lunedì 2 febbraio 2026

IL FALLIMENTO DEL SISTEMA FERROVIARIO AD ALTA VELOCITÀ AVE – LA MACRO-INFRASTRUTTURA PIÙ INUTILE - Miquel Amorós

 






La tragedia di Adamuz e il crollo della rete ferroviaria suburbana Rodalies in Catalogna costituiscono – dopo l'incidente ferroviario di Angrois – l'episodio più grottesco e drammatico della "nuova era ferroviaria" proclamata all'unisono dalla classe politica ispano-catalana, dall'oligarchia edilizia e dalle élite globalizzanti. In questa società del rischio, di cui parlava Ulrich Beck, l'alta velocità ferroviaria si aggiunge alla lista dei pericoli e delle minacce socio-ambientali che già includevano gli organismi geneticamente modificati, i gas serra, le energie rinnovabili industriali, le linee elettriche ad altissima tensione, le centrali nucleari e l’industria agroalimentare. La scienza e la tecnologia della postmodernità non sono neutrali. Contrariamente a quanto promesso, tecnologie più avanzate significano meno benessere e maggiori rischi. Questo è particolarmente vero a riguardo delle infrastrutture non necessarie.

La leadership della Spagna in questo tipo di follia dimostra la persistenza della mentalità orientata allo sviluppo ereditata dal regime franchista da parte della politica professionistica di ogni tipo, un caso estremo d’irresponsabilità i cui risultati nefasti sono palesemente evidenti. L'alta velocità ferroviaria non è mai stata sostenibile, perché non lo è la società che la mette in moto. E ancor meno è efficiente e sicura, come dimostrano i ritardi quotidiani, l'emergere di decine di punti critici e il crescente numero d’incidenti, e non sembra affatto rappresentare il futuro felice della mobilità della cittadinanza.

 

La causa della collisione di treni non è un mistero: non è l'incompetenza criminale di un ministro o la negligenza colposa dei suoi subordinati che hanno ignorato le raccomandazioni della Commissione d'inchiesta sugli incidenti ferroviari; e nemmeno l'elevato grado di esternalizzazione della sicurezza. È la mancanza di una manutenzione adeguata, diretta o in subappalto, che, combinata con un maggiore afflusso di utenti e, quindi, un volume di traffico ferroviario maggiore, ha usurato i binari in diversi punti più del previsto, moltiplicando la probabilità di una catastrofe che alla fine si è verificata. Il progresso decantato da chi detiene il potere porta con sé questo tipo di pericolosi imprevisti. A questo punto, varrebbe la pena di risalire alle origini dell'aberrante fenomeno dell'Alta Velocità, frutto delle manie di grandezza della classe dirigente e dei suoi rappresentanti, mercenari e buffoni.

 

Negli anni '80 del secolo scorso, l'ambizioso progetto del treno ad alta velocità è stato un’idea dalla Tavola Rotonda Europea, organismo con una forte presenza di multinazionali, con fini eminentemente logistici che sbarcando nello Stato spagnolo si sono trasformati in politici. Il primo esempio di questa ristrutturazione fu la linea Madrid-Siviglia, roccaforte del partito al potere nel 1992. Improvvisamente, a giudicare dalle dichiarazioni di personalità di spicco della politica, della plutocrazia e del mondo imprenditoriale, dai rapporti tecnici nazionali e dalla stampa corrotta, l'AVE (Ferrovia ad Alta Velocità) divenne la soluzione a tutti i problemi tranne quello della mobilità: sviluppo economico, creazione di posti di lavoro, integrazione regionale, riequilibrio territoriale, decentramento amministrativo, coesione sociale, riduzione del traffico stradale e aereo... Ci trovavamo di fronte all'identica Ragione di Stato. Inutile dire che nulla di tutto ciò era vero e che appena colpita l’economia delle zone connesse, l’ubicazione delle imprese si rivelò irrilevante e la disoccupazione continuò ad aumentare; pertanto, l'integrazione regionale rimase invariata, così come la centralizzazione; la disuguaglianza sociale aumentò, così come il numero di voli, di camion e delle automobili in circolazione. Inoltre, la frammentazione geografica e la destrutturazione del territorio furono sempre più intense e l'impatto ambientale raggiunse livelli allarmanti. Il costo della costruzione delle nuove linee fu coperto solo in minima parte da fondi europei, e il resto – quasi l'intero costo – dirottando gli investimenti dalle autostrade, dalle reti ferroviarie suburbane e dalle linee convenzionali a lunga percorrenza. Il capitale privato fu estremamente cauto e lasciò gli aspetti finanziari nelle mani dello Stato. I costi operativi e di manutenzione non si fecero attendere, quindi il deterioramento del sistema ferroviario suburbano, utilizzato da centinaia di migliaia di lavoratori – costretti a vivere nelle aree metropolitane a causa della speculazione immobiliare – avanzò più rapidamente di quanto l'establishment al potere avrebbe voluto. Lo stesso accadde con i treni a media e lunga percorrenza. Pertanto, il caos della rete ferroviaria suburbana Rodalies è una conseguenza velenosa del progetto AVE. In breve, l'alta velocità, il treno degli executives o "treno dei privilegiati" – come inizialmente lo chiamava la voce del popolo – sarebbe diventato il progetto più insensato e dispendioso del sistema politico ed economico della Penisola Iberica.

 

L'impegno delle alte sfere dirigenti per un trasporto d'élite di passeggeri non è stato un bluff; è stato una scommessa audace, una vera sfida al buon senso. Ogni alto funzionario voleva che il treno ad alta velocità AVE passasse davanti alla porta di casa sua. In tre decenni, sono stati costruiti oltre 4.000 chilometri di binari, ponendo la rete ferroviaria ad alta velocità spagnola al secondo posto a livello mondiale, solo dopo la Cina, ma con la domanda più bassa, anche a livello mondiale. Non c'è da stupirsi che i funzionari governativi abbiano cercato di aumentare il numero di passeggeri, sia sovvenzionando i biglietti (i passeggeri pagano solo un terzo del prezzo) sia sopprimendo i treni regionali e a lunga percorrenza. Infine, il numero di utenti è rimasto stagnante intorno ai venti milioni fino a quando la liberalizzazione del servizio, dal 2021, ha imposto ulteriori riduzioni dei prezzi, mentre il turismo interno ed esterno registrava un forte aumento. Per contrastare la concorrenza di Ouigo e Iryo, Renfe ha lanciato Avlo, un servizio AVE meno costoso, e nel 2024 il numero di passeggeri ha raggiunto i quaranta milioni, una cifra incomparabile a quella della Francia, che, con 2.700 chilometri di ferrovia ad alta velocità, ha trasportato 164 milioni di passeggeri nello stesso anno. Gli elevati costi operativi sono rimasti un inconveniente, che è stato affrontato riducendo gli investimenti nella manutenzione, come dimostrano i frequenti ritardi e gli avvisi dei macchinisti su buche, vibrazioni e altri incidenti. Le conseguenze fatali di questo tipo di riduzione dei costi non hanno tardato a manifestarsi.

