venerdì 1 ottobre 2010

LO STATO NON È PIÙ NIENTE, NOI POSSIAMO ESSERE TUTTO!



Il movimento antiautoritario per una democrazia diretta si è messo in contatto con me per il tramite delle Edizioni del Cherche Midi. I compagni greci esprimevano il desiderio di vedermi partecipare a delle assemblee per discutere le scelte alle quali ci confronta un capitalismo mondiale che, per la frenesia del profitto, rovina la terra e snatura gli esseri umani mentre distrugge se stesso. Come al solito ho risposto che non avrei partecipato a nessun dibattito o manifestazione pubblica, ma che, nel caso particolare, avrei inviato un testo di cui i compagni avrebbero potuto fare l’uso voluto.
Mi è stato allora espresso il desiderio di indicare tre amici disposti a intervenire sull’esperienza e la problematica della democrazia diretta. La prospettiva di accompagnare Sergio Ghirardi, Behrouz Safdari e Marc Tomsin mi ha rapidamente persuaso a fare il viaggio con loro e andare a respirare un po’ di quell’aria di libertà creatrice ancora così rara in Francia. Il calore dell’accoglienza e la pubblicazione preventiva del mio testo, diffuso gratuitamente e messo a disposizione di tutti, mi hanno permesso di godere di un’atmosfera di solidarietà e delle effervescenze dell’intelligenza sensibile, senza correre il rischio di essere rivestito degli orpelli della “vedette”.
Resta che pur accettando di buon grado il mio rifiuto di ogni prestazione, alcuni partecipanti - tra quelli che non ho potuto incontrare durante le passeggiate festive alla scoperta del fascino di Salonicco - avevano nutrito la speranza di un dibattito nell’ambito delle assemblee tenute negli anfiteatri dell’università. Ho redatto per loro una “spiegazione” che alcune amiche hanno avuto la gentilezza di tradurre e leggere in greco.

Qualche parola di spiegazione.
Ho voluto essere presente tra voi perché sono cosciente dell’importanza che rappresenta per l’avvenire dell’umanità un movimento antiautoritario per la democrazia diretta.
Preferisco, tuttavia, astenermi dal partecipare a dibattiti e manifestazioni pubbliche. Perché?
Perché, essendo ostile a ogni forma di spettacolo - nel senso di una separazione dalla vita quotidiana - non voglio entrare in questo spettacolo neppure per farne la critica.
Do troppa importanza all’autenticità vissuta per assumere un ruolo in cui rischierei di diventare un guru o un “maître à penser”.
Aggiungo, però, che nutro maggiore fiducia nel testo scritto che nel discorso. Il discorso è sottomesso al fattore emozionale e si trasforma facilmente in una manipolazione delle emozioni (è tutta l’arte del demagogo). Nel testo scritto il lettore conserva la sua coscienza e la sua libertà di scelta. Può rileggere, essere d’accordo o no, ha il tempo di riflettere.
Ringrazio i compagni greci per avere permesso che il mio testo fosse disponibile in versione scritta. Se avete delle domande è importante che esse si rivolgano al testo e non a me. Perché il mio rispondervi farebbe di me, mio malgrado, un vettore emozionale. Soprattutto è importante che queste domande voi le poniate a voi stessi perché le risposte sono in voi. Si tratta solo di trovarle.
Grazie a tutte e a tutti.

Lo Stato non è più niente, sta a noi d’essere tutto.
Non è un caso che la Grecia, dove l’idea di democrazia è nata, sia la prima ad aprire la via della lotta da condurre contro una corruzione democratica che aggrava dovunque la pressione delle multinazionali e delle mafie finanziarie. Abbiamo visto manifestarsi in questo paese una resistenza che rompe con la letargia di un proletariato europeo anestetizzato da decenni dal peso del consumerismo e dalle imposture dell’emancipazione.
Mi sia permesso ricordare qualche banalità.
Il consumerismo ha volgarizzato una democrazia da supermercato dove il cittadino dispone della più grande libertà di scelta a dichiarata condizione di pagarne il prezzo all’uscita.
Le vecchie ideologie politiche hanno perso la loro sostanza e sono diventate dei depliant pubblicitari di cui si servono gli eletti per aumentare la loro audience e il loro potere. La politica che si voglia di destra o di sinistra non è più che un clientelismo dove gli eletti hanno in mente i loro interessi personali anziché quelli dei cittadini che hanno il compito di rappresentare. Ancora una volta la Grecia è ben piazzata per restituire alla politica il suo senso originario: l’arte di governare la città.
La seconda banalità è che gli Stati hanno perduto il privilegio che si arrogavano di gestire il bene pubblico. Beninteso, lo Stato tradizionale ha sempre prelevato il suo tributo a spese dei cittadini a forza di tasse e imposte, ma, in contropartita, assicurava il funzionamento dei servizi pubblici, dell’insegnamento, dell’assistenza sanitaria, delle poste, dei trasporti, dei sussidi di disoccupazione, delle pensioni … Ormai gli Stati non sono più che i valletti delle banche e delle imprese multinazionali. Ora, queste ultime sono confrontate alla debacle del denaro impazzito che investito nelle speculazioni borsistiche e non più nello sviluppo delle industrie prioritarie e dei settori socialmente utili, forma una bolla destinata all’implosione, al crac borsistico. Siamo in mano ai gestori del fallimento, avidi di incassare gli ultimi profitti a breve termine sovra sfruttando dei cittadini invitati a colmare, al prezzo di una vita sempre più precaria, l’abisso senza fondo del deficit scavato dalle malversazioni bancarie.
Non solo lo Stato non è più in grado di assolvere i suoi obblighi in virtù del contratto sociale, ma lesina sui bilanci dei servizi pubblici, manda in malora tutto quello che garantiva almeno la sopravvivenza, vista la sua incapacità nel permettere a ognuno di condurre una vita vera. E questo nel nome di quella gigantesca truffa battezzata col nome di debito pubblico.
Non resta allo Stato che una sola funzione: la repressione poliziesca. La sola difesa dello Stato consiste nel diffondere la paura e la disperazione. Ci riesce con una certa efficacia accreditando una sorta di visione apocalittica. Lo Stato stesso propaga il rumore che il domani sarà peggiore di oggi. La saggezza consiste dunque, a suo dire, nel consumare, nello spendere prima della bancarotta, nel rendere redditizio tutto quello che può esserlo, a costo di sacrificare la propria esistenza e il pianeta intero purché l’imbroglio generalizzato si perpetui.
Il nichilismo è la filosofia degli affari. Laddove il denaro è tutto, i valori scompaiono totalmente, fatta eccezione per il valore mercantile. Abbiamo visto il consumerismo malmenare le pretese eterne “verità” del passato: autorità paterna e potere patriarcale, religioni, ideologie, prestigio dell’esercito e della polizia, rispetto dei capi, santità del sacrificio, virtù del lavoro, disprezzo della donna, del bambino, della natura … Nello stesso tempo, però, ha addormentato quella coscienza che oggi tocca a noi risvegliare offrendo come punti di riferimento i valori umani, quelli che tante volte sono stati al cuore delle sommosse, delle rivolte, delle rivoluzioni.
Noi sappiamo che una nuova alleanza sta per concludersi con quel che la natura ci offre gratuitamente, un’alleanza che metterà fine allo sfruttamento cupido della terra e dell’uomo. Toccherà a noi di strappare al dominio di un dinamismo capitalista in cerca di nuovi profitti quelle energie gratuite che il sistema si prepara a farci pagare molto care. In questo la nostra epoca, sconvolta non da una crisi economica ma da una crisi dell’economia di sfruttamento, designa anche il momento propizio in cui l’uomo può diventare un essere umano. E diventare umano significa negarsi come schiavo del lavoro e del potere per affermare il diritto di ognuno a crearsi il proprio destino e costruire contemporaneamente delle situazioni favorevoli alla felicità di tutti.
Molte questioni si pongono con un’urgenza che lo scatenarsi degli avvenimenti rischia di precipitare. Mi guarderò bene dal fornire delle risposte che, al di fuori delle condizioni pratiche e delle collettività in cui esse emergeranno, rischierebbero di scadere nell’astrazione – la quale, in quanto pensiero separato dalla vita, risuscita sempre i vecchi mostri del potere. Mi sono accontentato di dar loro un qualche chiarimento.
1. Che cosa siamo pronti a mettere in funzione per rimediare alla carenza di uno Stato che non solo non serve più i cittadini ma li vampirizza per nutrire la piovra bancaria internazionale?
La forza d’inerzia gioca contro di noi. Le tradizioni familiari, sociali, politiche, economiche, religiose, ideologiche non hanno smesso di perpetuare, di generazione in generazione, quella servitù volontaria che già La Boetie denunciava. Per contro, è possibile trarre vantaggio dallo choc che stanno per produrre il crollo del sistema, la disintegrazione dello Stato e la tentazione di guardare più lontano delle meschine frontiere della merce. Bisogna aspettarsi un rovesciamento di prospettiva. Oltre l’eventuale saccheggio dei supermercati, al quale rischia d’indurre una pauperizzazione accelerata, molti consumatori minacciati di esclusione non mancheranno di accorgersi che la sopravvivenza non è la vita, che l’accumulazione di prodotti artefatti e inutili non vale il piacere di un’esistenza in cui la scoperta delle energie e dei beni prodigati dalla natura s’accorda alle attrattive del desiderio. Che la vita è qui, ora, e che tra le mani della maggior parte della gente, essa non domanda che di costruirsi e propagarsi.
Smettiamo di impietosirci per i fallimenti dell’emancipazione che costellano la nostra storia, non per celebrare dei successi occasionali - perché dalle nozioni di riuscita e di fallimento emana il cattivo odore della concorrenza mercantile, di tattica e di strategia, di competizione predatrice - ma per spingere in avanti delle esperienze che abbozzate con felicità e audacia, aspettano che noi le perseguiamo con l’attuazione di un progetto di autogestione e con l’istituzione delle assemblee di democrazia diretta.
Le collettività zapatiste del Chiapas sono forse le sole ad applicare oggi la democrazia diretta. Le terre messe in comune escludono fin da principio i conflitti legati all’appropriazione privativa. Ciascuno ha il diritto di partecipare alle assemblee, di prendere la parola e manifestarvi la propria scelta, anche i bambini. Non ci sono, a dire il vero, degli eletti plebiscitari dall’assemblea. Si propone soltanto a degli individui che manifestano dell’interesse per certi settori (l’insegnamento, la salute, la meccanica, il caffè, l’organizzazione delle feste, i metodi di coltura biologica, le relazioni con l’esterno …) di diventare per un periodo limitato i mandatari della collettività. Essi entrano allora in una “giunta di buon governo” e rendono regolarmente conto della loro missione per tutta la durata del mandato. Le donne reticenti all’inizio, in ragione delle abitudini patriarcali dei Maya, occupano ora un posto preponderante nelle “giunte di buon governo”. Per definire la loro volontà di fondare una società più umana, gli zapatisti hanno una formula che ricorda la necessità di una vigilanza costante: noi non siamo un esempio ma un’esperienza.
2. Il denaro non si sta solo svalutando, è sul punto di scomparire. Durante la rivoluzione spagnola, alcune collettività dell’Andalusia, dell’Aragonese e della Catalogna avevano stabilito un sistema di distribuzione che escludeva il ricorso alla moneta (altre hanno continuato a usare la peseta e altre ancora hanno battuto una nuova moneta locale, collaborando tutte benissimo insieme). Oggi sta a noi esaminare come soppiantare con una relazione umana fondata sul dono piuttosto che sullo scambio un rapporto di sfruttamento dove il commercio delle cose determina il commercio degli uomini.
Siamo stati gli schiavi di un funzionamento economico il cui instaurarsi ha segnato l’atto di nascita della civiltà mercantile, alterando i comportamenti individuali e sociali, favorendo una confusione permanente tra confort e snaturamento, progresso e regressione, aspirazione umana e barbarie.
Certo, il modo di finanziamento concreto e virtuale costituisce ancor oggi un sistema coerente – una coerenza assurda, è vero, eppure suscettibile di continuare a governare i comportamenti. Per contro, che cosa rischia di succedere il giorno in cui il crac finanziario toglierà al denaro il suo valore e la sua utilità?
La sua scomparsa, non c’è dubbio, sarà salutata come una liberazione da quanti gli negano il diritto di tiranneggiare la loro vita quotidiana. Tuttavia, il feticismo del denaro è talmente incrostato nei nostri costumi che molti individui assoggettati al suo giogo millenario, finiranno per trovarsi in preda a quegli scompensi emotivi in cui regna la legge della giungla sociale, in cui si scatenano la lotta di tutti contro tutti e la violenza cieca in cerca di capri espiatori.
Non dobbiamo sottovalutare i tentacoli della piovra intrappolata nei suoi ultimi rifugi. Il crollo del denaro non implica, infatti, la fine della depredazione, del potere, dell’appropriazione degli esseri e delle cose. L’esacerbarsi del caos, tanto utile alle organizzazioni statali e mafiose, propaga un virus di autodistruzione i cui rigurgiti nazionalisti, gli sfoghi sfocianti in genocidi, i conflitti religiosi, i rigurgiti della peste fascista, bolscevica o integralista rischiano di avvelenare gli spiriti se l’intelligenza sensibile del vivente non rimette al centro delle nostre preoccupazioni la questione della felicità e della gioia di vivere.
È sempre esistito un fascino dell’abiezione che dopo le prime reticenze si apre un cammino segreto e attende, una volta infettati tutti gli strati della popolazione, di garantire l’impunità e la legittimità alla barbarie banalizzata (l’ascesa del nazismo in Germania ha mostrato come l’umanesimo astratto poteva trasformarsi in un’esplosione di efferatezza).
Per contro, non bisogna che la disumanità del passato cancelli la memoria dei grandi movimenti di emancipazione in quel che ebbero di più radicale: la volontà di liberare l’uomo alienato e di far nascere in lui quella vera umanità che riappare di generazione in generazione.
La società a venire non ha altra scelta che quella di riprendere e sviluppare i progetti di autogestione che dalla Comune di Parigi alle collettività libertarie della Spagna rivoluzionaria, hanno fondato sull’autonomia degli individui una ricerca di armonia in cui la felicità di tutti fosse solidale con la felicità di ciascuno.
3. Il fallimento dello Stato obbliga le collettività locali a mettere in atto una gestione del bene pubblico più adatta agli interessi vitali degli individui. Sarebbe illusorio pensare che liberare dei territori dal dominio mercantile e instaurare delle zone in cui i diritti umani sradichino il diritto del commercio e della redditività si possa compiere senza urti. Come difendere le enclavi della gratuità che cercheremo di impiantare in un mondo rastrellato e controllato da un sistema universale di depredazione e di cupidigia?
È in una tale prospettiva che la questione sollevata da un amico persiano mi è sembrata rivestire un’importanza particolare. Confrontato alla violenza repressiva della dittatura islamista in Iran, egli si è fatto eco dei problemi incontrati da un’opposizione cosciente insieme della propria potenza numerica ma anche della drammatica impotenza di fronte agli interventi dell’esercito, della polizia e dei “guardiani della rivoluzione”, gruppi paramilitari composti di delinquenti le cui esazioni sono legittimate dal potere religioso. Le riflessioni che seguono sono state scritte su sua domanda.

