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venerdì 12 maggio 2023

Piccola riflessione sulla diserzione necessaria

 




Il movimento rivoluzionario internazionale ha subito sufficienti battute d'arresto storiche per permettere di trarne delle lezioni inedite. Necessariamente inedite perché gli ufficiali autoproclamati degli eserciti di spazzatura che hanno finito ovunque per sequestrare la rivoluzione, hanno sempre impedito, con il loro onnipresente ricatto militar-maschilista, di andare alla radice delle cose e soprattutto degli esseri.

La rivoluzione è una risposta collettiva al bisogno d'amore inappagato e infranto. Inappagato perché la civiltà produttivista ha fatto della potenza dell'amore un'energia sfruttabile e sfruttata, stritolata dai tranelli del potere che ha sempre trasformato ogni manifestazione dell’energia vitale in valorizzazione economica.

L'economia politica è la scienza di quello sfruttamento dell'uomo sull'uomo magnificato dalle ideologie primitive della sottomissione e dell'umiliazione che sono le religioni. Nel passaggio dalle comunità primitive (oscillanti tra mutuo soccorso e cannibalismo) alla società moderna che ha trasformato il cannibalismo in consumismo e la schiavitù in sfruttamento salariale, il mutuo soccorso ha teso a ridursi a folklore per turisti.

Un qualche suprematismo ha sempre guidato l’incerto cammino della specie tra l'umano e il disumano. Si può definire l’umano (ricordando, però, che nessuna definizione è esaustiva) la ricerca riuscita di un'armonia con e nella natura di cui la specie fa parte; il disumano (in virtù degli stessi criteri imprecisi ma ovvi) implica l'imposizione di un qualche suprematismo artificiale che cavalca la predazione naturale al punto di perpetuarla e approfondirla, raffinarla e generalizzarla, eludendo e reprimendo l'aiuto reciproco, ferito e ridicolizzato.

Quello che gli ultimi due secoli hanno sperimentato sulla pelle della specie con il nome di fascismo è sempre esistito in forme diverse da quando sono comparsi gli ominidi. Prima di divenire una moderna forma di dominio politico e sociale che i suoi stessi sostenitori hanno chiamato fascismo, il suprematismo predatore era già un atteggiamento sociale che ha radici naturali tanto quanto l'aiuto reciproco – sia esso inteso come solidarietà con i suoi simili o, più in generale, come empatia con il vivente.

Consapevole o no, fascista è chi afferma minacciosamente: “Fai quello che ti dico o vedrai quel che ti succede”. Per esercitare quest’odioso ricatto vanno altrettanto bene la legge e le armi, lo Stato o le altre mafie non legittimate dal potere legalmente costituito. Non importa quali bandiere accompagnino quest’atteggiamento minaccioso, quali siano le possibili variazioni ideologiche del discorso che lo giustifica. Tuttavia, il termine fascismo è relativo a un periodo specifico limitato nel tempo. Globalmente, si dovrà piuttosto chiamare tale sindrome peste emozionale per coglierne meglio i vari caratteri e le radici. Esse risalgono, infatti, a un’epoca decisamente anteriore all'Impero Romano i cui simboli del potere ispirarono Mussolini, poi i suoi numerosi complici internazionali, per impestare l'Italia, l'Europa e il mondo.

L’irruzione della peste emozionale suprematista rimonta alle radici della civiltà patriarcale produttivista il cui progresso incessante ha ormai invaso l’intero pîaneta. Questa calamità è un’impotenza e un potere allo stesso tempo; un'incapacità di amare che compensa la sua frustrazione scaricando dell'odio e rendendolo produttivo. Ma produttivo di cosa? Di dominio sessuale e sociale, di sfruttamento delle donne, degli uomini e della natura. Un processo che continua dall'infanzia alla vecchiaia, dal latte inevitabilmente materno all'attesa della morte, esperienza ineluttabilmente solitaria e spesso sgradevole in una vita che qualcuno ha definito, tra perspicacia e sarcasmo, una malattia mortale sessualmente trasmissibile.

Nell’universo predatore originario, l'amore ha cominciato a farsi strada tra la sopravvivenza e la morte, primo segno commovente e poetico della volontà di vivere di un'umanità auto creatrice, che ha inventato il pennello simbolico con cui una scimmia umanoide ha partorito l'essere umano disegnando le sue mani sulle pareti delle caverne.

L'essere umano non esiste in natura, è una creazione artistica, un particolare elemento organico scaturito dalla vita come le stelle, i pianeti e i buchi neri compongono l'universo, ma con la coscienza in più. Una coscienza relativa, certo, perché la vita è tanto spontaneità creativa quanto stupidaggine, amore e odio, aiuto reciproco e dominio. Così, l'umano è capace del meglio e del peggio, del desiderio e della frustrazione, della soddisfazione e della sofferenza, dei banchetti gioiosi e del cannibalismo spietato.

Senza dubbio, il fascismo ha marcato con i suoi misfatti il ventesimo secolo, ma il cuore emotivo del fascismo politico di destra e sinistra di cui Reich ci ha fornito il quadro esaustivo in Psicologia di massa del fascismo (1933) funzionava già nella corazza caratteriale individuale e sociale molto prima della parola che lo designa. La peste emozionale, utile a tutte le più basse esigenze del potere, è rimasta in agguato anche dopo la seconda guerra mondiale, quando gli adepti della sua forma politica nazionalsocialista sono stati sconfitti.

Per riuscire a espandersi, l'odio che è l'essenza di ogni struttura caratteriale fascista s’inventa delle forme politiche svariate, spesso conflittuali tra loro. Può essere di destra o di sinistra tanto quanto di centro, in giacca e cravatta come l’odio freddo e vigliacco dei borghesi e dei benestanti gaudenti da guardoni sadici, eccitati alla vista dei fascisti Versagliesi che fucilavano ventimila comunardi sconfitti ma non domi.

Il borghese, predatore sdentato che si nutre del cadavere economico del lavoro altrui, ha fatto del mondo moderno la sua proprietà prima di moltiplicarsi come un virus mutante al punto che il borghese di una volta non esiste più. Si è proletarizzato pur preservando i resti miserabili degli antichi privilegi della classe dominante in una civiltà morente. La sua aura scaduta ha ceduto il passo al trionfo del feticismo della merce, al dominio reale del capitale che ha trasformato l'uomo stesso in una macchina che distrugge la natura industrializzando una sopravvivenza sempre più artificiale.

Il processo storico della civiltà produttivista ha raggiunto il punto di non ritorno in cui la sua continuazione prepara la fine dell'umanità come specie animale. Perché gli animali che siamo si stanno riducendo a caricature transumane, dove l'umano organico è condannato a scomparire.

