Il
collasso sociale, il decadimento dello Stato, il naufragio delle ideologie
spingono la coscienza di specie – ancora nascente nonostante e a causa di tutto
– verso un radicale cambio di rotta che continuiamo ancora e sempre a cercare,
ma con crescente stanchezza, impotenti a liberarci delle liturgie pseudo
rivoluzionarie del passato, con il rischio di finire assuefatti all'impotenza
contemplativa di una coscienza infelice.
I residui
della coscienza di classe, in via d'evoluzione dialettica verso una coscienza di
specie che si sta lentamente e difficilmente formando, continuano a plasmare il
presente presentandosi come il nemico storico dei riflessi predatori, sempre
difficili da estirpare, come ogni abitudine radicata in una specie umana che
fino a ieri era ancora preistorica.
Il mutuo soccorso, che per millenni ha storicamente affermato la
volontà emancipatrice dell'umanità di fronte ai suoi istinti animali
primordiali di sopravvivenza, fatica sempre ad affermarsi e diffondersi per
impedire che i riflessi predatori opportunistici usino la violenza per
risolvere le controversie sui desideri imponendo i propri come prioritari.
L’umano non esiste in natura, se non come una particolare
scimmia tra le altre, ma in costante evoluzione ben più che tutte le altre
specie viventi.
Nell'eterna ballata del vivente che caratterizza gli esseri
umani, solo i razzisti idioti e i mistici credenti di qualsiasi forma di
fascismo possono credere nella propria superiorità gerarchica, nel loro legame
privilegiato con divinità immaginarie che inventano per nascondere alla loro peste
emozionale la loro ineluttabile condizione di primati che – e ciò è decisamente
il peggio – ignorano di essere. Gott
mit uns, God on our side, Dieu est avec
nous: tale è il delirio
degli umanoidi di dovunque, in ogni lingua.
L'umano è una fragile creazione poetica che dei poeti spontanei
affermano costantemente, ma non possono mai imporre al mondo senza tradire la
propria poesia in azione.
Come lottare per la libertà, l'uguaglianza e la fraternità di un
mondo nuovo senza riprodurre la violenza, la manipolazione e il potere di una
società produttivista e patriarcale di cui siamo tutti patetici figli?
Il vecchio mondo sta crollando, ma uno nuovo stenta a emergere
senza riprodurre le contraddizioni del vecchio: ovviamente, non possiamo
liberarci dal vecchio mondo usando contro di esso i suoi metodi abituali di
suprematismo, autoritarismo e dominio senza riprodurlo in una forma peggiore,
con o senza rossetto sulle labbra.
Cambiare padrone, o anche padrona, non cambierà la situazione:
nessuna dittatura di alcun proletariato – patriarcale o matriarcale che sia –
realizzerà l'ideale comunista – a volte ingenuo, più spesso perverso – di un
qualunque socialismo autoritario. Una contraddizione così delicata e banale non
avalla, tuttavia, la dubbia truffa di una democrazia borghese oclocratica che
da secoli manipola gli sfruttati e i sottomessi di ogni genere, in nome di una
finta uguaglianza e di un suprematismo ingannevole, con o senza il sostegno
della servitù volontaria.
Acrazia anziché anarchia, per una società matricentrica anziché il
matriarcato, se non si vuole il potere ma la sua abolizione.
Quanti rivoluzionari sono morti – a volte facendo fuori anche
qualche criminale – in nome della libertà, quando il fondamento stesso
dell’aiuto reciproco rivoluzionario presuppone l'abolizione della pena di morte
per tutti, se vogliamo davvero liberarci dal vecchio mondo e dalla sua
barbarie.
Quindi, tutti vegetariani? La domanda sorge spontanea, imbarazzante
tra le altre. Cominciamo con il rifiutare modestamente ma senza eccezioni la
condanna a morte ideologica. Nessuna morte in nome di una morale, di una
visione del mondo, quindi di un'ideologia, per quanto antica o nuova possa
essere. Ce
n’est qu’un début, ancora una volta!
Nutrirsi, d'altra parte, è una necessità vitale che non può
essere rimproverata come una colpa ai carnivori, poiché la vita presuppone la
sopravvivenza per qualsiasi essere vivente. Ebbene, questo dato si è fatto più
complesso per gli esseri umani, intrappolati nella loro condizione di scimmie
piuttosto intelligenti, ma non troppo, né sempre; piuttosto scimpanzé che
bonobo, purtroppo, condizionati dalle contraddizioni oggettive del vivente
nella sua forma umana.
