sabato 25 agosto 2012

CHI RESISTE ESISTE



Più leggo i giornali on line e più mi sgomentano i loro lettori che si sbizzarriscono sui blog conseguenti.
Scaturisce infatti, in tutto il suo orribile splendore, quanto il potere si fondi su una panoplia di sottomissioni ideologicamente diverse e varie come la falsa coscienza, più che sulla forza effettiva del suo dominio. Emerge dai commenti un costante servitorame volontario che incensa i suoi eroi e obbrobbria i cattivi dell'altra sponda.
Tutti 'sti valletti del potere economico che si travestono da giornalisti, tutti 'sti politici mercenari che si abbuffano travestiti da benefattori del popolo diventano, a seconda del tifo cui si propende, meravigliosi o mostruosi.
Una massa di schiavi salariati, oppure comunque in cerca di un qualunque lavoro umiliante con un diploma o una raccomandazione tra i denti, si contenta della rabbia impotente del reazionario o del buonsenso impotente del progressista e ingoia il tutto come un'oca da foie gras.
Urge una vera democrazia consiliare che spazzi via l'ideologia democratica spettacolare su cui si fonda il totalitarismo della merce.
Purtroppo, un commento siffatto e tali considerazioni hanno in genere come primo risultato quello di attirare con frequenza sconcertante su blog e siti vari i latrati rabbiosi dei cani fedeli di qualunque parrocchia.
Dalli all'intellettuale, dalli all'analfabeta, dalli alla vita quando la morte ti abita da tempo e tu non hai mai deciso niente di quel che ti riguarda: amore, attività creativa, libertà.


Sergio Ghirardi

giovedì 23 agosto 2012

ANCORA FUKUSHIMA: NUCLEARE ZERO MORTI, NON È VERO?


Michel Fernex

Con un po’ di tristezza e molta rabbia vi ho tradotto quest’intervista di Michel Fernex. Che altro aggiungere ?
Sergio Ghirardi


Michel Fernex : « A Fukushima, le lezioni di Chernobil vengono ignorate »
Dichiarazioni raccolte da Élisabeth Schulthess il 24/07/2012. 


Dr Michel Fernex : « Gli studi scientifici in corso mostrano altrettanti danni genetici nei settori contaminati di Fukushima che in quelli di Chernobil » Archivi Thierry Gachon.

Di ritorno da un viaggio di dieci giorni in Giappone, il dott. Michel Fernex denuncia menzogne e silenzi che mettono in pericolo le popolazioni contaminate dalla catastrofe di Fukushima.

Che cosa ritiene dei suoi scambi con alcuni professori della facoltà di medicina di Fukushima ?
Ho potuto incontrare quattro professori di quest’università, in cardiologia, urologia, medicina interna e oftalmologia. Medici che sembrano ignorare tutto delle affezioni legate alla contaminazione. Erano molto sorpresi di veder apparire in soggetti giovani degli infarti del miocardio, del diabete, della malattie della vista. Ho parlato loro dei lavori del professor Bandajevsky, di Gomel, in collaborazione con l’istituto indipendente Belrad, sulle popolazioni colpite da Chernobil. Tali studi hanno evidenziato i legami tra la contaminazione, in particolare del Cesio 137, e queste patologie.
Una direttiva ha invitato l’università di Fukushima a non parlare del nucleare. Solo un giovane professore d’ecologia tenta degli studi sulle conseguenze della catastrofe sui bambini. Subisce minacce. La maggior parte degli universitari sono disciplinati, chiudono gli occhi per salvare la carriera: è un fatto molto grave. Un paese tanto avanzato nella ricerca come il Giappone dovrebbe approfondire gli studi sulle alterazioni genetiche indotte dalla contaminazione e sviluppare degli antimutogeni per ridurre le anomalie genetiche che si trasmetteranno di generazione in generazione.
Appaiono già delle malattie della tiroide, ma i tumori hanno un periodo di latenza che fa sì che si manifesteranno tra quattro anni come i tumori del cervello nei bambini e ancora più tardi negli adulti. Il numero di bebé di poco peso alla nascita è in aumento. Il numero di nascite di bambine diminuisce invece del 5% perché l’embrione femminile è più vulnerabile. L’evoluzione delle malattie dei neonati e del mongolismo è tuttora tenuta segreta.

Come vivono oggi le popolazioni delle regioni contaminate?

Ho incontrato delle donne rifugiate a Kyoto che non sono state informate né dei rischi né delle precauzioni da prendere e che non hanno ricevuto un’alimentazione sicura. Nella città di Fukushima, la gente resta rinchiusa in casa e non coltiva più gli orti. La radioattività è eccessiva anche nei cortili delle scuole decontaminate. Il governo vuole rispedire delle famiglia attualmente al sicuro dalle radiazioni nei loro quartieri d’origine ancora fortemente inquinati.
Nelle campagne, dei piccoli contadini che vivono in autarchia si nutrono di riso contaminato. Un riso che non è più commercializzabile. I contadini sono rovinati. Avrebbero bisogno di pectina per bloccare l’assorbimento dei radionucleidi e accelerarne l’eliminazione.

