giovedì 3 maggio 2012

GRILLO PARLANTE E SPETTATORI DEVOTI



Ma con la mafia non si scherza

Mi dispiace Beppe, ma stavolta non ci siamo…La tua affermazione secondo il quale la mafia è meglio dei partiti è gravemente sbagliata per almeno tre motivi.
Primo, perché costituisce un insulto alle vittime della mafia alludendo, sia pure con l’intenzione sarcastica che ti è usuale,  a una sua presunta maggiore bonarietà o minore nocività rispetto ad altri fenomeni. La mafia ha ucciso politici, magistrati, membri delle forze dell’ordine, imprenditori, sindacalisti, giornalisti, semplici cittadini. Ed ha ucciso perché l’assassinio fa parte del suo modo di agire.
Secondo, perché oscura la circostanza che, in molte circostanze, mafia e settori dei partiti sono stati una cosa sola, nel senso che, come oramai acclarato sia dall’analisi degli storici che da numerosi accertamenti operati in sede giudiziale la mafia si è sempre giovata e continua a giovarsi di precise complicità politiche.
Terzo, perché la mafia, come pure gli analoghi fenomeni esistenti in altre regioni, è forte finanziariamente e può giocare un ruolo di importanza e pericolosità crescente nell’attuale contesto, grazie anche a politiche sbagliate e complici condotte dal governo Berlusconi e non corrette finora in modo adeguato da quello Monti.
Le recenti “rivelazioni” sul fatto che Berlusconi pagava i mafiosi “per stare tranquillo” confermano quanto già sapevamo da tempo e cioè che esistono precise complicità di settori politici e imprenditoriali con la mafia. 
La stessa esistenza del governo Monti e la sua timidezza nei confronti del “lascito” del precedente governo, per non parlare degli scandalosi voti con i quali questo Parlamento delegittimato ha salvato dal carcere  Cosentino, dimostra che non si potrà eliminare la mafia fino a che si continueranno a fare accordi e compromessi con chi a sua volta da sempre fa accordi e compromessi con la mafia.
Anche da questo punto di vista le tue esternazioni sono gravemente sbagliate e controproducenti. E non mi pare possano essere minimizzate.
Oltretutto esse evidenziano, caro Beppe, tutti i limiti delle tue analisi. Se a volte hai colto il bandolo della matassa denunciando determinati aspetti del sistema ti sfugge tuttavia che
1. esistono ragioni profonde di classe dei fenomeni. Anche la mafia in fondo è un fenomeno di classe, che non a caso fece il suo esordio con il massacro dei contadini in lotta il primo maggio di Portella della Ginestra, esattamente sessantacinque anni fa.
2.non tutti i partiti e i politici sono uguali. Alcuni infatti, come Pio La Torre, Piersanti Mattarella e Peppino Impastato, sono stati assassinati dalla mafia perché si opponevano ad essa in nome dei diritti dei cittadini e della democrazia.
3. riappropriarsi dei beni della mafia e sconfiggerla rappresenta oggi un’importante opportunità per il superamento dell’attuale crisi e il consolidamento della democrazia. A tale scopo vanno appoggiate proposte come quella su cui si è trovato ultimamente d’accordo Leoluca Orlando, unica candidatura seria a sindaco di Palermo, di ottimizzare la gestione dei beni sottratti alla mafia. Ma va intensificata anche la lotta contro la crescente presenza della mafia e di organizzazioni analoghe nell’economia, travolgendo ogni complicità con il fenomeno mafioso esistente a livello politico. A tal fine va rilanciato il protagonismo delle popolazioni del Mezzogiorno, vittime sia della mafia che delle attuali oligarchie partitocratiche.
Da un leader alternativo si aspetterebbero proposte del genere, caro Beppe e non battute paradossali sulla mafia. Ma tu probabilmente devi ancora decidere se vuoi diventare effettivamente tale o restare un comico. Basta che ti decidi e che ce lo fai sapere…

Commento di Sergio Ghirardi:

Che la battuta sulla Mafia sia una solenne idiozia, sia filosoficamente che strategicamente, mi pare evidente, oltre i distinguo sul contesto del discorso che i sostenitori di Grillo, pur legittimamente, fanno. Solo, però, chi vede in Grillo un profeta o un diavolo può dare a un'esternazione marginale di un cittadino qualunque e senza ruoli istituzionali l'importanza che i media e i politici corrotti gonfiano a posteriori per calcolo interessato.
Così come il leit motif insensato di ripetere che Grillo è come Berlusconi è un insulto all'unicità perversa del sultano di Arcore e ai suoi rapporti con il business mafioso; ma è pur vero che a soffiare sul fuoco di questa leggenda metropolitana sono i roditori volontari di una sinistra burocratica in decomposizione che non ha mai smesso di fare la morale all'elettorato potenziale mentre s'intrufolava sempre più nel potere politico finanziarizzato diventato planetario dopo la caduta del muro di Berlino.
Resta il fatto che si sta facendo di Grillo un Giordano Bruno in cui il comico potrebbe diventare tragico. L'Italia vaticanizzata ha un bisogno sfrenato di Golgota e capri espiatori sempre nuovi.
Comico e tragico è un paese che si succhia in silenzio per ventanni gli orrori fascisti prima di sputare sul cadavere di Mussolini; che si divide tra chiesa cattolica e chiesa stalinista facendo per mezzo secolo di due buffoni (Camillo e Peppone) il simbolo romantico di una dialettica politica da schiavi. Per finire poi nella caricatura preventiva di svariati Cetto La qualunque, figli adottivi della Brianza, uno dal pisello elettrico attira escort, l'altro col cilicio da penitente in barca tra una comunione in dollari e una liberazione dal peccato, un altro ancora che l'averlo sempre duro gli va al cervello. Tutti questi potrebbero tranquillamente rivendicare i diritti d'autore ad Albanese per plagio.
Da secoli, c'è del marcio in Danimarca e additare Grillo è un'italianata da strapazzo. Lo dico con l'affetto di chi si sente intrinsecamente italiano per molti aspetti quanto straniero per voluttà internazionalista: come rinunciare alla cucina, agli affetti, alla musica, alla creatività e alla sensibilità che hanno accompagnato la storia di un paese disgraziato, culla di eterno cinismo e vampirizzato per secoli da predatori e parassiti?
Dovunque e comunque una sola regola: nessun dialogo con gli appestati, nessuna comunicazione con gli imbecilli in buona o malafede.

venerdì 27 aprile 2012

Lavoratori di tutto il mondo .... RIPOSATEVI!!!



Kamasutra-Posizione Il riposo del guerriero 


NON LAVORATE MAI!

Il Primo maggio è nato ufficialmente il 20 luglio 1889 a Parigi come una giornata di collera e di lotta risoluta dei proletari contro lo sfruttamento capitalistico e il lavoro salariato, in nome della rivoluzione sociale e in vista dell’autogestione generalizzata della vita quotidiana*.
Questa giornata di lotta è stata recuperata e svuotata della sua sostanza contestatrice tanto dai reazionari che dai progressisti. Dai bolscevichi, certamente, che l’hanno strumentalizzata politicamente facendone una giornata non lavorativa dal 1920, appena l’anno prima di massacrare i libertari a Cronstadt e in Ucraina. Poi dai nazisti: Goebbels, infatti, nel 1933, ne ha fatto il “giorno nazionale del lavoro” festivo e pagato.
In Italia, durante il fascismo, la celebrazione del 1° maggio è proibita. La “festa del lavoro” viene spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma mentre il 1° maggio mantiene una connotazione quanto mai sovversiva, divenendo occasione per esprimere in forme diverse - dal garofano rosso all'occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria - l'opposizione al regime.
Nel 1941, il collaborazionista Philippe Petain decreta a sua volta in Francia il Primo Maggio (all’epoca era S. Filippo) “Festa del lavoro e della concordia sociale”, sostituendo con l’aiuto di René Belin, dirigente CGT diventato Segretario di Stato al Lavoro, la rosa canina rossa dei rivoluzionari con il ciuffo di mughetto.
In tal modo la lotta del proletariato contro la schiavitù salariale è stata trasformata in festa del lavoro!



