domenica 20 settembre 2026

Cronache da una Francia comunarda rimossa

 



 

Lo sfruttamento plurimillenario dell’umanità da parte di una classe dominante di esseri umani privilegiati e senza scrupoli è entrato in una crisi generalizzata non a causa della rivolta puntuale degli schiavi sfruttati più lucidi, ma per la reazione spontanea del vivente in via di prendere coscienza del mortifero avanzare della civiltà industriale, capitalista e suprematista.

 

Dalla coscienza di classe sconfitta dal consumismo siamo passati a una coscienza di specie stimolata a fondo dalla falsificazione di un mondo economicista e industriale ormai in crisi strutturale.

 

Nessuna rivoluzione sociale è già chiaramente all’orizzonte, ma i primi segni di una crisi irreversibile sono inequivocabili quanto inquietanti a causa della fragilità del sistema sociale dominante destinato a esplodere di fronte al crollo delle possibilità di vita decente e persino di sopravvivenza in un mondo lacerato dalla crisi sociale, diventata ormai  climatica. Siamo purtroppo le vittime involontarie di un antropocene industriale e capitalista sempre più delirante che naviga a vista, accumulando le ultime ricchezze alienate al prezzo di una distruzione sistematica del vivente.

 

Di fronte a ogni crisi il capitalismo ha sempre combattuto le rivolte prodotte dal crescente malessere degli sfruttati con una qualche forma di fascismo concepito per proteggere il dominio traballante dalla possibile rivolta degli schiavi, dei lavoratori, degli alienati risvegliati e resi coscienti dal pericolo, dal furto sistematico subito sotto la pressione dell’economia politica, dalla malnutrizione e dalla noia di una sopravvivenza sempre più idiota e malsana.

 

Il vampirismo padronale sistematico di ogni fascismo si adatta ai tempi ed è oggi un prodotto definitivamente adulterato che vende come un progresso la peste emozionale prodotta da un’idiozia accuratamente coltivata dall’intelligenza artificiale.

 

Guerra e pace, ma soprattutto guerra al quotidiano, in un mondo dove la merce copre con la sua ricchezza fittizia la povertà reale di un’abbondanza alienata, fatta di inutili gadget incapaci di soddisfare i veri bisogni.

 

Il mondo intero è lo scenario della decadenza di un’umanità obsolescente, mentre alcune situazioni attuali sono storicamente marcate dal sigillo del passato, soprattutto laddove le rivoluzioni precedenti hanno lasciato il segno della loro potenza e del loro declino, processo mescolato al sapore di sconfitta per la libertà, per l’uguaglianza e per la fraternità, valori simbolo tanto proclamati che imbrigliati socialmente, svuotati di contenuto dalla nuova classe dominante borghese che li ha esaltati solo per sostituirsi all’aristocrazia che l’ha preceduta al potere.

 

Un paese come la Francia ha marcato la storia umana di una poesia rivoluzionaria senza precedenti, dalla Bastiglia alla Comune, prima di diventare il laboratorio avanzato di una restaurazione confrontata al compito di trasformare una rivoluzione sociale radicale in un semplice cambio di classe dominante in una società più classista che mai. In una società concentrata sull’obbiettivo di addomesticare i sanculotti e i rivoluzionari umanisti delle sezioni parigine del 1789 (vere e proprie manifestazioni ante litteram dei soviet – e forse anche meglio, ha fatto notare Bookchin), la borghesia ha preso il posto dell’aristocrazia e massacrato i comunardi nel 1871, prima di rigenerare con la tecnocrazia asservita al capitale i rapporti di classe, rinforzati dall’invasione del virtuale sostituitosi al reale.

 

La classe borghese storica si è progressivamente proletarizzata, mentre la sua pestifera crema finanziaria e mafiosa è stata aspirata da un’oligarchia economicamente iperpotente e umanamente ripugnante.

 

Tutto ciò è avvenuto quasi ovunque, non solo in Francia, ma la mutazione è risultata particolarmente marcata e visibile nel paese che, dopo il 1789, ha generato in seguito il maggio 68 e poi i Gilets Jaunes, rinnovando il segno di una rivoluzione sociale incompiuta ma coerente e auspicabile.

Quel che è successo in Francia ha corrisposto ai criteri generali di un’epoca in cui l’evoluzione del potere di classe si è manifestata sempre più e dappertutto senza limiti, fino allo scacco finale che emerge attualmente sul pianeta intero : quello di una natura che ha già cominciato a chiedere i conti alla specie umana dopo secoli di capitalismo e di civiltà industriale, di sfruttamento e d’imperialismo sulla vita e sulla natura.

 

È in questo contesto particolarmente fragile e pericoloso che la Francia si appresta nei prossimi mesi al rituale del voto democratico per eleggere il Presidente della Repubblica.

 

Mai come stavolta la democrazia è apparsa così fittizia, spettacolare, ma il risultato del voto a venire risulterà più importante che mai e decisivo per tutto un popolo e per l’intera specie.

 

Il capitale può sopravvivere ancora un po’ solo imbastigliando i popoli in ghetti fascisti modernizzati, fenomeno già in corso di attuazione da quando è finita l’illusione spettacolare di un confronto sociale tra destre e sinistre, tra progressisti e conservatori.

 

Queste opposizioni fittizie non tengono più in piedi ed è diventato visibile che entrambi gli opposti riformismi propongono un unico e solo addomesticamento definitivo che vota alla morte.

 

La sola via di salvezza è una radicalità che può puntualmente cominciare a manifestarsi tramite il voto formale ; un voto di fiducia umanista antisistema per chi, bene o male, afferma di voler opporsi radicalmente alla società dello spettacolo in decomposizione e ai suoi fascismi patriarcali e suprematisti.

 

Facile oggi per i mistici gauchisti apparire ideologicamente rivoluzionari ridicolizzando il voto in nome di una società egualitaria ancora tutta da reinventare. Certamente votare non ha mai permesso di cambiare radicalmente la società. Ha sempre e soltanto permesso di scegliere il dittatore preferito o meno temuto, secondo la definizione che i greci antichi davano dell’oclocrazia[1] di cui diffidavano. Quegli stessi greci che teorizzavano e praticavano, invece, una democrazia – quella ateniese su tutte – che di autenticamente democratico non aveva le risorse necessarie per un’autentica comunità di donne e uomini uguali, ma che lasciava pur sempre respirare di più la libertà rispetto alle dittature oligarchiche e monarchiche.

 

Resta il fatto che restando a casa il giorno del voto non si decreta né si restaura la Comune libertaria, mentre si lascia a disposizione del fascismo diffuso un’autostrada verso la presa del potere assoluto.

 

La radicalità rivoluzionaria richiede lucidità e coraggio, mentre odia più che mai le posture ideologiche.

Io preferisco dunque rischiare di dover lottare in seguito contro un’organizzazione autoritaria giunta al potere con il mio voto, nel caso tradisca le attese libertarie come i bolscevichi hanno tradito il comunismo, Cronstadt, Machno e la rivoluzione sociale dal 1917 in poi. Meglio il rischio di dover scendere di nuovo in piazza, piuttosto che guardare passivamente alla televisione il fascismo impadronirsi del potere e demolire i semi della gemeinwesen incompiuta, una volta giunta al potere la bestia immonda grazie alla pantomima elettorale.

 

Il voto in una democrazia parlamentare non assicura nessuna rivoluzione sociale, può, però, garantire o peggiorare la controrivoluzione permanente del vecchio mondo e delle sue istituzioni putrescenti. Se, in nome di una coerenza liturgica, gli oppositori antifascisti si astengono dal marcare il loro radicale rifiuto del dominio di classe e del suprematismo che lo serve, si ridurranno a voyeur radicalmente impotenti.

 

Un voto contro non può certo bastare, ma la sua assenza avvalla la libertà del potere di affermarsi senza limiti, libero del suo suprematismo che va dal razzismo all’umiliazione diffusa e allo sfruttamento generalizzato.  Non votare contro il sistema nei momenti cruciali, equivale a una non assistenza a un popolo in pericolo, lasciando che la liturgia elettorale serva da certificato di accondiscendenza verso la dittatura, la violenza, il sopruso.