Della pectina di mele ?

L’esperienza fatta in Bielorussia mostra che delle cure di tre settimane di pectina di mele vitaminizzata permettono di diminuire la carica di Cesio, diminuendo così i danni ai tessuti. Tali cure possono essere rinnovate ogni tre mesi e devono essere accompagnate da misure di precauzione nella scelta e nella preparazione dei cibi per proteggere in particolare i bambini. Le autorità giapponesi non hanno fatto un tale lavoro d’informazione e di prevenzione. Per contro, la traduzione in giapponese della Piccola guida pratica per una radioprotezione efficace, scritta da Vladimir Babenko, dell’Istituto Belrad, è andata a ruba in Giappone.

Come dire che le lezioni di Chernobil non sono state intese dalle autorità ?

No. Dopo la catastrofe non è stato neppure distribuito iodio stabile nei primi tre giorni. Il fatto di non aver preso questa semplice misura di prevenzione per evitare le malattie della tiroide e le sofferenze è una colpa grave. L’evacuazione è stata ritardata, come a Chernobil. Al di là del 30° km, non c’è stata nessuna evacuazione e la gente partita volontariamente non sarà indenizzata. Le regole internazionali di protezione radiologica non sono state rispettate: le dosi ammissibili di radioattività sono state rialzate persino per i bambini nonostante essi siano cento volte più sensibili degli adulti alle radiazioni ionizzanti. Le autorità sovietiche avevano rifiutato di oltrepassare questi limiti di dosaggio. Le autorità giapponesi hanno accettato sotto la pressione della lobby dell’atomo rappresentata dall’AIEA [Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica] corsa a salvare l’industria nucleare anziché le popolazioni, mentre l’OMS non ha dato segni di vita.

Dei dosimetri sono stati, però, distribuiti ai bambini ?

Il dosimetro dà un’idea dell’irradiazione esterna, non della carica di radionucleidi artificiali nell’organismo. Gli irradiamenti interni cronici sono dieci volte più patogeni delle dosi esterne. Bisognerebbe misurare regolarmente questa contaminazione interna e consigliare le famiglie sul modo di vivere, di mangiare, di vestirsi in zona contaminata.. Non lo si fa ed è criminale.

Che cosa l’ha spinta ad andare aFukushima ?

La mia impertinenza. Qualche mese fa, in seguito alla lettura di un pezzo del giornale giapponese Mainichi Daily News, avevo inviato un lungo articolo per rispondere punto dopo punto ad affermazioni che stimavo false. La mia risposta è stata pubblicata per intero e ha fatto buzz in Giappone al punto che dei giapponesi, in particolare le associazioni delle vittime, mi hanno invitato a fare un giro di conferenze.
Ho potuto misurare quanto la lobby nucleare sia attiva nel rilanciare i reattori mentre le vittime sono abbandonate.


DA LEGGERE : Après l’accident atomique, Guide pratique d’une radio-protection efficace, par Vladimir Babenko, Éditions Tatamis. Gli articoli del Dr Fernex et di numerosi altri scienziati sono sul sito internet : http://enfants-tchernobyl-belarus.org


mercoledì 22 agosto 2012

COSTRUZIONE DI INCONTRI PER MEZZO DI RETI, COSTRUZIONE DI RETI PER MEZZO DI INCONTRI.









"Agire in assemblea quando si è insieme, agire in rete quando si è lontani" (indicazione programmatica del Congresso Nazionale Indigeno, Messico)


1. La Seconda Dichiarazione della Realidad (3 agosto 1996) aveva delineato quattro grandi obiettivi: una consulta mondiale sui temi del Primo Incontro, un nuovo Intergalattico, una rete di comunicazione intercontinentale e una rete di resistenze, di lotte e di azioni contro il neoliberismo.


A differenza di incontri e consultazioni, l'organizzazione in forma di rete non è uno specifico strumento zapatista, ma è il naturale sviluppo di un modello sociale praticato nei secoli dagli uomini liberi di tutti i continenti e dai rivoluzionari di tutti i tempi: la democrazia diretta.

Questa si articola storicamente in una trama di assemblee sovrane cui si partecipa con pari diritti e attraverso le quali ogni comunità si esprime, delibera e si fa carico delle decisioni prese collettivamente. Le differenti comunità si collegano fra loro tramite delegati dal mandato rigorosamente revocabile, lasciando in ogni caso integra l'autonomia decisionale delle assemblee.

