Dalla destra più marcia alla
sinistra più estremista, i confusionisti ipocriti aumentano nell'impero
capitalista globale che sta crollando. Tutti i dominanti o aspiranti tali
continuano a vendere la loro mercanzia ai servitori volontari che si accalcano ai
cancelli della sopravvivenza. Laddove le idee si riducono a pretesti per
domesticazioni opposte.
Di chi fidarsi? Con chi tessere
un tessuto pratico di lotte che non ci riduca a un attivismo cieco, pieno di
credenze, dogmi che ne seguono e paure represse che volontariamente s’ignorano
per funzionare meglio ideologicamente.
Non abbiamo bisogno di
rivoluzionari da salotto, né di arrabbiati che si autoproclamano rivoluzionari
mentre si propongono come i suprematisti teorici di oggi e gli sfruttatori
pratici di domani. Alcuni di loro rischiano infatti di divenire i nuovi capi per
cui dovremo ballare e fare i pagliacci divertenti per evitare la Loubianka,
Auschwitz, Gaza e altri luoghi turistici della crociera degli orrori storici.
Non condivido la mondanità che
nasconde dietro mantra rivoluzionari un riformismo moralista e opportunista,
degno di Orwell e della sua fattoria dove i maiali, anzi i porci, s’ingegnano
sempre per essere e voler essere più uguali degli altri.
Non mi piacciono gli arrabbiati
mistici. Rancorosi impotenti che colpevolizzano della propria incapacità di
cambiare i capri espiatori del momento, resi responsabili del fallimento
pratico delle loro idee così belle e rivoluzionarie.
Siamo tutti europei, diceva Arno
dal profondo del suo Belgio musicale, ma l’Europa non esiste realmente se non
come un’invenzione capitalista, una super patria burocratica per nazionalisti
smarriti in cerca di un nuovo super-io produttivista senza limiti.
Al di là delle colonne d’Ercole
delle idee dominanti ricevute, l’anarchia resta un sogno di cui gli anarchici
sono i sognatori. Meglio una fine atroce che un’atrocità senza fine, certo, ma
possiamo chiedere all’onirico di allontanare la paranoia e il fato in nome del
destino esplorato nei cuori e nelle teste? L’acrazia di un’autogestione
generalizzata, finora mai realizzata davvero, resta l’unica alba desiderabile
dopo un tramonto che si annuncia più minaccioso che mai.
Dal maggio '68, il successo
sotterraneo sempre vivo dei suoi desideri epocali e il fallimento poi
registrato della realtà politica che ne è seguita, esposta alla luce oscura di
un’attualità sempre più reazionaria e fascista, mi hanno fatto capire che l’impotenza
a cambiare e l’egoismo mercantile che l’accompagna e ne approfitta non sono
altro che il motore sfrenato di una stessa soddisfazione frustrata, diventata
quindi spesso perversa.
Si cercano e spesso si trovano
gli utili idioti necessari a rendere credibile e apparentemente sostenibile il
misticismo del momento. Una tale postura è utile per trasformare in ideologia[1]
l’autentico desiderio di cambiamento e di realizzazione sociale che abita i
nostri corpi malati. Un tale desiderio spontaneo coltiva le idee che
attraversano e massaggiano le nostre teste tristi e i nostri cuori feriti, da
credenza sincera in menzogna vergognosa.
La condizione umana è sempre più
dipendente da una condizione naturale in crisi che la civiltà produttivista ha
gravemente degradato, in modo quasi irreversibile. La notizia che almeno metà
degli esseri viventi non umani, dagli insetti agli uccelli, passando per i
mammiferi e per il mondo vegetale, è recentemente scomparsa e continua a
scomparire, è un’informazione altisonante ma soffocata in sordina. Se ne parla
molto per meglio dissimulare l’inazione, mentre il clima canicolare, con la sua
carrellata di tempeste, temporali, siccità e catastrofi, è ormai una realtà
irrevocabile e una spada di Damocle in azione.
