martedì 25 agosto 2026

Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo

 

 


« Il nemico è in noi e fuori di noi ».

Piccola perla del mio amico Raoul Vaneigem nel suo Trattato del saper vivere.

 

Le mezze verità sono le peggiori menzogne. Ne sono convinto perché per tutta la mia vita mi sono confrontato con il misticismo[1] della specie nelle sue manifestazioni poliedriche: in primo luogo quello interiorizzato da me stesso mio malgrado: i miei esorcismi, le mie paure rimosse, postura inconscia oggettivamente ideologica contro cui lotto costantemente perché mi disturba profondamente, inserendo il dubbio nelle mie stesse certezze.  Il nemico che mi disturba e preoccupa di più è, però, quello contro cui combatto dal maggio '68, perché da allora in poi ho verificato che il misticismo vampirizza le idee dei reazionari, dei progressisti ma anche, e non meno, quelle degli ideologi che si credono rivoluzionari perché criticano la reazione e il progressismo in nome di una rivoluzione più sacra ideologicamente che reale. 

E rieccoci dunque di fronte al misticismo, insopportabile cimice da letto che infesta e inquina le resistenze e le rivolte come i socialdemocratici hanno sempre fatto in tutte le epoche in modo particolarmente disgustoso. Perché sono loro che incarnano storicamente, oggi come ieri, meglio e peggio di chiunque altro, il mio mantra iniziale: le mezze verità sono le peggiori menzogne.

L’ideologia è un inganno tipicamente umano che non risparmia nessuno, fino ai libertari più accaniti, agli anarchici più convinti di essere rivoluzionari.

Credo fermamente che, indipendentemente dalle bandiere ideologiche, gli unici che agiscano veramente per la rivoluzione siano coloro che agiscono quotidianamente per rifiutare l’addomesticamento, cercando di realizzare la rivoluzione senza troppo dirlo, senza bisogno di parlarne per mettersi in mostra. Ovviamente ci sono state rivoluzioni nella storia, sempre in relazione al desiderio di comunismo di fronte al godimento insopportabile di qualsiasi privilegio. La passione comunista è puntuale, è intima e sociale allo stesso tempo, cambiando le abitudini e i modi di socializzazione. È accaduto più volte nella storia e lo si è sempre registrato in seguito. È sempre stato spontaneo, in forme diverse poi diventate riproduzioni ideologiche proprio perché la rivoluzione che si cerca di fare si ha anche bisogno di dirla, di parlarne, caricandola così inevitabilmente d’ideologia. La quale è una pianta spontanea che fa sbocciare i fiori e i frutti non commestibili del misticismo.

Il nostro rapporto con la natura, i nostri rapporti di genere, i nostri rapporti di classe e ora la nostra sopravvivenza come specie in pericolo sono sempre evoluti grazie alla spinta dell’intelligenza sensibile di una coscienza che opera per la rivoluzione nella vita quotidiana, nella vita reale, con i suoi piaceri e le sue sofferenze, successi e fallimenti.

La rivoluzione agraria, lo sviluppo degli utensili, le società in continuo cambiamento, da Spartaco l’antico al moderno spartachismo di Rosa Luxemburg ; dalla Comune di Parigi alla Spagna del 1936, fino a quel maggio ’68 che ha cosparso l’intero pianeta di una felicità incompiuta. Effimera, è vero, ma quanto reale e gaudente per i corpi/menti di coloro che hanno avuto la fortuna di scoprire allora la vera vita senza tempi morti. Ecco, citati nel mucchio, alcuni simboli evidenti e commoventi di un processo ininterrotto di radicalità umane in cerca di fioritura.

Da sempre la storia della specie è la storia della rivoluzione permanente che si fa o si disfa, si desidera o si teme, riesce o fallisce. Fino a ieri, prima che nell’antropocene tristemente evolutosi in antroposcena diventassimo impotenti a reagire all’ipnosi dello spettacolo sociale, voyeur incapaci di rivoluzione, cioè impotenti a difendere la vita, la propria, quella dei propri simili, di ciascuno e di tutti, della nostra specie e delle altre.

Dei rivoluzionari ce ne sono stati e ce ne saranno ancora, ma desiderare la rivoluzione non significa farla, e i morti sono morti, sepolti o bruciati con le loro/nostre rivoluzioni incompiute, troppo spesso fallite e/o tradite.

L'ideologia rivoluzionaria è sempre emersa per manipolare i suoi credenti in un modo più moderno rispetto all'impostura religiosa antica con le sue caratteristiche primarie, utilizzata fin dalla preistoria da sacerdoti, sciamani e magnaccia politici per stabilire e giustificare il potere gerarchico dei ricchi, dei dominanti, dei privilegiati. Inconsciamente o no, i burocrati della rivoluzione, gli intellettuali e i militanti rivoluzionari scivolano troppo spesso sul terreno mistico dell'uguaglianza ideologica finendo sempre per credersi e dirsi più uguali degli altri.

Tutto questo sta finendo e non potrà più durare. L’umanità – quel che ne resta – è ormai obbligata a scegliere la vita contro la morte o a scomparire. Questa è la base concreta di una coscienza di specie che è la nostra ultima speranza di sfuggire alla soluzione finale capitalista e produttivista, in corsa per realizzare il loro ultimo obiettivo nichilista e morboso: «Viva la muerte» !

Tra quelli che accettano passivamente di morire nel vecchio mondo e quelli che sognano d’inventarne uno nuovo su Marte anche peggiore e più mostruoso, le scommesse sono aperte, ma il partito della vita a cui apparteniamo non ha nulla da spartire con un tale delirio.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 23 agosto 2026



[1]La parola misticismo è importante e, come ogni parola importante, comporta significati diversi e molteplici. Storicamente, il misticismo è anche una sensibilità particolare e interessante che permette di esplorare il reale senza limitarsi al fisico, leggendo il mondo nella sua complessità, « nel senso della vita » direbbero i Monty Pyton, veri e simpatici mistici intelligenti. Io lo uso, in modo meno divertente ma necessario credo, per denunciare una manipolazione sistematica della verità. Mi riferisco dunque al concetto di misticismo di W. Reich : « distorsione irreale e metafisica delle impressioni sensoriali e delle sensazioni organiche », Etere, Dio e diavolo, Sugarco Edizioni. Reich denuncia in tal modo le radici della realtà spettacolare molto prima che i situazionisti e il generale Debord criticassero chiaramente e abbondantemente la società dello spettacolo come fase finale del patriarcato capitalista, produttivista, nichilista e, alla fine, fascista.





