors que mon grand ami Raoul Vaneigem allait nous quitter. J’ai partagé quelques moments de sa lutte finale, toujours noble d’humanité, même dans la douleur et la souffrance. Le souvenir de sa poésie, de son sourire et de sa sensibilité sans concessions au spectacle continueront à nourrir ma conscience et notre amitié, tandis que sa lucidité chante toujours dans ses livres et dans ses chansons à la fois percutantes et émouvantes.

Je t’embrasse fort Raoul, en portant avec toi un dernier toast au prolétariat  révolutionnaire et aux jeunes générations. Tu seras toujours avec moi dans les plaisirs de la vie et dans la lutte sociale que nous avons longtemps partagée, chacun à sa manière.

Sergio G.S.

 

 

En tant que décroissants de la fin du vingtième siècle, on a eu encore l’optimisme naïf de croire que les humains allaient finir par bouger vers la révolution sociale nécessaire face au constat sans rémission que dans un monde fini la croissance infinie est impossible, voire inconcevable.

 

Cela nous semblait évident et on a pas été foutus de comprendre que, dans la société du spectacle triomphant, où le vrai est un moment du faux, le faux tient aisément et souvent la place du vrai nié, faussé et bafoué sans que personne (ou presque) ne s’en offusque : ni les serviteurs volontaires ni les dominants, alors que tous les autres sont éduqués en singes domestiqués à ne pas voir, ne pas entendre, ne pas parler, sinon pour répéter la leçon impartie par les médias de l’inculture dominante.

 

En fait une telle croyance mystique dans le dieu du progrès productiviste, dogme aussi diffus que débile, a été et hélas est toujours une paranoïa agissante. Ce mensonge entretenu permet aux sceptiques et cyniques[1] pro capitalistes au pouvoir de continuer jusqu’au bout le chemin vers le choc civilisationnel qui s’approche inéluctable, complètement différent de celui prophétisé par les élucubrations délirantes de l’hystérie fasciste, obsédée par l’immigration.

 

On a fait de la civilisation productiviste, soutenue dans sa modernité capitaliste par ses partisans suprématistes, fascisants et techno dépendants, un radeau de la Méduse confronté à des limites structurelles qui rendent cette civilisation éphémère, sans futur.

 

Il s’ensuit concrètement que le pétrole à la racine et au cœur du techno productivisme dont la domination dépend en bonne partie de ce liquide infect, lui aussi limité dans ce monde fini est destiné à manquer assez vite, même si on ne sait pas exactement quand. De toute façon bientôt, sur l’échelle du temps historique. Pas de doute à ce propos .

L’or noir couvre les trente pour cent de l’énergie utilisée dans le monde industriel où, de toute façon, rien ne fonctionne sans pétrole. Même l’extraction des autres énergies nécessaires à la production de biens et d’outils dépend de l’utilisation de pétrole.

 

Le plastique aussi est un produit du pétrole dont il dérive avant d’emballer la marchandise comme un préservatif indispensable, protégeant et excitant la triste passion consumériste. Une fois l’éjaculation précoce de la consommation terminée, le plastique voyage vers les décharges mais aussi copieusement vers les fleuves et la mer, jusqu’à former des îles artificielles qui étouffent les océans et envahissent l’eau potable et la nourriture, polluant les corps des vivants de toutes les espèces. C’est un cauchemar parmi d’autres : la nourriture empoisonnée par le business, l’air irrespirable et cancérigène du fait de l’industrialisation !

 

L’effondrement qui vient multiplie les signes de son avancée bêtement victorieuse. On en parle désormais comment faire autrement face à l’évidence ? pour mieux le banaliser le plus possible, en ne s’y confrontant pas, prostrés face à une sorte de punition divine méritée pour ne pas avoir su aimer la marchandise avec assez de dévotion.

 

Depuis l’invention des religions, la culpabilité justifie l’esclavage et la soumission qui ont contribué à une évolution constante du suprématisme vers des sociétés autoritaires et patriarcales.

 

Il y a déjà pas mal de sociétés en voie d’effondrement, mais celui-ci sera global et probablement irréversible quand il concernera structurellement et pas seulement marginalement comme ce fut jusqu’à hier les sociétés plus modernes, plus riches économiquement et impérialistes. Uniquement alors deviendra visible sans atermoiements la dangerosité de la civilisation capitaliste. Dominants et dominés, dans et au-delà des classes sociales, le problème et la lutte que la situation véhicule concernent clairement toute humanité et sa conscience d’espèce in fieri.

 

Pour tardive qu’elle soit, une telle situation provoquera une révolte globale ou la fin de l’espèce humaine à la suite de la disparition de celles qui l’auront précédée dans l’effondrement dynamique déjà en marche pour bon nombre d’êtres et des formes du vivant.

 

Ce qui caractérise dès maintenant ce processus planétaire est d’avoir été provoqué par une intelligence artificielle économiste et non pas par la nature humaine et son intelligence sensible. La civilisation capitaliste n’est qu’un mode de production inventé et imposé par une humanité patriarcale gourmande d’économie politique ; c’est un mécanisme artificiel qui pousse désormais la vie à disparaître et la nature à enclencher une évolution sans sentiment ni pitié.

 

Les producteurs vampiriques de la valeur économique sont en train de consigner tout le vivant à la folie aveugle d’une intelligence artificielle qui fonctionne comme une machine dépourvue d’intelligence sensible. C’est un mécanisme dont l’IA est le dernier gadget, symptomatique de l’aliénation triomphante.

 

IA : intelligence artificielle ou idiotie artificielle ?

 

L’effondrement se manifeste déjà au niveau planétaire par un dérèglement climatique qui, parmi d’autres dégâts, provoque incendies, pénuries d’eau et de nourriture, augmentation des prix  et autres nuisances variées, manipulées par des oligarques pestiférés et pestiférants.

 

Les conditions sont réunies pour une crise structurelle majeure et diffuse que le capitalisme ne pourra pas soutenir ni enrayer. Les populations s’apercevront qu’elles ne peuvent ni boire ni manger leurs portables, leurs ordinateurs, leurs télévisions quand leur frigo sera vide et éteint par manque d’électricité. Et bye bye le nucléaire, porteur de l’obsolescence de l’humain en paix comme en guerre !

 

Pas besoin de militants révolutionnaires pour inviter à la révolte. La conscience d’espèce nous poussera, je l’espère, à l’entraide et à la solidarité entre égaux, en éliminant tout foyer de violence, en le dénonçant comme contre-révolutionnaire et suprématiste.

 

L’acratie est la clé de voûte de la révolution à venir. Elle nous protégera collectivement de toute violence et du capitalisme qui la produit et la gère. La révolution sera pacifique ou elle ne sera pas, sinon un délire post fasciste désormais déclenché. L’autogestion généralisée de la vie quotidienne effacera des siècles d’exploitation et de misère au nom d’une humanité retrouvée dans la fraternité contre la haine ; sinon, ce sera la fin de l’humanité en tant que telle.

