giovedì 23 luglio 2026

In Ricordo di Albert Romero - di Maurizio Pincetti

 


In Ricordo di Albert

19-07-2026

 

Non ricordo chi mi avesse portato lì, in corso di Porta Ticinese, all’inizio, sulla destra lasciandosi alle spalle le Colonne. Una casa di ringhiera, piena di luce, un cortile con un albero imponente, sul quale un merlo, alle cinque del pomeriggio, quando rientrava dal lavoro chi l’aveva istruito, intonava l’Internazionale. Ultimo piano, abbaini si chiamavano prima di dirli attici per speculare sul prezzo, dall’ultimo gradino a sinistra, pensavo che fosse la prima porta perché sapevo che era spagnolo e lì sulla porta c’era scritto Garcia. No, era la seconda porta, in fondo al ballatoio, quella con scritto Moretto, la sua fidanzata Tiziana, italica come il pittore che si faceva chiamare Garcia, l’esotismo ha sempre favorito le vendite. Un paio di locali, uno nell’altro, due persone dolcissime. Un tavolo liscio ricoperto di lavori in corso, matite, pennarelli, righe, bulini, china con tutte le punte che c’erano. Grandi fogli Fabriano F4, lisci che un grafico sul ruvido non è nel giusto. Poche parole, facili sorrisi a chi gli conveniva, convenienza dettata solo dal suo sentirsi a proprio agio. Un gatto che girava per casa con la calma e l’accoglienza di chi si sente al sicuro.

In Italia da pochi anni, esule sfuggito alla coscrizione dell’esercito franchista, passibile di arresto e detenzione laggiù. Era arrivato referenziato con appoggio indicato presso l’ultra cinquantenne Sottsass e il non ancora quarantenne Eco. Aveva avuto il tempo per maturare una buona considerazione per entrambi, nello studio del primo ci aveva pure lavorato, prima di liberarsi, di fare da sé, nella pelle randagia che faceva per lui. Avevamo cominciato a frequentare Diabolik e appena l’abbiamo presentato le Giussani l’hanno subito ancorato, per il periodo utile a entrambi. Quello che ci univa, dal primo giorno, non erano i lavori fatti per sbarcare il lunario, che potevamo trovarne uno via l’altro, per quel che offriva il mercato di allora e per l’abitudine nostra invalsa alla precarietà. Quel che ci saldava era la facilità di stare insieme e la propensione agli stessi valori, alle stesse ambizioni sociali, alla stessa fame di diritti e di uguaglianza fuori dagli schemi, in piena libertà. Erano tanti e diversi a ruotare intorno a quella casa ma il via vai era continuo, perché ognuno si sentiva a casa. Tito, Steve, Claudio, Roby, Bruno e tanti tanti altri.  In generale tutti più euforici, più scatenati, più esibizionisti, come di vent’anni o poco più. Lui no, misurato anche se molto tollerante di qualunque espressione conclamata, per la quale gli scappava un sorriso, che non era mai di compatimento ma di compassione vera. Gli eccessi erano il brodo per la sua moderazione e non ci si sottraeva.

Erano giornate intense, in cui sembrava di poter toccare concretamente quel che s’era solo sognato. Il percorso di un giovane appassionato è lastricato di miraggi e nei miraggi finché non ci sei addosso ci credi perché per definizione ti sembran veri. In molti facevamo cose, sia per sopravvivere che per vivere, che non si riconoscevano nelle regole ma con la soddisfazione di eluderle. Di quel modello sociale nulla ci corrispondeva e tanto meno le sue regole. Tanti livelli diversi di rischio, tanti livelli di esibizione del dissenso, tanti quante erano le personalità dei praticanti. Lui non era un esibizionista, tutt’altro, ma non indietreggiava mai. Le sue capacità professionali al servizio dell’irregolarità di tutti, senza lamentarsi, senza chiedere lire o perché. Sapeva di lavorare per un obiettivo condiviso, per gli ultimi sprazzi di convincimenti che avevano iniziato e avrebbero finito per sgretolarsi in un riflusso sociale inarrestabile. Così era sempre pronto a mettere a disposizione le sue qualità per una causa condivisa.

Nel ’73, l’11 di settembre era stata una debacle per tutti, come se in Cile ci fossimo noi perché il potere e la forza dell’inganno erano stati riaffermati dagli yankee che vigilavano e tramavano tanto là che qua. Ma sempre in quell’anno abbiamo saputo accontentarci di una soddisfazione simbolica, facendoci ritornare il sorriso quando Carrero Blanco era finalmente esploso verso l’alto, molto in alto. Si sentiva l’odore dello sgretolamento del regime e per un esule che non era mai ritornato al suo Paese era una sensazione eccellente, preludeva a tante possibilità. Ma quando i regimi scricchiolano di solito avvengono le cose peggiori, nell’ultimo tentativo macabro quanto cruento di riagguantare stabilità. Sono passati poco più di tre mesi perché ci togliesse speranze e sorriso un Franco vendicativo che faceva stringere l’ultima garrota intorno al collo di Puig Antich, anarchico come noi, catalano come Albert.  Alla morte del Dittatore ci son voluti tre anni per arrivare alla Costituzione ma la Catalogna è stata in grado di riaverlo senza fargli pagare la sua renitenza alla leva. Da allora si sono diradati i nostri incontri, ma senza mai perderci di vista. Non viaggiava più, dopo il periodo africano, ma ho avuto tante occasioni per venirlo a trovare e scambiarci idee, opinioni, sguardi affettuosi. Abbiamo riso insieme sulle ramblas, quando l’edizione della sera riportava “Arrestato a Barceloneta il capo delle brigate rosa”. Lo conoscevamo, era stato un compagno di viaggio, che in piena decadenza cercava di esibire piglio eversivo, circondandosi di giovani ragazze.

Ha continuato ad accompagnare le sue competenze di grafico con un interesse intenso e passionale per tutti i momenti, episodici ma significativi, in cui l’umanità aveva prevalso riaffermando giustizia, eguaglianza e libertà in qualche angolo del mondo, tanto più gradito tanto era più prossimo. Non si trattava solo di un esercizio intellettuale ma di una ricerca utile ad affinare i sensori per catturare bagliori di riattivazione sociale, di comunicazione umana. L’impronta degli sviluppi successivi non ci è stata favorevole, benché nessuno abbia voluto scordare che sotto il selciato può esserci la spiaggia.

Nell’ultimo incontro nella casa di Barcelona, undici anni fa, c’era anche mia figlia dodicenne Maya e la sua compagna Mina e si era creato un ambiente molto disteso che aveva fatto sentire a suo agio la ragazzina, catturata dalla simpatia della padrona di casa. Si trattava di benevolenza e stima reciproca, l’unico segreto per una buona coesistenza. 

L’ultima volta che ci siamo visti di persona, non nelle videochiamate che per noi erano abituali, è stato nel giugno di due anni fa, a Reus, accolti col suo fare ospitale, Claudio ed io abbiamo trovato un uomo colto, carico di ricordi vividi di vita e di letture, di musica, di arti in generale, sempre discreto e ben disposto, come cinquant’anni prima. Un’immagine che qualunque persona di buon senso ambirebbe che gli potesse essere riconosciuta nell’autunno della propria vita.

Lo ringrazio per avermi falsificato patenti di guida e carte d’identità, quando era stato utile farlo, lo ringrazio per avermi stimolato a scrivere di quegli anni condivisi e a pubblicare presentato dalla copertina scaturita dalla sua creatività. Poi per avermi letto e dato spunti critici quando la mia modalità espressiva era passata alla forma romanzesca. Non ci sentivamo da qualche mese, ma era normale così anche perché lui odiava i telefoni cellulari e io le piattaforme social, perciò non era semplice raggiungerci. L’avevo visto in qualche difficoltà respiratoria l’ultima volta, ma non mi aspettavo una svolta così repentina, dettata da un male che aveva ignorato fino a pochi giorni prima di lasciarci. Con la totale coscienza della propria dipartita, ha predisposto l’organizzazione del congedo, aiutato dalla sua amica Mina, sempre presente quando era il caso, e da Jordi, suo fratello, col quale ha condiviso attività, abitazione e tutta la vita tranne il periodo italiano. Immagino fosse presente anche suo nipote, di cui mi ha sempre parlato con trasporto e ammirazione.

