giovedì 1 settembre 2011

IL MILITANTISMO, STADIO SUPREMO DELL'ALIENAZIONE



Les Mauvais Jours Finiront



ORGANISATION DES JEUNES TRAVAILLEURS RÉVOLUTIONNAIRES(1)
(1972)

Sull'onda del movimento delle occupazioni del Maggio '68, si è sviluppata a sinistra del Partito Comunista e della CGT (2)  una congerie di piccole organizzazioni che si richiamano al trotzkismo, al maoismo e all'anarchismo. Malgrado la scarsa percentuale di lavoratori che hanno raggiunto i loro ranghi, queste organizzazioni pretendono di contendere a quelle tradizionali il controllo della classe operaia, di cui si proclamano l'avanguardia. L'ingenuità di simili pretese può far sorridere. Ma sorridere non basta. Occorre andare oltre, e comprendere per quale ragione il mondo moderno produce questi burocrati estremisti: strappare il velo della loro ideologia, per scoprirne l'autentico ruolo storico. I rivoluzionari devono smarcarsi quanto più possibile dalle organizzazioni gauchistes (3), e mostrare come, lungi dal minacciare l'ordine del vecchio mondo, la loro azione possa soltanto, nel migliore dei casi, determinarne un ricondizionamento. Cominciare a criticare queste organizzazioni, significa preparare il terreno al movimento rivoluzionario che dovrà liquidarle, pena l'esserne liquidato. La prima tentazione è quella di demistificare le ideologie di cui fanno sfoggio questi gruppi, svelandone l'arcaismo o l'esotismo (da Lenin a Mao), e di mettere in evidenza il disprezzo per le masse che si cela dietro la loro demagogia. Ma un simile approccio risulterebbe ben presto noioso, considerata la moltitudine di organizzazioni e di tendenze esistenti, ciascuna delle quali rivendica una propria originalità ideologica. D'altronde, ciò equivarrebbe a collocarsi sul loro stesso terreno. Più che le idee, conviene criticare il tipo di attività che queste organizzazioni dispiegano «al servizio delle proprie idee»: il militantismo. Se critichiamo in termini generali il militantismo, ciò non significa che misconosciamo le differenze esistenti tra l'attività delle diverse organizzazioni. Tuttavia crediamo che malgrado o proprio a causa della loro importanza, queste differenze non possano essere spiegate se non cogliendo alla radice il significato dell'attività militante. I diversi modi di militare sono soltanto risposte divergenti a una medesima contraddizione fondamentale, della quale nessuno detiene la soluzione. Decidendo di fondare la nostra critica sull'attività militante, non sottostimiamo il ruolo che le idee ricoprono nel fenomeno del militantismo. Semplicemente, nella misura in cui queste idee vengono propugnate senza essere collegate all'attività, diventa importante sapere che cosa esse dissimulano. Mostreremo lo iato che esiste tra questi due momenti, metteremo in connessione le idee con l'attività e sveleremo l'impatto che quest'ultima ha sulle idee: cercare dietro la menzogna la realtà di chi mente, per comprendere la realtà della menzogna. Se è vero che la critica del militantismo è un compito fondamentale della teoria rivoluzionaria, essa non può essere esplicata che dal «punto di vista» della rivoluzione. Gli ideologi borghesi possono tacciare i militanti di essere canaglie pericolose, idealisti manipolati, consigliare loro di impiegare meglio il proprio tempo andando a lavorare o in vacanza al Club Méditerranée. Ma non possono attaccare il militantismo alla radice, in quanto ciò equivarrebbe a mettere in luce la miseria di qualsivoglia attività permessa nel quadro dell'attuale società. La critica del militantismo è inseparabile dalla costruzione delle organizzazioni rivoluzionarie; non solo in quanto le organizzazioni militanti dovranno essere combattute senza tregua, ma anche perché la lotta contro la tendenza al militantismo dovrà essere condotta nel seno delle organizzazioni rivoluzionarie stesse. Questo senza dubbio a causa del fatto che queste organizzazioni, almeno all'inizio, rischiano di essere composte in buona parte da ex-militanti «pentiti»; ma anche perché il militantismo si basa essenzialmente sull'alienazione in cui noi tutti siamo implicati. L'alienazione non può essere eliminata con un colpo di bacchetta magica: il militantismo è la particolare trappola che il vecchio mondo tende ai rivoluzionari. Ciò che diciamo dei militanti è drastico e senza appello. Noi non siamo effettivamente disposti ad accettare alcun compromesso con costoro. Non si tratta di rivoluzionari che sbagliano o di rivoluzionari «a metà», ma di individui che rimangono «al di qua» della rivoluzione. Questo, tuttavia, non significa in alcun modo che: 1) poniamo noi stessi fuori dall'oggetto della nostra critica: se teniamo a essere chiari e netti, è innanzitutto riguardo a noi stessi; 2) condanniamo i militanti in quanto individui e facciamo di questa condanna una questione morale. Non si tratta di ricadere in una separazione tra «buoni» e «cattivi». Non sottovalutiamo la tentazione del: «più sbraito contro i militanti, più dimostro di non essere tale e mi pongo al riparo dalla critica!» 

IL MASOCHISMO

Facciamo lo sforzo di andare oltre la noia che emana naturalmente da ogni militante. Non accontentiamoci, tuttavia, di decifrare la fraseologia dei volantini e dei discorsi. Interroghiamolo, piuttosto, sulle ragioni che lo hanno spinto – proprio lui, personalmente – alla militanza. Non c'è domanda che possa imbarazzare maggiormente un militante. Nel peggiore dei casi, egli si perderà in chiacchiere interminabili sull'orrore del capitalismo, la miseria dei bambini del Terzo Mondo, le bombe a frammentazione, il carovita, la repressione etc. Nel migliore, spiegherà che avendo preso coscienza – il militante tiene molto a questa famosa «presa di coscienza» – della vera natura del capitalismo, ha deciso di lottare per un mondo migliore, per il socialismo (quello vero, non l'altro!). Entusiasmato da questa prospettiva esaltante, non ha resistito alla tentazione di gettarsi sulla manovella del ciclostile più vicino. Cerchiamo di analizzare la questione più da presso e spostiamo il nostro sguardo non più su ciò che il militante dice, ma su ciò che effettivamente vive. Esiste una contraddizione palese tra ciò che egli afferma di desiderare e la miseria e l'inefficacia di ciò che fa. Lo sforzo al quale si sottopone e la dose di noia che è capace di sopportare non lasciano dubbi: il militante è innanzitutto un masochista. Non soltanto osservando la sua attività è difficile credere che possa sinceramente aspirare a una vita migliore, ma il suo masochismo non presenta alcun tratto di originalità. Se è vero che alcuni «perversi» dispongono di un'immaginazione capace di ignorare la miseria delle regole del vecchio mondo, non è certo questo il caso del militante! Egli accetta, in seno alla sua organizzazione, l'esistenza della gerarchia e dei leaders dei quali vorrebbe sbarazzare la società. E l'energia che spende si plasma spontaneamente sul modello del lavoro – poiché il militante fa parte di quella categoria di persone per le quali otto o nove ore di abbrutimento quotidiano non bastano. Allorché il militante tenta di giustificarsi, rivela soltanto la povertà della sua immaginazione. Non è in grado di concepire una forma di attività diversa da quella dominante. Per costui, la separazione tra serietà e divertimento, tra mezzi e fini, non è legata a un'epoca storica determinata. Queste categorie diventano eterne e immutabili: si potrà essere felici in futuro, soltanto sacrificandosi nel presente. Il sacrificio senza ricompensa di milioni di militanti operai appartenenti alle generazioni dell'epoca staliniana, non solleva in lui il minimo dubbio. Non vede come i mezzi determinino i fini e che, accettando di sacrificarsi oggi, non si fa che preparare i sacrifici di domani. Non si può non rimanere colpiti dalle innumerevoli somiglianze che avvicinano il militantismo all'attività religiosa. Vi si ritrovano le medesime attitudini psicologiche: spirito di sacrificio, ma anche intransigenza, volontà di convertire il prossimo, spirito di sottomissione. Queste somiglianze si estendono al dominio dei riti e delle cerimonie: prediche sulla disoccupazione, processioni per il Vietnam, riferimenti ai testi sacri del marxismo-leninismo, culto dei simboli (bandiere rosse). Le chiese politiche hanno anch'esse i loro profeti, i loro grandi sacerdoti, i loro convertiti, le loro eresie, i loro scismi, i loro praticanti (militanti) e non-praticanti (simpatizzanti). Ma il militantismo «rivoluzionario» è soltanto una parodia della religione. La ricchezza, la follia, la dismisura dei progetti religiosi gli sfuggono. Esso aspira alla serietà, vuole essere ragionevole, crede di potersi conquistare il Paradiso in terra. Ma nemmeno questo gli è concesso: Gesù Cristo resuscita e ascende al cielo, Lenin marcisce sulla Piazza Rossa... Se il militante può essere assimilato al credente per ciò che concerne il candore delle sue illusioni, conviene considerarlo sotto tutt'altro punto di vista per quel che riguarda la sua reale attitudine. Il sacrificio della carmelitana che si rinchiude in un convento a pregare per la salvezza delle anime, ha delle ripercussioni estremamente limitate sulla realtà sociale. Viceversa, il sacrificio del militante rischia di avere delle conseguenze esiziali.

