sabato 9 luglio 2011

Valle di Susa e Little Big Horn





Così, più o meno, potrebbero esprimersi, in uno spazio fuori dal tempo, parecchi individui integrati, educati e civili che avessero l’onestà e il coraggio delle proprie opinioni spettacolari:

«Quando Colombo ha scoperto l’America e i vari conquistadores hanno saccheggiato un intero continente, mi sono detto che la civiltà cristiana era più importante di qualche eccesso nella necessaria educazione per adeguare i selvaggi ai costumi civilizzati.

Quando abbiamo portato di forza, per secoli, i neri dall’Africa all’America, riducendoli in schiavitù, ho pensato che la coltivazione della canna da zucchero e del cotone valeva bene il sacrificio di qualche principio. D’accordo per i diritti dell’uomo, ma quelli della merce prima di tutto.

Quando in seguito alla rivoluzione industriale, lo sfruttamento nelle fabbriche assomigliava anch’esso alla schiavitù, se non peggio, mi è sembrato inevitabile che lo sforzo collettivo, per quanto ineguale e ingiustamente ripartito, dovesse portare a buon fine il progresso dell’economia dei paesi più civili.

Quando due guerre mondiali hanno scombussolato i sia pur precari equilibri sociali e i fascismi hanno trasformato il già spietato colonialismo in una macchina predatoria senza nessuna frontiera né limite tanto all’interno che all’esterno, prima ho sostenuto il fascismo e la sua volontà di darci - in quanto razza superiore - i mezzi per realizzare il nostro sacro destino, poi sono diventato democratico e antifascista durante i giorni lavorativi e a volte persino antirazzista la domenica, ma più raramente. Ero troppo eccitato e occupato a ricostruire un mondo essenzialmente simile a quello che c’era prima del conflitto.

Meno male che la guerra fredda, come tutti i manicheismi, ci ha dato una mano a costruire consenso e a imbrigliare la critica radicale che cominciava ad affiorare in una società totalmente diversa per l’intensità dello sfruttamento economicista della vita quotidiana ridotta a tempo di lavoro assoluto.

Quando, con la società dello spettacolo, il prodotto interno lordo è diventato il solo comandamento divino di un’economia scesa in terra per contare scrupolosamente la redditività dei vivi e dei morti senza più sprechi di tempo libero e fisime umanitarie di comunità umana, mi sono detto che potevo essere un buon competitore per vincere la mia guerra contro tutti ed essere felice anche in un campo di rovine da attraversare rapidamente e fieramente in SUV.

Quando, dappertutto, hanno cominciato ad alzarsi grida di protesta e una resistenza variegata si è espressa come un segno di rivolta imminente contro un mondo palesemente disumano, assurdo e crudele, mi sono messo dalla parte dell’eterno progresso contro gli utopici oscurantisti che volevano riportarci all’età della pietra.

Il terrorismo ha allora occupato il posto del comunismo come nemico nella cosmogonia manicheista che il sistema dominante mi ha offerto come una scuola in cui educare i suoi sostenitori, convinti, del resto, più dagli spauracchi che dalle promesse. L’anticomunista di destra o di sinistra che io sono sempre e comunque, si è adesso equipaggiato anche di un kit da perfetto progressista e ha fatto di una scienza di paccottiglia una nuova infame religione.

Ora, dopo Fukushima, ho un po’ di paura, non lo nego, e ho finito per votare addirittura sì ai referendum come un qualunque schifoso sovversivo; conto, però, sui miei maestri di sopravvivenza di destra e di sinistra per riprendere a sostenere con lena la civiltà del lavoro produttivista contro i diavoli, le streghe, gli ebrei erranti, gli immigrati, gli obiettori di crescita economica e i fantomatici black block che vogliono la rovina della nostra civiltà e del progresso che essa ci ha sempre generosamente apportato.

Io sono e sarò sempre un servitore volontario, fiero di sostenere una civiltà che fa spettacolarmente rima con felicità persino mentre l’abisso si avvicina ineluttabile e stiamo per essere ingoiati dallo tsunami che abbiamo provocato alterando tutti gli equilibri naturali in nome della redditività … e del progresso, naturalmente.

Quando il nulla di cui siamo i figli settimini ci chiamerà, noi, ubbidienti come zombi fedeli al proprio destino, vi sprofonderemo dentro e anche il nostro ultimo urlo rabbioso sarà di gioia. O no?»

«Tenete alla vostra libertà? Cominciate ad amarla in quella altrui.» Anonimo genovese


Chi mai può essere interessato a riflettere sui fatti senza uno spirito da tifoso?

Le maggioranze, silenziose o no, si formano sempre attorno a certezze ripetute e assai poco provate. Esse dipendono da dogmi forgiati a partire da affettività che si pretendono razionali e verificate e risalgono, invece, da qualche desiderio manipolato e da troppe paure.

I cittadini delle democrazie spettacolari sono dei soggetti umiliati che dimenticano sistematicamente la loro vita assente e la loro storia e si appigliano a quella fittizia data loro in pasto come una spregevole elemosina per schiavi umiliati.

Tutte le verità ideologiche sono spinte più dalla criminalizzazione dell’altro, dell’antagonista, che dalla chiarezza delle proprie ragioni.

E successo col nucleare - e non è finita -, sta succedendo con la Valle di Susa, e non è che l’inizio.

Che il mio partito preso sia ben chiaro: laddove una scelta comune s’impone, conta il parere di tutti e la decisione concerne tutti gli interessati; a partire, però, da coloro che della scelta sono i primi beneficiari o le prime vittime.

Non si può decidere a Bergamo quel che concerne Catania o viceversa. L’interesse generale non può mai costituirsi su un danno avverato per chi si trovi all’epicentro delle conseguenze di una scelta. Aggiungo che le scelte dannose sono essenzialmente da evitare. Per principio e per buon senso.