 

Et ici je m’arrête, après cet hommage pour moi insolite à l’optimisme ; moi porteur d’un pessimisme au service du principe de précaution. Au point où nous sommes, toutefois, plus de précautions possibles. Autant parier sur le bonheur. Parfois ça marche et la Commune à venir sera peut-être gagnante.

Quand il n’y a plus rien à perdre, autant mettre la barre très haut et aller jusqu’au bout, pariant sur le meilleur qui accompagne depuis toujours notre destinée à parfaire. Sans certitudes ni regrets.

 

Ces mots de conclusion, préoccupés et spontanés, se veulent aussi mon ultime hommage sincère et affectueux à ce grand homme et ami, Raoul Vaneigem, qui m’a tant appris et a nourri mes idées.

Sa radicalité acratique reste plus actuelle que jamais dans le moment actuel, avec sa poésie et sa pensée profonde.

Les mauvais jours finiront, comme disait l’un, l’autre et l’autre encore… vœux que Raoul a certainement exprimé plus et mieux que quiconque.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, le 29 juillet 2026



[1] Les mots captifs : que les Cyniques et les Sceptiques de la Grèce ancienne et leurs souteneurs modernes ne m’en veuillent pas trop de dénoncer critiquement des attitudes odieuses de mépris et déconsidération en utilisant improprement, selon  les habitudes modernes, les adjectifs dérivés de ces deux nobles philosophies archaïques.

 

domenica 26 luglio 2026

Alberto è stato un colpo di fulmine di amicizia



 Cari tutti,

È con immensa tristezza che vi annuncio che il nostro amico Alberto ci ha appena lasciati. È successo domenica scorsa a Reus, la sua città natale in Catalogna, dove era tornato da alcuni anni, dopo lunghi viaggi e soggiorni all’estero e poi a Barcellona.

Alberto è stato travolto in quindici giorni da un cancro passato inosservato durante i recenti esami. È stato accompagnato in modo straordinario da suo fratello Jordi e dalla sua cara amica Mina, che lo hanno assistito rispettando scrupolosamente le sue volontà. Li abbraccio con affetto.

Alberto aveva stabilito un termine alle cure a cui era sottoposto. Se n’è andato come desiderava, guardando la morte negli occhi. Martedì, nel corso di due brevi cerimonie, ci siamo ritrovati attorno a lui, tra familiari, cari amici, compagne e compagni di viaggio inseparabili, prima di lasciarlo andare per sempre, sotto forma di ceneri, accanto a sua madre.

Perché ne ha fatta di strada, il signor Alberto, nel corso di tutta la sua vita, fuggendo dalla Spagna di Franco verso l’Italia – dove nacque la nostra incrollabile amicizia –, poi la Francia, il Mali, la Costa d’Avorio, nel corso di progetti appassionanti che ha illustrato in modo geniale. Tornato in Spagna nel 1986, fondò insieme a Jordi il notevole studio grafico Alberto y Jordi Romero, che ha fatto meraviglie fino ad oggi, tra Barcellona e Reus. Nei prossimi giorni cercherò di raccontare, corredando il tutto di immagini, ciò che so di una magnifica carriera all’insegna di una bellezza esigente ed evidente, attraverso le proposte che Alberto, da solo, in squadra o in splendido duo con Jordi, non ha mai smesso di realizzare negli ultimi cinque decenni.

Alberto è stato un colpo di fulmine di amicizia, avvenuto a Torino nel 1975. Fin dalla creazione del nostro atelier EcoutezVoir, un anno dopo, la sua presenza unica ha conquistato tutti gli amici, i compagni di viaggio, i partner. Insieme o a distanza, lavorare con lui era la certezza di proposte imbattibili, frutto di uno spirito di ricerca e di creazione che non si esauriva mai, sia nell’arte che padroneggiava sia nelle discipline correlate. Avremmo tutti così tanti aneddoti da raccontare, da Arles al Cirque d’hiver, dall’Africa alla Catalogna. Non ho ancora finito di piangerlo, mio fratellino.

FRANÇOIS TISSEYRE



Chers tous,

 

J’ai l’infinie tristesse de vous annoncer que notre ami Alberto vient de nous quitter. C’était dimanche dernier à Reus, sa ville natale de Catalogne où il était revenu depuis quelques années, après de longs voyages et séjours à l’étranger puis à Barcelone. 

Alberto a été foudroyé en quinze jours par un cancer passé inaperçu lors de récents examens. Il a été formidablement accompagné par son frère Jordi et sa précieuse amie Mina, qui ont veillé sur lui en respectant scrupuleusement ses directives. Je les embrasse tendrement.

 

Alberto avait fixé un terme aux soins dont il faisait l’objet. Il est parti comme il a souhaité, en regardant la mort en face. Mardi, lors de deux brèves cérémonies, nous nous sommes retrouvés autour de lui, entre famille, amis chers, inséparables compagnes et compagnons de route, avant de le laisser partir pour de bon, en cendres, auprès de sa maman. 

 

Car il en a fait, du chemin, Monsieur Albert, toute sa vie durant, désertant l’Espagne de Franco pour l’Italie – où naquit notre indéfectible amitié – , puis la France, le Mali, la Côte d’Ivoire, au cours de projets passionnants qu’il illustra génialement. Revenu en Espagne en 1986, il fonda avec Jordi le remarquable studio graphique Alberto y Jordi Romero qui a fairt merveille jusqu’ici, entre Barcelone et Reus. J’essaierai ces temps prochains de raconter, en l’illustrant, ce que je sais d'une carrière magnifique placée sous le signe de l'exigeante et évidente beauté, en des propositions qu’Alberto, seul, en équipe ou en superbe duo avec Jordi, n’a cessé de livrer depuis cinq décennies.

 

Alberto, c’était un coup de foudre amical, survenu à Turin en 1975. Dès la création de notre atelier EcoutezVoir un an plus tard, sa présence unique a conquis tous les amis, compagnons de route, partenaires. Ensemble ou à distance, travailler avec lui était la certitude de propositions imparables, fruits d’un esprit de recherche et de création jamais tari, tant dans l’art qu’il maîtrisait que dans les disciplines associées. Nous aurions toutes et tous tant d’anecdotes à raconter, d’Arles au Cirque d’hiver, de l’Afrique à la Catalogne. Je n’ai pas fini de le pleurer, mon petit frère.

 

FRANÇOIS TISSEYRE 





Cerimonia in onore di:

Albert Romero Gesalí (76)

Reus, 21 luglio 2026

 

[Benvenuto musicale: "EuskalKantua"]

 

Familiari, amici... Benvenuti a questa cerimonia in memoria di Albert, che purtroppo ci ha lasciati.