IL DESIDERIO DI PROMOZIONE

Il militante parla molto di «masse», la sua azione è incentrata su di esse: si tratta di convincerle, di far loro «prendere coscienza». E nondimeno egli è separato dalle masse, dalle loro potenzialità di rivolta. E questo perché è separato dai suoi stessi desideri. Il militante avverte l'assurdità dell'esistenza che ci viene imposta. «Decidendo» di militare, egli tenta di riempire lo scarto esistente tra i propri desideri e ciò cheeffettivamente ha la possibilità di sperimentare. È una reazione contro la miseria della sua vita. Ma egli si inoltra su una strada senza uscita. Seppure insoddisfatto, il militante è incapace di riconoscere e di far fronte ai propri desideri. Se ne vergogna! Questo lo conduce a rimpiazzare la promozione dei propri desideri con il desiderio della propria promozione. Tuttavia i sensi di colpa che nutre sono tali da non poter prendere in considerazione una promozione gerarchica all'interno del sistema. O piuttosto, egli è pronto a lottare per elevare la propria posizione, soltanto se si convince che ciò non ha nulla a che fare con il suo tornaconto personale. Il militantismo gli consente di elevarsi, di mettersi su un piedistallo, senza che questa promozione appaia agli altri, e a lui stesso, per ciò che realmente è. (Dopotutto anche il Papa non è che il servitore dei servitori di Dio!) Mettersi al servizio dei propri desideri non significa rinchiudersi nel guscio del privato, non ha nulla a che vedere con l'individualismo piccolo borghese; al contrario, non può passare che attraverso la distruzione della corazza egoistica nella quale ci imprigiona la società borghese, e lo sviluppo di un'autentica solidarietà di classe. Il militante che pretende di mettersi al servizio del proletariato («gli operai sono i nostri padroni», dice Geismar) (4)  non fa che porsi al servizio dell'idea che egli possiede degli interessi del proletariato. Così, con un un paradosso che è soltanto apparente, mettendosi autenticamente al servizio di se stessi, si possono aiutare davvero gli altri – e questo su una base di classe. Viceversa, quando ci si mette al servizio degli altri, non si fa che difendere una posizione gerarchica personale. «Militare» non significa dedicarsi alla trasformazione della propria vita quotidiana, rivoltarsi direttamente contro ciò che ci opprime. Al contrario, significa abbandonare questo terreno, l'unico a essere davvero rivoluzionario (a patto che si sia consapevoli che la nostra vita quotidiana è colonizzata dal capitale e retta dalle leggi della produzione mercantile). Il militante si politicizza nella misura in cui è alla ricerca di un ruolo che lo ponga al di sopra delle masse. Che questa attitudine prenda, volta a volta, le sembianze dell'«avanguardismo» o dell'«educazionismo», non cambia la sostanza della faccenda. Non si tratta più del proletario che non ha da perdere che le proprie illusioni: il militante ha un ruolo da difendere! In periodo rivoluzionario, allorché tutti i ruoli si sgretolano sotto la spinta del desiderio di vivere senza limitazioni, il ruolo del «rivoluzionario cosciente» è quello che meglio si adatta a sopravvivere. Attraverso la militanza, il «rivoluzionario cosciente» dà un spessore alla propria esistenza, la sua vita ritrova un significato. Ma questo significato egli non lo esperisce in sé stesso, nella realtà della propria soggettività, bensì nella subordinazione a necessità che gli sono esteriori. Allo stesso modo che nel lavoro, egli è sottomesso a un fine e a regole che gli sfuggono; militando obbedisce alle «necessità della storia». Evidentemente, non si possono porre tutti i militanti su uno stesso piano. Vi sono tra essi anche molti ingenui che, non sapendo come impiegare il proprio tempo libero, spinti dalla solitudine e ingannati dalla fraseologia rivoluzionaria, si sono smarriti. Costoro coglieranno il primo pretesto per allontanarsi. L'acquisto di una televisione, l'incontro dell'anima gemella, la necessità di fare straordinari al lavoro per comprare l'automobile, decimano i ranghi dell'armata dei militanti! Le ragioni che spingono a militare non sono caratteristiche solo della nostra epoca. E a grandi linee sono le stesse per i militanti sindacali, cattolici e rivoluzionari. Il riapparire di un militantismo «rivoluzionario» di massa è legato alla crisi attuale delle società mercantili e al ritorno della vecchia talpa rivoluzionaria. La possibilità di una rivoluzione sociale è sufficientemente seria, affinché i militanti se ne possano occupare. Il tutto è rafforzato dal crollo delle credenze religiose. Il capitalismo non necessita più di sistemi di compensazione religiosi. Pervenuto alla sua maturità, esso non ha più bisogno di offrire un supplemento di felicità nell'aldilà, ma deve offrire tutta la felicità qui, sulla terra, nel consumo delle sue merci materiali, culturali e spirituali (l'angoscia metafisica fa vendere!). Superate dalla storia le religioni, i fedeli non hanno più da passare che all'azione sociale o al... maoismo. Il militantismo gauchiste coinvolge essenzialmente individui appartenenti a categorie sociali in via di proletarizzazione accelerata (liceali, studenti, personale socio-educativo etc.), che non hanno la possibilità di lottare concretamente per dei vantaggi a breve termine, e per i quali diventare davvero rivoluzionari implicherebbe mettersi in discussione, da un punto di vista personale, in modo radicale. L'operaio è molto meno complice, rispetto al proprio ruolo sociale, dello studente o dell'educatore. Militare, per questi ultimi, è una soluzione di compromesso che permette loro di puntellare un ruolo sociale vacillante. Essi ritrovano nel militantismo l'importanza personale perduta a causa del deterioramento del loro status sociale. Dicendosi «rivoluzionari», occupandosi della trasformazione dell'insieme della società, evitano di occuparsi della trasformazione della propria condizione e delle proprie illusioni personali. Nell'ambito della classe operaia, il sindacalismo detiene di fatto il monopolio del militantismo, e assicura al militante soddisfazioni immediate e posizioni i cui privilegi si possono misurare concretamente. L'operaio che si lascia tentare dal militantismo, si volgerà con maggiore probabilità verso di esso. Del resto, anche i comitati di lotta anti-sindacali hanno la tendenza a trasformarsi in una sorta di neo- sindacalismo. L'attività politica è per i militanti operai soltanto il prolungamento dell'attività sindacale. Il militantismo affascina poco gli operai, e in modo particolare le giovani leve, che sono costituite dai proletari più disincantati riguardo al proprio lavoro e alla propria vita in generale. Poco tentati nell'insieme dal sindacalismo, lo sono ancor meno da un gauchisme che propone loro soltanto benefici fumosi. Detto questo, quando nella tormenta rivoluzionaria il regno della merce e del consumo si sgretoleranno, il sindacalismo, la cui credibilità si basa sulla rivendicazione, sarà pronto pur di sopravvivere a trasformarsi in militantismo «rivoluzionario». Esso riprenderà le parole d'ordine più estremiste e sarà allora molto più pericoloso degli attuali gruppi gauchistes. Già vediamo la CFDT (5), sull'onda del Maggio '68, mescolare la parola d'ordine dell'autogestione al suo incomprensibile linguaggio neo-burocratico!

