domenica 7 giugno 2026

Breve passeggiata cerebrale all’ascolto del mio cuore di Sergio Ghirardi Sauvageon

 



 

Il collasso sociale, il decadimento dello Stato, il naufragio delle ideologie spingono la coscienza di specie – ancora nascente nonostante e a causa di tutto – verso un radicale cambio di rotta che continuiamo ancora e sempre a cercare, ma con crescente stanchezza, impotenti a liberarci delle liturgie pseudo rivoluzionarie del passato, con il rischio di finire assuefatti all'impotenza contemplativa di una coscienza infelice.

 

I residui della coscienza di classe, in via d'evoluzione dialettica verso una coscienza di specie che si sta lentamente e difficilmente formando, continuano a plasmare il presente presentandosi come il nemico storico dei riflessi predatori, sempre difficili da estirpare, come ogni abitudine radicata in una specie umana che fino a ieri era ancora preistorica.

 

Il mutuo soccorso, che per millenni ha storicamente affermato la volontà emancipatrice dell'umanità di fronte ai suoi istinti animali primordiali di sopravvivenza, fatica sempre ad affermarsi e diffondersi per impedire che i riflessi predatori opportunistici usino la violenza per risolvere le controversie sui desideri imponendo i propri come prioritari.

 

L’umano non esiste in natura, se non come una particolare scimmia tra le altre, ma in costante evoluzione ben più che tutte le altre specie viventi.

 

Nell'eterna ballata del vivente che caratterizza gli esseri umani, solo i razzisti idioti e i mistici credenti di qualsiasi forma di fascismo possono credere nella propria superiorità gerarchica, nel loro legame privilegiato con divinità immaginarie che inventano per nascondere alla loro peste emozionale la loro ineluttabile condizione di primati che – e ciò è decisamente il peggio – ignorano di essere. Gott mit uns, God on our side, Dieu est avec nous: tale è il delirio degli umanoidi di dovunque, in ogni lingua.

 

L'umano è una fragile creazione poetica che dei poeti spontanei affermano costantemente, ma non possono mai imporre al mondo senza tradire la propria poesia in azione.

 

Come lottare per la libertà, l'uguaglianza e la fraternità di un mondo nuovo senza riprodurre la violenza, la manipolazione e il potere di una società produttivista e patriarcale di cui siamo tutti patetici figli?

 

Il vecchio mondo sta crollando, ma uno nuovo stenta a emergere senza riprodurre le contraddizioni del vecchio: ovviamente, non possiamo liberarci dal vecchio mondo usando contro di esso i suoi metodi abituali di suprematismo, autoritarismo e dominio senza riprodurlo in una forma peggiore, con o senza rossetto sulle labbra.

 

Cambiare padrone, o anche padrona, non cambierà la situazione: nessuna dittatura di alcun proletariato – patriarcale o matriarcale che sia – realizzerà l'ideale comunista – a volte ingenuo, più spesso perverso – di un qualunque socialismo autoritario. Una contraddizione così delicata e banale non avalla, tuttavia, la dubbia truffa di una democrazia borghese oclocratica che da secoli manipola gli sfruttati e i sottomessi di ogni genere, in nome di una finta uguaglianza e di un suprematismo ingannevole, con o senza il sostegno della servitù volontaria.

 

Acrazia anziché anarchia, per una società matricentrica anziché il matriarcato, se non si vuole il potere ma la sua abolizione.

 

Quanti rivoluzionari sono morti – a volte facendo fuori anche qualche criminale – in nome della libertà, quando il fondamento stesso dell’aiuto reciproco rivoluzionario presuppone l'abolizione della pena di morte per tutti, se vogliamo davvero liberarci dal vecchio mondo e dalla sua barbarie.

 

Quindi, tutti vegetariani? La domanda sorge spontanea, imbarazzante tra le altre. Cominciamo con il rifiutare modestamente ma senza eccezioni la condanna a morte ideologica. Nessuna morte in nome di una morale, di una visione del mondo, quindi di un'ideologia, per quanto antica o nuova possa essere. Ce n’est qu’un début, ancora una volta!

 

Nutrirsi, d'altra parte, è una necessità vitale che non può essere rimproverata come una colpa ai carnivori, poiché la vita presuppone la sopravvivenza per qualsiasi essere vivente. Ebbene, questo dato si è fatto più complesso per gli esseri umani, intrappolati nella loro condizione di scimmie piuttosto intelligenti, ma non troppo, né sempre; piuttosto scimpanzé che bonobo, purtroppo, condizionati dalle contraddizioni oggettive del vivente nella sua forma umana.

 

Perché la questione non si pone allo stesso modo per tutte le specie: i leoni non assassinano zebre o gnu; li mangiano per nutrirsi, come si mangia un'insalata, strappandola dalla terra nutrice. Senza scrupoli, né possibilità di scelta.

 

A loro volta, gli animali umani devono porsi la domanda che emerge dalla loro coscienza pratica come un’evidenza che cela una contraddizione. Hanno una scelta? Niente moralismi, per favore, ma un po' di coerenza.

 

Destin et destinée (fato e destino in italiano) condividono in francese la stessa radice etimologica, ma non il genere: il/elle non generano gli stessi fiori, la stessa speranza al maschile e al femminile.