A partire da ciò, la rete tesse le relazioni materiali dei singoli e dei gruppi in un ordito di interessi particolari che si intreccia ma non si sovrappone ai percorsi collettivi della comunità, fondati sul piacere gratuito della libertà.

2. Anche se non la chiamano così, gli indigeni americani praticano da sempre la democrazia diretta. Nelle loro comunità, l'autorità suprema è l'assemblea e i funzionari eletti "mandan obedeciendo" (comandano obbedendo), in altre parole agiscono praticando unicamente la lettera e lo spirito del mandato ricevuto. Sia lo svolgimento delle assemblee sia l'esercizio delle autorità è temperato secondo varie modalità da un consiglio di saggi ed anziani chiamati "principali".

Arma di resistenza affinata e perfezionata nei secoli, la particolare versione di democrazia diretta praticata dai maya del Chiapas si fonda sul consenso. Questo si presenta contemporaneamente come il meccanismo che permette alla comunità di funzionare, come termometro che ne misura la vitalità e come la meta da conseguire.

In tal modo, la comunità maya ha continuato a ridefinirsi nel tempo qualificando storicamente quel "noi" che agli occhi degli indigeni costituisce la vera libertà. Per loro, le decisioni importanti, la pace o la guerra, non dipendono dalla maggioranza, ma dalla totalità dei membri della comunità che non delibera fino a quando non riesce a trovare l'accordo.

Ugualmente, le comunità in lotta organizzate nell'EZLN mantengono relazioni continue mediante un sistema di delegati revocabili ed anche il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale, (CCRI-CG) che è pur sempre una struttura militare (e quindi gerarchica), ad esse rende costantemente conto attraverso consultazioni ed altri dispositivi di controllo dal basso.

3. Questa democrazia del consenso che abbiamo scoperto nelle montagne del Sudest messicano è inevitabilmente legata a comunità rurali di piccole dimensioni in cui tutti gli abitanti si conoscono personalmente.

Noi che viviamo nelle viscere del mostro dobbiamo inventare altre vie e gli zapatisti sono i primi a spiegarci come il loro modello non sia esportabile. Possiamo però lottare per conservare il controllo collettivo sull'autorità, un principio difeso anche dalle correnti antiautoritarie d'Occidente che hanno sempre criticato la democrazia rappresentativa. Ricordiamo le parole dell'Enragé John Oswald (1793): "la rappresentazione è il velo specioso sotto cui si nasconde ogni dispotismo e ed ogni manipolazione politica".

Oggi sappiamo che i movimenti e le organizzazioni che negli ultimi due secoli si sono proposti di dirigere, suscitare o anche solo di accompagnare un cambiamento radicale sono tutti falliti.

Ed è sulla scia di tante rivoluzioni sconfitte, di tanti sogni diventati incubi che si levano oggi le rovine prodotte dal neoliberismo, l'ultima metamorfosi del mostro. A nord come a sud, a est e ad ovest, gli esseri umani non vivono più, sopravvivono nel regno dell'economia.

Uno degli effetti paradossali di questa situazione è precisamente quello di produrre inedite simultaneità e convergenze, permettendoci di recepire in maniera radicalmente nuova esperienze altrimenti remote: precisamente così il Chiapas ha potuto convertirsi in uno specchio del mondo, proponendo a noi tutti l'esigenza e la possibilità di ricominciare da capo.


4. È nel proposito di coniugare la libertà collettiva espressa nel Discorso della Selva (definizione che dobbiamo a Pablo González Casanova) con una prospettiva di liberazione individuale, che la nostra avventura si fa appassionante.

La Seconda Dichiarazione della Realidad individua nella rete (anzi nelle reti) lo strumento coerente per la costruzione del mondo dove si incontrano molti mondi. La rottura con il passato è evidente anche nei risultati dei tavoli di lavoro: nella nuova concezione il fine non giustifica più i mezzi ma, al contrario, "i mezzi determinano e condizionano i fini" (Tavolo 1: "Che politica abbiamo. Di che politica abbiamo bisogno". La Realidad, Chiapas, 1996). Il percorso invece diventa un momento centrale e qualificante: per costruire la rete di mondi impieghiamo la rete stessa.

In tal modo ci lasciamo alle spalle i fondamenti della vecchia pratica politica: l'ossessione totalitaria, il concetto di programma come modello astratto e, per conseguenza, anche quelli complementari di tattica e strategia. Si svuota anche la nozione di partito e, del pari, i sistemi di pensiero - un tempo si chiamavano ideologie - mirati a conformare l'esistente secondo direttive preconfezionate. E cominciamo ad usare il cuore oltre alla testa.


Il medesimo concetto di "lotta" si va spostando da un antagonismo negativo necessariamente condizionato dai ritmi della sopravvivenza alla costruzione quotidiana di una vita nuova - o, per meglio dire, di una nuova civiltà.

