giovedì 16 aprile 2026

Che cos'è l'anarchismo? Intervista a Miguel Amorós

 





 

Intervista a Miguel Amorós di Diego Luis Sanromán per ROJO Y NEGRO

 

Miguel Amorós (Alcoy, 1949) è autore di un'ampia opera come teorico e storico dell'anarchismo. Negli anni '70, ha fatto parte di diversi gruppi acratici di corta durata, come Bandera Negra, Tierra Libre, Barricada, Los Incontrolados (Gli Incontrollati) e Trabajadores por la Autonomía Proletaria y la Revolución Social (Lavoratori per l'Autonomia Proletaria e la Rivoluzione Sociale). Poi, tra il 1984 e il 1992, ha fatto parte della redazione di "L’Encyclopédie des Nuisances" (L'Enciclopedia delle nocività), promossa, tra gli altri, dal suo amico Jaime Semprún. Questa pubblicazione ha proseguito criticamente la linea aperta dall'Internazionale Situazionista fino alla partecipazione dello stesso Guy Debord. Qualche mese fa, la casa editrice La Rosa Negra, con sede a Vallecas, ha pubblicato il suo ultimo libro, un breve volume dal titolo semplice "Che cos'è l'anarchismo?". Nell'intervista che segue, parliamo di questo libro, ma non solo.

 

DLS – Che cos'è l'anarchismo? Anarchismo individualista, collettivista, comunista, anarco-sindacalismo, post-anarchismo, e anche anarchismo di destra, anarco-capitalismo o nazional-anarchismo... Non è forse un'impresa impossibile definire ciò che, per definizione, appare indefinibile: un insieme di tendenze disparate e, in alcuni casi, apertamente contraddittorie, che sembrano non avere nulla in comune se non ciò che negano?

 

MA - Attualmente, in piena crisi dello stato di cose tipico della globalizzazione capitalista e immersi in un processo di distorsione ideologica, possiamo, però, considerare l'anarchismo come l'insieme di insegnamenti e compiti che perseguono l'instaurazione dell'anarchia, un sistema sociopolitico che prescinde dello Stato e di ogni forma di autorità. Tuttavia, con la parola anarchismo, come con tutti gli "ismi", il vero significato dipende da chi la pronuncia. Questa particolare polisemia serve all'ordine costituito, le cui consegne e messaggi sono diffusi attraverso una proficua colonizzazione del linguaggio. L'uso unilaterale delle parole da parte dei leader – ovvero la loro appropriazione da parte del potere – mira alla disinformazione, fondamento stesso del dominio. Spetta ai nemici dello status quo classista usare queste parole contro di esso, infonderle di nuovi contenuti sovversivi, reinventarle, ridefinirle. Si tratta di un compito al contempo positivo e negativo, ovvero dialettico. Il situazionista Khayati affermava sulla rivista "I.S." che "una definizione è sempre aperta, mai definitiva; le nostre sono storicamente valide, per un dato periodo legato a una prassi storica". Qualsiasi definizione contemporanea dell’anarchismo deve tenerne conto.

 

DLS – «L'anarchismo non conta più molto», dici. «Le prospettive non sono promettenti». Pensi, tuttavia, che esista ancora un luogo in cui si possa riconoscere anche solo una scintilla di quest'impulso emancipatore che ha acceso le rivolte del passato?

 

MA – Diciamo che, oggigiorno, nella maggior parte dei paesi, l'anarchismo è un movimento sociale insignificante, senza un'influenza rilevante tra i lavoratori salariati, incapace di modificare minimamente il sistema o di influenzare la mentalità di chi ne soffre. Tuttavia, in alcuni «popoli senza storia», ovvero in società rimaste più o meno ai margini del capitalismo, dei legami comunitari e dei sistemi di auto-organizzazione sono persistiti, abbastanza forti da resistere allo Stato e governarsi autonomamente. Tale ha potuto essere il caso di popolazioni contadine indigene in paesi come Cile, Ecuador, Bolivia o Messico, o degli abitanti degli altipiani del Sud-est asiatico, come i Karen, i Hmong e i Lahu. Siamo di fronte a società che si ribellano contro un presente desolante con caratteristiche inequivocabilmente anarchiche, cui si aggiunge la più moderna società municipalista curda. Nel mondo occidentale, le scintille libertarie sono appena visibili nelle lotte contro lo sviluppo, nella difesa del territorio e nelle mobilitazioni spontanee come quella dei Gilet Jaunes, ma senza un legame spirituale con le rivolte esemplari del passato.

 

DLS - Nel libro, rilevi che l'unico modo per superare la confusione degli anarchismi postmoderni, o delle interpretazioni dell'anarchismo come una tendenza trans-storica inerente all'essere umano, è la riattivazione della coscienza storica. È questa coscienza, ad esempio, che ci permette di discernere il ruolo decisivo svolto dal movimento operaio nella genesi delle idee anarchiche. Tu evidenzi, credo, due tappe fondamentali: la fondazione dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIT) e il ruolo di Bakunin come teorico dell'anarchismo rivoluzionario, da un lato, e la Rivoluzione spagnola del 1936, dall'altro. In entrambi i casi, sembrerebbe che la sconfitta abbia portato con sé il declino e la frammentazione del movimento, e la sostituzione della teoria rivoluzionaria con un'ideologia quasi completamente distaccata dalla pratica. Potresti approfondire quest’aspetto?

 

MA - Vorrei rilevare alcune altre tappe fondamentali ricche di insegnamenti: il movimento magonista messicano, l'insurrezione machnovista in Ucraina e la rivoluzione asturiana del 1934. Le sconfitte, infatti, comportano battute d'arresto disastrose per la coscienza, poiché, con la perdita della capacità di reagire al dominio, il pensiero critico scompare e al suo posto subentra l'ideologia, prodotto dottrinale della coscienza alienata, cristallizzazione di una visione falsa e manichea della realtà. La verità di questo mondo si perde in una nebulosa d’idee astratte con cui i vinti cercano di giustificare il loro ruolo post-festum e le loro rinunce. In un contesto di declino del movimento operaio, di amnesia, di evaporazione delle prospettive rivoluzionarie e di imborghesimento, l'ideologia scende di un altro gradino nella degradazione e tende a seguire i dettami delle mode giovanili. Così, nel campo autoproclamato come anarchico, si assiste alla sfilata successiva di formule miracolose mesocratiche come il reddito di base, la decrescita, lo specismo, il woke, il processo di autonomia catalana o la pagliacciata nazionalista di "rivolte della terra".

 

DLS: Nel secondo testo incluso nel libro, analizzi la situazione attuale, segnata dalla paralisi – o dalla vera e propria scomparsa – del movimento operaio, dalla disgregazione dei grandi ideali della modernità e dall'ascesa delle classi medie salariate. Inizi affermando: "la parola 'rivoluzione' è scomparsa dal vocabolario degli oppressi e degli sfruttati", e più avanti sottolinei: "[senza democrazia diretta] non c'è rivoluzione". Potresti approfondire quest'ultima idea?

 

MA: I cambiamenti sociali dal basso sono molto difficili, poiché delle masse atomizzate, indebitate e intrappolate nel consumismo, non sono inclini a sostenerlo. Solo quando precarietà, minaccia di esclusione, pignoramento o sfratto incombono su di loro – quando non hanno più nulla da perdere – sono costrette a mobilitarsi e a mettere in discussione la propria proletarizzazione. La crescente capacità repressiva del sistema cesserà allora di essere percepita come un ostacolo insormontabile. Quanto più a lungo dura il conflitto, tanto più è probabile che abbandonino lo spirito borghese e adottino una visione più realistica del superamento delle loro condizioni di vita, ovvero una visione antistatale e anticapitalista. La democrazia diretta è il sistema che meglio risponde al funzionamento autonomo della popolazione ribelle e quello che meglio può svilupparne il potenziale rivoluzionario. Le strutture assembleari assolvono le dinamiche di auto-organizzazione dei movimenti di massa. Il pericolo risiede nella perdita di autonomia dovuta all'azione dei partiti politici che perseguono una deriva istituzionale burocratica, nel qual caso le uniche misure possibili sono l'espulsione dei rappresentanti che agiscono in modo indipendente o lo scioglimento del partito stesso.