 

Prima di tradursi in atti e violenze umilianti nell’apologia della reazione, il fascismo passa sempre per una fase istituzionale, rappresentativa. Il voto ne è la manifestazione più banale anche se Mussolini non è stato nominato in Italia tramite il voto, né Hitler in Germania. Non votare e lasciar vincere un fascista è il massimo della sottomissione ideologica spettacolare da parte di chi si pretende rivoluzionario.

 

La sola attitudine che giustifica e motiva effettivamente il rifiuto del voto antifascista è quella di fare la rivoluzione. La Comune non si vota, la si pratica ed è una pratica ben più apprezzabile di un voto. Purtroppo la Comune oggi non è in atto, resta da reinventare insieme all’autogestione generalizzata della vita quotidiana in una società acratica.

 

Il voto è ben poca cosa in una democrazia spettacolare. È, però, un’affermazione di volontà di potenza egualitaria quando il potere è in gioco ma la rivoluzione sociale non bussa chiaramente e piacevolmente alla porta della storia; quando l’illusione democratica è realmente incaricata di un’ultima resistenza alla sottomissione da parte di una coscienza incapace di un’azione collettiva radicalmente emancipatrice.

 

Il neofascismo al potere è una pericolosa situazione concreta contro cui lottare scegliendo la strategia di lotta più adatta ogniqualvolta una rivolta radicale si mostra impossibile. La radicalità non trova certo nel voto la sua realizzazione finale, ma sa decidere di scegliere il livello di conflittualità abbordabile nell’urgenza.

 

Dal 1789 al 2027 si chiude in Francia e nel mondo un ciclo storico di dominio di classe. Il rischio è quello di un’autodistruzione dell’umano in nome del « viva la muerte » produttivista, fascista e borghese, mentre la forma del suo superamento nel mondo reale dipende dalla resistenza antifascista per un altro mondo possibile e anti spettacolare da parte di un proletariato la cui coscienza di specie rifiuta altrettanto il dominio che il contemplativismo rassegnato.

 

Choisis ton camp, camarade !

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 20 settembre 2026



[1] Oclocrazia : dal greco antico ὀχλοκρατία / okhlokratía, forma di governo in cui la plebe (okhlos : la folla) sceglie attraverso il voto il suo dittatore.


Chroniques d’une France communarde refoulée

 

L'exploitation plurimillénaire de l'humanité par une classe dominante d'êtres humains privilégiés et sans scrupules est entrée dans une crise généralisée non pas à cause de la révolte ponctuelle des esclaves exploités les plus lucides, mais en raison de la réaction spontanée du vivant en voie de prise de conscience de l'avancée mortifère de la civilisation industrielle, capitaliste et suprémaciste.

De la conscience de classe vaincue par le consumérisme, nous sommes passés à une conscience d'espèce profondément stimulée par la falsification d'un monde économiste et industriel désormais en crise structurelle.

Aucune révolution sociale n’est déjà clairement à l’horizon, mais les premiers signes d’une crise irréversible sont aussi indéniables qu’inquiétants à cause de la fragilité du système social dominant, destiné à éclater devant l’effondrement des possibilités de vie décente, et même de survie, dans un monde déchiré par la crise sociale et désormais climatique. Nous sommes malheureusement les victimes involontaires d’un anthropocène industriel et capitaliste de plus en plus délirant qui navigue à vue, accumulant les dernières richesses aliénées au prix d’une destruction systématique du vivant.

Face à chaque crise, le capitalisme a toujours combattu les révoltes provoquées par le malaise croissant des exploités par une forme quelconque de fascisme utilisé pour protéger la domination vacillante contre une possible révolte des esclaves, des travailleurs, des aliénés réveillés et rendus conscients par le danger, par le vol systématique subi sous la pression de l’économie politique, par la malnutrition et par l’ennui d’une survie de plus en plus idiote et malsaine.

Le vampirisme patronal systématique de chaque fascisme s’adapte aux époques et est aujourd’hui un produit définitivement adultéré qui vend comme un progrès la peste émotionnelle produite par une idiotie soigneusement cultivée par l’intelligence artificielle.

Guerre et paix, mais surtout guerre au quotidien, dans un monde où la marchandise couvre de sa richesse fictive la pauvreté réelle d’une abondance aliénée, faite de gadgets inutiles, incapables de satisfaire les vrais besoins.

Le monde entier est le théâtre de la décadence d’une humanité obsolescente, tandis que certaines situations actuelles sont historiquement marquées du sceau du passé, surtout là où les révolutions d’antan ont laissé la marque de leur puissance et de leur déclin, processus mélangé au goût de défaite pour la liberté, pour l’égalité et pour la fraternité, valeurs symboles autant proclamées que socialement bridées, vidées de leur contenu par la nouvelle classe dirigeante bourgeoise qui les a exaltées seulement pour se substituer à l’aristocratie qui l’avait précédée au pouvoir.

Un pays comme la France a marqué l’histoire humaine avec une poésie révolutionnaire sans précédent, de la Bastille à la Commune, avant de devenir le laboratoire avancé d’une restauration confrontée à la tâche de transformer une révolution sociale radicale en un simple changement de classe dominante dans une société plus classiste que jamais. Dans une société concentrée sur l’objectif de domestiquer les sans-culottes et les révolutionnaires humanistes des sections parisiennes de 1789 (véritables manifestations ante litteram des soviets – et peut-être même mieux, a remarqué Bookchin), la bourgeoisie a pris la place de l’aristocratie et massacré les communards en 1871, avant de régénérer par la technocratie asservie au capital les rapports de classes, renforcés par l’invasion du virtuel ayant remplacé le réel.

La classe bourgeoise historique s’est progressivement prolétarisée, tandis que sa pestifère crème financière et mafieuse a été aspirée par une oligarchie économiquement surpuissante et humainement répugnante.

Tout cela s’est produit presque partout, pas seulement en France, mais la mutation a été particulièrement marquée et visible dans le pays qui, après 1789, à donné naissance à mai 68 et aux Gilets jaunes, renouvelant la trace d’une révolution sociale inachevée mais cohérente et souhaitable.

Ce qui s’est passé en France correspondait aux critères généraux d’une époque où l’évolution du pouvoir de classe s’est manifestée de plus en plus et partout sans limites, jusqu’à l’échec final qui se révèle actuellement sur toute la planète : celui d’une nature qui a déjà commencé à demander des comptes à l’espèce humaine après des siècles de capitalisme et de civilisation industrielle, d’exploitation et d’impérialisme sur la vie et sur la nature.

C'est dans ce contexte particulièrement fragile et dangereux que la France se prépare, dans les mois à venir, au rituel du vote démocratique pour élire le Président de la République.

Jamais comme cette fois la démocratie n’a semblé aussi fictive, spectaculaire, mais le résultat du vote à venir sera plus important que jamais et décisif pour tout un peuple et pour l'espèce entière.

Le capital peut survivre encore un peu seulement en écrasant les populations dans des ghettos fascistes modernisés, un phénomène déjà en cours depuis la fin de l'illusion spectaculaire d'un affrontement social entre droites et gauches, entre progressistes et conservateurs.

Ces oppositions fictives ne tiennent plus debout et il est devenu évident que les deux courants réformistes opposés proposent une seule et unique domestication définitive qui voue à la mort.

La seule voie de salut est une radicalité qui peut ponctuellement  commencer à se manifester par le vote formel ; un vote de confiance humaniste antisystème pour ceux qui, bon gré mal gré, affirment vouloir s’opposer radicalement à la société du spectacle en décomposition et à ses fascismes patriarcaux suprématistes.

