martedì 7 febbraio 2012

Dichiarazione seguita alla conferenza organizzata dai lavoratori che hanno occupato l'ospedale della cittadina di Kilkis, in Grecia



I lavoratori dell’ospedale di Kilkis: medici, infermieri e il resto del personale che ha partecipato alla Assemblea Generale ha concluso che:

1 Riconosciamo che i problemi attuali e persistenti del Ε.Σ.Υ (il sistema sanitario nazionale) e le organizzazioni correlate non possono essere risolti con richieste specifiche e isolate o con richieste che servano i nostri interessi particolari, dal momento che questi problemi sono il prodotto di una più generale e anti- popolare politica di governo e del neoliberismo globale.

2. Riconosciamo, inoltre, che, insistendo nel sostenere questo tipo di rivendicazioni contribuiamo al gioco spietato dell'autorità. Al fine di affrontare il suo nemico - cioè il popolo, indebolito e frammentato -, essa vuole impedire la creazione di un fronte unito dei lavoratori al livello nazionale e globale con interessi e rivendicazioni comuni contro l'impoverimento sociale a cui porta la politica delle autorità di governo.

3. Per questo motivo, inseriamo i nostri interessi particolari in un quadro generale delle rivendicazioni politiche ed economiche reclamate da una larga parte del popolo greco sottoposto oggi al più brutale attacco capitalista; rivendicazioni che per essere feconde devono essere sostenute fino alla fine, in collaborazione con le classi medie e inferiori della nostra società.

4. L'unico modo per raggiungere questo obiettivo è mettere attivamente in discussione non solo la legittimità politica, ma anche la legalità dell’ arbitrario potere autoritario e anti-popolare e della gerarchia che si sta muovendo verso il totalitarismo a larghi passi.

5. I lavoratori presso l'ospedale generale di Kilkis rispondono a questo totalitarismo con la democrazia. Occupiamo l'ospedale pubblico e lo mettiamo sotto il nostro controllo diretto e assoluto. L’ospedale di Kilkis, d'ora in poi sarà auto-governato e gli unici mezzi legittimi del processo decisionale amministrativo sarà l'Assemblea Generale dei lavoratori.

6. Il governo non è sollevato dai suoi obblighi economici verso i personale e le forniture per l'ospedale, ma se continueranno a ignorare questi obblighi, saremo costretti ad informare il pubblico del fatto e a chiedere al governo locale, ma soprattutto alla società, di sostenerci in ogni modo possibile per: (a) la sopravvivenza del nostro ospedale (b) il sostegno globale del diritto per l'assistenza sanitaria pubblica e gratuita (c) il rovesciamento, attraverso una lotta comune popolare, dell'attuale governo e di qualsiasi altra politica neoliberista, da dovunque essa venga (d) una democratizzazione profonda e sostanziale, vale a dire, responsabilizzando la società, piuttosto che un terzo partito, nel prendere le decisioni per il proprio futuro.

7. Il sindacato dell’ospedale di Kilkis, comincerà dal 6 febbraio, il blocco del lavoro, fornendo solo il servizio di emergenza, fino al completo pagamento delle ore lavorative, e all’aumento del nostri salari ai livelli precedenti all'arrivo della troika (UE -BCE-FMI). Nel frattempo, ben sapendo qual è la nostra missione sociale e i nostri obblighi morali, noi proteggeremo la salute dei cittadini che vengono in ospedale, fornendo assistenza sanitaria gratuita a chi ne abbia bisogno, chiamando il governo a prendsersi finalmente le proprie responsabilità.

