giovedì 19 marzo 2026

Antifascismo sempre di Sergio Ghirardi Sauvageon

 


Qualche mia banalità

di base nella falsificazione del mondo in corso

Sto appena uscendo, spero, da un incubo medico in cui il mio corpo ha sofferto molto.

La cosa ha decisamente contribuito a questo mio scritto, per questo ho voluto ricordarlo, cosciente che questo aspetto riguarda solo me, la mia vecchiaia e quel che l’aspetta ineluttabilmente.

Ciò avviene però in un mondo putrescente dove un potere sociale spettacolare fa marcire l’umano a un ritmo incredibile, moltiplicando il disumano come la gramigna.

Dalla Francia che amo selettivamente per la sua storia rivoluzionaria e il suo umanesimo restante, all’Italia che mi ha partorito transalpino, vedo lo spettacolo dominante cancellare la storia. Sia quella dei popoli che quella degli individui.

Ecco perché adesso rimugino qui la storia vissuta, raccontata dal vivo dai protagonisti prima che la mercificazione e la fascistizzazione del mondo si apprestassero a cancellare per sempre i vissuti e le soggettività.

Che cos’è oggi la Francia del telefono portatile, del computer e della televisione in mano ai fascisti? Un campo di concentramento capitalista con i fascisti per guardiani e i socialisti embedded per Kapos.

E l’Italia ? Lo stesso, all’italiana : « Franza o Spagna purché se magna ».

Eppure, la rivolta sociale insita nella lotta di classe ha innaffiato le nostre radici dai due lati delle Alpi, innanzitutto con l’antifascismo concreto, quando il fascismo arcaico imperversava, dapprima all’italiana poi alla francese.

Quel commediante macabro di Mussolini ha recitato una commedia dell’arte che i suoi guitti psicopatici hanno trasformato in tragedia popolare; quel controrivoluzionario odioso di Petain e i suoi accoliti reazionari hanno fatto del fascismo francese una mostruosità degna del nazismo tedesco.

Io non c’ero ancora, sono arrivato dopo con il MAGGIO 1968 che ha segnato il mondo di umanità, non solo la Francia e l’Italia.

Prima di ciò c’era mia nonna, mio padre, la mia famiglia antifascista che mi ha marcato ben più di antifascismo che del piccolo fascismo da servitori volontari che all’epoca ha inquinato un gran numero di famiglie.

Mia nonna paterna era ed è rimasta una cattolica prima, durante e dopo il fascismo. Durante la guerra però, gestiva a La Presa, paesino alla periferia di Genova, un piccolo panificio dove teneva di nascosto un telefono in contatto con i partigiani della Val Bisagno.

L’antifascismo nasce sempre dove imperversa il fascismo: oggi come ieri.

Alla fine della guerra la mia nonnina dell’azione cattolica, con la biografia di don Bosco come unico libro nella sua casa genovese in cui sono nato, ha sventolato fiera la bandiera rossa per festeggiare la gioia per la fine del fascismo - lo raccontava quasi scandalizzata mia madre, molto più lenta nel liberarsi della sindrome di Stoccolma del ventennio fascista. Io ne ero fiero.

Quando sono nato io, le cose erano chiare: mai più fascismo se non per gli psicopatici dell’ignoranza coltivata tra potere economico, chiesa e la famiglia cristiana più becera. Non tutta la famiglia, come ho già detto: la lotta di classe ha marcato la storia.

La resistenza ha istituito un’alleanza tra comunisti e cattolici perché l’antifascismo è una necessità storica sovra ideologica ogni volta che la peste emozionale inquina la questione sociale in un mondo complessivamente capitalista, sia liberale sia di Stato.

Oggi lo spettacolo è riuscito a mescolare tutto per dare senso a niente. In Italia Meloni, in Francia la pupée barbie Bardella, optional del partito lepenista, del suo fondatore deceduto e di sua figlia accusata dal Parlamento Europeo di appropriazione indebita di fondi.

Il mondo è in crisi, il capitalismo è in preda a una sua crisi ciclica cui risponde con il cinismo abituale del sopruso senza limiti e della guerra.

Ma c’è un ma e soprattutto un più nei ricorsi storici: l’intelligenza è sempre stata insufficiente ma mai artificiale. La sua manipolazione tecno scientifica è l’ultimo stadio della de possessione dell’umano.

Nel quotidiano ciò rende la vita invivibile, dipendente da schermi, telefoni e gesti robotizzati che rendono idioti.

In politica la falsificazione del mondo accelera in modo particolare: l’ignoranza non è più una mancanza di conoscenza ma un surplus di dati e notizie false prodotte dal Big Brother cibernetizzato.

Scegli il tuo campo compagno!

Facile dirlo, molto meno farlo quando l’indecenza della politica rende diffidenti anche i più ben disposti.

Scegliere chi? Per fare che cosa? In Italia come al solito il miracolo cristiano semplifica le scelte. I più coglioni, i più stronzi e i più credenti sanno sempre tutto.

Risultato: il potere a una democrazia cristiana rinnovata superficialmente dalla Meloni con il surplus di qualche nostalgia fascista più in voga che mai nel contesto internazionale di crisi. All’opposizione dei sinistri di sinistra che hanno sempre ingoiato tutto senza mai fiatare, sempre in cerca del potere ma senza più sapere dove cercarlo. Pronti a continuare il gioco osceno di una democrazia formale che è la negazione reale di ogni potere condiviso dal popolo.

Un segnale francese rompe la monotonia del dominio reazionario del mondo.

Si chiama LFI, La France Insoumise, e ha ormai tutti contro: Melenchon, M le maudit. Questo militante ormai al crepuscolo come me è un soggetto del vecchio mondo politico, un tempo trozkista e mitterrandiano, ma la sua evoluzione lascia pensare che abbia saputo radicalizzare umanamente la sua coscienza. Per questo è tanto odiato da tutti i reazionari e dai mercenari della politica.