IL LAVORO POLITICO

Il militante consacra il «tempo libero» che gli obblighi professionali e scolastici gli concedono, a ciò che egli stesso definisce «il lavoro politico»: occorre stampare e distribuire volantini, comporre e attaccare manifesti, partecipare alle riunioni, prendere contatti, preparare incontri etc. Tuttavia non sono queste azioni, considerate isolatamente, a caratterizzare il lavoro del militante. Il semplice fatto di redigere un volantino al fine di stamparlo e distribuirlo, non può essere considerato in se stesso un atto militante. Se esso diviene tale, è perché si inscrive nel contesto di un'attività che possiede una logica peculiare. È nella misura in cui non rappresenta un prolungamento dei suoi desideri, bensì obbedisce a una logica che gli è estranea, che l'attività del militante si avvicina al lavoro. Come il lavoratore non lavora per sé, il militante non milita per sé: il risultato della sua azione non può essere misurato con il piacere che egli ne trae. Lo sarà dunque attraverso il numero di ore dedicate all'attività politica, il numero di volantini  distribuiti etc. La ripetizione, la routine dominano l'attività del militante. La separazione tra esecuzione e decisione rafforzano l'aspetto «funzionariale» di questa attività. Ma se il militantismo assomiglia al lavoro, non vi può essere assimilato. Il lavoro è l'attività sulla quale si fonda il vecchio mondo: esso produce e riproduce il capitale e i rapporti di produzione capitalistici. Il militantismo non è che un'attività secondaria. Se è vero che il risultato del lavoro e la sua efficacia, per definizione, non sono commisurati alla soddisfazione del lavoratore, hanno però il vantaggio di essere misurabili in termini economici. La produzione mercantile, per mezzo del denaro e del profitto, crea i suoi campioni e i suoi strumenti di misura. Essa possiede una logica e una razionalità, che impone al produttore e al consumatore. Viceversa, l'efficacia del militantismo, «l'avanzare della rivoluzione», non hanno ancora trovato criteri di misura. La loro verifica sfugge ai militanti e ai loro dirigenti (nell'ipotesi, ovviamente, che questi ultimi si preoccupino ancora della rivoluzione!). Ci si riduce dunque a contabilizzare il materiale prodotto e distribuito, il reclutamento, le azioni portate a termine; tutte cose che evidentemente non servono a dare la misura di ciò che si vorrebbe misurare. In modo del tutto naturale, si giunge a considerare ciò che è misurabile come un fine in sé. Immaginate un capitalista che non trovando mezzi per determinare il valore della sua produzione, decidesse di ripiegare sulla misurazione della quantità di olio consumata da alcune macchine. Coscienziosamente, gli operai verserebbero olio nelle tubature per fare progredire... la produzione. Incapace di perseguire il fine che proclama, il militantismo non può che santificare il lavoro. Applicandosi con scrupolo a emulare il lavoro, i militanti non si trovano nella posizione di comprendere le prospettive aperte, da un lato, dal disprezzo sempre più diffuso per tutte le costrizioni sociali e, dall'altro, dal progresso della conoscenza e della tecnica. I più intelligenti tra loro si uniscono al coro degli ideologi della borghesia modernista, nel chiedere la riduzione degli orari di lavoro o l'umanizzazione della ripugnante attività. Che parlino in nome del capitale o della rivoluzione, costoro si dimostrano incapaci di andare oltre la separazione tra tempo di lavoro e tempo libero, tra attività dedicata alla produzione e attività consacrata al consumo. Se siamo costretti a lavorare, la causa non è naturale, bensì sociale. Lavoro e società di classe sono inscindibili. Il padrone vuole che lo schiavo produca, poiché soltanto ciò che viene prodotto può essere appropriato. La gioia, il piacere che si possono trovare in una qualsiasi attività, non possono essere capitalizzati, trasformati in denaro dal capitalista. Quando lavoriamo siamo totalmente sottomessi a un'autorità, a una legge esteriore, e la nostra unica ragion d'essere è ciò che produciamo. Ogni fabbrica è un racket, dove si succhiano il nostro sudore e la nostra vita, affinché possano trasformarsi in merci. Il tempo di lavoro è quel tempo in cui dobbiamo non già soddisfare direttamente i nostri desideri, bensì sottometterci, in attesa della compensazione ulteriore rappresentata dal salario. È esattamente il contrario del gioco, dove lo svolgimento e il ritmo di ciò che si fa sono dettati dal piacere che si trova nell'attività. Il proletariato, emancipandosi, abolirà il lavoro. La produzione delle derrate necessarie alla nostra sopravvivenza biologica, non sarà più allora che il pretesto per la liberazione delle nostre passioni.

IL REGNO DELLA RIUNIONE

Uno dei tratti caratteristici del militantismo è la quantità di tempo dedicata alle riunioni. Sorvoliamo sui dibattiti riguardanti le «grandi questioni strategiche»: dove sono presenti nostri compagni in Bolivia? A quando la prossima crisi mondiale? La costruzione del partito rivoluzionario sta avanzando? Limitiamoci a rivolgere la nostra attenzione alle riunioni concernenti il «lavoroquotidiano». È forse qui che la miseria del militantismo fa più che altrove sfoggio di sé. Fatta eccezione per qualche caso disperato, sono i militanti stessi a lamentarsi del numero di queste «riunioni che non fanno fare un passo avanti». Sebbene i militanti amino riscaldarsi tra loro, non possono non soffrire della contraddizione evidente tra la loro volontà di agire, da una parte, e il tempo sprecato in vane discussioni, in dibattiti senza via d'uscita, dall'altra. Essi sono condannati all'impasse nella misura in cui criticano il «riunionismo», senza rendersi conto che a essere in questione è l'attività militante nella sua totalità. Il solo modo di eliminare il «riunionismo» diventa allora la fuga in un attivismo sempre meno a contatto con la realtà. Che fare? Come organizzarsi? Sono queste le problematiche che sottendono e sono all'origine delle riunioni. Ora, tali questioni non possono in nessun caso essere risolte nella misura in cui, laddove i militanti se le pongono, lo fanno separandole dalla propria vita. La risposta non può essere cercata in una riunione, poiché il problema non viene posto da chi ne detiene la soluzione concreta. Ci si può riunire e discutere per ore, spremersi le meningi, ma tutto ciò non basterà a far nascere il supporto pratico che manca alle idee. Laddove tali questioni per il proletariato rivoluzionario rappresentano una banalità, poiché per esso i problemi dell'azione e dell'organizzazione si pongono concretamente, sono parte della sua stessa lotta quotidiana, per i militanti diventano il problema. Il «riunionismo» è il complemento necessario dell'attivismo. In effetti, il problema che viene posto è sempre lo stesso: come fondersi con il movimento delle masse, pur restando separati da esso. La possibile soluzione del dilemma consiste: o nel fondersi realmente con le masse ritrovando la realtà dei propri desideri e la possibilità della loro realizzazione, oppure nel rafforzare il proprio potere in quanto militanti, e nello schierarsi dalla parte del vecchio mondo contro il proletariato. Gli scioperi selvaggi dimostrano che questo rischio esiste! Nel rapporto con le masse, il militantismo riproduce le sue tare interne, e in particolare la tendenza al «riunionismo». Si radunano e si contano delle persone. Per alcuni, come l'AJS (6), farsi vedere e contarsi diventa l'apogeo dell'azione! I problemi dell'azione e dell'organizzazione, separati dal movimento reale, si trovano meccanicamente a essere separati anche gli uni dagli altri. Le diverse  organizzazioni gauchistes incarnano questa separazione. Troviamo, da un lato, presso i maoisti e l'ex-GP (7), il polo dell'azione, e dall'altro, presso i trotzkisti e la Ligue Communiste, quello dell'organizzazione. Si feticizzano ora l'una ora l'altra, per uscire dall'impasse in cui il militantismo si trova a causa della sua separazione dalle masse. E ciascuno difende la sua particolare idiozia, facendosi beffe dell'orientamento dei gruppi concorrenti.