8. Decidiamo che una nuova assemblea generale si terrà, il Lunedi 13 febbraio nell'aula magna del nuovo edificio dell'ospedale alle ore 11, per decidere le procedure necessarie per attuare in maniera efficace l'occupazione dei servizi amministrativi e realizzare con successo l'auto-gestione della struttura ospedaliera, a partire da quel giorno. Le assemblee generali si svolgeranno tutti i giorni e sarnno lo strumento fondamentale per il processo decisionale per quanto riguarda i dipendenti e il funzionamento dell'ospedale.
Chiediamo la solidarietà del popolo e dei lavoratori provenienti da tutti i campi, la collaborazione di tutti i sindacati dei lavoratori e delle organizzazioni progressiste, così come il supporto di qualsiasi organizzazione dei media che scelga di dire la verità. Siamo determinati a continuare fin a quando i traditori che vendono il nostro paese e la nostra gente lasceranno. O loro o noi!
Le decisioni di cui sopra saranno rese pubbliche attraverso una conferenza stampa a cui tutti i mass media (locali e nazionali) saranno invitati.
Mercoledì 15/2/2012 alle ore 12.30.
Le nostre assemblee quotidiane partiranno dal 13 febbraio. Informeremo i cittadini su ogni evento importante che si svolga nel nostro ospedale per mezzo di comunicati stampa e conferenze. Inoltre, useremo tutti i mezzi disponibili per pubblicizzare questi eventi al fine di rendere questa mobilitazione un successo.
Chiamiamo
a) i nostri concittadini a mostrare solidarietà al nostro sforzo,
b) ogni cittadino ingiustamente vessato del nostro paese alla contestazione e all’opposizione, con azioni contro i suoi oppressori,
c) i colleghi di altri ospedali a prendere decisioni analoghe,
d) i dipendenti di altri settori del settore pubblico e privato e i partecipanti alle organizzazioni sindacali e progressiste a fare lo stesso, al fine di aiutare la nostra mobilitazione per assumere la forma di una resistenza e una rivolta popolare e universale dei lavoratori, fino alla nostra vittoria finale contro la elite economica e politica che oggi opprime il nostro paese e il mondo intero.

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Greek hospital now under workers' control | libcom.org

The workers of the Γ.Ν. (General Hospital) of Kilkis: doctors, nursing  and the rest of the staff that participated in the General Assembly concluded  that:

1. We recognize that the current and enduring problems of Ε.Σ.Υ (the  national health system) and related organizations cannot besolved with  specific and isolated demands or demands serving our special interests,  since these problems are a product of a more general anti-popular  governmental policy and of the bold global neoliberalism.
2. 3. 4. 5. We recognize, as well, that by insisting in the promotion of that kind  of demands we essentially participate in the game of the ruthless authority.  That authority which, in order to face its enemy - i.e. the people- weakened  and fragmented, wishes to prevent the creation of a universal labour and  popular front on a national and global level with common interests and  demands against the social impoverishment that the authority's policies  bring.

6. 7. 8. For this reason, we place our special interests inside a general  framework of political and economic demands that are posed by a huge portion  of the greek people that today is under the most brutal capitalist attack;  demands that in order to be fruitful must be promoted until the end in  cooperation with the middle and lower classes of our society.

9. 10. 11. The only way to achieve this is to question, in action, not only its  political legitimacy, but also the legality of the arbitrary authoritarian  and anti-popular power and hierarchy which is moving towards totalitarianism  with accelerating pace.

12. 13. 14. The workers at the General Hospital of Kilkis answer to this totalitarianism with democracy. We occupy the public hospital and put it under our direct and absolute control. The Γ.N. of Kilkis, will henceforth be self-governed and the only legitimate means of administrative decision making will be the General Assembly of its workers.

15. 16. 17. The government is not released of its economic obligations of staffing  and suppling the hospital, but if they continue to ignore these obligations,  we will be forced to inform the public of this and ask the local government  but most importantly the society to support us in any way possible for: (a)  the survival of our hospital (b) the overall support of the right for public and free healthcare (c) the overthrow, through a common popular struggle, of  the current government and any other neoliberal policy, no matter where it  comes from (d) a deep and substantial democratization, that is, one that will have society, rather than a third party, responsible for making decisions for its own future.

18. 19. 20. The labour union of the Γ.N. of Kilkis, will begin, from 6 February, the retention of work, serving only emergency incidents in our hospital  until the complete payment for the hours worked, and the rise of our income  to the levels it was before the arrival of the troika (EU-ECB-IMF).  Meanwhile, knowing fully well what our social mission and moral obligations  are, we will protect the health of the citizens that come to the hospital by  providing free healthcare to those in need, accommodating and calling the  government to finally accept its responsibilities, overcoming even in the  last minute its immoderate social ruthlessness.

21. 22. 23. We decide that a new general assembly will take place, on Monday 13  February in the assembly hall of the new building of the hospital at 11 am,  in order to decide the procedures that are needed to efficiently implement  the occupation of the administrative services and to successfully realise  the self-governance of the hospital, which will start from that day. The  general assemblies will take place daily and will be the paramount instrument for decision making regarding the employees and the operation of the hospital.