Detto da me, libertario e situazionista, può sembrare strano questo quasi elogio di un antico burocrate oggi sostenitore di una chiara radicalità; per cui ve lo spiego non per convincere ma per far riflettere sullo scacco matto di tutte le ideologie rivoluzionarie dell’ultimo secolo.

In questo momento storico qualunque antifascismo sincero va difeso di fronte all’avanzata incessante di un postfascismo più internazionale che mai. Su questo punto LFI è il solo a essere chiaro, senza ambiguità.

Certo la storia insegna che non bisogna escludere che chi oggi é chiaramente antifascista potrebbe diventare un nemico da combattere, un autoritario di più coltivato all’ombra di un antiautoritarismo falso, rinnegato, tradito.

OK non dimentichiamo niente: La Comune, Cronstadt, Machno, Rosa Luxembourg, l’anarchia spagnola disfatta. Troppe rivoluzioni sono state tradite e si sono trasformate in alibi per il terrore e il fascismo rosso.

Oggi, però, l’antifascismo è ancora non solo necessario ma urgente. Ci chiede di non fare processi alle intenzioni.

Guardate Trump, il suo muso da membro del Ku Klux Klan.

Guardatevi attorno dappertutto, dove la struttura caratteriale fascista impera e fa guasti irreparabili: in Iran, in Turchia, a Gaza, in Ucraina e altrove, in mille modi diversi ma tutti tributari del totalitarismo e del cinismo assoluto.

Io vedo nel movimento organizzato LFI un tentativo lodevole di rompere con il passato di un movimento comunista inquinato dal potere; un movimento coerente a cui si deve far credito senza perdere il diritto di rivolta al primo segno di tradimento, alla prima concessione al vecchio mondo da cui vogliamo uscire. Ho sempre denunciato quel rettile bolscevico di Trotskij, ma penso si debbano giudicare gli atti piuttosto che le idee. Si tratta di apprezzare al giusto valore i comportamenti sinceramente non sessisti, il municipalismo, la lotta sulla questione climatica e per la democrazia diretta.

Con tutta l’attenzione necessaria, non abbiamo altra scelta che una radicalità attiva, autocritica, attenti al minimo passo falso.

Se ci sono altre migliori ipotesi concrete capaci di manifestarsi si facciano avanti. Il meglio è sempre preferibile al bene ma ciò che è assolutamente inaccettabile è sospendere la lotta. Equivale ad arrendersi. Siamo al redde rationem.

Decidiamo per il meglio come meglio si crede. Antifascisti sempre, senza dimenticare l’interessante provocazione dialettica di Bordiga degli anni 30: « l’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo! ». Riflettendo oggi nessuna certezza su questa tesi, perché nello stesso tempo l’antifascismo è necessario, come abbiamo visto. Tuttavia, è bene ricordarsi di questa provocazione bordighista come di un utile ammonimento; l’antifascismo deve concentrarsi sull’essenziale dell’autocritica: no a qualunque suprematismo, nessun dominio indiscutibile da parte di nessuno. Antifascismo sempre, ma prima di tutto ACRAZIA.

Sergio Ghirardi Sauvageon













L'antifascisme toujours


Quelques-unes de mes banalités de base face à la falsification du monde en voie de réalisation

 

Je sors à peine, je l'espère, d'un cauchemar médical dans lequel mon corps a terriblement souffert.

Cela a sans aucun doute influencé mon écriture, raison pour laquelle je tenais à l'évoquer, conscient que cet aspect ne concerne que moi, ma vieillesse et ce qui l'attend inévitablement.

Cependant, tout cela se déroule dans un monde putride où un pouvoir social spectaculaire corrompt l'humain à une vitesse incroyable, multipliant l'inhumain comme le chiendent.

De la France, que j'aime sélectivement pour son histoire révolutionnaire et son humanisme résiduel, à l'Italie qui m'a vu naître transalpin, je vois le spectacle dominant effacer l'histoire. Celle des peuples comme celle des individus.

C'est pourquoi je médite ici sur l'histoire telle qu'elle a été vécue, racontée de vive voix par les protagonistes, avant que la marchandisation et la fascistisation du monde ne s’apprêtent à effacer à jamais les vécus individuels et les subjectivités.

Que devient la France aujourd'hui, avec ses téléphones portables, ses ordinateurs et ses télévisions aux mains des fascistes ? Un camp de concentration capitaliste avec des fascistes pour gardiens et des socialistes embedded pour kapos.

Et l'Italie ? Pareil, à l'italienne : « France ou Espagne, pourvu qu'on mange. »

Pourtant, la révolte sociale inhérente à la lutte des classes a enraciné nos consciences des deux côtés des Alpes par un antifascisme concret, d'abord à l'italienne, lorsque le fascisme archaïque faisait rage, puis à la française.

Ce macabre comédien nommé Mussolini a mis en scène une commedia dell'arte que ses bouffons psychopathes ont transformée en tragédie populaire ; l’odieux contre-révolutionnaire Pétain et ses acolytes réactionnaires ont fait du fascisme français une monstruosité digne du nazisme allemand.

Je n'étais pas encore là ; je suis arrivé plus tard, avec Mai 68, qui a marqué le monde d'humanité, et pas seulement la France et l'Italie. Auparavant, il y a eu ma grand-mère, mon père, ma famille antifasciste, qui m'ont inculqué un antifascisme bien plus profond que le fascisme mesquin et servile qui gangrenait beaucoup trop de familles à l'époque.

Ma grand-mère paternelle était et est restée catholique avant, pendant et après le fascisme. Pendant la guerre, elle tenait une petite boulangerie à La Presa, un petit village près de Gênes, où elle communiquait secrètement par téléphone avec les partisans de la vallée du Bisagno.

L'antifascisme surgit toujours là où le fascisme fait rage : aujourd'hui comme hier.

À la fin de la guerre, ma douce grand-mère, membre de l'Action Catholique, dont la maison génoise où je suis né ne contenait pour tout livre que la biographie de Don Bosco, brandissait fièrement le drapeau rouge pour célébrer la joie de la fin du fascisme. Ma mère, bien plus lente à se défaire du syndrome de Stockholm des vingt années de régime fasciste, racontait cela presque avec gêne. Moi j’en étais fier.