Né guerriero né martire.

“Chi può di più può di meno” è un principio pertinente nella riflessione che esige il ricorso alla violenza o alla non violenza, dovunque la repressione di uno Stato, di un partito, di una classe, di un’organizzazione mafiosa, di una religione, di un’ideologia ostacola la libertà di esistere e di esprimersi degli individui. Se arriviamo a trattare il problema laddove la repressione è più feroce, più spietata, saremo in grado di trarne delle conseguenze per i paesi dove il formalismo democratico limita gli oltraggi della barbarie. È evidente che le condizioni dell’oppressione sono molto diverse se si comparano paesi come l’Iran, l’Arabia Saudita, l’Algeria, la Francia, l’Italia, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti, la Colombia …
Abbordare la questione tenendo in mente l’esempio dell’Iran, della Corea del Nord o della Birmania mi pare di natura da proporre delle risposte appropriate ad altri paesi, meno avvezzi all’uso dell’efferatezza.
Siamo stati finora confrontati a un’alternativa: o la determinazione a mettere fine alla violenza repressiva entrava nel terreno del nemico e vi s’installava, opponendogli una violenza di uguale natura ma di senso contrario, oppure l’opposizione alla tirannia ricorreva a una resistenza passiva alla maniera del pacifismo praticato da Gandhi con un innegabile successo.
Cionondimeno, se il Gandhismo ha trionfato sull’occupazione inglese è perché ha trovato di fronte un avversario che per quanto spietato, è stato sconcertato, vuoi paralizzato nelle sue reazioni, da un formalismo filantropico, un’etica residua, una deontologia della guerra che inclinavano a rimproverare il massacro di una popolazione ostile ma inerme.
Nonostante la sua ipocrisia, una sorta di fair-play militare metteva in imbarazzo la determinazione tattica che avrebbe prescritto di soffocare alla nascita e senza tentennamenti il movimento di rivolta. Si sa che la saggezza diplomatica di Lord Mountbatten ha influito molto sulla vittoria delle rivendicazioni popolari. Per contro, quando il gandhismo si è urtato a un potere poco assillato da preoccupazioni etiche, come il regime di Apartheid dell’Africa del Sud, è diventato inoperante. Ugualmente la giunta birmana non ha esitato a mitragliare le folle di oppositori che manifestavano pacificamente. L’Iran s’iscrive in una logica repressiva simile.
Quali risposte propone la guerriglia? Ogni volta che ha vinto ha prodotto il peggio. Il trionfo delle armi finisce sempre in un’amara disfatta umana.
L’errore fondamentale della lotta armata è quello di accordare la priorità a un obiettivo militare piuttosto che alla creazione di una vita migliore per tutti. Ora, penetrare nel territorio del nemico per venirne a capo, vuol dire tradire la volontà di vivere in favore della volontà di potere. I comunardi s’impadroniscono dei cannoni, ma trascurando il denaro della Banca di Francia e l’uso che avrebbero potuto farne, si sono trovati in inferiorità di fronte alle truppe di Versailles. Si sa come, in nome della rivoluzione, il bolscevismo militarizzato schiacciò i primi soviet, i marinai di Cronstadt, i Machnovisti e, più tardi, le comunità libertarie di Spagna. Fatte le debite proporzioni, è stato ancora il partito cosiddetto comunista e lo spirito stalinista a svuotare della sua sostanza il movimento del maggio 68 (In questo caso non si trattava di guerriglia, ma di quella desolante persistenza dell’idea di potere che ha pervertito lo slancio insurrezionale).
È davvero necessario ricordare che laddove la guerriglia ha trionfato - nella Cina di Mao, in Vietnam, in Cambogia, a Cuba - l’ideologia armata è stata un’arma ideologica che ha schiacciato la libertà con la pretesa di combattere per essa? Lo slogan ripugnante “il potere è sulla canna del fucile” prende innanzitutto di mira i refrattari a ogni forma di autorità. Esso ha fatto meno vittime nei ranghi dei controrivoluzionari che tra i rivoluzionari nemici della tirannia.
Agli antipodi, non siamo certamente più favorevoli ai fatti di Frankenhausen dove, nel 1535, i contadini tedeschi in rivolta si astennero dal resistere lasciandosi massacrare dall’esercito dei principi perché, dando per scontato l’aiuto di Dio, si erano dimenticati che secondo la formula di Bussy-Rabutin, “Dio sta sempre dalla parte dei grossi battaglioni”. Vogliamo un esempio più recente? Il 22 dicembre 1997, quarantacinque persone, in maggioranza donne e bambini, furono massacrate a Actéal, una borgata messicana da paramilitari di etnia autoctona, all’interno di una chiesa dove stavano in preghiera. Appartenevano al movimento degli Abejas (le api), un gruppo di cristiani pacifisti che pur essendo vicini agli zapatisti rivendicano una non violenza assoluta. La ragione di una tale crudeltà ha radici nello stabilirsi degli Abejas su terre ambite da altri autoctoni membri di quel partito della corruzione che è il Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI).
Oltre al disgusto suscitato da una simile atrocità, come indignarsi contro i torturatori senza denunciare anche quell’inclinazione cristiana al martirio e alla rinuncia che agisce sul vigliacco come un eccitante e presta al più irresoluto una crudeltà da matamoro. Il peggior codardo sa che non rischia nulla quando le vittime rifiutano di difendersi, quando non offrono addirittura la gola al coltello.
Dovremmo essere più attenti a quello che nel nostro comportamento, si traduce in un invito al nemico e lo incita ad attaccarci, perché - senza esserne sempre coscienti - gli abbiamo aperto la porta.
Come i nostri avversari arrivano ai loro fini? Spesso istillando in noi una credenza assurda nella loro onnipotenza. Stimolano quel riflesso di paura che accredita l’invincibilità del vecchio mondo, proprio mentre esso sta crollando. L’effetto disastroso di un tale dogma non risiede soltanto nella rassegnazione e nel fatalismo delle masse, esso anima anche il coraggio disperato che spinge all’assalto col sentimento di avviarsi alla morte in una lotta tanto più gloriosa perché vana.
Eppure, che ne è di quest’arsenale repressivo la cui sofisticazione suggerisce una capacità d’intervento folgorante e imparabile? La vigilanza tecnologica onnipresente non ha impedito la distruzione delle torri di Manhattan con dei mezzi sommari e artigianali. Così un tempo l’invincibile linea Maginot fu ridicolizzata dall’offensiva tedesca che l’ha semplicemente ignorata.
Se le reti di sorveglianza presentano delle lacune siffatte nella lotta contro le forze distruttrici la cui minaccia è permanente, come potrebbero essere efficienti nei confronti di un’azione che non ha l’obiettivo di annichilirle ma progetta soltanto di creare una società radicalmente altra, capace di rendere obsoleti e risibili gli spaventapasseri addobbati con kalashnikov o missili nucleari?
Ritorno alla domanda: che fare se rifiutiamo sia di restare indifesi di fronte ai fucili dell’oppressione sia di opporre al potere dominante le stesse armi che esso dirige contro di noi?
La discussione è aperta. Non ho alcuna risposta perentoria da proporre. Desidero soltanto chiarire il dibattito formulando qualche osservazione.
La miglior protezione consiste nel non entrare sul terreno dove il nemico ci attende e spera di trovarci. Conosce tutti i meandri del territorio tenuto sotto il controllo della merce e delle abitudini comportamentali che essa instaura (depredazione, concorrenza, competizione, autoritarismo, paura, sensi di colpa, feticismo del denaro, cupidigia, clientelismo). Per contro ignora tutto della vita e delle sue innumerevoli risorse creatrici.
Una precauzione preliminare consiste, dunque, per la nostra salvezza, nello sradicare nelle assemblee ogni forma e velleità di potere e di organizzazione autoritaria. La pratica dell’autonomia individuale è un presupposto dell’autogestione. È quanto si sforza di instaurare il movimento VOCAL impiantato a Oaxaca con la sua assemblea di base che trasmette le sue decisioni ai suoi mandatari rigettando ogni intrusione da parte dei partiti, dei sindacati, delle fazioni politiche, dei demagoghi clientelari.
La coesione non può che fondarsi su un progetto di vita individuale e sociale. L’avvenire apparterrà a delle collettività locali capaci di pensare globalmente. Intendo dire: che scommettano sulla loro radicalità e la sua diffusione per gettare le basi di un’Internazionale del genere umano. Questo è il solo modo di evitare la trappola del comunitarismo prodotto dal giacobinismo statale.
L’idea dei comitati di quartiere istituiti a Oaxaca merita di essere esaminata come una pista possibile. Il Messico non è l’Iran, ben lungi, ma non offre, tuttavia, le condizioni dell’Europa. A Oaxaca, i paramilitari uccidono con la benedizione di un governo dispotico. Il quale ha bisogno d’interlocutori infettati dai germi di corruzione inerenti al potere, qualunque esso sia. Un tale governo ha bisogno di partiti, di sindacati, di fazioni. Ne scopre facilmente l’esistenza. Con loro si sente a suo agio e può dunque, secondo le circostanze, schiacciarli o aprire delle trattative.
Per contro, i comitati di quartiere non hanno altro scopo che difendere gli interessi di una popolazione locale cogliendo gli esseri e le cose alla radice, in modo tale che quel che s’intraprende in favore di qualcuno è compatibile con un gran numero di persone (tale è ancora una volta il principio del locale inseparabile dal globale). I comitati di quartiere non rappresentano una minaccia armata, non sono un pericolo identificabile per il potere. Essi formano un paese appena identificato, dove è questione di approvvigionamento in cibo, in acqua, energia. Vi si sviluppa una solidarietà che, su dei temi apparentemente anodini, fa cambiare le mentalità, aprendole alla coscienza e all’inventività. Così, l’uguaglianza dell’uomo e della donna, il diritto alla felicità, il miglioramento della vita quotidiana e dell’ambiente perdono il loro carattere astratto e modificano i comportamenti. Abbordare prioritariamente le questioni poste dalla vita quotidiana rende progressivamente desueti i problemi rimasticati tradizionalmente dalle ideologie, dalle religioni e da quella vecchia politica che è la politica del vecchio mondo. Si ritorna così al senso originale del termine “politica”: l’arte di gestire la città, di migliorare il luogo sociale e psicologico dove una popolazione aspira a vivere secondo i suoi desideri.
Abbiamo tutto da guadagnare nell’attaccarci al sistema e non agli uomini che ne sono contemporaneamente i responsabili e gli schiavi. Cedere alla peste emozionale, alla vendetta, allo sfogo, vuol dire partecipare al caos e alla violenza cieca di cui lo Stato e le sue istanze repressive hanno bisogno per continuare ad esistere. Non sottovaluto il sollievo rabbioso al quale cede una folla che incendia una banca o saccheggia un supermercato. Sappiamo, però, che la trasgressione è un omaggio al divieto che offre una via d’uscita all’oppressione. Essa non la distrugge, la restaura. L’oppressione ha bisogno di rivolte cieche.
Per contro, non vedo mezzo più efficace per dedicarsi alla distruzione del sistema mercantile che propagare la nozione e le pratiche della gratuità (qui e là, per esempio, si abbozza timidamente il sabotaggio dei parchimetri con gran dispetto delle società che pretendono di rubarci lo spazio e il tempo che ci appartengono).
Mancheremmo a tal punto d’immaginazione e di creatività da non poter sradicare gli obblighi legati ai racket delle lobby pubbliche e private? Quale ricorso potrebbero opporre a un movimento collettivo che decretasse la gratuità dei trasporti pubblici, che rifiutasse di pagare tasse e imposte allo Stato truffatore per investirli, a beneficio di tutti, dotando una regione di energie rinnovabili, ristabilendo la qualità dell’assistenza medica, dell’insegnamento, dell’alimentazione, dell’ambiente? Non è forse restaurando una vera politica di prossimità che getteremo le basi di una società autogestita? Anziché degli scioperi dei trasporti (treni, autobus e metro) che rendono difficile il movimento dei cittadini, perché non decidere invece di farli circolare gratuitamente? Non ci sarebbe un quadruplo vantaggio: nuocere alla redditività delle imprese di trasporti, ridurre i profitti delle lobby petrolifere, spezzare il controllo burocratico dei sindacati e, soprattutto, suscitare l’adesione e il sostegno massiccio degli utenti?
Siamo sommersi di falsi problemi che occultano quelli veri. Le opinioni incessantemente manipolate manipolano, in effetti, quel che dovrebbe essere un puro frutto degli individui: le mosse imprevedibili dei desideri quotidiani, quel che essi desiderano vivere e come trovare i mezzi per spezzare le catene che li imprigionano. Qual è il peso di tutti i discorsi intorno a una crisi da cui si deve uscire senza uscirne, di fronte alla disperazione di dover lavorare, di annoiarsi a consumare, di rinunciare alle proprie passioni, di possedere sempre di più perdendo tutte le gioie dell’essere a vantaggio di un avere la cui rovina è del resto programmata?
Aggiungendosi alle imposture dell’emancipazione (liberalismo, socialismo, comunismo), il consumerismo e il clientelismo dei regimi cosiddetti democratici hanno annientato la coscienza di classe che aveva strappato al capitalismo un buon numero di conquiste sociali. Siamo stati trascinati nel fango e nel sangue tramite delle idee astratte. La “Causa del popolo” gli è rovinata addosso e gli ha spezzato le reni.
Il ritorno alla base è la sola radicalità. Essa elimina le false questioni che alimentano il caos emozionale a detrimento della presa di coscienza. All’occorrenza, la querelle sul “velo islamico” mi pare rivelatrice della funzione spettacolare che recupera e falsifica il nostro diritto a una vita autentica. Questa polemica, dove giustificazioni e anatemi, puritanismo e lassismo, oppressione e libertà, divieto e trasgressione girano a vuoto, dissimula una realtà vissuta: la condizione cui è ridotta la donna. Lo spettacolo fa il suo panem et circenses d’interminabili dibattiti su un fronzolo: segno di servitù volontaria, provocazione deliberata, manifestazione folclorica, adesione comunitarista, opzione religiosa, reazione contro il disprezzo pubblicitario della donna, sottinteso erotico di un fascino dissimulato, alleanza della civetteria e della buona creanza, espressione di una certa sacralità, comodo mezzo per premunirsi dalle molestie sessuali di maschi autorizzatisi per tradizione patriarcale a sfogarsi con lo sguardo bavoso della frustrazione.
In realtà, la vera lotta non è là, è alla base, è nell’emancipazione congiunta dell’uomo e della donna, è nel rifiuto di un apartheid, di un’esclusione, di un comportamento misogino o omofobo. Basta con i falsi dibattiti, basta con le ideologie! In “Niente è sacro tutto si può dire”, ho difeso il principio: tolleranza per tutte le idee, intolleranza per ogni atto barbaro. Il nostro criterio unico è il progresso umano, la generosità del comportamento, l’arricchimento dell’esistenza quotidiana. Il diritto alla vita garantisce la nostra legittimità.
Il potere gioca sull’elemento emozionale. La paura irrazionale che esso propaga è una fonte di violenza cieca da cui è bravo a trarre vantaggio. Il vantaggio delle collettività locali attente a decidere del loro destino, accordando la priorità all’instaurazione di una vita autenticamente umana, è che la loro pratica implica il superamento dell’emozione allo stato bruto e suscita il risveglio di una coscienza poetica.
Così come, senza l’accesso a un’alimentazione di qualità, il boicottaggio dei prodotti artefatti derivati dalle mafie petrolchimiche e agricole, resta inoperante, anche la volontà di farla finita col consumerismo, dove l’avere soppianta l’essere, ubbidirà meno volentieri alle ingiunzioni etiche che all’attrattiva di una vita libera.
Se ricorrere alle armi del nemico prelude a una sconfitta programmata, l’attitudine opposta sbocca con altrettanta certezza su un altro tipo di evidenza: più si propagherà il sentimento che la vita e la solidarietà umana sono i soli fermenti di un’esistenza degna di questo nome, più il malessere e la confusione indeboliranno la determinazione e il fanatismo che animano i mercenari del partito della corruzione e della morte.
Diverse testimonianze fanno segno delle incertezze che attanagliano un numero crescente di assassini patentati, che si tratti dei “guardiani della rivoluzione” iraniani, dei delinquenti reclutati da Hamas, dei soldati israeliani la cui barbarie è stata denunciata nella striscia di Gaza, degli assassini del nord e del sud del Sudan, dei saccheggiatori somali. Questa constatazione non implica alcun argomento tattico, non s’iscrive in una prospettiva militare dove s’insinuerebbe, abbastanza facilmente, che il nemico scava la propria tomba. Insiste soltanto su una probabilità: nello stesso modo in cui si profila il crac finanziario che manderà in rovina la moneta, la stessa svalutazione minaccia la determinazione suicida sulla quale i burocrati del crimine, le mafie della barbarie resa redditizia, contano per arruolare le loro truppe (tanto più che i vecchi pretesti religiosi o ideologici perdono di credibilità e che i fanatici arrivano a dubitare dell’accomandita di un Dio assassino).
È in questo senso che io scommetto sulla proliferazione di una reazione di vita capace di fertilizzare i territori desertificati e sterilizzati dall’economia di sfruttamento e dalla sua burocrazia mafiosa. La nostra ricchezza creativa possiede il segreto di approntare nella vita sociale e individuale degli spazi e dei tempi finalmente affrancati dall’oppressione mercantile. Solo la poesia sfugge all’occhio caustico del potere. Solo la passione di vivere fa retrocedere la morte.