 

Siamo qui per rendergli quest'ultimo omaggio come merita, con tanto amore, esprimendo la nostra gratitudine per i momenti e gli insegnamenti che ha condiviso con noi lungo il suo cammino.

La sua scomparsa lascia un vuoto immenso, è vero, ma oggi non vogliamo parlare di una fine, perché rimarrà per sempre nei cuori e nei ricordi di tutti coloro che hanno condiviso una parte della sua vita.

Questo desiderio di ricordarlo per quello che era è stato evidente fin dall'inizio. La melodia che ci ha accompagnato durante il suo ingresso, "Euskal Kantua", è stata una scelta molto speciale. Albert stesso l'ha scelta prima di morire. Non si tratta di un brano qualsiasi; il suo compositore, Michel Portal, era un suo grande amico. Si conobbero lavorando insieme nell'industria audiovisiva, stringendo un legame professionale e personale che Albert volle mantenere vivo fino all'ultimo istante attraverso queste note.

 

Quando nasciamo, la vita è come un libro bianco, pieno di possibilità e in attesa di essere scritto. Ogni giorno è una nuova pagina e ogni esperienza diventa un capitolo della nostra storia.

 

E inizieremo la storia di Albert con un viaggio nel passato. Un nostalgico salto nel tempo, che ci trasporta al 3 ottobre 1949, proprio qui a Reus.

Lì crebbe, insieme ai suoi genitori, Albert e Teresa. Albert era il fratello maggiore, e aprì la strada al fratello Jordi, che sarebbe nato otto anni dopo.

 

Fin da piccolo, era chiaro che non sarebbe stato un bambino ordinario; era uno di quei bambini birichini e irrequieti, forse non particolarmente affezionati ai libri di scuola tradizionali, ma dotato di un immenso talento grazie alla sua straordinaria capacità di osservazione.

 

Guardava il mondo con una curiosità unica, e quello sguardo lo condusse, anni dopo, a Barcellona, ​​dove studiò grafica. All'epoca, Albert era un vero pioniere. Scelse un campo di studi che quasi nessuno conosceva allora, dimostrando fin da giovane il suo spirito anticonformista. Non gli piaceva essere confinato in un unico luogo; aveva bisogno di orizzonti più ampi. Per questo andò all'estero.

 

La sua prima tappa fu Milano, dove lavorò nello studio di un famoso designer. Da lì, il lavoro – che fu sempre la forza trainante dei suoi viaggi – lo portò in Africa.

Visitò la Costa d'Avorio e si recò in Mali, dove lavorò come documentarista sulla ricerca medica e condivise le sue conoscenze come insegnante di grafica con i primi studenti africani in quella regione. Fu proprio durante quei viaggi che scoprì e si innamorò dei ritmi della musica africana, che lo avrebbero accompagnato per sempre.

In seguito, lavorò a Torino come funzionario delle Nazioni Unite. Ed è a Torino che strinse amicizia con François. Insieme si trasferirono a Parigi per fondare uno studio di comunicazione visiva, dando vita a una di quelle amicizie pure, sincere e preziose che durano una vita intera.

 

Nel 1982, Albert tornò in Spagna e nel 1986 si stabilì definitivamente a Barcellona. Fu in questo periodo che unì le forze professionalmente con il fratello Jordi per aprire lo studio "Albert e Jordi Romero". Insieme avrebbero fatto la storia nella loro città natale quando, nel 1998, crearono l'emblema della città di Reus.

 

Jordi ci racconta oggi, con profonda gratitudine, che Albert fu il suo vero mentore. Sebbene entrambi avessero studiato la stessa materia, Jordi imparò davvero il mestiere al fianco della mente ossessiva, perfezionista e totalmente dedita del fratello maggiore.

 

E in effetti, Albert viveva per il suo lavoro; era la sua priorità assoluta.

 

Ma la vita non era fatta solo di design e progetti. In amore, Albert trovò la felicità con Mina. Lei fu una figura importantissima nella sua vita, una presenza fondamentale in cui trovò non solo una compagna, ma anche una grande amica e una fedele compagna di viaggio. Una di quelle persone che lasciano un segno indelebile.

 

Questo era Albert: una persona molto indipendente e colta, con uno stile di conversazione piacevole e affascinante. Ma se c'era una cosa che lo definiva più di ogni altra, era la sua incrollabile sincerità. Non nascondeva mai nulla, era sempre diretto e aveva una frase che ripeteva come un mantra:

 

"La verità fa male".

 

Non tutti sono pronti a una tale onestà disarmante, ed è per questo che Albert ebbe pochi amici nel corso della sua vita, e ne perse anche alcuni lungo il cammino proprio a causa di questa franchezza. Ma quelli che conservò furono veri, sinceri amici.

 

Come il suo amico Jordi Cornudella, che solo pochi giorni fa gli ha scritto un messaggio che riassume perfettamente la sua essenza:

"Albert porterà con sé molti ricordi, ma ne lascerà molti di più. Per me, questo è certo. Ogni volta che ci penso, lui è tra le persone che contano davvero."

 

Di fronte alle difficoltà, Albert non si è mai arreso. Aveva una filosofia di vita ammirevole: non vedeva i problemi come tali, li affrontava semplicemente e trovava un modo per andare avanti.

Per questo, nei suoi ultimi giorni, confidò al fratello Jordi di andarsene serenamente, sentendo di aver vissuto una vita piena e serena, durante la quale aveva potuto viaggiare molto, incontrare innumerevoli persone e coltivare le sue passioni: i libri, i film che amava e la chitarra, che suonava per puro piacere.

 

E in questa vita piena, c'è un bellissimo capitolo dedicato al nipote Lucas. Quando Lucas era piccolo, tornava a casa da scuola e il padre lo portava nello studio dove lavoravano i due fratelli. Lì, tra disegni e scritte, Albert si trasformava. Realizzava giocattoli a mano con tutta la sua dedizione e pazienza, e un giorno gli regalò una chitarra, trasmettendogli il suo amore per la musica.

 

Albert è stato un mentore per suo fratello, un modello per suo nipote, un amico indimenticabile e un compagno di vita eccezionale. Il legame di sangue e di anima che condivideva con suo fratello Jordi si riflette perfettamente nella canzone che Albert ha scelto personalmente per quel momento della cerimonia. Dice che il peso non è grande se è per suo fratello.

 

Ascoltiamo con rispetto e amore questa canzone degli Hollies: "Non è un peso, è mio fratello".

 

Il valore più grande che Albert ci trasmette è l'importanza di essere sinceri, di vivere senza nascondere la verità, di affrontare la vita con coraggio e ottimismo. Ha lasciato le pagine del suo libro piene di storie, viaggi, progetti e amore.