À ma naissance, la situation était claire : jamais plus de fascisme, si ce n'est pour des psychopathes de l'ignorance, fruit de la collusion entre le pouvoir économique, l'Église et la famille chrétienne la plus ringarde. Pas toute la famille, comme je l'ai déjà dit : la lutte des classes a marqué l'histoire.

La Résistance a établi une alliance entre communistes et catholiques car l'antifascisme est une nécessité historique supra-idéologique à chaque fois que la peste émotionnelle pollue la question sociale dans un monde capitaliste libéral ou contrôlé par l'État.

Aujourd'hui, le spectacle est parvenu à tout mélanger pour ne donner aucun sens au néant. En Italie, Meloni ; en France, la poupée Barbie Bardella, accessoire optionnel du parti des Le Pen, de son fondateur défunt et de sa fille, accusée de détournement de fonds par le Parlement européen.

Le monde est en crise, le capitalisme est en proie à sa propre crise cyclique, à laquelle il répond par le cynisme habituel des abus et des guerres sans fin.

Mais il y a un « mais » et, surtout, un « plus » dans les recours historiques : l'intelligence a toujours été insuffisante, mais jamais artificielle. Sa manipulation technoscientifique est l'étape ultime de la dépossession de l'humanité.

Au quotidien, cela rend la vie invivable, dépendante des écrans, des téléphones et des gestes robotiques qui nous rendent idiots.

En politique, la falsification du monde s'accélère particulièrement vite : l'ignorance n'est plus un manque de connaissances, mais un surplus de données et de fausses informations produites par le Big Brother cybernétique.

Choisis ton camp, camarade !

Facile à dire, beaucoup moins à le faire quand l'indécence de la politique rend même les mieux intentionnés méfiants.

Choisir qui ? Pour faire quoi ? En Italie, comme toujours, le miracle chrétien simplifie les choix. Les plus grands idiots, les plus grands connards et les plus religieux savent toujours tout.

Résultat : le pouvoir revient à une démocratie chrétienne superficiellement renouvelée par Meloni, avec une pointe de nostalgie fasciste, plus en vogue que jamais dans le contexte international de crise. A l'opposition, ce sont les gauchistes qui ont toujours tout avalé sans broncher, toujours en quête de pouvoir mais ne sachant plus où le chercher. Prêts à poursuivre le jeu obscène d'une démocratie formelle qui n'est autre que la négation de tout pouvoir partagé par le peuple.

Un signal français rompt la monotonie de la domination réactionnaire du monde.

Il s'appelle LFI, La France Insoumise, et maintenant tout le monde est contre : Mélenchon, M. le maudit. Ce militant, aujourd'hui âgé comme moi, est une figure de l'ancien monde politique, jadis trotskiste et partisan de Mitterrand, mais son évolution laisse penser qu'il a radicalisé sa conscience humaine. C'est pourquoi il est si haï par tous les réactionnaires et par les mercenaires politiques.

Venant de moi, libertaire et situationniste, ce quasi éloge d'un ancien bureaucrate devenu fervent défenseur d'une radicalité assumée peut paraître bizarre ; je vous l'explique donc non pour vous convaincre, mais pour vous amener à réfléchir à l'échec de toutes les idéologies révolutionnaires du siècle dernier.

À l'heure actuelle, tout antifascisme sincère doit être défendu face à la progression incessante d'un postfascisme plus international que jamais. Sur ce point, LFI est le seul à être clair et sans bavures.

Bien sûr, l'histoire nous enseigne qu'il ne faut pas exclure la possibilité que ceux qui sont aujourd'hui ouvertement antifascistes puissent devenir un ennemi à combattre, un régime autoritaire façonné par un anti-autoritarisme factice, renié, trahi.

OK. N'oublions rien : la Commune, Kronstadt, Makhno, Rosa Luxembourg, l'anarchie espagnole vaincue. Trop de révolutions ont été trahies et sont devenues des alibis pour la terreur et le fascisme rouge. Aujourd'hui, pourtant, l'antifascisme est non seulement nécessaire, mais urgent. Il nous demande de ne pas faire des procès d’intentions.

Regardez Trump, son museau de membre du Ku Klux Klan.

Regardez autour de vous, partout où la structure de caractère fasciste règne et cause des dommages irréparables : en Iran, en Turquie, à Gaza, en Ukraine et ailleurs, de mille façons différentes, mais toutes tributaires du totalitarisme et du cynisme absolu.

Je vois dans le mouvement organisé de LFI une tentative louable de rompre avec le passé d'un mouvement communiste pollué par le pouvoir ; un mouvement cohérent auquel il faut accorder du crédit sans pour autant abandonner le droit de se rebeller au premier signe de trahison, à la première concession à l'ancien monde dont nous voulons sortir. J'ai toujours dénoncé ce reptile bolchevique qu'était Trotski, mais je pense qu'il faut juger les actes plutôt que les idées. Il s'agit d'apprécier à leur juste valeur des comportements véritablement non sexistes, le municipalisme, la lutte contre le changement climatique et pour la démocratie directe.

Avec toute la prudence requise, nous n'avons d'autre choix que d'être activement radicaux, autocritiques, attentifs au moindre faux pas.

S'il existe d'autres options concrètes, meilleures et plus efficaces, qu'elles émergent. Mieux vaut toujours plus que bien, mais ce qui est absolument inacceptable, c'est de suspendre la lutte. Cela équivaut à capituler. Nous sommes à l'heure des comptes.

Décidons au mieux, selon notre propre jugement. Toujours antifascistes, sans oublier l'intéressante provocation dialectique de Bordiga dans les années 1930 : « L'antifascisme est le pire produit du fascisme ! » En réfléchissant aujourd’hui cela dépend, car, comme nous l'avons vu, l'antifascisme devient aussi nécessaire. Il est toutefois bon de se souvenir de cette provocation bordiguiste comme d'un avertissement utile : l'antifascisme doit se concentrer sur les fondements de l'autocritique ; non à tout suprématisme, refus de toute domination absolue. Toujours antifascistes, mais avant tout ACRATIE.