5. La dinamica tradizionale scinde artificiosamente il momento della "produzione" del programma, riservato ad intellettuali specialisti da quello della sua "circolazione", demandato a militanti malinconici e annoiati. Ed entrambi i momenti sono separati dalla "realizzazione", proiettata verso un futuro vago ed incerto.

Come la intendiamo noi, la rete diviene invece il punto di partenza di un nuovo movimento di autoliberazione umana, il motore di tale processo e il suo esito ultimo: il regno della pluralità e della libertà, il mondo che contiene molti mondi. Nella rete il futuro mette radici direttamente nel presente.

Mettendo in relazione comunità libere che si esprimono attraverso assemblee sovrane rese ricche da un arcobaleno di scambi e di nomadismi, la rete si colloca così alla fine della storia costruita sopra la testa degli esseri umani e, al tempo stesso, al principio della storia coscientemente vissuta. Il tutto, nell'ambito di un progetto comune, che individua i capisaldi dell'agire individuale e quelli dell'agire pubblico.

Con queste armi è forse possibile sfidare il pensiero unico, ricondurre le decisioni all'unico livello controllabile, quello locale, e da lì lanciare le nostre reti al mare misterioso delle risonanze e degli echi.

E rimettere all'ordine del giorno il nobile proposito del vecchio movimento operaio: l'internazionale sarà il genere umano.

6. Gli ostacoli a un tale disegno sono qui da noi riassumibili nella quasi totale polverizzazione delle comunità che dovrebbero essere il sangue di questo corpo e la conseguente difficoltà per gli individui del nostro tempo di pensare la propria liberazione in maniera collettiva.

Non solo. Oggi, i dispositivi di dominio moltiplicano e disseminano all'infinito il potere centrale, nutrono l'identificazione dei dominati con i dominanti e incrementano gli assi di conflitto in modo da rendere arduo coglierne il senso globale.

Rompere il circolo vizioso non è facile. E nemmeno lo è parlare fuori dagli schemi preconfezionati, parlare di noi, delle nostre speranze e di come realizzarle insieme ad altri: il neoliberismo, oltre alle imprese privatizza le nostre vite.

Una rete di comunità, senza comunità, ecco la condizione reale che ci si prospetta alla vigilia del nuovo millennio. La sensazione è di essere sulla strada giusta ma di avere nel tragitto esaurito le forze.

In quale maniera dissipare il velo di mediazioni, di inganni che la società ha interposto fra ciascuno di noi e la sua vita? In quale maniera riproporre nella prassi corrente quella che il situazionista Raoul Vaneigem chiamava "la triade unitaria: partecipazione, realizzazione, comunicazione"? In quale maniera nella geografia desolata delle metropoli gettare le basi di vere assemblee sovrane, a partire di comunità non di interessi né di idee, ma di soggetti autonomi e di vite vissute?


7. Se non può certo ambire a sciogliere miracolosamente questi nodi, la rete può invece fornire l'attrezzatura tecnica, la strumentazione necessaria per mettere in moto quel rovesciamento di prospettiva che restituisca agli esseri umani la capacità di resistere e di lottare, di creare nelle infinite situazioni concrete i molti modi di praticare collettivamente la parola libera e i suoi oneri.

Lo possiamo fare legandoci ad altre reti attraverso campagne internazionali di sostegno a cause comuni come la cittadinanza globale, o il diritto a muoversi liberamente oltre le frontiere; oppure con azioni di boicottaggio a imprese che non rispettano i diritti umani, a stati militaristi, ecc..

La pratica degli Incontri Intercontinentali amplifica questo genere di azioni e ripercorre, per così dire a ritroso, il cammino che nel disegno originale dovrebbe portare dalle comunità locali alla rete.

È lampante che un tale impianto presupponga un certo quid di volontarismo.

E d'altronde, possiamo forse costruire altrimenti una coscienza dell'agire comunitario laddove della comunità si è perduta oramai la memoria stessa? In una società insostenibile e in un mondo ingovernabile, non ci resta altro che assediare l'utopia.

L'esperienza di questi due anni con la creazione sia pur tra mille difficoltà e per il momento con una forte connotazione minoritaria, di una trama di rapporti e relazioni che vanno nella direzione sopra delineata, autorizza tuttavia un minimo di ragionato ottimismo. A partire da ciò possiamo inventare un linguaggio ed una pratica che - come hanno saputo fare i neozapatisti in Messico - riunisca i motivi delle rivoluzioni passate con quelli delle rivoluzioni a venire. I motivi dei popoli oppressi e quelli dei proletari delle metropoli industriali.