 

Ora tocca a noi preservarne la memoria.

 

Gli diciamo addio sapendo che ha vissuto come voleva, libero, autentico e appagante. E per sua stessa scelta, non ci lascia con una canzone di tristezza.

 

Ci ha chiesto di accompagnarlo verso l'uscita, verso la luce, verso l'angolo soleggiato della strada, con il jazz che tanto amava.

 

Accompagniamo Albert nel suo ultimo viaggio ascoltando la versione live del 1957 di Duke Ellington di "On the SunnySide of the Street", e coglieremo l'occasione per distribuire dei fiori. Che ogni fiore rappresenti un bel ricordo condiviso con Albert.

giovedì 23 luglio 2026

In Ricordo di Albert Romero - di Maurizio Pincetti

 


In Ricordo di Albert

19-07-2026

 

Non ricordo chi mi avesse portato lì, in corso di Porta Ticinese, all’inizio, sulla destra lasciandosi alle spalle le Colonne. Una casa di ringhiera, piena di luce, un cortile con un albero imponente, sul quale un merlo, alle cinque del pomeriggio, quando rientrava dal lavoro chi l’aveva istruito, intonava l’Internazionale. Ultimo piano, abbaini si chiamavano prima di dirli attici per speculare sul prezzo, dall’ultimo gradino a sinistra, pensavo che fosse la prima porta perché sapevo che era spagnolo e lì sulla porta c’era scritto Garcia. No, era la seconda porta, in fondo al ballatoio, quella con scritto Moretto, la sua fidanzata Tiziana, italica come il pittore che si faceva chiamare Garcia, l’esotismo ha sempre favorito le vendite. Un paio di locali, uno nell’altro, due persone dolcissime. Un tavolo liscio ricoperto di lavori in corso, matite, pennarelli, righe, bulini, china con tutte le punte che c’erano. Grandi fogli Fabriano F4, lisci che un grafico sul ruvido non è nel giusto. Poche parole, facili sorrisi a chi gli conveniva, convenienza dettata solo dal suo sentirsi a proprio agio. Un gatto che girava per casa con la calma e l’accoglienza di chi si sente al sicuro.

In Italia da pochi anni, esule sfuggito alla coscrizione dell’esercito franchista, passibile di arresto e detenzione laggiù. Era arrivato referenziato con appoggio indicato presso l’ultra cinquantenne Sottsass e il non ancora quarantenne Eco. Aveva avuto il tempo per maturare una buona considerazione per entrambi, nello studio del primo ci aveva pure lavorato, prima di liberarsi, di fare da sé, nella pelle randagia che faceva per lui. Avevamo cominciato a frequentare Diabolik e appena l’abbiamo presentato le Giussani l’hanno subito ancorato, per il periodo utile a entrambi. Quello che ci univa, dal primo giorno, non erano i lavori fatti per sbarcare il lunario, che potevamo trovarne uno via l’altro, per quel che offriva il mercato di allora e per l’abitudine nostra invalsa alla precarietà. Quel che ci saldava era la facilità di stare insieme e la propensione agli stessi valori, alle stesse ambizioni sociali, alla stessa fame di diritti e di uguaglianza fuori dagli schemi, in piena libertà. Erano tanti e diversi a ruotare intorno a quella casa ma il via vai era continuo, perché ognuno si sentiva a casa. Tito, Steve, Claudio, Roby, Bruno e tanti tanti altri.  In generale tutti più euforici, più scatenati, più esibizionisti, come di vent’anni o poco più. Lui no, misurato anche se molto tollerante di qualunque espressione conclamata, per la quale gli scappava un sorriso, che non era mai di compatimento ma di compassione vera. Gli eccessi erano il brodo per la sua moderazione e non ci si sottraeva.

Erano giornate intense, in cui sembrava di poter toccare concretamente quel che s’era solo sognato. Il percorso di un giovane appassionato è lastricato di miraggi e nei miraggi finché non ci sei addosso ci credi perché per definizione ti sembran veri. In molti facevamo cose, sia per sopravvivere che per vivere, che non si riconoscevano nelle regole ma con la soddisfazione di eluderle. Di quel modello sociale nulla ci corrispondeva e tanto meno le sue regole. Tanti livelli diversi di rischio, tanti livelli di esibizione del dissenso, tanti quante erano le personalità dei praticanti. Lui non era un esibizionista, tutt’altro, ma non indietreggiava mai. Le sue capacità professionali al servizio dell’irregolarità di tutti, senza lamentarsi, senza chiedere lire o perché. Sapeva di lavorare per un obiettivo condiviso, per gli ultimi sprazzi di convincimenti che avevano iniziato e avrebbero finito per sgretolarsi in un riflusso sociale inarrestabile. Così era sempre pronto a mettere a disposizione le sue qualità per una causa condivisa.

Nel ’73, l’11 di settembre era stata una debacle per tutti, come se in Cile ci fossimo noi perché il potere e la forza dell’inganno erano stati riaffermati dagli yankee che vigilavano e tramavano tanto là che qua. Ma sempre in quell’anno abbiamo saputo accontentarci di una soddisfazione simbolica, facendoci ritornare il sorriso quando Carrero Blanco era finalmente esploso verso l’alto, molto in alto. Si sentiva l’odore dello sgretolamento del regime e per un esule che non era mai ritornato al suo Paese era una sensazione eccellente, preludeva a tante possibilità. Ma quando i regimi scricchiolano di solito avvengono le cose peggiori, nell’ultimo tentativo macabro quanto cruento di riagguantare stabilità. Sono passati poco più di tre mesi perché ci togliesse speranze e sorriso un Franco vendicativo che faceva stringere l’ultima garrota intorno al collo di Puig Antich, anarchico come noi, catalano come Albert.  Alla morte del Dittatore ci son voluti tre anni per arrivare alla Costituzione ma la Catalogna è stata in grado di riaverlo senza fargli pagare la sua renitenza alla leva. Da allora si sono diradati i nostri incontri, ma senza mai perderci di vista. Non viaggiava più, dopo il periodo africano, ma ho avuto tante occasioni per venirlo a trovare e scambiarci idee, opinioni, sguardi affettuosi. Abbiamo riso insieme sulle ramblas, quando l’edizione della sera riportava “Arrestato a Barceloneta il capo delle brigate rosa”. Lo conoscevamo, era stato un compagno di viaggio, che in piena decadenza cercava di esibire piglio eversivo, circondandosi di giovani ragazze.

Ha continuato ad accompagnare le sue competenze di grafico con un interesse intenso e passionale per tutti i momenti, episodici ma significativi, in cui l’umanità aveva prevalso riaffermando giustizia, eguaglianza e libertà in qualche angolo del mondo, tanto più gradito tanto era più prossimo. Non si trattava solo di un esercizio intellettuale ma di una ricerca utile ad affinare i sensori per catturare bagliori di riattivazione sociale, di comunicazione umana. L’impronta degli sviluppi successivi non ci è stata favorevole, benché nessuno abbia voluto scordare che sotto il selciato può esserci la spiaggia.

