venerdì 17 luglio 2026

ANDRÉS NIN NELLA RIVOLUZIONE SPAGNOLA di Miquel Amoros

 



 

Andrés Nin fu il più importante intellettuale leninista del periodo repubblicano e guidò il Partito Operaio di Unificazione Marxista (POUM) quando fu assassinato dai servizi segreti sovietici su ordine del "leader supremo". La sua scandalosa scomparsa ebbe conseguenze di vasta portata ben oltre i confini spagnoli, soprattutto all'interno della sinistra europea, che iniziò a considerare seriamente i metodi criminali dello stalinismo. La causa repubblicana ne risentì. Si potrebbe dire che l'assassinio di Nin fu per la Repubblica ciò che l'assassinio di García Lorca fu per il fronte franchista. Sul fronte repubblicano, la sua morte segnò una svolta nell'influenza del Partito Comunista; con l'eliminazione del nemico comune – il proletariato anarchico – i suoi ex alleati – repubblicani, socialisti di destra e nazionalisti baschi e catalani – iniziarono a prendere le distanze e a ostacolarne l'avanzata. Se l'influenza comunista fosse aumentata, la sorte di Nin avrebbe potuto essere quella di chiunque fosse finito nel mirino dei burattini di Stalin. Di fatto, quanto accaduto a Nin divenne lo sfondo implicito di ogni movimento politico durante il resto della guerra.

 

Il momento decisivo nella vita e nella carriera politica di Andrés Nin fu l'incontro con la Rivoluzione Russa, che lo affascinò profondamente. Si era recato in Russia come delegato della CNT (Confederazione Nazionale del Lavoro) quando fu subitamente sedotto dai bolscevichi, nonostante la persecuzione di qualsiasi organizzazione al di fuori del partito di Lenin e nonostante il terrore e la carestia che attanagliavano il paese. Nemmeno la sanguinosa repressione dei marinai di Kronstadt e del movimento machnovista riuscì a smuoverlo. Rimase in Russia come alto funzionario del Comintern e dell'Internazionale Rossa dei Sindacati, ma il suo coinvolgimento nelle lotte interne al partito al fianco di Trotsky lo portò alla caduta in disgrazia, culminando nella sua espulsione dal Partito Comunista e dall'URSS. Ritornò in Spagna mentre la dittatura di Primo de Rivera volgeva al termine, determinato a organizzare, con alcuni colleghi, l'autentico partito marxista della classe operaia, creando un'Opposizione di Sinistra, ovvero all'interno dell'ortodossia trotskista. Alla fine, riuscì a fondare un piccolo partito, la Sinistra Comunista di Spagna, senza la minima influenza sugli eventi contemporanei, ma con una forte attività teorica, fedele al "metodo marxista di analisi delle situazioni oggettive".

 

Nin affermava categoricamente che in Spagna non c'era mai stata una rivoluzione borghese. La proclamazione della Repubblica non lo era. Le contraddizioni della borghesia – e lo dicevano anche gli anarchici – non trovavano soluzione all'interno del sistema capitalistico. Pertanto, la missione dei veri comunisti, una volta dissipate le illusioni democratiche, sarebbe consistita nello spingere i lavoratori a realizzare la rivoluzione che la borghesia era incapace di compiere. Nessun altro partito o federazione sindacale avrebbe potuto portare a termine con successo questo compito. Il Partito Comunista Ufficiale era una pedina di Mosca, priva di una propria visione politica. La CNT era un raggruppamento di riformisti e avventurieri. Senza "un potente partito comunista, cervello e guida della rivoluzione", senza soviet o giunte rivoluzionarie al posto dei sindacati, la vittoria delle masse sfruttate non sarebbe stata possibile. Era necessaria l'unità d'azione, che poteva essere raggiunta attraverso comitati di fabbrica eletti dai lavoratori, sindacalizzati o meno. Il comitato sarebbe stato l'embrione del soviet. Anche dopo due insurrezioni anarchiche, egli continuava a considerare il problema della lotta per il socialismo, oltre al partito al potere, come l'organizzazione delle masse, ovvero il soviet. Certamente, Nin applicò rigorosamente il modello bolscevico. Da buon trotskista, riteneva suo dovere difendere l'Unione Sovietica in quanto stato socialista dei lavoratori, seppur corrotto dalla burocrazia, e non per quello che era realmente: la piena espressione di un capitalismo di stato burocratico.

Nonostante i vincoli ideologici, l'istinto rivoluzionario di Nin gli permise di cogliere la realtà con una certa precisione. Intuì, prima di chiunque altro, l'evoluzione della maggior parte della borghesia verso il fascismo. Questo lo spinse a invocare un fronte unito di tutte le organizzazioni proletarie e ad aderire alle Alleanze dei Lavoratori che si formarono nel 1934. Il fallimento della Rivoluzione d'Ottobre, di cui fu testimone diretto, gli offrì molti spunti di riflessione. Con incrollabile fede, credeva che senza un partito rivoluzionario non fosse possibile alcuna rivoluzione, quindi il compito più urgente era quello di crearne uno e non di praticare l'"infiltrazione" all'interno del partito socialista, come raccomandato da Trotsky. L'opzione più realistica, quindi, era quella di fondere il piccolo ICE (Partito Comunista Indipendente di Catalogna) con il Blocco dei Lavoratori e dei Contadini di Joaquín Maurín, un partito di comunisti dissidenti ed ex membri dell'Estat Català di Francesc Macià. Il nuovo partito, che contava poche migliaia di membri, fu pomposamente battezzato POUM (Partito Operaio di Unificazione Marxista). La seconda fase della rivoluzione borghese, quella volta a fermare il fascismo, condusse il partito verso il Fronte Popolare, sigillando così definitivamente la rottura con Trotsky. Secondo Nin, la vittoria elettorale dei candidati del Fronte Popolare non arrestò il processo rivoluzionario perché la borghesia non sarebbe stata in grado di consolidare il proprio dominio di classe. Prima o poi, il proletariato avrebbe preso in considerazione la presa del potere, poiché le condizioni per un tale sviluppo si sarebbero presto create. Da quel momento in poi, la lotta non sarebbe stata tra democrazia e fascismo, ma tra fascismo e socialismo, ovvero tra borghesia e proletariato.

 

La controinsurrezione operaia del 19 luglio radicalizzò l'analisi di Nin. Mentre marciavano lungo le Ramblas di Barcellona, ​​armi in pugno, spalla a spalla con gli operai anarco-sindacalisti, le rigide strutture bolsceviche cominciarono a sgretolarsi. Il fatto che Maurín si trovasse nascosto nella zona occupata dai ribelli lo costrinse ad assumere la carica di segretario del POUM, da dove avrebbe riformulato la strategia del partito in chiave di sinistra. Al raduno di settembre al Grand Price, affermò che una rivoluzione democratica non era più necessaria, poiché il proletariato l'aveva già realizzata in un colpo solo, compresa la questione catalana, e quindi la piccola borghesia non era indispensabile. Contro il disperato tentativo della borghesia di salvare il proprio dominio ricorrendo al fascismo, non c'era altra alternativa che la rivoluzione sociale. Di conseguenza, guerra e rivoluzione erano inseparabili. Il proletariato, che non combatteva per difendere la repubblica borghese come sosteneva il PCE, doveva combattere per una repubblica socialista. Non c'era da stupirsi che, in quelle circostanze, Nin credesse che le organizzazioni proletarie con la più chiara consapevolezza della realtà attuale e il maggiore spirito rivoluzionario fossero la CNT e la FAI. Era urgentemente necessario un accordo con i "compagni" anarchici. I disaccordi, un tempo insanabili, avevano ora una soluzione. Alcuni punti essenziali furono rivisti. Per esempio: la temuta dittatura del proletariato non era altro che la democrazia operaia praticata dai sindacati, organismi adeguati che rendevano superflui i soviet.