LA BUROCRAZIA

Le organizzazioni militanti hanno invariabilmente un carattere gerarchico. Alcune di esse non soltanto non lo nascondono, ma hanno piuttosto la tendenza a farne un vanto. Altre si accontentano di parlarne il meno possibile. Infine, vi sono alcuni piccoli gruppi che cercano di negare questa evidenza. Proprio come riproducono, o meglio scimmiottano il lavoro, le organizzazioni militanti hanno bisogno di «padroni». Non potendo costruire un'unione a partire dai problemi concreti che li riguardano, i militanti sono naturalmente portati a credere che l'unificazione delle decisioni non possa derivare se non dall'esistenza di una direzione. Non immaginano che una verità condivisa possa sgorgare da una molteplicità di volontà particolari di uscire dalla merda; tale verità deve perciò essere mediata e imposta dall'alto. Essi si rappresentano dunque la rivoluzione come lo scontro tra due apparati statuali gerarchizzati, l'uno borghese, l'altro proletario. Non sanno nulla della burocrazia, della sua autonomia e della maniera in cui risolve le proprie contraddizioni interne. Il militante di base crede ingenuamente che i conflitti tra i dirigenti si riducano a conflitti di idee, e che là dove gli si dice che c'è unità ci sia effettivamente unità. Il suo orgoglio è quello di aver saputo scegliere l'organizzazione o la tendenza che possiede la direzione migliore. Aderendo a questa o quella chiesa, egli adotta un sistema di idee così come si indossa un abito. Non avendone in nessun modo verificate le basi, egli sarà pronto a difenderne tutte le conseguenze e a rispondere a ogni obiezione con un incredibile dogmatismo. In un'epoca in cui persino i preti sono dilaniati da crisi spirituali, il militante conserva la sua fede. Alcune organizzazioni tradizionali cercano di attuare delle forme organizzative parallele più o meno permanenti. Esse sperano, appellandosi all'«autonomia proletaria», di recuperare, o quanto meno influenzare, persone che altrimenti si sarebbero loro sottratte. Si possono citare il Secours Rouge (8), l'OJTR (9) e le Assemblee operai-contadini del PSU. Ma anche certi giornali indipendenti o legati a organizzazioni che pretendono di esprimere soltanto il punto di vista delle masse rivoluzionarie o di gruppi autonomi di base. Citiamo qui i «Cahiers de Mai», «Le technique en lutte», «L’outil des travailleurs». Là dove si rifiuta di porre tanto le questioni dell'organizzazione quanto quelle teoriche, col pretesto che il momento della costruzione del partito rivoluzionario non è ancora maturo o in nome di uno spontaneismo paccottiglia («noi non siamo un'organizzazione, ma un'aggregazione di bravi compagni, una comunità» etc.), si può essere sicuri della presenza della burocrazia e spesso anche di un'ideologia maoista. Il vantaggio del trotzkismo è che il suo feticismo dell'organizzazione lo costringe a mettere da subito in chiaro le proprie intenzioni: esso recupera dichiarandosi. Il vantaggio del maoismo (non parliamo qui del maoismo puro e archeo-stalinista, del tipo Humanité Rouge (10) è che crea le condizioni del suo proprio superamento: a forza di giocare il ruolo degli equilibristi del recupero, i maoisti finiranno per cadere.

OGGETTIVITÀ E SOGGETTIVITÀ


I sistemi di idee adottati dai militanti variano a seconda dell'organizzazione, ma sono tutti minati dalla necessità di mistificare la natura dell'attività che si nasconde dietro di essi e la separazione dalle masse. Allo stesso modo, si trova invariabilmente, al cuore delle ideologie militanti, la separazione tra oggettività e soggettività, concepita in termini meccanici e astorici. Il militante che si mette al servizio del popolo, benché non neghi che la sua attività possiede delle motivazioni soggettive, rifiuta di accordare loro importanza. Ad ogni modo, ciò che è soggettivo deve essere eliminato in favore di ciò che è oggettivo. Il militante, rifiutando di essere mosso dai propri desideri, è costretto a invocare la necessità storica considerata come alcunché di esteriore al mondo dei desideri. Grazie al «socialismo scientifico», forma cristallizzata di un marxismo degenerato, crede di poter scoprire il senso della storia e di adattarvisi. Egli si ubriaca di concetti il cui significato gli sfugge: forze produttive, rapporti di produzione, legge del valore, dittatura del proletariato etc. Tutto questo gli permette di rassicurare se stesso sulla serietà della propria attività. Ponendosi fuori dalla critica del mondo, si condanna a non capire nulla del suo funzionamento. La passione che non riesce a esprimere nella sua vita quotidiana, la trasferisce nella partecipazione immaginaria allo «spettacolo rivoluzionario mondiale». Il mondo è ridotto al rango di un teatro di Pulcinella dove si affrontano buoni e malvagi, imperialisti e anti- imperialisti. Egli compensa la mediocrità della sua esistenza identificandosi con le stars di questo circo mondiale. Il culmine del ridicolo è stato certo raggiunto con il culto del «Che». Economista delirante, pietoso stratega, ma in compenso bel ragazzo, Guevara avrà avuto almeno la consolazione di vedere ricompensato il suo talento hollywoodiano con un record nella vendita di poster. Che cos'è la soggettività se non ciò che residua dell'oggettività, ciò che una società fondata sulla produzione mercantile non può integrare? La soggettività dell'artista si oggettiva nell'opera d'arte. Per il lavoratore separato dai mezzi e dall'organizzazione della produzione, la soggettività è ridotta al rango di manie, a puro fantasma: ciò che   si oggettiva lo fa per mezzo del capitale, e diviene esso stesso capitale. L'attività rivoluzionaria, tanto quanto il mondo che prefigura, supera la separazione tra oggettività e soggettività. Essa oggettiva la soggettività e investe soggettivamente il mondo oggettivo. La rivoluzione proletaria rappresenta l'irruzione della soggettività! Non si tratta di ricadere nel mito della «vera natura umana», dell'«eterna essenza» dell'uomo che, repressa dalla Società, cercherebbe di riemergere. Ma se la forma e la natura dei nostri desideri cambiano, essi non si riducono al bisogno di consumare questo o quel prodotto. Determinata storicamente dall'evoluzione della produzione mercantile, la soggettività non si piega in alcun modo alle necessità del consumo e della produzione. Per recuperare i desideri dei consumatori, la produzione mercantile vi si deve continuamente adattare; ma essa è incapace di soddisfare la volontà di vivere, realizzando totalmente e direttamente i nostri desideri. Avanguardia della provocazione mercantile, le vetrine sono sempre più spesso sottoposte alla critica del pavé! Coloro che rifiutano di considerare la realtà dei propri desideri in nome del «pensiero materialista», rischiano di non accorgersi della potenza dei nostri desideri che li travolgerà. I militanti e i loro ideologi sono sempre meno in grado di capire la loro epoca e aderire alla storia. Incapaci di distillare un pensiero che sia almeno un po' moderno, si riducono a frugare nelle pattumiere della storia per recuperare ideologie che già da tempo hanno dato prova del loro fallimento: anarchismo, leninismo, trotzkismo etc. Per rendere il tutto più digeribile, lo condiscono con un po' di maoismo o di castrismo mal compresi. Essi si richiamano al movimento operaio, ma confondono la sua storia con la costruzione del capitalismo di Stato in Russia o con l'epopea burocratico- contadina della «Lunga Marcia» in Cina. Si pretendono marxisti, ma non comprendono che il progetto marxiano dell'abolizione del lavoro salariato, della produzione mercantile e dello Stato, è indissociabile dalla presa del potere da parte del proletariato. I pensatori «marxisti» sono vieppiù incapaci di riprendere l'analisi delle contraddizioni fondamentali del capitalismo inaugurata da Marx, e rimangono invischiati sul terreno dell'economia politica borghese, rimasticando insulsaggini sulla legge del valore-lavoro, la diminuzione tendenziale del saggio di profitto, la realizzazione del plusvalore. Malgrado le loro pretese, non capiscono nulla del movimento del capitalismo moderno. Sentendosi obbligati a utilizzare un vocabolario marxista, di cui non conoscono le modalità d'uso, si privano di quelle poche possibilità di analisi che restano all'economia politica. Le loro «ricerche» non valgono quelle di un qualunque discepolo di Keynes.