 

DLS - Il terzo testo incluso nel libro è dedicato all'analisi delle probabili cause dell'ascesa dell'estrema destra, "il fenomeno più eclatante dei nostri tempi recenti", come affermi all'inizio. Leggendoti mi è venuto in mente qualcosa che il Comitato Invisibile diceva nelle prime righe dell’opuscolo Adesso: "Tutte le ragioni per fare la rivoluzione ci sono. Tuttavia, non sono le ragioni che fanno le rivoluzioni; sono i corpi. E i corpi sono davanti agli schermi". Denunci anche i social media come "fattore decisivo" nell'ascesa dell'estrema destra. "I social media", dici, "hanno svolto lo stesso ruolo che la radio ha avuto un tempo nell'ascesa del partito nazista". Per un certo periodo, e fino a non molto tempo fa, alcuni hanno nutrito l'illusione che il World Wide Web potesse rendere reale la democrazia diretta nelle società complesse e densamente popolate. Che cosa rimane di questa illusione, se qualcosa resta? Questioni ecologiche a parte, pensi che internet sia necessariamente uno strumento di controllo?

 

MA – Qualsiasi coincidenza io possa avere con il Comitato Invisibile, forma avanguardista postmoderna del radicalismo infantile, è puramente casuale. Qui abbiamo un prodotto ideologico da scuola elementare, montato con materiali eterogenei, che spaziano dal situazionismo al foucaultismo, presentato con abilità. Qualche tempo fa, Jacques Ellul rispose al cliché secondo cui "la macchina è neutrale; il modo in cui la usiamo dipende da noi", sostenendo che non si trattava di un oggetto isolato, bensì di un sistema meccanico completo che non avevamo scelto e che non potevamo controllare; al contrario, il nostro comportamento e la nostra vita erano determinati da lui. Eravamo liberi di accettarlo, ma non di rifiutarlo. Quando è apparso Internet, la mia prima preoccupazione non è stata la perdita di posti di lavoro tipica del progresso capitalista, ma la virtualizzazione delle relazioni sociali. Ovvero lo spostamento della comunicazione e del dibattito al di fuori del mondo reale, in uno spazio immaginario, banalizzante e facilmente controllabile, dove chiunque poteva agire da estremista senza alzarsi dalla sedia. Non mancarono gli informatici progressisti che prendevano in considerazione le possibilità ecologiche, democratiche e liberatorie di una simile incarnazione della megamacchina di cui parlava Mumford. Con il progredire del processo, l'informatizzazione del mondo si è rivelata una fonte inesauribile di problemi. Con l'avvento dei social media, il dibattito è degenerato in una lotta senza quartiere, dove tutto era permesso e le uniche regole erano quelle dettate dagli algoritmi delle piattaforme. La viralità ha prevalso sulla verità e la realtà ha finito per svanire in una valanga industriale di fake news, scemenze e presentismo. Il salto qualitativo nella pseudo comunicazione e nella disinformazione dei social media ha superato la natura frivola e banale dei suoi inizi, trasformandosi in una temibile arma di dominio, la prima con una portata globale. I social media, rifugio di una gioventù iperalienata, hanno fomentato il caos, ambito ideale per i predatori politico-mediatici. E appunto, insieme alla paura, il caos è oggi, nella fase finale del capitalismo, l'elemento imprescindibile del nuovo stile di governo.

 

DLS - Ci siamo incontrati personalmente nel contesto del movimento 15M, quindici anni fa ormai! Le tue risposte offrono spunti per comprendere la situazione, ma vorrei conoscere quel che pensi in proposito e chiederti direttamente: che cosa è andato storto allora? Credo che molti di noi, in certi momenti, abbiano creduto che il crollo dell'ordine costituito fosse possibile, eppure non accadde...

 

MA - Non fu un movimento di grande portata, sebbene sintomatico, contemporaneo e degno di Twitter e Facebook. In seguito alla crisi economica del 2008, i figli della classe media, privati di futuro, hanno vissuto un apparente risveglio che, per un momento, ha potuto illudere chi vedeva in quegli accampamenti autorizzati la realizzazione delle proprie fantasie contestatarie. Tuttavia, questa "indignazione" rivelò presto il suo vero volto. La gioventù indignata ha mostrato, attivamente e passivamente che non scendeva in piazza per cambiare l'ordine politico, ma per migliorarlo, e guai a chiunque osasse sovvertirlo! Con la scusa del pacifismo, si risvegliarono aspirazioni poliziesche; in un'atmosfera ludica e un festoso agitar di mani, s’incoraggiava lo spirito delatore. I temi cittadinisti alimentavano un linguaggio con cui si esprimeva la volontà di collaborare con il sistema parlamentare, a patto che accettasse piccole riforme: "Vera democrazia, ora!". Gli indignati si sentivano traditi da politici che non li rappresentavano, poiché non si curavano del loro benessere – quello del 99% – ma piuttosto di quello dei banchieri, l’un per cento restante. Non mancò niente; in realtà, il movimento 15M trionfò, sebbene la crisi politica non si risolvesse rapidamente. La perdita di credibilità dei partiti tradizionali si congiunse con la creazione di nuovi partiti – Podemos, Ciudadanos, Comunes... – che, nonostante le iniziali dichiarazioni rigeneratrici in sintonia con l'indignazione, seppero insediarsi a velocità vertiginosa, consentendo una tranquilla stabilizzazione dello spettacolo sociale protetto dallo Stato.

 

DLS: Cinque anni prima, avevamo già collaborato alla pubblicazione dei testi della sezione italiana dell'Internazionale Situazionista, tu scrivendo il prologo e io la traduzione. Ci siamo poi ritrovati nel 2018 per “Dalla miseria nell'ambiente studentesco”, con la stessa divisione dei ruoli. Per finire, vorrei chiederti: che cosa rimane dell'eredità situazionista? Le sue analisi e le sue proposte strategiche sono ancora valide oggi?

 

MA: La critica situazionista è stata quella che ha capito meglio il suo tempo e ha indicato con maggiore coerenza come superarlo. Qual è la parte non sconfitta della sua eredità? Certamente non la correzione hegeliana del marxismo, la formula del comunismo consiliare o l'incrollabile fede nel proletariato rivoluzionario. Piuttosto, è il metodo dialettico, la teoria dello spettacolo, la critica dell'urbanistica, il superamento dell'arte, la pratica dello scandalo e l'impegno per la vita. Il capitalismo ha colonizzato la vita quotidiana delle persone; Il suo potere finanziario ormai abbraccia l'intero pianeta, e la sua militarizzazione procede a marce forzate. Le masse salariate sono alla deriva e il deterioramento mentale della popolazione sta diventando preoccupante. Mai prima d'ora una società ha raggiunto un tale livello di psicosi, indegnità e predazione. Oggi, mentre la civiltà si sgretola e non s’intravede alcuna rivoluzione imminente, né le analisi delle crisi né le strategie anticapitaliste possono essere le stesse. I punti di rottura sono diversi e gli attori sono diversi. Ripetere vecchie tesi non ci porterà molto lontano, ma una rivisitazione trasgressiva delle teorie situazioniste ci fornirà elementi critici che, impiegati in modo creativo, ci aiuteranno a promuovere progetti sovversivi.

“L’anarchia è la vittoria dello spirito umano

sulla brutale dominazione.” Errico Malatesta


¿Qué es el anarquismo?

 

Una entrevista con Miguel Amorós de Diego Luis Sanromán 

 

Miguel Amorós (Alcoy, 1949) es autor de una extensa obra como teórico e historiador del anarquismo. En la década de los setenta formó parte de distintos grupos ácratas de existencia efímera como Los Incontrolados o los Trabajadores por la Autonomía Proletaria y la Revolución Social y, entre 1984 y 1992, de la redacción de "La Encyclopédie des Nuisances", impulsada entre otros por su amigo Jaime Semprún, una publicación que continuaba de forma crítica la línea abierta por la Internacional Situacionista y en la que llegaría a participar el propio Guy Debord. Hace unos meses, la editorial vallecana La Rosa Negra publicaba su último libro, un breve volumen titulado sencillamente "¿Qué es el anarquismo?". De él, aunque no exclusivamente, hablamos en la siguiente entrevista.

