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mercoledì 4 gennaio 2023

Raoul Vaneigem in guisa di buon anno SALUTO AI GILETS JAUNES

 



L'emergere in Francia dei Gilet jaunes è stato un tuono nel cielo della mediocrità. La loro presenza catalizzava oscuramente una forza insurrezionale che si stava svegliando in tutto il mondo. L'ironia della storia ha voluto che apparissero in un paese dove l'abiezione e la stupidità oscuravano l'Illuminismo di un tempo.

L'alleanza paradossale di una volontà pacifica e di una determinazione infallibile ha precipitato nella paura e nello stordimento un governo che sonnecchiava confidando nella stupidaggine mercantile delle folle. La mediocrità dei capi di Stato, dei notabili e delle élite sembrava così esemplare che al carrozzone dello Stato non restava, per usare un'espressione scherzosa di monsieur Prudhomme, che "navigare su un vulcano".

Da destra a sinistra, un disprezzo unanime ha accolto i Gilets jaunes. Chi erano questi intrusi che improvvisamente riscoprivano l'ispirazione della Comune di Parigi, la gioia del maggio 1968, la tranquilla sicurezza degli zapatisti, quando molti ne avevano solo una conoscenza rudimentale? È stato un bel momento d’ilarità sentire il cerchio degli intellettuali e degli esperti di pensiero critico trattare da idioti degli individui che scoprivano in se stessi e tra di loro la presenza di una vita le cui necessità quotidiane li tenevano - e continuano a tenere tutti noi - crudelmente separati. Di questo impulso vitale, hanno propagato spontaneamente la coscienza pratica, ludica, poetica.

I Gilets jaunes non appartengono né alla plebe né al proletariato. Per lo Stato e il conservatorismo, sono dei piantagrane da passare per le armi. Il populismo di stampo fascista pensava di poterli divorare. Ne è rimasto soffocato al primo boccone. Il gauchismo li avrebbe volentieri agghindati del vecchio costume proletario se l'apparato sindacale e politico, smanioso di offrire la sua tutela, non si fosse scontrato con un netto rifiuto da parte delle e degli insorti.

La loro autorganizzazione informale si basa su pochi principi sommari e radicali: niente capi, niente apparati politico-sindacali, niente rappresentanti autoproclamati, priorità assoluta all'essere umano. Nessun movimento insurrezionale ha segnato così risolutamente, fin dall'inizio, la sua volontà di un mondo nuovo in rottura assoluta con le nostre società di predazione, potere, sacrificio, spirito militare.

La scossa sismica che scuote la società planetaria non si riduce a una sommossa, né a una rivolta o a una rivoluzione. Segna il riemergere di una vita che la civiltà del Profitto ha condannato a deperire. Spezza il peso di una letargia millenaria. La sua coscienza non è nata, come nel Settecento, dalla lucidità di brillanti pensatori. È una parola anonima, balbettante. È ancora sotto il timore confuso di aver osato l'impossibile. Tuttavia, la sua presenza è là, non si soddisfa di parole perché sente che anche le parole devono rinascere. Dal Chiapas all'Iran, una poesia della sovversione sociale spinge verso i lidi più disparati le sue onde fragili, effimere ma incredibilmente irresistibili.

I pretesti invocati al primo approccio sembravano futili: tasse, biglietto della metropolitana, disprezzo da parte dello Stato. Molti si limitano ancora a rivendicazioni di sopravvivenza. Nessuno, però, si sbaglia. Sotto tutto ciò c’è qualcosa di più profondo. La gioia che fa danzare sulle rotatorie, sulle strade e nei cuori emana dal desiderio di vivere liberi. Nessuna rivendicazione sociale ha mai mostrato tanta tenacia, tanta pacata determinazione. Tutto indica che si tratta di un fenomeno che sorpassa gli iniziatori del movimento, perché - prima o poi lo capiranno - questo superamento lo portano dentro.

Non serve un sociologo per individuare in seno ai Gilet jaunes qualche razzista, antisemita, omofobo, misogino, retro fascista, retro bolscevico, psicopatico, ritardato mentale. La folla tradizionale ha sempre privilegiato l'individualismo a discapito dell'individuo ed eccelle nel privilegiare l'aggressività delle emozioni represse sull'intelligenza del vivente. Tuttavia, ciò che il movimento dei Gilet jaunes ha promosso fin dall'inizio è un senso umano che esclude il riflesso predatorio e garantisce il predominio del mutuo soccorso e dell'autonomia individuale. Anche se questo movimento scomparisse, avrà sparso ovunque i semi di un'insurrezione della vita quotidiana e di una primavera che “sboccia in ogni stagione”.

Essendo da tempo propenso a disprezzare le bandiere, mi sono reso conto che gli emblemi della Francia branditi dai Gilet jaunes non si spiegavano al vento nauseabondo del nazionalismo ma sventolavano al soffio della Rivoluzione francese, brezza portatrice delle nostre rivoluzioni presenti e future. Due secoli di sciovinismo ci hanno privato del ricordo che, nonostante la sua sanguinaria magniloquenza, la Marsigliese fu il canto inaugurale dei sollevamenti che, nell’Ottocento e nel Novecento, sconvolsero il mondo.

La poesia non cade dal cielo, nasce nei bassifondi dell'esistenza. Nessuna misura, nessun calcolo determina l'intensità di ciò che si propaga per risonanze piuttosto che per parole d'ordine. Sbarazzata dei tribuni, dei manipolatori, degli intellettuali fieri di esserlo, la ribellione del vivente apre spontaneamente la strada a una libertà autenticamente vissuta.

 

La stupidità è contagiosa, l'intelligenza è empatica. Qualche germe di radicalità è in grado di fertilizzare i terreni più sterili. La qualità vince sempre sulla quantità. Non preoccupatevi del numero! La civiltà delle cifre è finita! Lasciate che i sostenitori della disperazione aggressiva vi trattino da sognatori. Fanno parte della stirpe che decreta, da secoli, che la vita acceca e la morte rende lucidi.

 

È a partire dalle piccole realtà locali che prende senso la lotta per la qualità della vita e l'eliminazione delle nocività. Separato dalle sue radici viventi, il progetto di emancipazione umana è solo un'astrazione. La coscienza del vivente è la nostra radicalità. La quale è imprescrittibile.

 

Raoul Vaneigem, 31 dicembre 2022





SALUT AUX GILETS JAUNES

 

         Ce fut, dans le ciel de la médiocrité, un coup de tonnerre, que l’émergence en France des Gilets jaunes. Leur présence catalysait obscurément une force insurrectionnelle qui s’éveillait partout dans le monde. L’ironie de l’histoire voulut qu’ils fissent leur apparition dans un pays où l’abjection et la sottise occultaient les Lumières de jadis.

         La paradoxale alliance d’une volonté pacifique et d’une détermination sans faille plongea dans la peur et l’hébétude une gouvernance qui somnolait en faisant confiance au décervelage mercantile des foules. La médiocrité des chefs d’État, des notables, des élites passait à ce point pour exemplaire que le char de l’État n’avait plus, selon la plaisante expression de monsieur Prudhomme, qu’à « naviguer sur un volcan. »

         De la droite à la gauche, un mépris unanime accueillit les Gilets jaunes. Qui étaient ces intrus redécouvrant soudain l’inspiration de la Commune de Paris, la joie de Mai 1968, la tranquille assurance des zapatistes, alors que beaucoup n’en avaient qu’une connaissance rudimentaire ? Ce fut un beau moment d’hilarité que d’entendre la coterie intellectuelle et les experts  en  pensée critique traiter d’abrutis des êtres qui découvraient en eux et entre eux, la présence d’une vie dont les nécessités quotidiennes les tenaient - et continuent de nous tenir - cruellement éloignés. Cette pulsion vitale, il en propagèrent spontanément la conscience pratique, ludique, poétique. 

         Les gilets jaunes n’appartiennent ni à la plèbe ni au prolétariat. Pour l’État et le conservatisme, ce sont des trublions à passer par les armes. Le populisme fascisant croyait pouvoir les dévorer. Il s’en est étouffé à la première bouchée. Le gauchisme les aurait volontiers affublés de la vieille défroque prolétarienne si l’appareil syndical et politique, empressé d’offrir sa tutelle, ne s’était pas heurté de la part des insurgées et des insurgés à une fin de non-recevoir.

         Leur auto-organisation informelle repose sur quelques principes sommaires et radicaux : pas de chefs, pas d’appareil politico-syndical, pas de représentants autoproclamés, priorité absolue à l’être humain. Aucun mouvement insurrectionnel n’a marqué aussi résolument, dès le départ, sa volonté d’un monde nouveau en rupture absolue avec nos sociétés de prédation, de pouvoir, de sacrifice, d’esprit militaire.

         La secousse sismique qui ébranle la société planétaire ne se réduit ni à une émeute, ni à une révolte, ni à une révolution. Elle marque le sursaut d’une vie que la civilisation du Profit a condamné à dépérir. Elle brise le carcan d’une léthargie millénaire. Sa conscience n’est pas née, comme au XVIIIe siècle, de la lucidité de brillants penseurs. C’est une parole anonyme, balbutiante. Elle est encore sous le trouble apeuré d’avoir osé l’impossible. Mais sa présence est là, elle se passe de mots parce qu’elle pressent que les mots eux aussi doivent renaître. Du Chiapas à l’Iran, une poésie de la subversion sociale pousse vers les rivages les plus disparates ses vagues frêles, éphémères et incroyablement irrésistibles.