 

Il problema principale per i dirigenti e gli assessori del potere non può essere risolto con fondi pubblici o demagogie populiste, poiché il problema dell'alta velocità ferroviaria non risiede nei suoi elevati costi di gestione, ma nella sua natura di simbolo emblematico della globalizzazione e bandiera di un sistema politico al servizio dell'economia di mercato. Capiremo meglio se, invece di dire AVE si dicesse capitalismo. L'AVE, o qualcosa di simile, è un prodotto del regime socioeconomico così chiamato, un giocattolo costoso in cui si diletta la sua classe politica e imprenditoriale. Se tocchi l'uno, tocchi l'altro. Il deterioramento del servizio offerto dall'alta velocità ferroviaria, che inevitabilmente peggiorerà ancora, non è altro che il riflesso del degrado irreversibile del settore pubblico, un degrado che avvantaggia solo pochi nel tardo capitalismo, quello dei megaprogetti e delle macroinfrastrutture, per il quale le catastrofi sono redditizie e le crisi benefiche. Il business risiede nella sua costruzione e nel disordine che crea, mai nella gestione del servizio che promette. È impossibile cambiare questa dinamica sociale devastante per l’ambiente. Se si deve scegliere tra profitto e sicurezza non è difficile indovinare, l'esito della scelta. La società, il sistema, come il calcio, è così. Alcuni esponenti della sinistra civica hanno proposto una volta allo Stato, che promuove e gestisce l’AVE, l’alternativa di un “treno sociale”. Io rispondo che per cambiare i treni, si deve prima cambiare la società. Come? Prima di tutto, denunciando l'idea stravagante del progresso come sperimentazione incontrollata di dispositivi tecnologici. Poi, rifiutando di scendere a compromessi con dei portavoce del capitale. Infine, trasformando la rabbia dei viaggiatori in un'arma sociale e politica di vasta portata.

 

Miquel Amorós, 29 gennaio 2026


LA QUIEBRA DEL A.V.E.

 LA MACRO-INFRAESTRUCTURA MÁS INÚTIL

 


La tragedia de Adamuz y el colapso de la red de “Rodalies” de Cataluña constituyen -tras el accidente de Angrois- el episodio más grotesco y dramático de la “nueva era ferroviaria” proclamada al unísono por la casta política hispano-catalana, la oligarquía del cemento y las élites mundializadoras. En esta sociedad del riesgo, de la que hablaba Ulrich Beck, la Alta Velocidad se añade a la lista de peligros y amenazas socio-ambientales en la que figuraban los transgénicos, los gases de efecto invernadero, las renovables industriales, los cables de Muy Alta tensión, las centrales nucleares y la industria agroalimentaria. La ciencia y la tecnología de la posmodernidad no son neutrales. Al contrario de lo prometido, a tecnologías más altas, menor bienestar y mayores riesgos. Eso es particularmente verdad en materia de infraestructuras innecesarias. El liderazgo español en esa clase de despropósitos muestra la persistencia de la mentalidad desarrollista heredada del franquismo en la política profesionalizada de cualquier color, un caso extremo de irresponsabilidad cuyos nefastos resultados han quedado bien a la vista. La Alta Velocidad nunca fue sostenible, puesto que la sociedad que la pone en marcha no lo es. Tampoco es ni mucho menos eficiente y segura, tal como indican la impuntualidad diaria, la aparición de decenas de puntos críticos y el creciente número de incidencias, y no parece que sea el futuro feliz de la movilidad ciudadana.

 

La causa del choque de trenes no tiene misterio: no es la impericia criminal de un ministro o la dejadez culpable de sus subordinados desoyendo las recomendaciones de la Comisión de Investigación de Accidentes Ferroviarios; ni siquiera la alta externalización de la seguridad. Es la falta de mantenimiento suficiente, directo o subcontratado, lo que sumado a una mayor afluencia de usuarios, y por lo tanto, a una mayor circulación de trenes, ha desgastado las vías en diversos puntos más de lo previsto, multiplicando las posibilidades de una catástrofe que finalmente se ha producido. El progreso que pregona la dominación lleva consigo ese tipo de peligrosos imprevistos. Llegados a este punto, convendría remontarnos hacia atrás, hacia los orígenes del fenómeno aberrante de la Alta Velocidad, producto de los delirios de grandeza de la clase dirigente y de sus representantes, mercenarios y bufones.

Allá por los años ochenta del siglo pasado, el gran proyecto del Tren de Alta Velocidad fue una idea de la European Round Table, organismo con buena presencia de multinacionales, con fines eminentemente logísticos, que al desembarcar en el Estado español, se transformaron en políticos. El primer ejemplo de tal reajuste fue la línea Madrid-Sevilla, bastión del partido que gobernaba en 1992. Repentinamente, a juzgar por las declaraciones de figuras destacadas de la política, la plutocracia y del empresariado, los informes técnicos domésticos y la prensa sobornada, el AVE se convirtió en la solución de todos los problemas a excepción del de la movilidad: el desarrollo económico, la creación de puestos de trabajo, la vertebración regional, el re-equilibrio territorial, la descentralización administrativa, la cohesión social, la reducción del tráfico automovilístico y aéreo... Estábamos ante la mismísima Razón de Estado. Excusamos decir que nada de aquello era verdad y que la economía de las zonas conectadas apenas se vio afectada, la localización de empresas resultó irrelevante y el desempleo siguió prosperando; así pues, la integración regional se quedó donde estaba, igual que la centralización; la desigualdad social aumentó, lo mismo que los vuelos, los camiones y el parque automovilístico. Es más, la fragmentación geográfica y la desestructuración del territorio fueron cada vez más intensas y el impacto en el medio ambiente llegó a niveles preocupantes. El coste de la construcción de las nuevas vías fue sufragado una mínima parte con fondos europeos, y el resto, o sea, casi la totalidad, con el desvío de la inversión en carreteras, redes de cercanías y líneas convencionales de larga distancia. El capital privado fue extremadamente precavido y dejó el tema financiero en manos del Estado. Los gastos de operatividad y mantenimiento no iban a la zaga, así que la degradación de los trenes de cercanías, usados por centenares de miles de trabajadores -obligados a vivir en las coronas metropolitanas por culpa de la especulación inmobiliaria- fue progresando a más velocidad de la deseada por el stablishment dirigente. Lo mismo ocurrió con la media y larga distancia. Así pues, el caos de Rodalíes es un fruto ponzoñoso del AVE. En definitiva, la Alta Velocidad, el tren de los ejecutivos, o el “tren de los señoritos” -omo le llamó al principio la voz del pueblo- iba a convertirse en el proyecto más insensato y dilapidador del sistema político-económico peninsular.