 Qui sommes nous, d’où venons nous, où allons nous

 

« L’ennemi est en nous et en dehors de nous ».

petite perle de mon copain Raoul Vaneigem et de son Traité de savoir vivre

 

Les demi-vérités sont les pires mensonges. Je suis convaincu de cela car toute ma vie j’ai été confronté au mysticisme[1] de l’espèce dans ses polyédriques manifestations : en premier lieu celui intériorisé par moi mème malgré moi : mes exorcismes, mes peurs refoulées, posture inconsciente, objectivement idéologique contre laquelle je me bat constamment car elle me dérange profondément, rendant mes propres certitudes douteuses. L’ennemi qui me dérange et me préoccupe le plus, toutefois, est celui contre lequel je me bats depuis mai 68, car j’ai vérifié alors et depuis que le mysticisme vampirise les idées des réactionnaires, des progressistes mais aussi, et pas moins, celles des idéologues qui se croient révolutionnaires parce qu’ils critiquent la réaction et le progressisme au nom d’une révolution plus sacrée idéologiquement que réelle.

Et nous revoilà donc face au mysticisme, cette insupportable punaise de lit qui infeste et pollue les résistances et les révoltes  comme les sociaux-démocrates de toutes les époques l’ont fait de façon particulièrement écœurante. Car ce sont eux qui incarnent historiquement, aujourd’hui comme hier, mieux et pire que quiconque, mon mantra de départ : les demi-vérités sont les pires mensonges.

L’idéologie est un leurre typiquement humain qui n’épargne personne jusqu’aux libertaires les plus enragés, aux anarchistes les plus convaincus d’être des révolutionnaires.

Je pense fortement que, indépendamment des drapeaux idéologiques, les seuls qui agissent véritablement pour la révolution sont ceux qui oeuvrent au quotidien pour refuser la domestication, en cherchant de faire la révolution sans trop le dire, sans besoin d’en parler pour se faire mousser.

Evidemment il y a eu des révolutions dans l’histoire, toujours en relation avec le désir de communisme face à la jouissance insupportable de n’importe quel privilège. La passion communiste est ponctuelle, c’est intime et sociale à la fois, changeant les mœurs et les modes de la socialisation. Ce fut le cas maintes fois dans l’histoire et on l’a toujours enregistré ensuite. Ce fut toujours spontané, dans des formes différentes devenues ensuite des réproductions idéologiques justement parce que la révolution qu’on cherche de faire on a besoin de la dire aussi, d’en parler, en la chargeant ainsi inévitablement d’idéologie. Laquelle est une plante spontanée qui fait éclore les fleurs et les fruits non comestibles du mysticisme.

 

Notre relation avec la nature, nos relations de genre, nos relations de classes et maintenant notre survie d’espèce en danger ont toujours évolué poussées par l’intelligence sensible d’une conscience qui œuvre à la révolution dans la vie quotidienne, dans la vie réelle, avec ses jouissances et ses souffrances, réussites et échecs.

La révolution agraire, le développement des outils, les sociétés en constante évolution, de Spartacus l’ancien au Spartakisme moderne de Rosa Luxembourg ; de la Commune de Paris, à l’Espagne de 1936, jusqu’à mai 68 qui a saupoudré la planète entière d’un bonheur resté inachevé. Éphémère, c’est vrai, mais ô combien réel et jouissif pour les corps/esprits de ceux qui ont eu la chance de découvrir alors la vraie vie sans temps morts. Voilà, cités en vrac, quelques symboles voyants et émouvants d’un processus ininterrompu de radicalités humaines en quête de floraison.

Depuis toujours l’histoire de l’espèce est l’histoire de la révolution permanente qu’on fait ou défait, on désire ou craint, qui réussit ou rate. Jusqu’à hier, avant que dans l’anthropocène tristement évolué en anthroposcène on devient impuissants à réagir à l’hypnose du spectacle, voyeurs incapables de révolution, c’est à dire impuissants à défendre la vie, la sienne, celle de ses semblables, de chacun et de tous, de notre espèce et des autres.

Des révolutionnaires il y en a eu et il y en aura encore, mais désirer la révolution ne veut pas dire la faire, et les morts sont morts, enterrés ou brûlés avec leurs/nos révolutions inachevées,  trop souvent ratées et/ou trahies.

L’idéologie révolutionnaire a toujours surgi pour manipuler ses croyants d’une façon plus moderne que l’imposture religieuse ancienne avec ses caracteristiques primaires, tartuferie utilisée depuis la préhistoire par prêtres, chamans et maquereaux politiques afin d’établir et justifier le pouvoir hiérarchique des riches, des dominants, des privilégiés. Inconsciemment ou pas, les bureaucrates de la révolution, les intellectuels et les militants révolutionnaires glissent trop souvent sur le terrain mystique de l’égalité idéologique, finissant toujours par se croire et se dire plus égaux que les autres.

Tout cela est finissant, et ne pourra plus durer. L’humanité – ce qui en reste – est désormais obligée de choisir la vie contre la mort ou disparaître. Voilà la base concrète d’une conscience d’espèce qui est notre dernière chance d’échapper à la solution finale capitaliste et productiviste en voie d’atteindre leur ultime véritable visée nihiliste et morbide : « Viva la muerte » !