Di fronte a un tale degrado dai contorni ormai ben visibili, la predisposizione tipicamente umana alla rivoluzione per salvarsi la pelle riscopre l’arcobaleno dei suoi veri colori che non sono più semplicemente il rosso o il nero delle ideologie, e ancor meno il bianco dei servitori volontari. La rivoluzione sociale ritrova le sue radici profonde che stanno trasformando la coscienza di classe e la coscienza di genere in coscienza di specie. Vale a dire, in una consapevolezza della totalità organica del vivente messo in pericolo dallo sviluppo distruttivo e mortifero della società produttivista, capitalista e industriale.

Questo tragico dato che impesta il pianeta ci mette nella condizione di un'arca non di Noè ma dell'intera specie di fronte allo tsunami innescato dall'artificializzazione del vivente nella sua fase terminale. Di fronte alla morte climatica, ecologica, psicogeografica e sociale che avanza, la rivoluzione è inevitabile e va oltre ogni postura ideologica.

La rivoluzione è una risposta collettiva al bisogno insoddisfatto di amore, alla mancanza di vita che annuncia la morte imminente. È allora che ogni rischio diventa futile, ogni strategia inefficace, ogni opportunismo risibile. La rivoluzione appare allora ineluttabile ma i generali che cercano di imporsi alla sua guida, pretendendo di comandare le truppe contro il nemico, sono diventati dei grotteschi macho fuori dal tempo. Il tempo dei maschi dominanti è, infatti, finito, anche se, per inerzia, i loro stratagemmi di stampo fascista fanno ancora dei danni importanti. E non sono i fantasmi ricorrenti del matriarcato a rendere ridicolo il maschilismo, ma l'apparizione di una nuova coscienza di specie che si fa beffe di tutte le impotenze pervertite in potere di genere.

Nei tempi a venire, gli unici eserciti con un senso saranno quelli che proteggono l'avanzata gioiosa della vita che si cerca senza mai imporre alcun diktat, come l'esercito zapatista. Solo l'autodifesa è legittima e senza limiti, in Ucraina, in Rojava e ovunque ci sia da difendere la vita e il diritto umano di occuparla. Ahimè, i lapsus narcisistici dei Von Clausewitz da salotto, cartacei o virtuali, continuano a imperversare. Li leggiamo o li ascoltiamo mentre esultano per l'attacco riuscito o per la ritirata sapientemente orchestrata in attesa del contrattacco a venire, calcolando le morti necessarie e soppesando il morale della truppa come si guardano i denti del cavallo che ci si appresta a montare. Giocano alla guerra con il culo degli altri perché i discorsi sono spettacolari, ma le granate del potere ben reali.

Una volta per tutte: la rivoluzione non è la presa della Bastiglia. La rivolta è un primo passo spontaneo quando la vita è in pericolo, ma diventa rivoluzione non nella mitica “grande sera” ma nelle prime mattine che si susseguono quando il popolo riunito in assemblea, senza capi né generali, abolisce i privilegi e non smette più di farlo. Se per sfuggire allo sfruttamento, all'alienazione e alla reificazione che toccano ormai il cuore malato delle nostre vite quotidiane, è necessaria una diserzione organizzata contro l'esercito economico-militare del capitalismo planetario corrotto, non è per consegnarsi a una nuova leadership ideologicamente rivoluzionaria.

Soprattutto, la rivoluzione non ha bisogno di generali perché hanno sempre la spiacevole tendenza narcisistica a diventare imperatori. Essa ha bisogno di non aver nessun capo, di forgiare in ciascuna e ciascuno artisti, filosofi, operai, studenti e studentesse, contadini e contadine dall’opinione libera e pari diritti umani ben oltre ogni contingente ruolo sociale. Una tale umanità, varia nei gusti e nei generi, compone una comunità di dilettanti professionisti, multidisciplinari e senza vincoli, che condividono il mutuo rispetto e la solidarietà con gli altri.

Il più grande merito dei Gilet jaunes francesi che appaiono e scompaiono come una coscienza all'opera in mutazione permanente, senza uniforme obbligatoria ma spontaneamente comunardi nel cuore, è di averlo capito e di aver cercato in qualche modo di agire di conseguenza. A partire da questa nuova coscienza di specie che cresce e che rinnova, corroborandola, una ferma volontà di libertà, uguaglianza e fraternità per tutti, un altro mondo, finalmente umano, è diventato effettivamente possibile, anche se il vecchio mondo farà di tutto per impedirlo, fino in fondo, il suo fondo.

Certamente noi saremo sempre presenti, puntuali all’appuntamento, tutto resta, però, da fare per la comunità umana che ha deciso di abbandonare l’armata delle ombre produttiviste per difendere dovunque le luci dell'umano in carne e ossa. La diserzione da tutte le guerre e la difesa accanita della vita organica sono il preliminare di un tale obiettivo.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, nel mese di maggio 2023


Petite réflexion sur la désertion nécessaire



Le mouvement révolutionnaire international a subi assez de revers historiques pour permettre d’en tirer des leçons inédites. Nécessairement inédites parce que les officiers autoproclamés des armées de poubelles qui ont fini partout par kidnapper la révolution, ont toujours empêché, par leur chantage militaro-machiste omniprésent, d’aller à la racine des choses et surtout des êtres.

La révolution est une réponse collective au besoin d’amour insatisfait et brisé. Insatisfait car la civilisation productiviste a fait de la puissance amoureuse une énergie exploitable et exploitée, brisée par les manigances du pouvoir qui a toujours transformé toute manifestation de l’énergie vitale en valorisation économique.

L’économie politique est la science de cette exploitation de l’homme par l’homme magnifiée par les idéologies primitives de la soumission et de l’humiliation que sont les religions. Dans le passage des communautés primitives (balançant entre entraide et cannibalisme) à la société moderne qui a transformé le cannibalisme en consumérisme et l’esclavage en exploitation salariale, l’entraide a eu tendance à se réduire à du folklore pour touristes.

Un quelconque suprématisme a toujours guidé la marche incertaine de l’espèce entre l’humain et l’inhumain. L’humain peut se définir (en se rappelant néanmoins qu’aucune définition n’est exhaustive) par la recherche achevée d’une harmonie avec et dans la nature dont l’espèce fait partie ; l’inhumain (en vertu des mêmes critères imprécis mais évidents) implique l’imposition d’un quelconque suprématisme artificiel surfant sur la prédation naturelle jusqu’à la perpétuer et l’approfondir, l’affiner et la généraliser en escamotant et réprimant l’entraide, meurtrie et ridiculisée.

Ce que les deux derniers siècles ont expérimenté sur le dos de l’espèce en l’appelant fascisme a toujours existé sous des formes différentes depuis l’apparition des hominidés. Avant de devenir une forme moderne de domination politique et sociale que ses propres souteneurs ont appelé fascisme, le suprématisme prédateur était déjà une attitude sociale qui a des racines naturelles autant que l’entraide – qu’on définisse celle-ci comme la solidarité avec ses semblables ou, plus généralement, comme l’empathie avec le vivant.