 

Riusciremo mai a realizzare la nostra ambizione politico/poetica di rendere l'umanità creatrice di un'autogestione generalizzata del godimento di vivere in libertà? Non è certo, e in ogni caso, non ci siamo ancora riusciti. Tutt'altro. Le nostre utopie sono rimaste nei cuori e sulle labbra, ma soprattutto nei libri. Tigri di carta che i nostri desideri vorrebbero trasformare in realizzazioni poetiche vissute, senza gerarchie, opportunismi, manipolazioni, recuperi, misticismi, eccetera.

 

Ci troviamo al crocevia di una trasformazione storica; finiremo per capirlo e agire, si spera non troppo tardi. Il capitalismo è giunto al termine: o l'umanità si realizzerà poeticamente attraverso la sua coscienza di specie, oppure andrà incontro a una fine miserabile e tragica. Sì, ma come, dove e quando? Ci vorrà del tempo, ma sarà il nostro, quello dell'umanità?

 

Chi vivrà vedrà; per gli altri, l’eterno riposo nella spazzatura della storia o nella necropoli paradisiaca dei credenti di un qualunque ottimismo umanista.

 

Poco importa, una volta lasciata la valle di lacrime o del sorriso, quella delle corvè o della felicità orgastica: ci saremo destreggiati al meglio possibile con la musica del vivente e i suoi canti di un godimento accarezzante durante momenti indimenticabili.

 

Amen

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 6 giugno 2026


Petite promenade cérébrale à l’écoute de mon cœur


 


L’effondrement social, la décomposition de l’État, le naufrage des idéologies poussent la conscience d’espèce – in fieri malgré et à cause de tout – vers un radical changement de cap qu’on recherche encore et toujours, mais de plus en plus las, impuissants à se libérer des liturgies pseudo-révolutionnaires du passé, au risque de finir dans l’addiction à l’impuissance contemplative d’une conscience malheureuse.

 

Les restes de la conscience de classe, en voie d’évolution dialectique vers une conscience d’espèce en formation lente et difficile, n’arrêtent pas de conditionner le présent en se proposant en tant qu’ennemi historique de réflexes prédateurs, toujours difficiles à effacer, comme toute habitude intégrée par une espèce humaine encore préhistorique jusqu’à hier.

 

L’entraide qui, pendant des millénaires, a historiquement affirmé la volonté émancipatrice de l’humain face à ses réflexes animaux survivalistes primaires, a toujours du mal à s’affirmer en se généralisant pour ne plus permettre aux réflexes prédateurs opportunistes d’utiliser la violence pour départager les désirs en affirmant les siens comme prioritaires.

 

L’humain n’existe pas en nature, sinon comme un singe particulier parmi d’autres, mais plus que toutes les espèces vivantes en constante évolution.

 

Dans l’éternelle ballade du vivant qui caractérise les humains, seuls les racistes débiles et les croyants mystiques de n’importe quel fascisme peuvent croire à leur supériorité hiérarchique, à leur liaison privilégiée avec des dieux imaginaires qu’ils affabulent pour cacher à leur peste émotionnelle leur condition inéluctable de primates qui – et cela est bien le pire – s’ignorent. Gott mit uns, God on our side, Dieu est avec nous ont déliré des humanoïdes de partout, en toutes les langues.

 

L’humain est une création poétique fragile que des poètes spontanés affirment toujours mais ne peuvent jamais imposer au monde sans renier leur propre poésie en action.

 

Comment lutter pour la liberté, l’égalité et la fraternité d’un monde nouveau sans reproduire la violence, la manipulation et le pouvoir d’une société productiviste et patriarcale dont nous sommes tous et toutes les rejetons pathétiques ?

 

Le vieux monde s’écroule, mais un nouveau tarde à s’affirmer sans reproduire les contradictions de l’ancien : évidemment on ne peut pas se libérer du vieux monde en utilisant contre lui ses méthodes habituelles de suprématisme, autoritarisme et domination sans le reproduire en pire, avec ou sans rouge à lèvres.

 

Changer de patron ou, même de patronne, ne changera pas la donne : aucune dictature d’aucun prolétariat – patri ou matriarcal qu’il soit – réalisera l’idéal communiste – parfois naïf, plus souvent pervers – d’un quelconque socialisme autoritaire. Une telle contradiction délicate et banale ne cautionne pas, pour autant, l’arnaque douteuse d’une démocratie bourgeoise ochlocratique qui manipule depuis des siècles les exploités et les soumis de tous genres, au nom d’une égalité fictive et d’un suprématisme trompeur, avec ou sans la servitude volontaire à l’appui.

 

Acratie plutôt que anarchie, société matricentrique plutôt que matriarcat, si on ne veut pas le pouvoir mais son abolition.

 

Combien de révolutionnaires sont morts – en faisant mourir aussi parfois quelques méchants – au nom de la liberté, alors que la première des entraides révolutionnaires présuppose l’abolition de la peine de mort pour tous si on veut radicalement sortir du vieux monde et de sa barbarie.

 

Tous végétariens donc ? La question se pose, embarrassante parmi d’autres. Commençons modestement par refuser la mise à mort idéologique sans exception. Pas de mort au nom d’une morale, d’une vision du monde, donc d’une idéologie, aussi vieille ou nouvelle soit-elle. Ce n’est qu’un début, une fois de plus !

 

Se nourrir, par contre, est une nécessite vitale qu’on ne peut pas rapprocher aux carnivores, car la vie présuppose la survie pour n’importe quel être vivant. Or cette donnée s’est complexifiée chez les humains, impliqués dans leur condition de singes assez intelligentes, mais pas trop ni toujours ; plutôt chimpanzés que bonobos, hélas, conditionnés par les contradictions objectives du vivant dans sa forme humaine.