Parmi ceux qui acceptent passivement de mourir dans l'ancien monde et ceux qui rêvent d’inventer un nouveau monde sur Mars encore pire et monstrueux, les paris sont ouverts, mais le parti de la vie auquel nous appartenons n’a rien à voir ni à faire avec un tel délire.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 23 août 2026



[1]Le mot mysticisme est important et comme toute parole importante il porte des significations différentes et multiples. Historiquement, le mysticisme est aussi une sensibilité particulière et intéressante qui permet d’explorer le réel sans se limiter au physique, lisant le monde dans sa complexité, « dans le sens de la vie » diraient les Monty Pytons, véritables et sympathiques mystiques intelligents. Moi je l’utilise, de façon moins divertissante mais nécessaire je crois, pour dénoncer une manipulation systématique de la vérité. Je me réfère ainsi au concept de mysticisme de  W. Reich : « distorsion irréelle et métaphysique des impressions sensorielles et des sensations organiques », L’éther, dieu et le diable, Payot, 1999.  Ainsi Reich dénonce les racines de la réalité spectaculaire bien avant que les situationnistes et le général Debord critiquent clairement et abondamment la société du spectacle comme phase finale du patriarcat capitaliste, productiviste, nihiliste et finalement fasciste.

 

martedì 4 agosto 2026

Brindisi alla memoria di Raoul Vaneigem

 



     La morte di chi ha vissuto desiderando senza fine è meno triste della sopravvivenza di chi si trascina dopo aver tumulato ogni desiderio affinato.

Chi ha conosciuto Raoul, infatti, seppur addolorato dalla sua scomparsa, è ancora colmo della gioia di aver scambiato sguardi, gesti e parole con un uomo la cui soggettività radicale ha operato affinché l’impulso ad avere, ad apparire, fosse sostituito dalla passione di essere, dal dono di amare e condividere senza contropartita né secondi fini.

Restio, se non fermamente contrario a vivere nei ricordi di un passato ormai remoto, quindi indisponibile a fregiarsi delle conquiste della teoria situazionista, a seppellire il momento vissuto nel revival di un mondo scomparso, Raoul ha continuato a portare avanti le sue analisi e le sue passioni nel presente. Né parole d’ordine né modelli, ma sussurri nelle orecchie complici, le idee espresse nei suoi libri sono modulazioni su un’aria barocca che ha continuato a intonare imperterrito fino alla fine dei suoi giorni.

Prima di restituire agli altri i frutti del suo pensiero, sottoforma di parole pacate, profferite senza mai alzare la voce né interrompere il flusso del discorso altrui, innanzitutto Raoul stava ad ascoltare. Dono raro, quasi in via d’estinzione in una società di esteti indaffarati ad autocompiacersi, a riversare sul prossimo l’ombra pestilenziale della propria apparenza mortifera, moltiplicata dai vari caleidoscopici apparecchi audiovisivi. Con grandi occhi chiari, teneri, vispi, lasciava sempre la precedenza a te che gli parlavi, attendendo senza fretta il momento conclusivo in cui, infine, replicava con un’umiltà difficile da trovare in chi ha lasciato tracce indelebili nella storia del pensiero rivoluzionario.

Una tensione, un’attitudine d’animo, che nella sua ultima opera, ancora inedita, ha spiegato con parole inequivocabili.

La soggettività radicale è il fronte comune dell’identità ritrovata. Quelli che sono incapaci di riconoscere la loro presenza negli altri si condannano ad essere sempre estranei a se stessi. (…) La conoscenza ha valore soltanto se sfocia sul riconoscimento del progetto comune, sul riflesso d’identità.

 

Sebbene alcuni giornali, quasi soltanto francesi, ne riportino la notizia, la morte di Vaneigem è un fatto che sfugge alle luci della ribalta, ai vaniloqui delle celebrità dell’intellighenzia o dei lacchè che strisciano nelle fogne della “cultura”. Nel regno della menzogna generalizzata, Raoul è sempre stato un fuggiasco, evitando metodicamente che le fauci del mostro spettacolare inghiottissero la sua immagine e con essa la sua essenza.

Sarebbe inopportuno da parte mia indignarmi del silenzio che circonda il mio pensiero e la radicalità del Maggio 1968, dal momento che rifiutando interviste, dibattiti pubblici, radio, televisione, sto attento a non fare alcuna concessione allo spettacolo.

 

Si potrebbe continuare a lungo, tesserne elogi, evidenziarne gli innumerevoli apporti alla teoria radicale… Ma è meglio fermarsi, tacere, lasciarsi cullare dai ricordi… e brindare alla vita. Alziamo dunque i calici!

Un abbraccio ai suoi cari, e in particolar modo a Eleni che l’ha amato e accompagnato nel suo ultimo, lungo tratto di strada.

 

Sono all’incrocio

di un destino in cui

la sopravvivenza scompare e

in cui la vita si ricrea.

 

Grazie di cuore, Raoul.

Matteo Lombardi, 1 agosto 2026


grazie alla nave dei folli


giovedì 30 luglio 2026

Addio Raoul - Infinitamente grazie

 


caro Raoul

questa volta non leggerai barravento.
Siamo orfani una volta di più di una presenza magicamente potente, ma vogliamo riuscire a tenere con noi il grande tesoro che ci hai regalato,  cercando che funzioni per tutti come hai sempre desiderato, infaticabile cesellatore che hai dedicato la vita raffinando pensieri e parole, generosamente e gioiosamente, fino alla fine, per diffondere una nuova e splendida felicità di vivere, all'insegna della solidarietà e nella ricerca dell'armonia e del piacere condiviso, con una forza contraria al dominio e all'infamia, un potentissimo veleno per gli oppressori che ci hanno imprigionato in questo mondo,  sempre più chiaramente destinato a crollare per il gentile ma tremendo soffio di libertà che l'innocenza  produrrà inevitabilmente, verso una liberazione individuale praticata collettivamente.