Mancherà a tutti noi nel breve periodo in cui gli sopravviveremo ma lui avrebbe voluto che ce ne facessimo una ragione, perché tutte le storie, anche le più belle, giungono a conclusione.

 

MAURIZIO









En memoria de Albert.

19-07-2026


No recuerdo quién me había llevado allí, en el curso de Porta Ticinese, al principio, a la derecha, dejando atrás las Columnas. Una casa de barandilla, llena de luz, un patio con un árbol imponente, sobre el cual un merlán, a las cinco de la tarde, cuando regresaba del trabajo quien le había enseñado, entonaba la Internacional. En el último piso, los abbainos se llamaban antes de llamarlos áticos para especular sobre el precio, desde el último escalón a la izquierda, pensé que era la primera puerta porque sabía que era español y allí en la puerta estaba escrito García. No, era la segunda puerta, al fondo del baile, aquella con la inscripción Moretto, su novia Tiziana, itálica como el pintor que se hacía llamar García, el exotismo siempre ha favorecido las ventas. Un par de locales, uno en el otro, dos personas muy dulces. Una mesa lisa cubierta de trabajos en curso, lápices, rotuladores, rayas, bujías, china con todas las puntas que había. Grandes hojas de Fabriano F4, lisa que un gráfico en el rugoso no está bien. Pocas palabras, sonrisas fáciles a quien le convenía, conveniencia dictada solo por su propia comodidad. Un gato que se paseaba por la casa con la calma y la acogida de quien se siente seguro. En Italia, desde hace pocos años, exiliado ha escapado del alistamiento del ejército franquista, sujeto a arresto y detención allí. Había llegado referenciado con el apoyo indicado en el ultra cincuentenario Sottsass y el no cuarenta Eco. Había tenido tiempo para madurar una buena consideración por ambos, en el estudio del primero había trabajado también, antes de liberarse, de hacerse a sí mismo, en la piel callejera que hacía por él. Habíamos comenzado a frecuentar Diabolik y tan pronto como lo presentamos, las Giussani inmediatamente lo anclaron, por el período útil para ambos. Lo que nos unía, desde el primer día, no eran los trabajos hechos para desembarcar el lunario, que podíamos encontrar uno lejos del otro, por lo que ofrecía el mercado de entonces y por nuestro hábito de la precariedad. Lo que nos saldaba era la facilidad de estar juntos y la propensión a los mismos valores, a las mismas ambiciones sociales, a la misma hambre de derechos e igualdad fuera de los esquemas, en plena libertad. Eran muchos y diferentes los que giraban alrededor de esa casa, pero la marcha era continua, porque todos se sentían en casa. Tito, Steve, Claudio, Roby, Bruno i molts altres. En general todos más eufóricos, más desquiciados, más exhibicionistas, como de veinte años o poco más. El no, medido aunque muy tolerante de cualquier expresión declarada, por la cual le escapaba una sonrisa, que nunca era de conmiseraciòn sino de verdadera compasión. Los excesos eran el caldo para su moderación y no se les quitaba.

Eran días intensos, en los que parecía poder tocar concretamente lo que sólo se había soñado. El camino de un joven apasionado está pavimentado con espejismos y en los espejismos hasta que estás encima de ellos crees porque por definición te parecen reales. En muchos hacíamos cosas, tanto para sobrevivir como para vivir, que no se reconocían en las reglas pero con la satisfacción de eludirlas. De ese modelo social nada nos correspondía y mucho menos sus reglas. Tantos niveles diferentes de riesgo, tantos niveles de exhibición del disenso, tantos como las personalidades de los practicantes. Él no era un exhibicionista, al contrario, pero nunca retrocedía. Sus capacidades profesionales al servicio de la irregularidad de todos, sin quejarse, sin pedir limosna o por qué. Sabía que estaba trabajando por un objetivo compartido, por los últimos estallidos de convencimiento que habían comenzado y terminarían desplomándose en un retroceso social imparable. Por lo tanto, siempre estaba dispuesto a ofrecer sus cualidades para una causa compartida.

En el '73, el 11 de septiembre había sido una debacle para todos, como si estuviéramos nosotros en Chile porque el poder y la fuerza del engaño habían sido reafirmados por los yanquis que vigilaban y tramaban tanto allí como aquí. Pero siempre en ese año hemos sabido contentarnos con una satisfacción simbólica, haciendo que nos sonriéramos de nuevo cuando Carrero Blanco finalmente había explotado hacia arriba, muy alto. Se olía el desmoronamiento del régimen y para un exiliado que nunca había regresado a su país era una sensación excelente, preludia a tantas posibilidades. Pero cuando los regímenes se torcen, suelen ocurrir las peores cosas, en el último intento, macabro y sangriento, de recuperar la estabilidad. Han pasado poco más de tres meses para que nos quitara esperanzas y sonriera un Franco vengativo que hacía apretar la última garrota alrededor del cuello de Puig Antich, anarquista como nosotros, catalán como Albert. A la muerte del Dictador nos llevó tres años llegar a la Constitución, pero Cataluña ha sido capaz de recuperarlo sin hacerle pagar su negativa al alistamiento. Desde entonces, nuestros encuentros se han esfumado, pero nunca nos hemos perdido de vista. Ya no viajaba, después del período africano, pero tuve muchas ocasiones de venir a visitarlo e intercambiar ideas, opiniones, miradas afectuosas. Nos reímos juntos en las ramblas, cuando la edición de la noche decía "Arrestado en la Barceloneta el jefe de las brigadas rosas". Lo conocíamos, había sido un compañero de viaje, que en plena decadencia trataba de exhibir pié subversivo, rodeándose de jovencitas.

Siguió acompañando sus habilidades de diseño gráfico con un interés intenso y apasionado por todos los momentos, episódicos pero significativos, en los que la humanidad había prevalecido reafirmando justicia, igualdad y libertad en algún rincón del mundo, cuanto más agradable era cuanto más cercano estaba. No se trataba solamente de un ejercicio intelectual sino de una investigación útil para afinar los sensores para captar destellos de reactivación social, de comunicación humana. La huella de los desarrollos sucesivos no nos ha sido favorable, aunque nadie haya querido olvidar que bajo el pavimento puede haber la playa.

En el último encuentro en la casa de Barcelona, hace once años, también estaba mi hija de doce años Maya y su compañera de el, Mina, y se había creado un ambiente muy relajado que había hecho sentir cómoda a la niña, cautivada por la simpatía de la anfitriona. Se trataba de la benevolencia y la estima mutua, el único secreto para una buena coexistencia.

La última vez que nos vimos en persona, no en las videollamadas que para nosotros eran habituales, fue en junio de hace dos años, en Reus, recibido con su hospitalidad, Claudio y yo encontramos un hombre colmado, cargado de recuerdos vivos de vida y de lecturas, de música, de artes en general, siempre discreto y bien dispuesto, como cincuenta años antes. Una imagen que cualquier persona de sentido común desearía que se le reconociera en el otoño de su vida.

Le agradezco por haberme falsificado permisos de conducir y documentos de identidad, cuando había sido útil hacerlo, le doy las gracias por estimularme a escribir sobre aquellos años compartidos y publicar presentado por la portada que surgió de su creatividad. Y  luego  por leerme y darme ideas críticas cuando mi modo de expresión había pasado a la forma novelesca. No nos habíamos hablado desde hacía unos meses, pero era normal también porque él odiaba los teléfonos móviles y yo las plataformas sociales, por lo que no era fácil llegar a nosotros. La última vez le había visto con dificultades respiratorias, pero no me esperaba un giro tan repentino, dictado por un mal que había ignorado hasta unos días antes de dejarnos. Con plena conciencia de su partida, dispuso la organización del permiso, ayudado por su amiga Mina, siempre presente cuando era el caso, y por Jordi, su hermano, con quien compartió actividad, vivienda y toda la vida excepto el periodo italiano. Supongo que también estuvo presente su sobrino, del cual siempre me habló con transporte y admiración.

Nos faltará a todos nosotros en el breve período en que le sobreviviremos, pero él habría querido que nos hiciéramos una razón, porque todas las historias, incluso las más bellas, llegan a su fin.