 

Car la question ne se pose pas pareil pour toutes les espèces : les lions n’assassinent pas les zébrés ou les gnous, ils les mangent pour se nourrir comme on mange une salade en l’arrachant à la terre nourricière. Sans états d’âme, ni possibilité de choix.

 

A leur tour les animaux humains doivent se poser la question qui émerge de leur conscience pratique comme une évidence qui cache une contradiction. Ont-ils le choix ? Pas de morale, svp, mais un peu de cohérence.

 

Destin et destinée partagent la même racine étymologique en français, mais pas le genre : il/elle ne génèrent pas les mêmes fleurs, les mêmes espoirs au masculin et au féminin.

 

Réaliserons-nous un jour notre volonté politique/poétique de faire de l’humain le créateur d’une autogestion généralisée de la jouissance de vivre en liberté ? Pas sûr, et de toute façon on n’y est pas encore arrivés. Loin de là. Nos utopies sont restées dans les cœurs et sur les lèvres, mais surtout dans les livres. Tigres de papier que nos désirs voudraient transformer en réalisations poétiques vécues, sans hiérarchies, opportunismes, manipulations, récupérations, mysticismes et cetera.

 

Nous sommes au carrefour d’un mutation historique, on finira par le comprendre et agir, espérons pas trop tard. Le capitalisme est à la fin : ce sera l’humain poétiquement réalisé par sa conscience d’espèce ou sa fin misérable e tragique. Oui mais comment, où et quand ? Il prendra son temps, mais sera-t-il le notre, celui de l’humain ?

 

Qui vivra verra ; pour les autres le repos éternel dans les poubelles de l’histoire ou dans la nécropole paradisiaque des croyants d’un quelconque optimisme humanitaire.

 

Peu importe, une fois quittée la vallée des larmes ou du rire, celle des corvées ou du bonheur orgastique : on y aura jonglé le mieux possible avec la musique du vivant et ses chansons d’une jouissance caressante pendant des instants inoubliables.

 

Amen

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, le 6 Juin 2026

 

 

sabato 30 maggio 2026

Elogio di un rinascimento che verrà o no di Sergio Ghirardi Sauvageon

 





Colui che vuole assicurare la mediazione tra due pensatori audaci porta il marchio della mediocrità: è incapace di vedere quel che c’è di unico in loro; imitare e copiare, è assolutamente tipico di uno sguardo miope”.

 Nietzche, Le gai savoir, citato da Adorno in Minima Moralia, pag. 101, Payot, Paris, 2003

 

È seguendo le tracce di quanti amano la vita che si diffida sempre più della sopravvivenza. Una sopravvivenza concessa da potenti sempre più impotenti a produrre le condizioni della gioia di vivere. Tutti i piaceri sono confiscati dalla redditività, unico orgasmo concepibile in un universo capitalista diventato una realtà totalitaria onnipresente.

Nessun ottimismo risulta sufficiente né realista quando la realtà dello sfruttamento, dell’alienazione e dell’inquinamento del vivente occupano i territori in cui abbonda la vita riducendola, inquinandola, rendendola malata.

Non è unicamente il pianeta che è ammalato, ma soprattutto la socialità umana alienata che corrompe la terra, l’aria, l’acqua, il mondo, la vita con mille forme di obsolescenza dell’umano: dal cibo cancerogeno alla bomba atomica, il capitalismo e i suoi fedeli confusionisti complottano per annichilire il vivente, senza scrupoli nè coscienza.

Ci fu un tempo in cui la rivoluzione sociale pretendeva di creare un mondo nuovo. Ormai ribellarsi diventa ineluttabile per salvare i resti necessari di una natura – e della socialità che ne segue – che il produttivismo ha falsificato strutturalmente per sfruttare senza limiti tutto e dappertutto.

La società dominante ha falsificato la realtà della vita fino a uno spettacolo osceno. Si è imposto alla natura del vivente quel che le classi dominanti hanno imposto per millenni alle classi dominate: uno sfruttamento senza fallo, una violenza senza pietà, una crudeltà senza limiti altrettanto mostruosa che stupida e redditizia.

Con l’intelligenza artificiale di una tecnocrazia meccanicista, l’universo poetico dell’umano si è ridotto al lumicino, fino a diventare un penitenziario in cui i prigionieri sono anche i guardiani di se stessi.

Che fare? La questione è talmente antica che diventa banale. E la risposta pure: bisogna cambiare il mondo.

Quello attuale è morente e noi con lui.

Non sarà, tuttavia, una rivoluzione meccanicamente politica né un nuovo atteggiamento mistico che creeranno un mondo nuovo, ma un rinascimento del corpo e dello spirito individuale e collettivo (una coscienza di specie) che ci emanciperà o no dal nichilismo capitalista e dal suo progetto falsamente gaudente ed effettivamente mortifero.

Quando l’economia politica avrà svuotato il pianeta di una gran parte del vivente come ha già cominciato a fare dappertutto, i sopravvissuti si accorgeranno senza dubbio né alibi ideologico che non si può mangiare il denaro né la carta di credito, e neppure bere il telefonino. Sarà troppo tardi? Chissà!

 

Da parte mia né ottimismo mistico né pessimismo iperrealista. Nel mio viaggio che volge alla fine, porto nei miei bagagli intimi i resti di un materialismo dialettico senza pretese che gioca con un principio di speranza moderatissimo: ottimismo della volontà, pessimismo della ragione, pur sempre diffidando del Gramsci ideologo.