Sergio Ghirardi Sauvageon

domenica 22 febbraio 2026

IL REICHSTAG BRUCIA DI NUOVO di Sergio Ghirardi Sauvageon

 




Per l’ennesima volta il capitalismo planetario deve rimettere il mondo a zero per continuare la sua predazione senza fine.

Quel che sta accadendo in Francia é di una gravità eccezionale. Il punto di non ritorno del postfascismo montante.

Un potenzialmente banale conflitto ideologico tra fazioni opposte del vecchio mondo è usato per ricostituire le condizioni necessarie a un salto mortale autoritario e regressivo.

Il Reichstag brucia a Lione come ha bruciato al teatro Diana di Roma nel 1921 :

La morte di un giovane fascista integralista picchiato a morte da parte di utili idioti antifascisti riproduce le condizioni volute dal potere in Italia a Piazza Fontana and Co.

Al posto di Valpreda Melenchon e LFI.




 

Le Reichstag brûle à nouveau

 

Pour la énième fois, le capitalisme mondial doit remettre le monde à zéro pour continuer sa prédation sans fin.

Ce qui se passe en France est d'une gravité exceptionnelle. Le point de non-retour du post-fascisme montant.

Un conflit idéologique potentiellement banal entre factions opposées de l'ancien monde est utilisé pour reconstituer les conditions nécessaires à un saut périlleux autoritaire et régressif.

Le Reichstag brûle à Lyon comme il a brûlé au théâtre Diana de Rome en 1921 :

La mort d'un jeune fasciste intégriste frappé à mort par des idiots utiles antifascistes reproduit les conditions voulues par le pouvoir en Italie à Piazza Fontana et compagnie.

À la place de Valpreda, Melenchon et LFI.

 



lunedì 2 febbraio 2026

IL FALLIMENTO DEL SISTEMA FERROVIARIO AD ALTA VELOCITÀ AVE – LA MACRO-INFRASTRUTTURA PIÙ INUTILE - Miquel Amorós

 






La tragedia di Adamuz e il crollo della rete ferroviaria suburbana Rodalies in Catalogna costituiscono – dopo l'incidente ferroviario di Angrois – l'episodio più grottesco e drammatico della "nuova era ferroviaria" proclamata all'unisono dalla classe politica ispano-catalana, dall'oligarchia edilizia e dalle élite globalizzanti. In questa società del rischio, di cui parlava Ulrich Beck, l'alta velocità ferroviaria si aggiunge alla lista dei pericoli e delle minacce socio-ambientali che già includevano gli organismi geneticamente modificati, i gas serra, le energie rinnovabili industriali, le linee elettriche ad altissima tensione, le centrali nucleari e l’industria agroalimentare. La scienza e la tecnologia della postmodernità non sono neutrali. Contrariamente a quanto promesso, tecnologie più avanzate significano meno benessere e maggiori rischi. Questo è particolarmente vero a riguardo delle infrastrutture non necessarie.

La leadership della Spagna in questo tipo di follia dimostra la persistenza della mentalità orientata allo sviluppo ereditata dal regime franchista da parte della politica professionistica di ogni tipo, un caso estremo d’irresponsabilità i cui risultati nefasti sono palesemente evidenti. L'alta velocità ferroviaria non è mai stata sostenibile, perché non lo è la società che la mette in moto. E ancor meno è efficiente e sicura, come dimostrano i ritardi quotidiani, l'emergere di decine di punti critici e il crescente numero d’incidenti, e non sembra affatto rappresentare il futuro felice della mobilità della cittadinanza.

 

La causa della collisione di treni non è un mistero: non è l'incompetenza criminale di un ministro o la negligenza colposa dei suoi subordinati che hanno ignorato le raccomandazioni della Commissione d'inchiesta sugli incidenti ferroviari; e nemmeno l'elevato grado di esternalizzazione della sicurezza. È la mancanza di una manutenzione adeguata, diretta o in subappalto, che, combinata con un maggiore afflusso di utenti e, quindi, un volume di traffico ferroviario maggiore, ha usurato i binari in diversi punti più del previsto, moltiplicando la probabilità di una catastrofe che alla fine si è verificata. Il progresso decantato da chi detiene il potere porta con sé questo tipo di pericolosi imprevisti. A questo punto, varrebbe la pena di risalire alle origini dell'aberrante fenomeno dell'Alta Velocità, frutto delle manie di grandezza della classe dirigente e dei suoi rappresentanti, mercenari e buffoni.

 

Negli anni '80 del secolo scorso, l'ambizioso progetto del treno ad alta velocità è stato un’idea dalla Tavola Rotonda Europea, organismo con una forte presenza di multinazionali, con fini eminentemente logistici che sbarcando nello Stato spagnolo si sono trasformati in politici. Il primo esempio di questa ristrutturazione fu la linea Madrid-Siviglia, roccaforte del partito al potere nel 1992. Improvvisamente, a giudicare dalle dichiarazioni di personalità di spicco della politica, della plutocrazia e del mondo imprenditoriale, dai rapporti tecnici nazionali e dalla stampa corrotta, l'AVE (Ferrovia ad Alta Velocità) divenne la soluzione a tutti i problemi tranne quello della mobilità: sviluppo economico, creazione di posti di lavoro, integrazione regionale, riequilibrio territoriale, decentramento amministrativo, coesione sociale, riduzione del traffico stradale e aereo... Ci trovavamo di fronte all'identica Ragione di Stato. Inutile dire che nulla di tutto ciò era vero e che appena colpita l’economia delle zone connesse, l’ubicazione delle imprese si rivelò irrilevante e la disoccupazione continuò ad aumentare; pertanto, l'integrazione regionale rimase invariata, così come la centralizzazione; la disuguaglianza sociale aumentò, così come il numero di voli, di camion e delle automobili in circolazione. Inoltre, la frammentazione geografica e la destrutturazione del territorio furono sempre più intense e l'impatto ambientale raggiunse livelli allarmanti. Il costo della costruzione delle nuove linee fu coperto solo in minima parte da fondi europei, e il resto – quasi l'intero costo – dirottando gli investimenti dalle autostrade, dalle reti ferroviarie suburbane e dalle linee convenzionali a lunga percorrenza. Il capitale privato fu estremamente cauto e lasciò gli aspetti finanziari nelle mani dello Stato. I costi operativi e di manutenzione non si fecero attendere, quindi il deterioramento del sistema ferroviario suburbano, utilizzato da centinaia di migliaia di lavoratori – costretti a vivere nelle aree metropolitane a causa della speculazione immobiliare – avanzò più rapidamente di quanto l'establishment al potere avrebbe voluto. Lo stesso accadde con i treni a media e lunga percorrenza. Pertanto, il caos della rete ferroviaria suburbana Rodalies è una conseguenza velenosa del progetto AVE. In breve, l'alta velocità, il treno degli executives o "treno dei privilegiati" – come inizialmente lo chiamava la voce del popolo – sarebbe diventato il progetto più insensato e dispendioso del sistema politico ed economico della Penisola Iberica.