We ask for the solidarity of the people and workers from all fields, the collaboration of all worker’s unions and progressive organizations, as well as the support from any media organization that chooses to tell the truth. We are determined to continue until the traitors that sell out our country and our  people leave. It's either them or us!
The above decisions will be made public through a news conference to which all the Mass Media (local and national) will be invited on Wednesday 15/2/2012 at 12.30. Our daily assemblies begin on 13 February. We will inform  the citizens about every important event taking place in our hospital by means  of news releases and conferences. Furthermore, we will use any means available  to publicise these events in order to make this mobilization successful.
We call
a) our fellow citizens to show solidarity to our effort,
b) every unfairly treated citizen of our country in contestation and opposition, with actions, against his'/her's oppressors,
c) our fellow workers from other hospitals to make similar decisions,
d) the employees in other fields of the public and private sector and the participants in labour and progressive organizations to act likewise, in order to help our mobilization take the form of a universal labour and popular  resistance and uprising, until our final victory against the economic and  political elite that today oppresses our country and the whole world.

lunedì 6 febbraio 2012

11 TESI SUL NUCLEARE





1) In Francia si comincia sempre con il tema della catastrofe nucleare per scivolare poi sulla transizione energetica. La logica vorrebbe invece che tutta l’Europa si decidesse a intervenire rapidamente perché se il nucleare è LA catastrofe annunciata, bisogna innanzi tutto darsi la possibilità di fermarlo immediatamente.
C’è una conditio sine qua non: nessuna transizione energetica sarà possibile senza prima uno stop definitivo del nucleare.

2) Ricordiamo che non bisogna confondere energia primaria e energia elettrica, consumo e produzione, prima di precisare che il nucleare  corrisponde, a livello mondiale, a 2% dell’energia primaria e a 13,6% di produzione di elettricità. Il nucleare è dunque una piccola parte della produzione energetica e persino la soluzione, assai poco simpatica in verità, di rimpiazzarlo in un primo tempo con delle centrali termiche fossili certamente inquinanti, produrrebbe una dose limitata di gas a effetto serra, diminuendo invece immediatamente e drasticamente il numero di pallottole all’uranio arricchito nella roulette russa nucleare.
Nell’attesa impaziente, evidentemente, di arrivare in fretta ad abolirla del tutto.
3) Il declino del nucleare è già cominciato innescando, ma solo relativamente, il processo d’abbandono di questa energia letale. La questione è dunque ormai quella di uscire immediatamente dal nucleare, cioè prima dell’inevitabile catastrofe, oppure progressivamente, toccandosi i coglioni per scongiurare il peggio.
Prova del déclino del nucleare: riduzione della capacità di istallazioni a partire dal 2008 e riduzione della parte del nucleare nel mix mondiale elettrico dal 18 al 13,6 %. Nei giorni scorsi, in Francia, la Corte dei Conti ha clamorosamente denunciato che il nucleare ha prezzi esorbitanti e destinati ancora a salire, mentre non ha più i mezzi per rinnovare l’attuale parco reattori, la cui durata rischia di venire prolungata a 60 anni con tutti gli evidenti rischi annessi.
Molte destre europee sono diventate anti nucleari per ragioni morali e/o finanziarie. A quando il turno della destra francese? Resterebbero allora paradossalmente pronucleari solo il partito socialista e quello comunista. Tragicomica Sharkholland!
4) Si confonde ad arte ENERGIA (in particolare il pétrolio utilizzato per i trasporti è la causa principale dei gas a effetto serra) ed ELETTRICITÀ (la parte di produzione di gas a effetto serra da parte della produzione d'élettricità è minima: meno del 13% contro 30/ 40 volte, se non di più, per i trasporti...).
Si criminalizza dunque un’uscita rapida dal nucleare tramite il fossile come stanno facendo giapponesi e tedeschi (centrali a gas) in nome della lotta contre i gas a effetto serra. Notare, invece, che proprio i tedeschi escono dal nucleare con il fossile RIDUCENDO i gas a efftto serra perché se la prendono piuttosto con l’uso delle automobili, isolano le abitazioni e innescano altri interventi di razionalizzazione.
5) Le istituzioni internazionali ed europee sono il risultato di una democrazia spettacolare dove la grande maggioranza vota per dei produttivisti perché non immagina neppure un'altra società possibile in cui la decrescita sia una diminuzione degli obblighi di consumo e un aumento della libertà di godimento della vita. Purtroppo il popolo bue della pubblicità sostiene questo sistema, dal nucleare alle TAV irragionevoli, perché è ancora sotto lo charme ipnotico di un consumismo alienante mentre i sopravissuti allo spettacolo sono ancora incapaci di mostrare che si può vivere MEGLIO con MENO e con ALTRO.
6) Il modo della proprietà determina il tipo di civiltà. L’appropriazione privativa a scopo di lucro anche delle imprese di produzione di elettricità da parte della società va abolita per reinventare delle condizioni nuove di gestione di tutti i beni pubblici.
Guai a confondere capitalismo e modo di proprietà perché quel che distingue il capitalismo è una civiltà e per conseguenza il suo modo di produrre e di consumare.
Il capitalismo è nato insieme alla scienza sperimentale e al suo matrimonio con la tecnica per cui “la borghesia, in quanto classe dominante non può esistere senza rivoluzionare costantemente i mezzi di produzione” (Marx)
Risultato : la tecnica ha messo l’arte da parte, smettendo di essere il prolungamento del braccio umano e si è trasformata in una serie d’innovazioni per ridurre il costo del lavoro e produrre un ingorgo di merci dall’obsolescenza programmata. Il tutto in nome del culto della crescita economica e a detrimento della natura ridotta a serva da sfruttare, ignorando quanto essa possa fottersi di noi non appena smettiamo di rispettarci rispettandola.
Per la visione produttivista del ciascuno per se, il nodo maggiore è dunque il prodotto e la tecnica. Noi dobbiamo invertire la rotta del “Discordia” per rispondere a questa questione cruciale: come dominare l’innovazione dirigendola di nuovo nel senso dei nostri desideri e bisogni  e verso il rispetto della natura?
Partendo dal prodotto dobbiamo reinventare il modo di produzione.
7) Un progetto energetico planetario per l’umanità farebbe meglio a partire modestamente dall’abolizione del nucleare francese, facendo così, subito, un gran bene all’umanità intera.
8)  Bisogna fermare immediatamente i reattori più pericolosi !