 

Miquel Amoros


ANDRÉS NIN EN LA REVOLUCIÓN ESPAÑOLA



     Andrés Nin fue el intelectual leninista más importante del periodo republicano y encabezaba el Partido Obrero de Unificación Marxista cuando los servicios secretos soviéticos lo asesinaron cumpliendo órdenes del “líder supremo”. Su escandalosa desaparición tuvo gran trascendencia allende las fronteras españolas, sobre todo en el ámbito de la izquierda europea, que comenzó a tomar seriamente en cuenta los métodos criminales del estalinismo. La causa de la República resultó perjudicada. Podríamos decir que el homicidio de Nin fue para la República la losa que fue el asesinato de García Lorca para el bando franquista. En el lado republicano su muerte significó un punto de inflexión en la influencia del Partido Comunista; puesto en fuera de juego el enemigo común -el proletariado anarquista- sus aliados de la víspera -republicanos, socialistas de la derecha y nacionalistas vascos y catalanes- comenzaron a tomar distancias y poner trabas a su progresión. Si el ascendiente comunista aumentaba, la suerte de Nin podía ser la de cualquiera que señalaran las marionetas de Stalin. De hecho, lo que pasó a Nin se convirtió en el trasfondo no declarado de todo movimiento político durante lo que quedó de guerra.

     El momento decisivo en la vida y la trayectoria política de Andrés Nin fue su encuentro con la Revolución Rusa, que lo dejó subyugado. Había ido a Rusia como delegado de la CNT cuando fue seducido de pronto por los bolcheviques a pesar de la persecución de cualquier organización ajena al partido de Lenin y a pesar del terror y el hambre que se enseñoreaban del país. La sangrienta represión de los marinos de Kronstadt y del movimiento makhnovista tampoco le conmovieron. Permaneció en Rusia como alto funcionario de la Komintern y de la Internacional Sindical Roja, pero al implicarse en las luchas internas de partido al lado de Trotsky cayó en desgracia, acabando excluido del partido comunista y expulsado de la URSS. Volvió a España cuando terminaba la dictadura de Primo de Rivera, dispuesto a organizar con unos pocos colegas el auténtico partido marxista de la clase obrera mediante la creación de una Oposición de Izquierda, o sea, dentro de la ortodoxia trotsquista. Al final, logró fundar un partido minúsculo, la Izquierda Comunista de España, sin el menor peso en los acontecimientos coetáneos, pero con una fuerte actividad teórica, fiel al “método marxista de análisis de las situaciones objetivas”.

     Nin afirmaba rotundamente que en España nunca había habido una revolución burguesa. La proclamación de la República no lo fue. Las contradicciones de la burguesía -y eso también lo decían los anarquistas- no tenían solución en el marco del capitalismo, por lo que la misión de los verdaderos comunistas, una vez disipadas las ilusiones democráticas, consistiría en empujar a los trabajadores a realizar la revolución que la burguesía era incapaz de hacer. Ningún otro partido ni ninguna central obrera  podría llevar a buen puerto la tarea. El Partido Comunista oficial era un peón de Moscú sin visión política propia. La CNT era una pandilla de reformistas y aventureros. Sin “un partido comunista potente, cerebro y guía de la revolución”, sin soviets ni juntas revolucionarias en vez de sindicatos la victoria de las masas explotadas no sería posible. Hacía falta una unidad de acción que podría efectuarse a través de comités de fábrica elegidos por los trabajadores, sindicados o no. El comité sería el embrión del soviet. Todavía, después de dos insurrecciones anarquistas, consideraba que el problema de la lucha por el socialismo era, aparte del partido dirigente, la organización de masas, es decir, el soviet. Ciertamente, Nin aplicaba rigurosamente el modelo bolchevique. Como buen trotsquista consideraba un deber defender a la Unión Soviética en tanto que estado obrero socialista, aunque degenerado por la burocracia, y no lo que era en realidad, la plena expresión de un capitalismo burocrático de estado.

     A pesar del corsé ideológico, el instinto revolucionario de Nin le ayudaba a captar la realidad con algo de acierto. Intuyó antes que nadie la evolución de la mayor parte de la burguesía hacia el fascismo. Lo que le llevó a pedir un frente único de todas las organizaciones proletarias y a entrar en las Alianzas Obreras que se constituyeron en 1934. El fracaso de la revuelta de Octubre vivido de cerca le dio materia para reflexionar. Con fe de carbonero, pensaba que sin un partido revolucionario ninguna revolución era posible, así que lo más urgente era crear uno y no hacer “entrismo” en el partido socialista como recomendaba Trotsky. Entonces, la opción más realista llevaba a la fusión de la pequeña ICE con el Bloque Obrero y Campesino de Joaquín Maurín, un partido de comunistas disidentes y exmiembros del Estat Català de Francesc Macià. El nuevo partido, que contaba con unos pocos miles de afiliados, fue bautizado pomposamente como POUM. La segunda parte de la revolución burguesa, la que debía detener al fascismo condujo el partido hacia el Frente Popular, con lo que la ruptura con Trotsky fue definitivamente rematada. El triunfo en las urnas de las candidaturas frentepopulistas según Nin, no detenía el proceso revolucionario porque la burguesía no conseguiría consolidar su dominio de clase. Más pronto que tarde el proletariado se plantearía la conquista del poder, puesto que las condiciones para ello no tardarían en madurar. En adelante, la lucha no ocurriría entre la democracia y el fascismo, sino entre el el fascismo y el socialismo, es decir, entre la burguesía y el proletariado.

     El contra-levantamiento obrero del 19 de Julio radicalizó los análisis de Nin. Al marchar por las Ramblas de Barcelona armas en mano, codo a codo con los obreros anarcosindicalistas, los rígidos esquemas bolchevistas se tambalearon. El hecho de que Maurín quedara oculto dentro de la zona en poder de los sediciosos lo obligó a ocupar la secretaría del POUM, desde donde reformularía por la izquierda la estrategia del partido.  En el mitin de septiembre en el Gran Price afirmó que ya no era necesaria la revolución democrática puesto que el proletariado la había hecho de golpe, cuestión catalana incluida, por lo que la pequeña burguesía no era indispensable. Contra la tentativa desesperada de la burguesía para salvar su dominio recurriendo al fascismo, no cabía otra que la revolución social. En consecuencia, la guerra y la revolución eran inseparables. El proletariado, que no combatía para defender la república burguesa como decía el PCE, debería luchar por una república socialista. No era de extrañar que en aquellas circunstancias Nin creyera que las organizaciones proletarias con la conciencia más clara de la realidad del momento y con el mayor espíritu revolucionario fueran la CNT y la FAI. Urgía un acuerdo con los “compañeros” anarquistas.  Las discrepancias, antaño irreductibles, ahora tenían solución. Algunos puntos esenciales fueron revisados. Por ejemplo estos: la temida dictadura del proletariado no era más que la democracia obrera tal como la practicaban los sindicatos, organismos adecuados que volvían innecesarios a los soviets.