         Les prétextes invoquées au premier abord, paraissaient futiles : taxe, ticket de métro, mépris étatique. Beaucoup se cantonnent encore à des revendications de survie. Mais personne ne s’y trompe. Il y a, là-dessous, quelque chose de plus profond. La joie qui fait danser les ronds-points, les rues et les cœurs émane d’une volonté de vivre libre. Aucune revendication sociale n’a jamais fait montre d’une telle persévérance, avec une aussi tranquille détermination. Tout indique qu’il y a là un phénomène qui dépasse les initiateurs du mouvement, parce que - ils le comprendront tôt ou tard - ce dépassement ils le portent en eux.

         Il ne faut pas être grand clerc pour repérer au sein des Gilets jaunes l’un ou l’autre raciste, antisémite, homophobe, misogyne, rétro-fasciste, rétro-bolchevik, psychopathe, demeuré mental. La foule traditionnelle a toujours privilégié l’individualisme aux dépens de l’individu, elle excelle à faire primer sur l’intelligence du vivant l’agressivité des émotions refoulées. Or, ce qu’a promu dès le départ le mouvement des Gilets jaunes, c’est un sens humain qui exclut le réflexe prédateur et garantit la prédominance de l’entraide et de l’autonomie individuelle. Même si ce mouvement disparaît, il aura propagé partout les germes d’une insurrection de la vie quotidienne et d’un printemps qui « fleurit en toute saison. »

         Enclin de longue date à mépriser les drapeaux, j’ai réalisé que les emblèmes de la France, brandis par les Gilets jaunes, ne se déployaient pas au vent nauséabond du nationalisme mais claquaient au souffle de la Révolution française, porteur de nos révolutions présentes et à venir. Deux siècles de chauvinisme nous ont ôté de la mémoire qu’en dépit de sa grandiloquence sanguinaire la Marseillaise fut le chant inaugural des soulèvements qui, du XIXe et XXe siècle, ébranlèrent le monde.

         La poésie ne tombe pas du ciel, elle naît dans les bas-fonds de l’existence. Aucune mesure, aucun calcul ne détermine l’intensité de ce qui se propage par résonances plutôt que par mots d’ordre. Débarrassée des tribuns, des manipulateurs, des intellectuels fiers de l’être, la rébellion du vivant fraie spontanément les voies d’une liberté authentiquement vécue.

        

La bêtise est contagieuse, l’intelligence est empathique. Quelques germes de radicalité sont de nature à fertilisent les terres les plus stériles. La qualité l’emporte toujours sur la quantité. Ne vous inquiétez pas du nombre ! La civilisation du chiffre, c’est fini ! Laissez les tenants du désespoir agressif vous traiter de chimériques. Ils sont de l’engeance qui décrète, depuis des siècles, que la vie aveugle et que la mort rend lucide.

        

C’est au départ de petites entités locales que prend son sens la lutte pour la qualité de la vie et l’élimination des nuisances. Coupé de ses racines vivantes, le projet d’émancipation humaine n’est qu’une abstraction. La conscience du vivant, c’est notre radicalité. Elle est imprescriptible.

 

Raoul Vaneigem, 31 décembre 2022

  


lunedì 28 novembre 2022

Fratelli del libero spirito - Raoul Vaneigem

 



Preferisco il cammino che mi apro a quello che trovo. Solo le bandiere si accontentano dei sentieri tracciati.

 

Nessuna epoca ha avuto quanto la nostra delle possibilità di liberare l'uomo dall'oppressione e mai una tale mancanza di coscienza ha diffuso tanta rassegnazione, apatia, fatalismo. Schiavo, da millenni, di un'economia che sfrutta il suo lavoro, l'uomo ha puntato così poco sulla sua autonomia e sulle sue facoltà creative che rischia di lasciarsi trascinare dalla rivolta impotente, dal risentimento e da quella peste emozionale così pronta ad accecare l'intelligenza sensibile e tuffarsi nella barbarie. Quanti un tempo sfidavano l'esercito, la polizia, le mitragliatrici e i carri armati si indignano manifestando a date fisse senza mai osare affrontare i propri padroni per paura di perdere un posto di lavoro che il collasso del sistema sta loro togliendo. Non viene loro neppure in mente l'idea di occupare fabbriche che sono i soli in grado di far funzionare, mentre l'incompetenza degli uomini d’affari li liquida giocandoli in borsa, perdendoli, licenziando i lavoratori e spingendo il cinismo fino a far loro rimborsare le somme frodate.

Come confermano ovunque le elezioni cosiddette “libere”, la stupidità dei governi non ha altro sostegno che la crescente stupidità delle folle che si esauriscono in un'amara rassegnazione e in collere senza prospettiva. La società dei consumi ha trasformato i cittadini in democratici da supermercato, il cui godimento fittizio è assunto a breve termine e per paura di non avere, alla lunga, di che pagarlo. Il pensiero si è fatto larvale. Si nutre d’idee ricevute, ridicolizzate da decenni. Si vedono riapparire i detriti di un nazionalismo causa d’innumerevoli guerre e massacri. Si va fino alle religioni in rotta che tentano di risollevarsi affidandosi alla moda di un maomettanesimo la cui fede religiosa è sempre più cancellata dal populismo.

Siamo circondati da pecore che sognano di diventare macellai. È nella morte e nel declino che credono con maggiore fermezza. Sono innamorati dei loro terrori. Più sanno che sprofonderanno nel solco e che raggiungeranno solo vicoli ciechi, più si ostinano a deperire nel conforto della decrepitezza cui si dedica la loro scienza.

Comunque dovranno pure svegliarsi, ora che il capitalismo sta crollando, implodendo come quell’impero detto “comunista”, ancora ieri ritenuto invincibile. Dovranno pure lasciare la presa, quelli che vi si aggrappavano consumandolo e quelli che vi s’invischiavano in una critica rabbiosa e sterile. Dovranno pure riapprendere a raddrizzarsi, a camminare, a rifiutare le stampelle imposte da un potere che, da secoli, li convince della loro incapacità ad autogovernarsi. Non è forse il momento di ricordare le parole di Loustalot, che proclamava durante la Rivoluzione francese: “I grandi sono grandi solo perché siamo in ginocchio. Alziamoci!” Non è forse il momento di ripristinare l'autonomia degli individui e gettare le basi per una società autogestita?

Rievocando un passato di oppressione, riscopriamo il corso dell'emancipazione che, come un fiume sotterraneo, non ha mai smesso di scalzare le stratificazioni della barbarie. La Comune di Parigi, i consigli degli operai, dei contadini e dei soldati nella Russia nel 1917, i soviet dei marinai a Cronstadt nel 1921, le collettività libertarie dell'Andalusia, della Catalogna e dell'Aragona nel 1936-1937 rimettono in luce un'esperienza psicologica e sociale che, interrotta prematuramente da una repressione spietata, non ha fatto che accennarsi e aspirare a continuare e affinarsi. Ciò che è stato accuratamente occultato dalla storia ufficiale riappare oggi nella sua insolente modernità. Se riaffiorano dal passato i pionieri della libertà individuale e collettiva, non è forse perché il nostro presente ha bisogno del loro esempio per ripristinare un desiderio di emancipazione sopito da decenni?

All'incrocio dei nostri cammini sorgono esseri diversi come Jörg Ratgeb, Jöst Fritz, Sébastien Castellion, La Boétie, Cyrano de Bergerac, Jean Meslier, Henri Joseph Du Laurens, Robert Misson, Matthias Knützen, Twistelwood, Blake, Hölderlin, John Brown, Claire Démar, Tahiri (noto come Qurratu'l-Ayn), Ernest Cœurderoy, Ravachol, Louise Michel, Bonnot, Mecislas Goldberg, Marius Jacob, Flores Magón, Pouget, Albert Libertad, Zo d'Axa, i soldati che si ammutinarono contro il grande macello del 1914-1918, Anton Ciliga, Victor Serge, Jan Valtin, Vassili Grossmann, Ret Marut dit Traven, Sabaté, Ascaso, Durruti, Constant Malva, Manouchian, Armand Robin, Joe Hill, Frank Little, Jean Malaquais, Maurice Blanchard, Arthur Koestler, Walter Benjamin, Ödön von Horváth, Victor Kravchenko e tanti altri che, in una indicibile solitudine, si sono sollevati contro l'oppressione e contro l'impostura delle libertà mercantili. Come non salutare di sfuggita i combattenti ebrei del Bund che hanno lottato sia contro l'antisemitismo sia contro la porcheria religiosa inculcata fin dall'infanzia, perché combattevano innanzitutto lo sfruttamento dell'uomo da parte dell’uomo?