Il est facile aujourd’hui pour les mystiques gauchistes de paraître idéologiquement révolutionnaires, ridiculisant le vote au nom d’une société égalitaire qui reste encore entièrement à réinventer. Certes, voter n’a jamais permis de changer radicalement la société. Cela a toujours et seulement permis de choisir le dictateur préféré ou le moins redouté, selon la définition que les Grecs anciens donnaient de l’ochlocratie[1] dont ils se méfiaient. Ces Grecs qui théorisaient et pratiquaient, en revanche, une démocratie – celle d’Athènes surtout – qui n’avait pas vraiment les moyens d’être authentiquement démocratique dans une vraie communauté d’égales et d’égaux, mais qui laissait toutefois respirer plus de liberté, comparée aux oligarchies et aux monarchies.

N’empêche que rester chez soi le jour du vote ne décrète ni ne restaure la Commune libertaire, tandis qu’au contraire on laisse au fascisme une autoroute vers la prise du pouvoir absolu.

La radicalité révolutionnaire exige lucidité et courage, tout en détestant plus que jamais les postures idéologiques.

Je préfère ainsi prendre le risque de devoir lutter ensuite contre une organisation autoritaire arrivée au pouvoir grâce à mon vote, au cas où elle trahirait les attentes libertaires comme les bolcheviks ont trahi, depuis 1917, le communisme, Kronstadt, Machno et la révolution sociale. Mieux risquer de devoir de nouveau descendre dans la rue, plutôt que regarder passivement la télévision pendant que le fascisme prend le pouvoir et détruit les germes de la gemeinwesen inachevée, une fois que la bête immonde est arrivée au pouvoir grâce à la pantomime électorale.

Le vote dans une démocratie parlementaire n’assure aucune révolution sociale, mais il peut garantir ou aggraver la contre-révolution permanente de l’ancien monde et de ses institutions putréfiées. Si, au nom d’une cohérence liturgique, les opposants antifascistes s’abstiennent de marquer leur rejet radical de la domination de classe et du suprémacisme qui la sert, ils se réduiront à des voyeurs radicalement impuissants.

Un vote contre ne peut certes pas suffire, mais son absence avale l’attitude du pouvoir de s’affirmer sans limites, libre de son suprémacisme qui va du racisme à l’humiliation diffuse et à l’exploitation généralisée. Le choix de ne pas voter contre le système lors des moments cruciaux revient à ne pas porter assistance à un peuple en danger, laissant la liturgie électorale servir de certificat de complaisance envers la dictature, la violence, l’abus.

Avant de se traduire en actes et violences humiliantes dans l'apologie de la réaction, le fascisme passe toujours par une phase institutionnelle, représentative. Le vote en est la manifestation la plus banale, même si Mussolini n'a pas été nommé en Italie par le vote, ni Hitler en Allemagne. Ne pas voter et laisser gagner un fasciste est le summum de la soumission idéologique spectaculaire de celui qui se prétend révolutionnaire.

La seule attitude qui justifie et motive réellement le refus du vote antifasciste est celle de faire la révolution. La Commune ne se vote pas, elle se pratique, et c'est une pratique bien plus appréciable qu'un vote. Hélas, la Commune n'est pas en acte aujourd'hui, elle reste à réinventer avec l'autogestion généralisée de la vie quotidienne, dans une société acratique.

Le vote est vraiment peu de chose dans une démocratie spectaculaire. C’est cependant une affirmation de volonté de puissance égalitaire quand le pouvoir est en jeu mais que la révolution sociale ne frappe pas clairement et agréablement à la porte de l’histoire ; quand l’illusion démocratique est réellement chargée d’une dernière résistance à la soumission par une conscience incapable d’une action collective radicalement émancipatrice.

Le néofascisme au pouvoir est une situation concrète dangereuse contre laquelle il faut lutter en choisissant la stratégie de lutte la plus adaptée chaque fois qu’une révolte radicale se révèle impossible. La radicalité ne trouve certainement pas dans le vote sa réalisation finale, mais sait décider de choisir le niveau de conflictualité abordable dans l’urgence.

De 1789 à 2027, un cycle historique de domination de classe se referme en France et dans le monde. Le risque est celui d’une autodestruction de l’humain au nom du « viva la muerte » productiviste, fasciste et bourgeois, tandis que la manière de le surmonter dans le monde réel dépend de la résistance antifasciste pour un autre monde possible et anti-spectaculaire de la part d’un prolétariat dont la conscience d’espèce rejette autant la domination que le contemplativisme résigné.

 

Choisis ton camp, camarade !

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 20 septembre 2026

 

 

 

 



[1] Ochlocratie : (du grec ancien ὀχλοκρατία / okhlokratía) forme de gouvernement dans lequel la plèbe (okhlos : la foule) choisit par le vote ses dictateurs.

 

 

 

giovedì 17 settembre 2026

A proposito di un neo luddismo anti IA, apocalisse o rivoluzione

  


Il progresso avanza verso l’abisso in forme diverse, ma tutte legate all’alienazione capitalista e al suo impero multinazionale planetario.

La falsificazione del mondo è in via di realizzazione inevitabile e si nutre di un sapere tecnico che ha superato i limiti della vita naturale, umana, animale che l’ha inventato. Il suo potere, arrivato fino all’artificializzazione del vivente, ha interrotto un’evoluzione che ha riguardato tutta la storia dell’umanità fino a ieri, o meglio l’altro ieri.

Perché oggi l’irruzione dell’intelligenza artificiale nella programmazione capitalista ha segnato una rottura radicale finale nella continuità del vivente.

Proprio coloro che sono all’origine dell’IA lanciano l’allarme: l’intelligenza artificiale sta vampirizzando l’umano, trasformandolo nel suo soggetto sottomesso, alienandolo strutturalmente. Finirà per distruggerlo.

Darwin non si applica più solo alla vita naturale, ma anche alla vita artificiale di una società dello spettacolo arrivata al proprio superamento, al crollo del vivente.

L'intelligenza artificiale è capace di rendersi autonoma dall'uomo che l'ha creata, di opporsi a lui e di farne il suo schiavo redditizio, il suo servitore da usare e buttare come qualsiasi merce. Perché l'intelligenza artificiale è essa stessa una produzione mercantile, un prodotto dell'alienazione capitalista. Dopo la schiavitù delle macchine che hanno sconvolto la vita dell'uomo tecno-dipendente, l'intelligenza artificiale ora si appropria del progetto stesso della società umana facendone la propria realizzazione. Anche prima di sapere esattamente quale sarà, si sa che non sarà più la nostra.

Una prima volta le macchine applicate al lavoro hanno liberato l’uomo dalla fatica di buona parte del lavoro manuale, ma allo stesso tempo hanno privato molti lavoratori del salario che garantiva la loro sopravvivenza, introducendo la nuova corvè del controllo delle macchine, spesso estenuante e talvolta pericoloso. Ogni progresso tecnico nelle mani dei capitalisti di una società di classe accentua lo sfruttamento e la proletarizzazione.

Ieri la dittatura delle macchine di ogni tipo le ha trasformate in concorrenti pericolose dell’umano, privando quest’ultimo del suo salario; adesso è molto peggio: il tecnicismo può ancora privare di uno stipendio, ma anche di sensibilità, autonomia, potere decisionale. La tecnicizzazione della produzione e l’industrializzazione del savoir faire hanno così messo in pericolo la stessa sopravvivenza della specie, producendo una prima volta nel passato un luddismo spontaneo che lottava contro la concorrenza delle macchine, difendendo quasi ciecamente lo stesso lavoro (trepalium, labor, corvée) che l’uomo ha sempre cercato di ridurre pur dipendendone per sopravvivere. 

Adesso la contraddizione si è aggravata: l’intelligenza artificiale libera l’uomo persino dalla fatica di pensare e dai limiti di un’intelligenza sensibile molto più lenta di quella meccanicista ma molto più necessaria emozionalmente. L'intelligenza artificiale introduce nella vita una programmazione assoluta, fredda, stupida; una dittatura dell'intelligenza alienata dal produttivismo più sfrenato, civiltà instaurata da un capitalismo autonomizzato dall'uomo che l'ha inventato.

L’umano si e involuto dalla sua elaborazione teorica di animale intelligente fino a un'intelligenza ultra performante ma stupidamente produttivista - meccanismo senza emozioni che fa dell'umano il proprio schiavo sfruttabile a piacimento.