Due postille sull’autodifesa
1. L’armata zapatista di liberazione nazionale (EZLN) comprende qualche migliaio di combattenti, residenti nella selva. Le donne hanno proposto e ottenuto, nelle assemblee di democrazia diretta, che essa non intervenga mai in maniera offensiva ma si limiti a esercitare un ruolo difensivo. Ciononostante, quando dei villaggi zapatisti sono stati minacciati da gruppi paramilitari, l’EZLN si é tenuto fuori. Le “giunte di buon governo” hanno costituito uno scudo umano formato da centinaia di partigiani e di simpatizzanti, accorsi da ogni parte. I giornalisti e i cameraman della televisione coprivano l’avvenimento, servendosi dello spettacolo in modo che il mondo intero fosse informato di quel che accadeva. Ciò è bastato per far fare marcia indietro agli aggressori.
2. In un racconto indiano, gli abitanti di un villaggio vanno a lamentarsi da un saggio della crudeltà di un serpente gigante che li morde e li uccide. Il fischio che annuncia il suo arrivo basta a seminare il terrore nel villaggio. Il saggio va a trovare il serpente e riesce a convincerlo di lasciare in pace la popolazione. Tuttavia, la gente finisce presto per prendere in giro il serpente diventato pacifico, ridendo della sua debolezza e divertendosi a provocarlo. Stanco del loro disprezzo, il serpente si reca dal saggio e gli confessa il suo sgomento. Quale comportamento adottare? Il saggio ci pensa su e dice: “Ti ho chiesto di non mordere, mica di non fischiare.”


INDIRIZZO AI RIVOLUZIONARI GRECI

Compagni, non ho mai disperato della rivoluzione fondata sull’autogestione in quanto rivoluzione della vita quotidiana. Ora meno che mai.
Sono convinto che, oltrepassando le barricate della resistenza e dell’autodifesa, le forze vive del mondo intero si sveglino da un lungo sonno. La loro offensiva, irresistibile e pacifica, spazzerà via tutti gli ostacoli alzati contro l’immenso desiderio di vivere nutrito dagli innumerevoli individui che nascono e rinascono ogni giorno. La violenza di un mondo da creare soppianterà la violenza di un mondo che si distrugge.
Noi non siamo stati finora che degli ibridi, metà umani, metà bestie selvatiche. Le nostre società sono state dei vasti depositi dove l’uomo, ridotto allo stato di merce, contemporaneamente preziosa e vile, era sottoposto a corvè e interscambiabile. Stiamo per inaugurare il tempo in cui l’uomo assumerà il suo destino di pensatore e di creatore diventando quel che non è mai stato: un essere umano a parte intera.
Non domando l’impossibile. Non sollecito nulla. Non coltivo né speranza né disperazione. Desidero soltanto vedere concretizzata nelle vostre mani e in quelle delle popolazioni della terra intera un’Internazionale del genere umano che seppellirà nel passato la civiltà mercantile oggi moribonda e il partito della morte che illustra i suoi ultimi soprassalti.

Raoul Vaneigem, 17 luglio 2010




Il piacere della traduzione in italiano è di Sergio Ghirardi.

non ho fumato niente!

Niente, io vado in là con l'immaginazione e mi (s)ballo da sola. Ormai mi pare chiaro che abbiamo bisogno d'aria, di uscire da questi muri del MU e aprire la porta alla rete, trasferiamoci direttamente sul blog di Beppe/Movimento non appena ce ne dà il permesso quando gli diremo che intendiamo lavorare alla lista civica.
Secondo me è più comodo che non ci siano strumenti separati dal sito del MoVimento. Certo si potrà integrarlo con il resto, ad esempio #behchenepensi , soprattutto quelli che devono incontrarsi tra loro sono gli abitanti di Milano, per capire e decidere insieme cosa vogliono dalla loro città, che strumenti possono utilizzare, quali problemi bisogna risolvere. Io ho molta fiducia nel cittadino attivo che però non smette mai di avere una vita come gli altri. La vera battaglia che non dobbiamo dimenticare è quella contro la passività, vera causa dell'apparizione della Casta.... infatti questa prospera proprio dove la passività è elevata e non si produce il controllo dal basso che c'è sempre stato nelle comunità reali. Il problema che abbiamo è di essere ormai privi di una comunità e forse ci sforziamo di supplire con la creazione di "comunità virtuali" dove però ovviamente i problemi non si possono risolvere ma solo discutere. Rimane da costruire il legame con la vita reale dove le cose si prendono davvero in mano e i problemi si cominciano a risolvere.
Le buone idee, le best pratices sono un inizio, ma la cosa principale è che ciascuno rispcopra una propria dignità nella vita pubblica, che comprenda come il suo apporto sia prezioso per altri, che veda negli altri dei pilastri della propria libertà e della propria felicità. Mi dispiace davvero che non si veda facilmente quello che credo Beppe abbia intuito. Che siamo davanti ad una nuova era empatica, che trova la potenza dolce delle energie rinnovabili e la ricchezza della gratuità, il lusso della cultura e dell'arte.
I ribelli di ogni epoca si sono sempre riconosciuti l'un l'altro e quindi mi trovo a sentire Grillo vicino e affine. E molti altri conosco che hanno questa visione oltre a me stessa.
Le parole che deposito qui sono solo un richiamo che vuole essere gentile, a riconoscere la strada per la libertà e la felicità condivise

bechenepensi



il Santone new-age (grazie!) mi è "apparso" e qualcosa in più ho capito, soprattutto riesco ad immaginare finalmente un modo per uscire dai MU e buttare giù queste pareti che contengono ma anche un po' diventano soffocanti se non circola aria a sufficienza.
Del resto basta vedere l'effetto che fa alle persone stare in un bozzolo di cui rivendicano addirittura la proprietà quasi si trattasse di costruire nel virtuale le compensazioni di ciò che si vorrebbe nel reale, in definitva una gabbia ben delimitata da cui tenere lontano gli intrusi (alla fin fine ... tutti).
Invece il bello è proprio andare nel virtuale e portare a casa una "preda" reale, persone vere con tutte le loro sfaccettature e tutto le varie "specialità" che magari non riescono a "spendere" per mancanza di relazioni adeguate.
Il gioco delle passioni incrociate è l'unica forza che muove il mondo e anche lo tiene in equilibrio gravitazionale: l'armonia delle diverse libertà obbedisce alla fisica di Newton ma credo sia anche il presupposto di un mondo orizzontale dove ciascuno è uno nodo della rete, ciascuno è al centro, vicino a se stesso e connesso con tutti gli altri, senza gerarchie, è contemporaneamente illuminato dagli altri mentre li illumina.
Il mondo è là nel web dove si possono incontrare e trovare altri "noi" altri in cerca di rel-azioni che possano diventare anche ..... chissà.
E' un po' come uscire di casa senza dover tornare per forza la sera, partire per un viaggio da "flaneur", "alla deriva" verso l'ignoto per scoprire cosa contiene di intelleggible e interessante, un modo per far incontrare le persone intorno ai temi invece che farle radunare e dettar loro delle regole.
Per quello che ho capito sinora può diventare un'avventura meravigliosa

sabato 13 febbraio 2010

Procurade moderare



Procurade moderare

Procurad'e moderare
Barones, sa tirannia
Chi si no, pro vida mia,
Torrades a pés in terra
Decrarada est giaj sa gherra
Contra de sa prepotentzia
Incomintzat sa passentzia
In su pobulu a mancare

Mirade ch'est pesende
Contra de bois su fogu
Mirade chi no est giogu
Chi sa cosa andat 'e veras
Mirade chi sas aeras
Minetan su temporale
Zente cunsizzada male
Iscurtade sa 'oghe mia

No apprettedas s'isprone
A su poveru ronzinu,
Si no in mesu caminu
S'arrempellat appuradu;
Mizzi ch'es tantu cansadu
E non 'nde podet piusu;
Finalmente a fundu in susu
S'imbastu 'nd 'hat a bettare.