Riportando alla luce il Movimento del Libero Spirito, che la storia adulterata del cristianesimo s’impegnava nascondere, ho mostrato che, contrariamente alla menzogna comunemente accettata di una religiosità onnipresente nel Medioevo, la resistenza alla pregnanza cristiana non ha mai smesso, dal dodicesimo secolo al Cinquecento, di opporre all'ipocrita puritanesimo della Chiesa e al suo disprezzo per la natura umana e terrena la libertà dei desideri, del godimento amoroso, dell’emancipazione individuale e della solidarietà.

Dobbiamo ad Abu Tahir, che nel 930 si era impadronito della Mecca, saccheggiando la città, massacrando i pellegrini e impossessandosi della Pietra Nera, questo proposito: "In questo mondo, tre individui hanno corrotto gli uomini: un pastore [Mosè], un medico [Gesù] e un cammelliere [Maometto]. E questo cammelliere è stato il peggior imbroglione, il peggior imbonitore dei tre”. Non ha solo ispirato Averroè che dichiara: “La religione giudaica è una legge dei bambini, quella cristiana una legge dell'impossibilità e quella maomettana una legge di porcelli”. Ha anche accreditato l'esistenza del Libro dei tre impostori, o Dell'inanità delle religioni, che tormenta l'immaginazione del Medioevo senza che se ne sia mai trovata traccia (fu attribuito a Federico II o al suo cancelliere, Pierre de La Vigne, ma la sua unica versione conosciuta, predatata 1598, fu composta intorno al 1753). Se ne trova eco, però, nel portoghese Tommaso Scoto, professore alla Scuola delle Decretali di Lisbona, processato nel 1344 dall'Inquisizione per aver negato i dogmi, assicurato che il mondo sarebbe stato governato meglio dai filosofi che dai teologi e dichiarato: "Tre impostori hanno ingannato il mondo. Mosè ha ingannato gli ebrei, Gesù i cristiani e Maometto i saraceni”. Bruciato all'Aia nel 1512, Herman de Rijswijck affermava: "Il mondo esiste da tutta l'eternità e non è cominciato con la creazione, che è un'invenzione dello stupido Mosè", "Cristo era un imbecille e il seduttore degli uomini semplici", "Credo che la nostra fede sia una favola come dimostrano le buffonate della nostra Scrittura, le leggende bibliche e il delirio del Vangelo".

L'approccio dei sostenitori del Libero Spirito professa meno il rifiuto della religione che il suo superamento. Dio è negato nel senso che, essendo presente in tutti, basta prenderne coscienza per liberarsi dagli ostacoli e dalle leggi del potere spirituale e temporale.

Raggruppati attorno al filosofo Amaury de Bène, gli Amauriciani furono giustiziati nel 1209 perché negavano il peccato e sostenevano la preminenza del desiderio. Stessa sorte subì nel 1310 la beghina piccarda Marguerite Porète per aver individuato Dio e le libertà di natura nel suo libro Lo specchio delle anime semplici (il testo ci è pervenuto con evidenti interpolazioni, mirate a dargli un significato puramente mistico). Nella stessa epoca, Blœmardinne di Bruxelles (circa 1250-1335) identifica l'amore carnale con la perfezione del Dio che ognuno porta dentro. Il suo irradiamento fu tale che l'Inquisizione non osò reprimerla, nonostante gli attacchi del mistico Jan Ruysbroeck. Le sue idee sono state riprese e praticate dagli Homines intelligentiae, gli Uomini d'Intelligenza, processati a Bruxelles nel 1411 e che rifiutano tutti i comandamenti della Chiesa, difendono le libertà dell'amore, propugnano il diritto di seguire i propri desideri e rigettano i divieti promulgati dalle istituzioni clericali e secolari. Sono i loro seguaci che, sfuggendo alla repressione ed entusiasti delle notizie provenienti dalla Boemia, si unirono ai partigiani di Jan Zizka, il cui collettivismo aveva conquistato buona parte degli ussiti. I quali combattevano contro i cattolici, responsabili della morte sul rogo, a Costanza, nel 1415, del predicatore Jan Hus, ostile alla corruzione papale. Di fronte alla corrente libertaria degli adamiti, Zizka, di cui gli stalinisti fecero un eroe nazionale ceco, si comportò non meno crudelmente degli inquisitori e mandò in massa al rogo, nel 1421, uomini e donne il cui unico crimine era di voler vivere in un'innocenza edenica.

Si ritrova la dottrina del Libero Spirito in Isabel de la Cruz, condannata a Toledo nel 1529. Per lei e per coloro che saranno chiamati gli alumbrados, l'illuminazione che rivela la presenza di Dio porta a una tale perfezione che nessuno può più peccare, né venialmente né mortalmente. L'illuminazione rende liberi e sdogana da ogni autorità. Fare l'amore è unirsi con Dio. A Canillas, presso Salamanca, Francisca Hernandez (intorno al 1520) avrebbe raggiunto un tale grado di santità che la continenza non le era più necessaria. Nonostante le persecuzioni, un gruppo di alumbrados apparve ancora a Llerena intorno al 1578. Resi impeccabili dall'estasi orgasmica, sostenevano una vita di libertà e amore, agli antipodi del puritanesimo e del culto della carogna propagato dal cristianesimo (uno di loro, deridendo la Passione di Cristo, diceva: “A che scopo preoccuparsi ogni giorno della morte di quest'uomo!”).

Éloi Pruystinck di Anversa fa parte del movimento della corrente libertaria ostile al cattolicesimo e al protestantesimo. Di mestiere riparatore di tetti, fu uno degli ingannati dagli attacchi di Lutero contro Roma. Nel 1525 attraversa la Germania per andare, con candore, a esporre le sue idee libertarie a colui che aveva appena raccomandato ai nobili di sterminare i contadini stimolati dal suo spirito di rivolta. Lutero si affrettò a denunciare ai magistrati di Anversa "un serpente scivolato tra le anguille". Arrestato nel febbraio 1526 con nove suoi amici, è condannato a una pena lieve: la pubblica penitenza e l'uso di un cartello che lo designasse come eretico. Attorno a lui si forma un gruppo in cui dei ricchi mercanti si affiancano a poveri lavoratori, uniti dal desiderio di godere dei piaceri della vita, di stabilire tra loro legami di solidarietà, di ricercare la propria felicità stando attenti a non nuocere a nessuno. Tra i Loisti, i poveri accedono a un'esistenza senza preoccupazioni pecuniarie, grazie a una consapevolezza per cui i ricchi si abbandonano ai piaceri, senza dover temere né il rimorso né il peccato né le angosce dei possidenti né il risentimento dei diseredati. Non si direbbe forse un primo abbozzo del progetto di Fourier, o dell’abbazia di Thélème immaginata da Rabelais? La repressione si è abbattuta sui Loisti nel 1544. Diversi furono decapitati. Éloi è stato bruciato il 24 ottobre.

Tuttavia, si diffondono a Lilla, con un certo Coppin, a Rouen, su iniziativa di Claude Perceval, e fino alla corte di Marguerite di Navarra, a Nérac, le idee di coloro che Calvino fustigherà con il nome di "libertini spirituali". Nel 1546 il dittatore di Ginevra denuncia ai magistrati di Tournai il sarto Quintin Thiery, che si fa beffe delle Scritture, rifiuta il peccato e la colpa e conduce una vita gioiosa proponendo a tutti di seguire i propri desideri senza preoccuparsi delle favole evangeliche. Quintin e i suoi amici saranno giustiziati a Tournai nel 1546.

Si dovrebbe anche ricordare Noël Journet, bruciato a Metz (1582) dai protestanti per aver evidenziato le incongruenze, le assurdità e gli orrori della Bibbia; Geoffroy Vallée, giustiziato a Parigi nel 1574 perché, rifiutando ogni credenza, redigeva quest’osservazione: «Tutte le religioni si sono preoccupate di togliere all'uomo la felicità del corpo in Dio per renderlo sempre più miserabile».

“Noi neghiamo Dio e lo precipitiamo dalle sue altezze, rigettando il tempio con tutti i suoi sacerdoti. Ciò che basta, a noi coscienziosi, è la scienza non di uno solo ma del maggior numero. Questa coscienza che la natura, madre benevola degli umili, ha concesso a tutti gli uomini, al posto delle Bibbie”. Queste parole sono di Thomas Knutzen (1646-1674?). Ovunque vada, il giovane agitatore diffonde i suoi opuscoli contro la religione, i concistori e l'aristocrazia. Accrediterà l'esistenza del movimento internazionale dei "coscienziosi" dove si è fatto portavoce di tutti i sostenitori della libertà individuale e della distruzione di ogni autorità. Infatti, i suoi scritti, pubblicati clandestinamente da suoi emuli, passarono per la Francia dove Naigeon li fece conoscere all'amico Diderot. Si perdono le tracce, nel 1674, di questo poeta della libertà la cui vita fu un vagabondaggio e una lotta permanente.

