Lo sfruttamento plurimillenario
dell’umanità da parte di una classe dominante di esseri umani privilegiati e
senza scrupoli è entrato in una crisi generalizzata non a causa della rivolta
puntuale degli schiavi sfruttati più lucidi, ma per la reazione spontanea del
vivente in via di prendere coscienza del mortifero avanzare della civiltà
industriale, capitalista e suprematista.
Dalla coscienza di classe
sconfitta dal consumismo siamo passati a una coscienza di specie stimolata a
fondo dalla falsificazione di un mondo economicista e industriale ormai in
crisi strutturale.
Nessuna rivoluzione sociale è già
chiaramente all’orizzonte, ma i primi segni di una crisi irreversibile sono
inequivocabili quanto inquietanti a causa della fragilità del sistema sociale
dominante destinato a esplodere di fronte al crollo delle possibilità di vita
decente e persino di sopravvivenza in un mondo lacerato dalla crisi sociale,
diventata ormai climatica. Siamo
purtroppo le vittime involontarie di un antropocene industriale e capitalista
sempre più delirante che naviga a vista, accumulando le ultime ricchezze
alienate al prezzo di una distruzione sistematica del vivente.
Di fronte a ogni crisi il
capitalismo ha sempre combattuto le rivolte prodotte dal crescente malessere
degli sfruttati con una qualche forma di fascismo concepito per proteggere il
dominio traballante dalla possibile rivolta degli schiavi, dei lavoratori,
degli alienati risvegliati e resi coscienti dal pericolo, dal furto sistematico
subito sotto la pressione dell’economia politica, dalla malnutrizione e dalla
noia di una sopravvivenza sempre più idiota e malsana.
Il vampirismo padronale
sistematico di ogni fascismo si adatta ai tempi ed è oggi un prodotto
definitivamente adulterato che vende come un progresso la peste emozionale
prodotta da un’idiozia accuratamente coltivata dall’intelligenza artificiale.
Guerra e pace, ma soprattutto
guerra al quotidiano, in un mondo dove la merce copre con la sua ricchezza
fittizia la povertà reale di un’abbondanza alienata, fatta di inutili gadget
incapaci di soddisfare i veri bisogni.
Il mondo intero è lo scenario
della decadenza di un’umanità obsolescente, mentre alcune situazioni attuali
sono storicamente marcate dal sigillo del passato, soprattutto laddove le
rivoluzioni precedenti hanno lasciato il segno della loro potenza e del loro
declino, processo mescolato al sapore di sconfitta per la libertà, per
l’uguaglianza e per la fraternità, valori simbolo tanto proclamati che
imbrigliati socialmente, svuotati di contenuto dalla nuova classe dominante
borghese che li ha esaltati solo per sostituirsi all’aristocrazia che l’ha
preceduta al potere.
Un paese come la Francia ha
marcato la storia umana di una poesia rivoluzionaria senza precedenti, dalla
Bastiglia alla Comune, prima di diventare il laboratorio avanzato di una
restaurazione confrontata al compito di trasformare una rivoluzione sociale radicale
in un semplice cambio di classe dominante in una società più classista che mai.
In una società concentrata sull’obbiettivo di addomesticare i sanculotti e i
rivoluzionari umanisti delle sezioni parigine del 1789 (vere e proprie
manifestazioni ante litteram dei soviet – e forse anche meglio, ha fatto
notare Bookchin), la borghesia ha preso il posto dell’aristocrazia e massacrato
i comunardi nel 1871, prima di rigenerare con la tecnocrazia asservita al
capitale i rapporti di classe, rinforzati dall’invasione del virtuale
sostituitosi al reale.
La classe borghese storica si è
progressivamente proletarizzata, mentre la sua pestifera crema finanziaria e
mafiosa è stata aspirata da un’oligarchia economicamente iperpotente e
umanamente ripugnante.
Tutto ciò è avvenuto quasi
ovunque, non solo in Francia, ma la mutazione è risultata particolarmente
marcata e visibile nel paese che, dopo il 1789, ha generato in seguito il
maggio 68 e poi i Gilets Jaunes, rinnovando il segno di una rivoluzione sociale
incompiuta ma coerente e auspicabile.
