giovedì 2 aprile 2026

Fascisti, kapò, servitori volontari e rincoglioniti programmati dalla pubblicità dello spettacolo

 



 

Dopo il maggio '68, l’evidenza crescente della nostra sconfitta ha avuto un impatto tragico. Inizialmente frutto avvelenato di una lotta armata spettacolare, questo fallimento sanguinoso, in senso stretto e in senso figurato, si è poi tradotto in una paralizzante impotenza politica, durante la cupa decomposizione in spettacolo dell'utopia sognata, abbandonata e talvolta tradita.

Di manifestazione in manifestazione, il gauchismo ha portato questo fallimento nella via crucis senza fine della rivoluzione invocata e fallita più che mai a ogni manifestazione militante, dove la rivoluzione è portata a spasso come si porta a spasso un cane perché faccia i suoi bisogni.

Il devastante rinnovamento tecnologico di un dominio sempre più intimo e capillare ha aggravato la tragedia dell'impotenza politica, alterando radicalmente le dinamiche di una rivoluzione fallita, più sognata che vissuta nel quotidiano sociale che abbiamo attraversato, sinceramente ma soprattutto ineluttabilmente. Purtroppo anche noi siamo stati inquinati da ideologie rivoluzionarie, putrida eredità di un secolo che ha distrutto tutto ciò che incontrava sul suo cammino, soprattutto le rivoluzioni.

Siamo sinceri: gonfiati ideologicamente e narcisisticamente da barricate effimere ma vissute con passione, non siamo riusciti a immaginare, né tanto meno a comprendere immediatamente, la portata dei danni causati dalla sconfitta della nostra rivoluzione sociale incompiuta, persa e falsificata nell'infinito carnevale delle ideologie rivoluzionarie.

Diciamocelo, o meglio, ripetiamocelo più che mai: la teoria rivoluzionaria è nemica di ogni ideologia rivoluzionaria, e sa di esserlo.

 

Convinti che la rivoluzione sociale fosse alle porte della storia, chi avrebbe mai potuto immaginare l’intimo crollo della coscienza di classe, poco più di mezzo secolo dopo la sua ultima brillante e ingannevole apparizione nella storia? Come prevedere ed evitare il peggio quando la coscienza di specie, erede potenziale della coscienza di classe sconfitta dal consumismo, era ed è tuttora fragilissima, poco visibile e per nulla al riparo dal recupero preventivo operato dai più corrotti tra i kapò socialisti e i piccolo-borghesi ecologisti, confusi e riformisti nel peggior senso del termine? Dove cercare, e soprattutto trovare, nuovi resistenti contro il post-fascismo, che danza il macabro ballo dell'artificializzazione del mondo?

Eccoci qui, dopo aver sognato a lungo un mondo nuovo, impantanati nell'incubo di un capitalismo tecno-delirante che, nella sua euforica e sconsiderata avanzata, sta distruggendo la vita e i viventi. La sua perversa ingenuità, la sua sottintesa soluzione finale – ultima perversità trionfante – celano a malapena il fatto che il capitalismo ottuso può permettersi tutto di fronte all'idiozia dei popoli, alimentata e in crescita grazie al mondo virtuale, ai cellulari, ai computer e all'incessante propaganda dell'invadente dominio tecno fascista. Il capitalismo finale può ormai persino presentarsi come pseudo antifascismo post-fascista (l'osceno spettacolo dei neonazisti di ogni genere che sostengono i genocidi israeliani, denunciando incessantemente come antisemita chiunque osi criticare il genocidio in corso a Gaza). Il capitalismo in fase terminale non si preoccupa nemmeno più di nascondere il suo evidente obiettivo di cancellare tragicamente la nostra vera coscienza umana, sempre più indebolita e inquinata dall'intelligenza artificiale e dall'idiozia tecnocratica.

Tutti lo sanno nel profondo, ma molti si sforzano di ignorarlo. I più angosciati reagiscono come struzzi, nascondendo la testa sotto la sabbia di fronte ai "consigli" della nuova Gestapo spettacolare che gestisce l'intelligenza artificiale e l'idiozia coltivata che essa produce come presagio di un’ultima soluzione finale.

Chiunque osi opporsi a questa truffa attira una muta di propagandisti di ogni genere, kapò socialisti, giornalisti mercenari e assassini neonazisti pronti a uccidere.

Di fronte a una simile piaga, bisogna prendere una decisione immediata, senza pregiudicare il futuro o i dubbi che eventualmente il pensiero critico potrebbe sollevare.

Abbiamo già visto in passato che ogni volta che un'ideologia crolla, qualcuno può cercare di impossessarsi dell’oro prezioso della teoria. Un esempio mi ha intimamente colpito: la vera scissione nell'Internazionale è stata un testo falsificatore per nascondere lo scacco dell'Internazionale Situazionista dopo il maggio '68, nel cuore della coscienza rivoluzionaria maturata attorno a quella rivolta radicale in cui l'Internazionale Situazionista fu fondamentale. Vaneigem fu allora il capro espiatorio del fallimento dell'ideologia situazionista. Ne è uscito indenne, perché la storia, per fortuna, è ostinata, e l'intelligenza sensibile riesce sempre a emergere dall'oscurità della falsificazione[1].

 

Oggi, lontano dalla radicalità proposta e alimentata dai situazionisti prima della loro scomparsa, vedo una parvenza di somiglianza – niente di più, ma non è insignificante – nel modo in cui l'establishment francese attacca incessantemente i membri de La France Insoumise (LFI), etichettandoli come antisemiti e altre invettive ancora più false che risibili e imbevibili. La storia si ripete, rendendo ridicolo e disgustoso lo zelo falsificante dei kapò e dei mercenari di ogni genere.

Sia chiaro: nessun paragone tra l'Internazionale Situazionista (IS) e La France Insoumise (LFI). Resto situazionista nel cuore e nello spirito; non sono né un ammiratore né un simpatizzante di alcun trotzkismo o post-mitterrandismo.

Si può però riconoscere il diritto di ognuno all'evoluzione e si deve giudicare in base ai fatti, senza processi alle intenzioni.

Ho ascoltato con attenzione il discorso teorico della LFI, che si presenta non come un partito ma come un movimento. Non sono seguace di alcun dio né di un maestro. Ho criticato la mancanza di chiarezza degli "Insoumis" durante il movimento dei Gilet Jaunes, a cui ho partecipato. Oggi, il contesto della falsificazione è notevolmente peggiorato, mentre il movimento LFI si è decisamente evoluto. Da tempo condivido la critica radicale al patriarcato, ho riflettuto con Bookchin sul municipalismo che si sta radicando tra i Curdi da circa un decennio e sono consapevole dell'urgenza dei temi del cambiamento climatico e dell'inquinamento, da tempo questioni centrali e ineludibili. LFI e Melenchon difendono chiaramente queste stesse posizioni. E non è cosa da poco in questo mondo marcescente.