Su pobulu chi in profundu
Letargu fit sepultadu
Finalmente despertadu
S'abbizzat ch 'est in cadena,
Ch'istat suffrende sa pena
De s'indolenzia antiga:
Feudu, legge inimiga
A bona filosofia!

Custa, populos, est s'ora
D'estirpare sos abusos
A terra sos malos usos
A terra su dispotismu
Gherra, gherra a s'egoismu
E gherra a sos oppressores
Custos tirannos minores
Est pretzisu umiliare

domenica 17 gennaio 2010

Sciopero Nero!


Ho visto ora che su micromega si parla di “sciopero bianco” del 1 marzo. E c'è un gruppo su face book che si chiama così ...... Che sta succedendo?
Ma che cavolata è questa dello “sciopero bianco”? cosa si stanno ancora inventando ? Se deve essere sciopero che sciopero sia, che davvero ci si accorga di cosa accadrebbe! Mi piacerebbe molto conoscere chi ha avuto la brillante idea di trasformare un'iniziativa chiara e semplice nell'ennesimo contorcimento da ex-gauchistes del cavolo! Ma è mai possibile che se una volta tanto succede qualcosa di politicamente rilevante arriva sempre qualcuno a mettere tutti in ginocchio a pregare e pietire? Basta suppliche e reiterate lamentele alle varie autorità.... qui è ora di lasciar accadere quello che deve accadere. Si prendano le conseguenze delle proprie azioni: tutti. Nel senso che è ora che ciascuno raccolga ciò che ha seminato nelle sue relazioni umane nonché nelle sue scelte politiche. Io non ci sto a proteggere gli schiavisti dagli schiavi in rivolta! Che vengano allo scoperto!

Andiamo in tutti i cantieri ad aiutare i lavoratori in nero a far valere i loro diritti.

E aiutiamo a far sganciare i salari ai lavoratori senza permesso da parte dei datori di lavoro che li denunciano per non pagarli!

Oppure possiamo dare la caccia per insultare chi gli affitta la casa a prezzi esosi e completamente non a norma. O a chi riduce le giovani donne in schiavitù matrimoniale: sposate per fare gratis le colf e le badanti trattate come proprietà dai maschi nostrani frustrati dal femminismo de noantri? Questa legge Bossi-Fini ha fatto troppi danni ormai, occorre eliminarla e subito!

Qui i link dello sciopero che ci sarà in Francia e in Svizzera e anche in Italia....

http://www.zic.it/francia-sciopero-dei-migranti-il-1-marzo/

http://manifestazione.wordpress.com/2010/01/11/mobilitiamoci-contro-la-politica-xenofoba-e-islamofobica-no-al-razzismo-si-a-una-svizzera-solidale/

http://primomarzo2010.blogspot.com/


Che lo sciopero sia .... nero!

domenica 10 gennaio 2010

“L’occhio (e il) vigile” Hans Monderman



Atti del convegno “L’occhio (e il) vigile”