 

La apuesta de las altas esferas dirigentes por un transporte elitista de viajeros no fue un farol, fue un órdago a la grande, un verdadero desafío a la cordura. Todos los jerarcas querían que el AVE pasara por la puerta de su casa. En tres décadas se construyeron más de cuatro mil kilómetros de vías, situando la alta velocidad española en el segundo puesto a nivel mundial, solo por detrás de China, pero con el grado de demanda más bajo, también a nivel mundial. No es de extrañar que los responsables ministeriales trataran de elevarlo, bien subvencionando el billete (el viajero solo paga la tercera parte), bien cancelando trenes regionales y de larga distancia. Finalmente, el número de usuarios se estancó en torno a los 20 millones hasta que la liberalización del servicio, a partir de 2021, obligó a bajar más los precios mientras el turismo de dentro y de fuera experimentaba una fuerte subida. Para contrarrestar la competencia de Ouigo e Iryo, Renfe procedió a lanzar el Avlo, un AVE menos caro, y en 2024 los viajeros ya eran 40 millones, cifra nada comparable con la de Francia, que con 2.700 kilómetros de vías de alta velocidad tuvo 164 millones en el mismo año. El elevado coste operativo seguía siendo un inconveniente, al que se trató de resolver reduciendo la inversión en mantenimiento, tal como parecen indicar los frecuentes retrasos y las advertencias de los maquinistas sobre baches, vibraciones y otros incidentes. Las consecuencias fatales de tal clase de ahorro no han tardado demasiado en manifestarse.

 

El problema que les viene encima a los dirigentes y asesores del poder no se soluciona con dinero de los presupuestos, ni con demagogias populistas, puesto que el mal de la Alta Velocidad no reside en el elevado coste de su funcionamiento, sino en su naturaleza de artilugio emblemático de la globalización y estandarte de un sistema político al servicio de la economía de mercado. Entenderemos mejor si en lugar de decir AVE, decimos capitalismo. El AVE, o algo como él, es un producto del régimen económico-social con ese nombre, un juguete caro en el que refocila su clase político-empresarial. Si tocas al uno, tocas al otro. El deterioro del servicio prestado por la alta velocidad, que de una manera u otra volverá a agravarse, no es más que el reflejo de la degradación irreversible de lo público, provechosa para unos cuantos en el capitalismo tardío, el de los mega-proyectos y las macro-infraestructuras, para el cual las catástrofes son rentables y las crisis, beneficiosas. El negocio está en su construcción y en el desorden que acarrea, nunca en la gestión del servicio que promete. Es imposible cambiar esta dinámica social y ambientalmente aniquiladora. Si hay que escoger entre beneficios y seguridad, no es difícil adivinar el resultado de la elección. La sociedad, el sistema, como el fútbol, es así. Desde la izquierda ciudadanista hay quien propuso en su día al Estado promotor y administrador del AVE la alternativa de un “tren social”. Respondo que para cambiar de tren hay cambiar primero de sociedad. ¿Cómo? De entrada, denunciando la estrafalaria idea de progreso como experimentación incontrolada de artefactos tecnológicos. Después, no contemporizando con portavoces del capital. Luego, transformando la cólera de los viajeros en arma social y política de largo alcance.

 

Miquel Amorós

29 de enero de 2026.

 

 

 

 

 

 

venerdì 30 gennaio 2026

JACQUES CAMATTE, AMADEO BORDIGA E IL FUTURO DELLA SPECIE UMANA - CLAUDIO ALBERTANI *

 


Ringraziando Claudio Albertani per il testo apparso su la Jornada e Alberto Lofoco per la traduzione:


Claudio Albertani*, 29 maggio 2025

 

Il 19 aprile è morto Jacques Camatte (1935-2025), uno dei più importanti teorici della rivoluzione sociale degli ultimi decenni. Sebbene poco noto al grande pubblico, era molto stimato negli ambienti della sinistra radicale e libertaria, soprattutto dopo il 1968.

Nato nei pressi di Marsiglia, entrò in contatto in giovane età con Amadeo Bordiga (1889-1970), leader del Partito Comunista d’Italia tra il 1921 e il 1923 e in seguito uno dei suoi primi dissidenti. Bordiga difese l’autonomia dei partiti comunisti, guadagnandosi il dubbio onore di essere rimproverato dallo stesso Lenin quando si oppose all’attività parlamentare e si espresse contro il centralismo democratico. 

Lui e i suoi compagni della sinistra comunista italiana erano sostenitori del centralismo organico, una proposta discutibile ma molto stimolante: il partito non dovrebbe essere una struttura autoritaria e burocratica, ma l’anticipazione della futura società comunista, dove le componenti cooperano e funzionano secondo il programma comunista formulato da Marx negli anni Quaranta dell’Ottocento. 

Victor Serge ha lasciato un ricordo toccante di Bordiga nelle sue memorie: vigoroso, dal viso squadrato, con folti capelli neri a spazzola, traboccante di idee, conoscenze e serie previsioni. Temeva l’influenza sovietica sui partiti comunisti, la tendenza al compromesso, la demagogia e la corruzione.

Nel 1926, durante il sesto esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, si oppose a Stalin, protestando contro il regime di terrore all’interno dei partiti comunisti. Messo in minoranza ed espulso dal Partito Comunista d’Italia per “trotskismo”, si dedicò a una monumentale riflessione sulla controrivoluzione, sulla natura socio-economica dell’urss e sul marxismo come piano di vita per la specie umana. 

Qui iniziano i contributi di Camatte. Nel 1962, scrisse insieme a Roger Dangeville, Origine e funzione della forma partito, un testo – apparentemente approvato da Bordiga – incentrato sull’idea che la rivoluzione sociale implichi la lotta dei lavoratori per rivendicare la comunità (Gemeinwesen in tedesco) e poiché la comunità da cui siamo separati è la vita stessa, la missione del partito è quella di rivendicare la natura umana, la riconciliazione tra l’individuo e la comunità. 

Siamo lontani dall’ortodossia sovietica e vicini al pensiero anarchico, a Maximilien Rubel, a Socialisme ou Barbarie e ai situazionisti.