Un fasciste, conscient ou pas de l’être, est celui qui menace : « Fais ce que je te dis ou tu vas voir ce qui t’arrive ». Pour exercer ce chantage odieux, la loi et les armes à feu, l’Etat ou les autres mafias non légitimées par le pouvoir légalement constitué font également l’affaire. Peu importent les drapeaux qui accompagnent cette posture menaçante, peu importent les variations idéologiques possibles du discours qui la justifie. Toutefois, le terme « fascisme » est relatif à une période spécifique limitée dans le temps. Globalement, il faudra plutôt appeler une telle syndrome peste émotionnelle pour mieux saisir ses caractères variés et ses racines. Car celles-ci remontent à une époque bien antérieure à l’Empire romain dont les symboles du pouvoir inspirèrent Mussolini, puis ses multiples complices internationaux, pour empester l’Italie, l’Europe et le monde.

L’irruption de la peste émotionnelle suprematiste remonte aux racines de la civilisation patriarcale-productiviste dont le progrès incessant a désormais envahi la planète entière. Ce fléau est une impuissance et un pouvoir en même temps ; une incapacité à aimer qui compense sa frustration en déchargeant de la haine et la rendant productive. Mais productive de quoi ? De domination sexuelle et sociale, d’exploitation de la femme, de l’homme et de la nature. Un processus qui se poursuit de l’enfance à la vieillesse, du lait inévitablement maternel à l’attente de la mort, expérience inéluctablement solitaire et souvent gênante dans une vie que quelqu’un a défini, entre perspicacité et sarcasme, comme une maladie mortelle sexuellement transmissible.

Dans l’univers prédateur d’origine, l’amour a commencé à se frayer un chemin entre la survie et la mort, premier signe émouvant et poétique de la volonté de vivre d’une humanité autocréatrice, qui a inventé le pinceau symbolique avec lequel un singe humanoïde a engendré l’être humain en dessinant ses mains sur les murs des cavernes.

L’être humain n’existe pas en nature, il est une création artistique, une particulière donne organique dégagée par la vie comme les étoiles, les planètes et les trous noirs forment l’univers, mais avec la conscience en plus. Une conscience relative, bien sûr, car la vie est autant spontanéité créative que bêtise, amour et haine, entraide et domination. Ainsi, l’humain est capable du mieux et du pire, du désir et de la frustration, de la satisfaction et de la souffrance, des agapes joyeuses et du cannibalisme sans pitié.

Certainement, le fascisme a marqué le vingtième siècle par ses méfaits, mais le cœur émotionnel du fascisme politique de droite et de gauche dont Reich nous a brossé le tableau exhaustif dans Psychologie de masse du fascisme (1933) fonctionnait déjà dans la carapace caractérielle des individus et des groupes bien avant le mot qui le désigne. La peste émotionnelle, bonne à toutes les besognes du pouvoir les plus basses, a continué à rôder même après la deuxième guerre mondiale, quand les adeptes de sa forme politique national-socialiste ont été vaincus.

Pour pouvoir s’étendre, la haine qui est l’essence de toute structure caractérielle fasciste invente des formes politiques variées, souvent en conflit les unes avec les autres. Elle peut être de droite ou de gauche autant que du centre, en costard-cravate comme la haine froide et lâche des bourgeois et des nantis jouissant en voyeurs sadiques, excités à la vue des fascistes versaillais fusillant vingt mille communards vaincus mais pas domptés.

Le bourgeois, ce prédateur édenté qui se nourrit du cadavre économique du travail d’autrui, a fait du monde moderne sa propriété avant de se multiplier comme un virus mutant au point que le bourgeois d’antan n’existe plus. Il s’est prolétarisé tout en préservant les restes misérables des anciens privilèges de la classe dominante dans une civilisation mourante. Son aura déchue a laissé la place au triomphe du fétichisme de la marchandise, à la domination réelle du capital qui a transformé l’homme lui-même en une machine qui détruit la nature en industrialisant une survie de plus en plus artificielle.

Le processus historique de la civilisation productiviste est arrivé au point de non-retour où sa continuation prépare la fin de l’humanité en tant qu’espèce animale. Car les animaux que nous sommes sont en train de se réduire à des caricatures trans humaines où l’humain organique est condamné à disparaître.

Face à une telle déchéance aux contours désormais bien visibles, la prédisposition typiquement humaine à la révolution pour sauver sa peau redécouvre l’arc en ciel de ses couleurs véritables qui ne sont plus simplement le rouge ou le noir des idéologies et encore moins le blanc des serviteurs volontaires. La révolution sociale retrouve ses racines profondes qui sont en train de transformer la conscience de classe et la conscience de genre en conscience d’espèce. C'est-à-dire en une conscience de la totalité organique du vivant mis en danger par le développement destructeur et mortifère de la société productiviste, capitaliste et industrielle.

Cette donnée tragique qui empeste la planète nous met dans la condition d’une arche non pas de Noé mais de l’espèce entière face au tsunami déclenché par l’artificialisation du vivant à son stade terminal. Face à la mort climatique, écologique, psychogéographique et sociale qui avance, la révolution est inévitable et transcende toute posture idéologique.

La révolution est une réponse collective au besoin d’amour insatisfait, au manque de vie qui annonce la mort imminente. C’est alors que tout risque devient futile, toute stratégie inefficace, tout opportunisme dérisoire. La révolution apparaît alors inévitable, mais les généraux qui cherchent à s’imposer à ses commandes, prétendant diriger les troupes contre l’ennemi, sont devenus de grotesques machos anachroniques. Car le temps des mâles dominants est révolu, même si, par inertie, leurs combines fascisantes causent toujours d’importants dégâts. Et ce ne sont pas les phantasmes récurrents du matriarcat qui rendent le machisme dérisoire, mais l’apparition d’une nouvelle conscience d’espèce qui se moque de toutes les impuissances détournées en pouvoir de genre.

Dans les temps à venir les seules armées ayant un sens seront celles qui protègent l’avancée joyeuse de la vie qui se cherche sans jamais imposer de diktat, comme l’armée zapatiste. Seul l’autodéfense est légitime et sans limites, en Ukraine, au Rojava et partout où la vie et le droit humain à l’occuper sont à défendre. Hélas, les lapsus narcissiques des tous les Von Clausewitz de salon, en papier ou virtuels, continuent de sévir. On les lit ou on les entend se réjouir de l’attaque réussie ou de la retraite savamment orchestrée en attendant la contre-attaque à venir, calculant les morts nécessaires et évaluant le moral de la troupe comme on regarde les dents du cheval qu’on se prépare à monter. Ils jouent à la guéguerre avec le cul d’autrui car les discours sont spectaculaires, mais les grenades du pouvoir bien réelles.

Une fois pour toutes : la révolution n’est pas la prise de la Bastille. La révolte est un premier pas spontané quand la vie est en danger, mais elle devient révolution non pas le grand soir mythique mais les petits matins qui se suivent quand le peuple réunit en assemblée, sans chefs ni généraux, abolit les privilèges et n’arrête plus de le faire. Si, pour se soustraire à l’exploitation, à l’aliénation et à la réification qui touchent désormais le cœur malade de nos vies quotidiennes, une désertion organisée contre l’armée économico-militaire du capitalisme planétaire corrompu est nécessaire, ce n’est pas pour déclarer allégeance à une nouvelle chefferie idéologiquement révolutionnaire.