Torino, 30 Novembre 2005

Hans Monderman

Responsabile del Programma integrato di pianificazione del traffico, del territorio e del paesaggio delle Province del Nord dei Paesi Bassi
Un approccio innovativo: l’eliminazione della segnaletica e la qualità ambientale come fattori per la sicurezza stradale e urbana
Buongiorno, ringrazio il moderatore. Non cercherò di convincervi, cercherò di confondervi le idee, mettendo il mondo un po’ sotto sopra. Incomincio dalla prima immagine, che ho scelto deliberatamente perché rappresenta il mio mondo: c’è una grande strada nella quale circolano 6500 veicoli al giorno e a lato una pista ciclabile, nella quale circolano 2425 biciclette al giorno. Negli ultimi dieci anni abbiamo avuto 60 incidenti su questa strada, sedici dei quali hanno visto coinvolte moto di piccola cilindrata. Questo è il mondo di un ingegnere del traffico. Adesso vi mostro un’immagine differente, potreste pensare che sia la stessa foto, ma non lo è. Ritrae un luogo meraviglioso, Sandy Hills, dove un baronetto aveva scelto di vivere. E’ un luogo meraviglioso per il paesaggio; il baronetto desiderava una casa ed è stata costruita. Questa residenza oggi è molto affollata di gente, perché è un luogo che funziona molto bene, in cui tutti gli ambienti sono in armonia tra loro e con lo spazio circostante. È davvero un posto meraviglioso dove stare. Ecco, vi ho raccontato due storie e ora vi spiego il perché. Quello che voglio dirvi è che voi potete vedere una strada in modo oggettivo, attraverso cifre, ma potete vederla anche sotto un’altra prospettiva, potete vederla come uno spazio, un luogo, e di conseguenza non è più un oggetto, ma un soggetto. Lo stesso succede con le persone della seconda immagine: le persone non sono degli oggetti, ma gli ingegneri del traffico trasformano sempre la gente in cifre, ad esempio relative agli incidenti, al livello del traffico. Ma le persone per strada sono anche altro oltre a cifre, ad esempio camminare per strada con i bambini e raccontare dei luoghi che si attraversano è un’esperienza molto bella, questo significa guardare alla strada e alle persone come soggetti. Dobbiamo davvero imparare a guardare le cose non solo in modo oggettivo attraverso cifre, ma in modo più qualitativo, considerandole come soggetti. Questo è quello che cercherò di spiegarvi nelle prossime immagini. Incominciamo dallo spazio pubblico, lo spazio che da sempre si utilizza per le funzioni più diverse. In passato lo spazio pubblico era per tutti, le piazze e le strade pubbliche rappresentavano il momento della condivisione per la società; in particolare le strade erano il luogo dove le persone imparavano ad essere buoni cittadini, attraverso il confronto. Che cosa rimane di questo tipo di spazi oggi? Quest’immagine mostra che cosa è successo: le macchine hanno preso il sopravvento. Le macchine sono diventate l’aspetto dominante delle città; sono arrivato a Torino per la prima volta e le auto sono il primo elemento che ha colpito la mia attenzione. Sono elementi dominanti in tutti gli aspetti della vita e questo ha cambiato i nostri spazi pubblici. L’immagine che segue è per me importante, mi serve a raccontarvi la storia, scritta da Marcel Proust, di una ragazza, Albertine, che vedete nell’immagine sulla destra. Albertine aveva un fidanzato e un giorno lui le disse che voleva andare a trovare uno zio a sud di Parigi e poi nel pomeriggio una nipote che viveva a nord di Parigi. Albertine rispose che era impossibile realizzare quel programma in una sola giornata, quel tipo di tragitto aveva sempre preso almeno tre giorni. La domanda allora è: che cosa era successo nel frattempo? Era arrivata l’automobile, che rendeva possibile lo stesso viaggio in un giorno solo, e quelle persone, che non avevano mai fretta, si ritrovavano improvvisamente ad affrettarsi a destra e sinistra. La spiegazione di che cosa è successo è abbastanza semplice: quando si compra una macchina, la prima cosa che si nota sul cruscotto è l’orologio, che misura il tempo in modo oggettivo. Non appena hai una macchina, la prima cosa che fai è guardare l’ora quando parti, e poi misuri il tempo che impieghi a compiere il percorso. Al giorno d’oggi con la macchina si può anche perdere tempo, ad esempio in un ingorgo. Non si poteva forse perdere tempo nel passato? Noi viviamo in un mondo basato sulla misurazione oggettiva del tempo. Ma il tempo è soggettivo: provate a pensare quando andate a fare shopping con vostra moglie in un negozio di vestiti; mentre per gli uomini è come se il tempo si fermasse, per le donne scorre dannatamente veloce. Le percezioni del tempo possono cambiare e si può vivere in diversi schemi temporali: quando il contesto cambia, anche la percezione del tempo e la velocità cambiano. Questa immagine incomincia senza il casco (due motociclisti senza vestiti su una moto). Come pensate che i due motociclisti potrebbero viaggiare senza caschi? Dopo che avranno indossato i caschi, la velocità aumenterà; poi indosseranno le tute con tutte le protezioni e la velocità aumenterà ancora di più. Tanto maggiori saranno le protezioni, tanto più aumenterà la velocità. In verità, questa è una metafora di come funziona il sistema stradale. C’è una bellissima esperienza che è stata oggetto di una ricerca svolta a Gerusalemme ed è stata descritta all’inizio di quest’anno. A Gerusalemme ci sono due aree ben differenti: il quartiere dei tedeschi, ben organizzato e dove le regole sono molto seguite; e il quartiere dei russi che invece non sono molto ben organizzati. Ma i russi hanno una fede molto forte, attraversano la strada quando vogliono, lasciano andare i bambini per strada da soli e pensano che dio provvederà. E in quale dei due quartieri pensate che avvenga il maggior numero di incidenti? Dobbiamo ripensare a ciò che stiamo regolando, e tenere conto che la normativa ha a che fare con il fattore rischio. Quando la gente percepisce il rischio, si comporta con prudenza. Questa è una maniera fondamentale di osservare lo spazio. Quello che è stato fatto fino ad oggi, a livello di interventi pubblici, è andato nella direzione di eliminare tutti i rischi. Questo è solo un piccolo gioco, uno scherzo (immagine di carretti). Cosa ci è successo? Nel passato c’erano solo i carretti trainati dai cavalli guidati dai contadini, mentre adesso la situazione è cambiata perché si sono trasformati in automobilisti. Ora devono seguire le regole stradali. Il contadino è diventato parte del sistema del traffico; non è più un contadino, adesso è un guidatore. La fotografia successiva mostra la stessa cosa (immagine di una banda su una strada di città): era un gruppo di musicisti, adesso non lo è più; è un plotone civile olandese che segue le regole previste per i grossi carichi con la luce rossa dietro e quella bianca davanti. Abbiamo trasformato gli esseri umani, a mio parere, in zombi, li abbiamo resi anonimi eliminando tutti i caratteri individuali, e potete vedere quanto è ridicolo questo gruppo di musicisti che si comporta come se fosse un veicolo. Vi rivolgo una ora una domanda: pensate che sia permesso entrare con la macchina in un’area come questa (immagine di una strada pedonale)? Questo dubbio ci assale perché non sappiamo quale è la strategia di cui abbiamo bisogno. Sarebbe opportuno entrare in un posto come questo con un’auto? Penso che il cuore del problema sia più semplice: esistono due tipologie di comportamenti differenti, e questa sera, quando uscirete da questo convegno con la macchina, dovrete decidere quale comportamento seguire, se seguire le regole del sistema stradale o quelle del sistema sociale. Cosa è successo quando venne introdotto il sistema del traffico? Io ho iniziato come ingegnere del traffico negli anni Sessanta e a quei tempi tutte le strade venivano costruite seguendo come criterio primario quello dell’accessibilità. Dopo quindici anni ci siamo ritrovati con molti incidenti e quindi gli obiettivi sono stati reimpostati radicalmente, puntando alla sicurezza delle strade; dopo altri quindici anni qualcun altro ha scoperto che esiste l’ambiente e di nuovo l’ingegneria del traffico ha cambiato i suoi obiettivi. Quindi si può dire che non c’è una coerenza costante nel sistema. Quello che sto cercando è l’elemento che tiene uniti i diversi aspetti del sistema. Se visualizziamo il sistema come un triangolo, i politici guardano sempre agli angoli di questo triangolo, mentre penso che noi si debba guardare più al centro del triangolo. Sto quindi cercando questo elemento che sta nel mezzo. L’uomo è misura delle cose, mi pare che ciò suoni ancora abbastanza saggio. Guardiamo quindi al fattore umano all’interno del sistema del traffico. Vi mostro ora una mappa e dovete guardare nel centro. Notate che non ci sono buoni collegamenti nord-sud, tutte le strade finiscono in prossimità del mare e questo ha senso, perché nessuno ha bisogno di proseguire oltre, ma il sistema delle autostrade è piuttosto limitato. Nella prossima immagine vi mostro una mappa degli incidenti degli ultimi 10 anni che ci permette di riflettere sulla relazione tra il sistema delle autostrade e l’andamento degli incidenti. Sembra di poter dire che quando non c’è un buon sistema di autostrade, il flusso di incidenti in campagna lievita. Il modo in cui si costruisce il sistema stradale, la gerarchia tra le strade che compongono la rete, ha un’influenza sugli incidenti. Come vedete, gli incidenti mortali sono tutti concentrati in un unico posto. Ci si domanda perché. La questione su cui riflettere in questo caso è: appurato che quello che è successo non ha nulla a che fare con lo spazio, allora dipende dai comportamenti. Perché la gente si comporta in maniera strana? Come possiamo organizzare lo spazio in modo migliore? Quello che abbiamo scoperto è che bisogna creare il sistema stradale seguendo una gerarchia partendo dalla dimensione umana, caratterizzata da una velocità bassa, e proseguire cercando di raggiungere la massima qualità. E nel mezzo