Come ignorare tutto questo in nome di un pregiudizio ideologico? Di fronte a qualsiasi tradimento, così frequente nella storia delle rivoluzioni comuniste, starò sempre al fianco di Kronštadt, Machno e Durruti. Sperando, questa volta, che l'antifascismo, necessario contro il fascismo come lo è un ombrello di fronte al temporale, non ci costringa, per coerenza, a denunciare ancora una volta l'antifascismo fascista dei fascisti rossi o neri che uccisero Durruti e Berneri in Spagna, i fratelli Rosselli in Normandia, Fillak e Buranello (amici genovesi degli studi e degli ideali antifascisti di mio padre, fortunatamente scampato a quell'imboscata, altrimenti non sarei qui), fucilati in Valle d'Aosta poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. E quanti altri.

 

Sia chiaro: oggi non è in gioco una semplice elezione. È in gioco il destino dell'umanità in tutto il mondo, in un mondo in cui il capitalismo sta sviluppando una nuova forma di fascismo caratteriale per imporre le sue ultime volontà totalitarie.

Non lo vogliamo. È semplice e chiaro, quanto difficile e necessario. Perché la peste emozionale fascista è internazionale, da Trump a Meloni, dall'Argentina alla Russia e altrove!

Scegliete da che parte stare, compagni, sorelle, fratelli, esseri umani di questa specie e di questa utopia concreta, ovunque voi siate.



[1] Vedi in proposito il mio recente scritto : Terra incognita – Notes pour l’exploration d’un nouveau monde, Amanuensis, Paris 2025.


Fascistes, kapos, serviteurs volontaires et pauvres cons programmés par la publicité du spectacle



Après mai 68, l’évidence croissante de notre défaite a sévi tragiquement. Après avoir été, dans un premier temps, le fruit empoisonné d’une lutte armée spectaculaire, cet échec sanglant, au propre et au figuré, s’est traduit ensuite en une impuissance politique tétanisante, pendant la sombre décomposition en spectacle de l’utopie rêvée, abandonnée et parfois trahie.

De manifestation en manifestation, le gauchisme a porté cet échec dans la via crucis sans fin de la révolution invoquée et ratée plus que jamais à chaque manif militante, où l’on emmène à pisser la révolution comme on porte à pisser son chien.

Le renouvellement technologique dévastateur d’une domination de plus en plus intime et capillaire s’est ajouté à la tragédie de l’impuissance politique, changeant radicalement la donne d’une révolution ratée, rêvée plus que pratiquée dans le quotidien social qu’on a traversé sincèrement mais surtout inéluctablement. Hélas, on était nous aussi pollués par des idéologies révolutionnaires, héritage pourri d’un siècle qui a tout détruit sur son passage, et surtout les révolutions.

Soyons sincères : idéologiquement et narcissiquement gonflés à bloc par des barricades éphémères mais passionnément vécues, on n’a pas su imaginer et encore moins comprendre tout de suite l’ampleur des dégâts de la défaite de notre révolution sociale inachevée, paumée et falsifiée dans le carnaval sans fin des idéologies révolutionnaires.

Qu’on se le dise, ou plutôt qu’on le répété plus que jamais : la théorie révolutionnaire est ennemie de toute idéologie révolutionnaire et elle sait qu’elle l’est.

Convaincus que la révolution sociale était à la porte de l’histoire, qui aurait pu imaginer l’effondrement intime de la conscience de classe, un peu plus d’un demi-siècle après sa dernière éclatante et trompeuse apparition dans l’histoire ? Comment prévoir et éviter le pire alors que la conscience d’espèce, censée prendre le relais révolutionnaire de la conscience de classe vaincue par le consumérisme, était et reste encore très fragile, peu visible et pas du tout à l’abri de la récupération préventive des plus pourris parmi les kapos socialistes et la petite bourgeoisie écologiste, confusionniste et réformiste, dans le pire sens du terme.

Où chercher et surtout où trouver des nouveaux résistants face au postfascisme qui danse le bal macabre de l’artificialisation du monde ?

Nous voilà, après avoir rêve longuement d’un monde nouveau, embourbés dans le cauchemar d’un capitalisme techno délirant en train de détruire, dans son avancée euphorique et débile, la vie et les vivants. Sa naïveté perverse, sa dénégation de la solution finale qui est la perversion à sa racine ultime depuis son retour narcissique triomphant, cachent mal que le capitalisme borné peut tout se permettre face à l’idiotie des peuples, entretenue et montante grâce au virtuel, aux téléphones portables, aux ordinateurs et à la propagande sans limites de la domination techno fasciste envahissante. Le capitalisme final peut désormais se proposer comme pseudo antifascisme post fasciste (le spectacle obscène des néonazis de tout poil qui soutiennent les génocidaires israéliens, dénonçant avec acharnement comme antisémites ceux qui osent critiquer le génocide en cours à Gaza). Le capitalisme en phase terminale ne cache même plus son but évident d’effacer tragiquement notre véritable conscience humaine, de plus en plus affaiblie et polluée par l’intelligence artificielle et l’idiotie technocratique.

Tout le monde sait cela intimement, mais un bon nombre s’efforce de ne pas le voir. Les plus angoissés réagissent comme des autruches avec la tête enfouie dans le sable face aux « conseils » de la nouvelle Gestapo spectaculaire qui géré l’intelligence artificielle et l’idiotie entretenue qu’elle produit comme les prodromes d’une ultime solution finale.

Qui ose s’opposer à l’arnaque attire contre soi la meute des propagandistes de tout bord, des kapos socialistes, des journalistes mercenaires et des assassins néonazis prêts à tuer.

Face à un tel fléau, il faut faire un choix dans l’immédiat sans préjuger du futur et éventuellement des doutes que l’intelligence critique peut trouver raison de nourrir.

On a déjà été confrontés avec ça dans le passé : à chaque fois qu’une idéologie s’effondre certains cherchent de s’approprier de l’or précieux de la théorie.

Un exemple m’a touché intimement: La véritable scission dans l’Internationale fut un texte falsificateur pour dissimuler l’impasse de l’Internationale Situationniste après mai 68, au cœur de la conscience révolutionnaire mûrie autour de cette révolte radicale dont l’IS fut l’aleph. Vaneigem fut alors le bouc émissaire de l’échec de l’idéologie situ. Il se n’est sorti finalement intacte, car l’histoire, heureusement, est têtue et l’intelligence sensible finit toujours par émerger du sombre de la falsification[1].