Attenzione a tutti i profeti, diffidenza verso i guru, ma evviva l’autogestione generalizzata del vivente da parte della specie umana che risorgerà sopravvivendo alla catastrofe annunciata.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, alla fine del caldissimo mese di maggio 2026


Éloge d’une renaissance qui viendra ou pas

 



« Celui qui veut assurer la médiation entre deux penseurs audacieux porte la marque de la médiocrité : il est incapable de voir ce qu’il y a d’unique en eux ; imiter et copier, c’est bien le propre d’un regard à courte vue. »

 

Nietzche, Le gai savoir, cité par Adorno in Minima Moralia, page 101, Payot, Paris, 2003.

 

 

C’est suivant les traces de ceux qui aiment la vie qu’on se méfie de plus en plus de la survie. Une survie octroyée par les puissants de plus en plus impuissants à vivre et laisser vivre une vraie vie.

Partout le pouvoir cache de plus en plus mal son impuissance à produire le conditions de la jouissance de vivre. Tous les plaisirs sont confisqués par la rentabilité, unique orgasme concevable dans un univers capitaliste devenu une réalité totalitaire omniprésente.

Aucun optimisme n’est plus suffisant ni réaliste quand la réalité de l’exploitation, de l’aliénation et de la pollution du vivant occupent les territoires où foisonne la vie en la rétrécissant, la polluant, la rendant malade.

Car ce n’est pas uniquement la planète qui est malade, mais surtout la socialité humaine aliénée qui corrompt la terre, l’air, l’eau, le monde, la vie par mille formes d’obsolescence de l’humain : de la nourriture cancérigène à la bombe atomique, le capitalisme et ses fidèles confusionnistes complotent pour annihiler le vivant, sans scrupules ni conscience.

Il fut un temps où la révolution sociale prétendait créer un monde nouveau. Désormais s’insurger devient inéluctable pour sauver les restes nécessaires d’une nature et de la socialité qui va avec que le productivisme a falsifié structurellement pour exploiter sans limites tout et partout.

La société dominante a falsifié la réalité de la vie jusqu’à un spectacle obscène. On a imposé à la nature du vivant ce que les classes dominantes ont imposé pendant des millénaires aux classes dominées : une exploitation sans faille, une violence sans pitié, une cruauté sans bornes aussi monstrueuse et stupide que rentable.

Avec l’intelligence artificielle d’une technocratie mécaniste, c’est l’univers poétique de l’humain qui s’est réduit à une peau de chagrin jusqu’à devenir un pénitencier où les prisonniers sont  aussi leurs propres geôliers.

Que faire ? La question est tellement ancienne qu’elle devient banale. La réponse aussi : il faut changer de monde.

Celui ci est mourant et nous avec lui.

Ce ne sera pourtant pas une révolution mécaniquement politique ni une nouvelle posture mystique qui créeront un monde nouveau, mais une renaissance du corps et de l’esprit individuel et collectif (une conscience d’espèce) qui nous émancipera ou pas du nihilisme capitaliste et de son projet faussement jouissif et véritablement mortifère.

Quand l’économie politique aura vidé la planète d’une grande partie du vivant comme elle a commencé à le faire partout, les survivants s’apercevront sans faille ni échappatoire idéologique qu’on ne peut  manger ni l’argent ni la carte de crédit, et boire le téléphone portable non plus. Ce sera trop tard ? Quien sabe !

 

De ma part, ni optimisme mystique ni pessimisme hyperréaliste sont de mise. Dans ma fin du voyage, je porte dans mes bagages intimes les restes d’un matérialisme dialectique sans prétention jonglant avec un principe d’espérance très modéré : optimisme de la volonté, pessimisme de la raison, tout en se méfiant du Gramsci idéologue.

Gare à tous les prophètes, méfiance aux gourous, mais viva l’autogestion généralisée du vivant de la part de l’espèce humaine qui resurgira survivant à la catastrophe annoncée !

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, fin du très chaud mois de mai 2026





venerdì 1 maggio 2026

Per una critica radicale acratica in nome del diritto di resistenza all’oppressione di Sergio Ghirardi Sauvageon

 




-  legittima difesa di fronte al terrorismo di Stato, all’inquinamento, al riscaldamento climatico e alla guerra

 

“Il pellicano di Jonathan/ al mattino fa un uovo tutto bianco/ e ne esce un pellicano/ che gli assomiglia incredibilmente./ E questo secondo pellicano/ fa a sua volta un uovo tutto bianco/ da cui ne esce, inevitabilmente,/ un altro che fa la stessa cosa./ Ció puó durare molto a lungo/ se non si fa prima una omelette”.

Robert Desnos

 

Quando il potere sulla propria vita sfugge e si concentra nelle mani armate di un postfascismo degno erede del fascismo arcaico in un mondo assurdamente tecnocratico, il progetto di salvare le proprie vite rivoltandosi contro il sopruso senza limiti del capitalismo spettacolare diventa imprescindibile : se non ci si rivolta si è destinati a morire, un po’ di noia e sempre di più per penurie e violenze di ogni tipo.

Tutto è stato messo in atto perché la rivolta restasse vana di fronte al sopruso e allo sfruttamento senza limiti. Nel mondo virtuale in cui siamo imprigionati, si è sostituito il filo spinato che rinchiudeva nei ghetti gli Untermenchen di un tempo con la rete informatica, nuova ghettizzazione generalizzata, passivamente autogestita con l’uso dei computer, mentre delle guardie armate sono pronte a sparare con flash ball, fucile o mitraglia su chiunque osi rompere l’ipnosi di questo mondo virtuale meccanicamente imposto dagli Stati Uniti all’Iran e dovunque altrove.