bisogna prevedere del tempo, degli intervalli temporali, bisogna basarsi sul tempo e non sulla quantità di traffico. Quello che vedete è il 20% della rete; il restante 80% non l’ho inserito nella mappa, perché è lo shared space (spazio condiviso), è lo spazio per le persone, è il nostro spazio pubblico. La rete stradale è quella che ci facilita, ma le altre strade, quelle non segnate nella mappa, sono quelle importanti. L’immagine mostra un cartello che indica di prestare attenzione alla strada. Poi c’è un altro segnale, con una cicogna, che indica che è nato un bambino. Come si vede nell’immagine, la strada è piena di fango. Ho avuto discussioni con i miei colleghi perché volevano mettere un segnale che indicava che la strada era piena di fango. Io invece volevo mettere un altro cartello, ad esempio che indica che il dottore passa alle dodici, i vicini vengono alle dieci, la famiglia tornerà forse verso sera. Voglio che ci sia un cartello ogni volta che arriva qualcuno. Perché mettere i cartelli solo dove c’è una minaccia per le automobili? Analogamente anche quando c’è un pericolo per la società c’è bisogno di un cartello. Come siamo stupidi con i cartelli. Osservando la strada si può leggere la storia di questa famiglia, ad esempio che il bambino è nato ieri perché oggi la strada già piena di fango indica che il padre ha ripreso a lavorare. Che cosa c’è da sapere di più? Questo è quello che succede quando il sistema del traffico prende il sopravvento; ci sono così tanti segnali che non si riesce più a leggerli e a capirli. Queste immagini mostrano quello che è stato il mio lavoro in America. Ho realizzato interventi su impianti stradali realizzati negli anni Venti negli Stati Uniti, ma anche in Inghilterra, sistemi in cui si sceglieva di distinguere nettamente le persone dal traffico. Le cosiddette nuove città, ma queste nuove città hanno creato molti problemi. Adesso nelle città dobbiamo fare attenzione ai pedoni, io non avrei mai pensato di dover pensare ai pedoni come ad un “rischio” in una città. L’immagine mostra quanto sono pericolose le città oggi (immagine di traffico), dovrebbero essere un posto dove gli uomini possono vivere bene, e invece guardate in cosa le abbiamo trasformate. Trent’anni fa la mia professione ha dato una risposta: e ora vi mostro il modo in cui quest’idea è stata realizzata. Mi è stato chiesto di risolvere un problema: c’era una strada, con un limite di velocità di 60 km all’ora, un flusso di 6000 macchine e non c’era altro spazio per costruire una pista ciclabile. Hanno chiesto il mio aiuto, e il mio superiore mi ha odiato perché io ho progettato tutte queste brutture (fioriere e altri elementi per separare una porzione di strada per le biciclette)। Ed erano brutture. Quindi, cosa fare? Dovevo trovare una soluzione e non sapevo cosa fare, tutti i normali strumenti per limitare la velocità come le bande rumorose e le gimcane non erano consentiti. Dissi che volevo costruire qualcosa di “folle”. Questo è come appariva (immagine della strada senza separazioni, “condivisa” da auto e biciclette). E improvvisamente la velocità non si è ridotta del 10%, ma si è più che dimezzata. Questo è come appariva e come appare tutt’oggi, è ancora così. Questo per me è stato un cambiamento radicale. La lezione che ho imparato è che il mondo sociale che ci circonda è una fonte enorme di informazioni per il comportamento e quando il contesto si traduce nel comportamento corretto, cambiano i comportamenti. Nel sistema stradale ci dimentichiamo che il contesto sia importante. Ad esempio questo è un campeggio (immagine), nessuno andrebbe veloce in auto tra le tende; il contesto è sufficiente per innescare un comportamento diverso. Questa è l’immagine più minacciosa che posso mostrarvi. Mostra due tipi di comportamenti differenti, che appaiono in contraddizione e incompatibili tra di loro. Bisogna fare delle scelte, non si può agire in due modi diversi o seguendo due strategie differenti. La cosa peggiore che si può fare è di arrivare ad un compromesso tra le due strategie e infatti questo è quello che avviene quando si giunge ad un compromesso. Si può prendere un caffè con un semaforo tra le ginocchia, mischiando i due mondi e accettando il compromesso; oppure si possono mettere cartelli stradali per dire di fare attenzione agli alberi. Tutto questo significa trattare le persone da stupide; mettiamo i cartelli e poi altri cartelli che spiegano cosa significano i cartelli, o cerchiamo di nascondere i pericoli obbligando le persone a percorsi forzati delimitati da ringhiere e cancelli. Questo non si può più chiamare spazio pubblico. Questo è un posto tipico per trascorrere le vacanze estive in Olanda. E’ un posto assolutamente fantastico, e qui le vacanze iniziano nell’assoluto caos. Quando ritorniamo a casa, ci diciamo che quella era qualità. Quindi la qualità e il caos possono quindi coincidere. Dobbiamo però prendere delle decisioni su quali comportamenti vogliamo. Quest’immagine mostra una strada in Danimarca; le persone la usano, la vivono, è la loro strada. Quando vediamo strade di questo tipo, è già chiaro come verranno utilizzate, sono state pensate per essere luoghi multifunzionali. In quest’immagine c’è una delle nostre ultime realizzazioni, una volta ultimato il progetto non abbiamo mai più avuto problemi di velocità. Si può utilizzare l’architettura: prima questa strada divideva il paese, c’era un paese sulla destra e uno sulla sinistra. Oggi abbiamo di nuovo un paese solo, con in mezzo una chiesa. Quest’altra immagine mostra un’area in cui fino a sei anni fa avevamo un flusso di settemila macchine e molti incidenti; noi abbiamo scelto di eliminare i semafori: il flusso di automobili è molto più scorrevole e gli incidenti sono quasi spariti. In Europa ci sono molti luoghi dove si possono trovare esempi di questo tipo: questa è una strada trafficata in un’area commerciale in cui passavano più di settemila automobili, e i percorsi erano separati. L’abbiamo trasformata in una area commerciale con le macchine, un’area condivisa, e adesso tutto lo spazio, anche la strada, è molto più vivace. Anche in questo caso avevamo un incrocio con un passaggio di 7 mila auto al giorno, di cui 5 mila provenienti da una strada laterale. Abbiamo tolto i semafori e creato un incrocio a raso e la situazione è nettamente migliorata. Molte persone hanno criticato questo progetto, hanno dichiarato di sentirsi insicure attraversando il nuovo incrocio. Ecco allora che torniamo all’esempio dei motociclisti senza vestiti che ho fatto prima: quando dai alle persone la libertà di scegliere e decidere il proprio comportamento, devono prendersi le proprie responsabilità e questo avviene solo quando
ci si assume un rischio। La sensazione di insicurezza descritta dimostra proprio che il progetto ha funzionato, le persone sono consapevoli del rischio. In questo schema il rischio è parte integrante del progetto, è un elemento del design. Se le persone accettano di assumere le proprie responsabilità, allora l’amministrazione può tornare a dargli maggiori libertà. Questa immagine rappresenta il centro di Londra, la zona di Kensington street, dove sono stati eliminati tutti i “recinti pedonali” e la strada è stata ridisegnata secondo il modello della strada condivisa; in questo modo si è avuta una riduzione del 60% degli incidenti con i pedoni. È bastato eliminare le ringhiere e poco altro per diminuire la velocità delle auto. Questo è un progetto che deve ancora essere realizzato a Londra, ma è costruito nello stesso modo. Analoghi esempi si trovano a Tokyo, a Barcellona, in Cina, in Danimarca, di nuovo a Barcellona. Questo è l’esempio più estremo che vi posso mostrare: è un incrocio dove ogni giorno passano 22 mila veicoli, circa 3000 biciclette e 1500 pedoni, nel cuore di una città di 15.000 abitanti. L’abbiamo trasformato rendendolo un posto a misura d’uomo. Non ci sono differenze d’altezza tra il marciapiede e il livello stradale. Questo è come appare oggi; se si osserva il flusso del traffico oggi, si vede un movimento completamente naturale e fluido, in cui tutti, persone e mezzi, regolano i loro comportamenti reciprocamente e negoziano lo spazio. Da quando il progetto è stato terminato abbiamo avuto solo tre incidenti di scarsa entità, simili a quelli che potrebbero avvenire nel cortile di una scuola. Nel passato in quest’area c’erano quindici semafori, ne abbiamo rimossi tredici; da quel momento non si sono più verificati incidenti mortali. C’erano due incidenti mortali all’anno, mentre adesso in due anni ne abbiamo avuto solo uno. È chiaro quindi che in questo caso i semafori non erano la soluzione ma il problema. Questa è l’ultima fotografia che voglio mostrarvi; quello su cui voglio cercare di insistere ancora è l’uso dello spazio come fonte di informazione, e come l’usare queste informazioni può influenzare enormemente la qualità dei comportamenti umani. Responsabilizzare le persone è una possibilità con un enorme potenziale. Questi non sono progetti semplici, questo per esempio ha richiesto sette anni di progettazione e molto lavoro di comunicazione con le persone; ancora oggi, giorno dopo giorno, bisogna dare spiegazioni alle persone perché si è attuato davvero un grosso cambiamento. Non sono più le amministrazioni che si prendono carico dei comportamenti delle persone, ma sono le persone stesse responsabili dei propri comportamenti. A molte persone questo cambiamento non piace, ci vuole molta attività di comunicazione e anche un po’ di fortuna nel non aver troppi incidenti quando si mettono in atto questi progetti. Io sono stato fortunato fino ad oggi. Penso che questo modo di vedere lo spazio sia un elemento davvero molto importante, che dobbiamo tenere in considerazione se vogliamo modificare l’aspetto che hanno oggi le nostre città. Il predominio dell’automobile nel sistema stradale può essere modificato; questo è quello che ho cercato di mostrarvi oggi. Grazie per la vostra attenzione.