     Por desgracia, la fuerza insuficiente del POUM para practicar el giro radical ninista obligaba al partido a hacer concesiones si no quería aislarse. Así, pretextando que la revolución socialista también podía impulsarse desde la Generalitat, solicitó la entrada en el Govern, para los poumistas un “gobierno de transición revolucionaria”. Sin embargo, el ascenso del partido estalinista gracias al chantaje de la ayuda militar rusa desencadenó una agresiva campaña difamatoria contra el POUM, tachando a sus miembros de trotsquistas, provocadores y agentes del fascismo. Nin, destituido del cargo de consejero de justicia en diciembre por exigencias comunistas, reaccionó denunciando al reformismo, “la representación de la burguesía dentro de la clase trabajadora” que encarnaba el comunismo oficial, pidiendo asilo para Trotsky y exigiendo “un gobierno obrero y campesino”. A pesar de la coincidencia con la CNT en lo relativo a “la apreciación del carácter del momento revolucionario actual y el papel de la clase trabajadora”, por culpa de las aprensiones antimarxistas de los libertarios -en parte justificadas- y también por la escasa importancia del POUM -un partido minoritario con pretensiones- la relación entre ambas organizaciones no funcionaba. La consigna de “Frente Obrero Revolucionario” o la más explícita de “CNT-POUM” caían en saco roto. Pero el hecho de que las conquistas proletarias del 19 de Julio se fueran perdiendo y la hegemonía de la CNT se fuera quebrando, sacudió  libertarios y abrió nuevas posibilidades de entendimiento. El descontento por la militarización de las milicias, la disolución de los comités y el intento de supresión de las patrullas de control halló su portavoz en el diario vespertino “La Noche”, dirigido por Jaime Balius, antiguo redactor de la Soli y cabeza visible de la Agrupación “Los Amigos de Durruti”. Balius denunciaba los avances de la contrarrevolución y clamaba contra las concesiones y la pasividad de la CNT, algo con lo que Nin no podía estar más de acuerdo y que hizo constar en las páginas del órgano del partido “La Batalla”. En la conferencia de marzo en el Principal Palace Nin llegó a decir que “el anarquismo es una expresión del espíritu revolucionario con el cual coinciden los hombres del POUM” y Balius reprodujo sus palabras en “La Noche”. Andrade, el segundo de Nin, que también “se sentía más próximo a los camaradas anarquistas que a los de los otros partidos”, se mostró de acuerdo con los puntos programáticos del manifiesto que Los Amigos de Durruti pegaron en abril por las calles de Barcelona. En particular, la consigna durrutista de Junta Revolucionaria parecía coincidir con la consigna poumista de Comité de Defensa de la Revolución. El primero de Mayo de 1937 Nin proclamó como objetivo necesario de las masas populares el gobierno obrero y campesino y la revolución social.

     Durante los Sucesos de Mayo, el POUM se puso del lado de los trabajadores insurrectos y Los Amigos de Durruti lo felicitaron por ello en una célebre octavilla que “La Batalla” reprodujo. Las conversaciones entre unos y otros fueron produciéndose, pero la CNT, lejos de ponerse al frente del movimiento hacía todo lo posible por pararlo. No quería alterar el statu quo, sino situarse mejor en él. Al POUM no le quedó más opción que seguirla y dar la orden de retirada a sus militantes. Los Amigos de Durruti eran solamente unos centenares, insuficientes para cambiar la orientación de la jerarquía confederal. El objetivo estratégico principal del POUM era la alianza con los comités dirigentes cenetistas y faistas, y como estos habían desautorizado a Los Amigos de Durruti, de poco podía servir la entente con estos, si además eran contrarios a “tomar el poder” en la Organización y no querían implicarse con partidos. La posición maximalista de Nin -formar un frente común con los anarcosindicalistas e ir a la conquista del poder- tropezó con la dirección atemorizada de la CNT y la FAI, totalmente colaboracionista. Encima, Largo Caballero dimitió, jefe del Gobierno de la República, dimitió entre otras cosas por no aceptar la ilegalización del POUM tal como insistentemente pedían los estalinistas. Su sucesor Negrín no tuvo tantos escrúpulos. La campaña de insultos i calumnias en la prensa nacional e internacional simpatizante o de obediencia moscovita llegó al paroxismo. El delirio denigrador estalinista se igualaba con el furor nazi contra los judíos. Parecía que se estaba en el epílogo del los Procesos de Moscú, y de hecho era eso. Finalmente, el POUM fue declarado fuera de la ley. Primero, se suspendió “La Batalla”, i después, fueron saqueados e incautados sus locales, la emisora y el resto de publicaciones. Los militantes fueron perseguidos y encarcelados; algunos fusilados. La 29 División, que agrupaba a las milicias del partido, fue desmantelada. Una policía especial madrileña vendría para hacerse cargo del Comité Ejecutivo del partido. Nin fue detenido en la sede del comité, apartado y conducido a Madrid, pasando por varias checas. Al final, se lo llevaron a los sótanos de un chalet situado en las afueras de Alcalá de Henares, donde se sabe que agentes de la NKVD lo torturaron para lograr que confesara ser un espía de Franco, al estilo de los procesos arriba mencionados. No lo consiguieron, y simulando de mala manera un rapto, lo introdujeron en un automóvil y lo asesinaron en algún lugar de la carretera de Perales de Tajuña.

     Los verdugos mataron alevosamente a un revolucionario de los más firmes, honestos, talentosos y clarividentes, pero no consiguieron enlodar su figura, bien al contrario, su lección de coraje ante los sicarios fue un ejemplo para todos los verdaderos rebeldes. La gran indignación provocada por su muerte acarreó la condena moral absoluta de los asesinos y sus cómplices. Para Albert Camus, el crimen “constituyó un giro en la tragedia del siglo XX, el siglo de la revolución traicionada.”


Miquel Amoros

Charla del 17 de julio de 2026 en el Ateneu 24 de Juny, Girona.

 

 

mercoledì 15 luglio 2026

MINIMA AMORALIA di Sergio Ghirardi Sauvageon

 






Dalla destra più marcia alla sinistra più estremista, i confusionisti ipocriti aumentano nell'impero capitalista globale che sta crollando. Tutti i dominanti o aspiranti tali continuano a vendere la loro mercanzia ai servitori volontari che si accalcano ai cancelli della sopravvivenza. Laddove le idee si riducono a pretesti per domesticazioni opposte.

 

Di chi fidarsi? Con chi tessere un tessuto pratico di lotte che non ci riduca a un attivismo cieco, pieno di credenze, dogmi che ne seguono e paure represse che volontariamente s’ignorano per funzionare meglio ideologicamente.

 

Non abbiamo bisogno di rivoluzionari da salotto, né di arrabbiati che si autoproclamano rivoluzionari mentre si propongono come i suprematisti teorici di oggi e gli sfruttatori pratici di domani. Alcuni di loro rischiano infatti di divenire i nuovi capi per cui dovremo ballare e fare i pagliacci divertenti per evitare la Loubianka, Auschwitz, Gaza e altri luoghi turistici della crociera degli orrori storici.

 

Non condivido la mondanità che nasconde dietro mantra rivoluzionari un riformismo moralista e opportunista, degno di Orwell e della sua fattoria dove i maiali, anzi i porci, s’ingegnano sempre per essere e voler essere più uguali degli altri.

 

Non mi piacciono gli arrabbiati mistici. Rancorosi impotenti che colpevolizzano della propria incapacità di cambiare i capri espiatori del momento, resi responsabili del fallimento pratico delle loro idee così belle e rivoluzionarie.

 

Siamo tutti europei, diceva Arno dal profondo del suo Belgio musicale, ma l’Europa non esiste realmente se non come un’invenzione capitalista, una super patria burocratica per nazionalisti smarriti in cerca di un nuovo super-io produttivista senza limiti.

 

Al di là delle colonne d’Ercole delle idee dominanti ricevute, l’anarchia resta un sogno di cui gli anarchici sono i sognatori. Meglio una fine atroce che un’atrocità senza fine, certo, ma possiamo chiedere all’onirico di allontanare la paranoia e il fato in nome del destino esplorato nei cuori e nelle teste? L’acrazia di un’autogestione generalizzata, finora mai realizzata davvero, resta l’unica alba desiderabile dopo un tramonto che si annuncia più minaccioso che mai.

 

Dal maggio '68, il successo sotterraneo sempre vivo dei suoi desideri epocali e il fallimento poi registrato della realtà politica che ne è seguita, esposta alla luce oscura di un’attualità sempre più reazionaria e fascista, mi hanno fatto capire che l’impotenza a cambiare e l’egoismo mercantile che l’accompagna e ne approfitta non sono altro che il motore sfrenato di una stessa soddisfazione frustrata, diventata quindi spesso perversa.