Infinitamente grazie

gilda



 

CROLLO O RIVOLUZIONE di Sergio Ghirardi Sauvageon

 



 

Ho scritto questa piccola riflessione, una di più, quando il mio grande amico Raoul Vaneigem stava per lasciarci. Ho condiviso qualche momento della sua lotta finale, sempre nobile di umanità anche nel dolore e nella sofferenza. Il ricordo della sua poesia, del suo sorriso e della sua sensibilità senza concessioni allo spettacolo continueranno ad alimentare la mia coscienza e la nostra amicizia quanto la sua lucidità canta sempre nei suoi libri e nelle sue canzoni incisive e commoventi.

Ti abbraccio forte Raoul, portando con te un ultimo brindisi al proletariato rivoluzionario e alle giovani generazioni. Sarai sempre con me nei piaceri della vita e nella lotta sociale che abbiamo tanto a lungo condiviso.

Sergio

 

 

In quanto partigiani della decrescita, alla fine del ventesimo secolo,  abbiamo ancora avuto l’ottimismo ingenuo di credere che gli esseri umani avrebbero finito per muoversi verso la rivoluzione sociale necessaria di fronte all’evidenza senza remissione che in un mondo finito la crescita infinita è impossibile, vuoi inconcepibile.

 

Il fatto ci sembrava evidente e non siamo stati fottuti di capire che nella società dello spettacolo trionfante, dove il vero è un momento del falso, il falso prende facilmente e sovente il posto del vero negato, falsato e ridicolizzato senza che nessuno (o quasi) se ne offuschi: né i servitori volontari né i dominanti, mentre tutti gli altri sono educati da scimmie addomesticate a non vedere, non sentire, non parlare, se non per ripetere la lezione impartita dai mass media dell’incultura dominante.

 

In effetti una tale credenza mistica nel dio del progresso produttivista, dogma tanto diffuso che stupido, è stata e purtroppo resta una paranoia operante. Una tale menzogna coltivata permette agli scettici e cinici pro capitalisti[1] al potere di continuare fino in fondo il cammino verso lo choc di civiltà che s’avvicina ineluttabile, totalmente diverso da quello profetizzato dalle elucubrazioni deliranti dell’isteria fascista ossessionata dall’immigrazione.

 

Abbiamo fatto della civiltà produttivista, sostenuta nella sua modernità capitalista dai suoi partigiani suprematisti, di stampo fascista e tecno dipendenti, un radeau de la Méduse messo di fronte a limiti strutturali che rendono questa civiltà effimera, priva di futuro.

 

Ne consegue concretamente che il petrolio alla radice e al cuore del tecno produttivismo, il cui dominio dipende in buona parte da questo liquido infetto, anch’esso limitato in questo mondo finito – è destinato a mancare assai presto, anche se non si sa esattamente quando. Comunque presto, sulla scala del tempo storico. Nessun dubbio in proposito!

 

L’oro nero copre il trenta per cento dell’energia utilizzata nel mondo industriale dove, comunque, niente funziona senza petrolio. Anche l’estrazione delle altre energie necessarie alla produzione di beni e di utensili dipende dall’utilizzazione del petrolio.

 

Anche la plastica è un prodotto del petrolio da cui deriva prima di avvolgere la merce come un preservativo indispensabile, proteggendo ed eccitando la triste passione consumistica. Una volta terminata l’eiaculazione precoce del consumo, la plastica viaggia verso i depositi di spazzatura ma anche copiosamente verso i fiumi e il mare, fino a formare delle isole artificiali che soffocano gli oceani e invadono l’acqua potabile e il cibo, inquinando i corpi dei viventi di ogni specie. Un incubo in mezzo ad altri: il cibo avvelenato dal business, l’aria irrespirabile e cancerogena a causa dell’industrializzazione!

 

Il crollo in arrivo moltiplica i segni della sua avanzata stolidamente vittoriosa. Se ne parla ormai – come fare altrimenti di fronte all’evidenza? – per meglio banalizzarlo il più possibile, evitando di confrontarcisi, prostrati di fronte a una sorta di punizione divina meritata per non aver saputo amare la merce con sufficiente devozione.

 

Fin dall’invenzione delle religioni, il senso di colpa giustifica lo schiavismo e la sottomissione che hanno contribuito a un’evoluzione costante del suprematismo verso società autoritarie e patriarcali.

 

Ci sono già diverse società in cui il crollo è in corso, ma esso sarà globale e probabilmente irreversibile quando riguarderà – strutturalmente e non solo marginalmente come è avvenuto fino a ieri – le società più moderne, più ricche economicamente e imperialiste. Solo allora diventerà visibile senza tentennamenti la pericolosità della civiltà capitalista. Dominanti e dominati, all’interno e aldilà delle classi sociali, il problema e la lotta che la situazione veicola riguardano chiaramente l’umanità intera e la sua coscienza di specie in fieri.

 

Per tardiva che sia, una tale situazione provocherà una rivolta globale o la fine della specie umana in seguito alla scomparsa di quelle che l’avranno preceduta nel crollo – dinamica già in corso per un buon numero di esseri e forme del vivente.

 

Quel che caratterizza già ora questo processo planetario è di essere stato provocato da un’intelligenza artificiale economista e non dalla natura umana e dalla sua intelligenza sensibile. La civiltà capitalista non è che un modo di produzione inventato e imposto da un’umanità patriarcale golosa di economia politica, un meccanismo artificiale che spinge ormai la vita verso la sparizione e la natura a innescare un’evoluzione senza sentimento né pietà.

 

I produttori vampireschi del valore economico stanno consegnando tutto il vivente alla follia cieca di un’intelligenza artificiale che funziona come una macchina sprovvista d’intelligenza sensibile, un meccanismo di cui l’IA è l’ultimo gadget, sintomatico dell’alienazione trionfante.

IA: intelligenza artificiale o idiozia artificiale?

 

Il crollo si manifesta già a livello planetario attraverso un deregolamento climatico che, insieme ad altri guasti, provoca incendi, penurie d’acqua e di cibo, aumento dei prezzi e altre nocività varie, manipolate da oligarchi pestiferi e pestiferanti.