Guai a chi osi denunciare l’assurdo sopruso urlando « Ya basta ! ». «  Terroristi, comunisti, anarchici, mostri violenti antidemocratici ». Ecco  il mantra istituzionale officiato dai crumiri dell’intelligenza sensibile, dai mercenari sacerdoti del dominio e dai loro armigeri.

Dovunque si muore sotto i colpi cinici e bari di una farsa democratica che assomiglia sempre più alla dittatura. La menzogna è da sempre l’anima della pubblicità mercantile come della propaganda politica, ma lo spettacolo non si accontenta più di falsare la realtà e permette ormai al capitalismo, ai suoi sgherri e ai suoi profittatori d’ingannare i servitori volontari reprimendo, imprigionando, uccidendo sempre più quanti si mostrano ancora troppo involontari, cioè coscienti!

Un’oligarchia del dominio reale del capitale[1] impone il suo diktat al pianeta intero. Da quando, però, il potere si spinge fino a reinventare la realtà anziché accontentarsi di falsificarla sui bordi, il dominio si scontra con i resti del vissuto scampato in margine al diffondersi della falsificazione spettacolare. L’esercito dei falsi informatori embedded che un tempo si chiamavano giornalisti diventa sempre più ridicolo e inefficiente di fronte alla sempre più macroscopica menzogna che il sistema è destinato a diffondere al servizio di potenti suprematisti, politici non solo corrotti, ma sempre più psicopatici.

Senza nemmeno più contare i morti avvelenati dall’aria che si respira, dal cibo che si ingoia e dal clima che si subisce, la sottomissione al capitale s’apparenta sempre più a un suicidio programmato che potrebbe far sperare in una probabile diminuzione drastica degli adepti veramente pronti alla bisogna.

Aggiungendo a questo piatto ben poco succulento le vittime di guerra che si moltiplicano dovunque con il favore del lucroso business delle armi, salvaguardia ultima di un capitalismo in crisi, le condizioni per una rivolta salutare e necessaria sembrano riunite definitivamente di fronte al peggio che minaccia. Manca soltanto il soggetto collettivo che s’incarichi storicamente del passaggio all’atto.

Il proletariato di marxista memoria è stato devitalizzato in gran parte dallo sviluppo dell’alienazione capitalista che ha educato troppi umani diventati pecore a essere il proprio cane. Non tutti, certo, ma in numero sufficiente per indebolire la coscienza, lo slancio collettivo e una volontà capace di spingere a una salutare rivoluzione salvatrice. Senza dimenticare che anche la rivoluzione è stata troppo spesso falsificata, espropriata e tradotta in un ennesimo suprematismo mostruoso, in una truffa rivoluzionaria di cui bisogna diffidare come della peste emozionale che nutre tutti i fascismi.

L’insieme di queste considerazioni complica non poco la vita e le decisioni urgenti che ci riguardano tutti, nessuno escluso ; é certo, infatti, che senza un drastico rovesciamento di prospettiva la continuità di questo mondo di merda prepara la nostra condanna di esseri umani disumanizzati. L’intelligenza artificiale è un’idiozia coltivata per indebolire la sensibilità umana spontanea che resta. Contro questo utensile pervertito, usato dalla società tecno capitalista per l’addomesticamento definitivo dell’intelligenza sensibile, una coscienza di specie è auspicabile quanto possibile ma resta ancora acerba.

AVREMO IL TEMPO PER LA SUA MATURAZIONE ?

L’umano che resta ha il compito rivoluzionario di rivoltarsi in nome della vita contro l’ottusa morte redditizia che caratterizza il capitalismo e la sua soluzione finale in via di avanzata programmazione.

La lotta continua !

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 1 maggio 2026



[1] Questo concetto emerge nel Sesto capitolo inedito del capitale, che i bordighisti, e in particolare Jacques Camatte, hanno fatto conoscere dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il testo è stato  pubblicato per la prima volta in italiano nel 1969 dalla Nuova Italia, Firenze.

 

Pour une critique radicale acratique

au nom du droit de résistance à l’oppression

- rien d’autre que l'autodéfense face au terrorisme d'État, à la pollution, au réchauffement climatique et à la guerre.

 

« Le pélican de Jonathan/au matin pond un œuf tout blanc/ et il en sort un pélican/ lui rassemblant étonnement./ Et ce deuxième pélican/ pond à son tour un œuf tout blanc/ d’ou sort, inévitablement,/ un autre qui en fait autant./ Cela peut durer pendant très longtemps/ si l’on ne fait pas d’omelette avant ».

Robert Desnos

 

Lorsque le pouvoir sur sa propre vie échappe et se concentre entre les mains armées d'un post-fascisme digne héritier d'un fascisme archaïque dans un monde absurdement technocratique, la révolte contre les abus sans limites d'un capitalisme spectaculaire devient essentielle pour survivre : ne pas se révolter, c'est s'exposer à une mort certaine où en partie on meurt d'ennui, et de plus en plus de pénuries et de violences de toutes sortes.

 

Tout a été mis en œuvre pour que la révolte reste vaine face à l'exploitation et aux abus débridés. Dans le monde virtuel où nous sommes emprisonnés, les barbelés qui confinaient jadis les Untermenchen dans des ghettos ont été remplacés par un réseau informatique, nouvelle ghettoïsation généralisée, passivement autogérée par ordinateur, tandis que des gardes armés sont prêts à faire feu avec des grenades assourdissantes, des fusils ou des mitrailleuses sur quiconque ose briser l'hypnose de ce monde virtuel imposé mécaniquement aux USA comme en Iran et partout ailleurs.