Aujourd’hui, loin de la qualité radicale proposée et nourrie par les situationnistes avant leur disparition, je vois un semblant de similitude - pas plus, mais ce n’est pas rien - dans la manière dont la domination s’acharne en France contre les membres de LFI en les traitant d’antisémites et autres invectives bien plus fausses que dérisoires et imbuvables. L’histoire se répète, rendant ridicule et dégueulasse l’acharnement falsificateur des kapos et des mercenaires de tout bord.

Entendons-nous bien : aucun comparaison entre l’IS et LFI. Je reste situationniste de cœur et d’esprit, je ne suis ni amateur ni sympathisant d’aucun trotskisme ou post mitterrandisme.

On peut, néanmoins, reconnaître à chacun le droit d’évoluer et on doit juger sur pièce, sans procès d’intention.

J’ai écouté attentivement le discours théorique de LFI qui ne se veut pas un parti mais un mouvement. Je ne suis suiveur ni d’un dieu ni d’un maître. J’ai critiqué les insoumis pour leur manque de clarté à l’époque des Gilets jaunes dont j’ai fait partie. Aujourd’hui le contexte de la falsification a drôlement empiré, alors que LFI a décidément évolué. Je suis d’accord depuis belle lurette avec la critique radicale du patriarcat, j’ai réfléchi avec Bookchin sur le municipalisme mis en branle chez les Kurdes depuis une bonne décennie, et suis sensible à l’urgence de la question du réchauffement climatique et de la pollution comme thèmes centrales incontournables depuis un moment. LFI et Melenchon défendent clairement ces mêmes positions. Ce n’est pas rien dans ce monde pourrissant.

Comment ignorer tout ça au nom d’un quelconque préjuge idéologique ? Face à toute trahison, ô combien fréquente dans l’historique des révolutions communistes, je serai toujours du côté de Kronstadt, de Machno et de Durruti. En espérant, cette fois, que l’antifascisme, nécessaire face au fascisme comme le parapluie face à l’orage, n’oblige pas notre cohérence à dénoncer de nouveau l’antifascisme fascisant des fascistes rouges ou noirs qui ont tué Durruti et Berneri en Espagne, les frères Rosselli en Normandie, Fillak et Buranello (copains génois d’études et d’idées antifascistes de mon père, heureusement échappé à ce guet-apens, sinon je ne serais pas là), fusillés en Val d’Aoste peu avant la fin de la deuxième guerre mondiale. Et combien d’autres.

Soyons clairs : ce n’est pas une simple élection qui aujourd’hui est en jeu. C’est le destin de l’humanité partout dans un monde où le capitalisme développe une forme nouvelle de fascisme caractériel pour imposer ses dernières volontés totalitaires.

Nous on n’en veut pas. C’est simple et clair autant que difficile et nécessaire. Car la peste émotionnelle fasciste est internationale, de Trump à Meloni, de l’Argentine à la Russie et ailleurs !

Choisis ton camp camarade, sœur, frère, humains d’espèce et d’utopie concrète, où que vous soyez.

Sergio Ghirardi Sauvageon, 1er avril 2026



[1]Voir à ce propos  mon dernier écrit : Terra incognita – Notes pour l’exploration d’un nouveau monde, Amanuensis éditions, Paris 2025..



giovedì 19 marzo 2026

Antifascismo sempre di Sergio Ghirardi Sauvageon

 


Qualche mia banalità

di base nella falsificazione del mondo in corso

Sto appena uscendo, spero, da un incubo medico in cui il mio corpo ha sofferto molto.

La cosa ha decisamente contribuito a questo mio scritto, per questo ho voluto ricordarlo, cosciente che questo aspetto riguarda solo me, la mia vecchiaia e quel che l’aspetta ineluttabilmente.

Ciò avviene però in un mondo putrescente dove un potere sociale spettacolare fa marcire l’umano a un ritmo incredibile, moltiplicando il disumano come la gramigna.

Dalla Francia che amo selettivamente per la sua storia rivoluzionaria e il suo umanesimo restante, all’Italia che mi ha partorito transalpino, vedo lo spettacolo dominante cancellare la storia. Sia quella dei popoli che quella degli individui.

Ecco perché adesso rimugino qui la storia vissuta, raccontata dal vivo dai protagonisti prima che la mercificazione e la fascistizzazione del mondo si apprestassero a cancellare per sempre i vissuti e le soggettività.

Che cos’è oggi la Francia del telefono portatile, del computer e della televisione in mano ai fascisti? Un campo di concentramento capitalista con i fascisti per guardiani e i socialisti embedded per Kapos.

E l’Italia ? Lo stesso, all’italiana : « Franza o Spagna purché se magna ».

Eppure, la rivolta sociale insita nella lotta di classe ha innaffiato le nostre radici dai due lati delle Alpi, innanzitutto con l’antifascismo concreto, quando il fascismo arcaico imperversava, dapprima all’italiana poi alla francese.

Quel commediante macabro di Mussolini ha recitato una commedia dell’arte che i suoi guitti psicopatici hanno trasformato in tragedia popolare; quel controrivoluzionario odioso di Petain e i suoi accoliti reazionari hanno fatto del fascismo francese una mostruosità degna del nazismo tedesco.

Io non c’ero ancora, sono arrivato dopo con il MAGGIO 1968 che ha segnato il mondo di umanità, non solo la Francia e l’Italia.

Prima di ciò c’era mia nonna, mio padre, la mia famiglia antifascista che mi ha marcato ben più di antifascismo che del piccolo fascismo da servitori volontari che all’epoca ha inquinato un gran numero di famiglie.

Mia nonna paterna era ed è rimasta una cattolica prima, durante e dopo il fascismo. Durante la guerra però, gestiva a La Presa, paesino alla periferia di Genova, un piccolo panificio dove teneva di nascosto un telefono in contatto con i partigiani della Val Bisagno.

L’antifascismo nasce sempre dove imperversa il fascismo: oggi come ieri.

Alla fine della guerra la mia nonnina dell’azione cattolica, con la biografia di don Bosco come unico libro nella sua casa genovese in cui sono nato, ha sventolato fiera la bandiera rossa per festeggiare la gioia per la fine del fascismo - lo raccontava quasi scandalizzata mia madre, molto più lenta nel liberarsi della sindrome di Stoccolma del ventennio fascista. Io ne ero fiero.

Quando sono nato io, le cose erano chiare: mai più fascismo se non per gli psicopatici dell’ignoranza coltivata tra potere economico, chiesa e la famiglia cristiana più becera. Non tutta la famiglia, come ho già detto: la lotta di classe ha marcato la storia.