Perché la questione non si pone allo stesso modo per tutte le
specie: i leoni non assassinano zebre o gnu; li mangiano per nutrirsi, come si
mangia un'insalata, strappandola dalla terra nutrice. Senza scrupoli, né
possibilità di scelta.
A loro volta, gli animali umani devono porsi la domanda che
emerge dalla loro coscienza pratica come un’evidenza che cela una
contraddizione. Hanno una scelta? Niente moralismi, per favore, ma un po' di
coerenza.
Destin et
destinée (fato
e destino in italiano) condividono in francese la stessa radice etimologica, ma
non il genere: il/elle non generano gli stessi fiori, la stessa speranza al
maschile e al femminile.
Riusciremo mai a realizzare la nostra ambizione politico/poetica
di rendere l'umanità creatrice di un'autogestione generalizzata del godimento di
vivere in libertà? Non è certo, e in ogni caso, non ci siamo ancora riusciti.
Tutt'altro. Le nostre utopie sono rimaste nei cuori e sulle labbra, ma
soprattutto nei libri. Tigri di carta che i nostri desideri vorrebbero
trasformare in realizzazioni poetiche vissute, senza gerarchie, opportunismi,
manipolazioni, recuperi, misticismi, eccetera.
Ci troviamo al crocevia di una trasformazione storica; finiremo
per capirlo e agire, si spera non troppo tardi. Il capitalismo è giunto al
termine: o l'umanità si realizzerà poeticamente attraverso la sua coscienza di
specie, oppure andrà incontro a una fine miserabile e tragica. Sì, ma come,
dove e quando? Ci vorrà del tempo, ma sarà il nostro, quello dell'umanità?
Chi vivrà vedrà; per gli altri, l’eterno riposo nella spazzatura
della storia o nella necropoli paradisiaca dei credenti di un qualunque ottimismo
umanista.
Poco importa, una volta lasciata la valle di lacrime o del sorriso,
quella delle corvè o della felicità orgastica: ci saremo destreggiati al meglio
possibile con la musica del vivente e i suoi canti di un godimento accarezzante
durante momenti indimenticabili.
Amen
Sergio Ghirardi Sauvageon, 6 giugno 2026
Petite promenade
cérébrale à l’écoute de mon cœur
L’effondrement social, la
décomposition de l’État, le naufrage des idéologies poussent la conscience
d’espèce – in fieri malgré et à cause de tout – vers un radical changement de
cap qu’on recherche encore et toujours, mais de plus en plus las, impuissants à
se libérer des liturgies pseudo-révolutionnaires du passé, au risque de finir
dans l’addiction à l’impuissance contemplative d’une conscience malheureuse.
Les restes de la conscience de
classe, en voie d’évolution dialectique vers une conscience d’espèce en
formation lente et difficile, n’arrêtent pas de conditionner le présent en se
proposant en tant qu’ennemi historique de réflexes prédateurs, toujours
difficiles à effacer, comme toute habitude intégrée par une espèce humaine
encore préhistorique jusqu’à hier.
L’entraide qui, pendant des
millénaires, a historiquement affirmé la volonté émancipatrice de l’humain face
à ses réflexes animaux survivalistes primaires, a toujours du mal à s’affirmer
en se généralisant pour ne plus permettre aux réflexes prédateurs opportunistes
d’utiliser la violence pour départager les désirs en affirmant les siens comme
prioritaires.
L’humain n’existe pas en nature,
sinon comme un singe particulier parmi d’autres, mais plus que toutes les
espèces vivantes en constante évolution.
Dans l’éternelle ballade du
vivant qui caractérise les humains, seuls les racistes débiles et les croyants
mystiques de n’importe quel fascisme peuvent croire à leur supériorité
hiérarchique, à leur liaison privilégiée avec des dieux imaginaires qu’ils affabulent
pour cacher à leur peste émotionnelle leur condition inéluctable de primates
qui – et cela est bien le pire – s’ignorent. Gott mit uns, God on our
side, Dieu est avec nous ont déliré des humanoïdes de partout, en
toutes les langues.
L’humain est une création
poétique fragile que des poètes spontanés affirment toujours mais ne peuvent
jamais imposer au monde sans renier leur propre poésie en action.
