sabato 16 giugno 2012

Abbiamo bisogno di (quali) regole?




Per me, come scrive benissimo David Graeber in Frammenti di Antropologia anarchica  non è affatto essere dei primitivi se non si hanno tante regole, tutt'altro! .... l'unica regola che le contiene tutte (e che conviene a tutti), è che nessuno può essere mai obbligato a fare quello che non vuole con la forza

Quasi troppo stupendamente semplice!

Infatti per chi adotta questa regola non ne servono altre.

Nessuna struttura ma un consapevole esplicito  impegno reciproco per la salvaguardia della libertà come spazio comune TRA le persone, spazio dove i poteri si armonizzano con la discussione per arrivare a decisioni unanimi in una continua paziente tessitura di relazioni umane sempre più affinate.

L'intelligenza con la sua forza leggera può alleviare la durezza del lavoro, trasformarlo in un gioco collettivo e gratificante

La povertà non viene sconfitta dal denaro e dal potere ma dalla gratuità di un dono disinteressato e fiducioso

La crisi e' dentro di noi se accettiamo come nostro questo sistema, ma se scegliamo di essere generosi e godiamo del poter agire per la felicità pubblica, ci sentiamo ricchi.

Innescare un circolo virtuoso può portarci molto lontano cominciando da poche esperienze che via via si possono moltiplicare

La molla del piacere potrebbe vincere la morsa della paura del dolore

Non coltiviamo la speranza ma la curiosità

Si vive senza prova generale, in diretta .... e le regole le possiamo inventare ... giocando


sabato 9 giugno 2012

BRINDISI E PROLETARIATO RIVOLUZIONARIO



L'uccisione di Cassandra
 
Che questo orribile attentato sia stato perpetrato da un nichilista anonimo è ancora più grave perché mostra fin dove possa spingersi ormai la banalità del male in una società dell'alienazione. Un’ipotesi siffatta significa che l'ideologia materializzata del produttivismo economicista non ha neppure più bisogno di inventarsi deliranti motivazioni politiche, religiose o mafiose (tutte le mafie sono sempre una sintesi del cinismo produttivista: beceramente economiche + beceramente politiche + beceramente religiose).
Anziché insorgere contro l’imperversante mostro reificato del totalitarismo economico, le sue vittime si suicidano o fanno stragi dei loro simili come animali depressi e resi intimamente folli.
Da mezzo secolo la rivoluzione culturale che in nome di un'emancipazione inevitabile - a meno dell'estinzione della specie - intende abrogare il modo di produzione capitalista, lo sfruttamento e una sopravvivenza miserabile all'interno della schiavitù del consumerismo (lavoro salariato + consumo di feticci mercantili nocivi), si scontra sistematicamente con la risposta violenta dei poteri forti che esercitano il dominio e a volte anche con quella dei controrivoluzionari violenti che il potere sognano di prenderlo. I primi mettono le bombe per mantenere il mondo nel coma attuale, gli altri delirano chiamando rivoluzione la loro morbosa voglia di morte, ma entrambi non immaginano altro mondo che quello fondato sulla paura e sul ricatto economico e affettivo.
Di male in peggio: ora dei nichilisti zombizzati dalla normalità non rivendicano più nulla, neppure il macabro delirio dannunziano di una rabbia estetizzante che pretende di usare le armi come ultime protesi meccaniche di una gioia tanto orribile quanto impossibile.

Né guerrieri, né martiri, né attentatori vendicativi.
Un nuovo mondo psocogeografico si affaccia sorridendo, nonostante tutto, alla finestra della volontà di vivere che dà sul baratro di una società in decomposizione e ci incita a ricordare e perpetuare l'eterna lotta rivoluzionaria della vita contro la morte.
Alla larga da tutti i nichilismi, da tutti i “viva la muerte” !
Un altro mondo è possibile.

Sergio Ghirardi

venerdì 8 giugno 2012

« Poiché non abbiamo messo fine alla crescita se ne occuperà la natura »


« Poiché non abbiamo messo fine alla crescita se ne occuperà la natura »

 

La crescita ininterrotta è possibile in un mondo finito ? Già quaranta anni fa Dennis Meadows  e i suoi colleghi hanno risposto negativamente alla questione. Il ricercatore vede oggi nella crisi i primi segni del crollo del sistema. Qui di seguito vi ho tradotto questa sua intervista in proposito a Terra eco.