 

L'impegno delle alte sfere dirigenti per un trasporto d'élite di passeggeri non è stato un bluff; è stato una scommessa audace, una vera sfida al buon senso. Ogni alto funzionario voleva che il treno ad alta velocità AVE passasse davanti alla porta di casa sua. In tre decenni, sono stati costruiti oltre 4.000 chilometri di binari, ponendo la rete ferroviaria ad alta velocità spagnola al secondo posto a livello mondiale, solo dopo la Cina, ma con la domanda più bassa, anche a livello mondiale. Non c'è da stupirsi che i funzionari governativi abbiano cercato di aumentare il numero di passeggeri, sia sovvenzionando i biglietti (i passeggeri pagano solo un terzo del prezzo) sia sopprimendo i treni regionali e a lunga percorrenza. Infine, il numero di utenti è rimasto stagnante intorno ai venti milioni fino a quando la liberalizzazione del servizio, dal 2021, ha imposto ulteriori riduzioni dei prezzi, mentre il turismo interno ed esterno registrava un forte aumento. Per contrastare la concorrenza di Ouigo e Iryo, Renfe ha lanciato Avlo, un servizio AVE meno costoso, e nel 2024 il numero di passeggeri ha raggiunto i quaranta milioni, una cifra incomparabile a quella della Francia, che, con 2.700 chilometri di ferrovia ad alta velocità, ha trasportato 164 milioni di passeggeri nello stesso anno. Gli elevati costi operativi sono rimasti un inconveniente, che è stato affrontato riducendo gli investimenti nella manutenzione, come dimostrano i frequenti ritardi e gli avvisi dei macchinisti su buche, vibrazioni e altri incidenti. Le conseguenze fatali di questo tipo di riduzione dei costi non hanno tardato a manifestarsi.

 

Il problema principale per i dirigenti e gli assessori del potere non può essere risolto con fondi pubblici o demagogie populiste, poiché il problema dell'alta velocità ferroviaria non risiede nei suoi elevati costi di gestione, ma nella sua natura di simbolo emblematico della globalizzazione e bandiera di un sistema politico al servizio dell'economia di mercato. Capiremo meglio se, invece di dire AVE si dicesse capitalismo. L'AVE, o qualcosa di simile, è un prodotto del regime socioeconomico così chiamato, un giocattolo costoso in cui si diletta la sua classe politica e imprenditoriale. Se tocchi l'uno, tocchi l'altro. Il deterioramento del servizio offerto dall'alta velocità ferroviaria, che inevitabilmente peggiorerà ancora, non è altro che il riflesso del degrado irreversibile del settore pubblico, un degrado che avvantaggia solo pochi nel tardo capitalismo, quello dei megaprogetti e delle macroinfrastrutture, per il quale le catastrofi sono redditizie e le crisi benefiche. Il business risiede nella sua costruzione e nel disordine che crea, mai nella gestione del servizio che promette. È impossibile cambiare questa dinamica sociale devastante per l’ambiente. Se si deve scegliere tra profitto e sicurezza non è difficile indovinare, l'esito della scelta. La società, il sistema, come il calcio, è così. Alcuni esponenti della sinistra civica hanno proposto una volta allo Stato, che promuove e gestisce l’AVE, l’alternativa di un “treno sociale”. Io rispondo che per cambiare i treni, si deve prima cambiare la società. Come? Prima di tutto, denunciando l'idea stravagante del progresso come sperimentazione incontrollata di dispositivi tecnologici. Poi, rifiutando di scendere a compromessi con dei portavoce del capitale. Infine, trasformando la rabbia dei viaggiatori in un'arma sociale e politica di vasta portata.

 

Miquel Amorós, 29 gennaio 2026


LA QUIEBRA DEL A.V.E.

 LA MACRO-INFRAESTRUCTURA MÁS INÚTIL

 


La tragedia de Adamuz y el colapso de la red de “Rodalies” de Cataluña constituyen -tras el accidente de Angrois- el episodio más grotesco y dramático de la “nueva era ferroviaria” proclamada al unísono por la casta política hispano-catalana, la oligarquía del cemento y las élites mundializadoras. En esta sociedad del riesgo, de la que hablaba Ulrich Beck, la Alta Velocidad se añade a la lista de peligros y amenazas socio-ambientales en la que figuraban los transgénicos, los gases de efecto invernadero, las renovables industriales, los cables de Muy Alta tensión, las centrales nucleares y la industria agroalimentaria. La ciencia y la tecnología de la posmodernidad no son neutrales. Al contrario de lo prometido, a tecnologías más altas, menor bienestar y mayores riesgos. Eso es particularmente verdad en materia de infraestructuras innecesarias. El liderazgo español en esa clase de despropósitos muestra la persistencia de la mentalidad desarrollista heredada del franquismo en la política profesionalizada de cualquier color, un caso extremo de irresponsabilidad cuyos nefastos resultados han quedado bien a la vista. La Alta Velocidad nunca fue sostenible, puesto que la sociedad que la pone en marcha no lo es. Tampoco es ni mucho menos eficiente y segura, tal como indican la impuntualidad diaria, la aparición de decenas de puntos críticos y el creciente número de incidencias, y no parece que sea el futuro feliz de la movilidad ciudadana.