 

MAURIZIO



En memòria d'Albert

19-07-2026

 

No recordo qui em va portar allà, al Corso di Porta Ticinese, al principi, a la dreta, deixant enrere les Columnes. Una casa de baranes, plena de llum, un pati amb un arbre imponent, sobre el qual una merla, a les cinc de la tarda, quan la persona que l'havia instruït tornava de la feina, cantava la Internacional. A l'últim pis, les lucarnes es deien àtics abans de dir-los que especulessin sobre el preu, des de l'últim pas de l'esquerra, vaig pensar que era la primera porta perquè sabia que era espanyol i allà a la porta deia Garcia. No, era la segona porta, al final de la galeria, la que hi havia escrit Moretto, la seva xicota Tiziana, italiana com el pintor que es deia Garcia, l'exotisme sempre ha afavorit les vendes. Un parell de clubs, un dins l'altre, dues persones molt dolces. Una taula llisa coberta de treball en curs, llapis, retoladors, línies, burins, inclinada amb totes les puntes que hi havia. Grans fulls Fabriano F4, suavitzen que un gràfic aproximat no és correcte. Poques paraules, somriures fàcils per a aquells que l'adaptaven, conveniència dictada només pel seu sentiment a gust. Un gat que vagava per la casa amb calma i acollia els que se senten segurs. A Itàlia durant uns anys, un exiliat que va escapar del reclutament de l'exèrcit franquista, susceptible de ser detingut i detingut allà. Havia arribat a fer referència amb el suport indicat per Sottsass, de més de cinquanta anys, i Eco, encara no de quaranta anys. Havia tingut temps de tenir una bona estima per tots dos, fins i tot hi havia treballat a l'estudi del primer, abans d'alliberar-se, per fer-ho ell mateix, amb la pell perduda que era per a ell. Havíem començat a sortir amb Diabolik i tan bon punt el vam presentar, els Giussani el van ancorar immediatament, per al període que ens seria útil a tots dos. El que ens va unir, des del primer dia, no van ser els treballs fets per arribar a final de mes, que vam poder trobar un a un, donat el que oferia el mercat de l'època i el nostre hàbit de tornar-nos precaris. El que ens va soldar va ser la facilitat d'estar junts i la propensió als mateixos valors, les mateixes ambicions socials, la mateixa fam de drets i igualtat fora de la caixa, en plena llibertat. N'hi havia molts i diferents que giraven al voltant d'aquella casa, però l'arribada i la marxa van ser contínues, perquè tothom se sentia com a casa. Tito, Steve, Claudio, Roby, Bruno i molts altres. En general, tothom era més eufòric, més salvatge, més exhibicionista, com si en els seus vint anys o una mica més, però no ell, mesurava encara que molt tolerant a qualsevol expressió oberta, per la qual se li escapava un somriure, que mai va ser de llàstima però de veritable compassió. Els excessos eren el brou per a la seva moderació i un no defugia.

Eren dies intensos, quan semblava que podíem tocar el que només havíem somiat. El camí d'un jove apassionat està pavimentat de miratges, i en miratges fins que estiguis per tot arreu, els creus perquè per definició et semblen reals. Molts de nosaltres vam fer coses, tant per sobreviure com per viure, que no eren reconegudes en les regles sinó amb la satisfacció d'evadir-les. Res d'aquest model social ens corresponia, i molt menys les seves regles. Tants nivells de risc diferents, tants nivells de mostra de dissidència, com les personalitats dels practicants. No era un exhibicionista, lluny d'això, però mai es va retirar. Les seves habilitats professionals al servei de la irregularitat de tots, sense queixar-se, sense demanar lires ni per què. Sabia que estava treballant cap a un objectiu compartit, cap a les últimes visió de la convicció que havien començat i que finalment s'enfonsaria en un refluig social imparable. Així que sempre estava disposat a posar les seves qualitats disponibles per a una causa compartida. El ’73, l’11 de setembre havia estat una debacle per a tothom, com si estiguéssim a Xile perquè el poder i la força de l'engany havien estat reafirmats pels ianquis que vigilaven i planejaven tant allà com aquí. Però també en aquell any vam poder conformar-nos amb la satisfacció simbòlica, fent-nos somriure de nou quan Carrero Blanco finalment havia explotat cap amunt, molt alt. Es podia olorar el règim en ruines, i per a un exiliat que mai havia tornat al seu país, era una sensació excel · lent, un preludi de tantes possibilitats. Però quan els règims cremen, solen passar les pitjors coses, en l'últim intent macabre però sagnant de recuperar l'estabilitat. Han passat una mica més de tres mesos perquè un Franco venjatiu ens tregui les esperances i el somriure, tenint l’últim garrot al coll del Puig Antich, un anarquista com nosaltres, un català com Albert.  A la mort del dictador, van trigar tres anys a arribar a la Constitució, però Catalunya va poder recuperar-lo sense fer-li pagar el vostre projecte d'evasió. Des de llavors, les nostres reunions s'han tornat menys freqüents, però sense perdre's mai de vista. Ja no viatjava, després del seu període africà, però vaig tenir moltes oportunitats de venir a visitar-lo i intercanviar idees, opinions, mirades afectuoses. Vam riure junts a les rambles, quan l'edició del vespre informava de “El líder de les brigades rosades detingut a Barceloneta”. El coneixíem, havia estat un company de viatge, que en plena decadència va intentar mostrar una actitud subversiva, envoltant-se de noies joves.

Va continuar acompanyant les seves habilitats de disseny gràfic amb un interès intens i apassionat per tots els moments episòdics però significatius en què la humanitat havia prevalgut, reafirmant la justícia, la igualtat i la llibertat en algun racó del món, com més benvingut era. No va ser només un exercici intel·lectual sinó una investigació útil per refinar sensors per capturar flaixos de reactivació social, de comunicació humana. L’impacte de les successives novetats no ens ha estat favorable, tot i que ningú ha volgut oblidar que la platja es pot situar sota el paviment.

En l'última trobada a la casa de Barcelona, fa onze anys, també hi eren la meva filla Maya, de dotze anys, i s'havia creat un ambient molt relaxat que feia que la noia se sentia a gust, captivada per l'encant de la patrona. Es tractava de la benevolència i l'estima mútua, l'únic secret per a una bona convivència. 

L’última vegada que ens vam veure en persona, no en les videotrucades habituals per a nosaltres, va ser el juny de fa dos anys, a Reus, acollit amb la seva actitud hospitalària, Claudio i jo vam trobar un home culte, ple de records vius de vida i lectura, de música, d’arts en general, sempre discreta i ben disposada, com cinquanta anys abans. Una imatge que qualsevol persona sensata esperaria podria ser reconeguda a la tardor de la seva vida.

Li agraeixo que hagi falsificat els meus carnets de conduir i targetes d'identitat, quan va ser útil fer-ho, li agraeixo que m'hagi animat a escriure sobre aquells anys compartits y publicar presentat per la portada nascuda de la seva creativitat. I després per llegir-me i donar-me informació crítica quan el meu mode expressiu s'havia desplaçat al forma novel·lística. Feia uns mesos que no parlàvem, però això també era normal perquè odiava els telèfons mòbils i jo odiava les plataformes de xarxes socials, així que no era fàcil arribar-hi. L'havia vist amb algunes dificultats respiratòries l'última vegada, però no m'esperava un gir tan sobtat, dictat per una malaltia que havia ignorat fins uns dies abans de deixar-nos. Amb plena consciència de la seva mort, va organitzar la seva baixa, ajudat per la seva amiga Mina, que sempre va estar present quan va sorgir el cas, i per Jordi, el seu germà, amb qui va compartir activitats, una llar i tota la seva vida excepte per la seva estada a Itàlia. Imagino que el seu nebot també era present, del qual sempre em parlava amb transport i admiració.

Ens trobarem a faltar en el poc temps que li sobreviurem, però li hauria agradat que ho superéssim, perquè totes les històries, fins i tot les més belles, arriben a una conclusió.