Mai la parola rivoluzione ha
avuto un’urgenza di programmazione così grande e un tale rifiuto da parte della
società dominante. Peggio della dimenticanza, la pubblicità spettacolare (e
quindi ingannevole) del problema in questione funziona da alibi ipnotico per
continuare a produrre e peggiorare le condizioni del disastro. Più se ne parla,
meno si fa! L’albero nasconde la foresta e viceversa. Si discute di tutto
tranne che dell’essenziale: l’urgenza vitale di uscire dal capitalismo, dal
produttivismo, dal suprematismo, dal patriarcato.
Come reagire a una tale
catastrofe annunciata senza arrendersi a una constatazione contemplativa,
restando rinchiusi in una purezza impotente e segnata dal voyeurismo? Persino i
rivoluzionari o presunti tali sembrano accontentarsi di una radicalità spettacolare,
ma viene naturale pensare che questo non potrà durare a lungo. Il che non
garantisce il meglio di una rivoluzione sociale pacifica necessaria e scelta,
mentre fa temere il peggio di una guerra civile sanguinosa e
contro-rivoluzionaria subita.
Io, che non credo a una
democrazia spettacolare che nasconde da sempre un’oclocrazia[2]
permanente – e più che mai oggi –, potrei anche andare a votare per i soli che
denunciano l’intollerabile senza indugi, senza gioia ma con convinzione. Lo
farei aspettando di vedere il seguito, per contrastare almeno il peggio di un
fascismo che, come sempre, corre sistematicamente in soccorso di una democrazia
borghese in crisi.
Se non si decide di uscire
rapidamente dal capitalismo, l’umanità è fottuta. Non è più semplicemente
questione di coscienza di classe. È ormai chiaramente questione di coscienza di
specie.
Sergio Ghirardi Sauvageon, 14 luglio 2026
[1] Ideologia rivoluzionaria,
riformista o reazionaria a seconda dei gusti ideologici del momento e degli
opportunismi di sempre, di cui il capitalismo è il regista e gli esseri umani
le comparse.
[2]Questo termine greco indica il potere miserabile
esercitato da un popolo sottomesso che sceglie con il voto il proprio
dittatore.
MINIMA AMORALIA
De la
droite la plus pourrie à la gauche la plus extrémiste, les faux culs pullulent
dans l’empire capitaliste planétaire qui s’effondre. Tous les dominants ou
aspirants tels continuent de vendre leur camelote aux serviteurs volontaires
qui se bousculent au portillon de la survie – là où
les idées se rétrécissent en alibi de domestications opposées.
A qui
faire confiance ? Avec qui tisser un réseau pratique de luttes qui ne nous
réduisent pas à un militantisme aveugle, perclus de croyances, de dogmes qui
s’ensuivent et de peurs refoulées qui volontairement s’ignorent pour mieux
fonctionner idéologiquement.
On
n’a pas besoin de révolutionnaires de salon, ni d’enragés qui s’imposent comme
révolutionnaires alors qu’ils se proposent comme les suprématistes théoriques
d’aujourd’hui et les exploiteurs pratiques de demain. Car certains parmi eux
risquent fort de devenir les nouveaux chefs pour lesquels il faudra danser et
faire les pitres pour éviter la Loubianka, Auschwitz, Gaza et autres lieux
touristiques de la croisière des horreurs historiques.
Je ne
partage pas la mondanité qui cache derrière des mantras révolutionnaires un
réformisme moralisateur et opportuniste, digne d’Orwell et de sa ferme où les
cochons, voire les porcs, s’ingénient toujours pour être et vouloir être plus
égaux que les autres.
Je
n’aime pas les enragés mystiques. Des rancuniers impuissants qui culpabilisent
de leur propre incapacité à changer les boucs émissaires du moment, rendus
responsables de la faillite pratique de leurs idées si belles et
révolutionnaires.
Nous
sommes tous des Européens, disait Arno du fond de sa Belgique musicale, mais
l’Europe n’existe pas réellement sinon comme une invention capitaliste, une
super patrie bureaucratique pour nationalistes paumés en quête d’un nouveau
surmoi productiviste sans limites.