Ma, cazzarola, TUTTI i reattori sono pericolosi.

Three miles Island aveva 3 mesi quand è esplosa e Chernobil 1 anno. Certo alcune centrali francesi sono molto più vecchie. È il caso di Fessenheim et Bugey, il cui acciaio di produzione francese contiene del fosforo che rende questo metallo più fragile, mentre gli altri reattori hanno problemi diversi: saldature delle tubature, prossimità del mare, problemi umani ecc.

9) A cavallo tra l’effetto Fukushima e lo spettacolo delle prossime elezioni presidenziali, si leva in Francia la richiesta di un grande dibattito pubblico sul nucleare seguito da un referendum. Ma il dibattito è permanente e il referendum pure. Risultato : nelle riunioni antinucleari si ritrovano i soliti quattro gatti e ad ogni elezione sono sempre rieletti i deputati pronucleari. Siamo sicuri che un refendum  vedrebbe emergere un voto sfavorevole al nucleare?

10) Ci si dimentica curiosamente ma non troppo, che nel 1968, è iniziata il 16 maggio una discussione aperta sul nucleare ( ebbene sì, durante il famoso maggio si parlava già del nucleare in Francia!) conclusasi il 30 ottobre con l’affermazione della sua pericolosità. La denuncia del pericolo nucleare si tradurrà, pochi anni dopo -1973 -, nel lancio dell’epopea trionfante del nucleare civile che farà della Francia una bomba a ritardamento planetaria, soddisfacendo il solo scopo propagandistico di esonerare le responsabilità dello Stato e dell’operatore EDF produttore di energia elettrica nucleare.


11) Nonostante il fatto incoraggiante che un numero crescente di nazioni ha ormai innescato, o sta per farlo, la decontaminaziona dalla peste nucleare, 59 reattori continuano a giocare in Francia la roulette russa del dottor Stranamore, mentre tutta l’Europa rimane a guardare in tutt’altre faccende affaccendata.
Anche se ormai Feuerbach c’entra poco, in un’undicesima tesi che si rispetti non poteva mancare questa classica conclusione: fino a oggi i filosofi hanno discusso astrattamente  sul nucleare, ora si tratta di abolirlo per davvero.