8. Al tempo stesso crediamo necessario sgombrare il campo da alcune interpretazioni sfortunate che possono ricondurre in tempi brevi il poco che è stato fatto fin qui nelle sabbie mobili del vecchio mondo.

La rete che stiamo costruendo non va considerata come un fronte popolare, tantomeno come un "in mancanza di meglio" di quest'epoca disgraziata, segnata dalla morte di tante illusioni. Allo stesso modo, il metodo includente che tutti difendiamo non può e non deve essere quello in cui tutte le ideologie sono ammesse, ma quello in cui donne e uomini rimettono in discussione la propria vita, e in cui perciò nessuna ideologia in quanto sistema di pensiero chiuso e sclerotizzato ha più senso.

Attraverso la rete possiamo provare a costruire insieme una fase della nostra esistenza, sperimentare un nuovo modo di vivere il mondo e di trasformarlo.

La rete non è l'organizzazione debole adatta a un'epoca di pensiero debole ma piuttosto lo strumento libero di un'epoca che deve riscoprire la libertà. La traduzione nei fatti delle parole contenute nella Prima Dichiarazione de La Realidad: "Non è necessario conquistare il mondo. Basta rifarlo. Noi, oggi".

9. Proprio perché è essenziale dare spazio a ogni modalità di autoliberazione umana, occorre che la rete si collochi al di fuori delle istituzioni e dei poteri costituiti, destinati per loro stessa natura a imporre interessi particolari. Possiamo invece pensare a forme di auto-organizzazione difensiva come il mutualismo o altre esperienze di solidarietà che ci arrivano dagli albori del movimento operaio.

Giacché sono sempre stati gli amministratori delle nostre sconfitte, risulta impossibile pensare che partiti e sindacati partecipino alla rete. 
 
È invece vitale che ciascun individuo abbia la possibilità di rimettersi in gioco indipendentemente da affiliazioni ideologiche.

Solo così crediamo possibile inventare una prassi veramente includente senza dimenticare che non è possibile combattere l'alienazione sotto forme alienate.

Va inoltre chiarito che mentre non esistano assemblee locali dotate di una personalità reale, il mandato a presenziare e decidere ciascuno di noi lo può ricevere solo da sé stesso e dall'odio che il vecchio mondo ha sempre portato a noi, alle nostre idee, ai nostri sogni, alla nostra vita.

È quindi fondamentale dare corpo, fin da subito, al livello decisionale locale, e vigilare perché eventuali coordinamenti agiscano senza arrogarsi poteri di natura decisionale, ma con l'unico fine di imprimere la massima energia e diffusione all'azione delle realtà territoriali.

Non ultimo vantaggio del porre rigorosamente il luogo della decisione a livello locale, è di rendere materialmente impossibile ideare e tanto più realizzare imprese di dimensioni smisurate, dalle piramidi alle centrali nucleari. 
 
Nel corso di questo secolo, la sinistra ha coltivato l'ossessione di sostituire al capitalismo un sistema (socialista, comunista) altrettanto globale; oggi, se non è automatico che piccolo è bello, è ormai indiscutibile che grande è mostruoso e antiumano.

10. Il progressivo, allegro contagio di altre realtà territoriali attraverso gli incontri, il libero intreccio delle conoscenze personali, l'emulazione appassionata del gioco e il fervido incanto del pensiero, sembra l'unica via legittima perché la portata della rete si allarghi senza dare vita a nuovi soviet supremi e a burocrazie oppressive.

Le assemblee locali costituite in Comitati che potrebbero chiamarsi per l'Umanità e contro il Neoliberismo, sono i nodi che si collegano fra di loro nella rete delle reti che ci proponiamo di tendere sul mondo.

Una rete che si serva anche della comunicazione telematica ma, lungi dall'essere virtuale, abbia volti e nomi, e sangue e sogni. 
 
Una rete che sappia dare contenuto alla necessità di riappropriazione della politica che si leva da ogni parte del mondo.

Una rete invisibile la cui visibilità cresca di pari passo con la coscienza dei suoi partecipanti, donne e uomini che decidono di unirsi per riuscire ad essere differenti.

Una rete che metta in comunicazione speranze e passioni del mondo gettando le basi della più grande festa del Ventunesimo Secolo.

Una rete che, andando oltre la democrazia rappresentativa, riprenda quel filo rosso della democrazia diretta che collega nello spazio e nel tempo l'agora ateniese alla Comune di Parigi, gli operai di Canton alla Catalogna delle collettività autogestite, Budapest in armi contro le burocrazie alle comunità zapatiste del Messico.

Tutto questo non per una purezza metodologica ma per coerenza con i passaggi indispensabili perché, donne e uomini costruiscano insieme i propri mondi senza mediazioni, si chiamino esse neoliberismo, socialdemocrazia, socialismo reale, o quant'altro il potere separato ha ideato per dividerci e dominarci.