 

Si cercano e spesso si trovano gli utili idioti necessari a rendere credibile e apparentemente sostenibile il misticismo del momento. Una tale postura è utile per trasformare in ideologia[1] l’autentico desiderio di cambiamento e di realizzazione sociale che abita i nostri corpi malati. Un tale desiderio spontaneo coltiva le idee che attraversano e massaggiano le nostre teste tristi e i nostri cuori feriti, da credenza sincera in menzogna vergognosa.

 

La condizione umana è sempre più dipendente da una condizione naturale in crisi che la civiltà produttivista ha gravemente degradato, in modo quasi irreversibile. La notizia che almeno metà degli esseri viventi non umani, dagli insetti agli uccelli, passando per i mammiferi e per il mondo vegetale, è recentemente scomparsa e continua a scomparire, è un’informazione altisonante ma soffocata in sordina. Se ne parla molto per meglio dissimulare l’inazione, mentre il clima canicolare, con la sua carrellata di tempeste, temporali, siccità e catastrofi, è ormai una realtà irrevocabile e una spada di Damocle in azione.

 

Mai la parola rivoluzione ha avuto un’urgenza di programmazione così grande e un tale rifiuto da parte della società dominante. Peggio della dimenticanza, la pubblicità spettacolare (e quindi ingannevole) del problema in questione funziona da alibi ipnotico per continuare a produrre e peggiorare le condizioni del disastro. Più se ne parla, meno si fa! L’albero nasconde la foresta e viceversa. Si discute di tutto tranne che dell’essenziale: l’urgenza vitale di uscire dal capitalismo, dal produttivismo, dal suprematismo, dal patriarcato.

 

Come reagire a una tale catastrofe annunciata senza arrendersi a una constatazione contemplativa, restando rinchiusi in una purezza impotente e segnata dal voyeurismo? Persino i rivoluzionari o presunti tali sembrano accontentarsi di una radicalità spettacolare, ma viene naturale pensare che questo non potrà durare a lungo. Il che non garantisce il meglio di una rivoluzione sociale pacifica necessaria e scelta, mentre fa temere il peggio di una guerra civile sanguinosa e contro-rivoluzionaria subita.

 

Io, che non credo a una democrazia spettacolare che nasconde da sempre un’oclocrazia[2] permanente – e più che mai oggi –, potrei anche andare a votare per i soli che denunciano l’intollerabile senza indugi, senza gioia ma con convinzione. Lo farei aspettando di vedere il seguito, per contrastare almeno il peggio di un fascismo che, come sempre, corre sistematicamente in soccorso di una democrazia borghese in crisi.


Se non si decide di uscire rapidamente dal capitalismo, l’umanità è fottuta. Non è più semplicemente questione di coscienza di classe. È ormai chiaramente questione di coscienza di specie.

   

Sergio Ghirardi Sauvageon, 14 luglio 2026

 



[1] Ideologia rivoluzionaria, riformista o reazionaria a seconda dei gusti ideologici del momento e degli opportunismi di sempre, di cui il capitalismo è il regista e gli esseri umani le comparse.

 

[2]Questo termine greco indica il potere miserabile esercitato da un popolo sottomesso che sceglie con il voto il proprio dittatore.


MINIMA AMORALIA

 

 

De la droite la plus pourrie à la gauche la plus extrémiste, les faux culs pullulent dans l’empire capitaliste planétaire qui s’effondre. Tous les dominants ou aspirants tels continuent de vendre leur camelote aux serviteurs volontaires qui se bousculent au portillon de la survie là où les idées se rétrécissent en alibi de domestications opposées.

 

A qui faire confiance ? Avec qui tisser un réseau pratique de luttes qui ne nous réduisent pas à un militantisme aveugle, perclus de croyances, de dogmes qui s’ensuivent et de peurs refoulées qui volontairement s’ignorent pour mieux fonctionner idéologiquement.

 

On n’a pas besoin de révolutionnaires de salon, ni d’enragés qui s’imposent comme révolutionnaires alors qu’ils se proposent comme les suprématistes théoriques d’aujourd’hui et les exploiteurs pratiques de demain. Car certains parmi eux risquent fort de devenir les nouveaux chefs pour lesquels il faudra danser et faire les pitres pour éviter la Loubianka, Auschwitz, Gaza et autres lieux touristiques de la croisière des horreurs historiques.

 

Je ne partage pas la mondanité qui cache derrière des mantras révolutionnaires un réformisme moralisateur et opportuniste, digne d’Orwell et de sa ferme où les cochons, voire les porcs, s’ingénient toujours pour être et vouloir être plus égaux que les autres.

 

Je n’aime pas les enragés mystiques. Des rancuniers impuissants qui culpabilisent de leur propre incapacité à changer les boucs émissaires du moment, rendus responsables de la faillite pratique de leurs idées si belles et révolutionnaires.

 

Nous sommes tous des Européens, disait Arno du fond de sa Belgique musicale, mais l’Europe n’existe pas réellement sinon comme une invention capitaliste, une super patrie bureaucratique pour nationalistes paumés en quête d’un nouveau surmoi productiviste sans limites.

 

Au-delà des colonnes d’Hercule des idées reçues dominantes, l’anarchie reste un rêve dont les anarchistes sont les rêveurs. Mieux une fin atroce qu’une atrocité sans fin, certes, mais peut-on demander à l’onirique d’écarter la paranoïa et le destin au nom de la destinée explorée dans les cœurs et dans les têtes ? L’acratie d’une autogestion généralisée jamais encore réalisée pour de bon, reste la seule aube souhaitable après un coucher de soleil qui s’annonce plus menaçant que jamais.

 

Depuis mai 68, le succès souterrain toujours vivant des désirs de l’époque et ensuite l'échec constaté de la réalité politique qui a suivi, exposée à la lumière sombre d'une actualité toujours plus réactionnaire et fasciste, m'ont fait comprendre que l'impuissance à changer et l'égoïsme mercantile qui l'accompagne et en profite ne sont rien d'autre que le moteur déchaîné d'une même satisfaction frustrée, devenue donc souvent perverse.

 

On cherche et souvent on trouve les idiots utiles nécessaires à rendre crédible et apparemment soutenable le mysticisme du moment. Une telle posture est utile à transformer en idéologie[1]   l’envie réelle de changement et de réalisation sociale qui habitent nos corps malades. Une telle envie spontanée cultive les idées qui sillonnent et malaxent nos têtes tristes et nos cœurs blessés, de croyance sincère en mensonge éhonté.

 

La condition humaine est de plus en plus redevable d’une condition naturelle en crise que la civilisation productiviste a dégradé gravement, de façon quasi irréversible. La nouvelle qu’au moins la moitié du vivant, des insectes aux oiseaux, jusqu’aux mammifères et au monde végétal, a récemment disparu et que ça continue, est retentissante mais suffoquée en sourdine. On en parle beaucoup pour mieux cacher l’inaction, alors que le climat caniculaire, avec son lot de tempêtes, orages, sécheresses et catastrophes, est désormais une réalité irrévocable et une épée de Damoclès à l’œuvre.

 

Jamais le mot révolution n’a eu une telle urgence de programmation et un tel déni de la part de la société dominante. Pire que l’oubli, la publicité spectaculaire (donc trompeuse) du problème en question fonctionne comme alibi hypnotique pour continuer à produire et empirer les conditions du désastre. Plus on en parle, moins on fait ! L’arbre cache la forêt et réciproquement. On discute de tout sauf de l’essentiel : l’urgence vitale de sortir du capitalisme, du productivisme, du suprématisme, du patriarcat.

 

Comment réagir à une telle catastrophe annoncée sans se rendre au constat de façon contemplative, restant enfermés dans une pureté impuissante et marquée par le voyeurisme ? Même les révolutionnaires ou présumés tels semblent se contenter d’une radicalité spectaculaire, mais on peut penser que cela ne pourra pas durer longtemps. Ce qui ne garantit pas le mieux d’une révolution sociale pacifique nécessaire et choisie, alors qu’il fait craindre le pire d’une guerre civile meurtrière et contre-révolutionnaire subie.