Malheur à quiconque ose dénoncer cette injustice absurde en criant : « Ça suffit ! ».

« Terroristes, communistes, anarchistes, monstres violents et antidémocratiques ! » Tel est le mantra institutionnel officié par les kapos corrompus, par les prêtres mercenaires de la domination et leurs hommes d’armes.

Partout, des gens meurent sous les coups cyniques et trompeurs d’une farce démocratique qui ressemble de plus en plus à la dictature. Le mensonge a toujours été l’âme de la publicité comme de la propagande politique, mais le spectacle ne se contente plus de déformer la réalité ; il permet désormais au capitalisme, à ses sbires et à ses profiteurs de tromper ses serviteurs volontaires en réprimant, emprisonnant et tuant toujours plus ceux qui paraissent encore trop involontaires – c'est-à-dire conscients !

 

Une oligarchie de la domination réelle du capital[1]  impose son diktat à la planète entière. Le pouvoir, au lieu de se contenter de falsifier la réalité, s'efforce de la réinventer, mais sa domination se heurte aux restes du vécu échappés à la propagation de la falsification spectaculaire. L'armée de faux informateurs embedded, autrefois appelés journalistes, devient de plus en plus ridicule et inefficace face aux mensonges de plus en plus macroscopiques que le système est voué à répandre au service de puissants suprémacistes, des politiciens non seulement corrompus, mais aussi de plus en plus psychopathes.

Sans même plus compter les morts empoisonnés par l'air que nous respirons, la nourriture que nous mangeons, le climat que nous subissons, la soumission au capitalisme ressemble de plus en plus à un suicide programmé, qui pourrait faire espérer en une probable réduction drastique du nombre de personnes prêtes à s'y soumettre.

Si on ajoute à ce tableau peu appétissant les victimes de guerre qui se multiplient partout grâce au lucratif commerce des armes, ultime rempart d'un capitalisme en crise, les conditions d'une révolte salutaire et nécessaire semblent définitivement réunies face au pire qui menace. Il ne manque plus qu'un sujet collectif capable, historiquement, de prendre les rênes du mouvement.

Le prolétariat marxiste a été largement dévitalisé par le développement de l'aliénation capitaliste, qui a transformé trop d'êtres humains, devenus des moutons, en leur propres chiens. Pas tous, certes, mais suffisamment pour affaiblir la conscience, l'élan collectif et la volonté de mener une révolution saine et salvatrice. Sans oublier que la révolution elle-même a trop souvent été falsifiée, accaparée et transformée en un énième suprémacisme monstrueux, en une imposture révolutionnaire dont il faut se méfier comme de la peste émotionnelle qui nourrit tous les fascismes.

Toutes ces considérations compliquent considérablement la vie et les décisions urgentes qui nous concernent tous, sans exception. Il est certain, en effet, que sans un changement radical de perspective, la perpétuation de ce monde pourri nous conduit à notre perte en tant qu'êtres humains déshumanisés.

L'intelligence artificielle est une idiotie entretenue pour affaiblir la sensibilité humaine spontanée qui subsiste. Face à cet outil perverti, utilisé par la société techno-capitaliste pour la domestication définitive de l'intelligence sensible, une conscience d’espèce est aussi souhaitable que possible, mais elle demeure immature.

AURONS-NOUS LE TEMPS POUR SA MATURATION ?

L'humanité restante a la tâche révolutionnaire de se révolter au nom de la vie contre la mort obtuse et lucrative qui caractérise le capitalisme et sa solution finale, actuellement en préparation.

La lutte continue !

Sergio Ghirardi Sauvageon, 1er mai 2026



[1] Ce concept émerge chez Marx dans le sixième chapitre inédit du capital que les bordiguistes, et Jacques Camatte en particulier, ont fait connaître après la fin de la deuxième guerre mondiale: J. Camatte, Capital et gemeinwesen, VI chapitre inédit du Capital et l’œuvre économique de Marx, Spartacus, Paris, puis Chicoutimi, 2009, Québec.


sabato 25 aprile 2026

Per la critica dell’economia politica di Sergio Ghirardi Sauvageon

 



 

Bisogna rendersi conto che l’economia politica non è una scienza ma la teologia della società capitalista che imperversa da secoli.

Karl Marx ha dedicato una vita a disfare il tessuto ideologico su cui si fonda il modo di produzione capitalistico. Tutta la sua opera matura, a partire dai Grundrisse del 1859, ha come sottotitolo : PER LA CRITICA DELL’ECONOMIA POLITICA. Ciò è vero anche per l’opera maggiore di Das Kapital che include il fondamentale quarto volume riguardante Le teorie sul plusvalore del 1862 .

Far passare Marx per un economista è stato il compito maggiore di tutti gli ideologi moderni (in realtà teologi che nella maggior parte dei casi s’ignorano) fino all’epoca contemporanea in cui marxisti e antimarxisti hanno rivaleggiato nell’impossessarsi dell’ideologia marxista per confutarla o sacralizzarla.

È a partire da questa realtà storica che si può capire pienamente il senso della preziosa affermazione del filosofo di Treviri di fronte ai suoi più stretti collaboratori e compagni di lotta (tra cui Paul Lafargue) : « Una cosa è certa: io non sono marxista ».

Non a caso furono i Situazionisti a sottolineare questa frase di Marx nel periodo che ha portato alla fioritura di quel maggio 1968 che fu l’espressione più laica e gaudente del movimento comunista moderno e contemporaneo.