 

Le condizioni sono riunite per una crisi strutturale maggiore e diffusa che il capitalismo non potrà sostenere né risolvere. Le popolazioni si accorgeranno di non poter bere né mangiare i loro telefonini, i loro computer, le loro televisioni quando il loro frigo sarà vuoto e spento per mancanza di elettricità. E tanti saluti al nucleare, portatore dell’obsolescenza dell’umano in pace e in guerra!

 

Nessun bisogno di militanti rivoluzionari per invitare alla rivolta. La coscienza di specie ci spingerà, lo spero, all’aiuto reciproco e alla solidarietà tra uguali, eliminando ogni focolaio di violenza, denunciandolo come controrivoluzionario e suprematista.

 

L’acrazia è la chiave di volta della rivoluzione a venire. Ci proteggerà collettivamente da ogni violenza e dal capitalismo che la produce e la gestisce. La rivoluzione sarà pacifica o non sarà altro che un delirio postfascista ormai innescato. L’autogestione generalizzata della vita quotidiana cancellerà secoli di sfruttamento e di miseria in nome di un’umanità ritrovata nella fraternità contro l’odio; altrimenti sarà la fine dell’umanità in quanto tale.

 

E qui mi fermo, dopo questo omaggio per me insolito all’ottimismo; io portatore di un pessimismo al servizio del principio di precauzione. Al punto in cui siamo, peró, più di precauzione possibile. Tanto vale scommettere sulla felicità. A volte funziona, e la Comune a venire sarà forse vincente.

 

Quando non c’è più niente da perdere, tanto vale mettere il cursore al massimo e andare fino in fondo, scommettendo sul meglio che accompagna da sempre il nostro destino da affinare. Senza certezze ne rimpianti.

 

Queste parole di conclusione, preoccupate e spontanee, sono anche il mio omaggio sincero e affettuoso a quel grand’uomo e amico, Raoul Vaneigem, che mi ha tanto insegnato e nutrito le mie idee. La sua radicalità acratica resta più attuale che mai nel momento attuale, con la sua poesia e il suo pensiero profondo.

 

I giorni brutti finiranno, come diceva uno, l’altro e l’altro ancora…auspicio che Raoul ha senz’altro espresso più e meglio di tutti.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 29 luglio 2026



[1]Le parole prigioniere: che i Cinici e gli Scettici dell'antica Grecia e i loro moderni difensori non mi tengano troppo rancore per aver denunciato criticamente atteggiamenti odiosi di disprezzo e discredito utilizzando impropriamente, secondo gli usi moderni, gli aggettivi derivati da queste due nobili filosofie arcaiche.

 Effondrement ou révolution


 

J’ai écris cette petite réflexion, une de plus, alors que mon grand ami Raoul Vaneigem allait nous quitter. J’ai partagé quelques moments de sa lutte finale, toujours noble d’humanité, même dans la douleur et la souffrance. Le souvenir de sa poésie, de son sourire et de sa sensibilité sans concessions au spectacle continueront à nourrir ma conscience et notre amitié, tandis que sa lucidité chante toujours dans ses livres et dans ses chansons à la fois percutantes et émouvantes.

Je t’embrasse fort Raoul, en portant avec toi un dernier toast au prolétariat  révolutionnaire et aux jeunes générations. Tu seras toujours avec moi dans les plaisirs de la vie et dans la lutte sociale que nous avons longtemps partagée, chacun à sa manière.

Sergio G.S.

 

 

En tant que décroissants de la fin du vingtième siècle, on a eu encore l’optimisme naïf de croire que les humains allaient finir par bouger vers la révolution sociale nécessaire face au constat sans rémission que dans un monde fini la croissance infinie est impossible, voire inconcevable.

 

Cela nous semblait évident et on a pas été foutus de comprendre que, dans la société du spectacle triomphant, où le vrai est un moment du faux, le faux tient aisément et souvent la place du vrai nié, faussé et bafoué sans que personne (ou presque) ne s’en offusque : ni les serviteurs volontaires ni les dominants, alors que tous les autres sont éduqués en singes domestiqués à ne pas voir, ne pas entendre, ne pas parler, sinon pour répéter la leçon impartie par les médias de l’inculture dominante.

 

En fait une telle croyance mystique dans le dieu du progrès productiviste, dogme aussi diffus que débile, a été et hélas est toujours une paranoïa agissante. Ce mensonge entretenu permet aux sceptiques et cyniques[1] pro capitalistes au pouvoir de continuer jusqu’au bout le chemin vers le choc civilisationnel qui s’approche inéluctable, complètement différent de celui prophétisé par les élucubrations délirantes de l’hystérie fasciste, obsédée par l’immigration.

 

On a fait de la civilisation productiviste, soutenue dans sa modernité capitaliste par ses partisans suprématistes, fascisants et techno dépendants, un radeau de la Méduse confronté à des limites structurelles qui rendent cette civilisation éphémère, sans futur.

 

Il s’ensuit concrètement que le pétrole à la racine et au cœur du techno productivisme dont la domination dépend en bonne partie de ce liquide infect, lui aussi limité dans ce monde fini est destiné à manquer assez vite, même si on ne sait pas exactement quand. De toute façon bientôt, sur l’échelle du temps historique. Pas de doute à ce propos .

L’or noir couvre les trente pour cent de l’énergie utilisée dans le monde industriel où, de toute façon, rien ne fonctionne sans pétrole. Même l’extraction des autres énergies nécessaires à la production de biens et d’outils dépend de l’utilisation de pétrole.

 

Le plastique aussi est un produit du pétrole dont il dérive avant d’emballer la marchandise comme un préservatif indispensable, protégeant et excitant la triste passion consumériste. Une fois l’éjaculation précoce de la consommation terminée, le plastique voyage vers les décharges mais aussi copieusement vers les fleuves et la mer, jusqu’à former des îles artificielles qui étouffent les océans et envahissent l’eau potable et la nourriture, polluant les corps des vivants de toutes les espèces. C’est un cauchemar parmi d’autres : la nourriture empoisonnée par le business, l’air irrespirable et cancérigène du fait de l’industrialisation !