 

Moi, qui ne crois pas à une démocratie spectaculaire cachant depuis toujours une ochlocratie[2] permanente et plus que jamais aujourd’hui , je pourrais mème aller voter pour les seuls qui dénoncent l’intolérable sans atermoiements, sans joie mais avec conviction. Je le ferai en attendant de voir la suite, pour contrarier au moins le pire d’un fascisme qui, comme toujours, court systématiquement au secours d’une démocratie bourgeoise en crise.

 

Si on ne se décide pas de sortir rapidement du capitalisme, l’humanité est foutue. Ce n’est plus uniquement une simple question de conscience de classe. C’est désormais clairement une question de conscience d’espèce.

 

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 14 juillet 2026



[1] Idéologie révolutionnaire, réformiste ou réactionnaire selon les goûts idéologiques du moment et les opportunismes de toujours dont le capitalisme est le metteur en scène et les êtres humains les figurants.

 

[2]Ce terme grec désigne le pouvoir misérable exercé par un peuple soumis qui choisit par le vote son propre dictateur.

 

 

martedì 16 giugno 2026

L’ANARCHISMO PRATICO E L’UTOPIA CONCRETA - Miquel Amorós

 



 

Mettere in discussione tutto ciò che il pensiero borghese ha considerato venerabile (la proprietà privata, lo Stato, l'autorità, la politica, il diritto, il denaro, il genere...) non porta necessariamente le masse a una messa in discussione diffusa del dominio. Per quanto sovversive possano sembrare, le idee non scuotono le masse addormentate, rassegnate o impaurite per cui non possono convertirsi in forza pratica. Per superare l'abisso del conformismo, bisogna ricominciare da capo, risvegliandosi, ritrovando lo spirito e abbandonando la paura. Creando lettori, “promuovendo” l'affinità, raggruppando le volontà e dando l'esempio. Quando le condizioni soggettive e oggettive per la realizzazione del socialismo non sono favorevoli, quando le forze materiali e intellettuali capaci di realizzare un profondo cambiamento sociale non emergono in misura sufficiente, la negazione radicale dell'ordine esistente assume connotazioni utopiche. La dimensione utopica del pensiero critico è un antidoto al disfattismo, perché, pur preservando il desiderio di una vita libera nell'immaginazione e nei sogni, in attesa del momento opportuno, ne propone anche una parziale realizzazione sotto forma di progetti comunitari praticabili. Quando nessuna proposta rivoluzionaria è immediatamente attuabile, l'utopia si rivela come l'approccio più pragmatico.

 

Con l'automazione diffusa del processo produttivo e lo sviluppo di una vasta classe media salariata, il proletariato industriale ha perso rilevanza nella lotta sociale. Soppiantato dalla tecnologia, ormai principale forza produttiva, l'antagonismo che manteneva nei confronti del modo di produzione capitalistico si è annullato. Nei paesi turbo-capitalisti, il conflitto si è spostato fuori dalla produzione nel settore dei servizi, nella vita quotidiana e nel territorio, tutti ambiti in via d’industrializzazione totale, con un impatto profondo sulle classi medie create da questa mutazione. Queste classi medie, eredi del proletariato sconfitto, si sono appropriate dello statalismo parlamentare borghese, presentandolo come un dogma astratto da venerare: l’ideologia della cittadinanza. La divisione internazionale del lavoro e la finanza globale hanno completato il confinamento delle lotte sociali all'interno del quadro del capitalismo globalizzato. Stato, capitale e tecnologia sono ormai i pilastri invalicabili del dominio. I tre pilastri della versione postmoderna del socialismo "scientifico" – ovvero la concezione progressista della storia, lo sviluppo economico infinito e l’operaismo – non erano più in grado di spiegare in modo convincente la situazione e, di conseguenza, non potevano più fungere da strumenti fondamentali di una critica e di una pratica autenticamente socialiste e libertarie. Invece, l'innegabile trionfo del Capitale supportato dalla tecnologia e dello Stato, ha riabilitato quello che un tempo era chiamato socialismo "utopico" e che noi preferiremmo chiamare socialismo "sperimentale" o, semplicemente, anarchismo positivo.

 

Le esperienze collettive autenticamente socialiste non sono panacee come per esempio lo sviluppo sostenibile, la decrescita, l'economia solidale o la transizione energetica, quanto risposte a problemi vitali immediati, semplici atti di difesa contro un'offensiva quasi imparabile dell'ordine costituito. Lungi dall'essere modelli infallibili di salvezza, esse tracciano delle dinamiche in territorio ostile, orientate al di fuori del capitalismo. Queste esperienze non si presentano come l'autentica espressione della verità, della ragione o della scienza, né intendono imporre un sistema socialista dall'esterno. Non cercano nemmeno di sostituire i metodi di azione diretta, né tantomeno di costruire enclavi separate, frugali e spartane; tentano, piuttosto, di abbozzare la logistica di una società civile riorganizzata ai margini del Capitale e dello Stato. Mirano, senza ulteriori pretese, a dare l'esempio di un altro modo di vivere e di lottare, estraneo all'accumulazione di profitti e all'amministrazione dell'ordine esistente. Mirano a costruire autonomia.

 

La frenetica corsa al profitto in un contesto economico più critico che la xenofobia non riesce a dissimulare, l'esclusione sociale, le guerre per le risorse e gli effetti nocivi dovuti alla crisi ecologica – l’inquinamento, il riscaldamento globale, il degrado dei cicli biologici, ecc. – dimostrano le pericolose conseguenze del dominio della merce per la sopravvivenza della specie umana. Ci riferiamo alla devastazione causata dalla crescita illimitata della produzione per il mercato, intrinseca alla sua natura nociva. Dato che, nell'attuale momento storico, scienza e tecnologia – ovvero i mezzi di produzione – hanno perso ogni neutralità e sono indissolubilmente legate all'espansione dell'economia presentata come progresso, è impossibile gestirle collettivamente in modo emancipatore. L'espropriazione della tecno scienza da parte delle masse oppresse ricostituirebbe l'apparato di sfruttamento del lavoro e della natura. Per questo motivo, la critica sociale non può che essere anti-sviluppo e, quindi, anti-progressista. Le lotte che non mettono in discussione l'idea di progresso, né rifiutano esplicitamente lo sviluppo, non sono anticapitaliste, poiché non trascendono i limiti del sistema e non lo modificano in modo sostanziale. L'autogestione dell'ordine esistente è l’autogestione della miseria.

 

Lo spazio del Capitale è essenzialmente urbano, e le metropoli ne sono la forma appropriata. L'occupazione di alloggi vuoti o la fornitura di servizi paralleli gratuiti sono le prime manifestazioni del diritto alla città; il ripopolamento delle terre abbandonate o la resistenza agli allevamenti intensivi, all'agricoltura industriale, ai grandi e inutili progetti infrastrutturali o all'estrattivismo sottolineano il diritto al territorio. La confluenza tra lotte urbane e rurali unisce entrambi i diritti. Da un lato, si tratta di frenare l'urbanizzazione incontrollata e la motorizzazione privata; dall'altro, di fuggire dalle aree metropolitane e di riconnettersi con la natura. In pieno delirio edilizio, se si agisce davvero contro il capitalismo, sia i conflitti territoriali sia, paradossalmente, quelli urbani devono iscriversi in una stessa prospettiva anti urbanizzante e, di conseguenza, ruralizzante.