Monderman :Vorrei fare una riflessione molto breve. E’ molto semplice: il sistema stradale è stato ideato per facilitare il mondo delle persone, ma vediamo che sta erodendo le nostre città, le nostre società, Penso quindi che sarebbe utile ripensarlo e reinterpretarlo. Quando si guarda la velocità media nelle città americane, e si vede che è di circa 60 km all’ora, si vede che la velocità non è un elemento fondamentale, ma è il principio intorno a cui organizziamo tutta la nostra vita. Credo che si debba riorganizzare e ripensare tutto il sistema stradale delle nostre città in base al motto, in cui credo molto, che chi va più piano, va più veloce. Questa potrebbe essere una magnifica soluzione.

“Tanto più sono le regole, meno si sente la responsabilità”.


L'ingegner Monderman non è l'ultimo invasato che passa: è un serio ingegnere tedesco che ha passato decenni di attività professionale nello studio della mobilità e soprattutto della sua sicurezza nei centri urbani. Mentre i segnali proliferano, nessuno gli presta più attenzione. Da molto tempo, gli psicologi parlano dell’assurdità di questo eccesso. Circa il 70% della segnaletica non è nemmeno percepita. La pletora dei segnali rende l’automobilista insensibile e favorisce il suo imbarbarimento. L’automobilista si ferma, forse, davanti alle strisce pedonali, ma per il resto si sente autorizzato a tagliare la strada a qualsiasi pedone. Ogni semaforo è una sfida per riuscire a passare ancora con il giallo. Il risultato: nella morsa del corsetto delle regole, l’automobilista diventa egoista e cerca solo il proprio tornaconto, a scapito delle buone maniere. Secondo i fautori del nuovo concetto, solo più libertà e più responsabilità individuale possono aiutare ad uscire dal circolo vizioso. Pertanto chiedono strade e vie come nel Medioevo, quando le vie delle città erano intasate da carri, cavalli e persone. Nei loro scenari, automobilisti e pedoni si intrecciano in un pacifico flusso. D'altro canto non si vede che problema ci sia, visto che anche nelle iper regolamentate strade urbane italiane, studi seri hanno dimostrato che la velocità media è nell'ordine dei 30 km/h. Ciò che a molti sembra un caos totale, segue in realtà una scoperta della psicologia del traffico: solo laddove è tutto regolato, l’automobilista può premere il pedale dell’acceleratore senza farsi troppi scrupoli. Un ambiente poco chiaro impone invece cautela e circospezione. “Meno sicuro è più sicuro” è il motto dei fautori della nuova corrente che, nell’ottobre scorso, si sono riuniti a Francoforte sul Meno. Questi progetti ricevono una spinta da un esperimento di grande dimensione che si svolge a Drachten, città olandese di 45.000 abitanti. In questa città, le automobili circolano sullo stesso piano di pedoni e biciclette. I ciclisti segnalano con il braccio ogni cambiamento di direzione, mentre gli automobilisti si fanno capire con i gesti della mano e della testa. “Più della metà dei nostri cartelli stradali sono già stati rottamati”, spiega il pianificatore del traffico Koop Kerkstra, “dei 18 incroci muniti di semafori ne sono rimasti solo due, gli altri sono stati convertiti in piazzole a senso rotatorio”. A Drachten, ora valgono solo due regole 1) precedenza a coloro che arrivano da destra; e 2) ciò che ostacola gli altri, sarà rimosso. Esperti provenienti dall’Argentina e dagli Stati Uniti hanno visitato Drachten e persino Londra si è detta interessata all’anarchia stradale. Il modello è attualmente sperimentato nel rione di Kensington. In un anno il numero di incidenti, con feriti, si e' dimezzato e dopo due sole settimane di sperimentazione la velocita' media e' scesa sotto i 30 km/h consentiti.Oltre al vantaggio sociale c'e' anche un risparmio economico: in Germania, ad esempio, l'installazione di un cartello stradale costa 350 Euro. _ Anche Paulo Coelho racconta la sua esperienza a Drachten: Subito dopo la conferenza a L’Aia, in Olanda, si avvicinò un gruppo di lettori. Volevano che visitassi la città dove vivevano, giacché, secondo loro, vi si stava realizzando un’esperienza unica in Europa. Ormai sono vaccinato contro le “esperienze uniche al mondo”, ma allo stesso tempo adoro conversare con gli sconosciuti. Fissammo per l’indomani, visto che il mio volo per Parigi partiva solo alla fine del pomeriggio. I lettori – due giovani donne e quattro ragazzi –, che avevano preso l’impegno di lasciarmi all’aeroporto dopo che avessi visto qualcosa di “unico in Europa”, mi condussero in un quartiere della città di Drachten. Scendemmo dall’auto, loro presero una birra, io un caffè. Mi guardavano sorpresi, ma io non riuscivo a capire che cosa stesse succedendo. Dopo un po’ di tempo, uno di loro mi domandò: “Non ha notato niente di diverso?” Una città piccola, graziosa, con vari passanti per la strada, in un autunno che sembrava ancora estate. A parte questo, uguale a tutte le altre città che conosco nel mondo. Loro pagarono il conto, attraversammo la strada per andare in un altro bar, mi chiesero di guardare bene di nuovo – e io continuai a trovare Drachten molto simpatica e molto uguale al resto dell’Europa. “Lei mi ha deluso – disse una delle giovani. – Pensavo che credesse di più nei segnali.” “Certo che ci credo.” “E qui, non ha visto nessun segnale?” “No.” “Infatti, è proprio questo! Drachten è una città senza segnali!” Il suo fidanzato completò: “Nessun segnale stradale!” Tutt’a un tratto, mi resi conto che avevano assolutamente ragione: non c’era il famoso “Stop”, non c’erano le strisce pedonali, i segnali di incrocio e di precedenza. Non c’era un solo semaforo, con le sue luci rosse, gialle e verdi! E, con mia sorpresa, non c’era neppure la divisione tra il marciapiede e la strada. Il movimento era ben lungi dall’essere ridotto: camion, auto, biciclette (onnipresenti in Olanda), pedoni, tutti sembravano perfettamente organizzati in un posto dove non c’era niente a mettere ordine nel traffico. In nessun momento udii un improperio, sentii frenate improvvise, o clacson assordanti. Andando verso l’aeroporto, mi raccontarono qualcosa di più su quell’esperimento che, concordo pienamente, è davvero singolare. L’idea era venuta a un ingegnere, Hans Mondermann. Questi lavorava per il governo olandese negli anni Settanta, quando cominciò a pensare che l’unica maniera per ridurre l’aumento degli incidenti era dare all’automobilista la responsabilità di ciò che faceva. Il suo primo provvedimento fu diminuire la larghezza delle strade che attraversavano i paesi, usare mattoni rossi invece dell’asfalto, eliminare la striscia centrale che separa le due corsie, togliere i marciapiedi e disseminare i viali di fontane e paesaggi rilassanti – in modo che le persone imprigionate negli imbottigliamenti potessero distrarsi mentre aspettavano. Subito dopo arrivò la decisione radicale: togliere i segnali stradali ed eliminare il limite di velocità. Entrando in città, i 6000 automobilisti che passavano lì ogni giorno rimanevano disorientati: dove posso svoltare?Di chi è la precedenza? E così raddoppiavano l’attenzione che prestavano a ciò che accadeva intorno a loro. Due settimane dopo, la velocità media era scesa sotto i 30 km/h permessi in località come Drachten. Mondermann puntava forte: “Se un pedone attraversa la strada, è chiaro che l’auto dovrà fermarsi: i nostri nonni ci hanno insegnato le regole di cortesia.” Fino a ora, ha funzionato. Arrivai all’aeroporto pensando che Mondermann non aveva fatto solo un esperimento sul traffico, ma qualcosa di più profondo. In definitiva, è sua la frase: “Se tratti una persona come un idiota, si comporterà seguendo il regolamento, e nulla di più. Ma se le dai responsabilità, saprà usarla.”