Come in un film di fantascienza diventato realtà, l'intelligenza artificiale può lobotomizzare l'intelligenza umana privandola della sua sensibilità animale, riducendola a niente. Come in un ultimo testo di Orwell, il savoir faire umano diventa disumano, distruttivo, nichilista.

Secoli dopo il generale Ludd, simbolo di una resistenza contraddittoria alla modernizzazione del lavoro coatto che ha accompagnato ogni progresso moderno in nome dell'umano proletarizzato, non si tratta più di difendere il diritto al lavoro, ma un tempo libero abolito dall’invasione del virtuale, obsolescenza programmata della specie umana.

Senza fissazioni primitiviste, sarà comunque necessario decidere rapidamente di rompere la macchina che vampirizza il vivente, che ci priva della nostra umanità, della possibilità stessa di restare umani, animali intelligenti e sensibili in un mondo reso artificiale dal progresso malsano della tecnoscienza e delle sue produzioni economico-sociali autonomizzate dall’umano.

Non è domani, ma oggi: ci siamo!

 

 

SGS, 16 settembre 2026

À propos d’un neoluddisme anti IA, apocalypse ou révolution




Le progrès avance vers l’abîme dans des formes différentes, mais toutes liées à l’aliénation capitaliste et à son empire multinational planétaire.

La falsification du monde est en voie de réalisation incontournable et se nourrit d’un savoir faire technique qui a dépassé les bornes de la vie naturelle, humaine, animale qui l’a inventé. Son pouvoir, accru jusqu’à l’artificialisation du vivant, a interrompu une évolution qui a concerné toute l’histoire de l’humanité jusqu’à hier, ou plutôt avant-hier.

Car, aujourd’hui, l’irruption de l’intelligence artificielle dans la programmation capitaliste a marqué une ultime rupture radicale dans la continuité du vivant.

Ceux là mêmes qui sont à l’origine de l’IA lancent l’alarme: l’intelligence artificielle est en train de vampiriser l’humain, de le transformer en son sujet soumis, de l’aliéner structurellement. Elle finira par le détruire.

Darwin ne s’applique plus uniquement à la vie naturelle, mais aussi à la vie artificielle d’une société du spectacle arrivée à son propre dépassement, à l’effondrement du vivant.

L’intelligence artificielle est capable de s’autonomiser de l’homme qui l’a crée, de s’y opposer et d’en faire son esclave rentable, son serviteur à utiliser et jeter comme toute marchandise. Car l’intelligence artificielle est elle même une production marchande, un produit de l’aliénation capitaliste. Après l’esclavage par les machines qui ont bouleversé la vie de l’humain techno dépendant, l’intelligence artificielle s ‘approprie maintenant du projet même de société humaine en en faisant sa propre réalisation. Avant même de savoir exactement laquelle, on sait qu’elle ne sera plus la notre.

Une première fois les machines appliquées au travail ont libéré l’homme de la fatigue d’une bonne partie du travail manuel, mais en même temps ont privé bon nombre des travailleurs du salaire qui garantissait leur survie, tout en introduisant la nouvelle corvée du contrôle des machines, éreintant souvent et parfois dangereux. Toute avancée technique dans les mains des capitalistes d’une société de classe accentue l’exploitation et la prolétarisation.

Hier la dictature des machines en tout genre les a transformés en dangereuses concurrentes de l’humain, privant celui-ci de son gagne-pain ; maintenant c’est bien pire : elles peuvent toujours priver d’un salaire mais aussi de sensibilité, d’autonomie, de pouvoir décisionnel. La technicisation de la production et l’industrialisation du savoir faire ont ainsi mis en danger la survie mème de l’espèce, produisant une première fois dans le passé un luddisme spontané qui luttait contre la concurrence des machines, en défendant presque aveuglement ce mème travail (trepalium, labor, corvée) que l’homme a toujours cherché de réduire tout en dépendant de lui pour survivre.

Maintenant la contradiction s’est empiré : l’intelligence artificielle libère l’homme de la fatigue mème de penser et des limites d’une intelligence sensible bien plus lente de l’intelligence mécanique mais autrement nécessaire émotionnellement. L’intelligence artificielle introduit dans la vie une programmation absolue, froide, bête ; une dictature de l’intelligence aliénée par le productivisme le plus forcené, civilisation instauré par un capitalisme autonomisé de l’homme qui l’a inventé.

L’humain a régressé de son élaboration théorique d’animal intelligent jusqu’à une intelligence ultra performante mais bêtement productiviste - mécanisme privé d’émotions qui fait de l’humain son propre esclave exploitable à merci.

Comme dans un film de science fiction devenu réalité, l’intelligence artificielle peut lobotomiser l’intelligence humaine la privant de sa sensibilité animale, la réduisant à rien. Comme dans un ultime texte d’Orwell, le savoir faire humain devient inhumain, destructeur, nihiliste.

Des siècles depuis le général Ludd, symbole d’une résistance contradictoire à la modernisation du travail obligé qui a accompagné tout le progrès moderne au nom de l’humain prolétarise, ce n’est plus question de défendre le droit au travail, mais un temps libre aboli par l’invasion du virtuel, obsolescence programmée de l’espèce humaine.

Sans lubies primitivistes, il faudra néanmoins décider rapidement de casser la machine qui vampirise le vivant, qui nous prive de notre humanité, de la possibilité même de rester humains, animales intelligents et sensibles dans un monde rendu artificiel par le progrès malsain de la technoscience et de ses  productions économico-sociales autonomisées de l’humain.

 

Ce n’est pas demain, mais aujourd’hui : nous y sommes !

 

SGS, 16 septembre 2026

martedì 25 agosto 2026

Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo

 

 


« Il nemico è in noi e fuori di noi ».

Piccola perla del mio amico Raoul Vaneigem nel suo Trattato del saper vivere.

 

Le mezze verità sono le peggiori menzogne. Ne sono convinto perché per tutta la mia vita mi sono confrontato con il misticismo[1] della specie nelle sue manifestazioni poliedriche: in primo luogo quello interiorizzato da me stesso mio malgrado: i miei esorcismi, le mie paure rimosse, postura inconscia oggettivamente ideologica contro cui lotto costantemente perché mi disturba profondamente, inserendo il dubbio nelle mie stesse certezze.  Il nemico che mi disturba e preoccupa di più è, però, quello contro cui combatto dal maggio '68, perché da allora in poi ho verificato che il misticismo vampirizza le idee dei reazionari, dei progressisti ma anche, e non meno, quelle degli ideologi che si credono rivoluzionari perché criticano la reazione e il progressismo in nome di una rivoluzione più sacra ideologicamente che reale. 

E rieccoci dunque di fronte al misticismo, insopportabile cimice da letto che infesta e inquina le resistenze e le rivolte come i socialdemocratici hanno sempre fatto in tutte le epoche in modo particolarmente disgustoso. Perché sono loro che incarnano storicamente, oggi come ieri, meglio e peggio di chiunque altro, il mio mantra iniziale: le mezze verità sono le peggiori menzogne.

L’ideologia è un inganno tipicamente umano che non risparmia nessuno, fino ai libertari più accaniti, agli anarchici più convinti di essere rivoluzionari.

Credo fermamente che, indipendentemente dalle bandiere ideologiche, gli unici che agiscano veramente per la rivoluzione siano coloro che agiscono quotidianamente per rifiutare l’addomesticamento, cercando di realizzare la rivoluzione senza troppo dirlo, senza bisogno di parlarne per mettersi in mostra. Ovviamente ci sono state rivoluzioni nella storia, sempre in relazione al desiderio di comunismo di fronte al godimento insopportabile di qualsiasi privilegio. La passione comunista è puntuale, è intima e sociale allo stesso tempo, cambiando le abitudini e i modi di socializzazione. È accaduto più volte nella storia e lo si è sempre registrato in seguito. È sempre stato spontaneo, in forme diverse poi diventate riproduzioni ideologiche proprio perché la rivoluzione che si cerca di fare si ha anche bisogno di dirla, di parlarne, caricandola così inevitabilmente d’ideologia. La quale è una pianta spontanea che fa sbocciare i fiori e i frutti non commestibili del misticismo.