Non voglio aggiungere passaggi collaterali ai percorsi ufficiali della storia. Non voglio che un tribunale culturale anatemizzi i monarchi sanguinari, i generali guerrafondai, gli inquisitori di ogni genere, gli assassini ingiustamente onorati di statue e celebrati nei pantheon della memoria: Bonaparte, responsabile di milioni di morti; Luigi XIV, persecutore dei protestanti e del libero pensiero; Lutero, massacratore dei contadini; Calvino, assassino di Jacques Gruet e Michel Servet; Leopoldo II del Belgio, uno dei criminali più cinici del diciannovesimo secolo, la cui pratica del “caoutchouc rouge"[1] non ha finora scosso le coscienze. Esprimo solo l'auspicio che al repertorio dei loro ripugnanti panegirici si aggiunga l'elenco dei loro delitti, la menzione delle loro vittime, il ricordo di chi li ha affrontati. Perché è bene che sia insegnata la conoscenza degli esseri che, in nome della generosità umana, li hanno denunciati. In questi tempi di servitù volontaria, è salutare ricordare l'audacia dei resistenti alla tirannia, perché è da quest’audacia che va oggi a dipendere il destino degli Uomini e della Terra.

 

 

Raoul VANEIGEM Offensiva, n° 28, dicembre 2010. Questo testo è apparso su Dias rebeldes. Crónicas de insumisión, opera collettiva in spagnolo, Octaedro, 2009.

 



[1] Schiavismo, lavori forzati, torture e mutilazioni subite dagli autoctoni del Congo colonizzato dal Belgio di Leopoldo II (NdT).




Frères du libre esprit

Je préfère le chemin que je fraie à celui que je trouve. Seuls les drapeaux s’accommodent des voies tracées.

 

Aucune époque n’a disposé comme la nôtre des possibilités d’affranchir l’homme de l’oppression et jamais un tel manque de conscience n’a propagé autant de résignation, d’apathie, de fatalisme. Esclave, depuis des millénaires, d’une économie qui exploite son travail, l’homme a si peu misé sur son autonomie et sur ses facultés créatrices qu’il risque de se laisser emporter par la révolte impuissante, le ressentiment et cette peste émotionnelle si prompte à aveugler l’intelligence sensible et à se jeter dans la barbarie. Ceux qui jadis bravaient l’armée, la police, la mitraille et les tanks s’indignent en manifestant à date fixe mais n’osent pas affronter leurs patrons de peur de perdre un emploi que l’effondrement du système est en train de leur ôter. L’idée ne leur vient même pas d’occuper des usines qu’ils sont seuls capables de faire marcher, alors que l’incompétence des hommes d’affaires les liquide en les jouant en Bourse, en les perdant, en licenciant les travailleurs et en poussant le cynisme jusqu’à leur faire rembourser les sommes escroquées.

Comme le confirment partout les élections dites « libres », la débilité des gouvernements n’a d’autre support que la débilité croissante des foules, s’épuisant en résignation amère et en colères sans lendemain. La société de consommation a transformé les citoyens en démocrates de supermarché, dont la jouissance fictive s’assume à court terme et dans la crainte de n’avoir pas, à long terme, de quoi la payer. La pensée s’est faite larvaire. Elle se nourrit d’idées reçues, ridiculisées depuis des décennies. On voit ressurgir les détritus de ce nationalisme, cause d’innombrables guerres et de massacres. Il n’est pas jusqu’aux religions en déroute qui ne tentent de se relever en prenant appui sur la vogue d’un mahométisme où la foi religieuse s’efface de plus en plus au profit du populisme.

Nous sommes environnés de moutons qui rêvent de devenir bouchers. C’est à la mort et au déclin qu’ils croient le plus fermement. Ils sont épris de leurs terreurs. Plus ils savent qu’ils s’enliseront dans l’ornière et n’atteindront qu’à des impasses, mieux ils s’obstinent à dépérir dans le confort de la décrépitude auquel leur science se consacre.

Pourtant il faudra bien qu’ils se réveillent, maintenant que le capitalisme s’effondre, implose comme cet empire dit « communiste », hier encore réputé invincible. Il faudra bien qu’ils lâchent prise, ceux qui s’y accrochaient en le consommant et ceux qui s’y engluaient dans une critique rageuse et stérile. Il faudra bien qu’ils réapprennent à se redresser, à marcher, à rejeter les béquilles imposées par un pouvoir qui, depuis des siècles, les persuade de leur incapacité de se gouverner eux-mêmes. N’est-ce pas le moment de rappeler les mots de Loustalot, proclamant lors de la Révolution française : « Les grands ne sont grands que parce que nous sommes à genoux. Levons-nous ! » N’est-ce pas le moment de restaurer l’autonomie des individus et de jeter les bases d’une société autogérée ?

En révoquant un passé d’oppression, nous redécouvrons le cours de l’émancipation qui, tel un fleuve souterrain, n’a jamais cessé de saper les stratifications de la barbarie. La Commune de Paris, les conseils d’ouvriers, de paysans et de soldats dans la Russie de 1917, les soviets de marins à Cronstadt en 1921, les collectivités libertaires d’Andalousie, de Catalogne et d’Aragon de 1936-1937 remettent en lumière une expérience psychologique et sociale qui, interrompue prématurément par une impitoyable répression, n’a fait que s’esquisser et aspire à se poursuivre et à s’affiner. Ce qui a été soigneusement occulté par l’histoire officielle reparaît aujourd’hui dans son insolente modernité. Si les pionniers de la liberté individuelle et collective ressurgissent du passé, n’est-ce pas que notre présent a besoin de leur exemple pour restaurer une volonté d’émancipation, ensommeillée depuis des décennies ?

À la croisée de nos chemins surgissent des êtres aussi divers que Jörg Ratgeb, Jöst Fritz, Sébastien Castellion, La Boétie, Cyrano de Bergerac, Jean Meslier, Henri Joseph Du Laurens, Robert Misson, Matthias Knützen, Twistelwood, Blake, Hölderlin, John Brown, Claire Démar, Tahiri (dite Qurratu’l-Ayn), Ernest Cœurderoy, Ravachol, Louise Michel, Bonnot, Mecislas Goldberg, Marius Jacob, Flores Magón, Pouget, Albert Libertad, Zo d’Axa, les soldats qui se mutinèrent contre la grande boucherie de 1914-1918, Anton Ciliga, Victor Serge, Jan Valtin, Vassili Grossmann, Ret Marut dit Traven, Sabaté, Ascaso, Durruti, Constant Malva, Manouchian, Armand Robin, Joe Hill, Frank Little, Jean Malaquais, Maurice Blanchard, Arthur Koestler, Walter Benjamin, Ödön von Horváth, Victor Kravchenko et tant d’autres qui, dans une indicible solitude, se dressèrent contre l’oppression et contre l’imposture des libertés marchandes. Comment ne pas saluer au passage les combattants juifs du Bund qui luttèrent à la fois contre l’antisémitisme et contre la cochonnerie religieuse inculquée dès l’enfance, parce qu’ils combattaient avant tout l’exploitation de l’homme par l’homme ?

En ramenant au grand jour le Mouvement du Libre-Esprit, que l’histoire frelatée du christianisme s’employait à dissimuler, j’ai montré qu’à l’encontre du mensonge, communément reçu, d’une religiosité omniprésente au Moyen Âge, la résistance à la prégnance chrétienne n’a cessé, du XIIe au XVIe siècle, d’opposer au puritanisme hypocrite de l’Église et à son mépris de la nature humaine et terrestre la liberté des désirs, de la jouissance amoureuse, de l’affranchissement individuel et de la solidarité.

On doit au Karmate Abou Tahir, qui, en 930, s’était emparé de La Mecque, pillant la ville, massacrant les pèlerins et s’emparant de la Pierre Noire, le propos : « En ce monde, trois individus ont corrompu les hommes : un berger [Moïse], un médecin [Jésus] et un chamelier [Mohammed]. Et ce chamelier a été le pire escamoteur, le pire prestidigitateur des trois. » Il a non seulement inspiré Averroès qui déclare : « La religion judaïque est une loi d’enfants, la chrétienne une loi d’impossibilité et la mahométane une loi de pourceaux. » Il a aussi accrédité l’existence du Livre des trois imposteurs, ou De l’inanité des religions, qui hante l’imagination du Moyen Âge sans que l’on n’ait jamais trouvé sa trace (il a été attribué à Frédéric II ou à son chancelier, Pierre de La Vigne, mais sa seule version connue, antidatée 1598, a été composée vers 1753). On en retrouve pourtant des échos chez le Portugais Thomas Scoto, professeur à l’école des Décrétales de Lisbonne, poursuivi en 1344 par l’Inquisition pour avoir nié les dogmes, assuré que le monde serait mieux gouverné par les philosophes que par les théologiens et déclaré : « Trois imposteurs ont trompé le monde. Moïse a trompé les juifs, Jésus les chrétiens et Mahomet les sarrasins ». Brûlé à La Haye en 1512, Herman de Rijswijck affirmait : « Le monde a été de toute éternité et n’a pas commencé par la création, qui est une invention du stupide Moïse », « le Christ fut un imbécile et le séducteur des hommes simples », « j’estime que notre foi est une fable comme le prouvent les bouffonneries de notre Écriture, les légendes bibliques et le délire évangélique ».

La démarche des partisans du Libre-Esprit professe moins le refus de la religion que son dépassement. Dieu est nié en ce sens qu’étant présent en chacun il suffit d’en prendre conscience pour s’affranchir des entraves et des lois du pouvoir spirituel et temporel.