La resistenza ha istituito un’alleanza tra comunisti e cattolici perché l’antifascismo è una necessità storica sovra ideologica ogni volta che la peste emozionale inquina la questione sociale in un mondo complessivamente capitalista, sia liberale sia di Stato.

Oggi lo spettacolo è riuscito a mescolare tutto per dare senso a niente. In Italia Meloni, in Francia la pupée barbie Bardella, optional del partito lepenista, del suo fondatore deceduto e di sua figlia accusata dal Parlamento Europeo di appropriazione indebita di fondi.

Il mondo è in crisi, il capitalismo è in preda a una sua crisi ciclica cui risponde con il cinismo abituale del sopruso senza limiti e della guerra.

Ma c’è un ma e soprattutto un più nei ricorsi storici: l’intelligenza è sempre stata insufficiente ma mai artificiale. La sua manipolazione tecno scientifica è l’ultimo stadio della de possessione dell’umano.

Nel quotidiano ciò rende la vita invivibile, dipendente da schermi, telefoni e gesti robotizzati che rendono idioti.

In politica la falsificazione del mondo accelera in modo particolare: l’ignoranza non è più una mancanza di conoscenza ma un surplus di dati e notizie false prodotte dal Big Brother cibernetizzato.

Scegli il tuo campo compagno!

Facile dirlo, molto meno farlo quando l’indecenza della politica rende diffidenti anche i più ben disposti.

Scegliere chi? Per fare che cosa? In Italia come al solito il miracolo cristiano semplifica le scelte. I più coglioni, i più stronzi e i più credenti sanno sempre tutto.

Risultato: il potere a una democrazia cristiana rinnovata superficialmente dalla Meloni con il surplus di qualche nostalgia fascista più in voga che mai nel contesto internazionale di crisi. All’opposizione dei sinistri di sinistra che hanno sempre ingoiato tutto senza mai fiatare, sempre in cerca del potere ma senza più sapere dove cercarlo. Pronti a continuare il gioco osceno di una democrazia formale che è la negazione reale di ogni potere condiviso dal popolo.

Un segnale francese rompe la monotonia del dominio reazionario del mondo.

Si chiama LFI, La France Insoumise, e ha ormai tutti contro: Melenchon, M le maudit. Questo militante ormai al crepuscolo come me è un soggetto del vecchio mondo politico, un tempo trozkista e mitterrandiano, ma la sua evoluzione lascia pensare che abbia saputo radicalizzare umanamente la sua coscienza. Per questo è tanto odiato da tutti i reazionari e dai mercenari della politica.

Detto da me, libertario e situazionista, può sembrare strano questo quasi elogio di un antico burocrate oggi sostenitore di una chiara radicalità; per cui ve lo spiego non per convincere ma per far riflettere sullo scacco matto di tutte le ideologie rivoluzionarie dell’ultimo secolo.

In questo momento storico qualunque antifascismo sincero va difeso di fronte all’avanzata incessante di un postfascismo più internazionale che mai. Su questo punto LFI è il solo a essere chiaro, senza ambiguità.

Certo la storia insegna che non bisogna escludere che chi oggi é chiaramente antifascista potrebbe diventare un nemico da combattere, un autoritario di più coltivato all’ombra di un antiautoritarismo falso, rinnegato, tradito.

OK non dimentichiamo niente: La Comune, Cronstadt, Machno, Rosa Luxembourg, l’anarchia spagnola disfatta. Troppe rivoluzioni sono state tradite e si sono trasformate in alibi per il terrore e il fascismo rosso.

Oggi, però, l’antifascismo è ancora non solo necessario ma urgente. Ci chiede di non fare processi alle intenzioni.

Guardate Trump, il suo muso da membro del Ku Klux Klan.

Guardatevi attorno dappertutto, dove la struttura caratteriale fascista impera e fa guasti irreparabili: in Iran, in Turchia, a Gaza, in Ucraina e altrove, in mille modi diversi ma tutti tributari del totalitarismo e del cinismo assoluto.

Io vedo nel movimento organizzato LFI un tentativo lodevole di rompere con il passato di un movimento comunista inquinato dal potere; un movimento coerente a cui si deve far credito senza perdere il diritto di rivolta al primo segno di tradimento, alla prima concessione al vecchio mondo da cui vogliamo uscire. Ho sempre denunciato quel rettile bolscevico di Trotskij, ma penso si debbano giudicare gli atti piuttosto che le idee. Si tratta di apprezzare al giusto valore i comportamenti sinceramente non sessisti, il municipalismo, la lotta sulla questione climatica e per la democrazia diretta.

Con tutta l’attenzione necessaria, non abbiamo altra scelta che una radicalità attiva, autocritica, attenti al minimo passo falso.

Se ci sono altre migliori ipotesi concrete capaci di manifestarsi si facciano avanti. Il meglio è sempre preferibile al bene ma ciò che è assolutamente inaccettabile è sospendere la lotta. Equivale ad arrendersi. Siamo al redde rationem.

Decidiamo per il meglio come meglio si crede. Antifascisti sempre, senza dimenticare l’interessante provocazione dialettica di Bordiga degli anni 30: « l’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo! ». Riflettendo oggi nessuna certezza su questa tesi, perché nello stesso tempo l’antifascismo è necessario, come abbiamo visto. Tuttavia, è bene ricordarsi di questa provocazione bordighista come di un utile ammonimento; l’antifascismo deve concentrarsi sull’essenziale dell’autocritica: no a qualunque suprematismo, nessun dominio indiscutibile da parte di nessuno. Antifascismo sempre, ma prima di tutto ACRAZIA.

Sergio Ghirardi Sauvageon













L'antifascisme toujours


Quelques-unes de mes banalités de base face à la falsification du monde en voie de réalisation

 

Je sors à peine, je l'espère, d'un cauchemar médical dans lequel mon corps a terriblement souffert.

Cela a sans aucun doute influencé mon écriture, raison pour laquelle je tenais à l'évoquer, conscient que cet aspect ne concerne que moi, ma vieillesse et ce qui l'attend inévitablement.

Cependant, tout cela se déroule dans un monde putride où un pouvoir social spectaculaire corrompt l'humain à une vitesse incroyable, multipliant l'inhumain comme le chiendent.

De la France, que j'aime sélectivement pour son histoire révolutionnaire et son humanisme résiduel, à l'Italie qui m'a vu naître transalpin, je vois le spectacle dominant effacer l'histoire. Celle des peuples comme celle des individus.

C'est pourquoi je médite ici sur l'histoire telle qu'elle a été vécue, racontée de vive voix par les protagonistes, avant que la marchandisation et la fascistisation du monde ne s’apprêtent à effacer à jamais les vécus individuels et les subjectivités.