La révolution n’a surtout pas besoin de généraux car ceux-ci ont la fâcheuse tendance narcissique à devenir empereurs. Elle a besoin de ne pas avoir des chefs, de forger en chacun et chacune des artistes, des philosophes, des ouvriers et des ouvrières, des étudiants, des étudiantes, des paysannes et de paysans libres en opinion et égaux en droit, humains bien au-delà de tout rôle social contingent. Une telle humanité variée en goûts et en genres, compose une communauté d’amateurs professionnels, pluridisciplinaires et sans contraintes, partageant le respect mutuel et la solidarité avec autrui.

Le plus grand mérite des Gilets jaunes français, qui apparaissent et disparaissent comme une conscience à l’œuvre en mutation permanente, sans uniformes obligatoires mais spontanément communards dans le cœur, c’est d’avoir compris cela et d’avoir cherché tant bien que mal d’agir en conséquence. À partir de cette nouvelle conscience d’espèce qui monte et qui renouvelle et corrobore une ferme volonté de liberté, d’égalité et de fraternité pour tous, un autre monde, finalement humain, est devenu effectivement possible, même si le vieux monde fera tout pour l’empêcher, jusqu’au bout, à son bout.

Certes, nous serons toujours là, ponctuels au rendez-vous, mais tout reste à faire pour la communauté humaine qui a décidé de quitter l’armée des ombres productivistes pour défendre partout les lumières de l’humain en chair et en os. La désertion de toutes les guerres et la défense acharnée de la vie organique sont le préalable à un tel objectif.

Sergio Ghirardi Sauvageon, pendant le mois de mai 2023

 

domenica 15 gennaio 2023

Cambiamento climatico: Total sapeva Di Alexandre-Reza Kokabi per Reporterre

Una petroliera di proprietà di Total al largo delle coste dell'Angola nel 2018. © Rodger Bosch / AFP

 


Da mezzo secolo Total sa che le sue attività contribuiscono al riscaldamento globale. Reazione della major petrolifera? Distogliere lo sguardo, instillare dubbi sulla veridicità dei dati scientifici e poi ritardare ogni ambiziosa politica di controllo, come dimostrano tre ricercatori in uno studio.

Mezzo secolo. Da almeno cinquant'anni Total è consapevole dell'esistenza del cambiamento climatico, delle sue cause e delle sue conseguenze. Tuttavia, la major petrolifera ha smentito a lungo questi allarmi e diffuso il dubbio sullo stato delle conoscenze scientifiche per estrarre sempre più combustibili fossili. Sono queste le conclusioni di uno studio condotto da ricercatori in scienze umane sulla posizione assunta da Total – e da Elf, assorbito da Total nel 1999 – rispetto al suo contributo al cambiamento climatico negli ultimi cinquant'anni.

Pubblicato mercoledì 20 ottobre sulla rivista Global Environmental Change, lo studio è stato condotto dai ricercatori francesi Christophe Bonneuil, Pierre-Louis Choquet e dall'americano Benjamin Franta da archivi e interviste con ex dirigenti di Total ed Elf. Questo studio fornisce una nuova prospettiva sulle multinazionali francesi – una ricerca di questo tipo è stata finora condotta principalmente in ambito anglosassone. Queste ricerche sono preziose per aggiornare sugli sforzi compiuti dall'industria degli idrocarburi per produrre ignoranza sul cambiamento climatico e lottare contro il disciplinamento delle sue attività. Azioni politiche con conseguenze disastrose: l'estrazione annuale di combustibili fossili è aumentata di sette volte negli ultimi settant'anni e venti aziende nel settore dei combustibili fossili sono responsabili di oltre un terzo delle emissioni totali di gas serra nel mondo dal 1965.

Nel 1971 Total sapeva: la sua stessa rivista faceva il collegamento tra il riscaldamento globale e gli idrocarburi.

Da quando Total sapeva dell'esistenza del cambiamento climatico? Dall'inizio degli anni '50, diversi attori dell'industria petrolifera, in particolare i membri dell'American Petroleum Institute (API), avevano ricevuto delle segnalazioni. Hanno commissionato delle ricerche sull'argomento alla fine degli anni sessanta. Questi lavori già concludevano che un crescente uso di combustibili fossili avrebbe contribuito a un riscaldamento climatico con gravi conseguenze per le popolazioni del mondo. Total, membro dell'API attraverso la sua filiale nordamericana, potrebbe aver avuto accesso a questi risultati.

In maniera più certa, la ricerca di MM. Bonneuil, Choquet e Franta mostra che Total era pienamente consapevole del potenziale distruttivo dei suoi prodotti sul clima terrestre nel 1971. Quell'anno, un articolo pubblicato sulla rivista dell'azienda, Total Information, sviluppava previsioni che si sono rivelate, in seguito, premonitrici.

“Dal diciannovesimo secolo, gli esseri umani bruciano combustibili fossili, carbone e idrocarburi in quantità crescenti ogni giorno. Quest’operazione comporta il rilascio di enormi quantità di anidride carbonica, ha affermato il geografo François Durand-Dastès, autore di un articolo intitolato “L'inquinamento atmosferico e il clima”. “Se il consumo di carbone e petrolio manterrà lo stesso ritmo negli anni a venire, la concentrazione di anidride carbonica potrebbe raggiungere le 400 parti per milione [1] intorno al 2010”.



« Total information » - no 47 / 1971

L'autore, temendo un aumento della temperatura media dell'atmosfera, ha definito “piuttosto preoccupante” l'aumento della concentrazione di anidride carbonica. “La circolazione atmosferica potrebbe essere modificata, e non è impossibile, secondo alcuni, prevedere uno scioglimento almeno parziale delle calotte polari, che comporterebbe sicuramente un significativo innalzamento del livello del mare. Le sue conseguenze catastrofiche sono facili da immaginare” ha scritto.

Negli anni seguenti apparvero un numero crescente di studi e la responsabilità delle attività umane nei cambiamenti climatici divenne sempre più comprovata. Era persino nel menu della Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente umano tenutasi a Stoccolma nel 1972. L'anno successivo, il candidato ambientalista alle elezioni presidenziali francesi del 1974, René Dumont, pubblicava il suo bestseller L'utopia o la morte (Le Seuil, 1973), che annunciava “cambiamenti climatici irreversibili”.

“A quel tempo, c'era ancora molta incertezza sul cambiamento climatico. Tuttavia, la consapevolezza che l'atmosfera è fragile, che non è un serbatoio in cui si può gettare qualsiasi cosa, stava diventando sempre più forte”, ha detto a Reporterre lo storico della scienza Christophe Bonneuil, uno degli autori dello studio.