Quel che è successo in Francia ha
corrisposto ai criteri generali di un’epoca in cui l’evoluzione del potere di
classe si è manifestata sempre più e dappertutto senza limiti, fino allo scacco
finale che emerge attualmente sul pianeta intero : quello di una natura
che ha già cominciato a chiedere i conti alla specie umana dopo secoli di
capitalismo e di civiltà industriale, di sfruttamento e d’imperialismo sulla
vita e sulla natura.
È in questo contesto
particolarmente fragile e pericoloso che la Francia si appresta nei prossimi
mesi al rituale del voto democratico per eleggere il Presidente della
Repubblica.
Mai come stavolta la democrazia è
apparsa così fittizia, spettacolare, ma il risultato del voto a venire
risulterà più importante che mai e decisivo per tutto un popolo e per l’intera
specie.
Il capitale può sopravvivere
ancora un po’ solo imbastigliando i popoli in ghetti fascisti modernizzati,
fenomeno già in corso di attuazione da quando è finita l’illusione spettacolare
di un confronto sociale tra destre e sinistre, tra progressisti e conservatori.
Queste opposizioni fittizie non
tengono più in piedi ed è diventato visibile che entrambi gli opposti
riformismi propongono un unico e solo addomesticamento definitivo che vota alla
morte.
La sola via di salvezza è una
radicalità che può puntualmente cominciare a manifestarsi tramite il voto
formale ; un voto di fiducia umanista antisistema per chi, bene o male,
afferma di voler opporsi radicalmente alla società dello spettacolo in decomposizione
e ai suoi fascismi patriarcali e suprematisti.
Facile oggi per i mistici
gauchisti apparire ideologicamente rivoluzionari ridicolizzando il voto in nome
di una società egualitaria ancora tutta da reinventare. Certamente votare non
ha mai permesso di cambiare radicalmente la società. Ha sempre e soltanto
permesso di scegliere il dittatore preferito o meno temuto, secondo la
definizione che i greci antichi davano dell’oclocrazia[1]
di cui diffidavano. Quegli stessi greci che teorizzavano e praticavano, invece,
una democrazia – quella ateniese su tutte – che di autenticamente democratico
non aveva le risorse necessarie per un’autentica comunità di donne e uomini
uguali, ma che lasciava pur sempre respirare di più la libertà rispetto alle
dittature oligarchiche e monarchiche.
Resta il fatto che restando a
casa il giorno del voto non si decreta né si restaura la Comune libertaria,
mentre si lascia a disposizione del fascismo diffuso un’autostrada verso la
presa del potere assoluto.
La radicalità rivoluzionaria
richiede lucidità e coraggio, mentre odia più che mai le posture ideologiche.
Io preferisco dunque rischiare di
dover lottare in seguito contro un’organizzazione autoritaria giunta al potere
con il mio voto, nel caso tradisca le attese libertarie come i bolscevichi
hanno tradito il comunismo, Cronstadt, Machno e la rivoluzione sociale dal 1917
in poi. Meglio il rischio di dover scendere di nuovo in piazza, piuttosto che
guardare passivamente alla televisione il fascismo impadronirsi del potere e
demolire i semi della gemeinwesen incompiuta, una volta giunta al potere
la bestia immonda grazie alla pantomima elettorale.
Il voto in una democrazia
parlamentare non assicura nessuna rivoluzione sociale, può, però, garantire o
peggiorare la controrivoluzione permanente del vecchio mondo e delle sue
istituzioni putrescenti. Se, in nome di una coerenza liturgica, gli oppositori
antifascisti si astengono dal marcare il loro radicale rifiuto del dominio di
classe e del suprematismo che lo serve, si ridurranno a voyeur radicalmente
impotenti.
Un voto contro non può certo
bastare, ma la sua assenza avvalla la libertà del potere di affermarsi senza
limiti, libero del suo suprematismo che va dal razzismo all’umiliazione diffusa
e allo sfruttamento generalizzato. Non
votare contro il sistema nei momenti cruciali, equivale a una non assistenza a
un popolo in pericolo, lasciando che la liturgia elettorale serva da
certificato di accondiscendenza verso la dittatura, la violenza, il sopruso.