 
Claudio Albertani, Paolo Ranieri.

Giugno 1997

Nel triangolo della morte del nucleare francese


 

Questa marcia è avvenuta nel triangolo della morte del nucleare francese (Tricastin, Marcoule, Cadarache, a due passi dal parco naturale delle Cevennes, alto luogo di resistenza al mostro produttivista nella vita quotidiana.
Io non c'ero, ma penso che le foto testimonino di una resistenza dolce e testarda, ingenua e necessaria della vita contro tutte le forme di morte. Nucleare in primis, che già Reich ai tempi dell'esperimento ORANUR (anni 50) aveva descritto appunto come un'energia mortifera.
Sergio Ghirardi

lunedì 13 agosto 2012

CUBA QUE LINDA ES CUBA…





Cose da pazzi. Metti una sera a cena sullo Jonio e le cose più interessanti, mentre parli di progetti e movimenti civili, te le tira fuori una ragazza cubana capitata a tavola quasi per caso. Con sei parole, sgranando occhi grandissimi mentre discuti d’altro. Dyanorys è arrivata in Calabria qualche giorno fa, dopo un paio di settimane passate a Milano da un amico. È venuta a trovare un’amica cubana che in Italia si è trasferita per amore. È entusiasta del mare calabrese, delle infinite spiagge libere e dell’acqua che cambia colore a ogni ora come nel Racconto di un naufrago. Ama meno la sabbia, che è il vero oro di Cuba, quella grana sottilissima e morbida qua te la sogni. Da qualche anno Dyanorys Ramos abita a Londra, lavora nel ristorante del marito francese. L’italiano lo parla bene, l’ha studiato a Londra, ed è perfettamente in grado di inserirsi nelle conversazioni. Con modestia, perché sa le buone maniere. Ma anche con efficacia. Tra i commensali una certezza sulle due ragazze cubane c’è: non si tratta di attiviste o simpatizzanti del regime. Non sono castriste.
Meglio, non sono “fideliste”, per usare il loro linguaggio. Come non capirle, d’altronde? Sono la terza generazione. Te lo spiegano bene. I nonni adoravano Fidel, aveva dato ai connazionali la dignità, tirandoli fuori da un destino di casinò e bordello della potenza dirimpettaia. I genitori erano andati a ruota, educati al mito della rivoluzione, ma con minor trasporto, anche se il padre di Dyanorys, che distribuisce il pesce per i mercati dell’Avana, è un comunista che ci crede e andò due volte in Angola a combattere il colonialismo portoghese. Loro, i giovani, vogliono la libertà dei coetanei occidentali. I cellulari a lungo proibiti, Internet, un po’ di consumi in più, una televisione che non ti dica ogni santo giorno che il mondo è brutto e Cuba è bella, la possibilità di uscire con i giovani occidentali senza che la polizia ti chieda cosa stai facendo. Per questo la nostalgia di Cuba è nostalgia dei luoghi e degli affetti, della gente, ma la libertà europea è impagabile e per chi ha 24 anni come Dyanorys vale di più. “A Cuba ci torno se cambia”. Fin qui è tutto logico, tutto perfettamente compatibile con quel che pensi da anni di Cuba e di Fidel. La svolta, che si fa storia di incontri, arriva a metà cena. Basta un accenno alla vita londinese. “A Londra in questo momento puoi anche morire di fame e non c’è nessuno che ti aiuti”, dice Dyanorys.
Già, pensa ognuno, la crisi che getta nella disperazione le famiglie… “Ma questo a Cuba non succede”, ecco le sei parole, “questo a Cuba non è possibile”, spiega alzando la voce la ragazza. Gli occhi si sgranano sotto la montagna di capelli ricci neri, perfino il viso cioccolato sembra accendersi. “A Londra se non puoi pagare ti tagliano l’acqua dopo due mesi anche se hai dei bambini, non gliene importa nulla. Puoi pure morire. Ma a Cuba nessuno muore di fame”. Sembra propaganda, ma detto da lei è impossibile. Tacciono tutti, la parola è solo sua. “Noi abbiamo la libreta. Ogni famiglia tutti i mesi va in una specie di supermercato e riceve tutte le cose di cui ha bisogno per vivere. Il pane, lo zucchero, l’olio, il latte, le uova, il pollo, i fagioli, il riso, il pesce, la farina, i crackers, qualche volta le patate, il caffè. Paghi quasi nulla. Ogni famiglia ha la libreta. Senza distinzioni, l’unica differenza la fa il numero delle persone. Se hai più figli prendi di più. Poi mettono un segno per dire che tu quel mese hai preso quello che ti spettava. E il mese dopo lo riavrai con sicurezza. Certo, non è quello che ti puoi permettere qui, ma è sufficiente. È importante vivere senza disperazione”. Jani, l’amica, conferma. Una accanto all’altra sono le classiche belle ragazze cubane che ogni show televisivo prenderebbe di corsa (Dyanorys ha girato anche qualche spot da ballerina), ma ora non parlano il linguaggio delle vetrine e delle luci occidentali. È come se stesse venendo fuori da loro qualcosa d’altro e di più profondo. “Noi andiamo tutti a scuola, nessun bambino deve lasciare per lavorare. Io ho preso il diploma di disegnatore informatico e non ho mai pagato nulla. Pure l’università è gratis, anche se alla fine devi restituire i libri per chi viene dopo di te. E la medicina è ben organizzata. È vero che c’è il mercato nero, che certi consumi non te li puoi permettere, che i trasporti sono un disastro, che non possiamo comunicare via Skype. O che magari ti tolgono di colpo l’energia elettrica per ore per risparmiare. Però il nostro è un popolo che non ha paura della fame. Perché il necessario ti viene dato dallo Stato. E perché la nostra gente è speciale: siamo più uniti, ci aiutiamo, un piatto di cibo lo trovi sempre. Se hai bisogno il tuo vicino ti darà il pane, senza interesse”.
Resti di stucco, vai per le Indie e trovi le Americhe. Vuoi sapere che cosa accade in Calabria e scopri Cuba. Capisci quello che non ti dicono i discorsi dei dissidenti, che hai anche sostenuto con la tua firma.
Ma anche quello che non sanno dirti i fan dell’amicizia Italia-Cuba, con quel frequente retrogusto di nostalgie barri-cadere. Da una ragazza che ha cercato l’occidente e ha solo studiato a scuola la mitica rivoluzione, riscopri che ebbe un senso. Le crisi che devastano, e le parole che sbottano dal cuore, servono anche a questo.