 

La concezione libertaria del mondo affonda le sue radici nelle tradizioni sociali e politiche della cultura occidentale, in particolare in quelle che postulavano una natura benigna dell'essere umano. Secondo queste antiche consuetudini, il passaggio dallo stato di natura allo stato civilizzato, anziché al Leviatano – ovvero la completa sottomissione a un'entità politica superiore – implicava la partecipazione egualitaria di tutti gli individui al governo del territorio attraverso l'assemblea popolare, sede assoluta della sovranità (il thing nordico, il consejo abierto iberico, il conseil communal gallico, l'arengo italiano, il gemeinderat tedesco). Un'estrema decentralizzazione piuttosto che una suprema concentrazione di potere. Le consuetudini comunali e il diritto consuetudinario ne sono testimonianza. La valorizzazione romantica delle comuni medievali, applicabile alle società tribali erroneamente considerate primitive, ha portato molti socialisti antiautoritari e anarchici a concludere che la vera libertà risiedesse nel libero sfruttamento collettivo della terra. Di conseguenza, da questo punto di vista, il vero socialismo – come l'anarchismo più autentico – dovrebbe essere fondamentalmente agrario e municipalista. La rivoluzione sarebbe dunque inseparabile da un ritorno alla campagna e alla cooperazione rurale. In una certa misura, non ci porterebbe a un futuro industrializzato e basato sullo sviluppo, ma piuttosto al ripristino di un passato statico e in equilibrio con l'ambiente. Tuttavia, non basta rinunciare alla civiltà borghese, urbana ed estrattivista; bisogna superarla.

 

Questo ritorno al passato precapitalista, agli antichi saperi e alle arti di un tempo, alle comunità autogovernate in armonia con la natura, è maldestramente utopico nella misura in cui aspira a colmare senza soluzione di continuità – senza sconvolgimenti né rivoluzioni – il vuoto tra il paradiso perduto del mutuo soccorso e l'obiettivo futuristico della terra promessa, che sia il Regno della Ragione, il Comunismo o l'Anarchia. È tuttavia pragmatico se il suo obiettivo è di realizzare un'utopia su scala ridotta, anticipando alcuni aspetti dell'ideale attraverso esperimenti costruttivi. Ciò nonostante, questi aspetti non sono esclusivi delle aree rurali; sono realizzabili anche in contesti urbani (ricordiamoci che la prima utopia fu la città). Nelle attuali circostanze socialmente disastrose, il presente reale s’impone sul futuro idealizzato. Ironicamente, l'utopia risulta più funzionale e meno chimerica dell'attivismo nichilista, delle banalità compensatorie dell'ideologia o delle assurdità complottiste, reazioni decisamente fuorvianti di fronte alla temporanea vittoria delle classi dominanti formatesi negli ultimi sessanta o settant'anni.

 

Miquel Amorós

Presentazione della rivista Redes Libertarias n. 5, presso l'Ateneu Enciclopèdic Popular (Barcellona), 18 giugno 2026.


EL ANARQUISMO PRÁCTICO Y LA UTOPÍA CONCRETA











 

     La puesta en tela de juicio de todo lo que el pensamiento burgués ha tenido por venerable (la propiedad privada, el Estado, la autoridad, la política, el derecho, el dinero, el género...) no conduce forzosamente a la multitud hacia un cuestionamiento generalizado de la dominación. Por más subversivas que parezcan, las ideas no conmueven a las masas adormecidas, resignadas o atemorizadas, por lo que no pueden convertirse en fuerza práctica. Para superar el foso conformista, hay que volver a empezar despertando, recobrando el ánimo, perdiendo el miedo. Creando lectores, “tejiendo” afinidad, agrupando voluntades, predicando con el ejemplo. Cuando las condiciones subjetivas y objetivas de realización del socialismo no son halagüeñas, cuando las fuerzas materiales e intelectuales capaces de lograr un cambio social profundo no afloran en magnitud suficiente, la negación radical de lo existente adquiere connotaciones utópicas. La dimensión utópica del pensamiento crítico es un antídoto contra el derrotismo, porque si bien refugia el deseo de una vida libre en la imaginación y el sueño en espera del momento favorable, también plantea realizarlo parcialmente en forma de proyectos comunitarios viables. Cuando ninguna propuesta revolucionaria es inmediatamente practicable, la utopía se revela como lo más pragmático.

 

     Al automatizarse en gran medida el proceso productivo y desarrollarse una numerosa clase media asalariada, el proletariado industrial perdió relevancia en la lucha social. Al ser desplazado por la tecnología, hoy por hoy la mayor fuerza productiva, el antagonismo que mantenía con el modo capitalista de producción quedó anulado. En los países turbo-capitalistas el conflicto se trasladaría al exterior de la producción, al sector terciario, a la vida cotidiana y al territorio, todos en proceso de industrialización total, afectando de lleno a las clases medias creadas en el traslado. Estas, tomando el relevo del proletariado derrotado, se apropiaron del estatismo parlamentario burgués y lo presentaron como una dogma abstracto a reverenciar: el ciudadanismo. La división internacional de trabajo y las finanzas globales completarían la circunscripción de los combates sociales en el marco del capitalismo mundializado. Estado, Capital y Tecnología son ahora los pilares firmes de la dominación. Las tres bases de la versión posmoderna del socialismo “científico”, a saber, la concepción progresista de la historia, el desarrollo económico infinito y el obrerismo, ya no podían explicar la situación de manera convincente, y por consiguiente, no podían sostenerse como instrumentos fundamentales de una crítica y una práctica verdaderamente socialistas y libertarias. En cambio, el indiscutible triunfo del Capital tecnológicamente asistido y del Estado ha rehabilitado aquello que se dio en llamar socialismo “utópico” y que nosotros preferiríamos llamar “experimental”, o simplemente, anarquismo positivo.

 

     Los experimentos colectivos auténticamente socialistas no constituyen panaceas como por ejemplo el desarrollo sostenible, el decrecimiento, la economía solidaria o la transición energética, sino respuestas a problemas vitales inmediatos, simples actos de defensa ante una ofensiva casi imparable del orden. Menos que infalibles modelos salvíficos, son aperturas de caminos en terreno hostil, orientados hacia las afueras del capitalismo. Dichas experiencias no se muestran como la genuina expresión de la verdad, la razón o la ciencia, ni pretenden implantar un sistema socialista desde fuera. Tampoco quieren substituir los métodos de acción directa, ni siquiera construir enclaves aparte, frugales y espartanos; más bien intentan esbozar la logística propia de una sociedad civil reorganizada al margen del Capital y el Estado. Dar ejemplo, sin más pretensiones, de otra manera de vivir y luchar ajena al amasado de ganancias y a la administración de lo existente. Construir autonomía.

 

     La frenética carrera por los beneficios en un contexto economico más crítico que la xenofobia no logra disimular, la exclusión social, las guerras por los recursos y los efectos nocivos derivados de la crisis ecológica -la contaminación, el calentamiento global, la degradación de los ciclos biológicos, etc.- evidencian las peligrosas consecuencias del dominio de la mercancía para la supervivencia de la especie humana. Nos referimos a los estragos provocados por el crecimiento ilimitado de la producción para el mercado, implícitos en su naturaleza dañina. Dado que en el actual momento histórico, la ciencia y la tecnología -léase los medios de producción- han perdido toda su neutralidad y se desenvuelven indisolublemente asociadas a la expansión de la economía presentada como progreso, son imposibles de gestionar colectivamente en sentido emancipador. La expropiación de la tecnociencia por las masas oprimidas reconstruiría el aparato de explotación del trabajo y la naturaleza. Por este motivo la crítica social no puede ser más que antidesarrollista, y, por ende, antiprogresista. Las luchas que no cuestionen la idea de Progreso, ni rechacen expresamente el desarrollismo, no son anticapitalistas, ya que no trascienden los límites del sistema y básicamente no lo alteran. La autogestión de lo existente es la autogestión de la miseria.

 

     El espacio del Capital es esencialmente urbano y las metrópolis son su forma adecuada. Las ocupaciones de viviendas vacías o los servicios paralelos gratuitos son las primeras manifestaciones del derecho a la ciudad; la repoblación de las tierras abandonadas o la resistencia a las macro-granjas, la agricultura industrial, las grandes infraestructuras inútiles o el extractivismo subrayan el derecho al territorio. La confluencia entre las luchas urbanas y las rurales reúne ambos derechos. De un lado, se trata de frenar la urbanización desbocada y la motorización privada; del otro, de huir de las áreas metropolitanas y ponerse a tono con la naturaleza. En pleno delirio edificador, si de verdad se actúa contra el capitalismo, tanto los conflictos territoriales, como paradójicamente los urbanos, han de inscribirse en una misma perspectiva desurbanizadora, y por consiguiente, ruralizante.