 

La causa del choque de trenes no tiene misterio: no es la impericia criminal de un ministro o la dejadez culpable de sus subordinados desoyendo las recomendaciones de la Comisión de Investigación de Accidentes Ferroviarios; ni siquiera la alta externalización de la seguridad. Es la falta de mantenimiento suficiente, directo o subcontratado, lo que sumado a una mayor afluencia de usuarios, y por lo tanto, a una mayor circulación de trenes, ha desgastado las vías en diversos puntos más de lo previsto, multiplicando las posibilidades de una catástrofe que finalmente se ha producido. El progreso que pregona la dominación lleva consigo ese tipo de peligrosos imprevistos. Llegados a este punto, convendría remontarnos hacia atrás, hacia los orígenes del fenómeno aberrante de la Alta Velocidad, producto de los delirios de grandeza de la clase dirigente y de sus representantes, mercenarios y bufones.

Allá por los años ochenta del siglo pasado, el gran proyecto del Tren de Alta Velocidad fue una idea de la European Round Table, organismo con buena presencia de multinacionales, con fines eminentemente logísticos, que al desembarcar en el Estado español, se transformaron en políticos. El primer ejemplo de tal reajuste fue la línea Madrid-Sevilla, bastión del partido que gobernaba en 1992. Repentinamente, a juzgar por las declaraciones de figuras destacadas de la política, la plutocracia y del empresariado, los informes técnicos domésticos y la prensa sobornada, el AVE se convirtió en la solución de todos los problemas a excepción del de la movilidad: el desarrollo económico, la creación de puestos de trabajo, la vertebración regional, el re-equilibrio territorial, la descentralización administrativa, la cohesión social, la reducción del tráfico automovilístico y aéreo... Estábamos ante la mismísima Razón de Estado. Excusamos decir que nada de aquello era verdad y que la economía de las zonas conectadas apenas se vio afectada, la localización de empresas resultó irrelevante y el desempleo siguió prosperando; así pues, la integración regional se quedó donde estaba, igual que la centralización; la desigualdad social aumentó, lo mismo que los vuelos, los camiones y el parque automovilístico. Es más, la fragmentación geográfica y la desestructuración del territorio fueron cada vez más intensas y el impacto en el medio ambiente llegó a niveles preocupantes. El coste de la construcción de las nuevas vías fue sufragado una mínima parte con fondos europeos, y el resto, o sea, casi la totalidad, con el desvío de la inversión en carreteras, redes de cercanías y líneas convencionales de larga distancia. El capital privado fue extremadamente precavido y dejó el tema financiero en manos del Estado. Los gastos de operatividad y mantenimiento no iban a la zaga, así que la degradación de los trenes de cercanías, usados por centenares de miles de trabajadores -obligados a vivir en las coronas metropolitanas por culpa de la especulación inmobiliaria- fue progresando a más velocidad de la deseada por el stablishment dirigente. Lo mismo ocurrió con la media y larga distancia. Así pues, el caos de Rodalíes es un fruto ponzoñoso del AVE. En definitiva, la Alta Velocidad, el tren de los ejecutivos, o el “tren de los señoritos” -omo le llamó al principio la voz del pueblo- iba a convertirse en el proyecto más insensato y dilapidador del sistema político-económico peninsular.

 

La apuesta de las altas esferas dirigentes por un transporte elitista de viajeros no fue un farol, fue un órdago a la grande, un verdadero desafío a la cordura. Todos los jerarcas querían que el AVE pasara por la puerta de su casa. En tres décadas se construyeron más de cuatro mil kilómetros de vías, situando la alta velocidad española en el segundo puesto a nivel mundial, solo por detrás de China, pero con el grado de demanda más bajo, también a nivel mundial. No es de extrañar que los responsables ministeriales trataran de elevarlo, bien subvencionando el billete (el viajero solo paga la tercera parte), bien cancelando trenes regionales y de larga distancia. Finalmente, el número de usuarios se estancó en torno a los 20 millones hasta que la liberalización del servicio, a partir de 2021, obligó a bajar más los precios mientras el turismo de dentro y de fuera experimentaba una fuerte subida. Para contrarrestar la competencia de Ouigo e Iryo, Renfe procedió a lanzar el Avlo, un AVE menos caro, y en 2024 los viajeros ya eran 40 millones, cifra nada comparable con la de Francia, que con 2.700 kilómetros de vías de alta velocidad tuvo 164 millones en el mismo año. El elevado coste operativo seguía siendo un inconveniente, al que se trató de resolver reduciendo la inversión en mantenimiento, tal como parecen indicar los frecuentes retrasos y las advertencias de los maquinistas sobre baches, vibraciones y otros incidentes. Las consecuencias fatales de tal clase de ahorro no han tardado demasiado en manifestarse.

 

El problema que les viene encima a los dirigentes y asesores del poder no se soluciona con dinero de los presupuestos, ni con demagogias populistas, puesto que el mal de la Alta Velocidad no reside en el elevado coste de su funcionamiento, sino en su naturaleza de artilugio emblemático de la globalización y estandarte de un sistema político al servicio de la economía de mercado. Entenderemos mejor si en lugar de decir AVE, decimos capitalismo. El AVE, o algo como él, es un producto del régimen económico-social con ese nombre, un juguete caro en el que refocila su clase político-empresarial. Si tocas al uno, tocas al otro. El deterioro del servicio prestado por la alta velocidad, que de una manera u otra volverá a agravarse, no es más que el reflejo de la degradación irreversible de lo público, provechosa para unos cuantos en el capitalismo tardío, el de los mega-proyectos y las macro-infraestructuras, para el cual las catástrofes son rentables y las crisis, beneficiosas. El negocio está en su construcción y en el desorden que acarrea, nunca en la gestión del servicio que promete. Es imposible cambiar esta dinámica social y ambientalmente aniquiladora. Si hay que escoger entre beneficios y seguridad, no es difícil adivinar el resultado de la elección. La sociedad, el sistema, como el fútbol, es así. Desde la izquierda ciudadanista hay quien propuso en su día al Estado promotor y administrador del AVE la alternativa de un “tren social”. Respondo que para cambiar de tren hay cambiar primero de sociedad. ¿Cómo? De entrada, denunciando la estrafalaria idea de progreso como experimentación incontrolada de artefactos tecnológicos. Después, no contemporizando con portavoces del capital. Luego, transformando la cólera de los viajeros en arma social y política de largo alcance.