Di fronte agli avvisi, Total ha optato per la "cecità volontaria"

Esposto a questi allarmi persino sulla propria rivista, come ha reagito Total? Gli autori indicano che la major petrolifera, così come la sua filiale Elfo, è entrata in uno stato di "cecità volontaria". L'esame delle riviste di Total ed Elf pubblicate tra il 1965 e il 2010 mostra che non hanno affrontato neppure una volta il cambiamento climatico dal 1972 al 1988, neanche dopo la Conferenza mondiale sul clima di Ginevra del 1979 o il rapporto de l’US National Research Council Report dello stesso anno. Dopo la sua pubblicazione, la rivista Nature aveva descritto il riscaldamento globale come "il problema ambientale più significativo nel mondo di oggi".

La raffineria di Sasolburg, 100 km a sud-ovest di Johannesburg, in Sudafrica, è stata inaugurata da Total nel 1971.

 



 

Durante questo periodo, Total ha investito molto nel carbone in seguito allo shock petrolifero del 1973, in particolare unendo le forze con la società britannica BP per sfruttare le riserve di carbone della miniera di Ermelo in Sud Africa nel 1976, o aumentando la sua capacità di importazione di carbone nel porto francese di Le Havre.

Sulla difensiva, la major ha istillato il dubbio sui dati prodotti dagli scienziati

Dagli anni '80, fingere ignoranza è diventata insostenibile per le compagnie petrolifere. “Gli allarmi sono diventati troppo numerosi e, allo stesso tempo, i politici hanno iniziato a immaginare misure normative, racconta Christophe Bonneuil. Per risposta, l'industria petrolifera si è organizzata per scambiarsi linguaggi e strategie per rallentare o addirittura bloccare qualsiasi decisione politica ambiziosa. »

Nel 1984, la major Exxon, che ha condotto diverse ricerche sul cambiamento climatico, ha assunto la guida del movimento di difesa delle compagnie petrolifere. “Forse perché la questione sembrava loro diventare troppo importante e richiedeva una risposta collettiva da parte della professione, hanno deciso di condividere la loro preoccupazione con le altre compagnie”, ha dichiarato agli autori dello studio Bernard Tramier, direttore della sezione ambientale di Elf dal 1983 al 1999. All'inizio del 1986, egli stesso ha inviato un rapporto al comitato esecutivo di Elf in cui spiegava che il riscaldamento globale era inevitabile e richiedeva al settore una strategia difensiva.

Questo è stato l'inizio di una serie di ripetuti attacchi da parte delle compagnie petrolifere contro le scienze del clima. “Finora, dice Christophe Bonneuil, si pensava che le compagnie campionesse francesi fossero più virtuose e non avessero partecipato a questa fabbrica del dubbio. Il nostro lavoro dimostra il contrario”. Lo studio rivela che insieme con altre major, in particolare all'interno dell'International Petroleum Industry Environmental Conservation Association (IPIECA), Total ed Elf hanno affinato il loro lobbismo contro le politiche di riduzione delle emissioni di gas serra.

“Le major francesi hanno partecipato alla fabbrica del dubbio”.

Nel 1988, durante un incontro presso la sede di Total, fu creato un "gruppo di lavoro sui cambiamenti climatici nel mondo", presieduto da Duane LeVine, incaricato dello sviluppo strategico e scientifico di Exxon e composto di rappresentanti delle principali compagnie petrolifere mondiali. L'anno successivo, il gruppo ha inviato un documento strategico ai membri dell'IPIECA in cui Duane LeVine raccomandava di evidenziare le incertezze legate alla scienza del clima e il costo economico delle misure normative, al fine di sconfiggere le politiche pubbliche suscettibili di "ricomporre... il mix energetico" con meno energie fossili.

Negli anni che seguirono, Exxon mantenne la posizione dominante sulla strategia delle compagnie petrolifere, tra cui Total ed Elf. “Ci andava bene perché non avevamo le conoscenze né i mezzi per pesare nella comunità scientifica, nel procedimento dell’IPCC [l'IPCC designa, in inglese, il Gruppo intergovernativo di esperti sull’evoluzione del clima (GIEC)] e delle Nazioni Unite, ha dichiarato Bernard Tramier agli autori. Eravamo seguaci di Exxon […]. Quello che non volevamo era che fossero prese decisioni drastiche prima che ci fosse certezza sulla realtà e la portata del riscaldamento antropogenico. »

Il signor Tramier, presidente di Ipieca tra il 1991 e il 1994, ad esempio ha approvato il finanziamento delle ricerche scientifiche per trovare i punti deboli dei modelli climatici e poter presentare il riscaldamento climatico come meno allarmante [2]. All'inizio degli anni '90, Elf ha cominciato anche a collocare giovani ingegneri appena laureati nei migliori laboratori di climatologia per monitorare gli ultimi sviluppi della climatologia.

Nella loro comunicazione e lobbying, Total ed Elf hanno diffuso il dubbio circa la realtà del cambiamento climatico, in parte per sconfiggere – con successo – la tassazione dell'energia o del carbonio nei primi anni 1990. “Non esiste alcuna certezza sull'impatto delle attività umane, inclusa la combustione di energie fossili”, dichiarava nel 1992 Jean-Philippe Caruette, direttore ambientale di Total, sulla rivista della società. Poche settimane dopo, al vertice di Rio, Total ha distribuito un dossier in cui si afferma che "i notevoli progressi compiuti in climatologia dall'inizio del secolo non hanno permesso di dissipare le incertezze sull'effetto serra". Nel marzo 1993, Francis Girault, direttore della prospettiva, dell'economia e della strategia presso Elf e stretto consigliere dell'amministratore delegato della società, ha scritto una nota per il comitato di direzione della società in cui sosteneva esplicitamente una strategia di dubbio offensivo e proponeva di identificare degli "scienziati di fama capaci d’intervenire positivamente nel dibattito”.

Una nuova strategia: ridurre al minimo l'emergenza climatica e praticare il greenwashing

Gli autori rivelano che, a poco a poco, i dirigenti delle compagnie hanno cominciato a sentirsi a disagio, la posizione di contestazione del consenso scientifico diventando controproducente di fronte ai progressi delle conoscenze e all'impegno della società civile. Dalla fine degli anni '90, Elf e Total si sono progressivamente allontanate da questa strategia, pur continuando a investire massicciamente in petrolio e gas [3]. "In Elf, ad esempio, è stato intorno al 1996 che questa linea meno aggressivamente climatonegazionista ha avuto la meglio internamente", afferma Christophe Bonneuil. “Elf non era qualcosa di omogeneo, a un certo punto c'è stata una specie di battaglia. E poco prima della COP3 di Kyoto nel 1997, il direttore generale Philippe Jaffré ha [anche] optato per quest'altra strategia”.

Nel 2030, nonostante una comunicazione concentrata sull'energia verde, l'85% dell'energia prodotta da Total sarà costituita da combustibili fossili, secondo la comunicazione ufficiale del gruppo. Screenshot del sito web di Total.