Comment lutter pour la liberté,
l’égalité et la fraternité d’un monde nouveau sans reproduire la violence, la
manipulation et le pouvoir d’une société productiviste et patriarcale dont nous
sommes tous et toutes les rejetons pathétiques ?
Le vieux monde s’écroule, mais un
nouveau tarde à s’affirmer sans reproduire les contradictions de
l’ancien : évidemment on ne peut pas se libérer du vieux monde en
utilisant contre lui ses méthodes habituelles de suprématisme, autoritarisme et
domination sans le reproduire en pire, avec ou sans rouge à lèvres.
Changer de patron ou, même de
patronne, ne changera pas la donne : aucune dictature d’aucun prolétariat
– patri ou matriarcal qu’il soit – réalisera l’idéal communiste – parfois naïf,
plus souvent pervers – d’un quelconque socialisme autoritaire. Une telle
contradiction délicate et banale ne cautionne pas, pour autant, l’arnaque
douteuse d’une démocratie bourgeoise ochlocratique qui manipule depuis des
siècles les exploités et les soumis de tous genres, au nom d’une égalité
fictive et d’un suprématisme trompeur, avec ou sans la servitude volontaire à
l’appui.
Acratie plutôt que anarchie,
société matricentrique plutôt que matriarcat, si on ne veut pas le pouvoir mais
son abolition.
Combien de révolutionnaires sont
morts – en faisant mourir aussi parfois quelques méchants – au nom de la
liberté, alors que la première des entraides révolutionnaires présuppose
l’abolition de la peine de mort pour tous si on veut radicalement sortir du
vieux monde et de sa barbarie.
Tous végétariens donc ? La
question se pose, embarrassante parmi d’autres. Commençons modestement par
refuser la mise à mort idéologique sans exception. Pas de mort au nom d’une
morale, d’une vision du monde, donc d’une idéologie, aussi vieille ou nouvelle
soit-elle. Ce n’est qu’un début, une fois de plus !
Se nourrir, par contre, est une
nécessite vitale qu’on ne peut pas rapprocher aux carnivores, car la vie
présuppose la survie pour n’importe quel être vivant. Or cette donnée s’est
complexifiée chez les humains, impliqués dans leur condition de singes assez
intelligentes, mais pas trop ni toujours ; plutôt chimpanzés que bonobos,
hélas, conditionnés par les contradictions objectives du vivant dans sa forme
humaine.
Car la question ne se pose pas
pareil pour toutes les espèces : les lions n’assassinent pas les zébrés ou
les gnous, ils les mangent pour se nourrir comme on mange une salade en
l’arrachant à la terre nourricière. Sans états d’âme, ni possibilité de choix.
A leur tour les animaux humains
doivent se poser la question qui émerge de leur conscience pratique comme une
évidence qui cache une contradiction. Ont-ils le choix ? Pas de morale,
svp, mais un peu de cohérence.
Destin et destinée partagent la
même racine étymologique en français, mais pas le genre : il/elle ne
génèrent pas les mêmes fleurs, les mêmes espoirs au masculin et au féminin.
Réaliserons-nous un jour notre
volonté politique/poétique de faire de l’humain le créateur d’une autogestion
généralisée de la jouissance de vivre en liberté ? Pas sûr, et de toute
façon on n’y est pas encore arrivés. Loin de là. Nos utopies sont restées dans
les cœurs et sur les lèvres, mais surtout dans les livres. Tigres de papier que
nos désirs voudraient transformer en réalisations poétiques vécues, sans
hiérarchies, opportunismes, manipulations, récupérations, mysticismes et
cetera.
Nous sommes au carrefour d’un
mutation historique, on finira par le comprendre et agir, espérons pas trop
tard. Le capitalisme est à la fin : ce sera l’humain poétiquement réalisé
par sa conscience d’espèce ou sa fin misérable e tragique. Oui mais comment, où
et quand ? Il prendra son temps, mais sera-t-il le notre, celui de
l’humain ?
Qui vivra verra ; pour les
autres le repos éternel dans les poubelles de l’histoire ou dans la nécropole
paradisiaque des croyants d’un quelconque optimisme humanitaire.
Peu importe, une fois quittée la
vallée des larmes ou du rire, celle des corvées ou du bonheur orgastique :
on y aura jonglé le mieux possible avec la musique du vivant et ses chansons
d’une jouissance caressante pendant des instants inoubliables.
Amen
Sergio Ghirardi
Sauvageon, le 6 Juin 2026