Groupés autour du philosophe Amaury de Bène, les amauriciens seront exécutés en 1209 parce qu’ils niaient le péché et prônaient la prééminence du désir. La béguine picarde Marguerite Porète subira le même sort en 1310 pour avoir identifié Dieu et les libertés de nature dans son livre Le Miroir des simples âmes (le texte nous est parvenu avec d’évidentes interpolations, visant à lui prêter un sens purement mystique). À la même époque, la Bruxelloise Blœmardinne (vers 1250-1335) identifie l’amour charnel à la perfection du Dieu que chacun porte en soi. Son rayonnement était tel que l’Inquisition n’osa sévir contre elle, en dépit des attaques du mystique Jan Ruysbroeck. Ses idées sont reprises et pratiquées par les Homines intelligentiae, les Hommes de l’intelligence, poursuivis à Bruxelles en 1411 et qui rejettent tous les mandements de l’Église, défendent les libertés de l’amour, prônent le droit de suivre ses désirs et rejettent les interdits promulgués par les institutions cléricales et laïques. Ce sont leurs adeptes qui, fuyant la répression et enthousiasmés par les nouvelles venues de Bohème, rejoignirent les partisans de Jan Zizka dont le collectivisme avait séduit une bonne partie des hussites. Ceux-ci menaient la guerre aux catholiques, responsables de la mort sur le bûcher, à Constance, en 1415, du prédicateur Jan Hus, hostile à la corruption papale. Confronté au courant libertaire des Pikarti ou adamites, Zizka, dont les staliniens firent un héros national tchèque, ne se comporta pas moins cruellement que les inquisiteurs et envoya massivement au bûcher, en 1421, des hommes et des femmes dont le seul crime était de vouloir vivre dans une innocence édénique.

On retrouve la doctrine du Libre-Esprit chez Isabel de la Cruz, condamnée à Tolède en 1529. Pour elle et ceux que l’on appellera les alumbrados, l’illumination qui révèle la présence de Dieu conduit à une telle perfection que nul ne peut plus pécher, ni véniellement ni mortellement. L’illumination rend libre et délie de toute autorité. Faire l’amour, c’est s’unir avec Dieu. À Canillas, près de Salamanque, Francisca Hernandez (vers 1520) passe pour avoir atteint un tel degré de sainteté que la continence ne lui est plus nécessaire. Malgré les persécutions, un groupe d’alumbrados se manifesta encore à Llerena vers il 1578. Rendus impeccables par l’extase orgasmique, ils prônaient une vie de liberté et d’amour, aux antipodes du puritanisme et du culte de la charogne propagé par le christianisme (l’un d’eux, raillant la Passion du Christ, disait : « À quoi bon se préoccuper chaque jour de la mort de cet homme ! »).

Éloi Pruystinck d’Anvers s’inscrit dans la mouvance du courant libertaire hostile au catholicisme et au protestantisme. Couvreur de son métier, il est de ceux qu’illusionnent les attaques de Luther contre Rome. En 1525, il traverse l’Allemagne pour aller, dans sa candeur, exposer ses idées libertaires à celui qui venait de recommander aux nobles d’exterminer les paysans stimulés par son esprit de révolte. Luther s’empressa de dénoncer aux magistrats d’Anvers « un serpent qui s’est glissé parmi les anguilles ». Arrêté en février 1526 avec neuf de ses amis, il est condamné à un châtiment léger : la pénitence publique et le port d’un signe le désignant comme hérétique. Autour de lui se constitue un groupe où de riches marchands côtoient de pauvres ouvriers, unis par le désir de jouir des plaisirs de la vie, d’établir entre eux des liens de solidarité, de rechercher leur bonheur dans le souci de ne nuire à personne. Parmi les loïstes, les pauvres accèdent à une existence sans souci pécuniaire, à la faveur d’une prise de conscience où les riches se livrent aux plaisirs, sans avoir à redouter ni les remords ni le péché ni les angoisses des possédants ni le ressentiment des dépossédés. Ne croirait-on pas à une première esquisse du projet de Fourier, voire de la Thélème imaginée par Rabelais ? La répression s’abattit sur les loïstes en I544. Plusieurs furent décapités. Éloi fut brûlé le 24 octobre.

Cependant se propagent à Lille, avec un nommé Coppin, à Rouen, à l’initiative de Claude Perceval, et jusqu’à la cour de Marguerite de Navarre, à Nérac, les idées de ceux que Calvin fustigera du nom de « libertins spirituels ». En 1546, le dictateur de Genève dénonce aux magistrats de Tournai le tailleur Quintin Thiery, qui raille les Écritures, rejette le péché et la culpabilité et mène joyeuse vie en proposant à chacun de suivre ses désirs sans se préoccuper des fables évangéliques. Quintin et ses amis seront exécutés à Tournai en 1546.

Il faudrait citer encore Noël Journet, brûlé à Metz (1582] par les protestants pour avoir relevé les incohérences, les absurdités et les horreurs de la Bible ; Geoffroy Vallée, exécuté à Paris en 1574 parce que, rejetant toutes les croyances, il dressait ce constat : « Toutes les religions ont observé d’ôter à l’homme la félicité du corps en Dieu afin de le rendre toujours plus misérable. »

« Nous nions Dieu et nous le précipitons de ses hauteurs, rejetant le temple avec tous ses prêtres. Ce qui nous suffit à nous, conscientaires, c’est la science non d’un seul mais du plus grand nombre. Cette conscience que la nature, mère bienveillante des humbles, a accordé à tous les hommes, à la place des Bibles. » Ces mots sont de Thomas Knutzen (1646-1674 ?). Partout où il passe, le jeune agitateur essaime ses pamphlets contre la religion, les consistoires et l’aristocratie. Il accréditera l’existence du mouvement international des « conscientaires » où il se faisait le porte-parole de tous les partisans de la liberté individuelle et de la destruction de toute autorité. De fait, ses écrits, publiés clandestinement par des émules, passèrent en France où Naigeon les fit connaître à son ami Diderot. On perd la trace, en 1674, de ce poète de la liberté dont la vie fut une errance et un combat permanent.

Je ne souhaite pas ajouter des contre-allées aux voies officielles de l’histoire. Je ne veux pas qu’un tribunal culturel anathématise les monarques sanguinaires, les généraux fauteurs de guerre, les inquisiteurs en tout genre, les tueurs incongrûment statufiés et célébrés dans les panthéons de la mémoire : Bonaparte, responsable de millions de morts ; Louis quatorzième, persécuteur des protestants et de la libre-pensée ; Luther, massacreur des paysans ; Calvin, assassin de Jacques Gruet et de Michel Servet ; Léopold II de Belgique, un des plus cyniques criminels du XIXe siècle, dont la pratique du « caoutchouc rouge » n’a guère ému jusqu’à présent les consciences. J’émets seulement le vœu qu’au répertoire de leurs répugnants panégyriques viennent s’ajouter la liste de leurs forfaits, la mention de leurs victimes, le souvenir de ceux qui les affrontèrent. Car il est bon que soit enseignée la connaissance des êtres qui, au nom de la générosité humaine, les ont dénoncés. En ces temps de servitudes volontaire, il est salutaire de rappeler l’audace des résistants à la tyrannie, car c’est de cette audace-là que va dépendre aujourd’hui le sort des Hommes et de la Terre.

Raoul VANEIGEM Offensive, n° 28, décembre 2010. Ce texte a paru dans Dias rebeldes. Crónicas de insumisión, ouvrage collectif en espagnol, Octaedro, 2009.

mercoledì 21 settembre 2022

Soltanto la paura ci governa - Raul Vaneigem

 




Dal decadimento programmato del vivente alla sua rinascita spontanea

1. La paura colma il divario tra la realtà bugiarda e la realtà vissuta, tra l'economia fittizia e l'economia di base. Le cifre del governo aleggiano come droni sullo stato fatiscente di ospedali, scuole, trasporti e conquiste sociali.

2. La paura è diventata il baluardo più sicuro dei ricchi contro l'insurrezione sociale che minaccia di eliminarli. Questa paura, non si fermeranno davanti a nulla per rinnovarla e prolungarne la durata. Esperimentano su di noi come su dei topi da laboratorio preoccupandosi di sapere fino a che grado di rassegnazione e avvilimento sopporteremo i loro decreti senza reagire.

3. Le autorità statali e mondialiste hanno dapprima usato il pretesto di un virus, che un settore pubblico di salute e ricerca avrebbe messo sotto controllo se il principio di redditività non lo avesse rovinato. Diffuso con il nome di covid - martellato come una maledizione - il panico ha causato più morti del virus stesso. Per non parlare dei vaccini e degli pseudo-vaccini improvvisati nell'urgenza lucrativa. La fabbricazione del terrore presentava un doppio vantaggio. Nascondeva lo scandalo degli ospedali mandati alla malora e rafforzava l'autorità dello Stato, in via di costante indebolimento.

4. Avendo la protezione della sicurezza soppiantato quella della salute, ci si è proiettati su una guerra locale in cui il numero delle vittime non ha influito sui conti dei trafficanti d'armi, dei monopoli finanziari, degli Stati ridicolizzati dall'indigenza mentale dei loro leader. Il pericolo nucleare è stato frettolosamente riattivato. La strategia del capro espiatorio è stata rinnovata: filo-ucraini e filo-russi hanno rimpiazzato i pro-vaccino e gli anti-vaccino. La ridicola e sanguinosa farsa ha oscurato per un certo periodo l’instaurazione graduale di un Credito Sociale in stile cinese e la devastazione sociale causata dal tornado di denaro impazzito.