 

DLS- ¿Qué es el anarquismo? Anarquismo individualista, colectivista, comunista, anarcosindicalismo, posanarquismo e incluso anarquismo de derechas, anarco-capitalismo o nacional-anarquismo… ¿ No es un empeño imposible definir lo que parece, por definición, indefinible: un conjunto de tendencias dispares y, en algunos casos, abiertamente contradictorias, que parecen no tener en común entre sí más que aquello que niegan?

 

MA- Actualmente, en plena crisis del estado de cosas característico de la globalización capitalista e inmersos en un proceso de distorsión ideológica, todavía podemos considerar anarquismo el conjunto de enseñanzas y tareas que persiguen la implantación de la anarquía, un sistema sociopolítico que prescinde del Estado y de toda clase de autoridad. Sin embargo, con la palabra anarquismo ocurre como con todos los “ismos”: que su significado real depende de quién la pronuncie. Esta particular polisemia sirve al orden establecido, cuyas consignas y mensajes se divulgan mediante una provechosa colonización del lenguaje. El empleo unilateral de las palabras por parte de los dirigentes, o sea, su recuperación por el poder, tiene por objetivo la incomunicación, la base fundamental del dominio. Corresponde a los enemigos del statu quo clasista usarlas en su contra, dotarlas de nuevo contenido subversivo, reinventarlas, redefinirlas. Trabajo a la vez positivo y negativo, es decir, dialéctico. El situacionista Khayati dijo en la revista “I.S.” que “una definición es algo siempre abierto, jamás definitivo; las nuestras son válidas históricamente, durante un periodo dado ligado a una praxis histórica”. Cualquier determinación contemporánea del anarquismo ha de contar con eso.

 

DLS- “El anarquismo ya no es gran cosa” –dices–. “El panorama no es halagüeño”. ¿Crees, no obstante, que hay algún lugar en el que aún pueda reconocerse siquiera un chispazo de ese impulso emancipador que encendió las revueltas del pasado?

 

MA- Digamos que, hoy en día, en la mayoría de países, el anarquismo es un movimiento social insignificante, sin influencia sensible entre los asalariados, incapaz de alterar mínimamente el sistema y de incidir en la mentalidad de quienes lo padecen. No obstante, en algunos “pueblos sin historia”, es decir, en sociedades que se han mantenido más o menos al margen del capitalismo, han persistido lazos comunitarios y modos autoorganizativos lo suficientemente sólidos como para resistir al Estado y administrarse por su cuenta. Tal podía ser el caso de pueblos campesinos indígenas de países como Chile, Ecuador, Bolivia o México, o el de los habitantes de las tierras altas del sudeste asiático como los karen, hmong y lahu. Estamos ante sociedades que se revuelven contra el desolador presente con rasgos inequívocamente anarquistas, a las que añadiríamos la más moderna sociedad kurda municipalista. En el mundo occidental apenas saltan chispazos libertarios en las luchas antidesarrollistas, en la defensa del territorio y en movilizaciones espontáneas como la de los chalecos amarillos, pero sin conexión espiritual con las revueltas ejemplares del pasado.

 

DLS- En el libro señalas que el único modo de superar la confusión de los anarquismos posmodernos, o de las lecturas del anarquismo como una tendencia transhistórica y connatural al ser humano, es la reactivación de la conciencia histórica. Es ella, por ejemplo, la que nos permite discernir el papel decisivo que el movimiento obrero desempeñó en la génesis de las ideas anarquistas. Destacas, creo, dos hitos: la fundación de la AIT y la función de Bakunin como teórico del anarquismo revolucionario, por un lado, y la Revolución Española de 1936, por otro. En ambos casos, se diría que la derrota trajo consigo el declive y la fragmentación del movimiento, así como la sustitución de la teoría revolucionaria por una ideología casi completamente separada de la práctica. ¿No sé si nos podrías contar algo más al respecto?

 

MA- Destacaría unos cuantos hitos más ricos en enseñanzas: el movimiento magonista mexicano, la insurrección makhnovista en Ucrania y la revolución asturiana de 1934. En verdad las derrotas comportan retrocesos que resultan desastrosos para la conciencia, puesto que, al perderse la capacidad de respuesta a la dominación, desaparece el pensamiento crítico y su lugar queda ocupado por la ideología, el producto doctrinal propio de la conciencia alienada, la cristalización de una visión falsa y maniquea de la realidad. La verdad de este mundo queda sumergida en una nebulosa de ideas abstractas con las que los vencidos tratan de justificar su papel post festum y sus renuncias. En un contexto de decadencia del movimiento obrero, desmemoria, evaporación de las perspectivas revolucionarias y aburguesamiento, la ideología desciende un peldaño más en la degradación y tiende a seguir las indicaciones de las modas juveniles. Así contemplamos en el campo autodenominado anarquista el desfile sucesivo de fórmulas milagreras mesocráticas como la renta básica, el decrecimiento, el especifismo, lo woke, el procès o la payasada nacionalista de “revoltes de la terra”.

 

DLS- En el segundo texto incluido en el libro, realizas un análisis de la situación actual, marcada por la parálisis —o la desaparición sin más— del movimiento obrero, la desintegración de las grandes  ideas de la modernidad y el ascenso de las clases medias asalariadas. Comienzas afirmando: “la palabra «revolución» ha desaparecido del vocabulario de los oprimidos y explotados”, y más adelante señalas: “[sin democracia directa] no hay revolución”. ¿Podrías desarrollar un poco más esta última idea?

 

MA- Los cambios sociales desde abajo son muy difíciles, pues unas masas atomizadas, endeudadas y enclaustradas en el consumo no se sienten inclinadas a favorecerlos. Solamente en los momentos en los que pende sobre ellas la precariedad, la amenaza de exclusión, el embargo o el desahucio, en los momentos en que no tienen nada que perder, se ven obligadas a moverse y cuestionar su proletarización. La creciente capacidad represora del sistema dejará entonces de verse como un obstáculo insalvable. Cuanto más prolongado sea el conflicto, más probable será que abandonen el espíritu de clase media y adopten una visión más realista de la superación de sus condiciones de vida, es decir, antiestatal y anticapitalista. La democracia directa es el sistema que mejor responde al funcionamiento autónomo de la población rebelde y el que mejor puede desarrollar sus potencialidades revolucionarias. Las estructuras asamblearias cumplen con la dinámica de autoorganización de los movimientos de masas. El peligro reside en la pérdida de autonomía por la acción de los partidos políticos que persiguen una deriva institucional burocrática, ante lo cual no caben otras medidas que la expulsión de los representantes que actúen por su cuenta o la autodisolución.

 

DLS- El tercer texto incluido en el libro está dedicado al análisis de las causas probables del auge de la extrema derecha, “el fenómeno más llamativo de nuestra época reciente”, como afirmas al comienzo. Leyéndote me acordaba de algo que decía el Comité Invisible en las primeras líneas de su panfleto Ahora: “Todas las razones para hacer la revolución están ahí. Pero no son las razones las que hacen las revoluciones; son los cuerpos. Y los cuerpos están delante de las pantallas”. Tú también apuntas a las redes sociales como el “factor definitivo” en el auge de la extrema derecha. “Las redes –te cito– han desempeñado el mismo papel que jugó antaño la radio en el advenimiento del partido nazi”. Durante algún t tiempo, y hasta hace no mucho, algunos albergaron la ilusión de que la WWW podía hacer realidad la democracia directa en las sociedades complejas y densamente pobladas. ¿Qué queda de esto, si algo queda? Cuestiones de orden ecológico al margen, ¿te parece que Internet es necesariamente una herramienta de control?