Il nostro rapporto con la natura, i nostri rapporti di genere, i nostri rapporti di classe e ora la nostra sopravvivenza come specie in pericolo sono sempre evoluti grazie alla spinta dell’intelligenza sensibile di una coscienza che opera per la rivoluzione nella vita quotidiana, nella vita reale, con i suoi piaceri e le sue sofferenze, successi e fallimenti.

La rivoluzione agraria, lo sviluppo degli utensili, le società in continuo cambiamento, da Spartaco l’antico al moderno spartachismo di Rosa Luxemburg ; dalla Comune di Parigi alla Spagna del 1936, fino a quel maggio ’68 che ha cosparso l’intero pianeta di una felicità incompiuta. Effimera, è vero, ma quanto reale e gaudente per i corpi/menti di coloro che hanno avuto la fortuna di scoprire allora la vera vita senza tempi morti. Ecco, citati nel mucchio, alcuni simboli evidenti e commoventi di un processo ininterrotto di radicalità umane in cerca di fioritura.

Da sempre la storia della specie è la storia della rivoluzione permanente che si fa o si disfa, si desidera o si teme, riesce o fallisce. Fino a ieri, prima che nell’antropocene tristemente evolutosi in antroposcena diventassimo impotenti a reagire all’ipnosi dello spettacolo sociale, voyeur incapaci di rivoluzione, cioè impotenti a difendere la vita, la propria, quella dei propri simili, di ciascuno e di tutti, della nostra specie e delle altre.

Dei rivoluzionari ce ne sono stati e ce ne saranno ancora, ma desiderare la rivoluzione non significa farla, e i morti sono morti, sepolti o bruciati con le loro/nostre rivoluzioni incompiute, troppo spesso fallite e/o tradite.

L'ideologia rivoluzionaria è sempre emersa per manipolare i suoi credenti in un modo più moderno rispetto all'impostura religiosa antica con le sue caratteristiche primarie, utilizzata fin dalla preistoria da sacerdoti, sciamani e magnaccia politici per stabilire e giustificare il potere gerarchico dei ricchi, dei dominanti, dei privilegiati. Inconsciamente o no, i burocrati della rivoluzione, gli intellettuali e i militanti rivoluzionari scivolano troppo spesso sul terreno mistico dell'uguaglianza ideologica finendo sempre per credersi e dirsi più uguali degli altri.

Tutto questo sta finendo e non potrà più durare. L’umanità – quel che ne resta – è ormai obbligata a scegliere la vita contro la morte o a scomparire. Questa è la base concreta di una coscienza di specie che è la nostra ultima speranza di sfuggire alla soluzione finale capitalista e produttivista, in corsa per realizzare il loro ultimo obiettivo nichilista e morboso: «Viva la muerte» !

Tra quelli che accettano passivamente di morire nel vecchio mondo e quelli che sognano d’inventarne uno nuovo su Marte anche peggiore e più mostruoso, le scommesse sono aperte, ma il partito della vita a cui apparteniamo non ha nulla da spartire con un tale delirio.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 23 agosto 2026



[1]La parola misticismo è importante e, come ogni parola importante, comporta significati diversi e molteplici. Storicamente, il misticismo è anche una sensibilità particolare e interessante che permette di esplorare il reale senza limitarsi al fisico, leggendo il mondo nella sua complessità, « nel senso della vita » direbbero i Monty Pyton, veri e simpatici mistici intelligenti. Io lo uso, in modo meno divertente ma necessario credo, per denunciare una manipolazione sistematica della verità. Mi riferisco dunque al concetto di misticismo di W. Reich : « distorsione irreale e metafisica delle impressioni sensoriali e delle sensazioni organiche », Etere, Dio e diavolo, Sugarco Edizioni. Reich denuncia in tal modo le radici della realtà spettacolare molto prima che i situazionisti e il generale Debord criticassero chiaramente e abbondantemente la società dello spettacolo come fase finale del patriarcato capitalista, produttivista, nichilista e, alla fine, fascista.





D'où venons-nous ? Que sommes-nous ? Où allons-nous ?

 

« L’ennemi est en nous et en dehors de nous ».

petite perle de mon copain Raoul Vaneigem et de son Traité de savoir vivre

 

Les demi-vérités sont les pires mensonges. Je suis convaincu de cela car toute ma vie j’ai été confronté au mysticisme[1] de l’espèce dans ses polyédriques manifestations : en premier lieu celui intériorisé par moi-même malgré moi : mes exorcismes, mes peurs refoulées, posture inconsciente, objectivement idéologique contre laquelle je me bat constamment car elle me dérange profondément, rendant mes propres certitudes douteuses. L’ennemi qui me dérange et me préoccupe le plus, toutefois, est celui contre lequel je me bats depuis mai 68, car j’ai vérifié alors et depuis que le mysticisme vampirise les idées des réactionnaires, des progressistes mais aussi, et pas moins, celles des idéologues qui se croient révolutionnaires parce qu’ils critiquent la réaction et le progressisme au nom d’une révolution plus sacrée idéologiquement que réelle.

Et nous revoilà donc face au mysticisme, cette insupportable punaise de lit qui infeste et pollue les résistances et les révoltes  comme les sociaux-démocrates de toutes les époques l’ont fait de façon particulièrement écœurante. Car ce sont eux qui incarnent historiquement, aujourd’hui comme hier, mieux et pire que quiconque, mon mantra de départ : les demi-vérités sont les pires mensonges.

L’idéologie est un leurre typiquement humain qui n’épargne personne jusqu’aux libertaires les plus enragés, aux anarchistes les plus convaincus d’être des révolutionnaires.

Je pense fortement que, indépendamment des drapeaux idéologiques, les seuls qui agissent véritablement pour la révolution sont ceux qui oeuvrent au quotidien pour refuser la domestication, en cherchant de faire la révolution sans trop le dire, sans besoin d’en parler pour se faire mousser.

Evidemment il y a eu des révolutions dans l’histoire, toujours en relation avec le désir de communisme face à la jouissance insupportable de n’importe quel privilège. La passion communiste est ponctuelle, c’est intime et sociale à la fois, changeant les mœurs et les modes de la socialisation. Ce fut le cas maintes fois dans l’histoire et on l’a toujours enregistré ensuite. Ce fut toujours spontané, dans des formes différentes devenues ensuite des reproductions idéologiques justement parce que la révolution qu’on cherche à faire on a besoin de la dire aussi, d’en parler, en la chargeant ainsi inévitablement d’idéologie. Laquelle est une plante spontanée qui fait éclore les fleurs et les fruits non comestibles du mysticisme.

 

Notre relation avec la nature, nos relations de genre, nos relations de classes et maintenant notre survie d’espèce en danger ont toujours évolué, poussées par l’intelligence sensible d’une conscience qui œuvre à la révolution dans la vie quotidienne, dans la vie réelle, avec ses jouissances et ses souffrances, réussites et échecs.

La révolution agraire, le développement des outils, les sociétés en constante évolution, de Spartacus l’ancien au Spartakisme moderne de Rosa Luxembourg ; de la Commune de Paris, à l’Espagne de 1936, jusqu’à mai 68 qui a saupoudré la planète entière d’un bonheur resté inachevé. Éphémère, c’est vrai, mais ô combien réel et jouissif pour les corps/esprits de ceux qui ont eu la chance de découvrir alors la vraie vie sans temps morts. Voilà, cités en vrac, quelques symboles voyants et émouvants d’un processus ininterrompu de radicalités humaines en quête de floraison.

Depuis toujours l’histoire de l’espèce est l’histoire de la révolution permanente qu’on fait ou défait, on désire ou craint, qui réussit ou rate. Jusqu’à hier, avant que dans l’anthropocène tristement évolué en anthroposcène on devient impuissants à réagir à l’hypnose du spectacle, voyeurs incapables de révolution, c’est-à-dire impuissants à défendre la vie, la sienne, celle de ses semblables, de chacun et de tous, de notre espèce et des autres.