giovedì 10 dicembre 2009

Auspicando l’avvento del tribadismo

flapper che fumano


Il sistema patriarcale consiste nell’espropriazione del potere femminile di “mettere al mondo” i figli: il futuro. Ne ha negato l’assoluta autonomia di scelta dettata dalla natura, intendendo la natura non più come mondo al quale appartengono tutti i viventi, ma risorsa da sfruttare al fine di appesantire i forzieri e il dominio sugli altri, a loro volta intesi quali risorsa da conquistare o nemico da combattere. La vera spinta naturalmente è stata quella di stabilire con certezza il diritto di successione per i figli la cui paternità andava accertata tenendo le donne (”fornetti”, contenitori per la riproduzione di un seme maschile) strettamente vincolate e sorvegliate sotto l’egida del padre “certo”. Ma se si facesse un gioco tutti quanti di far esaminare il proprio DNA se ne vedrebbero delle belle: anche i latini lo dicevano “mater certa, pater numquam” e la realtà semplicemente è che il potere femminile per millenni è stato nascosto, usurpato ma mai cancellato. Ogni uomo lo sa, conosce la forza che lo ha generato e ispirato, sa che solo lo sguardo di sua madre gli ha aperto la strada per la stima di sé come maschio. Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, dice anche un proverbio. Ma di questo potere di generare non si vuole riconoscere l’inevitabile effetto collaterale: la possibilità che ogni nuovo nato metta in crisi il potere costituito, non riconosca l’autorità e il patrimonio del padre, scelga invece una complicità con la madre di ridare libertà alla propria figlia, permetta che inizi la rivoluzione che troppe femministe hanno svenduto insieme con le “cattive ragazze”. L’enorme errore fu quello di fermarsi all’idea di uguaglianza e di equivalenza tra i sessi dimenticando quanto mutilato fosse ormai anche il genere maschile privo della potenza femminile così negata. In conclusione chi avrebbe da guadagnare da un nuovo “ordine” o meglio disordine della famiglia patriarcale sarebbe proprio il maschio, allorché cominciasse di cuore a sostenere il tribadismo, il libertinaggio delle femmine, trovandone piena soddisfazione e condivisione. Non saranno le vergini, le brave ragazze di vostra proprietà a darvi la felicità ma le magiche cattive ragazze consapevoli di sé a restituirvi la pienezza e la tenerezza di essere uomini che amano davvero le donne e sé stessi.

domenica 5 luglio 2009

IMMIGRATI SALVATECI DA QUESTI ITALIANI!




Lettera di Boccadorata all' Espresso


Solo chiacchiere – for whites only


E' vero è uno sconcio, una continua provocazione.

Questo governo sembra che voglia vedere fino a che punto riesce a spingersi nel frugare nelle budella del popolo bue, fino a che punto di impotenza può portare quelle che considera "le anime belle".

Chi si indigna per il loro razzismo gli sembra un illuso e un incapace.

Il Ministro, a proposito della bella azione di respingere i barconi in Libia mettendosene un bel po' sulla coscienza, soddisfatto ha giocato con il suo cognome e ci ha spiegato che il problema dell'immigrazione si risolve con i “maroni”, così le persone dall’anima bella (si intende noi soliti pacifisti e catto-comunisti) si preoccupano di chissà quali cose orribili vedremo.

In realtà non faranno un bel nulla, non risolveranno niente, con la solita inefficienza.

Prodi poco prima di vincere le elezioni diceva del precedente governo Berlusconi: promettono e non consegnano. In tutto è così.

Fanno proclami televisivi, fanno il miracolo come San Gennaro: spariscono i barconi di immigrati, i barboni, le puttane, i sindacati, i fannulloni, i rifiuti, i voli di stato, le intercettazioni, un continuo gioco di prestigio.

Le camicette verdi e nere incantate li osannano.

Chi non ci crede è catastrofista, un pericolo pubblico da interdire e silenziare.

All'Aquila hanno interpretato la fiction dei super salvatori piovuti dal cielo pieni di doni e certezze ed ora sono costretti a censurare le notizie sulle proteste.

Se qualcuno interrogasse un po' meglio le persone vere intorno a sé capirebbe quante badanti e operai attendono con la stessa ansia dei loro datori di lavoro che ci sia una legge decente che permetta almeno a chi lavora di farlo nella legalità.

La colpa sarà anche della sinistra ma la legge Bossi Fini è la causa di questo casino: nessuno può distinguere tra immigrati che lavorano in pace e gente che si è scelta ben altra occupazione.

Molto democraticamente la Bossi Fini impedisce di entrare a tutti, così si entra solo in nero.

Volendo hanno già nomi, cognomi, indirizzi e codici fiscali di tutti i lavoratori del famoso click day del 15 dicembre 2007 e dei loro datori di lavoro.

E’ quasi un elenco pronto per emettere mandati di cattura di massa.

Che poi certamente non emetteranno, ma potranno far vivere alle nostre signore di 90 anni un brivido di trasgressione al solo suono del campanello, o scegliere di buttare qualche altro in cella, a discrezione del poliziotto di turno, che magari, di passata chiede anche prestazioni sessuali in cambio del rinnovo del permesso di soggiorno (capitato a una mia amica).

E poi c'è una questione filosofica ancora più importante: cosa vorrebbe dire clandestino? che diritto esiste nel fatto di essere figli di qualcuno nato qui o lì?  Che merito hanno i nordisti per essere nati a Como invece che in Nigeria? Ma davvero si sentono autorizzati a pretendere qualcosa di diverso dagli altri? e per quale motivo? Siamo sicuri che questa aggressività verso chi arriva in casa loro non sia piuttosto la paura di essere superati in forza, intelligenza, coraggio e determinazione?

Non sarà che poi ci ritroviamo tutti come Israeliani e Palestinesi, divisi tra religioni una più arcigna dell’altra, tra poveri e più poveri, tra morti e moribondi, tra schiavisti e schiavi.

Se non abbiamo il coraggio della verità e non trasformiamo in un caloroso benvenuto il nostro atteggiamento, finiremo tutti cattivi perché terrorizzati, con la coscienza sporca, la coscienza che viene dal pensiero “vita mea, mors tua” una coscienza tremebonda, gretta, auto-indulgente e soprattutto dedita all’oblio.

Si vive la nostra vittima come carnefice potenziale.

Questa paura viene mitigata da un’illusione: quella di avere diritti di primogenitura da scambiare con un piatto di lenticchie ed il coraggio di mangiare alla faccia di chi resta a digiuno.

Questa mancanza di stile imperdonabile colpisce soprattutto i suoi fautori ma costringe continuamente tutti quanti a destreggiarsi ai confini dell’illegalità.

Infatti, e torno al motivo del mio scritto,  non riusciranno e non vorranno risolvere alcunché.

Le badanti continueranno a dipendere dalla malavita che organizza i loro espatri , che in altre parole possono essere considerati delle vere e proprie tratte di schiavi.

Solo che il ministro Maroni non ci dice che il vertice di queste bande di schiavisti è più in Brianza che in Libia.

Non si preoccupa di controllare dove c’è il lavoro nero permettendo di attribuire le giuste responsabilità a chi ha fatto della immigrazione impossibile un vero business.

Forse teme di non soddisfare la domanda di manodopera a basso prezzo, così necessaria in tempi di globalizzazione, tempi in cui si possono esportare le merci ma non i servizi e quindi molte attività sono così costose da non essere più alla portata di tutti: le prestazioni sanitarie non coperte dalla spesa pubblica non sarebbero sostenibili per il 99,99% degli Italiani, lo stesso dicasi per i trasporti e la manutenzione delle strade, dei ponti e la protezione dell’ambiente.

Ma, dove la vita è così cara, occorre incassare moltissime tasse senza pietà per chi rischia la fame nero o bianco che sia.

Il Governo Italiano, come molti altri in Europa, deve quindi combattere contro i propri cittadini arrabbiati perché a corto di servizi pubblici pagati profumatamente e mai  funzionanti, tenendoli a stecchetto e tartassati, dall’altra deve cercare di addolcirli facendo balenare condizioni ancora peggiori come quelle degli schiavi moderni.

Lo Stato oggi si basa quindi sul ricatto e sul terrore.

Quelli che davvero devono tremare sono i cittadini Italiani, gli altri se ne andranno in terre più ospitali e ci lasceranno qui soli in balia dei cattivi soggetti che li sfruttavano e che cercheranno qualcun altro da sfruttare e calpestare.

Così come è accaduto in Sudafrica nasceranno etnie di bianchi discriminati perché poveri. 

Qui trovate un esempio: (http://www.stefaniaragusa.com/2008/05/sudafrica-i-poveri-bianchi.html ) . 

Allora vedremo che ne sarà delle ronde verdi e nere.