 

MA- Cualquier coincidencia mía con el Comité Invisible, forma vanguardista posmoderna del radicalismo infantil, es obra del azar. Aquí tenemos un producto ideológico de escuela primaria hecho con materiales diversos, desde el situacionismo al foucaultismo, hábilmente presentado. Hace ya un tiempo, Jacques Ellul respondía al tópico de “la máquina es neutra, el uso que le demos depende de nosotros”, con el argumento de que no se trataba de un objeto aislado sino de un completo sistema mecánico que no habíamos elegido y no podíamos dominar; bien al contrario, nuestra conducta y nuestra vida queda ba determinada por él. Teníamos libertad para aceptarlo, pero no para rechazarlo. Cuando apareció Internet, lo primero que me preocupó no fue la supresión de puestos de trabajo típica del avance capitalista, sino la virtualización de las relaciones sociales. El desplazamiento de la comunicación y el debate a un espacio imaginario, o sea, fuera del mundo real, banalizante y fácilmente controlable, donde cualquiera podía ejercer de extremista sin moverse de la silla. No faltaron informáticos progresistas que ponderaran las posibilidades ecológicas, democráticas y liberadoras de tal encarnación de la megamáquina de la que hablaba Mumford. A medida que avanzaba, la informatización del mundo terminó revelándose como una fuente inagotable de problemas. Con el advenimiento de las redes sociales, el debate se convertía en pelea de gallos, donde todo estaba permitido y las únicas reglas eran las fijadas por los algoritmos de las plataformas. La viralidad primaba sobre la verdad y la realidad terminaba por esfumarse en medio de una avalancha industrial de fake news, deyecciones y presentismo. El salto cualitativo en la incomunicación y desinformación de las redes dejaba atrás el carácter frívolo y baladí del comienzo y conformaba una temible arma para la dominación, la primera de alcance global. Las redes, refugio de una juventud superalienada, fomentaban el caos, el medio idóneo de los depredadores político-mediáticos. Y precisamente, junto con el miedo, el caos es hoy, en la fase última del capitalismo, el elemento imprescindible del nuevo estilo de gobierno.

 

DLS- Nos conocimos personalmente en el contexto de las movilizaciones del 15-M —¡hace ya quince años!—. De tus respuestas se pueden derivar claves para el diagnóstico, pero me gustaría saber qué piensas al respecto y preguntarte directamente: ¿Qué falló entonces? Creo que fuimos muchos los que, en ciertos momentos, pensamos que el desbordamiento del orden era posible, y sin embargo no se produjo…

 

MA- Aquello no fue una movida importante, aunque sí sintomática, coetánea y digna de twitter y facebook. Tras la crisis económica de 2008 se produjo en los retoños de las clases medias, privados de futuro, un aparente despertar que por un instante pudo ilusionar a quienes quisieron ver en aquellas acampadas consentidas la realización de sus fantasías contestatarias. Sin embargo, a tal “indignación” pronto se le vio el plumero. Por activa y por pasiva la juventud indignada dejó claro que no permanecía en las plazas para cambiar el orden político, sino para mejorarlo y ¡ay de quienes quisieran subvertirlo! Con la excusa del pacifismo se despertaban vocaciones de policía; bajo una atmósfera lúdico-festiva y un animoso agitar de manos se alentaba el espíritu delator. Los tópicos ciudadanistas nutrían un lenguaje con el que se expresaba la voluntad de colaborar con el sistema parlamentario por poco que este se reformarse: “Democracia real ¡ya!”. Los indignados se sentían estafados por políticos que no les representaban, ya que no procuraban su bienestar, el del 99%, y sí el de los banqueros, el 1% restante. No falló nada; en realidad, el 15-M triunfó, aunque la crisis política no se solucionase con rapidez. La pérdida de credibilidad de los partidos habituales tuvo que conjurarse con la creación de nuevos partidos –Podemos, Ciudadanos, Comunes...– que, a pesar de sus iniciales proclamas regeneracionistas en sintonía con la indignación, supieron apoltronarse a velocidad de vértigo, permitiendo una estabilización tranquila del espectáculo social amparado por el Estado.

 

DLS- Cinco años antes ya habíamos colaborado en la edición de los textos de la sección italiana de la Internacional Situacionista, tú poniendo el prólogo y yo poniendo la traducción. Y volvimos a encontrarnos en 2018 en De la miseria en el medio estudiantil, con el mismo reparto de papeles. Para terminar, me gustaría preguntarte: ¿Qué queda del legado situacionista? ¿Sus análisis, sus propuestas estratégicas, siguen todavía vigentes en nuestros días?

 

MA- La crítica situacionista fue la que mejor supo explicar su tiempo y la que más coherentemente indicó la manera de superarlo. ¿Cuál es la parte no vencida de su legado? No ciertamente la corrección hegeliana del marxismo, la fórmula consejista o la fe ineluctable en el proletariado revolucionario. Sí, en cambio, el método dialéctico, la teoría del espectáculo, la crítica del urbanismo, la superación del arte, la práctica del escándalo y la apuesta por la vida. El capitalismo ha colonizado la vida cotidiana de la gente, su abrazo financiero abarca ya a todo el planeta, y en el momento actual se está militarizando a marchas forzadas. Las masas asalariadas van a la deriva y el deterioro mental de la población empieza a ser alarmante. Nunca antes una sociedad alcanzó tal grado de psicosis, indignidad y predación. Hoy, cuando la civilización se desmorona y no se vislumbra una revolución inminente por ninguna parte, ni los análisis de las crisis, ni las estrategias anticapitalistas pueden ser las mismas. Los puntos de ruptura son otros y los actores son distintos. La repetición de las viejas tesis no nos llevaría muy lejos, pero una revisitación transgresora de las teorías situacionistas nos proporcionará elementos críticos que creativamente empleados nos ayudarán a impulsar proyectos sediciosos.

 

  

 “La anarquía es la victoria del espíritu humano sobre la dominación brutal”

Errico Malatesta


giovedì 2 aprile 2026

Fascisti, kapò, servitori volontari e rincoglioniti programmati dalla pubblicità dello spettacolo

 



 

Dopo il maggio '68, l’evidenza crescente della nostra sconfitta ha avuto un impatto tragico. Inizialmente frutto avvelenato di una lotta armata spettacolare, questo fallimento sanguinoso, in senso stretto e in senso figurato, si è poi tradotto in una paralizzante impotenza politica, durante la cupa decomposizione in spettacolo dell'utopia sognata, abbandonata e talvolta tradita.

Di manifestazione in manifestazione, il gauchismo ha portato questo fallimento nella via crucis senza fine della rivoluzione invocata e fallita più che mai a ogni manifestazione militante, dove la rivoluzione è portata a spasso come si porta a spasso un cane perché faccia i suoi bisogni.

Il devastante rinnovamento tecnologico di un dominio sempre più intimo e capillare ha aggravato la tragedia dell'impotenza politica, alterando radicalmente le dinamiche di una rivoluzione fallita, più sognata che vissuta nel quotidiano sociale che abbiamo attraversato, sinceramente ma soprattutto ineluttabilmente. Purtroppo anche noi siamo stati inquinati da ideologie rivoluzionarie, putrida eredità di un secolo che ha distrutto tutto ciò che incontrava sul suo cammino, soprattutto le rivoluzioni.

Siamo sinceri: gonfiati ideologicamente e narcisisticamente da barricate effimere ma vissute con passione, non siamo riusciti a immaginare, né tanto meno a comprendere immediatamente, la portata dei danni causati dalla sconfitta della nostra rivoluzione sociale incompiuta, persa e falsificata nell'infinito carnevale delle ideologie rivoluzionarie.

Diciamocelo, o meglio, ripetiamocelo più che mai: la teoria rivoluzionaria è nemica di ogni ideologia rivoluzionaria, e sa di esserlo.

 

Convinti che la rivoluzione sociale fosse alle porte della storia, chi avrebbe mai potuto immaginare l’intimo crollo della coscienza di classe, poco più di mezzo secolo dopo la sua ultima brillante e ingannevole apparizione nella storia? Come prevedere ed evitare il peggio quando la coscienza di specie, erede potenziale della coscienza di classe sconfitta dal consumismo, era ed è tuttora fragilissima, poco visibile e per nulla al riparo dal recupero preventivo operato dai più corrotti tra i kapò socialisti e i piccolo-borghesi ecologisti, confusi e riformisti nel peggior senso del termine? Dove cercare, e soprattutto trovare, nuovi resistenti contro il post-fascismo, che danza il macabro ballo dell'artificializzazione del mondo?