Nell’ultimo incontro nella casa di Barcelona, undici anni fa, c’era anche mia figlia dodicenne Maya e la sua compagna Mina e si era creato un ambiente molto disteso che aveva fatto sentire a suo agio la ragazzina, catturata dalla simpatia della padrona di casa. Si trattava di benevolenza e stima reciproca, l’unico segreto per una buona coesistenza. 

L’ultima volta che ci siamo visti di persona, non nelle videochiamate che per noi erano abituali, è stato nel giugno di due anni fa, a Reus, accolti col suo fare ospitale, Claudio ed io abbiamo trovato un uomo colto, carico di ricordi vividi di vita e di letture, di musica, di arti in generale, sempre discreto e ben disposto, come cinquant’anni prima. Un’immagine che qualunque persona di buon senso ambirebbe che gli potesse essere riconosciuta nell’autunno della propria vita.

Lo ringrazio per avermi falsificato patenti di guida e carte d’identità, quando era stato utile farlo, lo ringrazio per avermi stimolato a scrivere di quegli anni condivisi e a pubblicare presentato dalla copertina scaturita dalla sua creatività. Poi per avermi letto e dato spunti critici quando la mia modalità espressiva era passata alla forma romanzesca. Non ci sentivamo da qualche mese, ma era normale così anche perché lui odiava i telefoni cellulari e io le piattaforme social, perciò non era semplice raggiungerci. L’avevo visto in qualche difficoltà respiratoria l’ultima volta, ma non mi aspettavo una svolta così repentina, dettata da un male che aveva ignorato fino a pochi giorni prima di lasciarci. Con la totale coscienza della propria dipartita, ha predisposto l’organizzazione del congedo, aiutato dalla sua amica Mina, sempre presente quando era il caso, e da Jordi, suo fratello, col quale ha condiviso attività, abitazione e tutta la vita tranne il periodo italiano. Immagino fosse presente anche suo nipote, di cui mi ha sempre parlato con trasporto e ammirazione.

Mancherà a tutti noi nel breve periodo in cui gli sopravviveremo ma lui avrebbe voluto che ce ne facessimo una ragione, perché tutte le storie, anche le più belle, giungono a conclusione.

 

MAURIZIO




La musica scelta da Alberto per il proprio funerale








En memoria de Albert.

19-07-2026


No recuerdo quién me había llevado allí, en el curso de Porta Ticinese, al principio, a la derecha, dejando atrás las Columnas. Una casa de barandilla, llena de luz, un patio con un árbol imponente, sobre el cual un merlán, a las cinco de la tarde, cuando regresaba del trabajo quien le había enseñado, entonaba la Internacional. En el último piso, los abbainos se llamaban antes de llamarlos áticos para especular sobre el precio, desde el último escalón a la izquierda, pensé que era la primera puerta porque sabía que era español y allí en la puerta estaba escrito García. No, era la segunda puerta, al fondo del baile, aquella con la inscripción Moretto, su novia Tiziana, itálica como el pintor que se hacía llamar García, el exotismo siempre ha favorecido las ventas. Un par de locales, uno en el otro, dos personas muy dulces. Una mesa lisa cubierta de trabajos en curso, lápices, rotuladores, rayas, bujías, china con todas las puntas que había. Grandes hojas de Fabriano F4, lisa que un gráfico en el rugoso no está bien. Pocas palabras, sonrisas fáciles a quien le convenía, conveniencia dictada solo por su propia comodidad. Un gato que se paseaba por la casa con la calma y la acogida de quien se siente seguro. En Italia, desde hace pocos años, exiliado ha escapado del alistamiento del ejército franquista, sujeto a arresto y detención allí. Había llegado referenciado con el apoyo indicado en el ultra cincuentenario Sottsass y el no cuarenta Eco. Había tenido tiempo para madurar una buena consideración por ambos, en el estudio del primero había trabajado también, antes de liberarse, de hacerse a sí mismo, en la piel callejera que hacía por él. Habíamos comenzado a frecuentar Diabolik y tan pronto como lo presentamos, las Giussani inmediatamente lo anclaron, por el período útil para ambos. Lo que nos unía, desde el primer día, no eran los trabajos hechos para desembarcar el lunario, que podíamos encontrar uno lejos del otro, por lo que ofrecía el mercado de entonces y por nuestro hábito de la precariedad. Lo que nos saldaba era la facilidad de estar juntos y la propensión a los mismos valores, a las mismas ambiciones sociales, a la misma hambre de derechos e igualdad fuera de los esquemas, en plena libertad. Eran muchos y diferentes los que giraban alrededor de esa casa, pero la marcha era continua, porque todos se sentían en casa. Tito, Steve, Claudio, Roby, Bruno i molts altres. En general todos más eufóricos, más desquiciados, más exhibicionistas, como de veinte años o poco más. El no, medido aunque muy tolerante de cualquier expresión declarada, por la cual le escapaba una sonrisa, que nunca era de conmiseraciòn sino de verdadera compasión. Los excesos eran el caldo para su moderación y no se les quitaba.

Eran días intensos, en los que parecía poder tocar concretamente lo que sólo se había soñado. El camino de un joven apasionado está pavimentado con espejismos y en los espejismos hasta que estás encima de ellos crees porque por definición te parecen reales. En muchos hacíamos cosas, tanto para sobrevivir como para vivir, que no se reconocían en las reglas pero con la satisfacción de eludirlas. De ese modelo social nada nos correspondía y mucho menos sus reglas. Tantos niveles diferentes de riesgo, tantos niveles de exhibición del disenso, tantos como las personalidades de los practicantes. Él no era un exhibicionista, al contrario, pero nunca retrocedía. Sus capacidades profesionales al servicio de la irregularidad de todos, sin quejarse, sin pedir limosna o por qué. Sabía que estaba trabajando por un objetivo compartido, por los últimos estallidos de convencimiento que habían comenzado y terminarían desplomándose en un retroceso social imparable. Por lo tanto, siempre estaba dispuesto a ofrecer sus cualidades para una causa compartida.