 

MAURIZIO



En mémoire d’Albert

19-07-2026

 

Je ne me souviens pas qui m’y avait conduit, dans le cours de la Porta Ticinese, au début, sur la droite, laissant derrière moi les Colonnes. Une maison de garde-corps, pleine de lumière, une cour avec un arbre imposant, sur lequel un merle, à cinq heures de l’après-midi, quand revenait du travail celui qui l’avait instruit, entonait l’Internationale. Au dernier étage, les abbaini s’appelaient avant de se dire mansardes pour spéculer sur le prix, du dernier échelon à gauche, je pensais que c’était la première porte parce que je savais qu’il était espagnol et là sur la porte il y avait écrit Garcia. Non, c’était la deuxième porte, au fond du bal, celle avec l’inscription Moretto, sa fiancée Tiziana, italique comme le peintre qui se faisait appeler Garcia, l’exotisme a toujours favorisé les ventes. Quelques endroits, l’un dans l’autre, deux personnes très douces. Une table lisse recouverte de travaux en cours, crayons, marqueurs, lignes, bulles, plaid avec toutes les pointes qu’il y avait. Grandes feuilles Fabriano F4, lisses qu’un graphique sur le rugueux n’est pas correct. Quelques mots, sourires faciles à qui lui convenait, commodité dictée seulement par son sentiment de confort. Un chat qui tournait dans la maison avec le calme et l’accueil de celui qui se sent en sécurité.

En Italie depuis quelques années, exilé échappé à la conscription de l’armée franquiste, passible d’arrestation et de détention là-bas. Il était arrivé référencé avec le support indiqué chez l’ultra-cinquantenaire Sottsass et le pas quarante Eco. Il avait eu le temps de mûrir une bonne considération pour les deux, dans l’étude du premier il y avait aussi travaillé, avant de se libérer, de faire soi-même, dans la peau errante qu’il faisait pour lui. Nous avions commencé à fréquenter Diabolik et dès que nous l’avons présenté, les Giussani l’ont immédiatement ancré, pour la période utile à tous deux. Ce qui nous unissait, dès le premier jour, n’étaient pas les travaux faits pour débarquer le lunaire, que nous pouvions trouver l’un sans l’autre, par ce qu’offrait alors le marché et par notre habitude de la précarité. Ce qui nous a donné était la facilité d’être ensemble et la propension aux mêmes valeurs, aux mêmes ambitions sociales, à la même soif de droits et d’égalité hors des sentiers battus, en pleine liberté. Ils étaient nombreux et différents à tourner autour de cette maison, mais le va et vient était continu, parce que chacun se sentait chez lui. Tito, Steve, Claudio, Roby, Bruno et tant d’autres.  En général tous plus euphoriques, plus enragés, plus exhibitionnistes, comme ceux de vingt ans ou un peu plus. Il ne le faisait pas, mesuré bien que très tolérant de toute expression affirmée, pour laquelle lui échappait un sourire qui n’était jamais de pitié mais de vraie compassion. Les excès étaient le bouillon de sa modération et on ne s’en dérobait pas.

Ce furent des journées intenses, où il semblait pouvoir toucher concrètement ce dont on avait seulement rêvé. Le parcours d’un jeune passionné est pavé de mirages et dans les mirages jusqu’à ce que vous soyez sur votre peau, vous y croyez parce qu’ils vous semblent réels par définition. Dans beaucoup, nous faisions des choses, que ce soit pour survivre ou pour vivre, qui ne se reconnaissaient pas dans les règles mais avec la satisfaction de les contourner. Rien dans ce modèle social ne nous correspondait, encore moins ses règles. Tant de niveaux différents de risque, tant de niveaux d’exposition de la dissidence, autant que les personnalités des pratiquants. Il n’était pas un exposant, au contraire, mais il ne reculait jamais.

Ses compétences professionnelles au service de l’irrégularité de tous, sans se plaindre, sans demander ni pourquoi. Il savait qu’il travaillait pour un objectif commun, pour les derniers bouts de conviction qui avaient commencé et qui finiraient par s’effondrer dans un reflux social inexorable. Ainsi, il était toujours prêt à mettre ses qualités au service d’une cause commune.

En 1973, le 11 septembre avait été une débâcle pour tous, comme si nous étions là au Chili parce que la puissance et la force de la tromperie avaient été réaffirmées par les Yankees qui surveillaient et complotaient tant là-bas qu’ici. Mais toujours cette année-là, nous avons su nous contenter d’une satisfaction symbolique, nous faisant retrouver le sourire lorsque Carrero Blanco avait finalement explosé vers le haut, très haut. On sentait l’odeur de la désintégration du régime et pour un exilé qui n’était jamais retourné dans son pays, c’était une sensation excellente, préludait à tant de possibilités. Mais quand les régimes craquent, c’est généralement le pire qui arrive, dans la dernière tentative aussi macabre que sanglante de reprendre la stabilité. Il s’est écoulé un peu plus de trois mois pour qu’on nous enlève espoir et sourire d’un Franco vengeur qui faisait serrer la dernière garrote autour du cou de Puig Antich, anarchiste comme nous tous, catalan comme Albert. À la mort du dictateur, il a fallu trois ans pour parvenir à la constitution, mais la Catalogne a pu le récupérer sans lui faire payer ton refus de lever. Depuis lors, nos rencontres se sont dispersées, mais sans jamais nous perdre de vue. Il ne voyageait plus, après la période africaine, mais j’ai eu tant d’occasions de venir le voir et d’échanger des idées, des opinions, des regards affectueux.

Nous avons ri ensemble sur les Ramblas, quand l’édition du soir rapportait « Arrêté à la Barceloneta le chef des brigades roses. » Nous le connaissions, il avait été un compagnon de voyage qui, en pleine décadence, cherchait à exhiber une silhouette subversive, s’entourant de jeunes filles.

Il a continué à accompagner ses compétences de graphiste avec un intérêt intense et passionné pour tous les moments, épisodiques mais significatifs, où l’humanité avait prévalu en réaffirmant la justice, l’égalité et la liberté dans certains coins du monde, d’autant plus agréable que plus proche. Il ne s’agissait pas seulement d’un exercice intellectuel mais d’une recherche utile pour affiner les capteurs afin de capturer des lueurs de réactivation sociale, de communication humaine. L’empreinte des développements ultérieurs ne nous a pas été favorable, bien que personne n’ait voulu oublier qu’il peut y avoir la plage sous le pavé.

Lors de la dernière rencontre dans la maison de Barcelone, il y a onze ans, il y avait aussi ma fille de douze ans Maya et sa compagne à lui, Mina, et une ambiance très détendue s’était créée qui avait fait se sentir à l’aise la jeune fille, captivée par la sympathie de la maîtresse de maison. Il s’agissait de bienveillance et d’estime réciproque, le seul secret pour une bonne coexistence. 

La dernière fois que nous nous sommes vus en personne, pas lors des appels vidéo qui étaient habituels pour nous, c’était en juin il y a deux ans, à Reus, accueillis avec son hospitalité, Claudio et moi avons trouvé un homme cultivé, chargé de souvenirs vifs de vie et de lectures, de musique, d’arts en général, toujours discret et bien disposé, comme cinquante ans auparavant. Une image que toute personne de bon sens souhaiterait voir reconnue à l’automne de sa vie.

Je le remercie de m’avoir falsifié des permis de conduire et des cartes d’identité, quand cela avait été utile, de m’avoir encouragé à écrire sur ces années partagées et  publier présenté par la couverture née de sa créativité. Puis de m’avoir lu et donné des idées critiques lorsque mon mode d’expression était passé à la forme romanesque. Nous n’avions pas parlé depuis quelques mois, mais c’était normal aussi parce qu’il détestait les téléphones portables et moi les plateformes sociales, donc ce n’était pas facile de nous joindre. J’avais vu qu’il avait quelques difficultés respiratoires la dernière fois, mais je ne m’attendais pas à un revirement aussi brusque, dicté par un mal qu’il avait ignoré jusqu’à quelques jours avant de nous quitter. Avec la pleine conscience de son départ, il a organisé son congé, aidée par son amie Mina, toujours présente quand c’était le cas, et par Jordi, son frère, avec qui il a partagé des activités, un logement et toute sa vie sauf la période italienne. Je suppose que son neveu, dont il m’a toujours parlé avec admiration et émotion, était aussi présent.