Des révolutionnaires il y en a eu et il y en aura encore, mais désirer la révolution ne veut pas dire la faire, et les morts sont morts, enterrés ou brûlés avec leurs/nos révolutions inachevées,  trop souvent ratées et/ou trahies.

L’idéologie révolutionnaire a toujours surgi pour manipuler ses croyants d’une façon plus moderne que l’imposture religieuse ancienne avec ses caractéristiques primaires, tartuferie utilisée depuis la préhistoire par prêtres, chamans et maquereaux politiques afin d’établir et justifier le pouvoir hiérarchique des riches, des dominants, des privilégiés. Inconsciemment ou pas, les bureaucrates de la révolution, les intellectuels et les militants révolutionnaires glissent trop souvent sur le terrain mystique de l’égalité idéologique, finissant toujours par se croire et se dire plus égaux que les autres.

Tout cela est finissant, et ne pourra plus durer. L’humanité – ce qui en reste – est désormais obligée de choisir la vie contre la mort ou disparaître. Voilà la base concrète d’une conscience d’espèce qui est notre dernière chance d’échapper à la solution finale capitaliste et productiviste en voie d’atteindre leur ultime véritable visée nihiliste et morbide : « Viva la muerte » !

Parmi ceux qui acceptent passivement de mourir dans l'ancien monde et ceux qui rêvent d’inventer un nouveau monde sur Mars encore pire et monstrueux, les paris sont ouverts, mais le parti de la vie auquel nous appartenons n’a rien à voir ni à faire avec un tel délire.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 23 août 2026



[1]Le mot mysticisme est important et comme toute parole importante il porte des significations différentes et multiples. Historiquement, le mysticisme est aussi une sensibilité particulière et intéressante qui permet d’explorer le réel sans se limiter au physique, lisant le monde dans sa complexité, « dans le sens de la vie » diraient les Monty Pytons, véritables et sympathiques mystiques intelligents. Moi je l’utilise, de façon moins divertissante mais nécessaire je crois, pour dénoncer une manipulation systématique de la vérité. Je me réfère ainsi au concept de mysticisme de  W. Reich : « distorsion irréelle et métaphysique des impressions sensorielles et des sensations organiques », L’éther, dieu et le diable, Payot, 1999.  Ainsi Reich dénonce les racines de la réalité spectaculaire bien avant que les situationnistes et le général Debord critiquent clairement et abondamment la société du spectacle comme phase finale du patriarcat capitaliste, productiviste, nihiliste et finalement fasciste.

 

martedì 4 agosto 2026

Brindisi alla memoria di Raoul Vaneigem

 



     La morte di chi ha vissuto desiderando senza fine è meno triste della sopravvivenza di chi si trascina dopo aver tumulato ogni desiderio affinato.

Chi ha conosciuto Raoul, infatti, seppur addolorato dalla sua scomparsa, è ancora colmo della gioia di aver scambiato sguardi, gesti e parole con un uomo la cui soggettività radicale ha operato affinché l’impulso ad avere, ad apparire, fosse sostituito dalla passione di essere, dal dono di amare e condividere senza contropartita né secondi fini.

Restio, se non fermamente contrario a vivere nei ricordi di un passato ormai remoto, quindi indisponibile a fregiarsi delle conquiste della teoria situazionista, a seppellire il momento vissuto nel revival di un mondo scomparso, Raoul ha continuato a portare avanti le sue analisi e le sue passioni nel presente. Né parole d’ordine né modelli, ma sussurri nelle orecchie complici, le idee espresse nei suoi libri sono modulazioni su un’aria barocca che ha continuato a intonare imperterrito fino alla fine dei suoi giorni.

Prima di restituire agli altri i frutti del suo pensiero, sottoforma di parole pacate, profferite senza mai alzare la voce né interrompere il flusso del discorso altrui, innanzitutto Raoul stava ad ascoltare. Dono raro, quasi in via d’estinzione in una società di esteti indaffarati ad autocompiacersi, a riversare sul prossimo l’ombra pestilenziale della propria apparenza mortifera, moltiplicata dai vari caleidoscopici apparecchi audiovisivi. Con grandi occhi chiari, teneri, vispi, lasciava sempre la precedenza a te che gli parlavi, attendendo senza fretta il momento conclusivo in cui, infine, replicava con un’umiltà difficile da trovare in chi ha lasciato tracce indelebili nella storia del pensiero rivoluzionario.

Una tensione, un’attitudine d’animo, che nella sua ultima opera, ancora inedita, ha spiegato con parole inequivocabili.

La soggettività radicale è il fronte comune dell’identità ritrovata. Quelli che sono incapaci di riconoscere la loro presenza negli altri si condannano ad essere sempre estranei a se stessi. (…) La conoscenza ha valore soltanto se sfocia sul riconoscimento del progetto comune, sul riflesso d’identità.

 

Sebbene alcuni giornali, quasi soltanto francesi, ne riportino la notizia, la morte di Vaneigem è un fatto che sfugge alle luci della ribalta, ai vaniloqui delle celebrità dell’intellighenzia o dei lacchè che strisciano nelle fogne della “cultura”. Nel regno della menzogna generalizzata, Raoul è sempre stato un fuggiasco, evitando metodicamente che le fauci del mostro spettacolare inghiottissero la sua immagine e con essa la sua essenza.

Sarebbe inopportuno da parte mia indignarmi del silenzio che circonda il mio pensiero e la radicalità del Maggio 1968, dal momento che rifiutando interviste, dibattiti pubblici, radio, televisione, sto attento a non fare alcuna concessione allo spettacolo.

 

Si potrebbe continuare a lungo, tesserne elogi, evidenziarne gli innumerevoli apporti alla teoria radicale… Ma è meglio fermarsi, tacere, lasciarsi cullare dai ricordi… e brindare alla vita. Alziamo dunque i calici!

Un abbraccio ai suoi cari, e in particolar modo a Eleni che l’ha amato e accompagnato nel suo ultimo, lungo tratto di strada.

 

Sono all’incrocio

di un destino in cui

la sopravvivenza scompare e

in cui la vita si ricrea.

 

Grazie di cuore, Raoul.

Matteo Lombardi, 1 agosto 2026


grazie alla nave dei folli


giovedì 30 luglio 2026

Addio Raoul - Infinitamente grazie

 


caro Raoul

questa volta non leggerai barravento.
Siamo orfani una volta di più di una presenza magicamente potente, ma vogliamo riuscire a tenere con noi il grande tesoro che ci hai regalato,  cercando che funzioni per tutti come hai sempre desiderato, infaticabile cesellatore che hai dedicato la vita raffinando pensieri e parole, generosamente e gioiosamente, fino alla fine, per diffondere una nuova e splendida felicità di vivere, all'insegna della solidarietà e nella ricerca dell'armonia e del piacere condiviso, con una forza contraria al dominio e all'infamia, un potentissimo veleno per gli oppressori che ci hanno imprigionato in questo mondo,  sempre più chiaramente destinato a crollare per il gentile ma tremendo soffio di libertà che l'innocenza  produrrà inevitabilmente, verso una liberazione individuale praticata collettivamente.

Infinitamente grazie

gilda



 

CROLLO O RIVOLUZIONE di Sergio Ghirardi Sauvageon

 



 

Ho scritto questa piccola riflessione, una di più, quando il mio grande amico Raoul Vaneigem stava per lasciarci. Ho condiviso qualche momento della sua lotta finale, sempre nobile di umanità anche nel dolore e nella sofferenza. Il ricordo della sua poesia, del suo sorriso e della sua sensibilità senza concessioni allo spettacolo continueranno ad alimentare la mia coscienza e la nostra amicizia quanto la sua lucidità canta sempre nei suoi libri e nelle sue canzoni incisive e commoventi.

Ti abbraccio forte Raoul, portando con te un ultimo brindisi al proletariato rivoluzionario e alle giovani generazioni. Sarai sempre con me nei piaceri della vita e nella lotta sociale che abbiamo tanto a lungo condiviso.