* La scelta della data del primo maggio è legata allo sciopero pacifico di Chicago negli stabilimenti della Mc Cormick  per la riduzione a otto ore della giornata lavorativa (1886)  conclusosi con l’impiccagione di quattro operai (1887).


Con invito a stamparlo e diffonderlo al maggior numero di individui innamorati della libertà.
Sergio Ghirardi



giovedì 26 aprile 2012

LE TRAPPOLE del 25 Aprile e del 1° maggio


 Il nostro 25 aprile di Paolo Flores d'Arcais | 25 aprile 2012

L’antifascismo non è un optional. La convivenza civile si basa sulle leggi, le leggi sulla Costituzione, la Costituzione solo su un fatto storico che la legittima e che regge dunque l’intero ordinamento. Per l’Italia democratica questo fatto si chiama Resistenza antifascista. Se viene meno il riconoscimento della Resistenza crolla l’intero castello di legittimità. Per questo il 25 aprile è festa nazionale: perché l’identità dell’Italia democratica, della nostra Patria, ha il suo ultimo fondamento nella vittoria della Resistenza antifascista, nella frase “Aldo dice 26×1”, con cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia dà l’ordine dell’insurrezione generale e i partigiani liberano le grandi città del nord da nazisti e fascisti prima dell’arrivo delle truppe alleate.
Patriottismo costituzionale e antifascismo fanno dunque tutt’uno. I funzionari pubblici che giurano sulla Costituzione compiono spergiuro ogni volta che non sono coerenti con i valori della Resistenza. E anche il semplice a-fascismo segnala drastica indigenza di patriottismo. Chi non è antifascista non è un autentico italiano. Chi poi è anti-antifascista è semplicemente un nemico della Patria.
Oggi purtroppo l’antifascismo è in minoranza, maggioritaria è la morta gora dell’indifferenza. I giovani nulla sanno dell’epopea della Resistenza a cui devono la libertà di cui godono. Colpa delle generazioni che avrebbero dovuto educarli, di un establishment che ha seppellito l’antifascismo nella retorica di celebrazioni bolse ed ipocrite, o peggio.
I governi democristiani, da perfetti sepolcri imbiancati, commemoravano il 25 aprile mentre trescavano con ogni risma di neofascisti e rottami repubblichini. Il regime berlusconiano ha voluto azzerare ogni memoria antifascista, portando “risma e rottami” al governo, in un progetto coerente di sovversione della Costituzione. La nostra convivenza civile poggia oggi sul vuoto. Ricostruire quel supremo “bene comune” che è l’identità della Patria repubblicana è perciò un compito morale, culturale e politico prioritario e di lunga lena. Che deve bandire la retorica, restituire ai giovani l’epos di rivolta che è stata la Resistenza e sopratutto la sua attualità in ogni lotta odierna per “giustizia e libertà”.

Commento di Sergio Ghirardi :