Per chi è d’accordo su questo punto cruciale, solo il metodo di una democrazia diretta può risultare soddisfacente.

Si fa molta confusione sul concetto di democrazia diretta, annotando con diabolica e interessata nenia che un tale metodo di governo è incompatibile con lo sviluppo demografico della popolazione.

Di colpo, i fratellini contemporanei di quel servitore volontario che sostiene sempre il potere di turno contro ogni argomentazione critica, si preoccupano per le sorti di un’umanità in balia di un governo di autogestione generalizzata che non sarebbe in grado di funzionare.

Mai che venga loro in mente che se da secoli un sistema sociale fondato sul sacrificio e il sopruso riesce a imporsi al pianeta intero con tanta, sia pur dolorosa, riuscita, qualunque sistema che abbia al centro una volontà di uguaglianze e di libertà non formali sarebbe comunque meno complicato da mettere in pratica e da gestire.

Tutte le volte che milioni d’individui liberi hanno osato provarci - per di più in situazioni difficili e con mezzi tecnici molto inferiori al presente -, dalla Comune di Parigi alle comunità aragonesi e catalane, dai rivoltosi machnovisti d’Ucraina agli spartakisti berlinesi, l’utopia ha sempre funzionato benissimo e si è preparata, affinandosi e correggendosi, a eliminare gli errori e a perfezionare la riuscita di una società tesa alla felicità di ciascuno e di tutti.

Sono sempre degli eserciti imperialisti del vecchio mondo (bianchi, rossi o neri) che hanno ristabilito con la forza le condizioni precedenti, manco a dirlo in nome della civiltà e del progresso se non, addirittura, della rivoluzione.

Nei momenti cruciali, versagliesi e prussiani, nazionalisti e socialdemocratici, stalinisti alla Lister e falangisti alla Franco si sono sempre mostrati curiosamente uniti, oltre le differenze ideologiche, nella lotta contro l’emancipazione umana, naturalmente sempre in nome del progresso e della civiltà di destra o di sinistra.

Il capitalismo, come l’uomo economizzato e angusto che l’ha prodotto, ha due mani - la destra e la sinistra - e sa servirsi di entrambe da sempre. Se si è affermato con una rivoluzione violenta, tagliando la testa di re e prelati, si è consolidato con la guerra, ha fatto tesoro degli estremismi controrivoluzionari di bolscevismo e fascismo, ha ripreso i territori sfuggiti al suo controllo con metodi da carnefice e restaura sistematicamente il proprio dominio con la forza.

La CIA e il KGB, insieme a tutti i loro fratellini più piccoli, hanno fatto dello Stato - di tutti gli Stati, di destra e di sinistra, complici di quel mercato che pretendono regolare e che assecondano, invece, in tutti i suoi desiderata - il sopruso assoluto che in nome dell’umanità riduce l’uomo a uno schiavo e la democrazia a un’oclocrazia dove una plebe resa ignorante da una pedagogia della sottomissione permanente, crede con fede d’acciaio che «lo Stato siamo noi» ed elegge con piglio sottoproletario i capi ridicoli e ottusi di una lumpenborghesia spettacolare e corrotta, affossatrice interclassista della lotta di classe.

Che la pseudoclasse dominante - in realtà sono dei servi imbottiti di privilegi volgari e proprio per questo del tutto senza scrupoli né decenza - si gargarizzi, nella sua propaganda, di civiltà e di progresso senza venire immediatamente spazzata via da coloro che pretende rappresentare e in realtà taglieggia e truffa, non è che la logica conseguenza di una dipendenza ormai addirittura interiorizzata nel carattere degli individui addomesticati.

Chi può dire, tuttavia, quanto durerà il condizionamento e quale trauma imprevisto potrebbe annullarne di botto l’effetto ipnotico?

In questo quadro generale, la sconfitta simbolica sul nucleare nel referendum italiano è per il sistema dominante un segnale inquietante che supera la questione elettorale e mette in gioco l’ipotesi della sostituzione di una democrazia parlamentare asservita al capitalismo con una democrazia consiliare che restituirebbe al popolo, solo formalmente sovrano, i contenuti assenti della sua sovranità in quanto comunità concreta e autonoma di individui sociali.

La democrazia locale, federata in gironi successivi fino a una democrazia planetaria, non è compatibile con l’internazionale delle multinazionali, ma può cominciare dovunque a prevederne e prepararne il superamento attraverso l’abrogazione di una democrazia spettacolare nel nome di una democrazia reale e dunque diretta dai soggetti che la applicano.

Oltre la paternalistica prassi del referendum, il rifiuto del nucleare ribadito di fronte a una casta che cercava di riproporre questa energia mortifera come un demenziale business redditizio, è un atto di oggettiva democrazia diretta.

I cittadini di una vera democrazia devono, infatti, decidere di tutto, liberandosi dei rappresentanti corrotti e venduti al soldo del business planetario.

In Italia e nel mondo ogni nazione è essenzialmente confrontata a questo stesso problema e come avvenne nel passaggio dall’Ancien regime monarchico alla repubblica borghese, si tratta di scegliere ovunque il meglio per l’emancipazione dell’umanità e la gioia di vivere.

Spostando su questo piano fattuale e non ideologico la questione sociale contemporanea, anche il piccolo ma esemplare episodio della Valle di Susa, questo Chiapas alpino, questa riserva Sioux ai piedi dei monti, acquista un significato dall’ampiezza inusitata e, oserei dire, planetaria.

Il capo bianco Fassino, piccolo travet socialdemocratico al servizio da una vita delle istituzioni di cui si serve, appena eletto sindaco di Torino, ha mostrato la sua tenace volontà di far passare il treno della merce nella prateria abitata da ignari cittadini.