Eccoci qui, dopo aver sognato a lungo un mondo nuovo, impantanati nell'incubo di un capitalismo tecno-delirante che, nella sua euforica e sconsiderata avanzata, sta distruggendo la vita e i viventi. La sua perversa ingenuità, la sua sottintesa soluzione finale – ultima perversità trionfante – celano a malapena il fatto che il capitalismo ottuso può permettersi tutto di fronte all'idiozia dei popoli, alimentata e in crescita grazie al mondo virtuale, ai cellulari, ai computer e all'incessante propaganda dell'invadente dominio tecno fascista. Il capitalismo finale può ormai persino presentarsi come pseudo antifascismo post-fascista (l'osceno spettacolo dei neonazisti di ogni genere che sostengono i genocidi israeliani, denunciando incessantemente come antisemita chiunque osi criticare il genocidio in corso a Gaza). Il capitalismo in fase terminale non si preoccupa nemmeno più di nascondere il suo evidente obiettivo di cancellare tragicamente la nostra vera coscienza umana, sempre più indebolita e inquinata dall'intelligenza artificiale e dall'idiozia tecnocratica.

Tutti lo sanno nel profondo, ma molti si sforzano di ignorarlo. I più angosciati reagiscono come struzzi, nascondendo la testa sotto la sabbia di fronte ai "consigli" della nuova Gestapo spettacolare che gestisce l'intelligenza artificiale e l'idiozia coltivata che essa produce come presagio di un’ultima soluzione finale.

Chiunque osi opporsi a questa truffa attira una muta di propagandisti di ogni genere, kapò socialisti, giornalisti mercenari e assassini neonazisti pronti a uccidere.

Di fronte a una simile piaga, bisogna prendere una decisione immediata, senza pregiudicare il futuro o i dubbi che eventualmente il pensiero critico potrebbe sollevare.

Abbiamo già visto in passato che ogni volta che un'ideologia crolla, qualcuno può cercare di impossessarsi dell’oro prezioso della teoria. Un esempio mi ha intimamente colpito: la vera scissione nell'Internazionale è stata un testo falsificatore per nascondere lo scacco dell'Internazionale Situazionista dopo il maggio '68, nel cuore della coscienza rivoluzionaria maturata attorno a quella rivolta radicale in cui l'Internazionale Situazionista fu fondamentale. Vaneigem fu allora il capro espiatorio del fallimento dell'ideologia situazionista. Ne è uscito indenne, perché la storia, per fortuna, è ostinata, e l'intelligenza sensibile riesce sempre a emergere dall'oscurità della falsificazione[1].

 

Oggi, lontano dalla radicalità proposta e alimentata dai situazionisti prima della loro scomparsa, vedo una parvenza di somiglianza – niente di più, ma non è insignificante – nel modo in cui l'establishment francese attacca incessantemente i membri de La France Insoumise (LFI), etichettandoli come antisemiti e altre invettive ancora più false che risibili e imbevibili. La storia si ripete, rendendo ridicolo e disgustoso lo zelo falsificante dei kapò e dei mercenari di ogni genere.

Sia chiaro: nessun paragone tra l'Internazionale Situazionista (IS) e La France Insoumise (LFI). Resto situazionista nel cuore e nello spirito; non sono né un ammiratore né un simpatizzante di alcun trotzkismo o post-mitterrandismo.

Si può però riconoscere il diritto di ognuno all'evoluzione e si deve giudicare in base ai fatti, senza processi alle intenzioni.

Ho ascoltato con attenzione il discorso teorico della LFI, che si presenta non come un partito ma come un movimento. Non sono seguace di alcun dio né di un maestro. Ho criticato la mancanza di chiarezza degli "Insoumis" durante il movimento dei Gilet Jaunes, a cui ho partecipato. Oggi, il contesto della falsificazione è notevolmente peggiorato, mentre il movimento LFI si è decisamente evoluto. Da tempo condivido la critica radicale al patriarcato, ho riflettuto con Bookchin sul municipalismo che si sta radicando tra i Curdi da circa un decennio e sono consapevole dell'urgenza dei temi del cambiamento climatico e dell'inquinamento, da tempo questioni centrali e ineludibili. LFI e Melenchon difendono chiaramente queste stesse posizioni. E non è cosa da poco in questo mondo marcescente.

Come ignorare tutto questo in nome di un pregiudizio ideologico? Di fronte a qualsiasi tradimento, così frequente nella storia delle rivoluzioni comuniste, starò sempre al fianco di Kronštadt, Machno e Durruti. Sperando, questa volta, che l'antifascismo, necessario contro il fascismo come lo è un ombrello di fronte al temporale, non ci costringa, per coerenza, a denunciare ancora una volta l'antifascismo fascista dei fascisti rossi o neri che uccisero Durruti e Berneri in Spagna, i fratelli Rosselli in Normandia, Fillak e Buranello (amici genovesi degli studi e degli ideali antifascisti di mio padre, fortunatamente scampato a quell'imboscata, altrimenti non sarei qui), fucilati in Valle d'Aosta poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. E quanti altri.

 

Sia chiaro: oggi non è in gioco una semplice elezione. È in gioco il destino dell'umanità in tutto il mondo, in un mondo in cui il capitalismo sta sviluppando una nuova forma di fascismo caratteriale per imporre le sue ultime volontà totalitarie.

Non lo vogliamo. È semplice e chiaro, quanto difficile e necessario. Perché la peste emozionale fascista è internazionale, da Trump a Meloni, dall'Argentina alla Russia e altrove!

Scegliete da che parte stare, compagni, sorelle, fratelli, esseri umani di questa specie e di questa utopia concreta, ovunque voi siate.



[1] Vedi in proposito il mio recente scritto : Terra incognita – Notes pour l’exploration d’un nouveau monde, Amanuensis, Paris 2025.


Fascistes, kapos, serviteurs volontaires et pauvres cons programmés par la publicité du spectacle



Après mai 68, l’évidence croissante de notre défaite a sévi tragiquement. Après avoir été, dans un premier temps, le fruit empoisonné d’une lutte armée spectaculaire, cet échec sanglant, au propre et au figuré, s’est traduit ensuite en une impuissance politique tétanisante, pendant la sombre décomposition en spectacle de l’utopie rêvée, abandonnée et parfois trahie.

De manifestation en manifestation, le gauchisme a porté cet échec dans la via crucis sans fin de la révolution invoquée et ratée plus que jamais à chaque manif militante, où l’on emmène à pisser la révolution comme on porte à pisser son chien.

Le renouvellement technologique dévastateur d’une domination de plus en plus intime et capillaire s’est ajouté à la tragédie de l’impuissance politique, changeant radicalement la donne d’une révolution ratée, rêvée plus que pratiquée dans le quotidien social qu’on a traversé sincèrement mais surtout inéluctablement. Hélas, on était nous aussi pollués par des idéologies révolutionnaires, héritage pourri d’un siècle qui a tout détruit sur son passage, et surtout les révolutions.

Soyons sincères : idéologiquement et narcissiquement gonflés à bloc par des barricades éphémères mais passionnément vécues, on n’a pas su imaginer et encore moins comprendre tout de suite l’ampleur des dégâts de la défaite de notre révolution sociale inachevée, paumée et falsifiée dans le carnaval sans fin des idéologies révolutionnaires.

Qu’on se le dise, ou plutôt qu’on le répété plus que jamais : la théorie révolutionnaire est ennemie de toute idéologie révolutionnaire et elle sait qu’elle l’est.

Convaincus que la révolution sociale était à la porte de l’histoire, qui aurait pu imaginer l’effondrement intime de la conscience de classe, un peu plus d’un demi-siècle après sa dernière éclatante et trompeuse apparition dans l’histoire ? Comment prévoir et éviter le pire alors que la conscience d’espèce, censée prendre le relais révolutionnaire de la conscience de classe vaincue par le consumérisme, était et reste encore très fragile, peu visible et pas du tout à l’abri de la récupération préventive des plus pourris parmi les kapos socialistes et la petite bourgeoisie écologiste, confusionniste et réformiste, dans le pire sens du terme.