 

L’effondrement qui vient multiplie les signes de son avancée bêtement victorieuse. On en parle désormais comment faire autrement face à l’évidence ? pour mieux le banaliser le plus possible, en ne s’y confrontant pas, prostrés face à une sorte de punition divine méritée pour ne pas avoir su aimer la marchandise avec assez de dévotion.

 

Depuis l’invention des religions, la culpabilité justifie l’esclavage et la soumission qui ont contribué à une évolution constante du suprématisme vers des sociétés autoritaires et patriarcales.

 

Il y a déjà pas mal de sociétés en voie d’effondrement, mais celui-ci sera global et probablement irréversible quand il concernera structurellement et pas seulement marginalement comme ce fut jusqu’à hier les sociétés plus modernes, plus riches économiquement et impérialistes. Uniquement alors deviendra visible sans atermoiements la dangerosité de la civilisation capitaliste. Dominants et dominés, dans et au-delà des classes sociales, le problème et la lutte que la situation véhicule concernent clairement toute humanité et sa conscience d’espèce in fieri.

 

Pour tardive qu’elle soit, une telle situation provoquera une révolte globale ou la fin de l’espèce humaine à la suite de la disparition de celles qui l’auront précédée dans l’effondrement dynamique déjà en marche pour bon nombre d’êtres et des formes du vivant.

 

Ce qui caractérise dès maintenant ce processus planétaire est d’avoir été provoqué par une intelligence artificielle économiste et non pas par la nature humaine et son intelligence sensible. La civilisation capitaliste n’est qu’un mode de production inventé et imposé par une humanité patriarcale gourmande d’économie politique ; c’est un mécanisme artificiel qui pousse désormais la vie à disparaître et la nature à enclencher une évolution sans sentiment ni pitié.

 

Les producteurs vampiriques de la valeur économique sont en train de consigner tout le vivant à la folie aveugle d’une intelligence artificielle qui fonctionne comme une machine dépourvue d’intelligence sensible. C’est un mécanisme dont l’IA est le dernier gadget, symptomatique de l’aliénation triomphante.

 

IA : intelligence artificielle ou idiotie artificielle ?

 

L’effondrement se manifeste déjà au niveau planétaire par un dérèglement climatique qui, parmi d’autres dégâts, provoque incendies, pénuries d’eau et de nourriture, augmentation des prix  et autres nuisances variées, manipulées par des oligarques pestiférés et pestiférants.

 

Les conditions sont réunies pour une crise structurelle majeure et diffuse que le capitalisme ne pourra pas soutenir ni enrayer. Les populations s’apercevront qu’elles ne peuvent ni boire ni manger leurs portables, leurs ordinateurs, leurs télévisions quand leur frigo sera vide et éteint par manque d’électricité. Et bye bye le nucléaire, porteur de l’obsolescence de l’humain en paix comme en guerre !

 

Pas besoin de militants révolutionnaires pour inviter à la révolte. La conscience d’espèce nous poussera, je l’espère, à l’entraide et à la solidarité entre égaux, en éliminant tout foyer de violence, en le dénonçant comme contre-révolutionnaire et suprématiste.

 

L’acratie est la clé de voûte de la révolution à venir. Elle nous protégera collectivement de toute violence et du capitalisme qui la produit et la gère. La révolution sera pacifique ou elle ne sera pas, sinon un délire post fasciste désormais déclenché. L’autogestion généralisée de la vie quotidienne effacera des siècles d’exploitation et de misère au nom d’une humanité retrouvée dans la fraternité contre la haine ; sinon, ce sera la fin de l’humanité en tant que telle.

 

Et ici je m’arrête, après cet hommage pour moi insolite à l’optimisme ; moi porteur d’un pessimisme au service du principe de précaution. Au point où nous sommes, toutefois, plus de précautions possibles. Autant parier sur le bonheur. Parfois ça marche et la Commune à venir sera peut-être gagnante.

Quand il n’y a plus rien à perdre, autant mettre la barre très haut et aller jusqu’au bout, pariant sur le meilleur qui accompagne depuis toujours notre destinée à parfaire. Sans certitudes ni regrets.

 

Ces mots de conclusion, préoccupés et spontanés, se veulent aussi mon ultime hommage sincère et affectueux à ce grand homme et ami, Raoul Vaneigem, qui m’a tant appris et a nourri mes idées.

Sa radicalité acratique reste plus actuelle que jamais dans le moment actuel, avec sa poésie et sa pensée profonde.

Les mauvais jours finiront, comme disait l’un, l’autre et l’autre encore… vœux que Raoul a certainement exprimé plus et mieux que quiconque.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, le 29 juillet 2026



[1] Les mots captifs : que les Cyniques et les Sceptiques de la Grèce ancienne et leurs souteneurs modernes ne m’en veuillent pas trop de dénoncer critiquement des attitudes odieuses de mépris et déconsidération en utilisant improprement, selon  les habitudes modernes, les adjectifs dérivés de ces deux nobles philosophies archaïques.

 

domenica 26 luglio 2026

Alberto è stato un colpo di fulmine di amicizia



 Cari tutti,

È con immensa tristezza che vi annuncio che il nostro amico Alberto ci ha appena lasciati. È successo domenica scorsa a Reus, la sua città natale in Catalogna, dove era tornato da alcuni anni, dopo lunghi viaggi e soggiorni all’estero e poi a Barcellona.

Alberto è stato travolto in quindici giorni da un cancro passato inosservato durante i recenti esami. È stato accompagnato in modo straordinario da suo fratello Jordi e dalla sua cara amica Mina, che lo hanno assistito rispettando scrupolosamente le sue volontà. Li abbraccio con affetto.