 

Miquel Amorós

29 de enero de 2026.

 

 

 

 

 

 

venerdì 30 gennaio 2026

JACQUES CAMATTE, AMADEO BORDIGA E IL FUTURO DELLA SPECIE UMANA - CLAUDIO ALBERTANI *

 


Ringraziando Claudio Albertani per il testo apparso su la Jornada e Alberto Lofoco per la traduzione:


Claudio Albertani*, 29 maggio 2025

 

Il 19 aprile è morto Jacques Camatte (1935-2025), uno dei più importanti teorici della rivoluzione sociale degli ultimi decenni. Sebbene poco noto al grande pubblico, era molto stimato negli ambienti della sinistra radicale e libertaria, soprattutto dopo il 1968.

Nato nei pressi di Marsiglia, entrò in contatto in giovane età con Amadeo Bordiga (1889-1970), leader del Partito Comunista d’Italia tra il 1921 e il 1923 e in seguito uno dei suoi primi dissidenti. Bordiga difese l’autonomia dei partiti comunisti, guadagnandosi il dubbio onore di essere rimproverato dallo stesso Lenin quando si oppose all’attività parlamentare e si espresse contro il centralismo democratico. 

Lui e i suoi compagni della sinistra comunista italiana erano sostenitori del centralismo organico, una proposta discutibile ma molto stimolante: il partito non dovrebbe essere una struttura autoritaria e burocratica, ma l’anticipazione della futura società comunista, dove le componenti cooperano e funzionano secondo il programma comunista formulato da Marx negli anni Quaranta dell’Ottocento. 

Victor Serge ha lasciato un ricordo toccante di Bordiga nelle sue memorie: vigoroso, dal viso squadrato, con folti capelli neri a spazzola, traboccante di idee, conoscenze e serie previsioni. Temeva l’influenza sovietica sui partiti comunisti, la tendenza al compromesso, la demagogia e la corruzione.

Nel 1926, durante il sesto esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, si oppose a Stalin, protestando contro il regime di terrore all’interno dei partiti comunisti. Messo in minoranza ed espulso dal Partito Comunista d’Italia per “trotskismo”, si dedicò a una monumentale riflessione sulla controrivoluzione, sulla natura socio-economica dell’urss e sul marxismo come piano di vita per la specie umana. 

Qui iniziano i contributi di Camatte. Nel 1962, scrisse insieme a Roger Dangeville, Origine e funzione della forma partito, un testo – apparentemente approvato da Bordiga – incentrato sull’idea che la rivoluzione sociale implichi la lotta dei lavoratori per rivendicare la comunità (Gemeinwesen in tedesco) e poiché la comunità da cui siamo separati è la vita stessa, la missione del partito è quella di rivendicare la natura umana, la riconciliazione tra l’individuo e la comunità. 

Siamo lontani dall’ortodossia sovietica e vicini al pensiero anarchico, a Maximilien Rubel, a Socialisme ou Barbarie e ai situazionisti.

Dal 1968 in poi, Camatte diresse, quasi sempre da solo, sebbene occasionalmente accompagnato da un manipolo di compagni, la rivista Invariance, un’austera pubblicazione ciclostilata ma influente (le cinque serie pubblicate sono disponibili online), che mirava a restaurare il marxismo contro lo stalinismo e l’opportunismo riaffermando l’«invarianza» della teoria rivoluzionaria. Lungo il percorso, studiò i movimenti di rivolta sociale del suo tempo, in particolare quelli del 1968 e analizzò la tradizione eretica del comunismo internazionale: la Sinistra italiana, il kapd (Partito Comunista Operaio di Germania), i comunisti dei consigli (Anton Pannekoek, Herman Gorter, Karl Korsch, Otto Rühle) e la femminista Sylvia Pankhurst. 

Ciò che mi sembra più importante è la serie di studi da lui compilata nel 1976 sotto il titolo Capital et Gemeinwesen. Si tratta di commenti ad alcune opere inedite di Marx: i Grundrisse, l’Urtext (un frammento della versione originale di Per la critica dell’economia politica) e soprattutto Il capitolo vi inedito. Da quest’ultimo, Camatte sviluppa le categorie di sussunzione formale e reale del lavoro al capitale, che si riferiscono a periodi storici e sono estremamente utili per comprendere il mondo odierno. 

La conclusione di Camatte è pessimista: nella sua fase matura, il capitale stabilisce un dominio completo non solo sulla produzione, ma anche sulla specie umana, poiché i lavoratori diventano mere protesi di valorizzazione. Per uscire da questo circolo vizioso, è necessario «abbandonare questo mondo» e recuperare la vera natura umana ponendosi al di fuori e contro le coordinate economiche e politiche del capitale.

Un barlume di speranza rimane. Il capitale si sviluppa soltanto moltiplicando le sue contraddizioni; l’antagonismo non può scomparire: si sposta semplicemente dalla fabbrica alla classe universale, alla specie umana nel suo complesso.

Si dirà che Camatte abbandonò il suo piano iniziale, l’«invarianza» della teoria del proletariato, per cambiare tutto. Lui avrebbe risposto che l’impulso a ricostruire la comunità perduta, postulato da Marx nel 1844, rimane «invariato». 

Questo bordighista sui generis anticipò molte questioni che oggi sono di grande attualità: nel 1969 pubblicò, con Gianni Collu, Transizione, una breve analisi del passaggio alla sussunzione reale del lavoro al capitale. In questo testo fondamentale afferma che la forma tipica di questa fase storica sia la guerra tra organizzazioni criminali, qualcosa che oggi sperimentiamo quotidianamente.