Il nous manquera à tous dans la courte période où nous lui survivrons mais il aurait voulu que nous en fassions une raison, car toutes les histoires, même les plus belles, arrivent à leur conclusion.

 

MAURIZIO





 

 

venerdì 17 luglio 2026

ANDRÉS NIN NELLA RIVOLUZIONE SPAGNOLA di Miquel Amoros

 



 

Andrés Nin fu il più importante intellettuale leninista del periodo repubblicano e guidò il Partito Operaio di Unificazione Marxista (POUM) quando fu assassinato dai servizi segreti sovietici su ordine del "leader supremo". La sua scandalosa scomparsa ebbe conseguenze di vasta portata ben oltre i confini spagnoli, soprattutto all'interno della sinistra europea, che iniziò a considerare seriamente i metodi criminali dello stalinismo. La causa repubblicana ne risentì. Si potrebbe dire che l'assassinio di Nin fu per la Repubblica ciò che l'assassinio di García Lorca fu per il fronte franchista. Sul fronte repubblicano, la sua morte segnò una svolta nell'influenza del Partito Comunista; con l'eliminazione del nemico comune – il proletariato anarchico – i suoi ex alleati – repubblicani, socialisti di destra e nazionalisti baschi e catalani – iniziarono a prendere le distanze e a ostacolarne l'avanzata. Se l'influenza comunista fosse aumentata, la sorte di Nin avrebbe potuto essere quella di chiunque fosse finito nel mirino dei burattini di Stalin. Di fatto, quanto accaduto a Nin divenne lo sfondo implicito di ogni movimento politico durante il resto della guerra.

 

Il momento decisivo nella vita e nella carriera politica di Andrés Nin fu l'incontro con la Rivoluzione Russa, che lo affascinò profondamente. Si era recato in Russia come delegato della CNT (Confederazione Nazionale del Lavoro) quando fu subitamente sedotto dai bolscevichi, nonostante la persecuzione di qualsiasi organizzazione al di fuori del partito di Lenin e nonostante il terrore e la carestia che attanagliavano il paese. Nemmeno la sanguinosa repressione dei marinai di Kronstadt e del movimento machnovista riuscì a smuoverlo. Rimase in Russia come alto funzionario del Comintern e dell'Internazionale Rossa dei Sindacati, ma il suo coinvolgimento nelle lotte interne al partito al fianco di Trotsky lo portò alla caduta in disgrazia, culminando nella sua espulsione dal Partito Comunista e dall'URSS. Ritornò in Spagna mentre la dittatura di Primo de Rivera volgeva al termine, determinato a organizzare, con alcuni colleghi, l'autentico partito marxista della classe operaia, creando un'Opposizione di Sinistra, ovvero all'interno dell'ortodossia trotskista. Alla fine, riuscì a fondare un piccolo partito, la Sinistra Comunista di Spagna, senza la minima influenza sugli eventi contemporanei, ma con una forte attività teorica, fedele al "metodo marxista di analisi delle situazioni oggettive".

 

Nin affermava categoricamente che in Spagna non c'era mai stata una rivoluzione borghese. La proclamazione della Repubblica non lo era. Le contraddizioni della borghesia – e lo dicevano anche gli anarchici – non trovavano soluzione all'interno del sistema capitalistico. Pertanto, la missione dei veri comunisti, una volta dissipate le illusioni democratiche, sarebbe consistita nello spingere i lavoratori a realizzare la rivoluzione che la borghesia era incapace di compiere. Nessun altro partito o federazione sindacale avrebbe potuto portare a termine con successo questo compito. Il Partito Comunista Ufficiale era una pedina di Mosca, priva di una propria visione politica. La CNT era un raggruppamento di riformisti e avventurieri. Senza "un potente partito comunista, cervello e guida della rivoluzione", senza soviet o giunte rivoluzionarie al posto dei sindacati, la vittoria delle masse sfruttate non sarebbe stata possibile. Era necessaria l'unità d'azione, che poteva essere raggiunta attraverso comitati di fabbrica eletti dai lavoratori, sindacalizzati o meno. Il comitato sarebbe stato l'embrione del soviet. Anche dopo due insurrezioni anarchiche, egli continuava a considerare il problema della lotta per il socialismo, oltre al partito al potere, come l'organizzazione delle masse, ovvero il soviet. Certamente, Nin applicò rigorosamente il modello bolscevico. Da buon trotskista, riteneva suo dovere difendere l'Unione Sovietica in quanto stato socialista dei lavoratori, seppur corrotto dalla burocrazia, e non per quello che era realmente: la piena espressione di un capitalismo di stato burocratico.

Nonostante i vincoli ideologici, l'istinto rivoluzionario di Nin gli permise di cogliere la realtà con una certa precisione. Intuì, prima di chiunque altro, l'evoluzione della maggior parte della borghesia verso il fascismo. Questo lo spinse a invocare un fronte unito di tutte le organizzazioni proletarie e ad aderire alle Alleanze dei Lavoratori che si formarono nel 1934. Il fallimento della Rivoluzione d'Ottobre, di cui fu testimone diretto, gli offrì molti spunti di riflessione. Con incrollabile fede, credeva che senza un partito rivoluzionario non fosse possibile alcuna rivoluzione, quindi il compito più urgente era quello di crearne uno e non di praticare l'"infiltrazione" all'interno del partito socialista, come raccomandato da Trotsky. L'opzione più realistica, quindi, era quella di fondere il piccolo ICE (Partito Comunista Indipendente di Catalogna) con il Blocco dei Lavoratori e dei Contadini di Joaquín Maurín, un partito di comunisti dissidenti ed ex membri dell'Estat Català di Francesc Macià. Il nuovo partito, che contava poche migliaia di membri, fu pomposamente battezzato POUM (Partito Operaio di Unificazione Marxista). La seconda fase della rivoluzione borghese, quella volta a fermare il fascismo, condusse il partito verso il Fronte Popolare, sigillando così definitivamente la rottura con Trotsky. Secondo Nin, la vittoria elettorale dei candidati del Fronte Popolare non arrestò il processo rivoluzionario perché la borghesia non sarebbe stata in grado di consolidare il proprio dominio di classe. Prima o poi, il proletariato avrebbe preso in considerazione la presa del potere, poiché le condizioni per un tale sviluppo si sarebbero presto create. Da quel momento in poi, la lotta non sarebbe stata tra democrazia e fascismo, ma tra fascismo e socialismo, ovvero tra borghesia e proletariato.

 

La controinsurrezione operaia del 19 luglio radicalizzò l'analisi di Nin. Mentre marciavano lungo le Ramblas di Barcellona, ​​armi in pugno, spalla a spalla con gli operai anarco-sindacalisti, le rigide strutture bolsceviche cominciarono a sgretolarsi. Il fatto che Maurín si trovasse nascosto nella zona occupata dai ribelli lo costrinse ad assumere la carica di segretario del POUM, da dove avrebbe riformulato la strategia del partito in chiave di sinistra. Al raduno di settembre al Grand Price, affermò che una rivoluzione democratica non era più necessaria, poiché il proletariato l'aveva già realizzata in un colpo solo, compresa la questione catalana, e quindi la piccola borghesia non era indispensabile. Contro il disperato tentativo della borghesia di salvare il proprio dominio ricorrendo al fascismo, non c'era altra alternativa che la rivoluzione sociale. Di conseguenza, guerra e rivoluzione erano inseparabili. Il proletariato, che non combatteva per difendere la repubblica borghese come sosteneva il PCE, doveva combattere per una repubblica socialista. Non c'era da stupirsi che, in quelle circostanze, Nin credesse che le organizzazioni proletarie con la più chiara consapevolezza della realtà attuale e il maggiore spirito rivoluzionario fossero la CNT e la FAI. Era urgentemente necessario un accordo con i "compagni" anarchici. I disaccordi, un tempo insanabili, avevano ora una soluzione. Alcuni punti essenziali furono rivisti. Per esempio: la temuta dittatura del proletariato non era altro che la democrazia operaia praticata dai sindacati, organismi adeguati che rendevano superflui i soviet.