Au-delà
des colonnes d’Hercule des idées reçues dominantes, l’anarchie reste un rêve
dont les anarchistes sont les rêveurs. Mieux une fin atroce qu’une atrocité
sans fin, certes, mais peut-on demander à l’onirique d’écarter la paranoïa et
le destin au nom de la destinée explorée dans les cœurs et dans les
têtes ? L’acratie d’une autogestion généralisée jamais encore réalisée
pour de bon, reste la seule aube souhaitable après un coucher de soleil qui
s’annonce plus menaçant que jamais.
Depuis
mai 68, le succès souterrain toujours vivant des désirs de l’époque et ensuite
l'échec constaté de la réalité politique qui a suivi, exposée à la lumière
sombre d'une actualité toujours plus réactionnaire et fasciste, m'ont fait
comprendre que l'impuissance à changer et l'égoïsme mercantile qui l'accompagne
et en profite ne sont rien d'autre que le moteur déchaîné d'une même
satisfaction frustrée, devenue donc souvent perverse.
On
cherche et souvent on trouve les idiots utiles nécessaires à rendre crédible et
apparemment soutenable le mysticisme du moment. Une telle posture est utile à
transformer en idéologie[1] l’envie réelle de changement et de
réalisation sociale qui habitent nos corps malades. Une telle envie spontanée
cultive les idées qui sillonnent et malaxent nos têtes tristes et nos cœurs
blessés, de croyance sincère en mensonge éhonté.
La
condition humaine est de plus en plus redevable d’une condition naturelle en
crise que la civilisation productiviste a dégradé gravement, de façon quasi
irréversible. La nouvelle qu’au moins la moitié du vivant, des insectes aux
oiseaux, jusqu’aux mammifères et au monde végétal, a récemment disparu et que
ça continue, est retentissante mais suffoquée en sourdine. On en parle beaucoup
pour mieux cacher l’inaction, alors que le climat caniculaire, avec son lot de
tempêtes, orages, sécheresses et catastrophes, est désormais une réalité
irrévocable et une épée de Damoclès à l’œuvre.
Jamais
le mot révolution n’a eu une telle urgence de programmation et un tel déni de
la part de la société dominante. Pire que l’oubli, la publicité spectaculaire
(donc trompeuse) du problème en question fonctionne comme alibi hypnotique pour
continuer à produire et empirer les conditions du désastre. Plus on en parle,
moins on fait ! L’arbre cache la forêt et réciproquement. On discute de
tout sauf de l’essentiel : l’urgence vitale de sortir du capitalisme, du
productivisme, du suprématisme, du patriarcat.
Comment
réagir à une telle catastrophe annoncée sans se rendre au constat de façon
contemplative, restant enfermés dans une pureté impuissante et marquée par le
voyeurisme ? Même les révolutionnaires ou présumés tels semblent se
contenter d’une radicalité spectaculaire, mais on peut penser que cela ne
pourra pas durer longtemps. Ce qui ne garantit pas le mieux d’une révolution
sociale pacifique nécessaire et choisie, alors qu’il fait craindre le pire
d’une guerre civile meurtrière et contre-révolutionnaire subie.
Moi,
qui ne crois pas à une démocratie spectaculaire cachant depuis toujours une
ochlocratie[2]
permanente – et plus que
jamais aujourd’hui –,
je pourrais mème aller voter pour les seuls qui dénoncent l’intolérable sans
atermoiements, sans joie mais avec conviction. Je le ferai en attendant de voir
la suite, pour contrarier au moins le pire d’un fascisme qui, comme toujours,
court systématiquement au secours d’une démocratie bourgeoise en crise.
Si
on ne se décide pas de sortir rapidement du capitalisme, l’humanité est foutue.
Ce n’est plus uniquement une simple question de conscience de classe. C’est
désormais clairement une question de conscience d’espèce.
Sergio
Ghirardi Sauvageon, 14 juillet 2026
[1]
Idéologie
révolutionnaire, réformiste ou réactionnaire selon les goûts idéologiques du
moment et les opportunismes de toujours dont le capitalisme est le metteur en
scène et les êtres humains les figurants.
[2]Ce terme grec désigne le pouvoir misérable
exercé par un peuple soumis qui choisit par le vote son propre dictateur.