MILITANTI E CONSIGLI OPERAI

Le organizzazioni militanti si autonomizzano rispetto alle masse che pretendono di rappresentare. Esse sono conseguentemente portate a pensare che non sia la classe operaia a fare la rivoluzione, bensì «le organizzazioni della classe operaia». Si tratta dunque di rafforzare queste ultime. Il proletariato diventa al limite una sorta di materia bruta, il concime sul quale può sbocciare la rosa rossa del Partito Rivoluzionario. Le necessità del recupero esigono che non si parli troppo di questo aspetto pubblicamente; ed è qui che nasce la demagogia. L'autonomia dei fini delle organizzazioni militanti deve essere dissimulata (a questo serve l'ideologia). Si proclama a gran voce di essere al servizio del popolo, che non si agisce in vista del proprio interesse, e che se per un breve momento si è costretti a prendere e gestire il potere, non se ne abuserà. Una volta che la classe operaia sarà stata ben educata, ci si affretterà a rimetterlo nelle sue mani. La storia dei consigli operai dimostra che le cosiddette organizzazioni operaie hanno sistematicamente cercato di fare il proprio gioco e di togliere le castagne dal fuoco. Questo, naturalmente, con le migliori intenzioni. Per salvaguardare il proprio potere, esse hanno cercato di circoscrivere, recuperare e distruggere le forme autonome di organizzazione che il proletariato di volta in volta si dava: soviet territoriali, comitati di fabbrica etc. I soviet russi sono stati manipolati, e successivamente liquidati, dal partito e dallo Stato bolscevico. Nel 1905, Lenin non accorda loro alcuna importanza. Nel 1917, viceversa, egli proclama: «tutto il potere ai soviet!». Nel 1921, dopo avere fornito il trampolino per prendere il potere, i soviet sono diventati un peso: gli operai e i marinai di Kronstadt, che chiedono soviet liberi, sono schiacciati dall'Armata Rossa. In Germania, il governo socialdemocratico dei «commissari del popolo» si incarica di liquidare i consigli in nome della rivoluzione. In Spagna, sono ancora i «comunisti» che si incaricano della distruzione delle forme di potere popolare. Questo avrebbe dovuto permettere di condurre con maggiore efficacia la lotta contro il fascismo! Ogni esperienza storica ha confermato l'antagonismo che oppone il proletariato rivoluzionario alle organizzazioni militanti. L'ideologia più estremista può dissimulare la posizione più controrivoluzionaria. Se alcune organizzazioni, come la Lega di Spartaco e la CNT-FAI anarco-sindacalista, si sono potute battere al fianco del proletariato rivoluzionario fino alla disfatta comune, nulla prova che queste stesse organizzazioni non avrebbero cominciato a lottare per imporre il proprio potere, una volta sconfitto l'avversario (11) .
I militanti, pur essendosi ritirati nel chiostro della politica, restano individui sociali, e in quanto tali sono sottoposti all'influenza del loro ambiente. Quando quest'ultimo si surriscalda, molti possono passare nel campo della rivoluzione. Si sono persino visti delegati sindacali prendere la testa di un sequestro! Ma la diserzione di massa dei militanti sarà tanto più probabile, quanto più i consigli e i rivoluzionari consiliari saranno forti. Il movimento può essere aiutato nei suoi successi dai rinforzi provenienti dalle file delle organizzazioni militanti. Ma in caso di errori o di sbandamenti, l'ago della bilancia potrebbe tornare a pendere dalla parte di queste ultime: le organizzazioni militanti saranno rafforzate dall'apporto di proletari in cerca  di rassicurazione. La liquidazione dei consigli operai è stata resa possibile dalla loro debolezza, dalla loro incapacità di applicare al proprio interno le regole della democrazia diretta e di prendere effettivamente nelle proprie mani tutto il potere, schiacciando gli altri poteri che sopravvivevano al di fuori di essi (12). Le organizzazioni militanti non sono che la debolezza del proletariato esteriorizzata, che si rivolta contro il proletariato stesso. I lavoratori commetteranno ancora degli errori. Non troveranno subito la forma adeguata del loro potere. Ma meno le masse si faranno illusioni sul militantismo, più il potere dei consigli avrà possibilità di svilupparsi. Screditare e ridicolizzare i militanti: ecco il compito che spetta fin d'ora ai rivoluzionari. Questo compito sarà portato a termine dalla critica in atto rappresentata dalla nascita delle organizzazioni consiliari. Queste organizzazioni sapranno senz'altro fare a meno di una direzione e di un apparato burocratico. Prodotto della solidarietà dei lavoratori combattivi, esse saranno delle libere associazioni di individui autonomi. E mostreranno per mezzo delle loro idee, ma soprattutto attraverso il loro comportamento nel corso delle lotte, che non rischiano in nessun caso di perseguire interessi distinti da quelli del proletariato nel suo complesso. Lo sviluppo del capitalismo moderno, che si traduce nell'occupazione dell'intero spazio sociale da parte della merce, nella generalizzazione del lavoro salariato, ma anche nel deterioramento dei valori morali e nel disprezzo del lavoro e delle ideologie, porterà a un'intensificazione della violenza dello scontro. I proletari andranno molto più lontano, e lo faranno molto più rapidamente rispetto al passato. Se alcune organizzazioni militanti hanno potuto un tempo svolgere un ruolo rivoluzionario, oggi questo non è più possibile. Nel corso delle imminenti grandi battaglie della lotta rivoluzionaria, queste organizzazioni sono destinate a diventare rapidamente sempre più controrivoluzionarie.

grazie a : 
http://mondosenzagalere.blogspot.com/2011/08/il-militantismo-stadio-supremo.html


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Note:

(1) L'OJTR, costituitasi nel 1970, non era inizialmente che una sorta di organizzazione di base del Parti Socialiste Unifié (PSU). Ben presto, tuttavia, fu attratta dalle tesi dell’Internazionale Situazionista e, dopo meno di un anno dalla sua fondazione, ruppe con il PSU e con il tradizionale stile di intervento delle minoranze rivoluzionarie [cfr. il volantino A Bas Le Proletariat/Vive Le Communisme]. Nel 1972, pubblicò l’opuscolo Le Militantisme, stade suprême de l’aliénation. Claude Guillon, sul suo sito, riferisce che dopo la pubblicazione, gli esponenti dell’OJTR furono fatti oggetto di vere e proprie persecuzioni. Non solo da parte del PSU, che imbastì contro di loro un autentico processo politico, ma anche dei gruppi maoisti e trotzkisti, che giunsero a fare ricorso alla violenza fisica pur di impedire la diffusione dell'opuscolo. 
(2) Confédération Générale du Travail, sindacato francese tradizionalmente legato al PCF (Parti Communiste Français).
(3) Il termine gauchiste indica originariamente le tendenze che negli anni '20 e '30 criticarono la Terza Internazionale, pur non rompendo radicalmente con essa (ad esempio i trotzkisti). Negli anni '60 e '70 il suo significato viene esteso sino a includere l'intera galassia dei gruppi extraparlamentari, nella fattispecie maoisti, trotzkisti e «operaisti».
(4) Alain Geismar, leader della Gauche Proletariènne (GP), organizzazione di matrice maoista nata nel 1969. L'organizzazione fu sostenuta da intellettuali del calibro di Jean-Paul Sartre, Louis Althusser e Michel Foucault. Si sciolse nel 1973.

(5) Confédération Française Démocratique du Travail. Sindacato d’ispirazione cristiana, fiancheggiava il Partito socialista. «Radicalizzò» strumentalmente le proprie posizioni in seguito alle lotte del '68, anche in virtù dell'afflusso di militanti gauchistes.
(6) Alliances des Jeunes pour le Socialisme. Organizzazione giovanile dei trotzkisti «lambertisti» dell'epoca.
(7) Cfr. Nota 5.
(8) Organizzazione contro la repressione fondata nel 1970, sulla base di un appello lanciato da Jean-Paul Sartre, in seguito alla dure condanne subite da alcuni esponenti della Gauche Proletariènne.
(9) Cfr. Nota (1)
(10) Organizzazione maoista, strettamente allineata alle posizioni del governo cinese, nucleo del futuro Parti Communiste Marxiste-Léniniste (PCML).
(11) Per una critica del ruolo opportunistico, quando non apertamente controrivoluzionario, svolto in realtà da queste due organizzazioni, si vedano: DENIS AUTHIER, JEAN BARROT, La sinistra comunista in Germania (1918-1921), La Salamandra, Milano, 1981 e GILLES DAUVÉ, Quand meurent les insurrections.

(12) Per una critica da un punto di vista radicale dell'ideologia consiliare, democratica e autogestionaria cfr., ad esempio, GILLES DAUVÉ, Le Roman de nos origines. Alle origini della critica radicale, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2010.

sabato 6 agosto 2011

Affamiamo la bestia


E se non pagassimo il debito? di Salvatore Cannavò, da Il Fatto Quotidiano

La decisione del governo Berlusconi di anticipare la manovra, rispondendo così ai diktat di Bce e “mercati internazionali” svela le ipocrisie e le litanie dell’ultimo mese: la crisi economica si traduce in quello che era lecito immaginarsi, l’ennesimo “massacro sociale” prodotto dalla corsa sfrenata ai profitti di un capitalismo al palo che non riesce a garantire più né benessere né un futuro degno. Si può certo puntare il dito contro il debito pubblico italiano, il terzo debito del mondo ma senza dimenticare due dati. Quel debito c’era anche un mese fa, un anno fa, tre anni fa e non ha prodotto nessun attacco speculativo, nessuna crisi emergenziale. Secondo, quel debito è la misura non solo della dissennatezza della politica italiana degli ultimi trent’anni ma anche di una gigantesca redistribuzione del reddito dai salari, stipendi e pensioni ai profitti delle grandi banche e della società finanziarie internazionali che detengono gran parte del debito italiano. E’ dunque utile cercare di guardare la sostanza dei problemi.

Negli ultimi due decenni il capitalismo, grazie alla spinta delle politiche dominanti, portate avanti da governi di centrodestra e centrosinistra, ha cercato di salvare sé stesso e la sua assenza di spinta propulsiva accumulando una valanga di debiti. Gli economisti più avvertiti spiegano bene che la lievitazione di “sub-prime” e similari è servita per compensare l’assenza di investimenti produttivi in grado di tenere alti i profitti. Solo che, a un certo punto, per evitare il collasso del sistema, i governi si sono accollati la mole di questi debiti trasferendoli sui bilanci pubblici. Oggi il conto è presentato a lavoratori e lavoratrici, a giovani precari, a donne e pensionati. Non è un caso se l’unica misura concreta presa dal governo Berlusconi sia quella di anticipare il taglio delle agevolazioni fiscali e assistenziali, cioè le misure che interessano la maggioranza della popolazione, spesso quella che paga le tasse e che vive del proprio lavoro. Allo stesso tempo neanche un euro viene prelevato dalle tasche delle fasce più ricche.

A questa decisione, “ordinata” dalla Bce e dai suoi controllori, l’opposizione parlamentare non sa cosa rispondere, balbetta frasi incomprensibili oscillanti tra il senso di responsabilità ordinato dal presidente Napolitano e la necessità di segnalare una diversità che non esiste. Il Parlamento non offrirà risposte né sorprese interessanti visto che si è messo sotto tutela della banche e della finanza.

E anche il sindacato si è voluto incatenare a questa logica, mettendosi sotto la tutela di Confindustria, facendo proprio il dogma del pareggio di bilancio e rilanciando misure come privatizzazioni e riforma del mercato del lavoro. Cosa hanno prodotto tonnellate di leggi – legge Treu, legge 30 etc. – che hanno precarizzato il lavoro oppure le grandi privatizzazioni italiane – Telecom, Autostrade, Alitalia – negli ultimi dieci-quindi anni? Nulla. Il pareggio di bilancio in Costituzione, tra l’altro, impicca l’Italia alle variabili della finanza: che succede se una volta approvato un bilancio in pareggio si verifica un rialzo dei tassi di interesse, facendo aumentare la spesa, o se arriva una recessione imprevista?

In questo clima misure come la Patrimoniale non vengono prese in considerazioni da nessuno: la stessa Cgil l’ha proposta qualche mese fa per poi dimenticarsene.

Ma anche sul debito occorre fare una riflessione più seria. Esiste ormai in Europa una corrente di pensiero (vedi il libro Les dettes illégitimesdi François Chesnais) che arriva addirittura a proporre il non rimborso del debito a certe condizioni. “L’ingiunzione di pagare il debito – spiega Chesnais – si basa implicitamente su questa idea che il denaro, frutto del risparmio pazientemente accumulato con il duro lavoro, sia stato effettivamente prestato. Questo può essere il caso per i risparmi delle famiglie o dei fondi del sistema di pensione per capitalizzazione. Non è il caso delle banche e degli hedge funds. Quando questi “prestano” agli Stati, comprando buoni del Tesoro aggiudicati dal Ministero delle Finanze, lo fanno con somme fittizie, la cui messa a disposizione si basa su una rete di relazioni e di transazioni interbancarie”.

Un esempio di non pagamento del debito, con ri-negoziazione con i creditori, spiega ancora l’economista francese, è quanto realizzato nel 2007 dal presidente dell’Ecuador, Rafael Correa che ha realizzato un audit pubblico quantificando il debito detenuto da società di speculazione internazionale o dai banchieri nordamericani i quali sono stati costretti a negoziare con il governo ecuadoregno. Cose da terzo mondo, si dirà, ma la Grecia non ha dimostrato che la situazione in Europa può essere analoga e che quindi il problema non può essere eluso? Anche perché come si può pensare davvero di rientrare da un debito del 120% per Pil senza annientare il nostro Paese?