Dal 1968 in poi, Camatte diresse, quasi sempre da solo, sebbene occasionalmente accompagnato da un manipolo di compagni, la rivista Invariance, un’austera pubblicazione ciclostilata ma influente (le cinque serie pubblicate sono disponibili online), che mirava a restaurare il marxismo contro lo stalinismo e l’opportunismo riaffermando l’«invarianza» della teoria rivoluzionaria. Lungo il percorso, studiò i movimenti di rivolta sociale del suo tempo, in particolare quelli del 1968 e analizzò la tradizione eretica del comunismo internazionale: la Sinistra italiana, il kapd (Partito Comunista Operaio di Germania), i comunisti dei consigli (Anton Pannekoek, Herman Gorter, Karl Korsch, Otto Rühle) e la femminista Sylvia Pankhurst. 

Ciò che mi sembra più importante è la serie di studi da lui compilata nel 1976 sotto il titolo Capital et Gemeinwesen. Si tratta di commenti ad alcune opere inedite di Marx: i Grundrisse, l’Urtext (un frammento della versione originale di Per la critica dell’economia politica) e soprattutto Il capitolo vi inedito. Da quest’ultimo, Camatte sviluppa le categorie di sussunzione formale e reale del lavoro al capitale, che si riferiscono a periodi storici e sono estremamente utili per comprendere il mondo odierno. 

La conclusione di Camatte è pessimista: nella sua fase matura, il capitale stabilisce un dominio completo non solo sulla produzione, ma anche sulla specie umana, poiché i lavoratori diventano mere protesi di valorizzazione. Per uscire da questo circolo vizioso, è necessario «abbandonare questo mondo» e recuperare la vera natura umana ponendosi al di fuori e contro le coordinate economiche e politiche del capitale.

Un barlume di speranza rimane. Il capitale si sviluppa soltanto moltiplicando le sue contraddizioni; l’antagonismo non può scomparire: si sposta semplicemente dalla fabbrica alla classe universale, alla specie umana nel suo complesso.

Si dirà che Camatte abbandonò il suo piano iniziale, l’«invarianza» della teoria del proletariato, per cambiare tutto. Lui avrebbe risposto che l’impulso a ricostruire la comunità perduta, postulato da Marx nel 1844, rimane «invariato». 

Questo bordighista sui generis anticipò molte questioni che oggi sono di grande attualità: nel 1969 pubblicò, con Gianni Collu, Transizione, una breve analisi del passaggio alla sussunzione reale del lavoro al capitale. In questo testo fondamentale afferma che la forma tipica di questa fase storica sia la guerra tra organizzazioni criminali, qualcosa che oggi sperimentiamo quotidianamente.

Negli ultimi anni della sua vita, Camatte si dedicò a immaginare una rivoluzione radicalmente nuova e invocò una lotta per la sopravvivenza del pianeta. C’è qualcuno che potrebbe affermare che queste non siano questioni rilevanti?

Aggiungerei che quando io e i miei amici arrivammo in Messico negli anni Settanta, comprendemmo la portata universale delle lotte dei popoli indigeni grazie alle umili pagine di Invariance, una rivista che, dopo quasi cinquant’anni, conserviamo ancora come una reliquia.

 

* storico italiano



29 de mayo de 2025 00:01

El 19 de abril murió Jacques Camatte (1935-2025), uno de los más importantes teóricos de la revolución social de las últimas décadas. Pese a ser poco conocido para el gran público, fue muy apreciado en los medios de la izquierda radical y libertaria, especialmente tras 1968. Nacido en las inmediaciones de Marsella, muy joven entró en contacto con Amadeo Bordiga (1889- 1970), dirigente del Partido Comunista de Italia entre 1921 y 1923 y luego uno de sus primeros disidentes. Bordiga defendió la autonomía de los partidos comunistas consiguiendo el honor de ser regañado por Lenin en persona cuando se opuso a la actividad parlamentaria y se expresó contra el centralismo democrático. 

Él y sus compañeros de la izquierda comunista italiana eran partidarios del centralismo orgánico, propuesta discutible, pero muy estimulante: el partido no es una estructura autoritaria y burocrática, sino la anticipación de la futura sociedad comunista, donde los componentes cooperan y funcionan conforme al programa comunista formulado por Marx en la década de 1840. 

Victor Serge dejó un emotivo recuerdo de Bordiga en sus memorias: vigoroso, de cara cuadrada, de cabellera espesa, negra, cortada en cepillo, trepidante bajo su carga de ideas, de conocimientos y de previsiones graves. Temía la influencia soviética sobre los partidos comunistas, la tendencia a los compromisos, la demagogia, la corrupción. En 1926, en el curso del sexto ejecutivo ampliado de la Internacional Comunista, plantó cara a Stalin protestando contra el régimen de terror en los partidos comunistas. Puesto en minoría y expulsado del PCI por “trotskismo”, se dedicó a una monumental reflexión sobre la contrarrevolución, la naturaleza socioeconómica de la URSS y el marxismo como plan de vida para la especie humana. 

Aquí empiezan las aportaciones de Camatte. En 1962, redactó con Roger Dangeville, “Origen y función de la forma partido”, texto –al parecer aprobado por Bordiga– centrado en la idea de que la revolución social implica la lucha de los trabajadores por reapropiarse de la comunidad (gemeinwesen, en alemán). Y dado que la comunidad de la cual se encuentran separados es la vida misma, su misión y la del partido es reapropiarse de la naturaleza humana, la reconciliación del individuo con la comunidad. 

Estamos lejos de la ortodoxia soviética y cerca del pensamiento anarquista, de Maximilien Rubel, de Socialismo o Barbarie y de los situacionistas. A partir de 1968, Camatte redactó, casi siempre solo, aunque en ocasiones acompañado por un puñado de camaradas, la revista Invariance, austera pero influyente publicación mimeografiada (las cinco series se pueden consultar en línea), que se proponía restaurar el marxismo, contra el estalinismo y el oportunismo reafirmando la “invariancia” de la teoría revolucionaria. En el camino, estudió los movimientos de revuelta social de su tiempo, particularmente el 68, y analizó la tradición herética del comunismo internacional: la izquierda italiana, el KAPD (Partido Comunista Obrero de Alemania), los consejistas (Anton Pannekoek, Herman Gorter, Karl Korsch, Otto Rühle) y la feminista Sylvia Pankhurst. 