Sergio Ghirardi



Nel 1972, in un rapporto voluto dal Club di Roma, dei ricercatori del MIT (Istituto di tecnologia del Massachusset) avevano pubblicato un documento intitolato “I limiti della crescita”. La loro idea è semplice: la crescita infinita in un mondo dalle risorse limitate è impossibile. Se dunque gli uomini stessi non mettono fine alla loro ricerca di crescita, la natura lo farà per loro senza usare i guanti.
Il testo è stato rimesso a giorno per la seconda volta nel 2004 e la sua versione francese è stata appena pubblicata dalle Edizioni «de la Rue de l’echiquier».
In visita a Parigi per presentare l’opera di cui è uno dei principali autori, Dennis Meadows ritorna sulla pertinenza delle proiezioni vecchie di quaranta anni e commenta la crisi della zona euro, la rarefazione delle risorse e il mutamento climatico, primi sintomi, secondo lui, di un crollo del sistema.

Terra eco : Lei ha scritto il suo primo libro nel 1972. Oggi la terza edizione uscita nel 2004 è stata appena tradotta in francese. Perché, secondo Lei, il suo libro è ancora d’attualità?

Dennis Meadows : All’epoca si diceva che avevamo davanti a noi ancora una quarantina d’anni di crescita globale. Questo è quel che mostrava la nostra ipotesi. Dicevamo anche che se non si fosse cambiato nulla il sistema sarebbe crollato. Tuttavia, negli anni 70, la maggior parte della gente stimava che la crescita non sarebbe mai finita. Oggi, invece, siamo entrati nel periodo di arresto della crescita. Tutti i segni lo mostrano. Il mutamento climatico, la dislocazione della zona euro, la penuria di benzina, i problemi alimentari sono i sintomi di un sistema che si ferma. È cruciale capire che non si tratta di problemi ma di sintomi. Se uno ha un tumore può avere il mal di testa o la febbre ma non immaginerebbe mai che prendendo dell’aspirina per eliminare la febbre il tumore possa sparire. La gente tratta queste questioni come se si trattasse di problemi da risolvere affinché tutto vada per il meglio. In realtà, invece, se voi risolvete il problema in un punto, la pressione si sposta altrove e il cambiamento non passerà per la tecnologia ma per delle modificazioni sociali e culturali.

Come innescare il cambiamento ?

Bisogna cambiare la nostra maniera di misurare i valori. Bisogna, per esempio, distinguere la crescita fisica dalla crescita non fisica, cioè la crescita quantitativa dalla crescita qualitativa. Quando avete un figlio, all’inizio siete felici che cresca e si sviluppi fisicamente, ma se continuasse a crescere dopo i 18, 20 anni vi preoccupereste e lo terreste nascosto. Quando la sua crescita fisica è conclusa voi ne desiderate infatti una crescita qualitativa. Volete che si sviluppi intellettualmente, culturalmente. Purtroppo, gli uomini politici non agiscono come se capissero la differenza tra crescita quantitativa e qualitativa, cioè quella che passerebbe per un miglioramento del sistema educativo, per la creazione di media migliori, di luoghi dove gli individui s’incontrino… Spingomo automaticamente il bottone della crescita quantitativa. Eppure è un mito credere che questa possa risolvere il problema della zona euro, della povertà, dell’ambiente… La crescita fisica non fa nulla di tutto ciò.

Perché gli uomini politici s’intestardiscono in questa direzione?

Voi bevete del caffè pur sapendo che non vi fa bene. Tuttavia persistete perché è diventato una droga. I politici sono assuefatti alla crescita. L’assuefazione è qualcosa di deleterio ma a corto raggio fa apparire le cose sotto una luce migliore. La crescita, i pesticidi, le energie fossili, l’energià poco costosa: siamo assuefatti a tutto questo. Eppure tutti, compresi gli uomini politici, sanno che tutto ciò è cattivo.

Eppure continuano a dire che la crescita risolverà la crisi. Lei pensa che non credano a quello che dicono?

Prendiamo l’esempio delle azioni in Borsa. Prima si compravano delle parti di una compagnia perché si pensava che fosse una buona impresa in via di sviluppo e dai profitti in aumento. Ora lo si fa perché si pensa che altre persone lo penseranno e che più tardi si potranno rivendere queste azioni con un buon margine di plusvalore. Penso che i politici funzionino un po’ nello stesso modo. Non pensano davvero che questa cosa chiamata crescita risolverà il problema ma credono che il resto della gente lo pensi. Un detto giapponese dice: “Se il vostro’unico utensile è il martello, tutto assomiglia a un chiodo”. Se andate da un chirurgo con un problema vi risponderà “chirurgia”, uno psichiatra “psocanalisi”, un economista “crescita”. Sono i soli utensili di cui dispongono. La gente vuole essere utile, ha uno strumento e s’immagina dunque che sia utile.