Commento di Sergio Ghirardi:

Le mostruosità del capitalismo occidentale per giustificare l'autoritarismo di uno Stato totalitario. La mostruosità del fascismo rosso per giustificare le umiliazioni, lo sfruttamento e l'alienazione dei liberi schiavi salariati dell'occidente liberale e democratico.
Come all'Ilva, sceglietevi la vostra morte: di fame o di cancro, di povertà o di noia e depressione. La vita sarà per un'altra volta. La felicità non esiste in terra per gli adepti della civiltà del lavoro, accontentatevi dei paradisi dell'aldilà (mistici) o dell'aldiqua (materialisti) che vi fanno balenare davanti ai vostri occhi stanchi e vuoti di passione.
Eppure l'ipotesi di un altro mondo e di un'umanità nuova e antica come la libertà non solo è possibile ma è ormai l'unica alternativa concreta al crollo in atto del sistema dominante. Non abbiamo da perdere che le nostre catene.
Lo so: la cultura dominante (di destra, di sinistra o di centro ma sempre serva del consumismo produttivistico) ha lobotomizzato le masse ma la coscienza di classe di un'umanità nuova ricomincia a premere sul viva la muerte di tutte le ideologie.
Documentarsi, riflettere, decidere e agire.

sabato 11 agosto 2012

6 e 9 agosto 1945, due date che danno i brividi






Le commemorazioni attuali ci ricordano che il mondo è profondamente cambiato sulla base dell’orrore nucleare. Con l’articolo che segue Jean-Marc Royer ci spiega molto chiaramente il processo storico di questi programmi militari e gli effetti spietati della bomba A. /.../
" /.../ Tutti gli storici seri sono ormai d’accordo sul fatto che l’argomento delle 500.000 vite nordamericane risparmiate per così dire dal lancio delle bombe atomiche su Hiroshima et Nagasaki fu inventato dal nulla dal governo degli Stati Uniti in direzione dell’opinione pubblica nordamericana e internazionale, illustrazione ulteriore del fatto che la storia è sempre scritta dai vincitori.
Per dirlo in fretta, il Giappone non ha tanto capitolato in seguito a Hiroshima-Nagasaki quanto in seguito alla dichiarazione di guerra di Stalin dell’8 agosto. I giapponesi temevano più di tutto l’occupazione e gli appetiti territoriali sovietici, i quali stavano dirigendo la loro immensa armata verso quel fronte. Del resto gli Stati Uniti avevano capito che quell’arma terribile doveva essere usata per provare agli occhi del mondo la loro superiorità militare e scientifica.
Gli storici hanno qualificato il 6 agosto 1945 come il primo atto della guerra fredda, il che è giusto ma ampiamente insufficiente: si è trattato del primo atto di una guerra dichiarata all’insieme del vivente e del pianeta. /.../ "