 

Miquel Amoros


ANDRÉS NIN EN LA REVOLUCIÓN ESPAÑOLA



     Andrés Nin fue el intelectual leninista más importante del periodo republicano y encabezaba el Partido Obrero de Unificación Marxista cuando los servicios secretos soviéticos lo asesinaron cumpliendo órdenes del “líder supremo”. Su escandalosa desaparición tuvo gran trascendencia allende las fronteras españolas, sobre todo en el ámbito de la izquierda europea, que comenzó a tomar seriamente en cuenta los métodos criminales del estalinismo. La causa de la República resultó perjudicada. Podríamos decir que el homicidio de Nin fue para la República la losa que fue el asesinato de García Lorca para el bando franquista. En el lado republicano su muerte significó un punto de inflexión en la influencia del Partido Comunista; puesto en fuera de juego el enemigo común -el proletariado anarquista- sus aliados de la víspera -republicanos, socialistas de la derecha y nacionalistas vascos y catalanes- comenzaron a tomar distancias y poner trabas a su progresión. Si el ascendiente comunista aumentaba, la suerte de Nin podía ser la de cualquiera que señalaran las marionetas de Stalin. De hecho, lo que pasó a Nin se convirtió en el trasfondo no declarado de todo movimiento político durante lo que quedó de guerra.

     El momento decisivo en la vida y la trayectoria política de Andrés Nin fue su encuentro con la Revolución Rusa, que lo dejó subyugado. Había ido a Rusia como delegado de la CNT cuando fue seducido de pronto por los bolcheviques a pesar de la persecución de cualquier organización ajena al partido de Lenin y a pesar del terror y el hambre que se enseñoreaban del país. La sangrienta represión de los marinos de Kronstadt y del movimiento makhnovista tampoco le conmovieron. Permaneció en Rusia como alto funcionario de la Komintern y de la Internacional Sindical Roja, pero al implicarse en las luchas internas de partido al lado de Trotsky cayó en desgracia, acabando excluido del partido comunista y expulsado de la URSS. Volvió a España cuando terminaba la dictadura de Primo de Rivera, dispuesto a organizar con unos pocos colegas el auténtico partido marxista de la clase obrera mediante la creación de una Oposición de Izquierda, o sea, dentro de la ortodoxia trotsquista. Al final, logró fundar un partido minúsculo, la Izquierda Comunista de España, sin el menor peso en los acontecimientos coetáneos, pero con una fuerte actividad teórica, fiel al “método marxista de análisis de las situaciones objetivas”.

     Nin afirmaba rotundamente que en España nunca había habido una revolución burguesa. La proclamación de la República no lo fue. Las contradicciones de la burguesía -y eso también lo decían los anarquistas- no tenían solución en el marco del capitalismo, por lo que la misión de los verdaderos comunistas, una vez disipadas las ilusiones democráticas, consistiría en empujar a los trabajadores a realizar la revolución que la burguesía era incapaz de hacer. Ningún otro partido ni ninguna central obrera  podría llevar a buen puerto la tarea. El Partido Comunista oficial era un peón de Moscú sin visión política propia. La CNT era una pandilla de reformistas y aventureros. Sin “un partido comunista potente, cerebro y guía de la revolución”, sin soviets ni juntas revolucionarias en vez de sindicatos la victoria de las masas explotadas no sería posible. Hacía falta una unidad de acción que podría efectuarse a través de comités de fábrica elegidos por los trabajadores, sindicados o no. El comité sería el embrión del soviet. Todavía, después de dos insurrecciones anarquistas, consideraba que el problema de la lucha por el socialismo era, aparte del partido dirigente, la organización de masas, es decir, el soviet. Ciertamente, Nin aplicaba rigurosamente el modelo bolchevique. Como buen trotsquista consideraba un deber defender a la Unión Soviética en tanto que estado obrero socialista, aunque degenerado por la burocracia, y no lo que era en realidad, la plena expresión de un capitalismo burocrático de estado.

     A pesar del corsé ideológico, el instinto revolucionario de Nin le ayudaba a captar la realidad con algo de acierto. Intuyó antes que nadie la evolución de la mayor parte de la burguesía hacia el fascismo. Lo que le llevó a pedir un frente único de todas las organizaciones proletarias y a entrar en las Alianzas Obreras que se constituyeron en 1934. El fracaso de la revuelta de Octubre vivido de cerca le dio materia para reflexionar. Con fe de carbonero, pensaba que sin un partido revolucionario ninguna revolución era posible, así que lo más urgente era crear uno y no hacer “entrismo” en el partido socialista como recomendaba Trotsky. Entonces, la opción más realista llevaba a la fusión de la pequeña ICE con el Bloque Obrero y Campesino de Joaquín Maurín, un partido de comunistas disidentes y exmiembros del Estat Català de Francesc Macià. El nuevo partido, que contaba con unos pocos miles de afiliados, fue bautizado pomposamente como POUM. La segunda parte de la revolución burguesa, la que debía detener al fascismo condujo el partido hacia el Frente Popular, con lo que la ruptura con Trotsky fue definitivamente rematada. El triunfo en las urnas de las candidaturas frentepopulistas según Nin, no detenía el proceso revolucionario porque la burguesía no conseguiría consolidar su dominio de clase. Más pronto que tarde el proletariado se plantearía la conquista del poder, puesto que las condiciones para ello no tardarían en madurar. En adelante, la lucha no ocurriría entre la democracia y el fascismo, sino entre el el fascismo y el socialismo, es decir, entre la burguesía y el proletariado.

     El contra-levantamiento obrero del 19 de Julio radicalizó los análisis de Nin. Al marchar por las Ramblas de Barcelona armas en mano, codo a codo con los obreros anarcosindicalistas, los rígidos esquemas bolchevistas se tambalearon. El hecho de que Maurín quedara oculto dentro de la zona en poder de los sediciosos lo obligó a ocupar la secretaría del POUM, desde donde reformularía por la izquierda la estrategia del partido.  En el mitin de septiembre en el Gran Price afirmó que ya no era necesaria la revolución democrática puesto que el proletariado la había hecho de golpe, cuestión catalana incluida, por lo que la pequeña burguesía no era indispensable. Contra la tentativa desesperada de la burguesía para salvar su dominio recurriendo al fascismo, no cabía otra que la revolución social. En consecuencia, la guerra y la revolución eran inseparables. El proletariado, que no combatía para defender la república burguesa como decía el PCE, debería luchar por una república socialista. No era de extrañar que en aquellas circunstancias Nin creyera que las organizaciones proletarias con la conciencia más clara de la realidad del momento y con el mayor espíritu revolucionario fueran la CNT y la FAI. Urgía un acuerdo con los “compañeros” anarquistas.  Las discrepancias, antaño irreductibles, ahora tenían solución. Algunos puntos esenciales fueron revisados. Por ejemplo estos: la temida dictadura del proletariado no era más que la democracia obrera tal como la practicaban los sindicatos, organismos adecuados que volvían innecesarios a los soviets.

     Por desgracia, la fuerza insuficiente del POUM para practicar el giro radical ninista obligaba al partido a hacer concesiones si no quería aislarse. Así, pretextando que la revolución socialista también podía impulsarse desde la Generalitat, solicitó la entrada en el Govern, para los poumistas un “gobierno de transición revolucionaria”. Sin embargo, el ascenso del partido estalinista gracias al chantaje de la ayuda militar rusa desencadenó una agresiva campaña difamatoria contra el POUM, tachando a sus miembros de trotsquistas, provocadores y agentes del fascismo. Nin, destituido del cargo de consejero de justicia en diciembre por exigencias comunistas, reaccionó denunciando al reformismo, “la representación de la burguesía dentro de la clase trabajadora” que encarnaba el comunismo oficial, pidiendo asilo para Trotsky y exigiendo “un gobierno obrero y campesino”. A pesar de la coincidencia con la CNT en lo relativo a “la apreciación del carácter del momento revolucionario actual y el papel de la clase trabajadora”, por culpa de las aprensiones antimarxistas de los libertarios -en parte justificadas- y también por la escasa importancia del POUM -un partido minoritario con pretensiones- la relación entre ambas organizaciones no funcionaba. La consigna de “Frente Obrero Revolucionario” o la más explícita de “CNT-POUM” caían en saco roto. Pero el hecho de que las conquistas proletarias del 19 de Julio se fueran perdiendo y la hegemonía de la CNT se fuera quebrando, sacudió  libertarios y abrió nuevas posibilidades de entendimiento. El descontento por la militarización de las milicias, la disolución de los comités y el intento de supresión de las patrullas de control halló su portavoz en el diario vespertino “La Noche”, dirigido por Jaime Balius, antiguo redactor de la Soli y cabeza visible de la Agrupación “Los Amigos de Durruti”. Balius denunciaba los avances de la contrarrevolución y clamaba contra las concesiones y la pasividad de la CNT, algo con lo que Nin no podía estar más de acuerdo y que hizo constar en las páginas del órgano del partido “La Batalla”. En la conferencia de marzo en el Principal Palace Nin llegó a decir que “el anarquismo es una expresión del espíritu revolucionario con el cual coinciden los hombres del POUM” y Balius reprodujo sus palabras en “La Noche”. Andrade, el segundo de Nin, que también “se sentía más próximo a los camaradas anarquistas que a los de los otros partidos”, se mostró de acuerdo con los puntos programáticos del manifiesto que Los Amigos de Durruti pegaron en abril por las calles de Barcelona. En particular, la consigna durrutista de Junta Revolucionaria parecía coincidir con la consigna poumista de Comité de Defensa de la Revolución. El primero de Mayo de 1937 Nin proclamó como objetivo necesario de las masas populares el gobierno obrero y campesino y la revolución social.