En el '73, el 11 de septiembre había sido una debacle para todos, como si estuviéramos nosotros en Chile porque el poder y la fuerza del engaño habían sido reafirmados por los yanquis que vigilaban y tramaban tanto allí como aquí. Pero siempre en ese año hemos sabido contentarnos con una satisfacción simbólica, haciendo que nos sonriéramos de nuevo cuando Carrero Blanco finalmente había explotado hacia arriba, muy alto. Se olía el desmoronamiento del régimen y para un exiliado que nunca había regresado a su país era una sensación excelente, preludia a tantas posibilidades. Pero cuando los regímenes se torcen, suelen ocurrir las peores cosas, en el último intento, macabro y sangriento, de recuperar la estabilidad. Han pasado poco más de tres meses para que nos quitara esperanzas y sonriera un Franco vengativo que hacía apretar la última garrota alrededor del cuello de Puig Antich, anarquista como nosotros, catalán como Albert. A la muerte del Dictador nos llevó tres años llegar a la Constitución, pero Cataluña ha sido capaz de recuperarlo sin hacerle pagar su negativa al alistamiento. Desde entonces, nuestros encuentros se han esfumado, pero nunca nos hemos perdido de vista. Ya no viajaba, después del período africano, pero tuve muchas ocasiones de venir a visitarlo e intercambiar ideas, opiniones, miradas afectuosas. Nos reímos juntos en las ramblas, cuando la edición de la noche decía "Arrestado en la Barceloneta el jefe de las brigadas rosas". Lo conocíamos, había sido un compañero de viaje, que en plena decadencia trataba de exhibir pié subversivo, rodeándose de jovencitas.

Siguió acompañando sus habilidades de diseño gráfico con un interés intenso y apasionado por todos los momentos, episódicos pero significativos, en los que la humanidad había prevalecido reafirmando justicia, igualdad y libertad en algún rincón del mundo, cuanto más agradable era cuanto más cercano estaba. No se trataba solamente de un ejercicio intelectual sino de una investigación útil para afinar los sensores para captar destellos de reactivación social, de comunicación humana. La huella de los desarrollos sucesivos no nos ha sido favorable, aunque nadie haya querido olvidar que bajo el pavimento puede haber la playa.

En el último encuentro en la casa de Barcelona, hace once años, también estaba mi hija de doce años Maya y su compañera de el, Mina, y se había creado un ambiente muy relajado que había hecho sentir cómoda a la niña, cautivada por la simpatía de la anfitriona. Se trataba de la benevolencia y la estima mutua, el único secreto para una buena coexistencia.

La última vez que nos vimos en persona, no en las videollamadas que para nosotros eran habituales, fue en junio de hace dos años, en Reus, recibido con su hospitalidad, Claudio y yo encontramos un hombre colmado, cargado de recuerdos vivos de vida y de lecturas, de música, de artes en general, siempre discreto y bien dispuesto, como cincuenta años antes. Una imagen que cualquier persona de sentido común desearía que se le reconociera en el otoño de su vida.

Le agradezco por haberme falsificado permisos de conducir y documentos de identidad, cuando había sido útil hacerlo, le doy las gracias por estimularme a escribir sobre aquellos años compartidos y publicar presentado por la portada que surgió de su creatividad. Y  luego  por leerme y darme ideas críticas cuando mi modo de expresión había pasado a la forma novelesca. No nos habíamos hablado desde hacía unos meses, pero era normal también porque él odiaba los teléfonos móviles y yo las plataformas sociales, por lo que no era fácil llegar a nosotros. La última vez le había visto con dificultades respiratorias, pero no me esperaba un giro tan repentino, dictado por un mal que había ignorado hasta unos días antes de dejarnos. Con plena conciencia de su partida, dispuso la organización del permiso, ayudado por su amiga Mina, siempre presente cuando era el caso, y por Jordi, su hermano, con quien compartió actividad, vivienda y toda la vida excepto el periodo italiano. Supongo que también estuvo presente su sobrino, del cual siempre me habló con transporte y admiración.

Nos faltará a todos nosotros en el breve período en que le sobreviviremos, pero él habría querido que nos hiciéramos una razón, porque todas las historias, incluso las más bellas, llegan a su fin.

 

MAURIZIO



En memòria d'Albert

19-07-2026

 

No recordo qui em va portar allà, al Corso di Porta Ticinese, al principi, a la dreta, deixant enrere les Columnes. Una casa de baranes, plena de llum, un pati amb un arbre imponent, sobre el qual una merla, a les cinc de la tarda, quan la persona que l'havia instruït tornava de la feina, cantava la Internacional. A l'últim pis, les lucarnes es deien àtics abans de dir-los que especulessin sobre el preu, des de l'últim pas de l'esquerra, vaig pensar que era la primera porta perquè sabia que era espanyol i allà a la porta deia Garcia. No, era la segona porta, al final de la galeria, la que hi havia escrit Moretto, la seva xicota Tiziana, italiana com el pintor que es deia Garcia, l'exotisme sempre ha afavorit les vendes. Un parell de clubs, un dins l'altre, dues persones molt dolces. Una taula llisa coberta de treball en curs, llapis, retoladors, línies, burins, inclinada amb totes les puntes que hi havia. Grans fulls Fabriano F4, suavitzen que un gràfic aproximat no és correcte. Poques paraules, somriures fàcils per a aquells que l'adaptaven, conveniència dictada només pel seu sentiment a gust. Un gat que vagava per la casa amb calma i acollia els que se senten segurs. A Itàlia durant uns anys, un exiliat que va escapar del reclutament de l'exèrcit franquista, susceptible de ser detingut i detingut allà. Havia arribat a fer referència amb el suport indicat per Sottsass, de més de cinquanta anys, i Eco, encara no de quaranta anys. Havia tingut temps de tenir una bona estima per tots dos, fins i tot hi havia treballat a l'estudi del primer, abans d'alliberar-se, per fer-ho ell mateix, amb la pell perduda que era per a ell. Havíem començat a sortir amb Diabolik i tan bon punt el vam presentar, els Giussani el van ancorar immediatament, per al període que ens seria útil a tots dos. El que ens va unir, des del primer dia, no van ser els treballs fets per arribar a final de mes, que vam poder trobar un a un, donat el que oferia el mercat de l'època i el nostre hàbit de tornar-nos precaris. El que ens va soldar va ser la facilitat d'estar junts i la propensió als mateixos valors, les mateixes ambicions socials, la mateixa fam de drets i igualtat fora de la caixa, en plena llibertat. N'hi havia molts i diferents que giraven al voltant d'aquella casa, però l'arribada i la marxa van ser contínues, perquè tothom se sentia com a casa. Tito, Steve, Claudio, Roby, Bruno i molts altres. En general, tothom era més eufòric, més salvatge, més exhibicionista, com si en els seus vint anys o una mica més, però no ell, mesurava encara que molt tolerant a qualsevol expressió oberta, per la qual se li escapava un somriure, que mai va ser de llàstima però de veritable compassió. Els excessos eren el brou per a la seva moderació i un no defugia.