La pretaglia marxista leninista che ha nutrito i diversi partiti comunisti più o meno ortodossi del papato sovietico[1] ha particolarmente contribuito alla falsificazione del pensiero critico marxiano, ignorando a lungo la critica dell’economia politica ridotta a un apparato ideologico per la presa del potere politico in un processo alienato di capitalismo di Stato.

Soltanto dopo la fine della seconda guerra mondiale, più di trenta anni dopo la cosiddetta rivoluzione comunista sovietica, grazie alla minoranza bordighista refrattaria al marxismo ufficiale dopo l’espulsione di Bordiga[2] dalla mafia stalinista, sono emersi gli scritti fondamentali di Marx dei Grundrisse e del Sesto capitolo inedito del Capitale, incredibilmente ignorati fino agli anni cinquanta del secolo scorso.

Questa parte inedita del pensiero di Marx sul dominio reale del capitale è al cuore della critica dell’economia politica e ha aperto un varco fondamentale nel dogmatismo marxista che la storia ha sottolineato concretamente.

La rivoluzione comunista radicale, incompiuta, è rimasta identificata con il simbolo del maggio 68 che ne ha marcato l’ultimo passaggio, significativo quanto effimero, nella storia. Il suo segno indelebile, la sua poesia, la sua voglia di vivere senza tempi morti sono tuttavia tuttora operanti nei cuori e nelle teste non completamente  lobotomizzate dalla complicità perversa tra l’intelligenza artificiale e l’idiozia organica, tra il consumerismo e l’abbondanza di miserie.

Il crollo ormai visibile del capitalismo mondiale rinvia più che mai alla gioia rimossa di una rivolta planetaria che il capitalismo ha sconfitto più volte, dalla Comune di Parigi fino a oggi, senza poterla cancellare dal proprio incubo ricorrente : la rivoluzione sociale di un’umanità che subisce il suprematismo del dominio e la sua alienazione ormai da secoli, in un crescendo che unisce ormai la mostruosità oscena del capitalismo alla demenza auto distruttrice dei suoi adepti.

La critica dell’economia politica è passata dalla coscienza di classe della filosofia marxiana che ha nutrito il proletariato del diciannovesimo secolo e di buona parte del seguente, alla coscienza di specie quotidiana degli esseri umani di un ventunesimo secolo già abbondantemente iniziato e pericolosamente in bilico di fronte al rischio molteplice di estinzione della specie umana, o almeno della sua riduzione a qualche manipolo di disperati sopravvissuti, chissà come e dove, in preda all’inquinamento, alla crisi climatica, all’impoverimento strutturale, alle guerre e all’energia nucleare vera e propria obsolescenza mortifera dell’umano altrettanto in pace che in guerra.

La critica dell’economia politica si traduce ormai direttamente in quella critica della vita quotidiana che il capitalismo e i suoi teologi stanno riducendo al lumicino.

Molte tesi situazioniste che hanno marcato la radicalità del ventesimo secolo riappaiono nelle teste di quanti neppure sanno molto spesso dello spirito del maggio e dei poetici sovversivi, sans dieux ni maîtres ma provvisti di una grande convivialità, che hanno attraversato le loro vite come derive autentiche, come esplorazioni psicogeografiche vissute di cui molti esseri umani di oggi neppure immaginano l’esistenza.

Poco importa : molte di queste idee sono ancora nella testa di tutti anche se ormai i computer e i telefonini occupano ipnoticamente le teste quasi a tempo pieno.

Sarà forse la crisi strutturale del capitalismo che si mostra evidente e ridicola nella tragedia che impera, che riaprirà le porte della storia ai sopravvissuti, cani di Pavlov che potranno di nuovo dimenticare tutti i condizionamenti, tutte le idiozie caratteriali se e quando la società laboratorio del capitale sarà inondata o brucerà un po’ di più, fino a non garantire neppure più la sopravvivenza. Allora non resterà più altra scelta che la vita vera, la sua poesia quotidiana, la rivoluzione sociale, la comunità ritrovata per non sparire, e finalmente rivivere. Sarà allora la fine del mondo teologico dell’economia politica e l’inizio di un mondo nuovo tanto a lungo evocato.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 25 aprile 2026



[1] Clero definitivamente stalinizzato dopo l’espulsione e l’assassinio di Trotzki, caduto in disgrazia dopo aver contribuito pesantemente alla dittatura bolscevica come capo dell’armata rossa i cui sgherri hanno eliminato ogni dissidenza da Cronstadt a Rosa Luxembourg e ai machnovisti. Il tradimento della Spagna libertaria del 1936 fu invece l’opera del solo mostro stalinista, già oggettivamente complice del nazismo responsabile del massacro di Guernica.

 

[2] Fondatore con Gramsci del partito comunista italiano nel 1921.




Pour la critique de l’économie politique

 

Il est essentiel de comprendre que l'économie politique n'est pas une science, mais la théologie de la société capitaliste qui fait rage depuis des siècles.

Karl Marx a consacré sa vie à déconstruire le tissu idéologique sur lequel repose le mode de production capitaliste. Toute son œuvre de maturité, à commencer par les Grundrisse de 1859, porte le sous-titre : POUR LA CRITIQUE DE L'ÉCONOMIE POLITIQUE. Cela vaut également pour son œuvre majeure, Le Capital, qui comprend un quatrième volume fondamental : « Théories sur la plus-value » de 1862.