Ho difficolta a posizionarmi di fronte a questo articolo di cui condivido lo spirito ma non l'antiretorica.
Mio padre fu di Giustizia e libertà. Alla sua morte  abbiamo ritrovato il suo fazzoletto tricolore e un tesserino probabilmente postbellico di appartenenza, una specie di carta d'identità resistenziale. Era stata la sua giovinezza e la sua fierezza di cui non ha mai fatto commercio. Sono dunque stato nutrito fin dalla culla dalle canzoni della resistenza che il mio vecchio usava come ninne nanne. Fischia il vento, e la versione ligure e partigiana di una famosa canzone alpina che faceva...Sui monti di Valtrebbia c'è il partigiano che marcia alla riscossa col suo Bisagno... Compagno di banco di Walter Fillack al liceo prima che questi ne fosse espulso e di Giacomo Buranello all'università, per fortuna non è finito come loro se no non sarei qui.
Preciso questo background a cui resto affettivamente legato, per non essere frainteso nella mia reticenza di fronte a ogni sacralizzazione foriera di servitù volontaria e di nuovi signori dominanti.
Per chi come me si rivendica cittadino del mondo, parlare di patria antifascista non può confondersi con uno Stato, semmai con una nazione senza frontiere.
Il maggio sessantotto, questa resistenza finalmente gioiosa in nome della vita e del rifiuto del lavoro salariato non aveva un'anima nazionale e questa è stata la forza che rende ancor oggi quegli avvenimenti una realtà storica che la società dominante non riesce a integrare e continua a falsare, recuperare, esorcizzare nella speranza di farli dimenticare e dimenticare soprattutto l'esigenza di un'insurrezione gioiosa della specie in nome della felicità. Neppure questo è un optional e i suoi fragili segni risorgenti sono la sola nota lieta di questo macabro presente.
Sono ancora colpito, quarant'anni dopo il "joli mai", dall'orgia di interpretazioni ideologiche, false e riduttive, portate sia da chi se n'è appropriato che da chi lo osteggia ancora. I servitori volontari più volgari ne parlano ormai come qualcosa di sepolto nel cimitero della storia perché temono ancora, senza saperlo chiaramente, l'essenziale di quello spettro che rode in Europa e nel mondo e che resterà vivo e testardo finché non tramonterà la volonta di vivere degli esseri umani.
Il maggio è stato, per un momento, la continuità pratica e il superamento teorico della resistenza del periodo bellico, ma la società dello spettacolo è riuscita a ridurlo a tutto e al contrario di tutto nelle teste di lavoratori e intellettuali ridotti a risalire sempre alla vecchia resistenza per ritrovare una parvenza di valori sostenibili.
Il maggio ha desacralizzato la sua propria resistenza al capitalismo proponendo di seppellire il vecchio mondo con una risata mentre l'anti retorica che riporta ogni resistenza alla resistenza contro il fascismo arcaico permette al fascismo caratteriale di rinnovarsi costantemente e impunemente.
Le Santanché, i Sallusti e gli Alemanno, insieme ai resti di squadristi mediatici e non che bazzicano ancora tra la politica e la vita quotidiana (hooligans, militanti neri, razzisti, integralisti, picchiatori e nazisti vari) sono solo mostruosi - e puntualmente pericolosi - specchietti per le allodole che il fascismo in profondo divenire ha usato e usa per banalizzarsi e infiltrarsi nelle istituzioni antifasciste. Se Tambroni fu un tentativo prematuro, la Lega, grazie alla mafiosità dilagante nelle istituzioni,  ne è stato un esempio concreto di franco successo che oggi, in maniera meno paesana e dunque più pericolosa, riprende Marine Le Pen. La quale ha commentato il suo trionfo elettorale evocando perversamente sulle sue barricate elettorali quelle del maggio francese. La Giovanna d’Arco dei talk show ha così poco innocentemente concluso: “Ce n’est qu’un début, continuons le combat”.
Nessun fascista ormai si rivendica di un passato invendibile e pochi ammettono di esserlo, tra negazionismo e pellegrinaggi in Israele. Il fenomeno francese di Marine Le Pen che ha femministizzato la barbarie del padre trovando consenso e accettazione, pur se ancora misti a sinistra di un disgusto di facciata, indica la via che la banalità del male prende nello spettacolo per sembrare ancora più banale e portare i germi di un male sempre più profondo perché greffato nel comportamento quotidiano degli individui.
Il fascismo avanza ormai drappeggiato nei valori democratici perché la democrazia non esiste. I vecchi dittatori hanno lasciato il posto a beceri burocrati, magari in gonnella per non lasciare fuori dalle adunate oceaniche di consumatori frustrati e impoveriti l'altra metà del cielo.
Nessuna costituzione potrà difendere una volontà di vivere svenduta in saldo sul mercato del lavoro che non c'è più.
Dovunque, contro il fascismo che sale ci vuole una " costituzione " davvero nuova che osi avere come primo articolo: L’Italia (la Francia, la Grecia o il Perù...ecc.) è una nazione fondata sulla solidarietà e quindi (finché esiste il denaro) su un salario di esistenza cui ogni cittadino ha diritto indipendentemente dal lavoro che può svolgere in più se lo vuole.
La costituzione italiana invece è all'immagine del presidente che ne è il garante: vecchia, incartapecorita, statalista e insufficiente a garantire dei valori che il nemico totalitario ha ormai aggirato.
Si può resistere sui simboli, come l'articolo 18, ma il vero problema è che il capitalismo ha fatto prima e al contrario quello che avremmo voluto e dovuto fare noi al dritto.