*****
Almeno proviamoci! Diffondiamo la proposta, raccogliamo firme, facciamo pressione, insomma vogliamo difenderci o andiamo al macello come vittime rassegnate?
Noi non abbiamo bisogno di loro sono loro che hanno bisogno di sfruttarci tutti.
L'idea meravigliosa praticata in Ecuador è proprio quella di fare l'audit in modo da individuare con precisione chi ha diritto e chi si è solo approfittato del lavoro altrui.
Sarebbe questo il primo passo per ripristinare un minimo di decenza.
A ben vedere se si volesse agire con coerenza e radicalità si arriverebbe all'abolizione della proprietà finanziaria che è esattamente il nemico anonimo e astratto che ci tiene tutti prigionieri.
Al punto che le situazioni paradossali si sprecano: da un lato hai i Bot e quindi tifi per lo stato, dall'altro cerchi di pararti dai colpi che lo stesso stato di infligge per derubarti legalmente!
Se sei un operaio potresti avere investito in un fondo le cui azioni saliranno quando tu sarai licenziato per il bene del valore del tuo fondo pensione!
O ci liberiamo davvero di questa proprietà finanziaria (magari studiando le monete alternative o provandoci con quelle come il WIR, il BIT, e le monete deperibili già sperimentate nella Spagna del 1936) oppure non ne veniamo fuori perché ciascuno di noi diventa l'ostacolo della propria libertà se guarda il proprio interesse di proprietario finanziario.
Dobbiamo guardare le cose e scegliere in che modello di civiltà e di mondo vogliamo investire: una comunità fondata sull'empatia e la collaborazione, oppure una società instaurata e mantenuta con la violenza delegata agli stati e agli armati, in cui si finge magari un gioco delle parti spacciato per politica, in cui gli interessi mafiosi di confrontano e si affrontano sempre a spese dei senza potere che sono poi anche i senza proprietà finanziaria.
Perché è vero che questa mancanza di legame tra la ricchezza effettiva e il suo equivalente rende impossibile un equilibrio tra proprietari finanziari e mondo reale. Dobbiamo lasciare i mercati vuoti, che se la sbrighino loro la crisi, noi occupiamoci di vivere senza vincoli che non siano umani, che non abbiano un senso dal punto di vista di quello che vogliamo sia il mondo.

Noi come detentori di quote del debito dobbiamo promuovere una class-action e un audit pubblico per stabilire in che misura questa quota vada ridefinita e ri-suddivisa
Non ha senso che il debito debba pesare su chi non ha alcuna convenienza alla tenuta dei conti dello stato.
E a guardare bene non mi pare proprio che siano i lavoratori i maggiori creditori del debito pubblico italiano e forse nemmeno i pensionati “normali” Andiamoci a guardare dentro e vediamo cosa c’è così sapremo chi subirà un contraccolpo dal disconoscimento del debito e potremo salvaguardare il frutto del lavoro e del risparmio (ad esempio fino al limite dei redditi dichiarati lecitamente considerando anche gli ascendenti magari)
Ma sapremo anche chi si sta mangiando tanta parte delle nostre fatiche lavorative, attraverso il generoso dispendio dei nostri governanti!
E a costoro non faremo nessuno sconto, per le banche saremo un popolo glaciale, come gli Islandesi!
In nome della dignità e della libertà di tutti, che i titoli tossici tornino a chi li ha messi in giro: noi abbiamo messo lavoro e fatica e rivogliamo i frutti che ci spettano, che siano una pensione o dei risparmi o l’assistenza sanitaria e la scuola, ma chi ci ha messo solo la furbizia è ora che rimanga a bocca asciutta!

Gilda


mercoledì 3 agosto 2011

Il nodo gordiano

I privatizzatori di Stato articolo di Mario Agostinelli sul Fatto del 2-8-11

Sembrava ovvio ai 27 milioni di italiani che, con una maggioranza impressionante di sì, hanno votato ai referendum di giugno, che la stagione delle privatizzazioni dei servizi pubblici dovesse subire un’inversione di rotta. In fondo, che ci si debba sottrarre alla trappola per cui i mercati hanno la chiave del finanziamento dei diritti dei cittadini, a partire da acqua e energia, è il monito che ci viene da una crisi che ha visto dilapidare tutte le risorse disponibili a vantaggio degli speculatori, degli stipendi impinguati dei manager, dei profitti delle banche. Nella crisi sono peggiorate le condizioni di vita popolari, si è deteriorato l’ambiente, si sono svalorizzati i beni comuni. Di conseguenza, l’opinione dei votanti del 12-13 giugno dovrebbe essere obbligatoriamente tradotta in un impegno degli enti locali e delle loro aziende municipalizzate per rendere al più presto operativi una gestione e un controllo pubblico dei servizi fondamentali per i cittadini.

Questo è il segnale mandato dalla Giunta comunale di Napoli e dalla Regione Puglia, che hanno fatto ben sperare avendo immediatamente assunto provvedimenti in quella direzione. Ma è bastato il trascorrere di qualche settimana per dar fiato a un Pd timoroso di perdere le rendite di posizione dei suoi amministratori nelle società dei servizi quotate in borsa. Anzi, si è assistito alla smania di privatizzazione rilanciata nei “salotti buoni” proprio da manager pubblici, paradossalmente nominati nelle loro funzioni per frenare l’assalto dei privati.

Così Gian Maria Gros-Pietro, frequentatore da decenni di tutti i consigli di amministrazione delle società ed enti pubblici in odore di privatizzazione (Iri, Eni, Autostrade) e da sempre lautamente messo sul conto di Pantalone con stipendi sconosciuti perfino alla casta politica, ha pontificato su Affari & Finanza (La Repubblica, 18 luglio) sulla necessità di mettere sul mercato sia le aziende pubbliche compartecipate dallo Stato Italiano (Poste, Ferrovie, Fincantieri, Finmeccanica, Enel), dopo aver caricato sui contribuenti il loro risanamento per aumentarne l’appetibilità (Alitalia insegna), sia soprattutto le aziende in capo agli Enti Locali. Lì, a suo dire, ci sarebbe “la ciccia” o, per dirla con le sue parole, occorrerebbe “liberalizzare i cespiti con determinazione ed energia per fare business”. Un business che, ovviamente – e Gros-Pietro lo sa – fa gola in particolare proprio ai patrimoni che dalla manovra di Tremonti vengono esentati.

La partita di giro è micidiale: i soldi non versati al fisco servirebbero per diventare proprietari di quote oggi pubbliche e domani per essere remunerati con profitto dalle tariffe pagate dai cittadini, che invece le tasse le pagano per intero. Oltretutto, con l’onta della mistificazione, il regalo così ricevuto per decisione politica verrebbe spacciato per un contributo al risanamento del deficit pubblico, utilizzando l’indebitamento pubblico come una leva per togliere ai cittadini il diritto a servizi partecipati e controllati. E per consegnare l’economia dei beni comuni ai rentier e alle banche che hanno provocato la crisi.

Non si pensi solo all’acqua, ma anche all’energia, un campo in cui un’indispensabile politica industriale di riconversione verso le rinnovabili gestita dal pubblico verrebbe sostituita dal rilancio dei grandi impianti finanziati dai privati e dalle multinazionali. Si veda per esempio l’interessamento francese per A2A, la più importante municipalizzata lombarda, purtroppo sempre più lontana dalla cura del territorio dove sono concentrati gli interessi degli abitanti e sempre più piegata alle pretese di un Consiglio di Amministrazione “stile Gros-Pietro” che non si è nemmeno accorto che a Milano abbia soffiato il vento di Pisapia e dei referendum.