Invece di contestare sistematicamente la realtà del riscaldamento climatico, la nuova strategia è consistita nel sottostimare l'urgenza e mostrare una buona volontà ecologica. In programma: misure interne per vedere dove ridurre "con poche spese" le emissioni di gas serra, la promozione di impegni volontaristici, un sistema di scambio dei diritti di emissioni, oppure la sponsorizzazione da parte di Elf di studi sulle foreste tropicali condotti dal botanico francese Francis Hallé nel 1989, dei partenariati con parchi nazionali e regionali francesi o ancora il mecenatismo di Total per la ricerca sulla preservazione della biodiversità marina.

Nel settembre 2006, questa progressiva evoluzione di Total – che nel frattempo aveva acquisito Elf e la compagnia belga Petrofina – è culminata nell'organizzazione di un convegno sul cambiamento climatico. Di fronte a 280 personalità scientifiche, la compagnia petrolifera ha giurato fedeltà ai rapporti del Giec. "Il Giec adempie perfettamente alla sua missione federatrice e la serietà dei suoi rapporti non è messa in discussione", ha dichiarato Thierry Desmarest, direttore generale di Total, nel suo discorso inaugurale.

“Questo quadro ha permesso a Total di presentarsi come un gruppo ricettivo nei confronti della comunità scientifica e di nascondere i propri investimenti nella produzione di combustibili fossili dietro una narrazione positiva sulla transizione energetica, di porsi come legittimo nel definire i propri scenari di riduzione delle emissioni”, dice l'autore Christophe Bonneuil. “Ciò consente a Total di prendere tempo, di continuare a investire massicciamente nelle energie fossili”.

Da allora, Total ha continuato a intensificare i suoi sforzi per darsi un'immagine di leader nell'azione per il clima [4]. L'acme di questo inverdimento: nel 2021, Total si è ribattezzata Total Energies e ha aumentato i suoi investimenti in fonti energetiche non fossili. “Che cosa ci dice che questo nuovo nome è più di un gadget?” si chiede Christophe Bonneuil.

Leggere anche: “In Uganda e Tanzania, i progetti Total provocano carestie e abbandono scolastico”.

Dietro questa facciata, il periodo 2015-2019 è stato segnato dalla spesa di settantasette miliardi di dollari (66 miliardi di euro) in cinque anni dedicati all'esplorazione e alla produzione di petrolio e gas. E come ha mostrato Reporterre in una recente indagine, la società prevede di rimanere bloccata sui combustibili fossili e aumentare la propria produzione del 15% entro il 2030. Il colosso vuole produrre più gas e non conta di rinunciare al petrolio. Per raggiungere quest’obiettivo, Total è coinvolta, in tutto il mondo, in una miriade di progetti tanto massicci quanto distruttivi per l'ambiente. Esempio? In Uganda, l'azienda sviluppa un progetto petrolifero titanico che include l'oleodotto riscaldato più lungo del mondo: attraverserà il paese per oltre 1.445 chilometri e porterà a massicci spostamenti di popolazione.

Raggiunto telefonicamente, un rappresentante di Total ha parlato di "una lotta agitata" all’interno. Reporterre ha poi ricevuto una lunga mail – da leggere integralmente nella versione francese – in cui l'azienda indica che è “falso sostenere che il rischio climatico sarebbe stato taciuto da Total negli anni '70 e in seguito, giacché Total ha seguito l'evoluzione delle conoscenze scientifiche pubblicamente disponibili”. “Dal 2015, la nostra azienda è impegnata in una profonda trasformazione delle proprie attività con l'ambizione di essere un attore importante della transizione energetica”, ha aggiunto la major petrolifera.

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Note

[1] La concentrazione atmosferica di CO2 è misurata in parti per milione (ppm). Nel maggio 2021 ha raggiunto un record superando i 420 ppm, un tasso che non veniva misurato da cinque milioni di anni.

[2] Esempio: ricerca su aerosol e nubi presso l'Hadley Centre nel Regno Unito e studi sull'assorbimento di carbonio da parte degli oceani presso la Columbia University negli Stati Uniti

[3] Più di 30 miliardi di dollari dal 2000 al 2005.

[4] Creando una cattedra annuale di “sviluppo sostenibile” nel 2008, annunciando la vendita di Total Coal South Africa, la sua ultima filiale nel settore del carbone, pochi mesi prima della COP21, o contribuendo alla creazione della piattaforma Oil and Gas Climate Initiative (OGCI), organizzazione con un fondo di un miliardo di dollari, cofinanziata da una decina di compagnie petrolifere per promuovere impegni volontari legati al clima nel periodo 2017-2027. Nel 2016, tre mesi dopo la firma dell'Accordo di Parigi, Patrick Pouyanné, il direttore generale, ha presentato “One Total 2035”, una roadmap per ridurre l'intensità di carbonio dei suoi prodotti.

 

REPORTERRE

Changement climatique : Total savait

Una petroliera di proprietà di Total al largo delle coste dell'Angola nel 2018. © Rodger Bosch / AFP

Par Alexandre-Reza Kokabi

Depuis un demi-siècle, Total sait que ses activités contribuent au réchauffement climatique. Réaction de la majeure pétrolière ? Détourner les yeux, instiller le doute sur la véracité des données scientifiques puis retarder toute politique de lutte ambitieuse, comme le montrent trois chercheurs dans une étude.

Un demi-siècle. Cela fait cinquante ans, au moins, que Total est au courant de l’existence du changement climatique, de ses causes et de ses conséquences. Mais la majeure pétrolière a longtemps nié ces alertes et semé le doute sur l’état des connaissances scientifiques afin d’extraire toujours plus de combustibles fossiles. Voilà les conclusions d’une étude menée par des chercheurs en sciences humaines sur le positionnement adopté par Total — et par Elf, absorbée par Total en 1999 — à l’égard de sa contribution au changement climatique ces cinq dernières décennies.

Publiée mercredi 20 octobre dans la revue Global Environmental Change, l’étude a été réalisée par les chercheurs français Christophe Bonneuil, Pierre-Louis Choquet et l’Étasunien Benjamin Franta à partir d’archives et d’entretiens avec d’anciens dirigeants de Total et d’Elf. Elle apporte un regard nouveau sur les multinationales françaises — ce type de recherches a jusqu’alors surtout été mené dans le champ anglo-saxon. Celles-ci sont précieuses pour mettre au jour les efforts déployés par l’industrie des hydrocarbures pour produire de l’ignorance autour du changement climatique et lutter contre la régulation de ses activités. Des politiques aux conséquences désastreuses : l’extraction annuelle des combustibles fossiles a septuplé au cours des soixante-dix dernières années, et vingt entreprises du secteur des énergies fossiles sont responsables de plus d’un tiers des émissions totales de gaz à effet de serre dans le monde depuis 1965.