5. Ora è il turno dell'apocalisse energetico-ecologica. Mentre le mafie di Stato e globali stanno impunemente distruggendo il pianeta, s’intima al cittadino di risparmiare a favore di un sistema che, a forza di economizzare esso stesso gli esseri umani, li sta sprofondando sotto la soglia di una povertà indegna. Una polizia energetica, sponsorizzata da coloro che ne fanno un commercio vergognoso, avrà il potere di controllare la temperatura del riscaldamento delle case. Vedrete che, facendosi forti delle Commissioni Scientifiche che imputano alla flatulenza delle mucche un aumento dell'inquinamento, finiranno per tassare le scoregge. Del resto, chissà se un referendum, ampiamente sovvenzionato e ben sostenuto dai media, non sarebbe favorevole?

6. Di fronte a tante aberrazioni, la parte dell'opinione pubblica, ancora risparmiata dal lavaggio del cervello, ha ritenuto che fossimo governati da malati. Ciò significava, però, prestare un aspetto umano agli ingranaggi di un sistema che schiaccia il vivente. Ce ne siamo accorti molto presto: non sono i malati che ci governano, è la malattia. O più esattamente, la paura della malattia.

Supponendo che le famiglie volessero citare in giudizio i gestori della politica omicida di cui sono stati vittime i loro cari, si troverebbero al cospetto o di malati a responsabilità limitata, o di una Fatalità palesemente irresponsabile. Solo l'amnistia e l'amnesia possono colmare un tale vuoto giuridico. I precedenti non mancano: i crimini dei colonizzatori non sono mai stati giudicati.

7. L'enormità della menzogna al potere ha introdotto nel linguaggio dominante un'inversione di significato che Orwell chiama "neolingua". Coloro che sono convinti che “la libertà è la schiavitù” non avranno né pena né piacere nell'ammettere che ciò che profuma di salute e di felicità è il denaro, il profitto.

8. Vaghiamo in una terra di nessuno che separa una civiltà mortale che non smette di morire e una civiltà vivente che tarda ad affermarsi con coraggio. Oscuro è l'orizzonte bloccato dall'onnipotenza del denaro. La cosa più straziante è senza dubbio la facilità con cui il ticchettio degli ingranaggi che ci schiacciano diventa un ronzio. Ma le fusa del gatto non gli impediscono di svegliarsi di soprassalto.

Il peggior pericolo dell'avidità tentacolare non risiede nelle mafie delle armi, delle banche, della narco-farmacopea, del settore immobiliare, dei gestori di truffe. Sta nella corruzione delle coscienze. La povertà resiste male alle seduzioni dell'avere, acquisite a spese dell'essere. Se così tanti poveri diventano miserabili vendendosi al miglior offerente, significa che è possibile il contrario. Siamo a un punto della storia in cui si articola un movimento altalenante. La perdizione dell'avere restituisce all’essere la priorità che gli aveva tolto.

9. Grande è la tentazione di mobilitare la violenza che lentamente ma visceralmente sta crescendo nella popolazione. Il vanesio dell'Eliseo e i suoi camerieri addetti alle urine metterebbero volentieri in scena una parodia di guerra civile. Ma chi prenderà sul serio la loro follia? La retorica barricadiera brucia solo macchine e bidoni della spazzatura. Le guerriglie urbane e guevariste si sono screditate più per le loro vittorie che per le loro sconfitte. L'unica che dà ragione al potere è una sinistra che, dopo aver tradito il proletariato, si assolve dalle sue colpe muovendo guerra al fascismo in stivali di pelle, quando è ovunque in pantofole e cravatta. Se il retro nazismo rappresenta una minaccia, è perché prefigura una guerra di tutti contro tutti, in cui si libererebbe il traboccamento dei risentimenti accumulati. Le mafie globali ne trarrebbero vantaggio perché il caos favorisce gli affari.

Non bisogna sbagliarsi di lotta. L'attivismo antifascista il più delle volte si confronta con pagliacci psicopatici invece di prendersela con quelli che tirano i fili. A chi inquina, avvelena, devasta la terra e la disumanizza.

10. La rabbia scade facilmente in rimprovero. Non faremo che aggiungere la colpa individuale alla colpa collettiva stigmatizzando coloro che, lasciano entrare l’inquinamento e i pesticidi nelle loro cucine attraverso porte, finestre e rassegnazione. Nulla cambierà finché l'esaltazione ecologica si accontenterà di manifestazioni mondane invece di paralizzare le imprese responsabili dell'avvelenamento del cibo, dell’acqua, dell’aria, che uccidono più delle epidemie. Non invito qui a un attivismo aggressivo, penso piuttosto alle parole dell’umorista Gébé “Fermiamo tutto, riflettiamo e non è triste”. A questa ingenuità maliziosa e generosa, hanno inaspettatamente dato peso non indifferente i Gilet jaunes delle rotonde, delle strade e delle assemblee. La loro caparbietà ha deciso di accrescere questa importanza insospettata, stimolando la felicità degli individui e delle collettività. Ciò che sembrava chimerico, utopico, delirante conferma la sua realtà alla luce delle insurrezioni che infiammano le più diverse regioni della terra.

11. Detesto tutte le forme di militarizzazione, comprese quelle militanti, non per ragioni tattiche ma perché non si accede a una società viva con le armi di una società che uccide. Cerchiamo di essere chiari. Non ci lasceremo sgozzare, non cederemo alle forze dell'Ordine repressivo, non abbandoneremo i nostri territori liberati dal giogo del commercio se non per crearne altri.

Come dialogare con lo Stato quando il monologo è il suo unico modo di espressione? La situazione sembra bloccata. Non lo è. La storia ha più di un asso nella manica.

12. È bene che i dibattiti prioritari si allontanino dalle contese della sociologia, della critica-critica, dell'intellettualità che, per quanto emancipatrice sia stata in passato, si è raramente affrancata dal primato che la testa si arroga sul corpo pulsionale. Nella misura in cui l'autorità tradizionale crolla, abbandona sulle sponde del pensiero due funzioni disseccanti, derivanti dalla divisione del lavoro: la funzione intellettuale, prerogativa dei padroni, e la funzione manuale, riservata agli schiavi.

13. La nuova Coscienza sta gradualmente armando l'insolita guerriglia di una vita che, per molestie, verrà a capo dell'alienazione millenaria. L'emancipazione non deriverà da una moltitudine, ma da un piccolo numero d’individui autonomi e radicali. È "dall'interno" attraverso la soggettività radicale che eliminerà i piccoli uomini del calcolo egoistico e del loro individualismo gregario. L'abolizione della trasformazione in cosa il cosiddetto processo di reificazione inizia con la priorità del soggetto sull'oggetto, della vita sulla merce.

14. Nella misura in cui la speculazione borsistica s’impone come nuovo modo di predazione, l'accaparramento di beni proprio del vecchio dinamismo dei capitani d'industria è relegato in secondo piano e con esso un capitalismo che aveva abbandonato il produttivismo per un consumismo ritenuto più redditizio.

Una vuota opulenza mummifica il proprietario. Il godimento delle sue conquiste gli è rifiutato, perché l'arte del godimento è incompatibile con la gestione dell'avidità. L’avere è una perdita dell’essere. Mentre la noia “puritanizza” i poveri ricchi in seno a un edonismo di paccottiglia, l'impoverimento ci fornisce un deposito di armi: il godimento sta al mutuo aiuto come l'appropriazione alla predazione. Prenderne coscienza significa fondare società autonome e solidali su cui il capitalismo si romperà i denti.

15. La storia è a un bivio che segna un punto di rottura. Il proprietario è stanco dei suoi yacht, dei suoi jet, delle sue scopate mercenarie e altri fronzoli. L’avere rende la carne triste. I diseredati, invece, quando riescono a districarsi dalle loro difficoltà finanziarie, per respirare un po’ non hanno altro che l'aria libera dei godimenti gratuiti. Sentono con gioia che l'amore, la solidarietà, gli incontri festosi, il risveglio del pensiero contengono in germe l'annientamento della società del profitto. Sanno che la riscoperta del mutuo soccorso abolirà la predazione. Ciò non ha nulla a che vedere con una consolazione o una speranza, è ricchezza vissuta. È il più bel dono che i Gilet Gialli e gli insorti della vita quotidiana hanno offerto all'umanità.

L'abbondanza dell'essere abolisce l'avere. I morti viventi al potere regnanti e i becchini transumanisti, che li proteggono dalla luce, non avranno alcuna possibilità di capirlo finché l'alba della vita rinata non li avrà bruciati e ridotti in cenere.

16. Riapprendere a godere senza paura riconnette con la gioia di vivere. L'attrazione appassionata del vivente dà alla felicità un diritto di cittadinanza che rende caduche le obiezioni del puritanesimo, del disprezzo, dell'odio di sé e degli altri, che il Potere e il denaro nutrono abbondantemente.