Dobbiamo ringraziarlo della sollecitudine con cui ci dimostra la coerenza univoca delle due mani del capitalismo.

La civiltà deve avanzare e, come nelle grandi praterie americane, è quella civiltà e solo quella ad avere diritto di cittadinanza. Gli indiani devono sparire nelle riserve e uscire solo per consumare e, ogni tanto, votare i Fassino che gestiscono con compunto sussiego militante la vita miserabile dei proletari e i loro conti in banca personali che da essa dipendono.

Tali compagni amano talmente i proletari che fanno di tutto perché lo rimangano. Poco importa per il loro slancio generoso che l’utilità civile di quella scelta particolare riguardante il mostro di ferro sia messa in discussione con argomenti che nessun patriota bianco, civilizzato e progressista riesce a contestare nei contenuti.

Non ho letto né sentito una sola argomentazione che dimostri l’utilità del tunnel in questione. Si parla genericamente di trasporto merci da favorire e non si risponde una sola parola concreta all’obiezione che non c’è nessun aumento di flusso dei trasporti da considerare probabile. Anzi, il contrario. La ferrovia che c’è già è sottoutilizzata e rischia di restarlo.

Se non fosse vero, si sarebbero certo premurati di dimostrarlo e farlo sapere. Silenzio.

Anche i costi dell’opera sono passati in cavalleria, come è già avvenuto per il nucleare: per poterlo definire economicamente redditizio si sono sistematicamente nascosti i costi reali, proibitivi, descrivendo invece, un paradiso energetico falso, grottesco e raccapricciante quanto i bambini che giocano e le mucche che pascolano disegnati sulle ciminiere delle centrali nucleari francesi in sbuffante e macabra funzione.

Eh sì, perché il nucleare ha perso in Giappone e in Italia con costi assai differenti, ma continua a essere una terribile bomba inesplosa, una roulette russa dall’altra parte delle Alpi.

La Valle di Susa è un esempio di ricomposizione sociale spontanea di esseri umani reali, oltre lo spappolamento etnico e culturale operato internazionalmente dalla cultura alienante del capitalismo planetario. Questo ritorno al locale con uno sguardo planetario è una resistenza all’acculturazione generalizzata di una civiltà produttivistica cui si oppongono ormai esplicitamente tutti i dannati della terra in vertiginoso aumento: dai campesinos senza terra del Brasile o dell’India agli zapatisti del Chiapas e altri resistenti di un Messico in mano alle mafie della droga e al solito Stato, altrettanto corrotto a Mexico City che in qualunque altra parte del mondo, a Tokio, a Washington, a Pechino, a Roma, a Londra, a Mosca, a Teheran o Tripoli…

Senza fine è la lista degli Stati canaglia!

In Valle di Susa c’è stata una qualche violenza, è sicuro, ma da tutte le parti e, in primis, da quegli stessi tutori dell’ordine nuovo che a Genova, nel 2001, canticchiavano Faccetta nera.

Ma è dunque sovversione la legittima difesa e, in assenza di alternative, la sovversione non diventa forse l’unica legittima difesa possibile?

Riprendersi un territorio confiscato senza valide ragioni umane è dunque degno di essere trattato alla stregua di un’aggressione ingiustificata?

Come pesare la violenza di chi difende il proprio diritto all’esistenza con il parametro ipocrita di chi impone un sacrificio senza contropartita e senza ragione motivata?

Tra i diritti dell’essere umano non c’è dunque, affermato a chiare lettere, quello di rivoltarsi di fronte all’oppressione?

Non c’è forse oppressione e sopruso nella volontà degli affaristi di Stato di distruggere un territorio per farne un investimento tanto lucroso per pochi che oneroso, inutile e dannoso per molti?

Basta dunque dirsi Stato per poter denunciare come terrorismo ogni resistenza?

Questo è quanto facevano i nazisti durante l’occupazione.

Basta dunque lo specchietto per le allodole di una democrazia formalmente rappresentativa che nei fatti non rappresenta più nessuno, per permettere a Fassino e consoci di non vestire i panni imbarazzanti di un Laval?

Cavallo pazzo, Toro seduto e molti altri selvaggi si sono opposti al “progresso” che manifestava il suo diritto autoproclamato al sopruso con l’avanzata colonialista di Custer. Hanno osato opporsi alle giacche azzurre sconfiggendole al Little Big Horn.

Hanno poi pagato cara la loro coraggiosa resistenza, finita in un genocidio rimasto impunito. Oggi, però, i tempi sono cambiati e gli indiani sono ormai la maggioranza della popolazione.

Certo, la maggior parte di loro non lo sa ancora e aspetta, forse, di verificare che il denaro non si può mangiare né respirare per fare il salto della barricata e operare quel cambio di civiltà che è in sospeso da mezzo secolo ma grida vendetta fin dai tempi più remoti.

Da ben prima di Wounded Knee, la sorte che la civiltà del lavoro ha riservato ai rossi di tutti i tipi non conosce pietà né rispetto.

È giunta l’ora di conquistarsi il rispetto di noi stessi realizzando la libertà e l’uguaglianza nella fraternità.

Sergio Ghirardi


domenica 26 giugno 2011

La verginità della madonna e l’oppio dei popoli


Commento all’articolo di Marco Travaglio MAX THE FOX , su D’Alema and co., sul Fatto di Sabato 25 giugno.

La trasparenza del fenomeno è ormai inequivocabile. Direi inutile da rimembrare. Il problema è che gli elettori del PD, per esempio, oltre che alla verginità della madonna credono (ed è ancora più grave) a quella di Fassino, di D'Alema, Bersani e compagnia, con alternative altrettanto clericali quali Vendola e Di Pietro.