 

     La concepción libertaria del mundo está enraizada en las tradiciones sociales y políticas de la cultura occidental, particularmente las que postulaban una naturaleza benigna del ser humano. Según estas viejas usanzas, el paso del estado natural al estado civilizado, en lugar del Leviatán, o sea, de la sumisión completa a una entidad política superior, implicaba la participación igualitaria de todos los individuos en el gobierno del territorio a través de la asamblea popular, residencia absoluta de la soberanía (el thing nórdico, el concejo abierto ibérico, el conseil communal galo, el arengo italiano, el gemeinderat alemán). Mejor que una suprema concentración de poder, una descentralización extrema. Las costumbres comunales y el derecho consuetudinario así lo atestiguan. La valoración romántica de las comunas medievales, extensible a las sociedades tribales mal consideradas primitivas, ha conducido a muchos socialistas anti-autoritarios y anarquistas a concluir que la verdadera libertad se hallaba en el libre disfrute colectivo de la tierra. En consecuencia, desde ese punto de vista, el verdadero socialismo -y el anarquismo más auténtico- tendría que ser fundamentalmente agrario y municipalista. La revolución sería pues inseparable del regreso al campo y a la cooperación aldeana. En cierta medida, diríase que no nos acarrearía un porvenir industrializado y desarrollista, sino que restauraría un pasado, estático y equilibrado con el entorno. Sin embargo, no basta con renunciar a la civilización burguesa, urbana y extractivista, hay que superarla.

 

     Esa vuelta al pasado precapitalista, a los viejos saberes y a las artes de antaño, a las comunas auto-gobernadas en armonía con la naturaleza, es malamente utópica en tanto aspire a colmar sin tropiezos -sin disturbios ni revoluciones- el vacío entre el paraíso perdido del apoyo mutuo y el objetivo futurista de la tierra prometida, llámese reino de la Razón, Comunismo o Anarquía. Pero es pragmática si lo que quiere es llevar a buen puerto una utopía a escala menor anticipando partes del ideal mediante ensayos constructivos. Solo que esas partes no son exclusivas del medio rural; también son factibles en suelo urbano (recuérdese que la primera utopía fue la ciudad). En las circunstancias actuales, socialmente nefastas, el presente real se impone al futuro coloreado. Irónicamente, la utopía resulta más funcional y menos quimérica que el activismo nihilista, los tópicos compensatorios de la ideología o la empanada complotista, reacciones muy desatinadas a la victoria temporal de las clases dominantes formadas en los últimos sesenta o setenta años.  

 

 Miquel Amorós

Presentación de la revista Redes Libertarias nº 5, en el Ateneu Enciclopèdic Popular (Barcelona), el 18 de junio de 2026.

 

 

domenica 7 giugno 2026

Breve passeggiata cerebrale all’ascolto del mio cuore di Sergio Ghirardi Sauvageon

 



 

Il collasso sociale, il decadimento dello Stato, il naufragio delle ideologie spingono la coscienza di specie – ancora nascente nonostante e a causa di tutto – verso un radicale cambio di rotta che continuiamo ancora e sempre a cercare, ma con crescente stanchezza, impotenti a liberarci delle liturgie pseudo rivoluzionarie del passato, con il rischio di finire assuefatti all'impotenza contemplativa di una coscienza infelice.

 

I residui della coscienza di classe, in via d'evoluzione dialettica verso una coscienza di specie che si sta lentamente e difficilmente formando, continuano a plasmare il presente presentandosi come il nemico storico dei riflessi predatori, sempre difficili da estirpare, come ogni abitudine radicata in una specie umana che fino a ieri era ancora preistorica.

 

Il mutuo soccorso, che per millenni ha storicamente affermato la volontà emancipatrice dell'umanità di fronte ai suoi istinti animali primordiali di sopravvivenza, fatica sempre ad affermarsi e diffondersi per impedire che i riflessi predatori opportunistici usino la violenza per risolvere le controversie sui desideri imponendo i propri come prioritari.

 

L’umano non esiste in natura, se non come una particolare scimmia tra le altre, ma in costante evoluzione ben più che tutte le altre specie viventi.

 

Nell'eterna ballata del vivente che caratterizza gli esseri umani, solo i razzisti idioti e i mistici credenti di qualsiasi forma di fascismo possono credere nella propria superiorità gerarchica, nel loro legame privilegiato con divinità immaginarie che inventano per nascondere alla loro peste emozionale la loro ineluttabile condizione di primati che – e ciò è decisamente il peggio – ignorano di essere. Gott mit uns, God on our side, Dieu est avec nous: tale è il delirio degli umanoidi di dovunque, in ogni lingua.

 

L'umano è una fragile creazione poetica che dei poeti spontanei affermano costantemente, ma non possono mai imporre al mondo senza tradire la propria poesia in azione.

 

Come lottare per la libertà, l'uguaglianza e la fraternità di un mondo nuovo senza riprodurre la violenza, la manipolazione e il potere di una società produttivista e patriarcale di cui siamo tutti patetici figli?

 

Il vecchio mondo sta crollando, ma uno nuovo stenta a emergere senza riprodurre le contraddizioni del vecchio: ovviamente, non possiamo liberarci dal vecchio mondo usando contro di esso i suoi metodi abituali di suprematismo, autoritarismo e dominio senza riprodurlo in una forma peggiore, con o senza rossetto sulle labbra.

 

Cambiare padrone, o anche padrona, non cambierà la situazione: nessuna dittatura di alcun proletariato – patriarcale o matriarcale che sia – realizzerà l'ideale comunista – a volte ingenuo, più spesso perverso – di un qualunque socialismo autoritario. Una contraddizione così delicata e banale non avalla, tuttavia, la dubbia truffa di una democrazia borghese oclocratica che da secoli manipola gli sfruttati e i sottomessi di ogni genere, in nome di una finta uguaglianza e di un suprematismo ingannevole, con o senza il sostegno della servitù volontaria.

 

Acrazia anziché anarchia, per una società matricentrica anziché il matriarcato, se non si vuole il potere ma la sua abolizione.

 

Quanti rivoluzionari sono morti – a volte facendo fuori anche qualche criminale – in nome della libertà, quando il fondamento stesso dell’aiuto reciproco rivoluzionario presuppone l'abolizione della pena di morte per tutti, se vogliamo davvero liberarci dal vecchio mondo e dalla sua barbarie.

 

Quindi, tutti vegetariani? La domanda sorge spontanea, imbarazzante tra le altre. Cominciamo con il rifiutare modestamente ma senza eccezioni la condanna a morte ideologica. Nessuna morte in nome di una morale, di una visione del mondo, quindi di un'ideologia, per quanto antica o nuova possa essere. Ce n’est qu’un début, ancora una volta!

 

Nutrirsi, d'altra parte, è una necessità vitale che non può essere rimproverata come una colpa ai carnivori, poiché la vita presuppone la sopravvivenza per qualsiasi essere vivente. Ebbene, questo dato si è fatto più complesso per gli esseri umani, intrappolati nella loro condizione di scimmie piuttosto intelligenti, ma non troppo, né sempre; piuttosto scimpanzé che bonobo, purtroppo, condizionati dalle contraddizioni oggettive del vivente nella sua forma umana.

 

Perché la questione non si pone allo stesso modo per tutte le specie: i leoni non assassinano zebre o gnu; li mangiano per nutrirsi, come si mangia un'insalata, strappandola dalla terra nutrice. Senza scrupoli, né possibilità di scelta.

 

A loro volta, gli animali umani devono porsi la domanda che emerge dalla loro coscienza pratica come un’evidenza che cela una contraddizione. Hanno una scelta? Niente moralismi, per favore, ma un po' di coerenza.