Prima di tradursi in atti e violenze
umilianti nell’apologia della reazione, il fascismo passa sempre per una fase
istituzionale, rappresentativa. Il voto ne è la manifestazione più banale anche
se Mussolini non è stato nominato in Italia tramite il voto, né Hitler in
Germania. Non votare e lasciar vincere un fascista è il massimo della
sottomissione ideologica spettacolare da parte di chi si pretende
rivoluzionario.
La sola attitudine che giustifica
e motiva effettivamente il rifiuto del voto antifascista è quella di fare la rivoluzione.
La Comune non si vota, la si pratica ed è una pratica ben più apprezzabile di
un voto. Purtroppo la Comune oggi non è in atto, resta da reinventare insieme
all’autogestione generalizzata della vita quotidiana in una società acratica.
Il voto è ben poca cosa in una
democrazia spettacolare. È, però, un’affermazione di volontà di potenza
egualitaria quando il potere è in gioco ma la rivoluzione sociale non bussa
chiaramente e piacevolmente alla porta della storia; quando l’illusione
democratica è realmente incaricata di un’ultima resistenza alla sottomissione
da parte di una coscienza incapace di un’azione collettiva radicalmente
emancipatrice.
Il neofascismo al potere è una
pericolosa situazione concreta contro cui lottare scegliendo la strategia di
lotta più adatta ogniqualvolta una rivolta radicale si mostra impossibile. La
radicalità non trova certo nel voto la sua realizzazione finale, ma sa decidere
di scegliere il livello di conflittualità abbordabile nell’urgenza.
Dal 1789 al 2027 si chiude in
Francia e nel mondo un ciclo storico di dominio di classe. Il rischio è quello
di un’autodistruzione dell’umano in nome del « viva la muerte » produttivista,
fascista e borghese, mentre la forma del suo superamento nel mondo reale
dipende dalla resistenza antifascista per un altro mondo possibile e anti
spettacolare da parte di un proletariato la cui coscienza di specie rifiuta
altrettanto il dominio che il contemplativismo rassegnato.
Choisis ton camp, camarade !
Sergio Ghirardi Sauvageon, 20 settembre 2026
[1] Oclocrazia : dal greco antico ὀχλοκρατία / okhlokratía, forma di governo
in cui la plebe (okhlos : la folla) sceglie attraverso il voto il
suo dittatore.
Chroniques d’une France communarde refoulée
L'exploitation
plurimillénaire de l'humanité par une classe dominante d'êtres humains
privilégiés et sans scrupules est entrée dans une crise généralisée non pas à
cause de la révolte ponctuelle des esclaves exploités les plus lucides, mais en
raison de la réaction spontanée du vivant en voie de prise de conscience de
l'avancée mortifère de la civilisation industrielle, capitaliste et
suprémaciste.
De la
conscience de classe vaincue par le consumérisme, nous sommes passés à une
conscience d'espèce profondément stimulée par la falsification d'un monde
économiste et industriel désormais en crise structurelle.
Aucune
révolution sociale n’est déjà clairement à l’horizon, mais les premiers signes
d’une crise irréversible sont aussi indéniables qu’inquiétants à cause de la
fragilité du système social dominant, destiné à éclater devant l’effondrement
des possibilités de vie décente, et même de survie, dans un monde déchiré par
la crise sociale et désormais climatique. Nous sommes malheureusement les
victimes involontaires d’un anthropocène industriel et capitaliste de plus en
plus délirant qui navigue à vue, accumulant les dernières richesses aliénées au
prix d’une destruction systématique du vivant.
Face à
chaque crise, le capitalisme a toujours combattu les révoltes provoquées par le
malaise croissant des exploités par une forme quelconque de fascisme utilisé
pour protéger la domination vacillante contre une possible révolte des
esclaves, des travailleurs, des aliénés réveillés et rendus conscients par le
danger, par le vol systématique subi sous la pression de l’économie politique,
par la malnutrition et par l’ennui d’une survie de plus en plus idiote et
malsaine.
Le
vampirisme patronal systématique de chaque fascisme s’adapte aux époques et est
aujourd’hui un produit définitivement adultéré qui vend comme un progrès la
peste émotionnelle produite par une idiotie soigneusement cultivée par
l’intelligence artificielle.
Guerre
et paix, mais surtout guerre au quotidien, dans un monde où la marchandise
couvre de sa richesse fictive la pauvreté réelle d’une abondance aliénée, faite
de gadgets inutiles, incapables de satisfaire les vrais besoins.