Invece di smettere di lavorare per inventare un altro mondo possibile, ci siamo così ritrovati a subire il ricatto di un lavoro assente e totalmente manipolabile dai proprietari dei mezzi di produzione; un lavoro che il capitalismo ha eliminato delocalizzandolo. Questa combine ormai planetaria ha il grande pregio di far durare il vecchio mondo impossibile da vivere per quegli esseri umani che il capitalismo amerebbe abolire ma di cui ha bisogno.
Certo, oggi c'è poco da ridere, con la CRISI come progetto strutturale del capitalismo finanziario e bancario, una politica ridotta a corrutela, il fascismo banalizzato come un male folclorico, Petain che riappare in Sarkozy e le sinistre che nascondono dietro le ultime bandiere rosse sbiadite e sgualcite, il loro becero liberalismo d'accatto o un irreale bolscevismo da zombi.
Quando l'antifascismo si riduce a fondamento di una sacralità, si rischia di dar ragione alla provocazione di Bordiga - “l’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo” -, ponendo un limite al processo di emancipazione sociale di cui l'antifascismo è stato una piccola pur se importante parte.
Ritornare ora all'antifascismo per difendersi dal putridume mafioso dei repubblichini che riempiono da destra a sinistra il parlamento italiano è un riflesso comprensibile ma pericolosamente regressivo.
La storia non sopporta le regressioni e rischia di essere una nuova forma di fascismo banalizzato e integrato a ricordarcelo e a obbligarci a un'ennesima resistenza tardiva e insufficiente.