     Durante los Sucesos de Mayo, el POUM se puso del lado de los trabajadores insurrectos y Los Amigos de Durruti lo felicitaron por ello en una célebre octavilla que “La Batalla” reprodujo. Las conversaciones entre unos y otros fueron produciéndose, pero la CNT, lejos de ponerse al frente del movimiento hacía todo lo posible por pararlo. No quería alterar el statu quo, sino situarse mejor en él. Al POUM no le quedó más opción que seguirla y dar la orden de retirada a sus militantes. Los Amigos de Durruti eran solamente unos centenares, insuficientes para cambiar la orientación de la jerarquía confederal. El objetivo estratégico principal del POUM era la alianza con los comités dirigentes cenetistas y faistas, y como estos habían desautorizado a Los Amigos de Durruti, de poco podía servir la entente con estos, si además eran contrarios a “tomar el poder” en la Organización y no querían implicarse con partidos. La posición maximalista de Nin -formar un frente común con los anarcosindicalistas e ir a la conquista del poder- tropezó con la dirección atemorizada de la CNT y la FAI, totalmente colaboracionista. Encima, Largo Caballero dimitió, jefe del Gobierno de la República, dimitió entre otras cosas por no aceptar la ilegalización del POUM tal como insistentemente pedían los estalinistas. Su sucesor Negrín no tuvo tantos escrúpulos. La campaña de insultos i calumnias en la prensa nacional e internacional simpatizante o de obediencia moscovita llegó al paroxismo. El delirio denigrador estalinista se igualaba con el furor nazi contra los judíos. Parecía que se estaba en el epílogo del los Procesos de Moscú, y de hecho era eso. Finalmente, el POUM fue declarado fuera de la ley. Primero, se suspendió “La Batalla”, i después, fueron saqueados e incautados sus locales, la emisora y el resto de publicaciones. Los militantes fueron perseguidos y encarcelados; algunos fusilados. La 29 División, que agrupaba a las milicias del partido, fue desmantelada. Una policía especial madrileña vendría para hacerse cargo del Comité Ejecutivo del partido. Nin fue detenido en la sede del comité, apartado y conducido a Madrid, pasando por varias checas. Al final, se lo llevaron a los sótanos de un chalet situado en las afueras de Alcalá de Henares, donde se sabe que agentes de la NKVD lo torturaron para lograr que confesara ser un espía de Franco, al estilo de los procesos arriba mencionados. No lo consiguieron, y simulando de mala manera un rapto, lo introdujeron en un automóvil y lo asesinaron en algún lugar de la carretera de Perales de Tajuña.

     Los verdugos mataron alevosamente a un revolucionario de los más firmes, honestos, talentosos y clarividentes, pero no consiguieron enlodar su figura, bien al contrario, su lección de coraje ante los sicarios fue un ejemplo para todos los verdaderos rebeldes. La gran indignación provocada por su muerte acarreó la condena moral absoluta de los asesinos y sus cómplices. Para Albert Camus, el crimen “constituyó un giro en la tragedia del siglo XX, el siglo de la revolución traicionada.”


Miquel Amoros

Charla del 17 de julio de 2026 en el Ateneu 24 de Juny, Girona.

 

 

mercoledì 15 luglio 2026

MINIMA AMORALIA di Sergio Ghirardi Sauvageon

 






Dalla destra più marcia alla sinistra più estremista, i confusionisti ipocriti aumentano nell'impero capitalista globale che sta crollando. Tutti i dominanti o aspiranti tali continuano a vendere la loro mercanzia ai servitori volontari che si accalcano ai cancelli della sopravvivenza. Laddove le idee si riducono a pretesti per domesticazioni opposte.

 

Di chi fidarsi? Con chi tessere un tessuto pratico di lotte che non ci riduca a un attivismo cieco, pieno di credenze, dogmi che ne seguono e paure represse che volontariamente s’ignorano per funzionare meglio ideologicamente.

 

Non abbiamo bisogno di rivoluzionari da salotto, né di arrabbiati che si autoproclamano rivoluzionari mentre si propongono come i suprematisti teorici di oggi e gli sfruttatori pratici di domani. Alcuni di loro rischiano infatti di divenire i nuovi capi per cui dovremo ballare e fare i pagliacci divertenti per evitare la Loubianka, Auschwitz, Gaza e altri luoghi turistici della crociera degli orrori storici.

 

Non condivido la mondanità che nasconde dietro mantra rivoluzionari un riformismo moralista e opportunista, degno di Orwell e della sua fattoria dove i maiali, anzi i porci, s’ingegnano sempre per essere e voler essere più uguali degli altri.

 

Non mi piacciono gli arrabbiati mistici. Rancorosi impotenti che colpevolizzano della propria incapacità di cambiare i capri espiatori del momento, resi responsabili del fallimento pratico delle loro idee così belle e rivoluzionarie.

 

Siamo tutti europei, diceva Arno dal profondo del suo Belgio musicale, ma l’Europa non esiste realmente se non come un’invenzione capitalista, una super patria burocratica per nazionalisti smarriti in cerca di un nuovo super-io produttivista senza limiti.

 

Al di là delle colonne d’Ercole delle idee dominanti ricevute, l’anarchia resta un sogno di cui gli anarchici sono i sognatori. Meglio una fine atroce che un’atrocità senza fine, certo, ma possiamo chiedere all’onirico di allontanare la paranoia e il fato in nome del destino esplorato nei cuori e nelle teste? L’acrazia di un’autogestione generalizzata, finora mai realizzata davvero, resta l’unica alba desiderabile dopo un tramonto che si annuncia più minaccioso che mai.

 

Dal maggio '68, il successo sotterraneo sempre vivo dei suoi desideri epocali e il fallimento poi registrato della realtà politica che ne è seguita, esposta alla luce oscura di un’attualità sempre più reazionaria e fascista, mi hanno fatto capire che l’impotenza a cambiare e l’egoismo mercantile che l’accompagna e ne approfitta non sono altro che il motore sfrenato di una stessa soddisfazione frustrata, diventata quindi spesso perversa.

 

Si cercano e spesso si trovano gli utili idioti necessari a rendere credibile e apparentemente sostenibile il misticismo del momento. Una tale postura è utile per trasformare in ideologia[1] l’autentico desiderio di cambiamento e di realizzazione sociale che abita i nostri corpi malati. Un tale desiderio spontaneo coltiva le idee che attraversano e massaggiano le nostre teste tristi e i nostri cuori feriti, da credenza sincera in menzogna vergognosa.

 

La condizione umana è sempre più dipendente da una condizione naturale in crisi che la civiltà produttivista ha gravemente degradato, in modo quasi irreversibile. La notizia che almeno metà degli esseri viventi non umani, dagli insetti agli uccelli, passando per i mammiferi e per il mondo vegetale, è recentemente scomparsa e continua a scomparire, è un’informazione altisonante ma soffocata in sordina. Se ne parla molto per meglio dissimulare l’inazione, mentre il clima canicolare, con la sua carrellata di tempeste, temporali, siccità e catastrofi, è ormai una realtà irrevocabile e una spada di Damocle in azione.