En 1971, Total savait : son propre magazine faisait le lien entre réchauffement du climat et hydrocarbures

Depuis quand Total connait-il l’existence du changement climatique ? Dès le début des années 1950, plusieurs acteurs de l’industrie pétrolière, notamment les membres de l’organisme American Petroleum Institute (API), avaient reçu des alertes. Ils ont commandité des recherches sur le sujet vers la fin des années 1960. Ces travaux concluaient déjà qu’une utilisation accrue des combustibles fossiles contribuerait à un réchauffement climatique lourd de conséquences pour les populations du monde. Total, membre de l’API par sa filiale nord-américaine, pourrait avoir eu accès à ces résultats.

De façon plus certaine, la recherche de MM. Bonneuil, Choquet et Franta montre que Total avait pleinement conscience du potentiel destructeur de ses produits sur le climat terrestre en 1971. Cette année-là, un article publié dans le magazine de l’entreprise, Total Information, développait des prévisions qui se sont révélées, par la suite, prémonitoires.

« Depuis le XIXᵉ siècle, l’Homme brûle en quantité chaque jour croissante des combustibles fossiles, charbons et hydrocarbures. Cette opération aboutit à la libération de quantités énormes de gaz carbonique, avançait le géographe François Durand-Dastès, auteur de cet article intitulé « La pollution atmosphérique et le climat ». Si la consommation de charbon et de pétrole garde le même rythme dans les années à venir, la concentration de gaz carbonique pourrait atteindre 400 parties par million [1] vers 2010. »

« Total information » - no 47 / 1971

L’auteur, craignant une augmentation de la température moyenne de l’atmosphère, qualifiait d’« assez préoccupante » la hausse de la concentration de gaz carbonique. « La circulation atmosphérique pourrait s’en trouver modifiée, et il n’est pas impossible, selon certains, d’envisager une fonte au moins partielle des calottes glaciaires des pôles, dont résulterait à coup sûr une montée sensible du niveau marin. Ses conséquences catastrophiques sont faciles à imaginer… » écrivait-il.

Dans les années qui suivirent, un nombre croissant d’études parurent et la responsabilité des activités humaines dans le changement climatique devenait de plus en plus étayée. Elle était même au menu de la Conférence des Nations unies sur l’environnement humain tenue à Stockholm en 1972. L’année suivante, le candidat écologiste à l’élection présidentielle française de 1974, René Dumont, publiait son best-seller L’Utopie ou la mort (Le Seuil, 1973), qui annonçait des « changements irréversibles du climat ».

« À ce moment-là, il y avait encore pas mal d’incertitudes autour du changement climatique. Mais la prise de conscience que l’atmosphère est fragile, que ce n’est pas un réservoir où on peut balancer n’importe quoi, devenait de plus en plus forte », dit à Reporterre l’historien des sciences Christophe Bonneuil, l’un des auteurs de l’étude.

Face aux alertes, Total a opté pour la « cécité volontaire »

Exposé à ces alertes jusque dans son propre magazine, comment a réagi Total ? Les auteurs indiquent que la majeure pétrolière, ainsi que sa comparse Elf, sont entrées dans un état de « cécité volontaire ». L’examen des magazines de Total et d’Elf parus entre 1965 et 2010 montre qu’ils n’ont pas abordé une seule fois le changement climatique de 1972 à 1988, même après la Conférence mondiale sur le climat de Genève de 1979 ou le rapport de l’US National Research Council Report de la même année. À la suite de sa parution, la revue Nature avait décrit le réchauffement de la planète comme « le problème environnemental le plus important dans le monde aujourd’hui ».

La raffineria di Sasolburg, 100 km a sud-ovest di Johannesburg, in Sudafrica, è stata inaugurata da Total nel 1971.


Pendant ce temps, Total a investi fortement dans le charbon à la suite du choc pétrolier de 1973, s’alliant notamment à la compagnie britannique BP pour exploiter les réserves de charbon de la mine Ermelo, en Afrique du Sud, en 1976, ou en augmentant sa capacité d’importation de charbon dans le port français du Havre.

Sur la défensive, la majeure a instillé le doute sur les données produites par les scientifiques

À partir des années 1980, feindre l’ignorance est devenu intenable pour les pétroliers. « Les alertes sont devenues trop nombreuses et, en parallèle, les politiques ont commencé à imaginer des mesures de régulation, relate Christophe Bonneuil. En réponse, l’industrie pétrolière s’est organisée pour échanger des éléments de langage et des stratégies pour ralentir voire bloquer toute décision politique ambitieuse. »

En 1984, la majeure Exxon, qui a mené plusieurs recherches sur le changement climatique, a pris la tête du mouvement de défense des intérêts des pétroliers. « Peut-être parce que l’enjeu leur paraissait devenir trop important et appelait une réponse collective de la profession, ils ont fait le pas de partager leur préoccupation avec les autres compagnies », a déclaré aux auteurs de l’étude Bernard Tramier, directeur de l’environnement chez Elf de 1983 à 1999. Lui-même a envoyé, début 1986, un rapport au comité exécutif d’Elf dans lequel il expliquait que le réchauffement climatique était inévitable et exigeait une stratégie défensive de la part du secteur.

Ce fut le début d’une série d’attaques répétées des pétroliers contre les sciences du climat. « Jusqu’à présent, dit Christophe Bonneuil, on pensait que les championnes françaises étaient plus vertueuses et n’avaient pas participé à cette fabrique du doute. Notre travail démontre le contraire. » L’étude révèle qu’aux côtés des autres majeures, notamment au sein de l’International Petroleum Industry Environmental Conservation Association (IPIECA), Total et Elf ont peaufiné leur lobbysme contre les politiques de réduction des émissions de gaz à effet de serre.

« Les majeures françaises ont participé à la fabrique du doute. »

En 1988, lors d’une réunion au siège social de Total, un « groupe de travail sur les dérèglements climatiques dans le monde » a vu le jour, présidé par Duane LeVine, chargé du développement stratégique et scientifique d’Exxon et composé de représentants des principales entreprises pétrolières mondiales. L’année suivante, le groupe envoyait un document stratégique aux membres de l’IPIECA dans lequel Duane LeVine recommandait de mettre en avant les incertitudes associées aux sciences du climat et le coût économique des mesures de régulation, pour mettre en échec les politiques publiques susceptibles de « recomposer… le bouquet énergétique » avec moins d’énergies fossiles.

Les années qui suivirent, Exxon conserva la position dominante sur la stratégie des majeures pétrolières, dont Total et Elf. « Ça nous arrangeait car on n’avait pas les connaissances ni les moyens pour peser dans le milieu scientifique, dans le processus IPCC [IPCC désigne, en anglais, le Groupe d’experts intergouvernemental sur l’évolution du climat (Giec)] et onusien, a déclaré Bernard Tramier aux auteurs. On était suivistes d’Exxon […]. Ce qu’on ne voulait pas, c’était que des décisions drastiques soient prises avant une certitude sur la réalité et l’ampleur d’un réchauffement d’origine anthropique. »

M. Tramier, président de l’Ipieca entre 1991 et 1994, a par exemple approuvé le financement de recherches scientifiques visant à trouver les faiblesses des modèles climatiques et à pouvoir présenter le réchauffement climatique comme moins alarmant [2]. Au début des années 1990, Elf a également commencé à placer de jeunes ingénieurs tout juste diplômés dans les meilleurs laboratoires des sciences du climat afin d’assurer une veille des derniers développements de la climatologie.