Eren dies intensos, quan semblava que podíem tocar el que només havíem somiat. El camí d'un jove apassionat està pavimentat de miratges, i en miratges fins que estiguis per tot arreu, els creus perquè per definició et semblen reals. Molts de nosaltres vam fer coses, tant per sobreviure com per viure, que no eren reconegudes en les regles sinó amb la satisfacció d'evadir-les. Res d'aquest model social ens corresponia, i molt menys les seves regles. Tants nivells de risc diferents, tants nivells de mostra de dissidència, com les personalitats dels practicants. No era un exhibicionista, lluny d'això, però mai es va retirar. Les seves habilitats professionals al servei de la irregularitat de tots, sense queixar-se, sense demanar lires ni per què. Sabia que estava treballant cap a un objectiu compartit, cap a les últimes visió de la convicció que havien començat i que finalment s'enfonsaria en un refluig social imparable. Així que sempre estava disposat a posar les seves qualitats disponibles per a una causa compartida. El ’73, l’11 de setembre havia estat una debacle per a tothom, com si estiguéssim a Xile perquè el poder i la força de l'engany havien estat reafirmats pels ianquis que vigilaven i planejaven tant allà com aquí. Però també en aquell any vam poder conformar-nos amb la satisfacció simbòlica, fent-nos somriure de nou quan Carrero Blanco finalment havia explotat cap amunt, molt alt. Es podia olorar el règim en ruines, i per a un exiliat que mai havia tornat al seu país, era una sensació excel · lent, un preludi de tantes possibilitats. Però quan els règims cremen, solen passar les pitjors coses, en l'últim intent macabre però sagnant de recuperar l'estabilitat. Han passat una mica més de tres mesos perquè un Franco venjatiu ens tregui les esperances i el somriure, tenint l’últim garrot al coll del Puig Antich, un anarquista com nosaltres, un català com Albert.  A la mort del dictador, van trigar tres anys a arribar a la Constitució, però Catalunya va poder recuperar-lo sense fer-li pagar el vostre projecte d'evasió. Des de llavors, les nostres reunions s'han tornat menys freqüents, però sense perdre's mai de vista. Ja no viatjava, després del seu període africà, però vaig tenir moltes oportunitats de venir a visitar-lo i intercanviar idees, opinions, mirades afectuoses. Vam riure junts a les rambles, quan l'edició del vespre informava de “El líder de les brigades rosades detingut a Barceloneta”. El coneixíem, havia estat un company de viatge, que en plena decadència va intentar mostrar una actitud subversiva, envoltant-se de noies joves.

Va continuar acompanyant les seves habilitats de disseny gràfic amb un interès intens i apassionat per tots els moments episòdics però significatius en què la humanitat havia prevalgut, reafirmant la justícia, la igualtat i la llibertat en algun racó del món, com més benvingut era. No va ser només un exercici intel·lectual sinó una investigació útil per refinar sensors per capturar flaixos de reactivació social, de comunicació humana. L’impacte de les successives novetats no ens ha estat favorable, tot i que ningú ha volgut oblidar que la platja es pot situar sota el paviment.

En l'última trobada a la casa de Barcelona, fa onze anys, també hi eren la meva filla Maya, de dotze anys, i s'havia creat un ambient molt relaxat que feia que la noia se sentia a gust, captivada per l'encant de la patrona. Es tractava de la benevolència i l'estima mútua, l'únic secret per a una bona convivència. 

L’última vegada que ens vam veure en persona, no en les videotrucades habituals per a nosaltres, va ser el juny de fa dos anys, a Reus, acollit amb la seva actitud hospitalària, Claudio i jo vam trobar un home culte, ple de records vius de vida i lectura, de música, d’arts en general, sempre discreta i ben disposada, com cinquanta anys abans. Una imatge que qualsevol persona sensata esperaria podria ser reconeguda a la tardor de la seva vida.

Li agraeixo que hagi falsificat els meus carnets de conduir i targetes d'identitat, quan va ser útil fer-ho, li agraeixo que m'hagi animat a escriure sobre aquells anys compartits y publicar presentat per la portada nascuda de la seva creativitat. I després per llegir-me i donar-me informació crítica quan el meu mode expressiu s'havia desplaçat al forma novel·lística. Feia uns mesos que no parlàvem, però això també era normal perquè odiava els telèfons mòbils i jo odiava les plataformes de xarxes socials, així que no era fàcil arribar-hi. L'havia vist amb algunes dificultats respiratòries l'última vegada, però no m'esperava un gir tan sobtat, dictat per una malaltia que havia ignorat fins uns dies abans de deixar-nos. Amb plena consciència de la seva mort, va organitzar la seva baixa, ajudat per la seva amiga Mina, que sempre va estar present quan va sorgir el cas, i per Jordi, el seu germà, amb qui va compartir activitats, una llar i tota la seva vida excepte per la seva estada a Itàlia. Imagino que el seu nebot també era present, del qual sempre em parlava amb transport i admiració.

Ens trobarem a faltar en el poc temps que li sobreviurem, però li hauria agradat que ho superéssim, perquè totes les històries, fins i tot les més belles, arriben a una conclusió.

 

MAURIZIO



En mémoire d’Albert

19-07-2026

 

Je ne me souviens pas qui m’y avait conduit, dans le cours de la Porta Ticinese, au début, sur la droite, laissant derrière moi les Colonnes. Une maison de garde-corps, pleine de lumière, une cour avec un arbre imposant, sur lequel un merle, à cinq heures de l’après-midi, quand revenait du travail celui qui l’avait instruit, entonait l’Internationale. Au dernier étage, les abbaini s’appelaient avant de se dire mansardes pour spéculer sur le prix, du dernier échelon à gauche, je pensais que c’était la première porte parce que je savais qu’il était espagnol et là sur la porte il y avait écrit Garcia. Non, c’était la deuxième porte, au fond du bal, celle avec l’inscription Moretto, sa fiancée Tiziana, italique comme le peintre qui se faisait appeler Garcia, l’exotisme a toujours favorisé les ventes. Quelques endroits, l’un dans l’autre, deux personnes très douces. Une table lisse recouverte de travaux en cours, crayons, marqueurs, lignes, bulles, plaid avec toutes les pointes qu’il y avait. Grandes feuilles Fabriano F4, lisses qu’un graphique sur le rugueux n’est pas correct. Quelques mots, sourires faciles à qui lui convenait, commodité dictée seulement par son sentiment de confort. Un chat qui tournait dans la maison avec le calme et l’accueil de celui qui se sent en sécurité.