Lo más importante es, a mi juicio, la serie de estudios que reunió en 1976 con el título Capital et Gemeinwesen. Se trata de comentarios sobre algunas obras hasta entonces inéditas de Marx: los Grundrisse, el Urtext (fragmento de la versión original de Contribución a la crítica de la economía política) y, sobre todo, el Capítulo VI inédito. De este último desarrolló las categorías de subsunción formal y real del trabajo al capital, que remiten a épocas históricas y resultan sumamente útiles para entender el mundo actual. 

La conclusión de Camatte es pesimista: en su etapa madura el capital instaura una dominación completa no sólo sobre la producción, sino sobre la especie humana, pues los trabajadores se van convirtiendo en simples prótesis de la valorización. Para salir del círculo vicioso es preciso “dejar este mundo” y recuperar la naturaleza humana colocándose fuera y contra las coordenadas económicas y políticas del capital. Queda un rayo de esperanza. El capital se desarrolla sólo multiplicando sus contradicciones; el antagonismo no puede desaparecer; sólo se traslada de la fábrica a la clase universal, a la especie humana en su conjunto.

Se dirá que Camatte abandonó su plan inicial, la “invariancia” de la teoría del proletariado para variarlo todo. Él habría contestado que el impulso a reconstruir la comunidad perdida que Marx postuló en 1844 permanece “invariado”. 

Ese bordiguista sui generis anticipó gran cantidad de temas hoy candentes. En 1969, publicó, con Gianni Collu, “Transición”, breve análisis del paso a la subsunción real del trabajo al capital, afirma que la forma típica de esta etapa es la competencia entre organizaciones criminales, algo que hoy vivimos diario. En los últimos años, Camatte se dedicó a pensar una revolución radicalmente nueva e invitó a luchar por la supervivencia del planeta. ¿Alguien podría afirmar que no son temas actuales? Agrego que cuando mis amigos y yo llegamos a México en los 70, comprendimos el alcance universal de las luchas de los pueblos indígenas gracias a las humildes páginas de Invariance, revista que, casi medio siglo después, seguimos custodiando como reliquia. 

*Historiador italiano


Jacques Camatte (1935-2025)


mercoledì 28 gennaio 2026

O tempora o mores!


 


Annie e Pierre Peguin sono vecchi amici e compagni di lotta antinucleare e anticapitalista nelle Cevennes francesi, zona di resistenza a tutti gli effetti e in tutte le epoche: dai camisards ai partigiani prima, poi alle ZAD - zone da difendere dall’avanzare mortifero del mostro tecnoproduttivista. Questo loro semplice e accorato allarme circa l’intensificarsi dell’inquinamento dei corpi, dei luoghi e della vita si aggiunge all’allarme  in proposito che cresce insieme al cinismo becero del produttivismo capitalista. Il loro accorato appello mi è sembrato degno di nota tra le tante denunce che urgono. Una banalità di base da prendere terribilmente sul serio oltre i rischi di guerra e la crisi climatica.

 SGS

TUMORI E ALTRE MALATTIE SONO IN AUMENTO

La quasi epidemia di tumori e altre gravi malattie mette in discussione il modello dominante di produzione agricola intensiva e quello del consumo imposto dalla grande distribuzione dei prodotti alimentari. L'agricoltura contadina è l'unico modo per offrire prodotti più sani preservando l'ambiente. Bisogna consumare prodotti locali e, se possibile, biologici.

La politica agricola europea, e quella dello Stato francese guidata dalla FNSEA (Federazione Nazionale dei Sindacati Agricoli) e dall'agroindustria, si limitano essenzialmente a favorire la concentrazione di grandi aziende agricole intensive a scapito di quelle più piccole che forniscono ai residenti locali prodotti più sani e nel rispetto dell'ambiente. Purtroppo, il numero di agricoltori è in calo ovunque e la legge sulla politica agricola, la legge Duplomb, così come gli accordi del Mercosur, stanno peggiorando la loro situazione.

Per quanto riguarda la grande distribuzione, essa offre, da un lato: - Prodotti provenienti dall’agricoltura intensiva, spesso ultra-trasformati dall'industria agroalimentare, ricchi di sale, zucchero e grassi. Questa non è la scelta migliore per la salute dei consumatori, che optano quindi per i prodotti più economici. D'altro canto, ci sono prodotti con il marchio biologico AB, ma a un prezzo più elevato e con un margine di profitto maggiore, considerando che si rivolgono a una clientela benestante, sebbene provengano il più delle volte da agricoltura intensiva e trasformazioni semi industriali.

Tutto ciò contribuisce dunque alla graduale scomparsa di agricoltori e piccole aziende agricole. Dobbiamo accettarlo? L'agricoltura delle regioni di media montagna, dalle Corbières alle Cévennes, o quella delle colline pedemontane o della gariga, che preservano la natura e i paesaggi modellati dagli abitanti per così tanto tempo non dovrebbero forse essere sostenute? Sono gli agricoltori che perseverano nel loro meraviglioso ma difficile mestiere a preservare la fertilità del suolo attraverso pratiche rispettose che promuovono la diversità vegetale e animale.

Inoltre, sappiamo ormai che l'agricoltura intensiva e l'allevamento semi-industriale, basati sull'uso di pesticidi sintetici e di sostanze chimiche, causano danni alla salute e all'ambiente sempre più difficili da nascondere. Naturalmente, esistono altre fonti di inquinamento dannose, come la contaminazione radioattiva responsabile di malattie della tiroide, di tumori e altre patologie, ma le sostanze chimiche rimangono un fattore significativo nel deterioramento della salute, in particolare quelle utilizzate in agricoltura.

I danni causati dai pesticidi sintetici. I pesticidi, compresi gli inquinanti persistenti e gli interferenti endocrini, contaminano l'intero ambiente; si trovano nell'aria, nell'acqua, persino nelle catene montuose e ai poli e, naturalmente, nel nostro cibo. Poiché sono destinati a distruggere gli organismi viventi, è ormai ampiamente riconosciuto che hanno una grande responsabilità nel deterioramento della salute umana.

In concomitanza con il crescente utilizzo di trattamenti chimici in agricoltura, dagli anni '70 si nota un crescente aumento di tumori e malattie gravi (leucemia, diabete, malattie cardiovascolari, Parkinson, Alzheimer, ecc.). La situazione sembra peggiorare a tutte le età; anche i giovani ne sono ora colpiti. I soggetti particolarmente a rischio sono i feti, sensibili agli effetti delle tossine; i bambini piccoli, ancora fragili; le persone che vivono vicino a colture trattate; gli agricoltori e altri professionisti che maneggiano questi prodotti nel loro lavoro; e, naturalmente, i consumatori. Si registra anche il calo della fertilità umana, con molte coppie che faticano ad avere figli quando lo desiderano.