Où chercher et surtout où trouver des nouveaux résistants face au postfascisme qui danse le bal macabre de l’artificialisation du monde ?

Nous voilà, après avoir rêve longuement d’un monde nouveau, embourbés dans le cauchemar d’un capitalisme techno délirant en train de détruire, dans son avancée euphorique et débile, la vie et les vivants. Sa naïveté perverse, sa dénégation de la solution finale qui est la perversion à sa racine ultime depuis son retour narcissique triomphant, cachent mal que le capitalisme borné peut tout se permettre face à l’idiotie des peuples, entretenue et montante grâce au virtuel, aux téléphones portables, aux ordinateurs et à la propagande sans limites de la domination techno fasciste envahissante. Le capitalisme final peut désormais se proposer comme pseudo antifascisme post fasciste (le spectacle obscène des néonazis de tout poil qui soutiennent les génocidaires israéliens, dénonçant avec acharnement comme antisémites ceux qui osent critiquer le génocide en cours à Gaza). Le capitalisme en phase terminale ne cache même plus son but évident d’effacer tragiquement notre véritable conscience humaine, de plus en plus affaiblie et polluée par l’intelligence artificielle et l’idiotie technocratique.

Tout le monde sait cela intimement, mais un bon nombre s’efforce de ne pas le voir. Les plus angoissés réagissent comme des autruches avec la tête enfouie dans le sable face aux « conseils » de la nouvelle Gestapo spectaculaire qui géré l’intelligence artificielle et l’idiotie entretenue qu’elle produit comme les prodromes d’une ultime solution finale.

Qui ose s’opposer à l’arnaque attire contre soi la meute des propagandistes de tout bord, des kapos socialistes, des journalistes mercenaires et des assassins néonazis prêts à tuer.

Face à un tel fléau, il faut faire un choix dans l’immédiat sans préjuger du futur et éventuellement des doutes que l’intelligence critique peut trouver raison de nourrir.

On a déjà été confrontés avec ça dans le passé : à chaque fois qu’une idéologie s’effondre certains cherchent de s’approprier de l’or précieux de la théorie.

Un exemple m’a touché intimement: La véritable scission dans l’Internationale fut un texte falsificateur pour dissimuler l’impasse de l’Internationale Situationniste après mai 68, au cœur de la conscience révolutionnaire mûrie autour de cette révolte radicale dont l’IS fut l’aleph. Vaneigem fut alors le bouc émissaire de l’échec de l’idéologie situ. Il se n’est sorti finalement intacte, car l’histoire, heureusement, est têtue et l’intelligence sensible finit toujours par émerger du sombre de la falsification[1].

Aujourd’hui, loin de la qualité radicale proposée et nourrie par les situationnistes avant leur disparition, je vois un semblant de similitude - pas plus, mais ce n’est pas rien - dans la manière dont la domination s’acharne en France contre les membres de LFI en les traitant d’antisémites et autres invectives bien plus fausses que dérisoires et imbuvables. L’histoire se répète, rendant ridicule et dégueulasse l’acharnement falsificateur des kapos et des mercenaires de tout bord.

Entendons-nous bien : aucun comparaison entre l’IS et LFI. Je reste situationniste de cœur et d’esprit, je ne suis ni amateur ni sympathisant d’aucun trotskisme ou post mitterrandisme.

On peut, néanmoins, reconnaître à chacun le droit d’évoluer et on doit juger sur pièce, sans procès d’intention.

J’ai écouté attentivement le discours théorique de LFI qui ne se veut pas un parti mais un mouvement. Je ne suis suiveur ni d’un dieu ni d’un maître. J’ai critiqué les insoumis pour leur manque de clarté à l’époque des Gilets jaunes dont j’ai fait partie. Aujourd’hui le contexte de la falsification a drôlement empiré, alors que LFI a décidément évolué. Je suis d’accord depuis belle lurette avec la critique radicale du patriarcat, j’ai réfléchi avec Bookchin sur le municipalisme mis en branle chez les Kurdes depuis une bonne décennie, et suis sensible à l’urgence de la question du réchauffement climatique et de la pollution comme thèmes centrales incontournables depuis un moment. LFI et Melenchon défendent clairement ces mêmes positions. Ce n’est pas rien dans ce monde pourrissant.

Comment ignorer tout ça au nom d’un quelconque préjuge idéologique ? Face à toute trahison, ô combien fréquente dans l’historique des révolutions communistes, je serai toujours du côté de Kronstadt, de Machno et de Durruti. En espérant, cette fois, que l’antifascisme, nécessaire face au fascisme comme le parapluie face à l’orage, n’oblige pas notre cohérence à dénoncer de nouveau l’antifascisme fascisant des fascistes rouges ou noirs qui ont tué Durruti et Berneri en Espagne, les frères Rosselli en Normandie, Fillak et Buranello (copains génois d’études et d’idées antifascistes de mon père, heureusement échappé à ce guet-apens, sinon je ne serais pas là), fusillés en Val d’Aoste peu avant la fin de la deuxième guerre mondiale. Et combien d’autres.

Soyons clairs : ce n’est pas une simple élection qui aujourd’hui est en jeu. C’est le destin de l’humanité partout dans un monde où le capitalisme développe une forme nouvelle de fascisme caractériel pour imposer ses dernières volontés totalitaires.

Nous on n’en veut pas. C’est simple et clair autant que difficile et nécessaire. Car la peste émotionnelle fasciste est internationale, de Trump à Meloni, de l’Argentine à la Russie et ailleurs !

Choisis ton camp camarade, sœur, frère, humains d’espèce et d’utopie concrète, où que vous soyez.

Sergio Ghirardi Sauvageon, 1er avril 2026



[1]Voir à ce propos  mon dernier écrit : Terra incognita – Notes pour l’exploration d’un nouveau monde, Amanuensis éditions, Paris 2025..



giovedì 19 marzo 2026

Antifascismo sempre di Sergio Ghirardi Sauvageon

 


Qualche mia banalità

di base nella falsificazione del mondo in corso

Sto appena uscendo, spero, da un incubo medico in cui il mio corpo ha sofferto molto.

La cosa ha decisamente contribuito a questo mio scritto, per questo ho voluto ricordarlo, cosciente che questo aspetto riguarda solo me, la mia vecchiaia e quel che l’aspetta ineluttabilmente.

Ciò avviene però in un mondo putrescente dove un potere sociale spettacolare fa marcire l’umano a un ritmo incredibile, moltiplicando il disumano come la gramigna.

Dalla Francia che amo selettivamente per la sua storia rivoluzionaria e il suo umanesimo restante, all’Italia che mi ha partorito transalpino, vedo lo spettacolo dominante cancellare la storia. Sia quella dei popoli che quella degli individui.

Ecco perché adesso rimugino qui la storia vissuta, raccontata dal vivo dai protagonisti prima che la mercificazione e la fascistizzazione del mondo si apprestassero a cancellare per sempre i vissuti e le soggettività.

Che cos’è oggi la Francia del telefono portatile, del computer e della televisione in mano ai fascisti? Un campo di concentramento capitalista con i fascisti per guardiani e i socialisti embedded per Kapos.

E l’Italia ? Lo stesso, all’italiana : « Franza o Spagna purché se magna ».

Eppure, la rivolta sociale insita nella lotta di classe ha innaffiato le nostre radici dai due lati delle Alpi, innanzitutto con l’antifascismo concreto, quando il fascismo arcaico imperversava, dapprima all’italiana poi alla francese.

Quel commediante macabro di Mussolini ha recitato una commedia dell’arte che i suoi guitti psicopatici hanno trasformato in tragedia popolare; quel controrivoluzionario odioso di Petain e i suoi accoliti reazionari hanno fatto del fascismo francese una mostruosità degna del nazismo tedesco.