Purtroppo, nonostante la “primavera italiana” e il pronunciamento della maggioranza dei cittadini, la logica neoliberista è ancora l’unica a essere riconosciuta come legittima dalla partitocrazia e dai grand commis che le ruotano attorno. Quando ce ne accorgeremo appieno e pretenderemo i diritti che le ultime scadenze elettorali ci hanno riconosciuto?

Commento all’articolo di Sergio Ghirardi:

Questo articolo tocca effettivamente il nodo del rapporto di potere tra i gestori della democrazia spettacolare e i cittadini spettatori formalmente sovrani e concretamente turlupinati a oltranza.

L’abrogazione della democrazia spettacolare sarà opera di chi la subisce o non sarà.

I destrosinistri che si ingrassano alla greppia del capitalismo planetario variano litania ma difendono l’essenziale: produttivismo e privatizzazioni sono le due mammelle dell’economicismo impazzito.

Los indignados sono solo l’inizio ma non basta.

Bisogna spazzare via questa feccia non con atti di rabbia estemporanea, ma riprendendo in mano i propri diritti e innanzitutto quello di una sovranità reale in una democrazia reale, gestita dunque direttamente da tutti in modo consiliare. Ogni altro opporsi che non denunci lo spettacolo di una politica asservita al business lascia intatto il potere decisionale di burocrati e cortigiani, proprio come fu nell’ancien régime finché non si è spazzata via la monarchia instaurando una repubblica.

Oggi siamo al passo successivo e a un livello planetario: dalla repubblica borghese si tratta di passare all’autogestione generalizzata della vita quotidiana.

Non abbiate paura dell’utopia: è più concreta e meno pericolosa del vostro continuare ottuso verso il precipizio che si profila ormai evidente all’orizzonte.

Liberiamoci dei nostri stupidi oppressori e inventiamo concretamebnte insieme l’alternativa. Le idee non mancano e niente di peggio che continuare così può capitare.

martedì 2 agosto 2011

Un tranquillo weekend di Default

Quel che Tremonti non dice (e nessuno chiede) Articolo di Giulia Innocenzi su “Il fatto” del 2/8/11

Qualcuno mi deve spiegare chi è il santo in paradiso di Tremonti, perché io non l’ho capito. Ricapitolando, il ministro dell’Economia è nel mezzo di una bufera giudiziaria di nomine truccate con favori di qualunque tipo, gestita proprio sotto i suoi occhi (almeno secondo l’accusa) dal suo super vice con compagna a carico, guarda caso portavoce del ministro. Da questo super vice si era fatto dare in prestito una casa perché si sentiva spiato dalla Guardia di finanza (denunciarla prima no, eh?), come se andare a casa di qualcuno in una situazione in cui si pensa di essere vittima di spionaggio fosse più sicuro che non affittarsi una casa in totale autonomia. E deve ancora chiarire se era “ospite”, o in parte affittuario in nero, oppure affittuario con pagamento in banconote sonanti (il contante è spesso amico dell’evasione), visto che le varie versioni divergono molto fra loro. E tutto questo ambaradan lo colpisce proprio quando il nostro paese è sotto attacco degli speculatori, che in soldoni significa che il mercato non ha gradito neanche un po’ la manovra economica presentata proprio dal ministro, e con le parti sociali che per la prima volta decidono di unire le loro voci per lanciare un grido d’allarme sullo stato del paese. Lui in tutto questo putiferio che fa? Dice che si è “dimesso da inquilino“.

Ora, non ho mai preteso dai membri di questo governo niente di più che un po’ di spocchia, senso di impunità e menefreghismo nei confronti dei cittadini e delle istituzioni da loro rappresentate, messe in ombra quando sono occupate da chi è al centro di scandali di vario tipo. Quello che mi sorprende questa volta, però, è la reazione dei media, o meglio, la non reazione. Davanti alla vicenda Scajola, con tutte le differenze del caso, c’era stata giustamente una richiesta di spiegazioni continua, che l’ha portato – incredibilmente per il nostro paese – a dimettersi con una conferenza stampa alquanto imbarazzante. Nei confronti di Tremonti, invece, vedo un totale appiattimento davanti alle sue contromosse, e mai una domandina un po’ fuoripista (questo giornale escluso). In questo torpore mediatico gli unici che martellano un po’ contro il ministro sono i giornali che si riferiscono a Berlusconi (con evidente interesse) e un vispo Sergio Romano, che sul Corriere si è rivolto a lui con il suo “Quel che Tremonti non ha detto”, ottenendo l’unica risposta al momento degna di nota.

Come al solito dall’estero ci guardano sbalorditi. Il Financial Times si chiede come un ministro dell’economia possa ammettere di pagare un affitto di migliaia di euro al mese in contanti in un paese dove l’evasione fiscale e proprio il denaro sonante costituiscono uno degli ostacoli più grossi alla crescita. Ma ormai anche oltreconfine si sono rassegnati, e nonostante il quotidiano rosa dica che Tremonti “non è indispensabile”, le sue dimissioni potrebbero costituire un pericolo ora che siamo bersaglio della finanza.

Che dite se nel frattempo, in questo mare di rassegnazione, non indirizziamo noi qualche domandina al nostro ministro, che da tutta questa storia esce meno che limpido e che in un paese normale dovrebbe come minimo rispondere davanti a una commissione, un parlamento o un programma tv con i controfiocchi (no, non intendevo Unomattina)? Cominciamo noi nella speranza che gli altri ci seguano?

Ghirardi Sergio commenta il 2 agosto 2011 alle 10:58

Io non so che cosa voglia dire un paese normale. La normalità è una categoria da servitori volontari. So invece che cosa vuol dire un paese libero, un paese democratico, un paese autogestito da coloro che lo abitano.

L’ultima di queste definizioni fa ancora parte di un’utopia che il crollo delle democrazie spettacolari rende sempre più concreta ma non abbastanza, finora, per trasformare l’indignazione in rivolta per l’abrogazione dell’ancien régime di caste corrotte e corruttrici. La “democrazia”, invece, c’è eccome: è un involucro vuoto in cui le mafie politiche e i politici mafiosi eletti in Parlamento gestiscono un popolo spettatore della sua sovranità immaginaria. La libertà somiglia allora alla pelle dello scroto che si può tirare in tutti i sensi senza che ti porti da nessuna parte.

L’etimologia di questa parola fondamentale - libertà - è stata manipolata dai peggiori affaristi diventando, per esempio, liberalismo. Una qualche forma grottesca di libertà orwelliana ha sempre condito le peggiori malefatte autoritarie bruciando, sgozzando e incarcerando in nome della libertà di un culto contro quello altrui, di un’ideologia contro quella del nemico interno o dell’invasore.

Tutte le ideologie oclocratiche (vedi oclocrazia, all’ingrosso: governo della plebe che si sceglie un dittatore, un tiranno, un “esperto” per farsi dirigere e manipolare solo da lui) hanno sempre inneggiato alla loro sacrosanta libertà teologica contro quella profana e malvista di una democrazia diretta.

Che c’entra Tremonti? E’ un esempio classico di ignorante diplomato che ha saputo valorizzare la sua pochezza come un savoir faire e come tutti i venditori di fumo vive delle gerarchie dell’egoismo idiota. Prima io, gli altri per servirmi.

Non ha bisogno di rubare? E’più che probabile, ma quando lo si vede con il suo corpicino spocchioso da vittima predestinata e magari volontaria di un tranquillo weekend di paura, non è difficile immaginare che le motivazioni dei soprusi e delle ingiustizie, dei privilegi e delle sopraffazioni hanno altrettante cause psicologiche che economiche.

I “mal baisés”, come li si chiama in Francia, non hanno sempre l’erre moscia, ma guardano sempre dall’alto della loro bassezza i loro interlocutori. Finchè il suono del banjo non li richiama bruscamente al loro destino.