En Italie depuis quelques années, exilé échappé à la conscription de l’armée franquiste, passible d’arrestation et de détention là-bas. Il était arrivé référencé avec le support indiqué chez l’ultra-cinquantenaire Sottsass et le pas quarante Eco. Il avait eu le temps de mûrir une bonne considération pour les deux, dans l’étude du premier il y avait aussi travaillé, avant de se libérer, de faire soi-même, dans la peau errante qu’il faisait pour lui. Nous avions commencé à fréquenter Diabolik et dès que nous l’avons présenté, les Giussani l’ont immédiatement ancré, pour la période utile à tous deux. Ce qui nous unissait, dès le premier jour, n’étaient pas les travaux faits pour débarquer le lunaire, que nous pouvions trouver l’un sans l’autre, par ce qu’offrait alors le marché et par notre habitude de la précarité. Ce qui nous a donné était la facilité d’être ensemble et la propension aux mêmes valeurs, aux mêmes ambitions sociales, à la même soif de droits et d’égalité hors des sentiers battus, en pleine liberté. Ils étaient nombreux et différents à tourner autour de cette maison, mais le va et vient était continu, parce que chacun se sentait chez lui. Tito, Steve, Claudio, Roby, Bruno et tant d’autres.  En général tous plus euphoriques, plus enragés, plus exhibitionnistes, comme ceux de vingt ans ou un peu plus. Il ne le faisait pas, mesuré bien que très tolérant de toute expression affirmée, pour laquelle lui échappait un sourire qui n’était jamais de pitié mais de vraie compassion. Les excès étaient le bouillon de sa modération et on ne s’en dérobait pas.

Ce furent des journées intenses, où il semblait pouvoir toucher concrètement ce dont on avait seulement rêvé. Le parcours d’un jeune passionné est pavé de mirages et dans les mirages jusqu’à ce que vous soyez sur votre peau, vous y croyez parce qu’ils vous semblent réels par définition. Dans beaucoup, nous faisions des choses, que ce soit pour survivre ou pour vivre, qui ne se reconnaissaient pas dans les règles mais avec la satisfaction de les contourner. Rien dans ce modèle social ne nous correspondait, encore moins ses règles. Tant de niveaux différents de risque, tant de niveaux d’exposition de la dissidence, autant que les personnalités des pratiquants. Il n’était pas un exposant, au contraire, mais il ne reculait jamais.

Ses compétences professionnelles au service de l’irrégularité de tous, sans se plaindre, sans demander ni pourquoi. Il savait qu’il travaillait pour un objectif commun, pour les derniers bouts de conviction qui avaient commencé et qui finiraient par s’effondrer dans un reflux social inexorable. Ainsi, il était toujours prêt à mettre ses qualités au service d’une cause commune.

En 1973, le 11 septembre avait été une débâcle pour tous, comme si nous étions là au Chili parce que la puissance et la force de la tromperie avaient été réaffirmées par les Yankees qui surveillaient et complotaient tant là-bas qu’ici. Mais toujours cette année-là, nous avons su nous contenter d’une satisfaction symbolique, nous faisant retrouver le sourire lorsque Carrero Blanco avait finalement explosé vers le haut, très haut. On sentait l’odeur de la désintégration du régime et pour un exilé qui n’était jamais retourné dans son pays, c’était une sensation excellente, préludait à tant de possibilités. Mais quand les régimes craquent, c’est généralement le pire qui arrive, dans la dernière tentative aussi macabre que sanglante de reprendre la stabilité. Il s’est écoulé un peu plus de trois mois pour qu’on nous enlève espoir et sourire d’un Franco vengeur qui faisait serrer la dernière garrote autour du cou de Puig Antich, anarchiste comme nous tous, catalan comme Albert. À la mort du dictateur, il a fallu trois ans pour parvenir à la constitution, mais la Catalogne a pu le récupérer sans lui faire payer ton refus de lever. Depuis lors, nos rencontres se sont dispersées, mais sans jamais nous perdre de vue. Il ne voyageait plus, après la période africaine, mais j’ai eu tant d’occasions de venir le voir et d’échanger des idées, des opinions, des regards affectueux.

Nous avons ri ensemble sur les Ramblas, quand l’édition du soir rapportait « Arrêté à la Barceloneta le chef des brigades roses. » Nous le connaissions, il avait été un compagnon de voyage qui, en pleine décadence, cherchait à exhiber une silhouette subversive, s’entourant de jeunes filles.

Il a continué à accompagner ses compétences de graphiste avec un intérêt intense et passionné pour tous les moments, épisodiques mais significatifs, où l’humanité avait prévalu en réaffirmant la justice, l’égalité et la liberté dans certains coins du monde, d’autant plus agréable que plus proche. Il ne s’agissait pas seulement d’un exercice intellectuel mais d’une recherche utile pour affiner les capteurs afin de capturer des lueurs de réactivation sociale, de communication humaine. L’empreinte des développements ultérieurs ne nous a pas été favorable, bien que personne n’ait voulu oublier qu’il peut y avoir la plage sous le pavé.

Lors de la dernière rencontre dans la maison de Barcelone, il y a onze ans, il y avait aussi ma fille de douze ans Maya et sa compagne à lui, Mina, et une ambiance très détendue s’était créée qui avait fait se sentir à l’aise la jeune fille, captivée par la sympathie de la maîtresse de maison. Il s’agissait de bienveillance et d’estime réciproque, le seul secret pour une bonne coexistence. 

La dernière fois que nous nous sommes vus en personne, pas lors des appels vidéo qui étaient habituels pour nous, c’était en juin il y a deux ans, à Reus, accueillis avec son hospitalité, Claudio et moi avons trouvé un homme cultivé, chargé de souvenirs vifs de vie et de lectures, de musique, d’arts en général, toujours discret et bien disposé, comme cinquante ans auparavant. Une image que toute personne de bon sens souhaiterait voir reconnue à l’automne de sa vie.

Je le remercie de m’avoir falsifié des permis de conduire et des cartes d’identité, quand cela avait été utile, de m’avoir encouragé à écrire sur ces années partagées et  publier présenté par la couverture née de sa créativité. Puis de m’avoir lu et donné des idées critiques lorsque mon mode d’expression était passé à la forme romanesque. Nous n’avions pas parlé depuis quelques mois, mais c’était normal aussi parce qu’il détestait les téléphones portables et moi les plateformes sociales, donc ce n’était pas facile de nous joindre. J’avais vu qu’il avait quelques difficultés respiratoires la dernière fois, mais je ne m’attendais pas à un revirement aussi brusque, dicté par un mal qu’il avait ignoré jusqu’à quelques jours avant de nous quitter. Avec la pleine conscience de son départ, il a organisé son congé, aidée par son amie Mina, toujours présente quand c’était le cas, et par Jordi, son frère, avec qui il a partagé des activités, un logement et toute sa vie sauf la période italienne. Je suppose que son neveu, dont il m’a toujours parlé avec admiration et émotion, était aussi présent.

Il nous manquera à tous dans la courte période où nous lui survivrons mais il aurait voulu que nous en fassions une raison, car toutes les histoires, même les plus belles, arrivent à leur conclusion.

 

MAURIZIO