Pensa che utilizzare dei nuovi indicatori di sviluppo sia un buon modo di procedere per cambiare questo tipo di comportamento?

Sì, potrebbe essere utile, ma non risolverà affatto il problema.

Ma allora che cosa risolverà il problema ?

Niente. La maggior parte dei problemi non li risolviamo. Non abbiamo risolto il problema delle guerre nè quello della demografia. Per contro, il problema si risolverà da solo perché non è possibile avere una crescita infinita su un pianeta finito. La crecita è dunque destinata a fermarsi. Le crisi e le catastrofi sono dei mezzi della natura per fermare la crescita. Avremmo potuto fermarla prima, non l’abbiamo fatto e allora la natura se ne occupa. Il mutamento climatico è un buon modo per bloccare la crescita. La rarità delle risorse è un altro buon mezzo. La penuria di cibo pure. Quando dico «buono» non intendo eticamente o moralmente ma dal punto di vista dell’efficacia. Funzionerà.

Ma c’è spazio per l’azione? La natura correggerà comunque le cose?

Nel 1972, eravamo al di sotto della capacità massima della terra nel sopportare le nostre attività, a circa 85 %. Oggi siamo a 150 %. Una cosa è bloccare le cose quando si è al di sotto della soglia critica. Altra cosa tornare indietro quando si è andati al di là. Dunque la natura s’incarica di correggere le cose. Malgrado tutto, in ogni momento si possono rendere le cose migliori di come sono state altrimenti. Non abbiamo più la possibilità di evitare il mutamento climatico ma possiamo attenuarlo agendo subito. Riducendo le emissioni di CO2 e l’utilizzazione dell’energia fossile nel settore agricolo, creando delle vetture più efficienti… Queste scelte non risolveranno il problema ma tra i piccoli e i grandi crolli preferisco i piccoli.

Lei parla spesso di « resilienza ». Di che cosa si tratta esattamente ?

La resilienza è un modo di costruire il sistema affinché, quando arrivano gli shock, sia possibile continuare a funzionare senza un crollo totale.
Ho già pensato a sei maniere di migliorare la resilienza. La prima è quella di costruire dei «tamponi». Per esempio farsi uno stock di cibo in cantina: del riso, del latte in polvere, dei boccali di burro d’arachide… In caso di penuria di cibo potete tener duro per settimane.
A livello di un paese, è l’Austria che costruisce la riserva più grande nel caso in cui la Russia smettesse l’approvvigionamento in gas. Seconda cosa: l’efficacia. Ottenere di più con meno energia, come accade, per esempio, con una vettura ibrida… Oppure scegliere di discutere in un caffè con degli amici anziché fare una gita in macchina. In termini di quantità di felicità per gallone di benzina speso, è più efficace. Terza cosa: erigere delle barriere per proteggere dagli shock. Le dighe di Fukushima sono un esempio. Quarto utensile: il « riciclaggio » che rende meno dipendenti dai mercati. Anziché impiegare una baby-sitter chiedete al vicino di occuparsi dei bambini mentre voi in cambio vi occupate dei suoi problemi idraulici.
C’è anche la sorveglianza che permette un’informazione migliore su quel che succede. Infine la ridondanza che consiste nell’elaborare due sistemi per compiere la stessa funzione in modo da essere pronti il giorno in cui uno dei due sistemi vada in panne. Questi sei metodi aumentano la resilienza, la quale, però, costa del denaro e non dà risultati immediati. Per questo non la si pratica.

A credere a uno schema del vostro libro, siamo quasi arrivati al momento del crollo e oggi entriamo, secondo voi, in un periodo molto pericoloso…

Penso che vedremo più cambiamenti nei prossimi venti anni che negli ultimi cento. Ci saranno dei mutamenti sociali, economici e politici. Siamo chiari: la democrazia in Europa è minacciata. Il caos della zona euro ha il potenziale per mandare al potere dei regimi autoritari.

Perché ?

L’umanità ubbidisce a una legge fondamentale : se la gente deve scegliere tra l’ordine e la libertà sceglie l’ordine. Ciò non smette di verificarsi nella storia. L’Europa entra in un periodo di disordine che scontenterà certe persone. E ci saranno individui pronti a dire: «Posso garantire l’ordine se me ne date il potere».
L’estremismo è una soluzione a breve termine dei problemi. Uno dei grandi presidenti degli Stati Uniti ha detto: «Il prezzo della libertà è un’eterna vigilanza»[1].
Se non si fa attenzione, se si prende la libertà per acquisita, la si perde.
 