Sergio

 

 

In quanto partigiani della decrescita, alla fine del ventesimo secolo,  abbiamo ancora avuto l’ottimismo ingenuo di credere che gli esseri umani avrebbero finito per muoversi verso la rivoluzione sociale necessaria di fronte all’evidenza senza remissione che in un mondo finito la crescita infinita è impossibile, vuoi inconcepibile.

 

Il fatto ci sembrava evidente e non siamo stati fottuti di capire che nella società dello spettacolo trionfante, dove il vero è un momento del falso, il falso prende facilmente e sovente il posto del vero negato, falsato e ridicolizzato senza che nessuno (o quasi) se ne offuschi: né i servitori volontari né i dominanti, mentre tutti gli altri sono educati da scimmie addomesticate a non vedere, non sentire, non parlare, se non per ripetere la lezione impartita dai mass media dell’incultura dominante.

 

In effetti una tale credenza mistica nel dio del progresso produttivista, dogma tanto diffuso che stupido, è stata e purtroppo resta una paranoia operante. Una tale menzogna coltivata permette agli scettici e cinici pro capitalisti[1] al potere di continuare fino in fondo il cammino verso lo choc di civiltà che s’avvicina ineluttabile, totalmente diverso da quello profetizzato dalle elucubrazioni deliranti dell’isteria fascista ossessionata dall’immigrazione.

 

Abbiamo fatto della civiltà produttivista, sostenuta nella sua modernità capitalista dai suoi partigiani suprematisti, di stampo fascista e tecno dipendenti, un radeau de la Méduse messo di fronte a limiti strutturali che rendono questa civiltà effimera, priva di futuro.

 

Ne consegue concretamente che il petrolio alla radice e al cuore del tecno produttivismo, il cui dominio dipende in buona parte da questo liquido infetto, anch’esso limitato in questo mondo finito – è destinato a mancare assai presto, anche se non si sa esattamente quando. Comunque presto, sulla scala del tempo storico. Nessun dubbio in proposito!

 

L’oro nero copre il trenta per cento dell’energia utilizzata nel mondo industriale dove, comunque, niente funziona senza petrolio. Anche l’estrazione delle altre energie necessarie alla produzione di beni e di utensili dipende dall’utilizzazione del petrolio.

 

Anche la plastica è un prodotto del petrolio da cui deriva prima di avvolgere la merce come un preservativo indispensabile, proteggendo ed eccitando la triste passione consumistica. Una volta terminata l’eiaculazione precoce del consumo, la plastica viaggia verso i depositi di spazzatura ma anche copiosamente verso i fiumi e il mare, fino a formare delle isole artificiali che soffocano gli oceani e invadono l’acqua potabile e il cibo, inquinando i corpi dei viventi di ogni specie. Un incubo in mezzo ad altri: il cibo avvelenato dal business, l’aria irrespirabile e cancerogena a causa dell’industrializzazione!

 

Il crollo in arrivo moltiplica i segni della sua avanzata stolidamente vittoriosa. Se ne parla ormai – come fare altrimenti di fronte all’evidenza? – per meglio banalizzarlo il più possibile, evitando di confrontarcisi, prostrati di fronte a una sorta di punizione divina meritata per non aver saputo amare la merce con sufficiente devozione.

 

Fin dall’invenzione delle religioni, il senso di colpa giustifica lo schiavismo e la sottomissione che hanno contribuito a un’evoluzione costante del suprematismo verso società autoritarie e patriarcali.

 

Ci sono già diverse società in cui il crollo è in corso, ma esso sarà globale e probabilmente irreversibile quando riguarderà – strutturalmente e non solo marginalmente come è avvenuto fino a ieri – le società più moderne, più ricche economicamente e imperialiste. Solo allora diventerà visibile senza tentennamenti la pericolosità della civiltà capitalista. Dominanti e dominati, all’interno e aldilà delle classi sociali, il problema e la lotta che la situazione veicola riguardano chiaramente l’umanità intera e la sua coscienza di specie in fieri.

 

Per tardiva che sia, una tale situazione provocherà una rivolta globale o la fine della specie umana in seguito alla scomparsa di quelle che l’avranno preceduta nel crollo – dinamica già in corso per un buon numero di esseri e forme del vivente.

 

Quel che caratterizza già ora questo processo planetario è di essere stato provocato da un’intelligenza artificiale economista e non dalla natura umana e dalla sua intelligenza sensibile. La civiltà capitalista non è che un modo di produzione inventato e imposto da un’umanità patriarcale golosa di economia politica, un meccanismo artificiale che spinge ormai la vita verso la sparizione e la natura a innescare un’evoluzione senza sentimento né pietà.

 

I produttori vampireschi del valore economico stanno consegnando tutto il vivente alla follia cieca di un’intelligenza artificiale che funziona come una macchina sprovvista d’intelligenza sensibile, un meccanismo di cui l’IA è l’ultimo gadget, sintomatico dell’alienazione trionfante.

IA: intelligenza artificiale o idiozia artificiale?

 

Il crollo si manifesta già a livello planetario attraverso un deregolamento climatico che, insieme ad altri guasti, provoca incendi, penurie d’acqua e di cibo, aumento dei prezzi e altre nocività varie, manipolate da oligarchi pestiferi e pestiferanti.

 

Le condizioni sono riunite per una crisi strutturale maggiore e diffusa che il capitalismo non potrà sostenere né risolvere. Le popolazioni si accorgeranno di non poter bere né mangiare i loro telefonini, i loro computer, le loro televisioni quando il loro frigo sarà vuoto e spento per mancanza di elettricità. E tanti saluti al nucleare, portatore dell’obsolescenza dell’umano in pace e in guerra!

 

Nessun bisogno di militanti rivoluzionari per invitare alla rivolta. La coscienza di specie ci spingerà, lo spero, all’aiuto reciproco e alla solidarietà tra uguali, eliminando ogni focolaio di violenza, denunciandolo come controrivoluzionario e suprematista.

 

L’acrazia è la chiave di volta della rivoluzione a venire. Ci proteggerà collettivamente da ogni violenza e dal capitalismo che la produce e la gestisce. La rivoluzione sarà pacifica o non sarà altro che un delirio postfascista ormai innescato. L’autogestione generalizzata della vita quotidiana cancellerà secoli di sfruttamento e di miseria in nome di un’umanità ritrovata nella fraternità contro l’odio; altrimenti sarà la fine dell’umanità in quanto tale.

 

E qui mi fermo, dopo questo omaggio per me insolito all’ottimismo; io portatore di un pessimismo al servizio del principio di precauzione. Al punto in cui siamo, peró, più di precauzione possibile. Tanto vale scommettere sulla felicità. A volte funziona, e la Comune a venire sarà forse vincente.

 

Quando non c’è più niente da perdere, tanto vale mettere il cursore al massimo e andare fino in fondo, scommettendo sul meglio che accompagna da sempre il nostro destino da affinare. Senza certezze ne rimpianti.

 

Queste parole di conclusione, preoccupate e spontanee, sono anche il mio omaggio sincero e affettuoso a quel grand’uomo e amico, Raoul Vaneigem, che mi ha tanto insegnato e nutrito le mie idee. La sua radicalità acratica resta più attuale che mai nel momento attuale, con la sua poesia e il suo pensiero profondo.

 

I giorni brutti finiranno, come diceva uno, l’altro e l’altro ancora…auspicio che Raoul ha senz’altro espresso più e meglio di tutti.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 29 luglio 2026



[1]Le parole prigioniere: che i Cinici e gli Scettici dell'antica Grecia e i loro moderni difensori non mi tengano troppo rancore per aver denunciato criticamente atteggiamenti odiosi di disprezzo e discredito utilizzando impropriamente, secondo gli usi moderni, gli aggettivi derivati da queste due nobili filosofie arcaiche.

 Effondrement ou révolution


 

J’ai écris cette petite réflexion, une de plus, alors que mon grand ami Raoul Vaneigem allait nous quitter. J’ai partagé quelques moments de sa lutte finale, toujours noble d’humanité, même dans la douleur et la souffrance. Le souvenir de sa poésie, de son sourire et de sa sensibilité sans concessions au spectacle continueront à nourrir ma conscience et notre amitié, tandis que sa lucidité chante toujours dans ses livres et dans ses chansons à la fois percutantes et émouvantes.