Que devient la France aujourd'hui, avec ses téléphones portables, ses ordinateurs et ses télévisions aux mains des fascistes ? Un camp de concentration capitaliste avec des fascistes pour gardiens et des socialistes embedded pour kapos.

Et l'Italie ? Pareil, à l'italienne : « France ou Espagne, pourvu qu'on mange. »

Pourtant, la révolte sociale inhérente à la lutte des classes a enraciné nos consciences des deux côtés des Alpes par un antifascisme concret, d'abord à l'italienne, lorsque le fascisme archaïque faisait rage, puis à la française.

Ce macabre comédien nommé Mussolini a mis en scène une commedia dell'arte que ses bouffons psychopathes ont transformée en tragédie populaire ; l’odieux contre-révolutionnaire Pétain et ses acolytes réactionnaires ont fait du fascisme français une monstruosité digne du nazisme allemand.

Je n'étais pas encore là ; je suis arrivé plus tard, avec Mai 68, qui a marqué le monde d'humanité, et pas seulement la France et l'Italie. Auparavant, il y a eu ma grand-mère, mon père, ma famille antifasciste, qui m'ont inculqué un antifascisme bien plus profond que le fascisme mesquin et servile qui gangrenait beaucoup trop de familles à l'époque.

Ma grand-mère paternelle était et est restée catholique avant, pendant et après le fascisme. Pendant la guerre, elle tenait une petite boulangerie à La Presa, un petit village près de Gênes, où elle communiquait secrètement par téléphone avec les partisans de la vallée du Bisagno.

L'antifascisme surgit toujours là où le fascisme fait rage : aujourd'hui comme hier.

À la fin de la guerre, ma douce grand-mère, membre de l'Action Catholique, dont la maison génoise où je suis né ne contenait pour tout livre que la biographie de Don Bosco, brandissait fièrement le drapeau rouge pour célébrer la joie de la fin du fascisme. Ma mère, bien plus lente à se défaire du syndrome de Stockholm des vingt années de régime fasciste, racontait cela presque avec gêne. Moi j’en étais fier.

À ma naissance, la situation était claire : jamais plus de fascisme, si ce n'est pour des psychopathes de l'ignorance, fruit de la collusion entre le pouvoir économique, l'Église et la famille chrétienne la plus ringarde. Pas toute la famille, comme je l'ai déjà dit : la lutte des classes a marqué l'histoire.

La Résistance a établi une alliance entre communistes et catholiques car l'antifascisme est une nécessité historique supra-idéologique à chaque fois que la peste émotionnelle pollue la question sociale dans un monde capitaliste libéral ou contrôlé par l'État.

Aujourd'hui, le spectacle est parvenu à tout mélanger pour ne donner aucun sens au néant. En Italie, Meloni ; en France, la poupée Barbie Bardella, accessoire optionnel du parti des Le Pen, de son fondateur défunt et de sa fille, accusée de détournement de fonds par le Parlement européen.

Le monde est en crise, le capitalisme est en proie à sa propre crise cyclique, à laquelle il répond par le cynisme habituel des abus et des guerres sans fin.

Mais il y a un « mais » et, surtout, un « plus » dans les recours historiques : l'intelligence a toujours été insuffisante, mais jamais artificielle. Sa manipulation technoscientifique est l'étape ultime de la dépossession de l'humanité.

Au quotidien, cela rend la vie invivable, dépendante des écrans, des téléphones et des gestes robotiques qui nous rendent idiots.

En politique, la falsification du monde s'accélère particulièrement vite : l'ignorance n'est plus un manque de connaissances, mais un surplus de données et de fausses informations produites par le Big Brother cybernétique.

Choisis ton camp, camarade !

Facile à dire, beaucoup moins à le faire quand l'indécence de la politique rend même les mieux intentionnés méfiants.

Choisir qui ? Pour faire quoi ? En Italie, comme toujours, le miracle chrétien simplifie les choix. Les plus grands idiots, les plus grands connards et les plus religieux savent toujours tout.

Résultat : le pouvoir revient à une démocratie chrétienne superficiellement renouvelée par Meloni, avec une pointe de nostalgie fasciste, plus en vogue que jamais dans le contexte international de crise. A l'opposition, ce sont les gauchistes qui ont toujours tout avalé sans broncher, toujours en quête de pouvoir mais ne sachant plus où le chercher. Prêts à poursuivre le jeu obscène d'une démocratie formelle qui n'est autre que la négation de tout pouvoir partagé par le peuple.

Un signal français rompt la monotonie de la domination réactionnaire du monde.

Il s'appelle LFI, La France Insoumise, et maintenant tout le monde est contre : Mélenchon, M. le maudit. Ce militant, aujourd'hui âgé comme moi, est une figure de l'ancien monde politique, jadis trotskiste et partisan de Mitterrand, mais son évolution laisse penser qu'il a radicalisé sa conscience humaine. C'est pourquoi il est si haï par tous les réactionnaires et par les mercenaires politiques.

Venant de moi, libertaire et situationniste, ce quasi éloge d'un ancien bureaucrate devenu fervent défenseur d'une radicalité assumée peut paraître bizarre ; je vous l'explique donc non pour vous convaincre, mais pour vous amener à réfléchir à l'échec de toutes les idéologies révolutionnaires du siècle dernier.

À l'heure actuelle, tout antifascisme sincère doit être défendu face à la progression incessante d'un postfascisme plus international que jamais. Sur ce point, LFI est le seul à être clair et sans bavures.

Bien sûr, l'histoire nous enseigne qu'il ne faut pas exclure la possibilité que ceux qui sont aujourd'hui ouvertement antifascistes puissent devenir un ennemi à combattre, un régime autoritaire façonné par un anti-autoritarisme factice, renié, trahi.

OK. N'oublions rien : la Commune, Kronstadt, Makhno, Rosa Luxembourg, l'anarchie espagnole vaincue. Trop de révolutions ont été trahies et sont devenues des alibis pour la terreur et le fascisme rouge. Aujourd'hui, pourtant, l'antifascisme est non seulement nécessaire, mais urgent. Il nous demande de ne pas faire des procès d’intentions.

Regardez Trump, son museau de membre du Ku Klux Klan.

Regardez autour de vous, partout où la structure de caractère fasciste règne et cause des dommages irréparables : en Iran, en Turquie, à Gaza, en Ukraine et ailleurs, de mille façons différentes, mais toutes tributaires du totalitarisme et du cynisme absolu.