Allo stesso tempo, il nostro ambiente si sta deteriorando sempre di più, insetti e uccelli stanno diventando rari. I terreni si stanno impoverendo e la vita che un tempo li rendeva ricchi si degrada. Non assorbono più l'acqua piovana, che scorre via e li erode; senza vita, non immagazzinano più l’anidride carbonica, contribuendo al cambiamento climatico.

Di fronte a questi problemi, i consumatori possono scegliere i prodotti provenienti da agricoltura contadina locale, meno dannosi. Dovremmo anche passare all’alimentazione biologica che limita l'esposizione ai pesticidi? La salute è senza dubbio una delle principali motivazioni in questo senso. Gli alimenti biologici sono generalmente più ricchi di nutrimenti essenziali. Degli studi hanno dimostrato che contengono più vitamine, minerali e antiossidanti rispetto ai loro equivalenti convenzionali.

Inoltre, le pratiche culturali degli agricoltori biologici preservano la vita del suolo e ne mantengono la fertilità, da cui dipende la sopravvivenza umana; per quanto riguarda l'allevamento del bestiame senza antibiotici né trattamenti chimici rispettano maggiormente la vita naturale delle mandrie e persino quella delle api. Questo ha ricadute positive sull'ambiente: più farfalle, uccelli e fauna selvatica, significa preservare la qualità delle nostre acque sorgive.

Inoltre, che cos'è un prodotto biologico? È un prodotto che garantisce il non utilizzo di sostanze chimiche di sintesi (pesticidi, fertilizzanti, erbicidi ...), il non utilizzo di OGM e il rispetto del benessere animale (trasporto, condizioni di allevamento, macellazione ...). E nei prodotti trasformati, almeno il 95% degli ingredienti proviene dall’agricoltura biologica.

La garanzia principale è il marchio francese AB o il logo europeo "Euroleaf"; i produttori con questo marchio sono molto diffusi in Languedoc e Provenza. Per quanto riguarda le certificazioni associative, queste garantiscono una maggiore qualità di lavoro e la presa in conto dei danni ambientali: "Nature et Progrès", che unisce consumatori e produttori in un continuo impegno di monitoraggio e miglioramento, e "Demeter", che promuove l'agricoltura biodinamica con particolare attenzione ai cicli naturali.

La FAO ha stimato che l'agricoltura biologica è in grado di nutrire l'intero pianeta e di mitigare i danni causati dai cambiamenti climatici preservando la capacità dei suoli di assorbire l’anidride carbonica e l’acqua piovana, limitando così l'erosione. Attualmente, una parte significativa dei suoli del pianeta è già degradata, impoverita, asfissiata, priva di vita.

Ma attenzione, non tutto è perfetto nel mondo del biologico. Innanzitutto, l'etichetta AB non esclude i prodotti agroindustriali che si trovano nei supermercati, soddisfacendo solo in minima parte i criteri biologici. I produttori agroindustriali sanno come coltivare in modo intensivo senza pesticidi. Certo, le loro produzioni, adattate alla distribuzione di massa, sono "meno dannose" di quelle dell'agricoltura chimica dominante, ma a scapito di norme sociali e ambientali, in concorrenza con i contadini (per esempio, i fagioli dell'Africa sub sahariana importati via aerea fuori stagione).

E di fronte ai prodotti biologici, esistono anche prodotti contraffatti che pretendono di avere le stesse qualità, sotto la denominazione di "agricoltura sostenibile", che non garantisce altro che l'uso "ragionevole" di pesticidi sintetici e fertilizzanti chimici, ma che significa! Per quanto riguarda le garanzie di origine di terroir come cipolle, formaggio pélardon o miele "delle Cevennes", indicano l'origine geografica, che è già utile, ma nulla sui metodi di coltivazione o allevamento.

Biologici o meno, dobbiamo dare priorità ai prodotti locali per la nostra alimentazione (disponibili nei mercati, nei negozi gestiti dai produttori, ecc.). È sempre meglio per noi e per il nostro ambiente. Sono del resto i soli capaci di nutrire adeguatamente tutta l'umanità, preservare la biodiversità restaurare i terreni degradati dall'agricoltura intensiva e dai prodotti chimici.

E anche se sono un po' più costosi perché richiedono più lavoro, è meglio consumare i prodotti biologici, sempre più disponibili nei mercati e, ovviamente, nelle cooperative biologiche o nei negozi specializzati, a beneficio della nostra salute e di quella della natura.

Dobbiamo difendere l'agricoltura contadina la quale ha, per questo, bisogno del nostro sostegno.

Annie e Pierre Peguin, gennaio 2026


Cancers et maladies se multiplient  

La quasi « épidémie » de cancers et autres graves maladies met en cause le modèle de production agricole intensif dominant, et celui de la consommation imposé par la grande distribution de produits alimentaires. La production agricole paysanne est la seule à proposer des produits plus sains, tout en préservant l’environnement. Consommer local, et même si possible « bio ».

La politique agricole européenne, et celle de l’État impulsée par la FNSEA et l’agro-industrie, reviennent essentiellement à favoriser la concentration des grandes « exploitations » intensives, au détriment des plus petites qui  fournissent aux habitants de leur région des produits plus sains en respectant mieux leur environnement. Malheureusement partout le nombre de paysans recule et la loi d’orientation agricole, la loi Duplomb, tout comme les accords du Mercosur aggravent leur situation.

Quant à la grande distribution, elle propose d’une part : - Des produits de l’agriculture intensive, souvent ultra-transformés par l’industrie agro-alimentaires, riches en sel, sucre et corps gras. Ce n’est pas ce qu’il y a de mieux pour la santé des consommateurs qui se rabattent sur les produits les moins chers. Il y a, d’autre part, mais plus chers avec une marge plus importante en considérant que cela s’adresse à une clientèle aisée, des produits bénéficiant du label biologique AB, bien qu’ils soient le plus souvent issus d’agriculture intensive et de transformations quasi industrielle.

Ainsi tout cela contribue à la disparition progressive des paysans et des petites fermes. Devons-nous l’accepter ? Que ce soit l’agriculture de moyenne montagne des Corbières aux Cévennes, celles de piémont ou de garrigue qui entretiennent nature et paysages façonnés par les habitants depuis si longtemps, ne doivent-elles pas absolument être soutenues ? Ce sont les paysans qui s’obstinent dans leur beau mais difficile métier qui entretiennent la fertilité des sols par des pratiques respectueuses favorisant la diversité végétale et animale.