Il problema più tipicamente italiano è il clericalismo di destra e di sinistra. Il centro non è che il buco profondo nel quale scivolano, finendo regolarmente in Casini vari, tutti i moderati senza passione, in fuga dall'estremismo vero o presunto (spauracchio nel quale si è stritolato ogni pensiero radicale).

Vaticano, Opus Dei, Comunione e Liberazione, Licio Gelli e altri massoni, gli ex stalinisti e i devoti di ogni autorità passata, presente o futura, radicali da salotto alla Pannella diventati i domestici dietetici della critica asservita, sono tutti guitti più o meno cinici, al soldo della società dello spettacolo.

La disumanità di ogni religione fa da sfondo alla disumanità della politica. L'invenzione di una laicità attiva e autonoma, non confusa volontariamente nell'ecumenismo come invece la amano e la invocano i teologi spettacolari del cristianesimo (Razinger) o del marxismo (Cacciari), è la tabula rasa indispensabile per rompere con la superstizione che fa della società italiana la preda ideale di ogni logica mafiosa, di ogni corruzione e di ogni ipocrisia.

Lo stivale delle sette Leghe (Nord, Sud, Roma ladrona, Mafia, N'drangheta, Camorra e Sacra Corona Unita) non ha mai conosciuto una radicale laicità. Anche per questo l'Italia è spesso il laboratorio storico dei soprusi del capitalismo planetario.

Movimento a cinque stelle, indignati o arrabbiati di tutti i paesi, città o campagne, solo la rottura autentica con lo spettacolo della politica business potrà dare inizio alla nuova civiltà che già preme non del tutto consciamente, ancora senza certezze, nelle rivolte più o meno abbozzate che agitano il mondo.

Sergio Ghirardi

DALLA PARTE DEGLI INDIANI

Questo commento, un po’ ridotto, è stato inviato al blog del Fatto concernente la TAV, domenica 26 giugno.


Il tran tran dello spettacolo dominante riprende dopo la piacevole ubriacatura dei quattro sì buttati giù d’un fiato. Il business di destra e di sinistra torna a stringere nelle sue spire oggettivamente mafiose il respiro di una vita che non sa che farsene della crescita se non crescono – anzi diminuiscono – la gioia e la volontà di vivere.

Servitori volontari e decisionisti prezzolati sputano la saggezza degli schiavi e spiegano – mentendo spudoratamente – che il traforo della Val di Susa è altrettanto indispensabile di una centrale nucleare.

C’è, tuttavia, un fondo di ragione, nei loro calcoli da droghieri ignoranti e senza scrupoli, perché nucleare e alta vrelocità rispondono alla stessa logica: più business e lavoro per tutti nello spot propagandistico; sopravvissuti obbedienti oggi e morti domani, distillati anonimamente dal processo di inquinamento strutturale di cui il capitalismo è portatore malsano, nella realtà dei fatti.

Più che da discutere sulla falsità evidente delle argomentazioni, c’è da scegliere un campo.

Un Fassino, burocrate amante di un popolo sfruttato al punto che senza la continuità della truffa economica perderebbe il suo ormai secolare salario di gestore sobrio e moderato dell’orrore capitalistico non può che essere per una TAV sinistra. E i piccolissimi borghesi di una lumpen borghesia asservita al denaro miserabile, non possono che vomitare i loro commenti dal buon senso ottuso e mostruoso, ridendo di tutti i diversi – diversi da loro – che osano pensare alla natura come a un complice possibile da rispettare per rispettare se stessi anziché come un nemico, uno stupido selvaggio da dominare e da sfruttare come l’ultimo degli schiavi, come l’ultimo dei lavoratori di cui sono gli eredi sempre più disoccupati e pronti a tutto pur di essere integrati nel sistema produttivo ormai impazzito.

Come per il nucleare, due culture si oppongono: quella della vita con i suoi dubbi, le sue incertezze, i suoi errori, le sue voglie, la sua prudenza e la sua dignità e quella della morte redditizia e indegna, impegnata fino all’ultimo respiro nello sfruttamento a qualunque costo dell’uomo e dell’ecosistema.

Si tratta di scegliere e le cariche della polizia potranno solo ritardare l’appuntamento con la storia, garantire ancora qualche mazzetta o stipendio rubato da eletti in nome di un popolo sovrano che in realtà non dirige nulla della sua vita reale ma che viene fatto uscire dal cappello dell’illusionista ogni volta che lo si vuole fregare col suo consenso.

Si tratta, in ultima analisi, di scegliere tra gli indiani e i cowboys pronti a rifilare, generosamente, agli indigeni delle coperte al vaiolo pur di liberarsi delle loro fastidiose proteste e della loro scandalosa intelligenza sensibile: “Quando l’ultimo uccello sarà sparito, l’ultima sorgente avvelenata, l’ultimo frutto inquinato, vi accorgerete che il denaro non si può mangiare, bere, respirare”.

E’ la democrazia spettacolare, mes amis, vale a dire l’oclocrazia che si nasconde sotto la sua maschera, ma, in un modo o nell’altro, tutto ciò sta per finire.

Lascia perdere le ideologie e scegli il tuo campo, amica/o, compagna/o, fratello, sorella!

Sergio Ghirardi


domenica 19 giugno 2011

INDIGNATI, ANCORA UNO SFORZO …

Più di due secoli fa, nel fervore della rivoluzione francese in corso, Jacques Roux, Théophile Leclerc e Jean Varlet furono definiti “arrabbiati” dai loro nemici e avversari politici.

Insieme a Gracchus Babeuf, i tre sono stati tra i più importanti rappresentanti del movimento rivoluzionario della loro epoca.