A meno che non diventi un obbligo, il godimento è ciò che più sicuramente revoca la paura di godere da cui scaturiscono tutte le paure.

I bambini dovranno insegnare a vivere a chi non ha mai imparato altro che a invecchiare e morire.

17. L'emancipazione del genere umano sarà inseparabilmente sociale ed esistenziale. L'oppressione economica che ci aliena ha le sue radici nella nostra corazza caratteriale. Dalla nascita della civiltà mercantile, una corazza muscolare blocca i nostri impulsi vitali per metterli al lavoro. Inselvatichisce le nostre emozioni, le spinge a divorarsi a vicenda, alimenta i nostri intimi psicodrammi. Uno scatenamento di innumerevoli frustrazioni propulsa nel mondo i tratti più crudeli della barbarie e della disumanità. Tale è l'origine del riflesso di morte, tale è il nido dell'autodistruzione che ci perseguita e la cui assurdità ci sconcerta.

18. La macchina che ci distrugge è opera nostra. Sta a noi ridurla a niente. Attaccare i suoi meccanismi evita di guerreggiare con chi li mantiene e li lubrifica con il nostro sudore. Si rovina il profitto rendendo redditizio il suo decadimento. Rovinare la sua redditività favorisce il suo crollo.

19. L'impoverimento che ci minaccia incita a promuovere la gratuità, a recuperare la manna che la vita ci ha offerto, prima che gli ultimi dinosauri la mastichino ulteriormente. Che un popolo libero coltivi liberamente il giardino della terra! Il mutuo soccorso è una realtà poetica. Riunisce individui autonomi per affinità. Aprendosi alla libertà dei loro desideri, aprono brecce nella cittadella del potere mondiale, minato, del resto, dalle sue contraddizioni interne.

20. Non è la minore incoerenza del capitalismo imporre oggi un ascetismo che la frenetica promozione dell'edonismo di mercato insegnava ieri a ripudiare. Dopo averli persuasi ad accedere all'abbondanza mercantile, i governanti ingiungono ai poveri di essere sempre più poveri per salvare il pianeta. Come diceva un avvertimento dei rivoluzionari del 1789: “Ci prendete per fessi? Non ci riuscirete a lungo! »

21. La riflessione e la consapevolezza vanno oltre le parole d’ordine, per pertinenti che siano, come "Bruciamo le fatture!" "Non paghiamo più!" È giunto il momento di non disdegnare più i piccoli gesti che provocano un reale piacere. Aggiungono il loro peso vitale al rovesciamento di prospettiva. Aiutano a far fondere al sole della vita – che brilla giorno e notte – la glaciazione della paura, del senso di colpa, della corazza caratteriale. Il desiderio del cuore non rinuncia a nulla, non c'è nessuno che, nonostante la beffa della razionalità mercantile, non ne provi l'intima convinzione.

La potenza realistica del sogno non è estranea all'autorganizzazione del popolo al cuore dei movimenti d’insurrezione spontanea. Sogniamo che i lavoratori dell'elettricità, delle imposte, dei trasporti, della scuola, del settore sanitario, dell'agricoltura fomentino scioperi “per un mondo migliore” dove la gratuità rovina il profitto.

La creazione e la moltiplicazione di zone di alimentazione cooperative ci offrono un rimedio contro il rischio della carestia, sfuggono ai veleni dell'agricoltura industriale, rafforzano la potenza del mutuo soccorso e propagano un esempio d’insurrezione pacifica che protegge dalle rivolte della fame e dalla guerra di tutti contro tutti.

La proposizione “Lo Stato non è più niente, a noi d’essere tutto!” rivela qui, nella sua gravitazione esistenziale e sociale, la sua poesia pratica.

  

Raoul Vaneigem, 19 settembre 2022


Seule la peur nous gouverne



De la déchéance  programmée du vivant à sa renaissance spontanée

 

1. La peur comble l’écart entre la réalité mensongère et la réalité vécue, entre l’économie fictive et l’économie de base. Les chiffres gouvernementaux planent comme des drones sur le délabrement des hôpitaux, des écoles, des transports, des acquis sociaux.

 

2. La peur est devenue le plus sûr rempart des nantis contre l’insurrection sociale qui menace de les éradiquer. Cette peur, ils ne reculeront devant rien pour la renouveler et prolonger sa durée. Ils mènent sur nous comme sur des rats de laboratoire une expérience où ils s’inquiètent de savoir jusqu’à quel degré de résignation et d’avilissement nous cautionnerons leurs décrets.

 

3. Les instances étatiques et mondialistes ont d’abord pris prétexte d’un virus, dont un secteur public de santé et de recherche serait venu à bout si le principe de rentabilité ne l’avait ruiné. Propagée sous le nom de covid - martelé comme une malédiction - une panique a causé plus de morts que le virus lui-même. Sans parler des vaccins et des pseudo-vaccins improvisés dans l’urgence lucrative. La fabrication de l’effroi présentait un double avantage. Elle masquait le scandale des hôpitaux mis à mal et elle renforçait l’autorité de l’État, en voie d’affaiblissement constant.

 

4. Le sécuritaire ayant supplanté le sanitaire, on a embrayé sur une guerre locale où le nombre des victimes n’affectait pas la comptabilité des marchands d’armes, des monopoles financiers, des Etats ridiculisés par l’indigence mentale de leurs dirigeants. Le péril nucléaire fut hâtivement réactivé. On remit à neuf la stratégie du bouc émissaire : pro-ukrainiens et pro-russes remplacèrent les pro-vaccins et les anti-vaccins. La mascarade dérisoire et sanglante occulta pour un temps l’instauration progressive d’un Crédit social à la chinoise et la dévastation sociale causée par la tornade de l’argent fou.

 

5. C’est maintenant au tour de l’apocalypse énergético-écologique de prendre la relève. Alors que les mafias étatiques et mondiales détruisent impunément la planète, c’est au citoyen que l’on intime l’ordre de réaliser des économies en faveur d’un système qui, à force de l’économiser lui-même, l’enfonce sous le seuil d’une indigne pauvreté. Une police de l’énergie, commanditée par ceux qui en font un commerce éhonté, sera habilitée à contrôler la température des ménages. Vous verrez que, forts des Commissions scientifiques qui imputent à la flatulence des vaches un surcroît de pollution, ils finiront par taxer les pets. Au reste, qui sait si un referendum, amplement subventionné et bien épaulé par les médias, n’y serait pas favorable ?

 

6. Devant tant d’aberrations, la partie de l’opinion publique, encore épargnée par la machine à décerveler, a estimé que nous étions gouvernés par des malades. C’était prêter une apparence humaine aux rouages d’un système qui broie le vivant. On s’en est avisé très vite : ce ne sont pas des malades qui nous gouvernent, c’est la maladie. Ou plus exactement, la peur de la maladie.

A supposer que les familles veuillent intenter un procès aux gestionnaires de la politique meurtrière dont leurs proches furent les victimes, elles se trouveraient en présence soit de malades à responsabilité limitée, soit d’une Fatalité évidemment irresponsable. Seules l’amnistie et l’amnésie peuvent combler un tel vide juridique. Les précédents ne manquent pas : jamais les crimes des colonisateurs n’ont été jugés.

 

7. L’énormité du mensonge au pouvoir a introduit dans le langage dominant une inversion du sens qu’Orwell appelle « novlangue. » Ceux qui sont persuadés que « la liberté, c’est l’esclavage » n’auront ni peine ni plaisir à admettre que ce qui fleure bon la santé et le bonheur, c’est l’argent, c’est le profit.

 

8.  Nous errons dans un no man’s land séparant une civilisation mortifère qui n’en finit pas de mourir et une civilisation vivante qui tarde à s’affirmer audacieusement. Sombre est l’horizon qu’obture la toute puissance de l’argent. Le plus désespérant est sans doute la facilité avec laquelle le cliquetis des rouages qui nous écrasent devient un ronronnement. Mais le ronronnement du chat ne l’empêche pas de s’éveiller en sursaut.

Le pire danger de la cupidité tentaculaire ne réside pas dans les mafias de l’armement, des banques, de la narco-pharmacopée, de l’immobilier, des gestionnaires d’escroqueries. Il est dans la corruption des consciences. La pauvreté résiste mal aux séductions de l’avoir, acquis au préjudice de l’être. Si tant de miséreux deviennent des misérables en se vendant au plus offrant, cela signifie que l’inverse est possible. Nous sommes à un endroit de l’histoire où s’articule un mouvement de bascule. La déperdition de l’avoir restitue à l’être la priorité qu’il lui avait ôtée.

 

9. La tentation est grande de mobiliser la violence qui monte lentement mais viscéralement dans la population. Le paltoquet de l’Élysée et ses valets de pisse mettraient volontiers en scène une parodie de guerre civile. Mais qui prendra au sérieux leur sottise ? La rhétorique barricadière ne brûle que voitures et poubelles. Les guérillas urbaines et guevaristes se sont discréditées davantage par leurs victoires que par leurs défaites. Il n’y a pour rendre raison au pouvoir qu’une gauche qui, ayant trahi le prolétariat, s’exonère de sa culpabilité en guerroyant contre un fascisme en botte de cuir, alors qu’il est partout en pantoufle et en cravate. Si le rétro-nazisme représente une menace, c’est qu’il préfigure une guerre de tous contre tous, où se débonderait le trop-plein des ressentiments accumulés. Les mafias mondiales y trouveraient leur compte car le chaos est propice aux affaires.