 

Mai la parola rivoluzione ha avuto un’urgenza di programmazione così grande e un tale rifiuto da parte della società dominante. Peggio della dimenticanza, la pubblicità spettacolare (e quindi ingannevole) del problema in questione funziona da alibi ipnotico per continuare a produrre e peggiorare le condizioni del disastro. Più se ne parla, meno si fa! L’albero nasconde la foresta e viceversa. Si discute di tutto tranne che dell’essenziale: l’urgenza vitale di uscire dal capitalismo, dal produttivismo, dal suprematismo, dal patriarcato.

 

Come reagire a una tale catastrofe annunciata senza arrendersi a una constatazione contemplativa, restando rinchiusi in una purezza impotente e segnata dal voyeurismo? Persino i rivoluzionari o presunti tali sembrano accontentarsi di una radicalità spettacolare, ma viene naturale pensare che questo non potrà durare a lungo. Il che non garantisce il meglio di una rivoluzione sociale pacifica necessaria e scelta, mentre fa temere il peggio di una guerra civile sanguinosa e contro-rivoluzionaria subita.

 

Io, che non credo a una democrazia spettacolare che nasconde da sempre un’oclocrazia[2] permanente – e più che mai oggi –, potrei anche andare a votare per i soli che denunciano l’intollerabile senza indugi, senza gioia ma con convinzione. Lo farei aspettando di vedere il seguito, per contrastare almeno il peggio di un fascismo che, come sempre, corre sistematicamente in soccorso di una democrazia borghese in crisi.


Se non si decide di uscire rapidamente dal capitalismo, l’umanità è fottuta. Non è più semplicemente questione di coscienza di classe. È ormai chiaramente questione di coscienza di specie.

   

Sergio Ghirardi Sauvageon, 14 luglio 2026

 



[1] Ideologia rivoluzionaria, riformista o reazionaria a seconda dei gusti ideologici del momento e degli opportunismi di sempre, di cui il capitalismo è il regista e gli esseri umani le comparse.

 

[2]Questo termine greco indica il potere miserabile esercitato da un popolo sottomesso che sceglie con il voto il proprio dittatore.


MINIMA AMORALIA

 

 

De la droite la plus pourrie à la gauche la plus extrémiste, les faux culs pullulent dans l’empire capitaliste planétaire qui s’effondre. Tous les dominants ou aspirants tels continuent de vendre leur camelote aux serviteurs volontaires qui se bousculent au portillon de la survie là où les idées se rétrécissent en alibi de domestications opposées.

 

A qui faire confiance ? Avec qui tisser un réseau pratique de luttes qui ne nous réduisent pas à un militantisme aveugle, perclus de croyances, de dogmes qui s’ensuivent et de peurs refoulées qui volontairement s’ignorent pour mieux fonctionner idéologiquement.

 

On n’a pas besoin de révolutionnaires de salon, ni d’enragés qui s’imposent comme révolutionnaires alors qu’ils se proposent comme les suprématistes théoriques d’aujourd’hui et les exploiteurs pratiques de demain. Car certains parmi eux risquent fort de devenir les nouveaux chefs pour lesquels il faudra danser et faire les pitres pour éviter la Loubianka, Auschwitz, Gaza et autres lieux touristiques de la croisière des horreurs historiques.

 

Je ne partage pas la mondanité qui cache derrière des mantras révolutionnaires un réformisme moralisateur et opportuniste, digne d’Orwell et de sa ferme où les cochons, voire les porcs, s’ingénient toujours pour être et vouloir être plus égaux que les autres.

 

Je n’aime pas les enragés mystiques. Des rancuniers impuissants qui culpabilisent de leur propre incapacité à changer les boucs émissaires du moment, rendus responsables de la faillite pratique de leurs idées si belles et révolutionnaires.

 

Nous sommes tous des Européens, disait Arno du fond de sa Belgique musicale, mais l’Europe n’existe pas réellement sinon comme une invention capitaliste, une super patrie bureaucratique pour nationalistes paumés en quête d’un nouveau surmoi productiviste sans limites.

 

Au-delà des colonnes d’Hercule des idées reçues dominantes, l’anarchie reste un rêve dont les anarchistes sont les rêveurs. Mieux une fin atroce qu’une atrocité sans fin, certes, mais peut-on demander à l’onirique d’écarter la paranoïa et le destin au nom de la destinée explorée dans les cœurs et dans les têtes ? L’acratie d’une autogestion généralisée jamais encore réalisée pour de bon, reste la seule aube souhaitable après un coucher de soleil qui s’annonce plus menaçant que jamais.

 

Depuis mai 68, le succès souterrain toujours vivant des désirs de l’époque et ensuite l'échec constaté de la réalité politique qui a suivi, exposée à la lumière sombre d'une actualité toujours plus réactionnaire et fasciste, m'ont fait comprendre que l'impuissance à changer et l'égoïsme mercantile qui l'accompagne et en profite ne sont rien d'autre que le moteur déchaîné d'une même satisfaction frustrée, devenue donc souvent perverse.

 

On cherche et souvent on trouve les idiots utiles nécessaires à rendre crédible et apparemment soutenable le mysticisme du moment. Une telle posture est utile à transformer en idéologie[1]   l’envie réelle de changement et de réalisation sociale qui habitent nos corps malades. Une telle envie spontanée cultive les idées qui sillonnent et malaxent nos têtes tristes et nos cœurs blessés, de croyance sincère en mensonge éhonté.

 

La condition humaine est de plus en plus redevable d’une condition naturelle en crise que la civilisation productiviste a dégradé gravement, de façon quasi irréversible. La nouvelle qu’au moins la moitié du vivant, des insectes aux oiseaux, jusqu’aux mammifères et au monde végétal, a récemment disparu et que ça continue, est retentissante mais suffoquée en sourdine. On en parle beaucoup pour mieux cacher l’inaction, alors que le climat caniculaire, avec son lot de tempêtes, orages, sécheresses et catastrophes, est désormais une réalité irrévocable et une épée de Damoclès à l’œuvre.

 

Jamais le mot révolution n’a eu une telle urgence de programmation et un tel déni de la part de la société dominante. Pire que l’oubli, la publicité spectaculaire (donc trompeuse) du problème en question fonctionne comme alibi hypnotique pour continuer à produire et empirer les conditions du désastre. Plus on en parle, moins on fait ! L’arbre cache la forêt et réciproquement. On discute de tout sauf de l’essentiel : l’urgence vitale de sortir du capitalisme, du productivisme, du suprématisme, du patriarcat.

 

Comment réagir à une telle catastrophe annoncée sans se rendre au constat de façon contemplative, restant enfermés dans une pureté impuissante et marquée par le voyeurisme ? Même les révolutionnaires ou présumés tels semblent se contenter d’une radicalité spectaculaire, mais on peut penser que cela ne pourra pas durer longtemps. Ce qui ne garantit pas le mieux d’une révolution sociale pacifique nécessaire et choisie, alors qu’il fait craindre le pire d’une guerre civile meurtrière et contre-révolutionnaire subie.

 

Moi, qui ne crois pas à une démocratie spectaculaire cachant depuis toujours une ochlocratie[2] permanente et plus que jamais aujourd’hui , je pourrais mème aller voter pour les seuls qui dénoncent l’intolérable sans atermoiements, sans joie mais avec conviction. Je le ferai en attendant de voir la suite, pour contrarier au moins le pire d’un fascisme qui, comme toujours, court systématiquement au secours d’une démocratie bourgeoise en crise.

 

Si on ne se décide pas de sortir rapidement du capitalisme, l’humanité est foutue. Ce n’est plus uniquement une simple question de conscience de classe. C’est désormais clairement une question de conscience d’espèce.

 

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 14 juillet 2026



[1] Idéologie révolutionnaire, réformiste ou réactionnaire selon les goûts idéologiques du moment et les opportunismes de toujours dont le capitalisme est le metteur en scène et les êtres humains les figurants.

 

[2]Ce terme grec désigne le pouvoir misérable exercé par un peuple soumis qui choisit par le vote son propre dictateur.