Je vois dans le mouvement organisé de LFI une tentative louable de rompre avec le passé d'un mouvement communiste pollué par le pouvoir ; un mouvement cohérent auquel il faut accorder du crédit sans pour autant abandonner le droit de se rebeller au premier signe de trahison, à la première concession à l'ancien monde dont nous voulons sortir. J'ai toujours dénoncé ce reptile bolchevique qu'était Trotski, mais je pense qu'il faut juger les actes plutôt que les idées. Il s'agit d'apprécier à leur juste valeur des comportements véritablement non sexistes, le municipalisme, la lutte contre le changement climatique et pour la démocratie directe.

Avec toute la prudence requise, nous n'avons d'autre choix que d'être activement radicaux, autocritiques, attentifs au moindre faux pas.

S'il existe d'autres options concrètes, meilleures et plus efficaces, qu'elles émergent. Mieux vaut toujours plus que bien, mais ce qui est absolument inacceptable, c'est de suspendre la lutte. Cela équivaut à capituler. Nous sommes à l'heure des comptes.

Décidons au mieux, selon notre propre jugement. Toujours antifascistes, sans oublier l'intéressante provocation dialectique de Bordiga dans les années 1930 : « L'antifascisme est le pire produit du fascisme ! » En réfléchissant aujourd’hui cela dépend, car, comme nous l'avons vu, l'antifascisme devient aussi nécessaire. Il est toutefois bon de se souvenir de cette provocation bordiguiste comme d'un avertissement utile : l'antifascisme doit se concentrer sur les fondements de l'autocritique ; non à tout suprématisme, refus de toute domination absolue. Toujours antifascistes, mais avant tout ACRATIE.

Sergio Ghirardi Sauvageon

domenica 22 febbraio 2026

IL REICHSTAG BRUCIA DI NUOVO di Sergio Ghirardi Sauvageon

 




Per l’ennesima volta il capitalismo planetario deve rimettere il mondo a zero per continuare la sua predazione senza fine.

Quel che sta accadendo in Francia é di una gravità eccezionale. Il punto di non ritorno del postfascismo montante.

Un potenzialmente banale conflitto ideologico tra fazioni opposte del vecchio mondo è usato per ricostituire le condizioni necessarie a un salto mortale autoritario e regressivo.

Il Reichstag brucia a Lione come ha bruciato al teatro Diana di Roma nel 1921 :

La morte di un giovane fascista integralista picchiato a morte da parte di utili idioti antifascisti riproduce le condizioni volute dal potere in Italia a Piazza Fontana and Co.

Al posto di Valpreda Melenchon e LFI.




 

Le Reichstag brûle à nouveau

 

Pour la énième fois, le capitalisme mondial doit remettre le monde à zéro pour continuer sa prédation sans fin.

Ce qui se passe en France est d'une gravité exceptionnelle. Le point de non-retour du post-fascisme montant.

Un conflit idéologique potentiellement banal entre factions opposées de l'ancien monde est utilisé pour reconstituer les conditions nécessaires à un saut périlleux autoritaire et régressif.

Le Reichstag brûle à Lyon comme il a brûlé au théâtre Diana de Rome en 1921 :

La mort d'un jeune fasciste intégriste frappé à mort par des idiots utiles antifascistes reproduit les conditions voulues par le pouvoir en Italie à Piazza Fontana et compagnie.

À la place de Valpreda, Melenchon et LFI.

 



lunedì 2 febbraio 2026

IL FALLIMENTO DEL SISTEMA FERROVIARIO AD ALTA VELOCITÀ AVE – LA MACRO-INFRASTRUTTURA PIÙ INUTILE - Miquel Amorós

 






La tragedia di Adamuz e il crollo della rete ferroviaria suburbana Rodalies in Catalogna costituiscono – dopo l'incidente ferroviario di Angrois – l'episodio più grottesco e drammatico della "nuova era ferroviaria" proclamata all'unisono dalla classe politica ispano-catalana, dall'oligarchia edilizia e dalle élite globalizzanti. In questa società del rischio, di cui parlava Ulrich Beck, l'alta velocità ferroviaria si aggiunge alla lista dei pericoli e delle minacce socio-ambientali che già includevano gli organismi geneticamente modificati, i gas serra, le energie rinnovabili industriali, le linee elettriche ad altissima tensione, le centrali nucleari e l’industria agroalimentare. La scienza e la tecnologia della postmodernità non sono neutrali. Contrariamente a quanto promesso, tecnologie più avanzate significano meno benessere e maggiori rischi. Questo è particolarmente vero a riguardo delle infrastrutture non necessarie.

La leadership della Spagna in questo tipo di follia dimostra la persistenza della mentalità orientata allo sviluppo ereditata dal regime franchista da parte della politica professionistica di ogni tipo, un caso estremo d’irresponsabilità i cui risultati nefasti sono palesemente evidenti. L'alta velocità ferroviaria non è mai stata sostenibile, perché non lo è la società che la mette in moto. E ancor meno è efficiente e sicura, come dimostrano i ritardi quotidiani, l'emergere di decine di punti critici e il crescente numero d’incidenti, e non sembra affatto rappresentare il futuro felice della mobilità della cittadinanza.

 

La causa della collisione di treni non è un mistero: non è l'incompetenza criminale di un ministro o la negligenza colposa dei suoi subordinati che hanno ignorato le raccomandazioni della Commissione d'inchiesta sugli incidenti ferroviari; e nemmeno l'elevato grado di esternalizzazione della sicurezza. È la mancanza di una manutenzione adeguata, diretta o in subappalto, che, combinata con un maggiore afflusso di utenti e, quindi, un volume di traffico ferroviario maggiore, ha usurato i binari in diversi punti più del previsto, moltiplicando la probabilità di una catastrofe che alla fine si è verificata. Il progresso decantato da chi detiene il potere porta con sé questo tipo di pericolosi imprevisti. A questo punto, varrebbe la pena di risalire alle origini dell'aberrante fenomeno dell'Alta Velocità, frutto delle manie di grandezza della classe dirigente e dei suoi rappresentanti, mercenari e buffoni.