Sergio Ghirardi
mondo in salvo


domenica 5 febbraio 2012

Per un mondo di signori senza schiavi





 Posto fisso: le ragioni di Monti
“I giovani devono abituarsi a non avere un posto fisso nella vita. E poi diciamo anche: che monotonia averlo per tutta la vita. È bello cambiare”. Questa frase di Mario Monti ha suscitato polemiche e ironie (è un discorso snob).

È chiaro che il premier tira l’acqua al suo mulino perché il governo deve varare una riforma del lavoro dove il posto fisso e garantito a vita non ci sarà più, però la sua notazione è assolutamente valida dal punto di vista esistenziale e psicologico. Scrive Nietzsche: “Amleto chi lo capisce? Non è il dubbio, ma la certezza che uccide”. I Paesi scandinavi, dove l’esistenza scorre garantita, lineare, prevedibile ‘dalla culla alla tomba’, hanno il più alto tasso di suicidi in Europa, cinque o sei volte superiore al nostro Sud dove sono in parecchi a doversi inventare ogni giorno la vita per far quadrare il pranzo con la cena. La necessità aguzza l’ingegno, la sicurezza lo ottunde.
Quando ero in Pirelli, alla fine degli anni Sessanta, ho assistito alla cerimonia che ogni anno l’azienda organizzava per gli “anziani Pirelli”, impiegati e operai che dopo quarant’anni di servizio andavano in pensione lasciandosi docilmente seppellire anzitempo. Era una cerimonia, nonostante tutti gli sforzi della Pirelli per renderla potabile, o anzi forse anche a causa di questo, di una tristezza senza pari, da film del primo Olmi, quello de Il posto (appunto). Si leggeva su quei volti l’asfissia. Per 40 anni erano stati garantiti, ma per 40 anni avevano vissuto nelle stesse stanze, negli stessi luoghi, visto le stesse facce, fatto gli stessi discorsi. “Una cosa da fare rincretinire un uomo per quanto può rincretinire” dice cinicamente lo stesso Adam Smith che pur è un primigenio fautore del lavoro parcellizzato e della catena di montaggio.
Cambiare quindi è vitale. Ma bisogna avere delle chance di poterlo fare, pur assumendosi qualche rischio. E la società di oggi è molto meno “aperta” di quella di ieri e non solo nel campo del lavoro. Oggi quelle che una volta erano strade e anche autostrade si sono ridotte a stretti viottoli. A mio parere la situazione non è particolarmente drammatica, come si strombazza per i giovani che non trovano il primo lavoro (intanto son giovani, beati loro, mi cambierei all’istante con un ventenne disoccupato), ma per gli uomini di mezz’età che lo perdono. Soprattutto per quelli che appartengono al ceto medio, borghese, intellettuale.
Giorni e nuvole, il bel film di Soldini, racconta la storia di un manager cinquantenne di un’azienda di Genova, troppo morbido, troppo umano. L’azienda va così così e vi entra un socio con meno scrupoli che licenzia il manager e un bel mucchietto di operai. Costoro – siamo a Genova, una città che conserva una tradizione operaia – riusciranno in qualche modo a cavarsela attraverso la rete di solidarietà proletaria. Il manager (Albanese nel film) no. Manda curriculum su curriculum, inutilmente. Nessuno oggi assume un uomo di 50 anni. Perché nella società attuale, con i rapidissimi cambiamenti tecnologici, diventiamo tutti presto obsoleti. Albanese, per sopravvivere, rinuncia allora a qualsiasi ambizione e si mette a far lavoretti d’occasione, si improvvisa tappezziere. Ma non ha il know how, gli manca la manualità necessaria.
Per questo trovo assai interessante l’iniziativa di Edibrico, una casa editrice di giornali di bricolage, che ha sponsorizzato gratuitamente l’insegnamento ai bambini, in varie sedi, di quella manualità che abbiamo quasi tutti perduto. Altro che farli chattare, già a due o tre anni, compulsivamente sull’iPhone. Della manualità, e non solo per sport, avremo presto tutti estremo bisogno. Quella manualità che consentiva all’uomo di Neanderthal di costruirsi empiricamente una stranissima, complicata ma efficacissima lancia (gli serviva per uccidere i mammuth) che oggi nessuna tecnologia sarebbe in grado di riprodurre. L’uomo Sapiens Sapiens deve fare qualche passo indietro.