Dans leur propre communication et leur lobbysme, Total et Elf ont semé le doute autour de la réalité du changement climatique, en partie pour faire échouer — avec succès — la taxation de l’énergie ou du carbone au début des années 1990. « Il n’existe aucune certitude sur l’impact des activités humaines, parmi lesquelles la combustion d’énergies fossiles », déclarait ainsi en 1992, Jean-Philippe Caruette, le directeur de l’environnement de Total, dans le magazine de l’entreprise. Quelques semaines plus tard, au sommet de Rio, Total distribua un dossier affirmant que « les progrès considérables réalisés en climatologie depuis le début du siècle n’ont pas permis de dissiper les incertitudes concernant l’effet de serre ». En mars 1993, Francis Girault, directeur de la prospective, de l’économie et de la stratégie chez Elf et proche conseiller du PDG de la société, a rédigé une note pour le comité de direction de l’entreprise dans lequel il soutenait explicitement une stratégie de doute offensive et proposait d’identifier des « scientifiques de renom pouvant intervenir positivement dans le débat ».

Une nouvelle stratégie : minimiser l’urgence climatique et pratiquer l’éco blanchiment

Les auteurs révèlent que, peu à peu, des cadres des compagnies ont commencé à se sentir mal à l’aise, la position de contestation du consensus scientifique devenant contre-productive face aux avancées des savoirs et à l’engagement de la société civile. À partir de la fin des années 1990, Elf et Total se sont peu à peu distanciés de cette stratégie, tout en continuant d’investir massivement dans le pétrole et le gaz [3]. « Chez Elf, par exemple, c’est vers 1996 que cette ligne moins agressivement climato négationniste l’emporta en interne, dit Christophe Bonneuil. Elf n’était pas quelque chose d’homogène, il y a eu à un moment une forme de bataille. Et juste avant la COP3 de Kyoto en 1997, le PDG Philippe Jaffré a [aussi] opté pour cette autre stratégie. »

En 2030, malgré une communication axée sur l’énergie verte, 85 % de l’énergie produite par Total sera fossile, selon la communication officielle du groupe. Capture d’écran du site de Total.

Au lieu de contester systématiquement la réalité du réchauffement climatique, la nouvelle stratégie consistait à sous-estimer l’urgence et à afficher de la bonne volonté écolo. Au programme : des mesures internes pour voir où réduire « à peu de frais » les émissions de gaz à effet de serre, la promotion des engagements volontaires, d’un système d’échange des droits d’émissions, ou encore la sponsorisation par Elf d’études des forêts tropicales menées par le botaniste français Francis Hallé en 1989, des partenariats avec les parcs français nationaux et régionaux, ou encore le mécénat de Total de recherches sur la préservation de la biodiversité marine.

En septembre 2006, cette évolution progressive de Total — qui avait entre-temps acquis Elf et la compagnie belge Petrofina — aboutit à l’organisation d’une conférence sur le changement climatique. Devant 280 personnalités scientifiques, la compagnie pétrolière fit allégeance aux rapports du Giec. « Le Giec remplit parfaitement sa mission fédératrice et le sérieux de ses rapports n’est pas contesté », déclara Thierry Desmarest, le PDG de Total, dans son discours inaugural.

 « Ce cadre a permis à Total de se présenter comme un groupe réceptif à l’égard de la communauté scientifique et de masquer ses investissements dans la production de combustibles fossiles derrière un récit positif sur la transition énergétique, de se positionner comme légitime à définir ses propres scénarios de réduction des émissions », dit l’auteur Christophe Bonneuil. « Cela permet à Total de gagner du temps, de continuer à investir massivement dans les énergies fossiles. »

Depuis lors, Total n’a cessé d’intensifier ses efforts pour se forger une image de meneur de l’action climatique [4]. L’acmé de ce verdissement : en 2021, Total s’est rebaptisé Total Energies et a augmenté ses investissements dans des sources énergétiques non fossiles. « Qu’est-ce qui nous dit que ce nouveau nom est plus qu’un gadget ? », s’interroge Christophe Bonneuil.

Lire aussi : « En Ouganda et en Tanzanie, les projets de Total engendrent famines et déscolarisations »

Derrière cette façade, la période 2015-2019 a été marquée par la dépense de 77 milliards de dollars (66 milliards d’euros) en cinq ans dédiés à l’exploration et la production de pétrole et de gaz. Et comme l’a montré Reporterre dans une récente enquête, l’entreprise prévoit de s’enferrer dans les énergies fossiles et d’en augmenter sa production de 15 % d’ici à 2030. Le géant veut produire plus de gaz et ne compte pas abandonner le pétrole. Et pour y parvenir, il s’implique, partout dans le monde, dans une kyrielle de projets aussi massifs que destructeurs de l’environnement. Exemple ? En Ouganda, la firme développe un projet pétrolier titanesque incluant l’oléoduc chauffé le plus long du monde : celui-ci traversera le pays sur 1 445 kilomètres et entraîne des déplacements massifs de population.

Joint par téléphone, un représentant de Total a évoqué un « branle-bas de combat » en interne. Reporterre a ensuite reçu un long courriel — à lire en intégralité ici —, dans lequel la firme indique qu’il est « faux de soutenir que le risque climatique aurait été tu par Total dans les années 1970 et ensuite, dès lors que Total suivait l’évolution des connaissances scientifiques disponibles publiquement ». « Depuis 2015, notre compagnie est engagée dans une profonde transformation de ses activités avec l’ambition d’être un acteur majeur de la transition énergétique », a ajouté la majeure pétrolière.

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Notes

[1] La concentration atmosphérique en CO2 se mesure en parties par millions (ppm). En mai 2021, celle-ci a atteint un record en dépassant les 420 ppm, un taux qui n’avait pas été mesuré depuis cinq millions d’années.

[2] Exemple : des recherches sur les aérosols et les nuages au Centre Hadley au Royaume-Uni et les études sur l’absorption du carbone par les océans à l’université Columbia aux États-Unis

[3] Plus de 30 milliards de dollars de 2000 à 2005

[4] En créant une chaire annuelle « développement durable » en 2008, en annonçant la vente de Total Coal South Africa, sa dernière filiale dans le secteur charbon, à quelques mois de la COP21, ou encore en contribuant à la création de la plateforme Oil and Gas Climate Initiative (OGCI), une organisation dotée d’un fonds d’un milliard de dollars, cofinancée par une dizaine de compagnies pétrolières pour promouvoir des engagements volontaires liés au climat pendant la période de 2017-2027. En 2016, trois mois après la signature de l’Accord de Paris, Patrick Pouyanné, le PDG, présentait « One Total 2035 », une feuille de route en vue de diminuer l’intensité carbone de ses produits.