Negli ultimi anni della sua vita, Camatte si dedicò a immaginare una rivoluzione radicalmente nuova e invocò una lotta per la sopravvivenza del pianeta. C’è qualcuno che potrebbe affermare che queste non siano questioni rilevanti?

Aggiungerei che quando io e i miei amici arrivammo in Messico negli anni Settanta, comprendemmo la portata universale delle lotte dei popoli indigeni grazie alle umili pagine di Invariance, una rivista che, dopo quasi cinquant’anni, conserviamo ancora come una reliquia.

 

* storico italiano



29 de mayo de 2025 00:01

El 19 de abril murió Jacques Camatte (1935-2025), uno de los más importantes teóricos de la revolución social de las últimas décadas. Pese a ser poco conocido para el gran público, fue muy apreciado en los medios de la izquierda radical y libertaria, especialmente tras 1968. Nacido en las inmediaciones de Marsella, muy joven entró en contacto con Amadeo Bordiga (1889- 1970), dirigente del Partido Comunista de Italia entre 1921 y 1923 y luego uno de sus primeros disidentes. Bordiga defendió la autonomía de los partidos comunistas consiguiendo el honor de ser regañado por Lenin en persona cuando se opuso a la actividad parlamentaria y se expresó contra el centralismo democrático. 

Él y sus compañeros de la izquierda comunista italiana eran partidarios del centralismo orgánico, propuesta discutible, pero muy estimulante: el partido no es una estructura autoritaria y burocrática, sino la anticipación de la futura sociedad comunista, donde los componentes cooperan y funcionan conforme al programa comunista formulado por Marx en la década de 1840. 

Victor Serge dejó un emotivo recuerdo de Bordiga en sus memorias: vigoroso, de cara cuadrada, de cabellera espesa, negra, cortada en cepillo, trepidante bajo su carga de ideas, de conocimientos y de previsiones graves. Temía la influencia soviética sobre los partidos comunistas, la tendencia a los compromisos, la demagogia, la corrupción. En 1926, en el curso del sexto ejecutivo ampliado de la Internacional Comunista, plantó cara a Stalin protestando contra el régimen de terror en los partidos comunistas. Puesto en minoría y expulsado del PCI por “trotskismo”, se dedicó a una monumental reflexión sobre la contrarrevolución, la naturaleza socioeconómica de la URSS y el marxismo como plan de vida para la especie humana. 

Aquí empiezan las aportaciones de Camatte. En 1962, redactó con Roger Dangeville, “Origen y función de la forma partido”, texto –al parecer aprobado por Bordiga– centrado en la idea de que la revolución social implica la lucha de los trabajadores por reapropiarse de la comunidad (gemeinwesen, en alemán). Y dado que la comunidad de la cual se encuentran separados es la vida misma, su misión y la del partido es reapropiarse de la naturaleza humana, la reconciliación del individuo con la comunidad. 

Estamos lejos de la ortodoxia soviética y cerca del pensamiento anarquista, de Maximilien Rubel, de Socialismo o Barbarie y de los situacionistas. A partir de 1968, Camatte redactó, casi siempre solo, aunque en ocasiones acompañado por un puñado de camaradas, la revista Invariance, austera pero influyente publicación mimeografiada (las cinco series se pueden consultar en línea), que se proponía restaurar el marxismo, contra el estalinismo y el oportunismo reafirmando la “invariancia” de la teoría revolucionaria. En el camino, estudió los movimientos de revuelta social de su tiempo, particularmente el 68, y analizó la tradición herética del comunismo internacional: la izquierda italiana, el KAPD (Partido Comunista Obrero de Alemania), los consejistas (Anton Pannekoek, Herman Gorter, Karl Korsch, Otto Rühle) y la feminista Sylvia Pankhurst. 

Lo más importante es, a mi juicio, la serie de estudios que reunió en 1976 con el título Capital et Gemeinwesen. Se trata de comentarios sobre algunas obras hasta entonces inéditas de Marx: los Grundrisse, el Urtext (fragmento de la versión original de Contribución a la crítica de la economía política) y, sobre todo, el Capítulo VI inédito. De este último desarrolló las categorías de subsunción formal y real del trabajo al capital, que remiten a épocas históricas y resultan sumamente útiles para entender el mundo actual. 

La conclusión de Camatte es pesimista: en su etapa madura el capital instaura una dominación completa no sólo sobre la producción, sino sobre la especie humana, pues los trabajadores se van convirtiendo en simples prótesis de la valorización. Para salir del círculo vicioso es preciso “dejar este mundo” y recuperar la naturaleza humana colocándose fuera y contra las coordenadas económicas y políticas del capital. Queda un rayo de esperanza. El capital se desarrolla sólo multiplicando sus contradicciones; el antagonismo no puede desaparecer; sólo se traslada de la fábrica a la clase universal, a la especie humana en su conjunto.

Se dirá que Camatte abandonó su plan inicial, la “invariancia” de la teoría del proletariado para variarlo todo. Él habría contestado que el impulso a reconstruir la comunidad perdida que Marx postuló en 1844 permanece “invariado”. 

Ese bordiguista sui generis anticipó gran cantidad de temas hoy candentes. En 1969, publicó, con Gianni Collu, “Transición”, breve análisis del paso a la subsunción real del trabajo al capital, afirma que la forma típica de esta etapa es la competencia entre organizaciones criminales, algo que hoy vivimos diario. En los últimos años, Camatte se dedicó a pensar una revolución radicalmente nueva e invitó a luchar por la supervivencia del planeta. ¿Alguien podría afirmar que no son temas actuales? Agrego que cuando mis amigos y yo llegamos a México en los 70, comprendimos el alcance universal de las luchas de los pueblos indígenas gracias a las humildes páginas de Invariance, revista que, casi medio siglo después, seguimos custodiando como reliquia. 

*Historiador italiano


Jacques Camatte (1935-2025)