 

Destin et destinée (fato e destino in italiano) condividono in francese la stessa radice etimologica, ma non il genere: il/elle non generano gli stessi fiori, la stessa speranza al maschile e al femminile.

 

Riusciremo mai a realizzare la nostra ambizione politico/poetica di rendere l'umanità creatrice di un'autogestione generalizzata del godimento di vivere in libertà? Non è certo, e in ogni caso, non ci siamo ancora riusciti. Tutt'altro. Le nostre utopie sono rimaste nei cuori e sulle labbra, ma soprattutto nei libri. Tigri di carta che i nostri desideri vorrebbero trasformare in realizzazioni poetiche vissute, senza gerarchie, opportunismi, manipolazioni, recuperi, misticismi, eccetera.

 

Ci troviamo al crocevia di una trasformazione storica; finiremo per capirlo e agire, si spera non troppo tardi. Il capitalismo è giunto al termine: o l'umanità si realizzerà poeticamente attraverso la sua coscienza di specie, oppure andrà incontro a una fine miserabile e tragica. Sì, ma come, dove e quando? Ci vorrà del tempo, ma sarà il nostro, quello dell'umanità?

 

Chi vivrà vedrà; per gli altri, l’eterno riposo nella spazzatura della storia o nella necropoli paradisiaca dei credenti di un qualunque ottimismo umanista.

 

Poco importa, una volta lasciata la valle di lacrime o del sorriso, quella delle corvè o della felicità orgastica: ci saremo destreggiati al meglio possibile con la musica del vivente e i suoi canti di un godimento accarezzante durante momenti indimenticabili.

 

Amen

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 6 giugno 2026


Petite promenade cérébrale à l’écoute de mon cœur


 


L’effondrement social, la décomposition de l’État, le naufrage des idéologies poussent la conscience d’espèce – in fieri malgré et à cause de tout – vers un radical changement de cap qu’on recherche encore et toujours, mais de plus en plus las, impuissants à se libérer des liturgies pseudo-révolutionnaires du passé, au risque de finir dans l’addiction à l’impuissance contemplative d’une conscience malheureuse.

 

Les restes de la conscience de classe, en voie d’évolution dialectique vers une conscience d’espèce en formation lente et difficile, n’arrêtent pas de conditionner le présent en se proposant en tant qu’ennemi historique de réflexes prédateurs, toujours difficiles à effacer, comme toute habitude intégrée par une espèce humaine encore préhistorique jusqu’à hier.

 

L’entraide qui, pendant des millénaires, a historiquement affirmé la volonté émancipatrice de l’humain face à ses réflexes animaux survivalistes primaires, a toujours du mal à s’affirmer en se généralisant pour ne plus permettre aux réflexes prédateurs opportunistes d’utiliser la violence pour départager les désirs en affirmant les siens comme prioritaires.

 

L’humain n’existe pas en nature, sinon comme un singe particulier parmi d’autres, mais plus que toutes les espèces vivantes en constante évolution.

 

Dans l’éternelle ballade du vivant qui caractérise les humains, seuls les racistes débiles et les croyants mystiques de n’importe quel fascisme peuvent croire à leur supériorité hiérarchique, à leur liaison privilégiée avec des dieux imaginaires qu’ils affabulent pour cacher à leur peste émotionnelle leur condition inéluctable de primates qui – et cela est bien le pire – s’ignorent. Gott mit uns, God on our side, Dieu est avec nous ont déliré des humanoïdes de partout, en toutes les langues.

 

L’humain est une création poétique fragile que des poètes spontanés affirment toujours mais ne peuvent jamais imposer au monde sans renier leur propre poésie en action.

 

Comment lutter pour la liberté, l’égalité et la fraternité d’un monde nouveau sans reproduire la violence, la manipulation et le pouvoir d’une société productiviste et patriarcale dont nous sommes tous et toutes les rejetons pathétiques ?

 

Le vieux monde s’écroule, mais un nouveau tarde à s’affirmer sans reproduire les contradictions de l’ancien : évidemment on ne peut pas se libérer du vieux monde en utilisant contre lui ses méthodes habituelles de suprématisme, autoritarisme et domination sans le reproduire en pire, avec ou sans rouge à lèvres.

 

Changer de patron ou, même de patronne, ne changera pas la donne : aucune dictature d’aucun prolétariat – patri ou matriarcal qu’il soit – réalisera l’idéal communiste – parfois naïf, plus souvent pervers – d’un quelconque socialisme autoritaire. Une telle contradiction délicate et banale ne cautionne pas, pour autant, l’arnaque douteuse d’une démocratie bourgeoise ochlocratique qui manipule depuis des siècles les exploités et les soumis de tous genres, au nom d’une égalité fictive et d’un suprématisme trompeur, avec ou sans la servitude volontaire à l’appui.

 

Acratie plutôt que anarchie, société matricentrique plutôt que matriarcat, si on ne veut pas le pouvoir mais son abolition.

 

Combien de révolutionnaires sont morts – en faisant mourir aussi parfois quelques méchants – au nom de la liberté, alors que la première des entraides révolutionnaires présuppose l’abolition de la peine de mort pour tous si on veut radicalement sortir du vieux monde et de sa barbarie.

 

Tous végétariens donc ? La question se pose, embarrassante parmi d’autres. Commençons modestement par refuser la mise à mort idéologique sans exception. Pas de mort au nom d’une morale, d’une vision du monde, donc d’une idéologie, aussi vieille ou nouvelle soit-elle. Ce n’est qu’un début, une fois de plus !

 

Se nourrir, par contre, est une nécessite vitale qu’on ne peut pas rapprocher aux carnivores, car la vie présuppose la survie pour n’importe quel être vivant. Or cette donnée s’est complexifiée chez les humains, impliqués dans leur condition de singes assez intelligentes, mais pas trop ni toujours ; plutôt chimpanzés que bonobos, hélas, conditionnés par les contradictions objectives du vivant dans sa forme humaine.

 

Car la question ne se pose pas pareil pour toutes les espèces : les lions n’assassinent pas les zébrés ou les gnous, ils les mangent pour se nourrir comme on mange une salade en l’arrachant à la terre nourricière. Sans états d’âme, ni possibilité de choix.

 

A leur tour les animaux humains doivent se poser la question qui émerge de leur conscience pratique comme une évidence qui cache une contradiction. Ont-ils le choix ? Pas de morale, svp, mais un peu de cohérence.

 

Destin et destinée partagent la même racine étymologique en français, mais pas le genre : il/elle ne génèrent pas les mêmes fleurs, les mêmes espoirs au masculin et au féminin.

 

Réaliserons-nous un jour notre volonté politique/poétique de faire de l’humain le créateur d’une autogestion généralisée de la jouissance de vivre en liberté ? Pas sûr, et de toute façon on n’y est pas encore arrivés. Loin de là. Nos utopies sont restées dans les cœurs et sur les lèvres, mais surtout dans les livres. Tigres de papier que nos désirs voudraient transformer en réalisations poétiques vécues, sans hiérarchies, opportunismes, manipulations, récupérations, mysticismes et cetera.

 

Nous sommes au carrefour d’un mutation historique, on finira par le comprendre et agir, espérons pas trop tard. Le capitalisme est à la fin : ce sera l’humain poétiquement réalisé par sa conscience d’espèce ou sa fin misérable e tragique. Oui mais comment, où et quand ? Il prendra son temps, mais sera-t-il le notre, celui de l’humain ?

 

Qui vivra verra ; pour les autres le repos éternel dans les poubelles de l’histoire ou dans la nécropole paradisiaque des croyants d’un quelconque optimisme humanitaire.

 

Peu importe, une fois quittée la vallée des larmes ou du rire, celle des corvées ou du bonheur orgastique : on y aura jonglé le mieux possible avec la musique du vivant et ses chansons d’une jouissance caressante pendant des instants inoubliables.

 

Amen

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, le 6 Juin 2026