Tra un movimento e l’altro della mia estate polimorfa, vi ho tradotto questo cenno a una data storica, memorabile e svuotata dei suoi significati radicali.
Per chi volesse documentarsi più a fondo ecco il riferimento in francese : http://fukushima.over-blog.fr/article-la-bombe-atomique-un-pur-produit-de-la-technoscience-108945478.html

Sergio Ghirardi

giovedì 9 agosto 2012

Falliti di tutto il mondo, rallegriamoci




Il fallimento, concetto giuridico nato in ambito commerciale e di lì metastatizzato nella società intera, significava in origine qualcosa di differente dalla sua accezione corrente: la legislazione sui fallimenti introdotta, fra molti dubbi e marce indietro (perché percepita come immorale), nasce per proteggere, infatti, non già il creditore ma il debitore fallito. Dichiarare fallimento significa richiedere alla comunità comprensione e sollecitare un accomodamento. Serve in sostanza a riconoscere che il fallito, colui che non riesce più a pagare i propri debiti, è differente da un ladro, anche quando, come sovente accade,  i danni da lui procurati sono molto più rilevanti di quelli causati da un semplice furto.
Ma dichiararsi falliti può trovare venia solo perché, in una società fondata sul successo (identificato il più delle volte con l’accumulo di ricchezze, magari non solo materiali), questa dichiarazione contiene un’ammissione di inadeguatezza. Ci si riconosce falliti a capo chino.
Tuttavia, se il fallimento è l’opposto del successo, non sempre viene affrontato a capo chino: può viceversa essere rivendicato con orgoglio e lanciato come un guanto di sfida. Di atteggiamenti come questi possiamo individuare almeno tre interpretazioni fra loro differenti, e in certo qual modo, a loro volta, opposte l’una rispetto all’altra.
Da una parte abbiamo il successo impossibile, perché l’esistente non avrebbe spazio per contenerlo, ben rappresentato da questo famoso brano di In girum imus nocte et consumimur igni.  
“ Quel che un poeta dell’epoca T’ang ha scritto Separandosi da un viaggiatore, potrebbe applicarsi a quest’ora del mio racconto? “Discesi da cavallo: gli feci offerta del vino dell’addio / e gli chiesi quale fosse il fine del suo viaggio./Mi rispose: non sono riuscito negli affari del mondo;/faccio ritorno ai monti Nan-Chan per cercarvi riposo.”
Ma no, vedo molto distintamente che non esiste riposo per me; prima di tutto perché nessuno mi fa la grazia di pensare che io non sono riuscito negli affari del mondo. Ma, fortunatamente, nessuno potrà dire neppure che io vi sia riuscito. Occorre dunque ammettere che non vi erano successo o fallimento per Guy Debord, e per le sue pretese smisurate”

Dalla parte opposta, abbiamo colui il quale ha scelto di non gareggiare, di rifiutare sé stesso alla competizione “Geremia che avrebbe potuto essere tutto e preferì essere nessuno” (Una ballata del mare salato, Hugo Pratt)
Da una terza parte, troviamo chi ha scelto il contrario del successo, un successo nero, infernale, nemico di ciò che esiste. Un esempio mirabile e mirabilmente descritto ce le offre Sade in . “Tutti conoscono la storia del Marchese di *** che, informato sulla sua condanna ad essere bruciato in effigie, tirò fuori il cazzo dai pantaloni e gridò “Dio fottuto, ecco dove volevo arrivare; sono coperto d’obbrobrio e di infamia; lasciatemi, lasciatemi che devo godere!” . E lo fece all’istante”.
Ecco dove volevo arrivare: il fallimento diviene in ciascuno di questi casi il traguardo desiderato, il successo rispetto al proprio personale disegno. Essere dimenticati, essere impossibili da misurare, essere ricordati al vertice del peggio. Tutti modi in cui si esprime il proprio ripudio dell’esistente, delle masse che lo percorrono, dei valori che tali masse esprimono.
Anche se, senza dubbio, anche in questo caso vale, debitamente adeguata, l’avvertenza di Gandhi riguardo alla non-violenza: è non-violento chi, potendo reagire violentemente, rinuncia a farlo e non già chi, debole e imbelle, non reagisce violentemente perché non ne avrebbe la possibilità.
Ugualmente possiamo considerare che ripudi il successo, che scelga il fallimento unicamente chi avrebbe le doti per riuscire, e non già chi avrebbe voluto ma semplicemente non era all’altezza, non era all’altezza di questa società. Il che, considerando i requisiti davvero infimi che questa reclama, suggerisce che probabilmente si tratterebbe di soggetti troppo meschini per qualsiasi società.
Anche per fallire con decoro occorrono dunque delle doti, occorre impegno: chi avesse pensato di abbandonarsi pigramente al nulla che avanza, si rassegni. Sarà fallito anche in quanto fallito.
  
Paolo Ranieri per “La melma dei giorni n. 7 - luglio 2012”