Faire passer Marx pour un économiste a été la tâche principale de tous les idéologues modernes (en réalité, des théologiens qui souvent s'ignorent) jusqu'à l'époque contemporaine, où marxistes et anti-marxistes rivalisent pour s'approprier l'idéologie marxiste afin de la réfuter ou de la sanctifier.

C’est en partant de cette réalité historique que l’on peut pleinement comprendre le sens de la précieuse affirmation du philosophe de Trèves face à ses plus proches collaborateurs et camarades de lutte (dont Paul Lafargue) : « Une chose est sûre : je ne suis pas marxiste ».

Ce n'est pas un hasard si les situationnistes ont mis l'accent sur cette phrase de Marx dans la période précédant l'épanouissement de ce Mai 68 qui a été l’expression la plus laïque et joyeuse du mouvement communiste moderne et contemporain.

Le clergé marxiste-léniniste qui a nourri les divers partis communistes plus ou moins orthodoxes de la papauté soviétique[1] a particulièrement contribué à la falsification de la pensée critique marxiste, ignorant longtemps la critique de l'économie politique, réduite à un appareil idéologique de conquête du pouvoir politique dans un processus aliéné de capitalisme d'État.

Ce n'est qu'après la fin de la Seconde Guerre mondiale, plus de trente ans après la soi-disant révolution communiste soviétique, grâce à la minorité bordiguiste réfractaire au marxisme officiel après l'exclusion de Bordiga[2] par la mafia stalinienne, que des écrits fondamentaux de Marx, les Grundrisse et le sixième chapitre inédit du Capital, ont émergé, incroyablement ignorés jusqu'aux années 1950.

Cette partie inédite de la pensée de Marx concernant la domination réelle du capital est au cœur de la critique de l'économie politique et a ouvert une brèche fondamentale dans le dogmatisme marxiste, brèche que l'histoire a concrètement soulignée.

La révolution communiste radicale, inachevée, est restée associée au symbole de Mai 68, qui a marqué son passage final, significatif et pourtant éphémère, dans l'histoire. Son empreinte indélébile, sa poésie, son envie de vivre sans temps mort, continuent cependant d'agir dans les cœurs et les esprits non complètement lobotomisés par la perverse complicité entre intelligence artificielle et bêtise organique, entre consumérisme et profusion de misère.

L’effondrement désormais visible du capitalisme mondial renvoie plus que jamais à la joie refoulée d’une révolte planétaire que le capitalisme a vaincue à plusieurs reprises, de la Commune de Paris à nos jours, sans pouvoir l’effacer de son cauchemar récurrent : la révolution sociale d’une humanité qui subit la suprématie de la domination et son aliénation depuis des siècles, dans un crescendo qui unit désormais l’obscène monstruosité du capitalisme à la démence autodestructrice de ses adeptes.

La critique de l'économie politique s'est déplacée de la conscience de classe de la philosophie marxiste, qui a nourri le prolétariat du XIXe siècle et d’une bonne partie du suivant, vers la conscience d'espèce quotidienne des êtres humains d’un XXIe siècle déjà bien amorcé et en équilibre précaire face aux multiples risques d'extinction de l'espèce humaine, ou du moins de sa réduction à quelques survivants désespérés, par ici et par là, en proie à la pollution, à la crise climatique, à l'appauvrissement structurel, aux guerres et à l'énergie nucléaire – véritable obsolescence mortifère de l’humain dans la paix autant que dans la guerre.

La critique de l'économie politique se traduit désormais directement par une critique de la vie quotidienne que le capitalisme et ses théologiens sont en train de réduire à son strict minimum.

Nombre de thèses situationnistes qui ont marqué la radicalité du XXe siècle réapparaissent dans l’esprit de ceux qui, très souvent, ignorent tout de l’esprit de Mai et des poètes subversifs, sans dieux ni maîtres mais pourvus d’une grande convivialité, qui ont traversé leurs vies comme d’authentiques dérives, comme des explorations psychogéographiques vécues dont beaucoup d’êtres humains aujourd’hui n’imaginent même pas l’existence.

Peu importe : plusieurs de ces idées sont toujours dans la tête de tous, même si ordinateurs et téléphones portables occupent désormais les têtes presque en permanence, de manière hypnotique.

Peut-être que la crise structurelle du capitalisme, manifeste et absurde dans la tragédie actuelle, rouvrira les portes de l'histoire aux survivants, chiens de Pavlov se montrant capables encore une fois d'oublier tout leur conditionnement, toutes leurs idioties caractérielles, si et quand la société-laboratoire du capitalisme sera inondée ou brûlera un peu plus, au point de ne plus garantir même pas la survie. Alors, il n'y aura plus d'autre choix que la vraie vie, sa poésie quotidienne, la révolution sociale, la communauté retrouvée pour ne pas disparaître, et enfin revivre. Ce sera alors la fin du monde théologique de l'économie politique et le début d’un monde nouveau si longuement évoqué.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 25 avril 2026

 



[1]              Clergé définitivement stalinisée après l'expulsion et l'assassinat de Trotski, tombé en disgrâce après avoir largement contribué à la dictature bolchevique en tant que chef de l'Armée rouge, dont les sbires éliminèrent toute dissidence, de Kronstadt à Rosa Luxembourg en passant par les makhnovistes. La trahison de l'Espagne libertaire en 1936 fut en revanche l'œuvre du seul monstre stalinien, déjà objectivement complice du nazisme responsable du massacre de Guernica.

 

[2]              Fondateur, avec Gramsci, du Parti communiste italien en 1921.