Alberto aveva stabilito un termine alle cure a cui era sottoposto. Se n’è andato come desiderava, guardando la morte negli occhi. Martedì, nel corso di due brevi cerimonie, ci siamo ritrovati attorno a lui, tra familiari, cari amici, compagne e compagni di viaggio inseparabili, prima di lasciarlo andare per sempre, sotto forma di ceneri, accanto a sua madre.

Perché ne ha fatta di strada, il signor Alberto, nel corso di tutta la sua vita, fuggendo dalla Spagna di Franco verso l’Italia – dove nacque la nostra incrollabile amicizia –, poi la Francia, il Mali, la Costa d’Avorio, nel corso di progetti appassionanti che ha illustrato in modo geniale. Tornato in Spagna nel 1986, fondò insieme a Jordi il notevole studio grafico Alberto y Jordi Romero, che ha fatto meraviglie fino ad oggi, tra Barcellona e Reus. Nei prossimi giorni cercherò di raccontare, corredando il tutto di immagini, ciò che so di una magnifica carriera all’insegna di una bellezza esigente ed evidente, attraverso le proposte che Alberto, da solo, in squadra o in splendido duo con Jordi, non ha mai smesso di realizzare negli ultimi cinque decenni.

Alberto è stato un colpo di fulmine di amicizia, avvenuto a Torino nel 1975. Fin dalla creazione del nostro atelier EcoutezVoir, un anno dopo, la sua presenza unica ha conquistato tutti gli amici, i compagni di viaggio, i partner. Insieme o a distanza, lavorare con lui era la certezza di proposte imbattibili, frutto di uno spirito di ricerca e di creazione che non si esauriva mai, sia nell’arte che padroneggiava sia nelle discipline correlate. Avremmo tutti così tanti aneddoti da raccontare, da Arles al Cirque d’hiver, dall’Africa alla Catalogna. Non ho ancora finito di piangerlo, mio fratellino.

FRANÇOIS TISSEYRE



Chers tous,

 

J’ai l’infinie tristesse de vous annoncer que notre ami Alberto vient de nous quitter. C’était dimanche dernier à Reus, sa ville natale de Catalogne où il était revenu depuis quelques années, après de longs voyages et séjours à l’étranger puis à Barcelone. 

Alberto a été foudroyé en quinze jours par un cancer passé inaperçu lors de récents examens. Il a été formidablement accompagné par son frère Jordi et sa précieuse amie Mina, qui ont veillé sur lui en respectant scrupuleusement ses directives. Je les embrasse tendrement.

 

Alberto avait fixé un terme aux soins dont il faisait l’objet. Il est parti comme il a souhaité, en regardant la mort en face. Mardi, lors de deux brèves cérémonies, nous nous sommes retrouvés autour de lui, entre famille, amis chers, inséparables compagnes et compagnons de route, avant de le laisser partir pour de bon, en cendres, auprès de sa maman. 

 

Car il en a fait, du chemin, Monsieur Albert, toute sa vie durant, désertant l’Espagne de Franco pour l’Italie – où naquit notre indéfectible amitié – , puis la France, le Mali, la Côte d’Ivoire, au cours de projets passionnants qu’il illustra génialement. Revenu en Espagne en 1986, il fonda avec Jordi le remarquable studio graphique Alberto y Jordi Romero qui a fairt merveille jusqu’ici, entre Barcelone et Reus. J’essaierai ces temps prochains de raconter, en l’illustrant, ce que je sais d'une carrière magnifique placée sous le signe de l'exigeante et évidente beauté, en des propositions qu’Alberto, seul, en équipe ou en superbe duo avec Jordi, n’a cessé de livrer depuis cinq décennies.

 

Alberto, c’était un coup de foudre amical, survenu à Turin en 1975. Dès la création de notre atelier EcoutezVoir un an plus tard, sa présence unique a conquis tous les amis, compagnons de route, partenaires. Ensemble ou à distance, travailler avec lui était la certitude de propositions imparables, fruits d’un esprit de recherche et de création jamais tari, tant dans l’art qu’il maîtrisait que dans les disciplines associées. Nous aurions toutes et tous tant d’anecdotes à raconter, d’Arles au Cirque d’hiver, de l’Afrique à la Catalogne. Je n’ai pas fini de le pleurer, mon petit frère.

 

FRANÇOIS TISSEYRE 





Cerimonia in onore di:

Albert Romero Gesalí (76)

Reus, 21 luglio 2026

 

[Benvenuto musicale: "EuskalKantua"]

 

Familiari, amici... Benvenuti a questa cerimonia in memoria di Albert, che purtroppo ci ha lasciati.

 

Siamo qui per rendergli quest'ultimo omaggio come merita, con tanto amore, esprimendo la nostra gratitudine per i momenti e gli insegnamenti che ha condiviso con noi lungo il suo cammino.

La sua scomparsa lascia un vuoto immenso, è vero, ma oggi non vogliamo parlare di una fine, perché rimarrà per sempre nei cuori e nei ricordi di tutti coloro che hanno condiviso una parte della sua vita.

Questo desiderio di ricordarlo per quello che era è stato evidente fin dall'inizio. La melodia che ci ha accompagnato durante il suo ingresso, "Euskal Kantua", è stata una scelta molto speciale. Albert stesso l'ha scelta prima di morire. Non si tratta di un brano qualsiasi; il suo compositore, Michel Portal, era un suo grande amico. Si conobbero lavorando insieme nell'industria audiovisiva, stringendo un legame professionale e personale che Albert volle mantenere vivo fino all'ultimo istante attraverso queste note.

 

Quando nasciamo, la vita è come un libro bianco, pieno di possibilità e in attesa di essere scritto. Ogni giorno è una nuova pagina e ogni esperienza diventa un capitolo della nostra storia.

 

E inizieremo la storia di Albert con un viaggio nel passato. Un nostalgico salto nel tempo, che ci trasporta al 3 ottobre 1949, proprio qui a Reus.