Oltre le loro palesi differenze, tutti e quattro osarono allora attaccare la borghesia frontalmente, senza mezzi termini, denunciando fin dall’inizio trionfale della rivoluzione della cittadinanza borghese il fatto che la guerra per la supremazia commerciale ingaggiata dalla nuova classe dominante era una rivoluzione contro l’Ancien Régime, ma anche una controrivoluzione preventiva contro i lavoratori precari, i braccianti e l’insieme della popolazione più modesta.

Gli arrabbiati seppero stigmatizzare tutte le ideologie; osarono addirittura sconsacrare l’idolo rivoluzionario Robespierre ben prima della sua clamorosa caduta sotto la lama di quella ghigliottina da lui tanto apprezzata.

Osarono infatti trattarlo da “despota insolente dell’opinione pubblica”, mentre di fronte ai Montagnardi rinchiusi nel legalismo opportunista del loro parlamentarismo, seppero proclamare la necessità di un’azione diretta del popolo sovrano per una democrazia diretta.

Anticipavano, senza saperlo, i tempi che siamo oggi costretti ad attraversare con la coscienza di classe in meno e con l’urgenza della catastrofe ambientale che incombe in più.

In un paese come l’Italia, dove, nel 2011, neppure la laicità redditizia della vecchia rivoluzione borghese è un dato acquisito, pur se la modernità produttivistica ha trasformato le classi in caste e le caste in cosche, riprendere questo documento ormai plurisecolare per restituirlo alla memoria e alla riflessione dei nascenti cittadini di un presente drasticamente proletarizzato, non manca, paradossalmente, di strabilianti coincidenze con l’attualità della questione sociale. Mutatis mutandis, molte delle questioni, in particolare economiche e sociali, sollevate dagli arrabbiati hanno mantenuto oggi, se non addirittura accentuato, la loro pertinenza.

Tra una corruzione politica dilagante e dei segni di insofferenza sempre più manifesti da parte di cittadini confrontati all’ottusa superbia ignorante dei loro rappresentanti - che, tra l’altro, gli elettori non hanno scelto, ma sono stati imposti loro dai partiti -, come non chiedersi quando i truffati della democrazia spettacolare si decideranno, non solo a riempire le urne dei referendum popolari, ma anche a svuotare le aule del Parlamento facendo giustizia, senza ghigliottine o capestri ma senza pietà alcuna per i re del bunga-bunga, per il clero oscurantista degli Scilipoti, per gli inquisiti e altri avanzi di galera, per i Montagnardi collusi del PD e affini, per i controrivoluzionari di destra e per gli ultimi giacobini gauchisti in ritardo di una rivoluzione?

Sulla scia delle aspettative nate nella rete e esplose un po’ dovunque nel mondo, in quest’anno di cambiamenti epocali, il popolo senza capi e con poche idee ma sempre meno confuse, potrebbe realizzare il sogno libertario della democrazia diretta. Una tale rivoluzione essenzialmente pacifica, è ormai affiorante tanto nel moltiplicarsi delle insurrezioni pacifiche che nell’inquietudine del potere e nella sua repressione omicida. L’imporsi di una democrazia direttamente gestita dal popolo sovrano può rinviare nella spazzatura della storia il totalitarismo economicista che dirige il business planetario ma non governa affatto il mondo umano.

Sergio Ghirardi

Manifesto degli arrabbiati, 25 giugno 1793

Delegati del popolo francese,

cento volte questa sacra adunanza ha risuonato dei crimini degli egoisti e dei farabutti; voi ci avete sempre promesso di colpire le sanguisughe del popolo. L’atto costituzionale sta per essere presentato alla sanzione del sovrano; vi avete, forse, proscritto l’aggiotaggio? No! Avete pronunciato la pena di morte per gli accapparratori? No. Avete determinato in che cosa consiste la libertà di commercio? No. Avete proibito la speculazione sulla moneta? No. Ebbene noi vi denunciamo per non avere fatto tutto il necessario per la felicità del popolo.

La libertà non è che un vano fantasma quando una classe di uomini può affamare l’altra impunemente. L’uguaglianza non è che un vano fantasma quando il ricco, attraverso i monopoli, esercita il diritto di vita e di morte sul suo simile. La Repubblica non è che un vano fantasma quando la controrivoluzione opera, giorno dopo giorno, attraverso i prezzi delle derrate alle quali i tre quarti dei cittadini non possono accedere senza versare lacrime.

Tuttavia, solo mettendo fine al brigantaggio della speculazione, che va nettamente distinta dal commercio, e mettendo i beni commestibili alla portata dei sanculotti voi riuscirete a renderli fedeli alla rivoluzione e a raggrupparli attorno alle leggi costituzionali.

Insomma! Per il fatto che dei mandatari infedeli, gli uomini di Stato, hanno richiamato sulla nostra patria infelice la calamità della guerra straniera, dobbiamo dunque permettere che il ricco ce ne dichiari una ancora più terribile all’interno? Poiché trecentomila francesi, proditoriamente sacrificati, sono morti sotto il ferro omicida degli schiavi del re, bisogna dunque che coloro che vigilavano sui loro focolari siano ridotti a divorare delle pietre? Bisogna che le vedove dei morti per la causa della libertà paghino a prezzo d’oro persino i fazzoletti con cui asciugano le loro lacrime? Che paghino a prezzo d’oro il latte e il miele che servono di cibo ai loro figli?