Commento di Sergio Ghirardi:

L'alienazione che è al cuore dello sfruttamento del tempo di lavoro impedisce sia ai pro che ai contro di cogliere l'essenziale. Per chi come me si è nutrito praticamente fin dall'adolescenza dell'ottimo proposito di non lavorare mai ( o almeno solo quando non se ne può fare a meno, seguendo un principio inderogabile: non posso lavorare, sono troppo occupato) è irritante e divertente nello stesso tempo che a fare i situazionisti da salotto siano dei poveri privilegiati dell'alienazione capitalistica.
Sia Monti che Fini, da salotti diversi e spettacolarmente opposti, difendono lo stesso mondo.
Fini per criticare il colonialismo fa l'apologia del talibano e per criticare il capitalismo critica il lavoro come uno che vive di rendita, come un aristocratico che non concepisce altro come alternativa al lavoro alienato che il ritorno ai signori con gli schiavi. Naturalmente non lo dice chiaramente. A volte sembra quasi pronto a condividere un processo di emancipazione con il suo sdegno patriarcale, ma poi, sempre. si rassicura sognando di tornare indietro anziche inventare un altrove. Il suo lato reazionario è sempre un sorpasso con l'inversione a U. È il nostalgico di un futuro che sogna del passato.
Monti, invece è un cinico come tutti i burocrati che l'analfabetismo imperante ha promosso a decisionisti, tecnici, professori. Monti è un vero specialista e come tutti gli specialisti sa quasi tutto di quasi niente. La critica del lavoro salariato la vede dal punto di vista dello sfruttamento capitalistico. È pagato per questo, ma lo farebbe anche gratis, tra una messa e una conferenza tra economisti.
La società produttivistica e il mostruoso progresso capitalista hanno in Monti un travet milionario che serve il sistema e in Fini un critico non dialettico che non riesce a uscire dal manicheismo. La terza strada, quella della democrazia diretta locale e planetaria in mano a soggetti anonimi e decisi, è ancora solo teorica, ma non più di quanto lo fosse la repubblica in Francia nel 1780.
Chi vivrà ancora un po', ne vedrà delle belle, ne sono convinto.








Ne travaillez jamais!


Commento di Fulvio1964

Gentile dott. Fini,
ogni persona deve aver il diritto di disporre della propria esistenza come meglio crede. Quindi non esiste nessuna giustificazione né filosofica né tantomeno psicologica nel giudicare un individuo in base alle scelte professionali. Non si può essere tutti "imprenditori" ed "accettare il rischio". Soprattutto in un paese come il nostro nel quale le classi più deboli (disabili, anziani) sono letteralmente ignorate, anzi, considerate quasi come una sorta di fastidio. Lei ha lavorato in Pirelli; il sottoscritto, prima di diventare imprenditore (se è opportuno indicare con questo terrmine chi con la consorte gestisce una microattività), ha cambiato spesso lavoro. In base a ciò che ho visto negli anni, chi vive realtà drammatiche quali la malattia o la disabilità di un familiare, oppure l'emigrazione da altri paesi ad esempio, NON PUO' in molti casi accettare la sfida sociale che il Prof. Monti propone. Ci sono inoltre tutti coloro che NON VOGLIONO diventare imprenditori; qualunque sia la ragione alla base di questa scelta, meritano comunque rispetto. E stiamo parlando di MILIONI di cittadini, non di una piccola minoranza!
Chi dirige la cosa pubblica deve avere il buon gusto di evitare di esprimere giudizi di merito sulle scelte personali, soprattutto se questi giudizi attingono a piene mani dal luogo comune. Il Prof. Monti ha ovviamente tutto il diritto di pensare quello che vuole del lavoro dipendente, ma non ha il diritto (come nessuno del resto) di giudicare un cittadino in base al proprio lavoro.
Forse, se l'Italia è un paese triste e se è caduta in questo baratro, è anche responsabilità di una classe intellettuale che troppo spesso al posto di confrontarsi con la realtà, ha preferito trincerarsi nella tranquillità del mondo accademico.