Lì crebbe, insieme ai suoi genitori, Albert e Teresa. Albert era il fratello maggiore, e aprì la strada al fratello Jordi, che sarebbe nato otto anni dopo.

 

Fin da piccolo, era chiaro che non sarebbe stato un bambino ordinario; era uno di quei bambini birichini e irrequieti, forse non particolarmente affezionati ai libri di scuola tradizionali, ma dotato di un immenso talento grazie alla sua straordinaria capacità di osservazione.

 

Guardava il mondo con una curiosità unica, e quello sguardo lo condusse, anni dopo, a Barcellona, ​​dove studiò grafica. All'epoca, Albert era un vero pioniere. Scelse un campo di studi che quasi nessuno conosceva allora, dimostrando fin da giovane il suo spirito anticonformista. Non gli piaceva essere confinato in un unico luogo; aveva bisogno di orizzonti più ampi. Per questo andò all'estero.

 

La sua prima tappa fu Milano, dove lavorò nello studio di un famoso designer. Da lì, il lavoro – che fu sempre la forza trainante dei suoi viaggi – lo portò in Africa.

Visitò la Costa d'Avorio e si recò in Mali, dove lavorò come documentarista sulla ricerca medica e condivise le sue conoscenze come insegnante di grafica con i primi studenti africani in quella regione. Fu proprio durante quei viaggi che scoprì e si innamorò dei ritmi della musica africana, che lo avrebbero accompagnato per sempre.

In seguito, lavorò a Torino come funzionario delle Nazioni Unite. Ed è a Torino che strinse amicizia con François. Insieme si trasferirono a Parigi per fondare uno studio di comunicazione visiva, dando vita a una di quelle amicizie pure, sincere e preziose che durano una vita intera.

 

Nel 1982, Albert tornò in Spagna e nel 1986 si stabilì definitivamente a Barcellona. Fu in questo periodo che unì le forze professionalmente con il fratello Jordi per aprire lo studio "Albert e Jordi Romero". Insieme avrebbero fatto la storia nella loro città natale quando, nel 1998, crearono l'emblema della città di Reus.

 

Jordi ci racconta oggi, con profonda gratitudine, che Albert fu il suo vero mentore. Sebbene entrambi avessero studiato la stessa materia, Jordi imparò davvero il mestiere al fianco della mente ossessiva, perfezionista e totalmente dedita del fratello maggiore.

 

E in effetti, Albert viveva per il suo lavoro; era la sua priorità assoluta.

 

Ma la vita non era fatta solo di design e progetti. In amore, Albert trovò la felicità con Mina. Lei fu una figura importantissima nella sua vita, una presenza fondamentale in cui trovò non solo una compagna, ma anche una grande amica e una fedele compagna di viaggio. Una di quelle persone che lasciano un segno indelebile.

 

Questo era Albert: una persona molto indipendente e colta, con uno stile di conversazione piacevole e affascinante. Ma se c'era una cosa che lo definiva più di ogni altra, era la sua incrollabile sincerità. Non nascondeva mai nulla, era sempre diretto e aveva una frase che ripeteva come un mantra:

 

"La verità fa male".

 

Non tutti sono pronti a una tale onestà disarmante, ed è per questo che Albert ebbe pochi amici nel corso della sua vita, e ne perse anche alcuni lungo il cammino proprio a causa di questa franchezza. Ma quelli che conservò furono veri, sinceri amici.

 

Come il suo amico Jordi Cornudella, che solo pochi giorni fa gli ha scritto un messaggio che riassume perfettamente la sua essenza:

"Albert porterà con sé molti ricordi, ma ne lascerà molti di più. Per me, questo è certo. Ogni volta che ci penso, lui è tra le persone che contano davvero."

 

Di fronte alle difficoltà, Albert non si è mai arreso. Aveva una filosofia di vita ammirevole: non vedeva i problemi come tali, li affrontava semplicemente e trovava un modo per andare avanti.

Per questo, nei suoi ultimi giorni, confidò al fratello Jordi di andarsene serenamente, sentendo di aver vissuto una vita piena e serena, durante la quale aveva potuto viaggiare molto, incontrare innumerevoli persone e coltivare le sue passioni: i libri, i film che amava e la chitarra, che suonava per puro piacere.

 

E in questa vita piena, c'è un bellissimo capitolo dedicato al nipote Lucas. Quando Lucas era piccolo, tornava a casa da scuola e il padre lo portava nello studio dove lavoravano i due fratelli. Lì, tra disegni e scritte, Albert si trasformava. Realizzava giocattoli a mano con tutta la sua dedizione e pazienza, e un giorno gli regalò una chitarra, trasmettendogli il suo amore per la musica.

 

Albert è stato un mentore per suo fratello, un modello per suo nipote, un amico indimenticabile e un compagno di vita eccezionale. Il legame di sangue e di anima che condivideva con suo fratello Jordi si riflette perfettamente nella canzone che Albert ha scelto personalmente per quel momento della cerimonia. Dice che il peso non è grande se è per suo fratello.

 

Ascoltiamo con rispetto e amore questa canzone degli Hollies: "Non è un peso, è mio fratello".

 

Il valore più grande che Albert ci trasmette è l'importanza di essere sinceri, di vivere senza nascondere la verità, di affrontare la vita con coraggio e ottimismo. Ha lasciato le pagine del suo libro piene di storie, viaggi, progetti e amore.

 

Ora tocca a noi preservarne la memoria.

 

Gli diciamo addio sapendo che ha vissuto come voleva, libero, autentico e appagante. E per sua stessa scelta, non ci lascia con una canzone di tristezza.

 

Ci ha chiesto di accompagnarlo verso l'uscita, verso la luce, verso l'angolo soleggiato della strada, con il jazz che tanto amava.

 

Accompagniamo Albert nel suo ultimo viaggio ascoltando la versione live del 1957 di Duke Ellington di "On the SunnySide of the Street", e coglieremo l'occasione per distribuire dei fiori. Che ogni fiore rappresenti un bel ricordo condiviso con Albert.