Les limites de la croissance (dans un monde fini), Donella Meadows, Dennis Meadows, Jorgen Randers, Edition Rue de l’échiquier.





domenica 20 maggio 2012

There never was a West


Lo Stato democratico è da sempre  un concetto contraddittorio, La globalizzazione – con la sua spinta a creare nuove strutture decisionali su scala planetaria, che hanno semplicemente reso  grottesco ogni riferimento  alla sovranità popolare o addirittura alla partecipazione – si è limitata a rendere evidente questa contraddizione.
Come di consueto, la soluzione neoliberale è stata di confermare il mercato come l’unica forma di decisione pubblica di cui abbiamo bisogno, riducendo lo Stato alle sue funzioni esclusivamente coercitive. Ed è proprio per questo che la proposta zapatista è assolutamente sensata: bisogna abbandonare l’idea che la rivoluzione significhi impossessarsi dell’apparto coercitivo dello Stato  e innescare invece un processo di rifondazione della democrazia basato sull’auto-organizzazione di comunità autonome. Questa è la ragione per cui una remota insurrezione nel sud del Messico ha provocato tanto entusiasmo in tutto il mondo, sicuramente nei circoli radicali ma non solo.
Sembra quasi che la democrazia stia tornando negli spazi da cui è sorta: negli spazi intermedi, negli interstizi del potere. Se da lì riuscirà ad estendersi all’intero pianeta dipenderà non tanto dalle nostre teorie quanto dalla nostra reale convinzione che la gente comune, seduta insieme a deliberare, sia capace di gestire le proprie faccende meglio delle élites che le gestiscono a loro nome e che impongono le decisioni prese con la forza delle armi. Per gran parte della storia umana, di fronte a queste domande, gli intellettuali di professione hanno sempre preso le parti delle élites.
La mia impressione è che la maggioranza delle persone sia ancora sedotta dagli “specchi deformanti” e non abbia fiducia nelle possibilità della democrazia popolare. Ma forse adesso le cose stanno cambiando.

(Critica della democrazia occidentale di David Graeber  [There never was a West or, Democracy emerges from the spaces in between] -  Elèuthera 2012 - pag.108 –)

Bombe, sangue e capitale, lo spettacolo continua



Brindisi, la nuova strategia della tensione

Le immagini di Brindisi riaprono un incubo e non è quello di Capaci e via D’amelio, bensì un incubo più antico: è lo spettro della Stazione di Bologna, quello di Piazza Fontana che si materializza di nuovo.

L’attentato di Brindisi non ha nulla a che vedere con le strategia mafiose degli anni ’90, appare invece sempre più legato da un filo, che pareva spezzato, alla stagione eversiva che ha segnato la storia della Repubblica sin dalle sue origini. Le organizzazioni criminali, quelle pugliesi o quelle che su quel territorio hanno una qualche presenza, possono certamente aver svolto un ruolo nell’esecuzione dell’attentato, ma non possono averlo ideato e non ne traggono alcun beneficio. L’Italia è un paese nel quale storicamente alcune organizzazioni criminali hanno svolto il ruolo di “agenzie” al servizio di un potere che per semplicità abbiamo definito “occulto”.
Le mafie non hanno mai colpito nel mucchio. Le loro azioni stragiste sono sempre state mirate, soprattutto sono state sempre facilmente identificabili, perché un’azione mafiosa è efficace solo se l’attribuzione all’organizzazione stessa è palese. Così è stato in Sicilia, così è stato in Calabria, dove le bombe la ‘ndrangheta le ha messe contro obiettivi simbolici come il Palazzo di Giustizia. La mafia non rivendica come le Br o i Nar, ma lascia una firma inconfondibile, necessaria per ribadire il suo potere.
Un’azione che punta ad una strage – lo ha ribadito in queste ore il capo della Polizia, Manganelli – colpendo un obiettivo assolutamente indifferenziato, non rientra nel modo di operare né delle mafie e neppure delle organizzazioni terroristiche, come le BR o i gruppi anarco-insurrezionalisti. La mafia siciliana a sua volta non ha un gruppo dirigente capace di ideare e organizzare un attentato di questo livello. La pista legata alle mafie, indicata con faciloneria da osservatori a caccia di scontati collegamenti, appare dunque inconsistente. La storia del Paese è segnata da altre azioni stragiste di matrice oscura: stragi “mascariate”, che hanno punti di assoluto contatto con quanto è avvenuto a Brindisi.
Se non siamo dunque di fronte a un’azione mafiosa, siamo di fronte a qualcosa di ancora più pericoloso. Siamo di fronte all’avvio di una nuova stagione di strategia della tensione. Le vittima cercate erano palesemente maggiori; il soggetto: giovani adolescenti; il luogo: una scuola periferica di una cittadina di provincia. Sono tutti elementi che lanciano al Paese un messaggio di terrore assoluto: nessuno, in nessun luogo può sentirsi al sicuro.
L’obiettivo dei “bastardi”, così li ha giustamente definiti il sindaco di Brindisi, che hanno ammazzato Melissa e ridotto in fin di vita Veronica e ferito decine di altri ragazzi innocenti, è scatenare la paura, il terrore, l’angoscia. Il risultato da raggiungere è come sempre riflesso d’ordine, una contrazione della democrazia, una paura che giustifichi e persino chieda un restringimento delle sedi di decisioni, che tagli radicalmente la democrazia. Il progetto dei nuovi registi della strategia della tensione è, come allora, la costituzione di un potere oligarchico, autoritario. La crisi economica devastante, il terrore, sono due ingredienti essenziali per chi persegue questo disegno, ingredienti che possono, assai più rapidamente di quanto si possa credere, fare saltare il sistema democratico che conosciamo, trasformandolo in un sistema oligarchico nel quale resti in piedi solo una vuota democrazia formale. Un progetto vecchio, che l’Italia ben conosce, che ha contrastato pagando prezzi durissimi. La domanda che l’attentato di Brindisi ci pone in maniera feroce è una sola: questo Paese oggi è ancora in grado di difendersi da questo pericolo? Siamo di fronte solo alla prima prova e purtroppo dovremo aspettarci mesi duri, mesi di sangue e di paura. E in questa stagione siamo, purtroppo, tutti troppo deboli.  