mercoledì 25 aprile 2012

Douce France, Italia ed ex voto


Persino il povero marito di Simone De Beauvoir lo diceva: "elections piége à cons", che tradotto vuol dire più o meno: elezioni trappola per coglioni.
Subito i giornalai con microfono di tutte le televisioni e i politici di ogni parrocchia, svolazzando come avvoltoi tra gli innumerevoli talk show dello "Speciale elezioni presidenziali", sono partiti ieri sera, nella sempre meno douce France, con una prima menzogna spettacolare, magnificando l'alta partecipazione al voto.
Da due settimane sparavano il loro timore che le schede bianche potessero arrivare oltre il 30%. Così, quando si sono fermate a 19% si è messo in scena un plebiscito in favore della democrazia spettacolare. In realtà non c'è stato, rispetto alle altre elezioni presidenziali della quinta repubblica.
Dal '65 in poi, solo due volte i francesi hanno votato meno di ieri al primo turno: nel 2002, anno di un primo inatteso affronto dell'orco Le Pen alla democrazia spettacolare, e nel 1969, cioè subito dopo la prima rivolta contro il consumismo e il primo sciopero generale contro il capitalismo produttivista nel favoleggiato maggio '68 e dintorni.
La volta scorsa (2007) l'astensione fu di circa 16% contro il 19 % abbondante di ieri. Senza contare l'alto numero di non iscritti che non sono neppure conteggiati, i francesi che hanno ieri rifiutato il voto di scambio (io, cittadino sovrano voto e poi tu eletto fai quel che ti pare per cinque anni, questa è la cosiddetta democrazia rappresentativa) sono circa nove milioni.
Ora sbranatevi pure ideologicamente, in Francia o in Italia, per decidere chi sono i bravi (nel senso del Manzoni) e i cattivi (nel senso dei milanisti per gli interisti e viceversa).
Intanto il nodo storico della democrazia reale, diretta e autogestita, si stringe come un cappio intorno agli esili resti di una democrazia parlamentare corrotta al servizio dell'economia politica impazzita.
La Francia vive questa contraddizione all'interno della sua storia specifica. A differenza dell'Italia, i francesi e i parigini in particolare, hanno spesso saputo rivoltarsi. Sono intervenuti per cambiare i dati concreti del loro vissuto: 1789, 1871, 1968.
Laddove la Germania ha portato il pensiero moderno (la sinistra hegeliana, per una volta che il termine sinistra non si decompone in una sinistra ideologia recuperatrice), la Francia ha incarnato l'azione politica moderna.
Il proletariato si è mostrato capace di combattere i suoi persecutori e proporre un cambio di civiltà che oggi è la sola alternativa al lento scivolare dentro la barbarie. Quante sconfitte vittoriose prima di cominciare a capire che si tratta di rifiutare tanto il ruolo di guerrieri che di martiri.
Non basterà comunque continuare a definirla democratica perché la barbarie non completi la catastrofe che avanza.
Nel contesto attuale, il voto è una rappresentazione di sovranità di un popolo che non decide nulla di concreto sulla sua vita reale. Quando, come nel 2005 un referendum permette eccezionalmente e per errore (credevano a torto che l'Europa passasse come una lettera alla posta) una scelta chiara, il popolo francese si alza a dire no mentre i suoi politici democraticamente eletti, bien sur, decidono per lui che aveva detto sì.
Certo in Italia basta il sì del papa di turno, che si chiami Prodi, Berlusconi o Monti. Gli italiani non si sono mai rivoltati come popolo e persino la resistenza è stata un fenomeno molto minoritario, e proprio per questo ancor più rispettabile.
Gli sniffatori dell’aria fritta altrui sono sempre pronti a saltare dalla padella nella brace, diffidando, prima, come paranoici, di chiunque denunci il discorso del potere, ma praticando, poi, lo sport in cui gli italiani sono sempre stati olimpionici: saltare eroicamente sul carro del vincitore di turno. Come spiegare altrimenti i vari cicli, un ventennio dopo l’altro, che costellano vergognosamente la storia contemporanea d'Italia?
La Francia non è un paradiso e l'esigenza capitalistica di impoverimento generalizzato è all'opera anche qui. Solo che il livello di conquiste sociali da azzerare è incommensurabilmente più alto di quello italiano. Cinque anni di Sarkozy hanno già fatto un buon lavoro di demolizione, ma grazie alla famosa crisi (cioè il normale funzionamento di uno sfruttamento capitalistico ormai parossistico) chiunque lo sostituisca in un'ottica capitalistica di destra o di sinistra, sarà "obbligato” a fare ancora meglio. Grecia docet.
Fuori dallo spettacolo elettorale, però, un vasto cantiere di intelligenze e di concrete disponibilità alla sperimentazione è all'opera: critica della società produttivistica, creazione di monete locali non capitalizzabili, dotazione di una remunerazione a vita per tutti, limite massimo di salario, ritorno dell'ipotesi secessionista anti statale della Comune, obiezione di gruppo all'ideologia della crescita, movimenti di occupazione che riprendono il movimento delle occupazioni del 1968, quando l'ipotesi delicatamente rivoluzionaria dell'autogestione generalizzata della vita quotidiana è stata scandalosamente e poeticamente formulata.
Tutti gli asini da soma che chiedono di aumentare i ritmi e vedono nel lavoro, nel lavoro, nel lavoro la soluzione, sono accecati dalla propaganda, ma dopo l'orgia di sacralizzazione dello sfruttamento e dell’alienazione del trentennio neoliberale (lavorare di più per guadagnare di più), "Ne travaillez jamais!" è tornato come un refrain condiviso a far sorridere tutti quelli che non hanno mai smesso di prendere i loro desideri per la realtà.
Aria fritta, aria fritta, urla chi rincorre la carota, ma fuori dalla padella e senza la brace dell'alienazione, un mondo nuovo è possibile e non solo in Francia, persino in Italia.
In Francia come in Italia, o si cambia sistema o in tempi assai brevi una qualche forma di fascismo (un francese su cinque è culturalmente fascista, cioé un po' meno che in Italia) arriverà come una tempesta prevedibile dopo l'ineluttabile fallimento di sinistre domestiche adette a servire il capitale finanziario.
Il capitalismo etico è una frottola, come le elezioni, in una società in cui una maggioranza addomesticata e addormentata dai media è comunque succube del volere dei suoi padroni.
Intanto, l’altroieri, Marine Le Pen, che senza dubbio è fascista ma pure opportunista, ha concluso il suo odioso trionfo scimiottando il ‘68 con la famosa chiusa: “Ce n'est qu'un début, continuons le combat”. Roba da incubo. Meno male che è solo uno spettacolo!

Sergio Ghirardi