Le monde
entier est le théâtre de la décadence d’une humanité obsolescente, tandis que
certaines situations actuelles sont historiquement marquées du sceau du passé,
surtout là où les révolutions d’antan ont laissé la marque de leur puissance et
de leur déclin, processus mélangé au goût de défaite pour la liberté, pour
l’égalité et pour la fraternité, valeurs symboles autant proclamées que
socialement bridées, vidées de leur contenu par la nouvelle classe dirigeante
bourgeoise qui les a exaltées seulement pour se substituer à l’aristocratie qui
l’avait précédée au pouvoir.
Un pays
comme la France a marqué l’histoire humaine avec une poésie révolutionnaire
sans précédent, de la Bastille à la Commune, avant de devenir le laboratoire
avancé d’une restauration confrontée à la tâche de transformer une révolution
sociale radicale en un simple changement de classe dominante dans une société
plus classiste que jamais. Dans une société concentrée sur l’objectif de
domestiquer les sans-culottes et les révolutionnaires humanistes des sections
parisiennes de 1789 (véritables manifestations ante litteram des soviets
– et peut-être même mieux, a remarqué Bookchin), la bourgeoisie a pris la place
de l’aristocratie et massacré les communards en 1871, avant de régénérer par la
technocratie asservie au capital les rapports de classes, renforcés par l’invasion
du virtuel ayant remplacé le réel.
La
classe bourgeoise historique s’est progressivement prolétarisée, tandis que sa
pestifère crème financière et mafieuse a été aspirée par une oligarchie
économiquement surpuissante et humainement répugnante.
Tout
cela s’est produit presque partout, pas seulement en France, mais la mutation a
été particulièrement marquée et visible dans le pays qui, après 1789, à donné
naissance à mai 68 et aux Gilets jaunes, renouvelant la trace d’une révolution
sociale inachevée mais cohérente et souhaitable.
Ce qui
s’est passé en France correspondait aux critères généraux d’une époque où
l’évolution du pouvoir de classe s’est manifestée de plus en plus et partout
sans limites, jusqu’à l’échec final qui se révèle actuellement sur toute la
planète : celui d’une nature qui a déjà commencé à demander des comptes à
l’espèce humaine après des siècles de capitalisme et de civilisation
industrielle, d’exploitation et d’impérialisme sur la vie et sur la nature.
C'est
dans ce contexte particulièrement fragile et dangereux que la France se
prépare, dans les mois à venir, au rituel du vote démocratique pour élire le
Président de la République.
Jamais
comme cette fois la démocratie n’a semblé aussi fictive, spectaculaire, mais le
résultat du vote à venir sera plus important que jamais et décisif pour tout un
peuple et pour l'espèce entière.
Le
capital peut survivre encore un peu seulement en écrasant les populations dans
des ghettos fascistes modernisés, un phénomène déjà en cours depuis la fin de
l'illusion spectaculaire d'un affrontement social entre droites et gauches,
entre progressistes et conservateurs.
Ces
oppositions fictives ne tiennent plus debout et il est devenu évident que les
deux courants réformistes opposés proposent une seule et unique domestication
définitive qui voue à la mort.
La seule
voie de salut est une radicalité qui peut ponctuellement commencer à se manifester par le vote
formel ; un vote de confiance humaniste antisystème pour ceux qui, bon gré
mal gré, affirment vouloir s’opposer radicalement à la société du spectacle en
décomposition et à ses fascismes patriarcaux suprématistes.
Il est
facile aujourd’hui pour les mystiques gauchistes de paraître idéologiquement
révolutionnaires, ridiculisant le vote au nom d’une société égalitaire qui
reste encore entièrement à réinventer. Certes, voter n’a jamais permis de
changer radicalement la société. Cela a toujours et seulement permis de choisir
le dictateur préféré ou le moins redouté, selon la définition que les Grecs
anciens donnaient de l’ochlocratie[1] dont ils se méfiaient. Ces
Grecs qui théorisaient et pratiquaient, en revanche, une démocratie – celle
d’Athènes surtout – qui n’avait pas vraiment les moyens d’être authentiquement
démocratique dans une vraie communauté d’égales et d’égaux, mais qui laissait
toutefois respirer plus de liberté, comparée aux oligarchies et aux monarchies.