Commento di Sergio Ghirardi:

UNA SOLA COSA È CERTA. CHIUNQUE IMMAGINI E ATTUI DEI VERI E PROPRI ATTENTATI ALLA VITA QUOTIDIANA D’INDIVIDUI INERMI VUOLE CONSERVARE SE NON ACCENTUARE LO STATO DI COSE DOMINANTI.
QUALUNQUE SIA LA GIUSTIFICAZIONE IDEOLOGICA DIETRO LA QUALE SI NASCONDE, CHE RIVENDICHI IL SUO GESTO FOLLE O CHE LO FIRMI COL SILENZIO DELLO STRAGISMO PRIVATO O DI STATO, CHI ATTENTA ALLA VITA DI ESSERI UMANI È OGGETTIVAMENTE, SE NON SOGGETTIVAMENTE, UN COLLABORATORE DEL VECCHIO MONDO DELLO SFRUTTAMENTO E DELL'ALIENAZIONE CHE SI RINFORZA SEMPRE DIFFONDENDO LA PAURA E LA MORTE.
DA PIAZZA FONTANA A BRINDISI, BOMBE E PISTOLE SONO SEMPRE IL FATTO DI UNA LOGICA MAFIOSA E DI NICHILISMI VARI PRODOTTI DA UNA DEMOCRAZIA SPETTACOLARE E TOTALITARIA. CHI SI OPPONE RADICALMENTE AL SISTEMA DOMINANTE NON AMA NÈ GUERRIERI NÈ MARTIRI E ABORRE OGNI FORMA DI PENA DI MORTE - DI STATO O PRIVATIZZATA E LIBERALIZZATA DA PREDATORI SENZA SCRUPOLI O DA IDEOLOGI NICHILISTI PIÙ O MENO PAZZI.
CHI LOTTA PER LA CREAZIONE DI UN ALTRO MONDO SA BENE CHE ESSO DIVENTA POSSIBILE SOLO OPPONENDOSI A TUTTI I MAFIOSI, AGLI 007 MANIPOLATORI E AGLI UTILI IDIOTI IDEOLOGICI CHE NON MANCANO MAI. SA BENE CHE I MANDANTI E GLI USUFRUTTUARI DI TUTTE LE STRAGI SI NASCONDONO SEMPRE, BEN MIMETIZZATI E INTROVABILI, TRA I CINICI CONSERVATORI DEL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO O TRA I SUOI FALSI OPPOSITORI, I CUI METODI MAFIOSI SONO INDIPENDENTI DALLE RIDICOLE MISERIE DELLE IDEOLOGIE.
LA PAURA PUÒ ESSERE DI DESTRA O DI SINISTRA, LE BOMBE E LA MORTE SONO IL FATTO ASSOLUTO DEL NICHILISMO DI UN QUALUNQUE POTERE AUTORITARIO, PRESENTE O FUTURO, REALE O IMMAGINARIO CON CUI SIAMO DECISI A NON AVERE MAI NULLA A CHE FARE.