Il ne faut pas se tromper de combat. Le militantisme antifasciste affronte le plus souvent des guignols psychopathes au lieu de s’en prendre à ceux qui tirent les ficelles. A ceux qui polluent, empoisonnent, dévastent la terre et la déshumanisent.

 

10. La colère s’égare aisément dans le reproche. On ne fera qu’ajouter la culpabilité individuelle à la culpabilité collective en stigmatisant ceux qui, par portes, fenêtres et résignation laissent pénétrer dans leur cuisine la pollution et les pesticides. Rien ne changera tant que l’exaltation écologique se contentera de manifestations mondaines au lieu de paralyser les entreprises responsables de l’empoisonnement des nourritures, de l’eau, de l’air, qui tuent plus que les épidémies. Je ne convie pas ici à un militantisme agressif, je songe plutôt au propos de l’humoriste Gébé « On arrête tout, on réfléchit et c’est pas triste. » A cette malicieuse et généreuse naïveté, les Gilets jaunes des ronds-points, des rues et des assemblées ont conféré inopinément un poids considérable. Cette importance insoupçonnée, leur obstination a résolu de l’accroître en stimulant le bonheur des individus et des collectivités. Ce qui paraissait chimérique, utopique, délirant conforte sa réalité à la lueur des insurrections qui embrasent les régions les plus diverses de la terre.

 

11.  Je répugne à toutes les formes de  militarisation, y compris militantes, non pour des raisons tactiques mais parce que l’on n’accède pas à une société vivante avec les armes d’une société qui tue. Soyons clairs. Nous ne nous laisserons pas égorger, nous ne céderons pas aux forces de l’Ordre répressif, nous n’abandonnerons nos territoires libérés du joug marchand que pour en créer d’autres.

Comment dialoguer avec l’État alors que le monologue est son seul mode d’expression ? La situation paraît bloquée. Elle ne l’est pas. L’histoire a plus d’un tour dans son sac.

 

12. Il est bon que les débats prioritaires s’éloignent des joutes de la sociologie, de la critique-critique, de l’intellectualité qui, si émancipatrice qu’elle fût par le passé, s’est rarement dégagée de la suprématie que la tête s’arroge sur le corps pulsionnel. A mesure que l’autorité traditionnelle s’effondre, elle abandonne sur les berges de la pensée deux fonctions dessiccatives, issues de la division du travail : la fonction intellectuelle, apanage des maîtres, et la fonction manuelle, réservée aux esclaves.

 

13. La Conscience nouvelle arme peu à peu l’insolite guérilla d’une vie qui, par harcèlement, viendra à bout de l’aliénation millénaire. L’émancipation ne procédera pas d’une multitude mais d’un petit nombre d’individus autonomes et radicaux. C’est « par le dedans » - par la subjectivité radicale - qu’elle éradiquera les petits hommes du calcul égoïste et leur l’individualisme grégaire. L’abolition de la transformation en chose – que l’on nomme réification - commence avec la priorité du sujet sur l’objet, de la vie sur la marchandise.

 

14. A mesure que la spéculation boursière s’impose comme nouveau mode de prédation, l’accaparement des biens - propre au vieux dynamisme des capitaines d’industrie - est relégué au second plan et avec lui un capitalisme qui avait délaissé le productivisme pour un consumérisme jugé plus lucratif.

Une opulence vide momifie le propriétaire. La jouissance de ses acquis lui est refusée, car l’art de jouir est incompatible avec la gestion de la cupidité. L’avoir est une déperdition de l’être. Tandis que l’ennui « puritanise » les pauvres riches au sein d’un hédonisme de pacotille, la paupérisation nous livre une cache d’armes : la jouissance est à l’entraide ce que l’appropriation est à la prédation. En prendre conscience, c’est fonder des sociétés autonomes et solidaires sur lesquelles le capitalisme se cassera les dents.

 

15. L’histoire est à un croisement qui marque un point de rupture. Le possédant s’ennuie de ses yachts, de ses jets, de ses baises boutiquières et autres fanfreluches. L’avoir rend la chair triste. Les dépossédés, en revanche, quand ils arrivent à se dépêtrer de leurs difficultés financières, n’ont pour respirer un peu que l’air libre des jouissances gratuites. Ils pressentent avec bonheur que l’amour, la solidarité, la rencontre festive, l’éveil de la pensée contiennent en germe l’anéantissement de la société de profit. Ils savent que la redécouverte de l’entraide abolira la prédation. Cela n’a rien d’une consolation ni d’un espoir, c’est une richesse vécue. Elle constitue le plus beau cadeau que les Gilets jaunes et des insurgés de la vie quotidienne ont offert à l’humanité.

L’abondance de l’être abolit l’avoir. Les morts-vivants au pouvoir et les croque-morts transhumanistes, qui les protègent de la lumière, n’auront aucune chance de le comprendre tant que l’aube de la vie renaissante ne les aura pas ardés et réduits en cendres.

 

16. Réapprendre à jouir sans peur renoue avec la joie de vivre. L’attraction passionnelle du vivant confère au bonheur un droit de cité qui rend caduques les objurgations du puritanisme, du mépris, de la haine de soi et des autres, que le Pouvoir et l’argent ravitaillent à foison.

Sauf à devenir une obligation, la jouissance est ce qui révoque le plus sûrement la peur de jouir, d’où découlent toutes les peurs.

Il faudra bien que les enfants enseignent à vivre à celles et ceux qui ne leur ont jamais appris qu’à vieillir et à mourir.

 

17. L’émancipation du genre humain sera inséparablement sociale et existentielle. L’oppression économique qui nous aliène a son ancrage dans notre cuirasse caractérielle. Depuis la naissance de la civilisation marchande, une carapace musculaire bloque nos pulsions de vie pour les mettre au travail. Elle ensauvage nos émotions, les pousse à s’entre-dévorer, alimente nos psychodrames intimes. Un déchaînement de frustrations sans nombre propulse dans le monde les traits les plus cruels de la barbarie et de l’inhumanité. Telle est l’origine du réflexe de mort, tel est le nid de l’autodestruction qui nous hante et dont l’absurdité nous sidère.

 

18. La machine qui nous détruit est notre œuvre. C’est à nous qu’il appartient de la  réduire à néant. S’en prendre à ses mécanismes, évite de guerroyer contre ceux qui les entretiennent et les lubrifient de notre sueur. Le profit se ruine en rentabilisant son délabrement. C’est aider à son effondrement que de ruiner sa rentabilité.

 

19. La paupérisation qui nous menace incite à promouvoir la gratuité, à récupérer la manne que la vie nous a offerte, avant que les derniers dinosaures la mâchouillent davantage. Qu’un peuple libre cultive librement le jardin de la terre ! L’entraide est une réalité poétique. Elle regroupe par affinité les individus autonomes. En s’ouvrant à la liberté de leurs désirs, ils ouvrent des brèches dans la citadelle du pouvoir mondial, sapée par ailleurs par ses contradictions internes.

 

20. Ce n’est pas la moindre incohérence du capitalisme que d’imposer aujourd’hui un ascétisme qu’enseignait à répudier hier la promotion frénétique d’un hédonisme de marché. Après les avoir persuadés d’accéder à une abondance mercantile les gouvernants enjoignent aux pauvres d’être de plus en plus pauvres pour sauver la planète. Comme disait une mise en garde des révolutionnaires de 1789 « Vous foutez-vous de nous ? Vous ne vous en foutrez pas longtemps ! »

 

21. La réflexion et la prise de conscience tiennent quitte des mots d’ordre si pertinents qu’ils soient – comme « Brûlons nos factures ! » « Ne payons plus ! » Le temps est venu de ne plus dédaigner les petits gestes qui font un réel plaisir. Ils ajoutent leur pesant de vie au renversement de perspective. Ils aident à faire fondre au soleil de la vie – lequel luit jour et nuit - la glaciation de la peur, de la culpabilité, de la carapace caractérielle. Le désir du cœur ne renonce à rien, il n’est personne qui, en dépit des railleries de la rationalité marchande, n’en éprouve l’intime conviction.

La puissance réaliste du rêve n’est pas étrangère à l’auto-organisation du peuple, qui est au cœur des mouvements d’insurrections spontanées. Rêvons que les travailleurs de l’électricité, des impôts, des transports, des écoles, des secteurs sanitaires, de l’agriculture fomentent « pour un monde meilleur » des  grèves où la gratuité ruine le profit.

La création et  la multiplication de zones d’alimentation coopératives nous offrent un recours contre le risque de famine, elles échappent aux poisons de l’agriculture industrielle, elles affermissent la puissance de l’entraide et propagent un exemple d’insurrection pacifique qui prémunit contre les émeutes de la faim et la guerre de tous contre tous.

La proposition « L’État n’est plus rien soyons tout ! » révèle ici, dans sa gravitation existentielle et sociale, sa poésie pratique.

 

Raoul Vaneigem, 19  septembre 2022