N’empêche que rester chez soi le jour du
vote ne décrète ni ne restaure la Commune libertaire, tandis qu’au contraire on
laisse au fascisme une autoroute vers la prise du pouvoir absolu.
La
radicalité révolutionnaire exige lucidité et courage, tout en détestant plus
que jamais les postures idéologiques.
Je
préfère ainsi prendre le risque de devoir lutter ensuite contre une
organisation autoritaire arrivée au pouvoir grâce à mon vote, au cas où elle
trahirait les attentes libertaires comme les bolcheviks ont trahi, depuis 1917,
le communisme, Kronstadt, Machno et la révolution sociale. Mieux risquer de
devoir de nouveau descendre dans la rue, plutôt que regarder passivement la
télévision pendant que le fascisme prend le pouvoir et détruit les germes de la
gemeinwesen inachevée, une fois que la bête immonde est arrivée au
pouvoir grâce à la pantomime électorale.
Le vote
dans une démocratie parlementaire n’assure aucune révolution sociale, mais il
peut garantir ou aggraver la contre-révolution permanente de l’ancien monde et
de ses institutions putréfiées. Si, au nom d’une cohérence liturgique, les
opposants antifascistes s’abstiennent de marquer leur rejet radical de la
domination de classe et du suprémacisme qui la sert, ils se réduiront à des
voyeurs radicalement impuissants.
Un vote
contre ne peut certes pas suffire, mais son absence avale l’attitude du pouvoir
de s’affirmer sans limites, libre de son suprémacisme qui va du racisme à
l’humiliation diffuse et à l’exploitation généralisée. Le choix de ne pas voter
contre le système lors des moments cruciaux revient à ne pas porter assistance
à un peuple en danger, laissant la liturgie électorale servir de certificat de
complaisance envers la dictature, la violence, l’abus.
Avant de
se traduire en actes et violences humiliantes dans l'apologie de la réaction,
le fascisme passe toujours par une phase institutionnelle, représentative. Le
vote en est la manifestation la plus banale, même si Mussolini n'a pas été
nommé en Italie par le vote, ni Hitler en Allemagne. Ne pas voter et laisser
gagner un fasciste est le summum de la soumission idéologique spectaculaire de
celui qui se prétend révolutionnaire.
La seule
attitude qui justifie et motive réellement le refus du vote antifasciste est
celle de faire la révolution. La Commune ne se vote pas, elle se pratique, et
c'est une pratique bien plus appréciable qu'un vote. Hélas, la Commune n'est
pas en acte aujourd'hui, elle reste à réinventer avec l'autogestion généralisée
de la vie quotidienne, dans une société acratique.
Le vote
est vraiment peu de chose dans une démocratie spectaculaire. C’est cependant
une affirmation de volonté de puissance égalitaire quand le pouvoir est en jeu
mais que la révolution sociale ne frappe pas clairement et agréablement à la
porte de l’histoire ; quand l’illusion démocratique est réellement chargée
d’une dernière résistance à la soumission par une conscience incapable d’une
action collective radicalement émancipatrice.
Le
néofascisme au pouvoir est une situation concrète dangereuse contre laquelle il
faut lutter en choisissant la stratégie de lutte la plus adaptée chaque fois
qu’une révolte radicale se révèle impossible. La radicalité ne trouve
certainement pas dans le vote sa réalisation finale, mais sait décider de
choisir le niveau de conflictualité abordable dans l’urgence.
De 1789
à 2027, un cycle historique de domination de classe se referme en France et
dans le monde. Le risque est celui d’une autodestruction de l’humain au nom du
« viva la muerte » productiviste, fasciste et bourgeois,
tandis que la manière de le surmonter dans le monde réel dépend de la
résistance antifasciste pour un autre monde possible et anti-spectaculaire de
la part d’un prolétariat dont la conscience d’espèce rejette autant la
domination que le contemplativisme résigné.
Choisis
ton camp, camarade !
Sergio Ghirardi
Sauvageon, 20 septembre 2026
[1] Ochlocratie :
(du grec ancien ὀχλοκρατία / okhlokratía) forme de
gouvernement dans lequel la plèbe (okhlos : la foule) choisit par
le vote ses dictateurs.