Mandatari del popolo, allorché accoglieste tra di voi i complici di Dumoriez, i rappresentanti della Vandea, i realisti che hanno cercato di salvare il tiranno, gli uomini esecrabili che hanno organizzato la guerra civile, i senatori inquisitori che hanno messo sotto accusa il patriottismo e la virtù, la sezione dei Gravilliers sospese il suo giudizio … Accortasi che la Montagna non era in grado di fare il bene che aveva a cuore, essa si levò …

Oggi, tuttavia, che il santuario delle leggi non è più infangato dalla presenza dei Gorsas, dei Brissot, dei Pétion, dei Barbaroux e degli altri capi degli appellanti, oggi che questi traditori, per sfuggire al patibolo, sono andati a nascondere la loro nullità e la loro infamia nelle regioni che hanno fanatizzato; oggi che la Convenzione nazionale è restituita alla sua dignità e al suo vigore e non ha bisogno per operare per il bene che di volerlo, vi scongiuriamo, nel nome della salvezza della repubblica, di lanciare un anatema costituzionale sull’aggiotaggio e sugli accaparramenti, dichiarando il principio generale che il commercio non consiste nel rovinare, nel mettere alla disperazione e affamare i cittadini.

Da quattro anni, soltanto i ricchi hanno approfittato della Rivoluzione. L’aristocrazia mercantile, ancora più terribile di quella nobiliare e sacerdotale, si è permessa il gioco crudele d’invadere le fortune individuali e i tesori della repubblica; ignoriamo ancora fin dove arriveranno le loro esazioni, poiché il prezzo delle merci aumenta in modo terribile dal mattino alla sera.

Cittadini rappresentanti, è tempo che la lotta a morte che l’egoista ha dichiarato alla classe più laboriosa della società cessi. Pronunciatevi contro gli aggiotatori e gli accaparratori. Obbediranno o no ai vostri decreti. Nella prima ipotesi avrete salvato la patria; nel secondo caso avrete ancora salvato la patria poiché noi saremo in grado di riconoscere e colpire le sanguisughe del popolo.

Insomma! Le proprietà dei delinquenti sarebbero dunque più sacre della vita dell’uomo? L’esercito è a disposizione dei corpi amministrativi, come può essere concepibile che i materiali di sussistenza non siano requisibili? Il legislatore ha il diritto di dichiarare la guerra, cioè di far massacrare gli uomini, e non avrebbe il diritto d’impedire che si spremano e si affamino quelli che proteggono i loro focolari?

Il diritto di commercio è il diritto di usare e di far usare. Le derrate necessarie per tutti devono essere disponibili a un prezzo accessibile a tutti, pronunciatevi dunque, ancora una volta … i sanculotti con le loro picche faranno eseguire i vostri decreti.

Voi non avete esitato a condannare a morte quelli che hanno osato proporre un re e avete fatto bene; avete appena messo fuorilegge i controrivoluzionari che, a Marsiglia,hanno arrossato i patiboli del sangue dei patrioti, e avete fatto bene; la patria vi avrebbe riconosciuto un merito ancora maggiore se aveste espulso dall’esercito i nobili e i nominati dalla corte; se aveste preso in ostaggio le donne, i figli degli emigrati e dei cospiratori, se aveste sequestrato per spese di guerra le pensioni dei suddetti privilegiati, se aveste confiscato, a profitto dei volontari e delle vedove, i tesori acquisiti dopo la rivoluzione dai banchieri e dagli accaparratori; se aveste cacciato dalla Convenzione i deputati che hanno votato l’appello al popolo, se aveste consegnato ai tribunali rivoluzionari gli amministratori che hanno provocato il federalismo, se aveste colpito con la spada della legge i ministri e i membri del consiglio esecutivo che hanno lasciato formare un nucleo di controrivoluzionari in Vandea, se infine aveste messo agli arresti quelli che hanno firmato le petizioni anticiviche, ecc. ecc. Or dunque, gli accaparratori e gli aggiotatori non sono altrettanto e ancora più colpevoli? Non sono anche loro dei reali assassini nazionali?

Non abbiate timore, dunque, di far cadere su quei vampiri la folgore della vostra giustizia. Non abbiate paura di rendere il popolo troppo felice. Certo, non ha mai fatto calcoli quando si è trattato di fare tutto per voi. Vi ha provato, in particolare il 31 maggio e il 2 giugno, che voleva la libertà per intero. Dategli in ritorno del pane e un decreto; impedite che il buon popolo sia sottoposto alla difficoltà ordinaria e straordinaria a causa del prezzo esorbitante dei beni commestibili.

Finora, i grandi mercanti che per principio sono i responsabili del crimine e per abitudine i complici dei re, hanno abusato della libertà di commercio per opprimere il popolo; hanno dato una falsa interpretazione dell’articolo della dichiarazione dei diritti dell’uomo che stabilisce il permesso di fare tutto quel che la legge non proibisce. Ebbene! Decretate costituzionalmente che l’aggiotaggio, la speculazione monetaria e gli accaparramenti sono nocivi per la società. Il popolo che sa riconoscere gli amici veri e che soffre da troppo tempo, vedrà che vi siete impietositi della sua sorte e che volete seriamente guarire i suoi mali; quando avremo una legge chiara e precisa, nell’atto costituzionale, contro l’aggiotaggio e gli accaparramenti, vedrà che la causa del povero vi tiene più a cuore che quella del ricco; vedrà che tra di voi non si annidano banchieri, armatori e monopolizzatori; vedrà, infine, che non siete i fautori della controrivoluzione.

Voi avete, in effetti, decretato per i ricchi un prestito forzato di un miliardo, ma se non sradicate l’albero dell’aggiotaggio, se non mettete un freno nazionale all’avidità degli accaparratori, il capitalista e il mercante sottrarranno questa somma ai sanculotti fin dal giorno successivo, con il monopolio e le concussioni; non è più, allora, l’egoista che avete colpito ma il sanculotto; prima del vostro decreto il droghiere e il banchiere non smettevano di spremere i cittadini; quale vendetta eserciteranno ora che li obbligate alla contribuzione? Quale nuovo tributo imporranno al sangue e alle lacrime dell’infelice?