Risposta di Sergio Ghirardi a Fulvio 1964:

Trovo significativo che il suo commento sia tanto apprezzato (ha ricevuto quindici apprezzamenti positivi). Infatti è denso di buon senso, di sensibilità e di correttezza nel restituire al cittadino virtuale una sua dignità di ruolo. Non mi soddisfa però e vorrei provare a dirle il perché per fare avanzare il dialogo. Prima di tutto perché probabilmemte io sono un pessimo esempio di normale cittadinanza. Da tempo mi sento francese in Italia e italiano in Francia e apprezzo moltissimo questa mia condizione privilegiata di straniero ovunque perché credo che la sovranità del popolo sia oggi una trappola per servitori volontari della democrazia rappresentativa. La quale è una democrazia svuotata di contenuti e messa al servizio del sistema di caste che ha preso il posto della lotta di classe nella società dello spettacolo.

Se ho torto, il suo discorso non fa una grinza. Altrimenti la vera questione è che siamo di fronte (non solo in Italia, ma in Italia in modo eclatante per il suo bigottismo atavico) a una rivoluzione culturale bloccata da quasi mezzo secolo a causa di una restaurazione (da piazza Fontana in poi) del vecchio sistema di valori cha stava crollando. In realtà, continua a crollare, ma sono riusciti a chiamarla crisi e pure a convincere le masse a pagarla.
Il lavoro che era diventato una miserabile necessità di chi non aveva nient'altro da vendere sul mercato, è stato risacralizzato soprattutto a causa della sua rarità intrattenuta e gonfiata. Anzichè trasformare equamente la distribuzione della ricchezza, si è furbescamente mitizzato il lavoro.

Quando una fetta minoritaria ma consistente della mia generazione ha potuto danzare con gioia intorno al progetto di non lavorare mai ( non per parassitismo ma per coscienza di un altro mondo possibile fondato sulle libere attività di ciascuno) il ricatto della povertà si era attenuato in nome del consumismo trionfante. Di fronte a quella rivoluzione pacifica e emancipatoria, la penuria (prima di benzina poi di lavoro) è stata immediatamente reintrodotta per contrare questa rivoluzione gaudente che oggi quasi tutti (da destra a sinistra) mistificano e odiano.
I peggiori razzisti anti emigrazione sono spesso gli antichi emigranti (leggi gli italiani). I più biechi sostenitori dell'attività salariata sono i lavoratori sfruttati e i disoccupati che non intravvedono alternative di sopravvivenza.

Io credo si debba smetterla di cercare i colpevoli in una sorta di antipasto di guerra civile tra poveri e cominciare a correggere gli errori. Il nostro errore di base è credere che lo Stato siamo noi. Lo Stato sono loro e la democrazia è incompatibile con la loro democrazia totalitaria. Noi non decideremo nulla della nostra vita finché non capiremo che lo Stato per noi non è nulla e che sta a noi diventare tutto, tutti insieme e ognuno per se. Loro decidono del nostro lavoro, della sua precarietà, della nostra povertà e della loro ricchezza, dei nostri doveri e dei loro privilegi. Loro sono ciò che resta di una classe dominante che domina ormai solo la miseria altrui. Noi siamo i proletari che non riconoscono nemmeno più la loro condizione di schiavi salariati o di disoccupati ma con il telefonino.
Non abbiamo più nulla da perdere se non la nostra alienazione, ma non riusciremo mai a liberarci se non rompiamo l'ipnosi di un superio addomesticato.
I morsi rabbiosi scambiati nei blog tra opinioni diverse sembrano spesso deliri senza radici, mentre sono, in effetti, le beccate disperate tra polli in batteria destinati a essere venduti in pezzi nel supermercato globale.
Ne travaillez jamais - la parola travail deriva da trepalium, uno strumento di tortura - continua testardamente a essere solo l'inizio...