De plus on sait maintenant que l’agriculture intensive et les élevages quasi-industriels, basés sur l’utilisation des pesticides de synthèse et intrants chimiques, font des dégâts sanitaires et environnementaux qu’il est de plus en plus difficile de cacher. Bien sûr il y a d’autres sources nocives de pollution, telle que les contaminations radioactives responsables de maladies de la thyroïde, de cancers et autres pathologies, mais la chimie reste un facteur important de la dégradation de la santé, et particulièrement la chimie dans l’agriculture.

Les dégâts des pesticides de synthèse. Les pesticides, dont les polluants éternels et les perturbateurs endocriniens, contaminent tout l’environnement ; on les retrouve dans l’air, dans l’eau, jusque dans les massifs montagneux et même aux pôles, et bien sûr, dans notre alimentation. Etant destinés à détruire des organismes vivants, il est maintenant bien avéré qu’ils ont une grande responsabilité sur la détérioration de la santé humaine.

Coïncidant avec l’utilisation croissante de traitements chimiques en agriculture, on assiste depuis les années 70 à une augmentation croissante de cancers et de maladies lourdes (leucémies, diabètes, cardiovasculaires, Parkinson, Alzheimer, etc etc). Cela paraît s’aggraver pour tous les âges de la vie, même les jeunes sont maintenant touchés. Sont particulièrement exposés les bébés à naître sensibles aux effets des toxiques, les jeunes enfants encore fragiles, les riverains des cultures traitées, les agriculteurs et autres professionnels manipulant ces produits dans leur travail, et bien sûr les consommateurs. On constate aussi la baisse de la fertilité humaine, de nombreux couples peinant à avoir des enfants quand ils le désirent.

Dans le même temps notre environnement est de plus en plus détérioré, insectes et oiseaux se font rares. Les sols s’appauvrissent et la vie qui faisait leur richesse se dégrade, ils n’absorbent plus l’eau de pluie, celle-ci ruisselle et les ravine ; sans vie, ils ne stockent plus le gaz carbonique ce qui contribue au bouleversement climatique.

Face à ces problèmes les consommateurs peuvent choisir les produits de l’agriculture paysanne et locale, moins nuisant. Faut-il en plus aller vers une alimentation biologique ce qui limite l’absorption de pesticides? La santé est sans aucun doute l’une des principales motivations pour cela. Les aliments biologiques sont généralement plus riches en nutriments essentiels. Des études ont montré qu’ils contiennent davantage de vitamines, de minéraux et d’antioxydants que leurs équivalents conventionnels.

De plus les pratiques culturales des agriculteurs biologiques préservent la vie du sol et entretiennent leur fertilité dont dépend la survie humaine ; quant à leurs élevages sans antibiotiques ni traitements chimiques, ils respectent mieux la vie naturelle des troupeaux et même celle des abeilles. Cela a des répercussions positives sur l’environnement, c’est plus de papillons, d’oiseaux, de vie sauvage, c’est préserver la qualité de l’eau de nos sources.

D’ailleurs qu’est-ce qu’un produit biologique : C’est un produit qui garantit aucune utilisation de produits chimiques de synthèse (pesticides, engrais, désherbants...), aucune utilisation d’OGM, le respect du bien-être animal (transport, conditions d’élevage, abattage…). Et dans les produits transformés, une quantité de 95 % au moins des ingrédients sont issus de l’agriculture biologique.

La première garantie de base est le label AB français ou le logo européen « euro feuille », les producteurs ainsi labellisés sont très présent en Languedoc et Provence. Quant aux mentions associatives elles garantissent une plus grande qualité de travail et la prise en compte des dégâts écologiques: « Nature et Progrès » qui associe consommateurs et producteurs dans un travail permanent de contrôle et de perfectionnement, et « Demeter » qui promeut la biodynamique avec une attention particulière aux cycles naturels.

La FAO a estimé que l’agriculture biologique est à même de nourrir toute la planète, et de limiter les dégâts du bouleversement climatique en préservant la capacité des sols à absorber le gaz carbonique, et l’eau de pluie ce qui limite le ravinement. Actuellement une bonne partie des sols de la planète sont déjà dégradés, épuisés, asphyxiés, sans vie.

Mais attention, tout n’est pas parfait dans le monde de la bio. Tout d’abord le label AB n’exclut pas les productions agro-industrielles qu’on retrouve dans les grandes surfaces, respectant à minima les critères biologiques. Les agro-industriels savent faire de l’intensif sans pesticides. Reconnaissons que leurs productions adaptées à la grande distribution sont « moins pires » que celles de l’agriculture chimique dominante, mais au détriment de normes sociales et écologiques en concurrence avec les paysans (citons par exemple les haricots d’Afrique Noire importés par avion hors saison).

Et face à la bio, il y a aussi les contrefaçons qui prétendent avoir les mêmes qualités comme «l’Agriculture raisonnée » qui ne garantit rien d’autres que l’utilisation de pesticides de synthèse et d’engrais chimiques « raisonnablement », mais qu’est-ce que cela veut dire! Quant aux garanties d’origine de terroir comme  oignons, pélardons ou miel « des Cévennes », elles donnent l’origine géographique, c’est déjà utile, mais rien sur les méthodes de culture ou d’élevage. 

Biologiques ou pas, nous avons donc à privilégier pour notre alimentation les productions locales (accessibles sur les marchés, aux  points de vente tenus par les producteurs, etc.). C’est toujours mieux pour nous et notre environnement. Ce sont d’ailleurs les seules à même de nourrir correctement toute l’humanité, de préserver la biodiversité, de restaurer les terres dégradées par l’agriculture intensive et la chimie.

Et même s’ils sont un peu plus chers car demandant plus de travail, consommons les produits biologiques de plus en plus présents sur les marchés et bien sûr dans les biocoop ou magasins spécialisés, au bénéfice de notre santé et de celle de la nature.

Il faut défendre l’activité agricole paysanne, et pour cela elle a besoin de notre soutien.

Annie et Pierre Peguin, janvier 2026.

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 26 gennaio 2026

Umani non si nasce, si diventa

 



Probabilmente la guerra, è lo status "naturale" delle relazioni tra individui, non ancora davvero umane, non ancora affrancate dalla paura dell'altro e della sua forza, in condizioni asimmetriche come appunto è "naturale" che sia.

E’ quindi questa l'unica forma della "politica", con la p minuscola, che vige in un'epoca di sudditanza all'economia politica, ovvero nel sistema capitalista - patto relazionale mediato dalla merce tra soggetti alienati e mercificati -, epoca nella quale, come mette in luce proprio Trump, l'unica pace possibile è quella del mercato.