Si obietterebbe invano che l’operaio riceve un salario in ragione dell’aumento del prezzo delle derrate. In realtà ce n’è qualcuno il cui darsi da fare è pagato più caro, ma ce ne sono molti la cui mano d’opera tocca un salario inferiore dopo la rivoluzione. Del resto, non tutti i cittadini sono operai; non tutti gli operai sono occupati e tra quelli che lo sono, alcuni hanno otto o dieci figli incapaci di guadagnarsi da vivere, mentre le donne non guadagnano, in generale, più di venti soldi al giorno.

Deputati della Montagna, se foste saliti oltre il terzo piano, fino al nono delle case di questa città rivoluzionaria, sareste stati commossi dalle lacrime e dai gemiti di un popolo immenso senza pane e senza vestiti, ridotto a un tale stato di indigenza e di sofferenza dall’aggiotaggio e dagli accaparramenti poiché le leggi sono state crudeli verso il povero e sono state fatte solo dai ricchi e per i ricchi.

Rabbia e vergogna del XVIII secolo! Chi mai crederà che i rappresentanti del popolo francese che hanno dichiarato la guerra ai tiranni all’estero siano stati tanto vigliacchi da non schiacciare quelli interiori? Sotto il regno dei Sartines e dei Flesselles, il governo non avrebbe tollerato che si facessero pagare le derrate di prima necessità tre volte di più del loro valore; che dico? Fissavano il prezzo delle armi e della carne per il soldato mentre la Convenzione, investita della forza di venticinque milioni di uomini sopporterà che il mercante e il ricco egoista le portino, come al solito, il colpo mortale, tassando arbitrariamente le cose più utili alla vita. Per mettere in atto la controrivoluzione, Luigi Capeto non aveva bisogno di provocare la rabbia delle potenze straniere. I nemici della patria non avevano bisogno d’incendiare con una pioggia di fuoco le regioni occidentali. L’aggiotaggio e gli accaparramenti sono sufficienti per rovesciare l’edificio delle leggi repubblicane.

Ma è la guerra, si dirà, che causa i prezzi proibitivi dei viveri. Perché, dunque, rappresentanti del popolo, l’avete finalmente provocata? Perché mai, sotto il crudele Luigi quattordicesimo, i francesi seppero respingere la linea dei tiranni senza che l’aggiotaggio distendesse su quell’impero lo stendardo della rivolta, della carestia e della devastazione? E grazie a questo pretesto diventerebbe, dunque, lecito al mercante vendere la candela, il sapone e l’olio a sei franchi la libbra?

Con il pretesto della guerra, dunque, il sanculotto pagherebbe i sandali cinquanta sterline al paio e altrettanto una camicia o un brutto cappello. Sarà così possibile dire che le predizioni dei Cazalès e dei Maury si sono avverate; in tal caso, però, voi avreste cospirato con loro contro la libertà della patria, che dico, li avreste superati per tradimento. In tal caso gli spagnoli e i prussiani potrebbero dire: noi siamo liberi di incatenare i francesi poiché non hanno il coraggio di incatenare i mostri che li divorano, per poi aggiungere che sperperando in tal modo dei milioni, associando il borghese e il mercante facoltoso al partito dei controrivoluzionari, la repubblica si distruggerebbe da sola.

È la moneta cartacea, si dirà ancora, a essere causa del caro vita: ah! I sanculotti non si accorgono quanta ne circoli. Del resto la sua prodigiosa emissione è la prova del corso in vigore e del prezzo che vi si lega. Se l’assegno ha un’ipoteca reale e riposa sulla lealtà della nazione francese, la quantità di effetti nazionali non inficia per nulla il loro valore. Il fatto che ci sia molta moneta in circolazione, è forse una ragione per dimenticare di essere uomini, per immischiarsi nelle taverne del commercio dei brigantaggi, per rendersi padroni della fortuna e della vita dei cittadini, per impiegare tutti i mezzi d’oppressione suggeriti dall’avarizia e dallo spirito di parte, per incitare il popolo alla rivolta e forzarlo con la fame e con il supplizio dei bisogni a divorare le proprie budella?

Se gli assegni cartacei si svalutano molto nel commercio, perché dunque i banchieri, i negozianti e i controrivoluzionari interni e esteri ne riempiono i forzieri? Perché hanno la crudeltà di diminuire il salario di certi operai e non accordano alcuna indennità agli altri? Perché non offrono il prezzo pattuito quando si procacciano i domini nazionali? L’Inghilterra, il cui debito eccede forse di venti volte il valore del suo territorio e non è florida che per il denaro cartaceo della sua banca, paga forse, in proporzione, le derrate salate quanto noi? Ah, il ministro Pitt è troppo in gamba per lasciare opprimere a tal punto i sudditi di Giorgio! E voi, cittadini rappresentanti, voi, deputati della Montagna, voi che vi fate gloria di fare parte dei sanculotti, dall’alto del vostro immortale piedistallo, non annienterete l’Idra sempre rinascente dell’aggiotaggio!

Si aggiunge anche che molti articoli vengono dall’estero, dove non si accettano altri pagamenti che in denaro. Il che è falso: il commercio si è quasi sempre fatto scambiando merce contro merce e carta contro carta; spesso si è persino preferito avere degli assegni che del contante. La moneta metallica che circola in Europa non basterebbe per acquistare la centomillesima parte dei biglietti in emissione. È dunque chiaro come il giorno che gli aggiotatori e i banchieri non discreditano gli assegni che per vendere più caro il loro denaro, per riuscire a fare impunemente monopolio e trafficare nella cassa del sangue dei patrioti che bruciano dalla voglia di versare.