 

Negli anni '80 del secolo scorso, l'ambizioso progetto del treno ad alta velocità è stato un’idea dalla Tavola Rotonda Europea, organismo con una forte presenza di multinazionali, con fini eminentemente logistici che sbarcando nello Stato spagnolo si sono trasformati in politici. Il primo esempio di questa ristrutturazione fu la linea Madrid-Siviglia, roccaforte del partito al potere nel 1992. Improvvisamente, a giudicare dalle dichiarazioni di personalità di spicco della politica, della plutocrazia e del mondo imprenditoriale, dai rapporti tecnici nazionali e dalla stampa corrotta, l'AVE (Ferrovia ad Alta Velocità) divenne la soluzione a tutti i problemi tranne quello della mobilità: sviluppo economico, creazione di posti di lavoro, integrazione regionale, riequilibrio territoriale, decentramento amministrativo, coesione sociale, riduzione del traffico stradale e aereo... Ci trovavamo di fronte all'identica Ragione di Stato. Inutile dire che nulla di tutto ciò era vero e che appena colpita l’economia delle zone connesse, l’ubicazione delle imprese si rivelò irrilevante e la disoccupazione continuò ad aumentare; pertanto, l'integrazione regionale rimase invariata, così come la centralizzazione; la disuguaglianza sociale aumentò, così come il numero di voli, di camion e delle automobili in circolazione. Inoltre, la frammentazione geografica e la destrutturazione del territorio furono sempre più intense e l'impatto ambientale raggiunse livelli allarmanti. Il costo della costruzione delle nuove linee fu coperto solo in minima parte da fondi europei, e il resto – quasi l'intero costo – dirottando gli investimenti dalle autostrade, dalle reti ferroviarie suburbane e dalle linee convenzionali a lunga percorrenza. Il capitale privato fu estremamente cauto e lasciò gli aspetti finanziari nelle mani dello Stato. I costi operativi e di manutenzione non si fecero attendere, quindi il deterioramento del sistema ferroviario suburbano, utilizzato da centinaia di migliaia di lavoratori – costretti a vivere nelle aree metropolitane a causa della speculazione immobiliare – avanzò più rapidamente di quanto l'establishment al potere avrebbe voluto. Lo stesso accadde con i treni a media e lunga percorrenza. Pertanto, il caos della rete ferroviaria suburbana Rodalies è una conseguenza velenosa del progetto AVE. In breve, l'alta velocità, il treno degli executives o "treno dei privilegiati" – come inizialmente lo chiamava la voce del popolo – sarebbe diventato il progetto più insensato e dispendioso del sistema politico ed economico della Penisola Iberica.

 

L'impegno delle alte sfere dirigenti per un trasporto d'élite di passeggeri non è stato un bluff; è stato una scommessa audace, una vera sfida al buon senso. Ogni alto funzionario voleva che il treno ad alta velocità AVE passasse davanti alla porta di casa sua. In tre decenni, sono stati costruiti oltre 4.000 chilometri di binari, ponendo la rete ferroviaria ad alta velocità spagnola al secondo posto a livello mondiale, solo dopo la Cina, ma con la domanda più bassa, anche a livello mondiale. Non c'è da stupirsi che i funzionari governativi abbiano cercato di aumentare il numero di passeggeri, sia sovvenzionando i biglietti (i passeggeri pagano solo un terzo del prezzo) sia sopprimendo i treni regionali e a lunga percorrenza. Infine, il numero di utenti è rimasto stagnante intorno ai venti milioni fino a quando la liberalizzazione del servizio, dal 2021, ha imposto ulteriori riduzioni dei prezzi, mentre il turismo interno ed esterno registrava un forte aumento. Per contrastare la concorrenza di Ouigo e Iryo, Renfe ha lanciato Avlo, un servizio AVE meno costoso, e nel 2024 il numero di passeggeri ha raggiunto i quaranta milioni, una cifra incomparabile a quella della Francia, che, con 2.700 chilometri di ferrovia ad alta velocità, ha trasportato 164 milioni di passeggeri nello stesso anno. Gli elevati costi operativi sono rimasti un inconveniente, che è stato affrontato riducendo gli investimenti nella manutenzione, come dimostrano i frequenti ritardi e gli avvisi dei macchinisti su buche, vibrazioni e altri incidenti. Le conseguenze fatali di questo tipo di riduzione dei costi non hanno tardato a manifestarsi.

 

Il problema principale per i dirigenti e gli assessori del potere non può essere risolto con fondi pubblici o demagogie populiste, poiché il problema dell'alta velocità ferroviaria non risiede nei suoi elevati costi di gestione, ma nella sua natura di simbolo emblematico della globalizzazione e bandiera di un sistema politico al servizio dell'economia di mercato. Capiremo meglio se, invece di dire AVE si dicesse capitalismo. L'AVE, o qualcosa di simile, è un prodotto del regime socioeconomico così chiamato, un giocattolo costoso in cui si diletta la sua classe politica e imprenditoriale. Se tocchi l'uno, tocchi l'altro. Il deterioramento del servizio offerto dall'alta velocità ferroviaria, che inevitabilmente peggiorerà ancora, non è altro che il riflesso del degrado irreversibile del settore pubblico, un degrado che avvantaggia solo pochi nel tardo capitalismo, quello dei megaprogetti e delle macroinfrastrutture, per il quale le catastrofi sono redditizie e le crisi benefiche. Il business risiede nella sua costruzione e nel disordine che crea, mai nella gestione del servizio che promette. È impossibile cambiare questa dinamica sociale devastante per l’ambiente. Se si deve scegliere tra profitto e sicurezza non è difficile indovinare, l'esito della scelta. La società, il sistema, come il calcio, è così. Alcuni esponenti della sinistra civica hanno proposto una volta allo Stato, che promuove e gestisce l’AVE, l’alternativa di un “treno sociale”. Io rispondo che per cambiare i treni, si deve prima cambiare la società. Come? Prima di tutto, denunciando l'idea stravagante del progresso come sperimentazione incontrollata di dispositivi tecnologici. Poi, rifiutando di scendere a compromessi con dei portavoce del capitale. Infine, trasformando la rabbia dei viaggiatori in un'arma sociale e politica di vasta portata.

 

Miquel Amorós, 29 gennaio 2026


LA QUIEBRA DEL A.V.E.

 LA MACRO-INFRAESTRUCTURA MÁS INÚTIL

 


La tragedia de Adamuz y el colapso de la red de “Rodalies” de Cataluña constituyen -tras el accidente de Angrois- el episodio más grotesco y dramático de la “nueva era ferroviaria” proclamada al unísono por la casta política hispano-catalana, la oligarquía del cemento y las élites mundializadoras. En esta sociedad del riesgo, de la que hablaba Ulrich Beck, la Alta Velocidad se añade a la lista de peligros y amenazas socio-ambientales en la que figuraban los transgénicos, los gases de efecto invernadero, las renovables industriales, los cables de Muy Alta tensión, las centrales nucleares y la industria agroalimentaria. La ciencia y la tecnología de la posmodernidad no son neutrales. Al contrario de lo prometido, a tecnologías más altas, menor bienestar y mayores riesgos. Eso es particularmente verdad en materia de infraestructuras innecesarias. El liderazgo español en esa clase de despropósitos muestra la persistencia de la mentalidad desarrollista heredada del franquismo en la política profesionalizada de cualquier color, un caso extremo de irresponsabilidad cuyos nefastos resultados han quedado bien a la vista. La Alta Velocidad nunca fue sostenible, puesto que la sociedad que la pone en marcha no lo es. Tampoco es ni mucho menos eficiente y segura, tal como indican la impuntualidad diaria, la aparición de decenas de puntos críticos y el creciente número de incidencias, y no parece que sea el futuro feliz de la movilidad ciudadana.