Ci siamo raccontati che il mercato poteva sottostare a "regole democratiche", ma si vede bene che non reggono al primo segno di caduta o riduzione del tasso di profitto.
Riprecipitando tutto e tutti nella "realtà" della violenza visto che non si vuole considerare un mondo di individui alla pari.

Non per niente, quindi, a un tipo come Trump riesce di far cessare i bombardamenti a Gaza (almeno la parte più rumorosa e visibile) o a far restituire (alcuni) ostaggi rinchiusi come merce di scambio in Venezuela o a Gaza, e a vantarsi di altre azioni (per cui vuole anche ottenere il Nobel per la pace) portando contratti immobiliari e minerari al posto dei missili, dimostrando che le armi più potenti possono essere agevolmente sostituite dai miliardi. Altro che diplomazia e ONU!

E le Borse ci stanno, eccome. E a maggior ragione ci si accomodano anche vari governi di tutto il mondo.

Tutto funziona a causa della convinzione assai diffusa che si tratti sempre di sottomettere la mitologica "natura umana", e che l’unico mezzo davvero efficace per farlo sia l’esercizio del potere economico.

E quindi invece penso che, se vogliamo vivere in pace, libertà e con dignità, non ci possiamo più permettere il capitalismo, il quale non può fare a meno dei regimi che lo sostengono anche a costo di prezzi altissimi in vite umane, perché è un sistema troppo "naturale" esattamente come lo sono i cataclismi e le calamità "naturali", laddove questa parola “naturale” è sinonimo di normale, autentico, biologico, genuino, puro, logico, ovvio, prevedibile, senza calcolo o riflessione, quindi ciò che è “naturale” ci trova impotenti a decidere diversamente, a creare modalità “artificiali” come sarebbe invece un mondo davvero Umano degno di questo aggettivo: un mondo costruito “ad arte”, con la consapevolezza che a lasciare andare le cose  senza modificare nulla ci si prepara a grandi disastri perché far crescere l’umanità nel suo potenziale splendore è un’opera davvero artistica, complessa e non facilissima, come i fiori più splendidi nel più raffinato giardino.

Umani non si nasce, lo si diventa, con dosi immense di coraggio e di creatività di segno collaborativo, mossi dall'amore e dalla curiosità verso gli altri, dall’incanto per la bellezza e il piacere condiviso, invece che dalla paura.

C'è quindi tantissimo da distruggere, cominciando dalla paura e dall'inerzia, con l’energia e la passione, che Benjamin vedeva nel “carattere distruttivo”, liberandosi di ogni preconcetto, o freno, davanti alla possibilità di fondare il “nuovo” e di evadere dalla prigione quotidiana.

 

                                                                                                       Gilda Caronti




Corsi e rincorsi storici

Siamo tutti esiliati nel nostro quotidiano imprigionato da un dominio reale del Capitale sempre più irreale.

Come per Benjamin in altri tempi, si disegnano qui e là, senza certezze, delle possibilità di salvataggio, dei resti di resistenza attiva disseminati tra le riflessioni, la ricerca di un senso.

Come riuscire in questi tempi bui a far rinascere un mondo altro a distanza dei fascismi vecchi e nuovi, animali o tecnocratici.

Il compito urgentissimo dello scrittore attuale è di avere coscienza della povertà che è la sua e che deve essere la sua per poter ricominciare di nuovo”                                    Walter Benjamin, L’autore come produttore.

Sergio Ghirardi Sauvageon


La guerre est probablement l'état « naturel » des relations entre individus, pas encore pleinement humaines, pas encore libérées de la peur de l'autre et de sa force, dans des conditions asymétriques, ce qui est précisément « naturel » en soi.

C'est donc la seule forme de la « politique », avec un « p » minuscule, qui existe à l'ère de l'assujettissement à l'économie politique, c'est-à-dire au sein du système capitaliste – un pacte relationnel médiatisé par la marchandise entre sujets aliénés et marchandisés – une ère où, comme Trump le souligne lui-même, la seule paix possible est celle du marché.

Nous nous sommes persuadés que le marché pouvait être soumis à des « règles démocratiques », mais il est clair qu'elles ne résistent pas au premier signe de chute ou de réduction du taux de profit. Ainsi, tout et tous sont replongés dans la « réalité » de la violence, puisque on refuse d'envisager un monde d'individus égaux.

Ce n'est donc pas un hasard si un homme comme Trump peut mettre fin aux bombardements de Gaza (du moins à la partie la plus bruyante et la plus visible), obtenir la libération de certains otages retenus comme monnaie d'échange au Venezuela ou à Gaza, et se vanter d'autres actions (pour lesquelles il convoite même le prix Nobel de la paix), remplaçant les missiles par des investissements immobiliers et miniers, démontrant ainsi que les armes les plus puissantes peuvent être facilement remplacées par les milliards. Rien à voir avec la diplomatie et l'ONU !

Et les marchés boursiers sont complices. Plus encore, de nombreux gouvernements à travers le monde le sont également.

Tout fonctionne grâce à la croyance largement répandue qu'il s'agit toujours de soumettre la mythique « nature humaine », et que le seul moyen véritablement efficace d'y parvenir est l'exercice du pouvoir économique.

Aussi, je pense que si nous voulons vivre en paix, en liberté et dans la dignité, nous ne pouvons plus nous permettre le capitalisme, qui ne peut se passer des régimes qui le soutiennent, même au prix de pertes humaines énormes. C'est un système trop « naturel », à l'instar des cataclysmes et des catastrophes « naturelles », où le mot « naturel » est synonyme de normal, authentique, biologique, véridique, pur, logique, évident, prévisible, sans calcul ni réflexion. Dès lors, ce qui est « naturel » nous empêche de décider autrement, de créer des méthodes « artificielles », comme ce serait le cas dans un monde véritablement humain, digne de cet adjectif : un monde construit « avec art », conscient qu'en laissant les choses se faire sans rien changer, nous nous préparons à de grandes catastrophes. Car permettre à l'humanité d'atteindre son plein potentiel est une tâche véritablement artistique, complexe et loin d'être facile, à l'image des plus belles fleurs dans le jardin le plus raffiné.

Nous ne naissons pas humains, nous le devenons, dotés d'un courage immense et d'une créativité collaborative, animés par l'amour et la curiosité pour autrui, par l'enchantement de la beauté et du plaisir partagés, plutôt que par la peur.

Il y a donc beaucoup à détruire, à commencer par la peur et l'inertie, avec l'énergie et la passion que Benjamin percevait dans le « caractère destructeur », en se libérant de tout préjugé ou frein, face à la possibilité de créer le « nouveau » et d'échapper à la prison du quotidien.

Gilda Caronti