Io non c’ero ancora, sono arrivato dopo con il MAGGIO 1968 che ha segnato il mondo di umanità, non solo la Francia e l’Italia.

Prima di ciò c’era mia nonna, mio padre, la mia famiglia antifascista che mi ha marcato ben più di antifascismo che del piccolo fascismo da servitori volontari che all’epoca ha inquinato un gran numero di famiglie.

Mia nonna paterna era ed è rimasta una cattolica prima, durante e dopo il fascismo. Durante la guerra però, gestiva a La Presa, paesino alla periferia di Genova, un piccolo panificio dove teneva di nascosto un telefono in contatto con i partigiani della Val Bisagno.

L’antifascismo nasce sempre dove imperversa il fascismo: oggi come ieri.

Alla fine della guerra la mia nonnina dell’azione cattolica, con la biografia di don Bosco come unico libro nella sua casa genovese in cui sono nato, ha sventolato fiera la bandiera rossa per festeggiare la gioia per la fine del fascismo - lo raccontava quasi scandalizzata mia madre, molto più lenta nel liberarsi della sindrome di Stoccolma del ventennio fascista. Io ne ero fiero.

Quando sono nato io, le cose erano chiare: mai più fascismo se non per gli psicopatici dell’ignoranza coltivata tra potere economico, chiesa e la famiglia cristiana più becera. Non tutta la famiglia, come ho già detto: la lotta di classe ha marcato la storia.

La resistenza ha istituito un’alleanza tra comunisti e cattolici perché l’antifascismo è una necessità storica sovra ideologica ogni volta che la peste emozionale inquina la questione sociale in un mondo complessivamente capitalista, sia liberale sia di Stato.

Oggi lo spettacolo è riuscito a mescolare tutto per dare senso a niente. In Italia Meloni, in Francia la pupée barbie Bardella, optional del partito lepenista, del suo fondatore deceduto e di sua figlia accusata dal Parlamento Europeo di appropriazione indebita di fondi.

Il mondo è in crisi, il capitalismo è in preda a una sua crisi ciclica cui risponde con il cinismo abituale del sopruso senza limiti e della guerra.

Ma c’è un ma e soprattutto un più nei ricorsi storici: l’intelligenza è sempre stata insufficiente ma mai artificiale. La sua manipolazione tecno scientifica è l’ultimo stadio della de possessione dell’umano.

Nel quotidiano ciò rende la vita invivibile, dipendente da schermi, telefoni e gesti robotizzati che rendono idioti.

In politica la falsificazione del mondo accelera in modo particolare: l’ignoranza non è più una mancanza di conoscenza ma un surplus di dati e notizie false prodotte dal Big Brother cibernetizzato.

Scegli il tuo campo compagno!

Facile dirlo, molto meno farlo quando l’indecenza della politica rende diffidenti anche i più ben disposti.

Scegliere chi? Per fare che cosa? In Italia come al solito il miracolo cristiano semplifica le scelte. I più coglioni, i più stronzi e i più credenti sanno sempre tutto.

Risultato: il potere a una democrazia cristiana rinnovata superficialmente dalla Meloni con il surplus di qualche nostalgia fascista più in voga che mai nel contesto internazionale di crisi. All’opposizione dei sinistri di sinistra che hanno sempre ingoiato tutto senza mai fiatare, sempre in cerca del potere ma senza più sapere dove cercarlo. Pronti a continuare il gioco osceno di una democrazia formale che è la negazione reale di ogni potere condiviso dal popolo.

Un segnale francese rompe la monotonia del dominio reazionario del mondo.

Si chiama LFI, La France Insoumise, e ha ormai tutti contro: Melenchon, M le maudit. Questo militante ormai al crepuscolo come me è un soggetto del vecchio mondo politico, un tempo trozkista e mitterrandiano, ma la sua evoluzione lascia pensare che abbia saputo radicalizzare umanamente la sua coscienza. Per questo è tanto odiato da tutti i reazionari e dai mercenari della politica.

Detto da me, libertario e situazionista, può sembrare strano questo quasi elogio di un antico burocrate oggi sostenitore di una chiara radicalità; per cui ve lo spiego non per convincere ma per far riflettere sullo scacco matto di tutte le ideologie rivoluzionarie dell’ultimo secolo.

In questo momento storico qualunque antifascismo sincero va difeso di fronte all’avanzata incessante di un postfascismo più internazionale che mai. Su questo punto LFI è il solo a essere chiaro, senza ambiguità.

Certo la storia insegna che non bisogna escludere che chi oggi é chiaramente antifascista potrebbe diventare un nemico da combattere, un autoritario di più coltivato all’ombra di un antiautoritarismo falso, rinnegato, tradito.

OK non dimentichiamo niente: La Comune, Cronstadt, Machno, Rosa Luxembourg, l’anarchia spagnola disfatta. Troppe rivoluzioni sono state tradite e si sono trasformate in alibi per il terrore e il fascismo rosso.

Oggi, però, l’antifascismo è ancora non solo necessario ma urgente. Ci chiede di non fare processi alle intenzioni.

Guardate Trump, il suo muso da membro del Ku Klux Klan.

Guardatevi attorno dappertutto, dove la struttura caratteriale fascista impera e fa guasti irreparabili: in Iran, in Turchia, a Gaza, in Ucraina e altrove, in mille modi diversi ma tutti tributari del totalitarismo e del cinismo assoluto.

Io vedo nel movimento organizzato LFI un tentativo lodevole di rompere con il passato di un movimento comunista inquinato dal potere; un movimento coerente a cui si deve far credito senza perdere il diritto di rivolta al primo segno di tradimento, alla prima concessione al vecchio mondo da cui vogliamo uscire. Ho sempre denunciato quel rettile bolscevico di Trotskij, ma penso si debbano giudicare gli atti piuttosto che le idee. Si tratta di apprezzare al giusto valore i comportamenti sinceramente non sessisti, il municipalismo, la lotta sulla questione climatica e per la democrazia diretta.

Con tutta l’attenzione necessaria, non abbiamo altra scelta che una radicalità attiva, autocritica, attenti al minimo passo falso.

Se ci sono altre migliori ipotesi concrete capaci di manifestarsi si facciano avanti. Il meglio è sempre preferibile al bene ma ciò che è assolutamente inaccettabile è sospendere la lotta. Equivale ad arrendersi. Siamo al redde rationem.

Decidiamo per il meglio come meglio si crede. Antifascisti sempre, senza dimenticare l’interessante provocazione dialettica di Bordiga degli anni 30: « l’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo! ». Riflettendo oggi nessuna certezza su questa tesi, perché nello stesso tempo l’antifascismo è necessario, come abbiamo visto. Tuttavia, è bene ricordarsi di questa provocazione bordighista come di un utile ammonimento; l’antifascismo deve concentrarsi sull’essenziale dell’autocritica: no a qualunque suprematismo, nessun dominio indiscutibile da parte di nessuno. Antifascismo sempre, ma prima di tutto ACRAZIA.

Sergio Ghirardi Sauvageon













L'antifascisme toujours


Quelques-unes de mes banalités de base face à la falsification du monde en voie de réalisation

 

Je sors à peine, je l'espère, d'un cauchemar médical dans lequel mon corps a terriblement souffert.

Cela a sans aucun doute influencé mon écriture, raison pour laquelle je tenais à l'évoquer, conscient que cet aspect ne concerne que moi, ma vieillesse et ce qui l'attend inévitablement.

Cependant, tout cela se déroule dans un monde putride où un pouvoir social spectaculaire corrompt l'humain à une vitesse incroyable, multipliant l'inhumain comme le chiendent.

De la France, que j'aime sélectivement pour son histoire révolutionnaire et son humanisme résiduel, à l'Italie qui m'a vu naître transalpin, je vois le spectacle dominant effacer l'histoire. Celle des peuples comme celle des individus.

C'est pourquoi je médite ici sur l'histoire telle qu'elle a été vécue, racontée de vive voix par les protagonistes, avant que la marchandisation et la fascistisation du monde ne s’apprêtent à effacer à jamais les vécus individuels et les subjectivités.