sabato 4 febbraio 2012

una soluzione, le monete alternative


comincio con una storiella che è fantastica per quanto rende chiaro il gioco del debito.
E' una giornata uggiosa in una piccola cittadina, piove e le strade sono
deserte.
I tempi sono grami, tutti hanno debiti e vivono spartanamente.
Un giorno arriva un turista tedesco e si ferma in un piccolo alberghetto.
Dice al proprietario che vorrebbe vedere le camere e che forse si ferma per
il pernottamento e mette sul bancone della ricezione una banconota da 100
euro come cauzione.
Il proprietario gli consegna alcune chiavi per la visione delle camere.
1. Quando il turista sale le scale, l'albergatore prende la banconota,
corre dal suo vicino, il macellaio, e salda i suoi debiti.
2. Il macellaio prende i 100 euro e corre dal contadino per pagare il suo
debito.
3. Il contadino prende i 100 euro e corre a pagare la fattura presso la
Cooperativa agricola.
4. Qui il responsabile prende i 100 euro e corre alla bettola e paga la
fattura delle sue consumazioni.
5. L'oste consegna la banconota ad una prostituta seduta al bancone del bar
e salda così il suo debito per le prestazioni ricevute a credito.
6. La prostituta corre con i 100 euro all'albergo e salda il conto per
l'affitto della camera per lavorare.
7. L'albergatore rimette i 100 euro sul bancone della ricezione.
In quel momento il turista scende le scale, riprende i suoi soldi e se ne
va dicendo che non gli piacciono le camere e lascia la città.
- Nessuno ha prodotto qualcosa
- Nessuno ha guadagnato qualcosa
- Tutti hanno liquidato i propri debiti e guardano al futuro con maggiore
ottimismo
come è stato fatto dopo la grande crisi del secolo scorso, in Svizzera nel 1934 con il WIR – (e funziona così bene che cresce ancora)


- come adesso stanno facendo i Sardi con il Sardex,

 http://www.sardex.net/


ci vogliono le monete alternative LIBERE, un circuito di imprese che possono acquistare e vendere compensando i crediti e i debiti all’interno circuito.
Io ci sto pensando da un po’ con alcuni altri e abbiamo anche cominciato ad incontrarci ma se qualcuno mi volesse contattare per parlarne ne sarei lieta; più siamo e meglio è.
gilda.caronti@studiocaronti.com

venerdì 3 febbraio 2012

siamo una repubblica fondata sullo stupro di gruppo?


oggi arriva la notizia di una sentenza che ci suggerisce un'amara realtà: siamo una repubblica fondata sullo stupro di gruppo

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/03/branco-troglodita-caverna-diritto/188847/ 


Il racconto di Livio e Plutarco da http://it.wikipedia.org/wiki/Ratto_delle_sabine 

« Arrivò moltissima gente, anche per il desiderio di vedere la nuova città, e soprattutto chi abitava più vicino, cioè Ceninensi, Crustumini e Antemnati. I Sabini, poi, vennero al completo, con tanto di figli e consorti. Invitati ospitalmente nelle case, dopo aver visto la posizione della città, le mura fortificate e la grande quantità di abitazioni, si meravigliarono della rapidità con cui Roma era cresciuta. Quando arrivò il momento previsto per lo spettacolo e tutti erano concentratissimi sui giochi, allora, come convenuto, scoppiò un tumulto e la gioventù romana, a un preciso segnale, si mise a correre all'impazzata per rapire le ragazze. Molte finivano nelle mani del primo in cui si imbattevano: quelle che spiccavano sulle altre per bellezza, destinate ai senatori più insigni, venivano trascinate nelle loro case da plebei cui era stato affidato quel compito. Si racconta che una di esse, molto più carina di tutte le altre, fu rapita dal gruppo di un certo Talasio e, poiché in molti cercavano di sapere a chi mai la stessero portando, gridarono più volte che la portavano a Talasio perché nessuno le mettesse le mani addosso. Da quell'episodio deriva il nostro grido nuziale. Finito lo spettacolo nel terrore, i genitori delle fanciulle fuggono affranti, accusandoli di aver violato il patto di ospitalità e invocando il dio in onore del quale eran venuti a vedere il rito e i giochi solenni, vittime di un'eccessiva fiducia nella legge divina. Le donne rapite, d'altra parte, non avevano maggiori speranze circa se stesse né minore indignazione. Ma Romolo in persona si aggirava tra di loro e le informava che la cosa era successa per l'arroganza dei loro padri che avevano negato ai vicini la possibilità di contrarre matrimoni; le donne, comunque, sarebbero diventate loro spose, avrebbero condiviso tutti i loro beni, la loro patria e, cosa di cui niente è più caro agli esseri umani, i figli. Che ora dunque frenassero la collera e affidassero il cuore a chi la sorte aveva già dato il loro corpo. Spesso al risentimento di un affronto segue l'armonia dell'accordo. Ed esse avrebbero avuto dei mariti tanto migliori in quanto ciascuno di par suo si sarebbe sforzato, facendo il proprio dovere, di supplire alla mancanza dei genitori e della patria. A tutto questo si aggiungevano poi le attenzioni dei mariti (i quali giustificavano la cosa con il trasporto della passione), attenzioni che sono l'arma più efficace nei confronti dell'indole femminile. »