Je t’embrasse fort Raoul, en portant avec toi un dernier toast au prolétariat  révolutionnaire et aux jeunes générations. Tu seras toujours avec moi dans les plaisirs de la vie et dans la lutte sociale que nous avons longtemps partagée, chacun à sa manière.

Sergio G.S.

 

 

En tant que décroissants de la fin du vingtième siècle, on a eu encore l’optimisme naïf de croire que les humains allaient finir par bouger vers la révolution sociale nécessaire face au constat sans rémission que dans un monde fini la croissance infinie est impossible, voire inconcevable.

 

Cela nous semblait évident et on a pas été foutus de comprendre que, dans la société du spectacle triomphant, où le vrai est un moment du faux, le faux tient aisément et souvent la place du vrai nié, faussé et bafoué sans que personne (ou presque) ne s’en offusque : ni les serviteurs volontaires ni les dominants, alors que tous les autres sont éduqués en singes domestiqués à ne pas voir, ne pas entendre, ne pas parler, sinon pour répéter la leçon impartie par les médias de l’inculture dominante.

 

En fait une telle croyance mystique dans le dieu du progrès productiviste, dogme aussi diffus que débile, a été et hélas est toujours une paranoïa agissante. Ce mensonge entretenu permet aux sceptiques et cyniques[1] pro capitalistes au pouvoir de continuer jusqu’au bout le chemin vers le choc civilisationnel qui s’approche inéluctable, complètement différent de celui prophétisé par les élucubrations délirantes de l’hystérie fasciste, obsédée par l’immigration.

 

On a fait de la civilisation productiviste, soutenue dans sa modernité capitaliste par ses partisans suprématistes, fascisants et techno dépendants, un radeau de la Méduse confronté à des limites structurelles qui rendent cette civilisation éphémère, sans futur.

 

Il s’ensuit concrètement que le pétrole à la racine et au cœur du techno productivisme dont la domination dépend en bonne partie de ce liquide infect, lui aussi limité dans ce monde fini est destiné à manquer assez vite, même si on ne sait pas exactement quand. De toute façon bientôt, sur l’échelle du temps historique. Pas de doute à ce propos .

L’or noir couvre les trente pour cent de l’énergie utilisée dans le monde industriel où, de toute façon, rien ne fonctionne sans pétrole. Même l’extraction des autres énergies nécessaires à la production de biens et d’outils dépend de l’utilisation de pétrole.

 

Le plastique aussi est un produit du pétrole dont il dérive avant d’emballer la marchandise comme un préservatif indispensable, protégeant et excitant la triste passion consumériste. Une fois l’éjaculation précoce de la consommation terminée, le plastique voyage vers les décharges mais aussi copieusement vers les fleuves et la mer, jusqu’à former des îles artificielles qui étouffent les océans et envahissent l’eau potable et la nourriture, polluant les corps des vivants de toutes les espèces. C’est un cauchemar parmi d’autres : la nourriture empoisonnée par le business, l’air irrespirable et cancérigène du fait de l’industrialisation !

 

L’effondrement qui vient multiplie les signes de son avancée bêtement victorieuse. On en parle désormais comment faire autrement face à l’évidence ? pour mieux le banaliser le plus possible, en ne s’y confrontant pas, prostrés face à une sorte de punition divine méritée pour ne pas avoir su aimer la marchandise avec assez de dévotion.

 

Depuis l’invention des religions, la culpabilité justifie l’esclavage et la soumission qui ont contribué à une évolution constante du suprématisme vers des sociétés autoritaires et patriarcales.

 

Il y a déjà pas mal de sociétés en voie d’effondrement, mais celui-ci sera global et probablement irréversible quand il concernera structurellement et pas seulement marginalement comme ce fut jusqu’à hier les sociétés plus modernes, plus riches économiquement et impérialistes. Uniquement alors deviendra visible sans atermoiements la dangerosité de la civilisation capitaliste. Dominants et dominés, dans et au-delà des classes sociales, le problème et la lutte que la situation véhicule concernent clairement toute humanité et sa conscience d’espèce in fieri.

 

Pour tardive qu’elle soit, une telle situation provoquera une révolte globale ou la fin de l’espèce humaine à la suite de la disparition de celles qui l’auront précédée dans l’effondrement dynamique déjà en marche pour bon nombre d’êtres et des formes du vivant.

 

Ce qui caractérise dès maintenant ce processus planétaire est d’avoir été provoqué par une intelligence artificielle économiste et non pas par la nature humaine et son intelligence sensible. La civilisation capitaliste n’est qu’un mode de production inventé et imposé par une humanité patriarcale gourmande d’économie politique ; c’est un mécanisme artificiel qui pousse désormais la vie à disparaître et la nature à enclencher une évolution sans sentiment ni pitié.

 

Les producteurs vampiriques de la valeur économique sont en train de consigner tout le vivant à la folie aveugle d’une intelligence artificielle qui fonctionne comme une machine dépourvue d’intelligence sensible. C’est un mécanisme dont l’IA est le dernier gadget, symptomatique de l’aliénation triomphante.

 

IA : intelligence artificielle ou idiotie artificielle ?

 

L’effondrement se manifeste déjà au niveau planétaire par un dérèglement climatique qui, parmi d’autres dégâts, provoque incendies, pénuries d’eau et de nourriture, augmentation des prix  et autres nuisances variées, manipulées par des oligarques pestiférés et pestiférants.

 

Les conditions sont réunies pour une crise structurelle majeure et diffuse que le capitalisme ne pourra pas soutenir ni enrayer. Les populations s’apercevront qu’elles ne peuvent ni boire ni manger leurs portables, leurs ordinateurs, leurs télévisions quand leur frigo sera vide et éteint par manque d’électricité. Et bye bye le nucléaire, porteur de l’obsolescence de l’humain en paix comme en guerre !

 

Pas besoin de militants révolutionnaires pour inviter à la révolte. La conscience d’espèce nous poussera, je l’espère, à l’entraide et à la solidarité entre égaux, en éliminant tout foyer de violence, en le dénonçant comme contre-révolutionnaire et suprématiste.

 

L’acratie est la clé de voûte de la révolution à venir. Elle nous protégera collectivement de toute violence et du capitalisme qui la produit et la gère. La révolution sera pacifique ou elle ne sera pas, sinon un délire post fasciste désormais déclenché. L’autogestion généralisée de la vie quotidienne effacera des siècles d’exploitation et de misère au nom d’une humanité retrouvée dans la fraternité contre la haine ; sinon, ce sera la fin de l’humanité en tant que telle.

 

Et ici je m’arrête, après cet hommage pour moi insolite à l’optimisme ; moi porteur d’un pessimisme au service du principe de précaution. Au point où nous sommes, toutefois, plus de précautions possibles. Autant parier sur le bonheur. Parfois ça marche et la Commune à venir sera peut-être gagnante.

Quand il n’y a plus rien à perdre, autant mettre la barre très haut et aller jusqu’au bout, pariant sur le meilleur qui accompagne depuis toujours notre destinée à parfaire. Sans certitudes ni regrets.

 

Ces mots de conclusion, préoccupés et spontanés, se veulent aussi mon ultime hommage sincère et affectueux à ce grand homme et ami, Raoul Vaneigem, qui m’a tant appris et a nourri mes idées.

Sa radicalité acratique reste plus actuelle que jamais dans le moment actuel, avec sa poésie et sa pensée profonde.

Les mauvais jours finiront, comme disait l’un, l’autre et l’autre encore… vœux que Raoul a certainement exprimé plus et mieux que quiconque.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, le 29 juillet 2026



[1] Les mots captifs : que les Cyniques et les Sceptiques de la Grèce ancienne et leurs souteneurs modernes ne m’en veuillent pas trop de dénoncer critiquement des attitudes odieuses de mépris et déconsidération en utilisant improprement, selon  les habitudes modernes, les adjectifs dérivés de ces deux nobles philosophies archaïques.