Que devient la France aujourd'hui, avec ses téléphones portables, ses ordinateurs et ses télévisions aux mains des fascistes ? Un camp de concentration capitaliste avec des fascistes pour gardiens et des socialistes embedded pour kapos.

Et l'Italie ? Pareil, à l'italienne : « France ou Espagne, pourvu qu'on mange. »

Pourtant, la révolte sociale inhérente à la lutte des classes a enraciné nos consciences des deux côtés des Alpes par un antifascisme concret, d'abord à l'italienne, lorsque le fascisme archaïque faisait rage, puis à la française.

Ce macabre comédien nommé Mussolini a mis en scène une commedia dell'arte que ses bouffons psychopathes ont transformée en tragédie populaire ; l’odieux contre-révolutionnaire Pétain et ses acolytes réactionnaires ont fait du fascisme français une monstruosité digne du nazisme allemand.

Je n'étais pas encore là ; je suis arrivé plus tard, avec Mai 68, qui a marqué le monde d'humanité, et pas seulement la France et l'Italie. Auparavant, il y a eu ma grand-mère, mon père, ma famille antifasciste, qui m'ont inculqué un antifascisme bien plus profond que le fascisme mesquin et servile qui gangrenait beaucoup trop de familles à l'époque.

Ma grand-mère paternelle était et est restée catholique avant, pendant et après le fascisme. Pendant la guerre, elle tenait une petite boulangerie à La Presa, un petit village près de Gênes, où elle communiquait secrètement par téléphone avec les partisans de la vallée du Bisagno.

L'antifascisme surgit toujours là où le fascisme fait rage : aujourd'hui comme hier.

À la fin de la guerre, ma douce grand-mère, membre de l'Action Catholique, dont la maison génoise où je suis né ne contenait pour tout livre que la biographie de Don Bosco, brandissait fièrement le drapeau rouge pour célébrer la joie de la fin du fascisme. Ma mère, bien plus lente à se défaire du syndrome de Stockholm des vingt années de régime fasciste, racontait cela presque avec gêne. Moi j’en étais fier.

À ma naissance, la situation était claire : jamais plus de fascisme, si ce n'est pour des psychopathes de l'ignorance, fruit de la collusion entre le pouvoir économique, l'Église et la famille chrétienne la plus ringarde. Pas toute la famille, comme je l'ai déjà dit : la lutte des classes a marqué l'histoire.

La Résistance a établi une alliance entre communistes et catholiques car l'antifascisme est une nécessité historique supra-idéologique à chaque fois que la peste émotionnelle pollue la question sociale dans un monde capitaliste libéral ou contrôlé par l'État.

Aujourd'hui, le spectacle est parvenu à tout mélanger pour ne donner aucun sens au néant. En Italie, Meloni ; en France, la poupée Barbie Bardella, accessoire optionnel du parti des Le Pen, de son fondateur défunt et de sa fille, accusée de détournement de fonds par le Parlement européen.

Le monde est en crise, le capitalisme est en proie à sa propre crise cyclique, à laquelle il répond par le cynisme habituel des abus et des guerres sans fin.

Mais il y a un « mais » et, surtout, un « plus » dans les recours historiques : l'intelligence a toujours été insuffisante, mais jamais artificielle. Sa manipulation technoscientifique est l'étape ultime de la dépossession de l'humanité.

Au quotidien, cela rend la vie invivable, dépendante des écrans, des téléphones et des gestes robotiques qui nous rendent idiots.

En politique, la falsification du monde s'accélère particulièrement vite : l'ignorance n'est plus un manque de connaissances, mais un surplus de données et de fausses informations produites par le Big Brother cybernétique.

Choisis ton camp, camarade !

Facile à dire, beaucoup moins à le faire quand l'indécence de la politique rend même les mieux intentionnés méfiants.

Choisir qui ? Pour faire quoi ? En Italie, comme toujours, le miracle chrétien simplifie les choix. Les plus grands idiots, les plus grands connards et les plus religieux savent toujours tout.

Résultat : le pouvoir revient à une démocratie chrétienne superficiellement renouvelée par Meloni, avec une pointe de nostalgie fasciste, plus en vogue que jamais dans le contexte international de crise. A l'opposition, ce sont les gauchistes qui ont toujours tout avalé sans broncher, toujours en quête de pouvoir mais ne sachant plus où le chercher. Prêts à poursuivre le jeu obscène d'une démocratie formelle qui n'est autre que la négation de tout pouvoir partagé par le peuple.

Un signal français rompt la monotonie de la domination réactionnaire du monde.

Il s'appelle LFI, La France Insoumise, et maintenant tout le monde est contre : Mélenchon, M. le maudit. Ce militant, aujourd'hui âgé comme moi, est une figure de l'ancien monde politique, jadis trotskiste et partisan de Mitterrand, mais son évolution laisse penser qu'il a radicalisé sa conscience humaine. C'est pourquoi il est si haï par tous les réactionnaires et par les mercenaires politiques.

Venant de moi, libertaire et situationniste, ce quasi éloge d'un ancien bureaucrate devenu fervent défenseur d'une radicalité assumée peut paraître bizarre ; je vous l'explique donc non pour vous convaincre, mais pour vous amener à réfléchir à l'échec de toutes les idéologies révolutionnaires du siècle dernier.

À l'heure actuelle, tout antifascisme sincère doit être défendu face à la progression incessante d'un postfascisme plus international que jamais. Sur ce point, LFI est le seul à être clair et sans bavures.

Bien sûr, l'histoire nous enseigne qu'il ne faut pas exclure la possibilité que ceux qui sont aujourd'hui ouvertement antifascistes puissent devenir un ennemi à combattre, un régime autoritaire façonné par un anti-autoritarisme factice, renié, trahi.

OK. N'oublions rien : la Commune, Kronstadt, Makhno, Rosa Luxembourg, l'anarchie espagnole vaincue. Trop de révolutions ont été trahies et sont devenues des alibis pour la terreur et le fascisme rouge. Aujourd'hui, pourtant, l'antifascisme est non seulement nécessaire, mais urgent. Il nous demande de ne pas faire des procès d’intentions.

Regardez Trump, son museau de membre du Ku Klux Klan.

Regardez autour de vous, partout où la structure de caractère fasciste règne et cause des dommages irréparables : en Iran, en Turquie, à Gaza, en Ukraine et ailleurs, de mille façons différentes, mais toutes tributaires du totalitarisme et du cynisme absolu.

Je vois dans le mouvement organisé de LFI une tentative louable de rompre avec le passé d'un mouvement communiste pollué par le pouvoir ; un mouvement cohérent auquel il faut accorder du crédit sans pour autant abandonner le droit de se rebeller au premier signe de trahison, à la première concession à l'ancien monde dont nous voulons sortir. J'ai toujours dénoncé ce reptile bolchevique qu'était Trotski, mais je pense qu'il faut juger les actes plutôt que les idées. Il s'agit d'apprécier à leur juste valeur des comportements véritablement non sexistes, le municipalisme, la lutte contre le changement climatique et pour la démocratie directe.

Avec toute la prudence requise, nous n'avons d'autre choix que d'être activement radicaux, autocritiques, attentifs au moindre faux pas.

S'il existe d'autres options concrètes, meilleures et plus efficaces, qu'elles émergent. Mieux vaut toujours plus que bien, mais ce qui est absolument inacceptable, c'est de suspendre la lutte. Cela équivaut à capituler. Nous sommes à l'heure des comptes.

Décidons au mieux, selon notre propre jugement. Toujours antifascistes, sans oublier l'intéressante provocation dialectique de Bordiga dans les années 1930 : « L'antifascisme est le pire produit du fascisme ! » En réfléchissant aujourd’hui cela dépend, car, comme nous l'avons vu, l'antifascisme devient aussi nécessaire. Il est toutefois bon de se souvenir de cette provocation bordiguiste comme d'un avertissement utile : l'antifascisme doit se concentrer sur les fondements de l'autocritique ; non à tout suprématisme, refus de toute domination absolue. Toujours antifascistes, mais avant tout ACRATIE.

Sergio Ghirardi Sauvageon