 

La causa del choque de trenes no tiene misterio: no es la impericia criminal de un ministro o la dejadez culpable de sus subordinados desoyendo las recomendaciones de la Comisión de Investigación de Accidentes Ferroviarios; ni siquiera la alta externalización de la seguridad. Es la falta de mantenimiento suficiente, directo o subcontratado, lo que sumado a una mayor afluencia de usuarios, y por lo tanto, a una mayor circulación de trenes, ha desgastado las vías en diversos puntos más de lo previsto, multiplicando las posibilidades de una catástrofe que finalmente se ha producido. El progreso que pregona la dominación lleva consigo ese tipo de peligrosos imprevistos. Llegados a este punto, convendría remontarnos hacia atrás, hacia los orígenes del fenómeno aberrante de la Alta Velocidad, producto de los delirios de grandeza de la clase dirigente y de sus representantes, mercenarios y bufones.

Allá por los años ochenta del siglo pasado, el gran proyecto del Tren de Alta Velocidad fue una idea de la European Round Table, organismo con buena presencia de multinacionales, con fines eminentemente logísticos, que al desembarcar en el Estado español, se transformaron en políticos. El primer ejemplo de tal reajuste fue la línea Madrid-Sevilla, bastión del partido que gobernaba en 1992. Repentinamente, a juzgar por las declaraciones de figuras destacadas de la política, la plutocracia y del empresariado, los informes técnicos domésticos y la prensa sobornada, el AVE se convirtió en la solución de todos los problemas a excepción del de la movilidad: el desarrollo económico, la creación de puestos de trabajo, la vertebración regional, el re-equilibrio territorial, la descentralización administrativa, la cohesión social, la reducción del tráfico automovilístico y aéreo... Estábamos ante la mismísima Razón de Estado. Excusamos decir que nada de aquello era verdad y que la economía de las zonas conectadas apenas se vio afectada, la localización de empresas resultó irrelevante y el desempleo siguió prosperando; así pues, la integración regional se quedó donde estaba, igual que la centralización; la desigualdad social aumentó, lo mismo que los vuelos, los camiones y el parque automovilístico. Es más, la fragmentación geográfica y la desestructuración del territorio fueron cada vez más intensas y el impacto en el medio ambiente llegó a niveles preocupantes. El coste de la construcción de las nuevas vías fue sufragado una mínima parte con fondos europeos, y el resto, o sea, casi la totalidad, con el desvío de la inversión en carreteras, redes de cercanías y líneas convencionales de larga distancia. El capital privado fue extremadamente precavido y dejó el tema financiero en manos del Estado. Los gastos de operatividad y mantenimiento no iban a la zaga, así que la degradación de los trenes de cercanías, usados por centenares de miles de trabajadores -obligados a vivir en las coronas metropolitanas por culpa de la especulación inmobiliaria- fue progresando a más velocidad de la deseada por el stablishment dirigente. Lo mismo ocurrió con la media y larga distancia. Así pues, el caos de Rodalíes es un fruto ponzoñoso del AVE. En definitiva, la Alta Velocidad, el tren de los ejecutivos, o el “tren de los señoritos” -omo le llamó al principio la voz del pueblo- iba a convertirse en el proyecto más insensato y dilapidador del sistema político-económico peninsular.

 

La apuesta de las altas esferas dirigentes por un transporte elitista de viajeros no fue un farol, fue un órdago a la grande, un verdadero desafío a la cordura. Todos los jerarcas querían que el AVE pasara por la puerta de su casa. En tres décadas se construyeron más de cuatro mil kilómetros de vías, situando la alta velocidad española en el segundo puesto a nivel mundial, solo por detrás de China, pero con el grado de demanda más bajo, también a nivel mundial. No es de extrañar que los responsables ministeriales trataran de elevarlo, bien subvencionando el billete (el viajero solo paga la tercera parte), bien cancelando trenes regionales y de larga distancia. Finalmente, el número de usuarios se estancó en torno a los 20 millones hasta que la liberalización del servicio, a partir de 2021, obligó a bajar más los precios mientras el turismo de dentro y de fuera experimentaba una fuerte subida. Para contrarrestar la competencia de Ouigo e Iryo, Renfe procedió a lanzar el Avlo, un AVE menos caro, y en 2024 los viajeros ya eran 40 millones, cifra nada comparable con la de Francia, que con 2.700 kilómetros de vías de alta velocidad tuvo 164 millones en el mismo año. El elevado coste operativo seguía siendo un inconveniente, al que se trató de resolver reduciendo la inversión en mantenimiento, tal como parecen indicar los frecuentes retrasos y las advertencias de los maquinistas sobre baches, vibraciones y otros incidentes. Las consecuencias fatales de tal clase de ahorro no han tardado demasiado en manifestarse.

 

El problema que les viene encima a los dirigentes y asesores del poder no se soluciona con dinero de los presupuestos, ni con demagogias populistas, puesto que el mal de la Alta Velocidad no reside en el elevado coste de su funcionamiento, sino en su naturaleza de artilugio emblemático de la globalización y estandarte de un sistema político al servicio de la economía de mercado. Entenderemos mejor si en lugar de decir AVE, decimos capitalismo. El AVE, o algo como él, es un producto del régimen económico-social con ese nombre, un juguete caro en el que refocila su clase político-empresarial. Si tocas al uno, tocas al otro. El deterioro del servicio prestado por la alta velocidad, que de una manera u otra volverá a agravarse, no es más que el reflejo de la degradación irreversible de lo público, provechosa para unos cuantos en el capitalismo tardío, el de los mega-proyectos y las macro-infraestructuras, para el cual las catástrofes son rentables y las crisis, beneficiosas. El negocio está en su construcción y en el desorden que acarrea, nunca en la gestión del servicio que promete. Es imposible cambiar esta dinámica social y ambientalmente aniquiladora. Si hay que escoger entre beneficios y seguridad, no es difícil adivinar el resultado de la elección. La sociedad, el sistema, como el fútbol, es así. Desde la izquierda ciudadanista hay quien propuso en su día al Estado promotor y administrador del AVE la alternativa de un “tren social”. Respondo que para cambiar de tren hay cambiar primero de sociedad. ¿Cómo? De entrada, denunciando la estrafalaria idea de progreso como experimentación incontrolada de artefactos tecnológicos. Después, no contemporizando con portavoces del capital. Luego, transformando la cólera de los viajeros en arma social y política de largo alcance.

 

Miquel Amorós

29 de enero de 2026.