Non si sa, però, come andranno le cose. Con totale certezza, gli amici dell’uguaglianza non accetteranno a lungo che li si lasci sgozzare all’estero subendo all’interno l’assedio della fame. Certo, non resteranno sempre le vittime ignare di questa peste pubblica, dei ciarlatani che ci mordono come vermi, degli accaparratori le cui botteghe non sono più che dei ritrovi di delinquenti.

Mentre la pena di morte è pronunciata contro chiunque tenti di restaurare la monarchia, mentre innumerevoli legioni di cittadini soldati formano con le loro armi una volta d’acciaio e vomitano dappertutto fuoco e fiamme su un’orda di barbari, il banchiere e l’accaparratore possono affermare che non sapevano come sarebbero andate le cose? Del resto, se essi lo ignorano noi siamo qui per spiegarglielo. Il popolo vuole la libertà e l’uguaglianza, la repubblica o la morte; ed ecco, precisamente quel che vi riempie di disperazione, aggiotatori, vile supporto della tirannia.

Non essendo riusciti a corrompere il cuore del popolo, a soggiogarlo con il terrore e la calunnia, impiegate le ultime risorse degli schiavi per soffocare l’amore per la libertà. Vi impadronite delle manifatture, dei porti di mare, di tutti i settori del commercio, di tutte le produzioni della terra per fare morire di fame, di sete e di nudità gli amici della patria, spingendoli a gettarsi nelle braccia del dispotismo.

Eppure, i delinquenti non ridurranno in schiavitù un popolo che non vive che di ferro e di libertà, di privazioni e di sacrifici. Preferire delle antiche catene e dei tesori alla Repubblica e all’immortalità, è riservato ai partigiani della monarchia.

Dunque, mandatari del popolo, la leggerezza che voi potreste continuare a mostrare sarebbe interpretata come un atto di vigliaccheria, un crimine di lesa nazione. Non si deve temere d’incorrere nell’odio dei ricchi, cioè dei cattivi. Non si deve temere di sacrificare i principi politici alla salvezza del popolo che è la legge suprema.

Convenite con noi, dunque, che autorizzate il discredito della moneta cartacea per pusillanimità, che riparate la bancarotta tollerando degli abusi, delle truffe che avrebbero fatto arrossire il dispotismo negli ultimi giorni della sua barbara potenza.

Sappiamo, senza dubbio, dell’esistenza di mali irreparabili di una grande rivoluzione; che c’è da essere pronti a qualunque sacrificio per il trionfo della libertà, e che non c’è prezzo troppo alto per il piacere di essere repubblicani; ma sappiamo anche che il popolo è stato tradito da due legislature; che i vizi della Costituzione del 1791 sono stati la fonte delle calamità pubbliche e che è giunta l’ora che il sanculotto che ha spezzato lo scettro dei re, veda la fine delle insurrezioni e di ogni tipo di tirannia.

Se non vi ponete un pronto rimedio, come sopravvivranno quelli che non hanno nessuno stato, che non hanno che 2, 3, 4 o 6 sterline di rendita, ancora mal pagati o in pensione di vecchiaia o tributari di casse particolari? Come, se voi non fermate la corsa dell’aggiotaggio e degli accaparratori con un decreto costituzionale non soggetto alle variazioni del legislatore? È possibile che non ci sia la pace che tra vent’anni e le spese di guerra occasionerebbero una nuova emissione di moneta cartacea; vorreste dunque perpetuare i nostri mali per tutto questo tempo, già troppo lungo, con l’autorizzazione tacita dell’aggiotaggio e degli accaparramenti? Sarebbe il modo di espellere tutti gli stranieri patrioti e di impedire ai popoli schiavi di venire a respirare in Francia l’aria pura della libertà.

Non è dunque bastato che i vostri predecessori, la maggior parte d’infame memoria, ci abbiano legato la monarchia, l’aggiotaggio e la guerra senza che voi ci leghiate la nudità, la fame e la disperazione? Bisogna anche che i realisti e i moderati, con il pretesto della libertà di commercio, divorino ancora le manifatture, le proprietà? Che s’impadroniscano del grano dei campi, delle foreste e delle vigne, della stessa pelle degli animali e che bevano in coppe dorate il sangue e le lacrime dei cittadini, sotto la protezione della legge?

Deputati della Montagna, no e poi no, voi non lascerete la vostra opera incompiuta; voi metterete le basi della prosperità pubblica; consacrerete i principi generali e repressivi dell’aggiotaggio e dell’accaparramento; non darete ai vostri successori il terribile esempio della barbarie degli uomini di potere sui deboli, del ricco sul povero; non terminerete la vostra carriera con ignominia.

Con questa piena fiducia ricevete qui il nuovo giuramento che noi facciamo di difendere fino alla tomba la libertà, l’uguaglianza, l’unità e l’indivisibilità della Repubblica e i sanculotti oppressi di tutte le regioni.

Che vengano, che vengano presto a Parigi a cementare i legami di fratellanza! Mostreremo loro, allora, le picche immortali che hanno rovesciato la Bastiglia; quelle picche che la commissione dei dodici e la fazione degli uomini di Stato fa cadere in putrefazione, quelle picche che faranno giustizia degli intriganti e dei traditori, qualunque sia la loro maschera e in qualunque paese abitino. Li condurremo, dunque, ai piedi di quella giovane quercia dove i marsigliesi e i sanculotti abiurarono i loro errori e giurarono di rovesciare il trono. Allora, infine, li condurremo nel santuario delle leggi dove con mano repubblicana mostreremo loro la fazione che volle salvare il tiranno e la Montagna che ne decretò la morte.

Viva la verità, viva la Convenzione nazionale, viva la Repubblica francese !