giovedì 23 maggio 2013

tanto pe parlà, perché me sento un friccico ner core...





A Montpellier il 28 maggio Les Amis du Monde diplomatic parlano con Sergio Ghirardi della situazione attuale anche Italiana e del ruolo di Beppe Grillo nella democrazia del futuro.
Io immagino che si parlerà di una Comune D’Europa autenticamente fondata sulla libera scelta dai suoi abitanti, che possano finalmente ottenere in cambio del grande sforzo di comprensione reciproca, l’immensa soddisfazione di fondare una vera Comunità politica. Attendiamo un reportage… vai Sergio e porta anche il mio desiderio di liberazione con te







MONTPELLIER - 28 MAI 2013

Beppe Grillo, un avenir pour la démocratie ou un avatar sans lendemain ?


Le mardi 28 mai au Salon du Belvédère à 20 heures : « Beppe Grillo, un avenir pour la démocratie ou un avatar sans lendemain ? », avec Sergio Ghirardi.
Daniel Berneron | 04 67 96 10 97 - amisdiplo34@laposte.net





ecco il link al video della conferenza
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ZYR2l5QCj6o#at=179

mercoledì 22 maggio 2013

Né guerrieri né martiri



 

Polizia, il sondaggio del sindacato: “No Tav? Atti di terrorismo, serve l’esercito”

Al quesito dell'Ugl hanno votato soltanto 51 persone. La stragrande maggioranza chiede l'intervento delle forze armate per fermare le proteste, mentre la seconda risposta più scelta sostiene che le manifestazioni sono "giustificate perché la gente difende la propria terra"

 

Di redazione Il Fatto Quotidiano del 20 maggio 2013

 

Commento di Sergio Ghirardi:

Cioè, le giacche azzurre autorizzate all'uso della violenza legale dello Stato considerano ogni resistenza degli indigeni un crimine. Niente di nuovo mi pare: pensate a Spartaco, a Sitting Bull, a Geronimo. Poi domandate agli austriaci delle cinque giornate milanesi nel 1848, ai versagliesi nel 1871, agli occupanti della Polonia nel 1939. Come voterebbero?

Mi par già di sentire: errore, adesso siamo in democrazia e la dittatura della maggioranza (tutta da verificare, del resto) giustifica la severità paterna e saggia  di destre sempre sinistre e sinistre sempre più maldestre. Business is business.

METODO E DISCORSO IDEOLOGICO



 

Medicina: sì alla scienza, no allo scientismo

 “Scientismo”, “scientisti”… parole che nel mio ultimo post, ad alcuni sono suonate sgradevoli. Forse è quel suffisso “ismo” che suona male. Ha un sapore un po dispregiativo che evoca cose come nazismo, economicismo, meccanicismo, marxismo, ma che nella nostra lingua è semplicemente la derivazione di una categoria da nomi comuni (alcolismo, turismo, metabolismo, strabismo, ottimismo, automobilismo ecc). Se andate su Google e digitate la parola “scientismo” troverete delle buone spiegazioni e persino un mio articolo “Da di Bella al caso Stamina. Tra umanità e scientismo”.
Lo “scientista” è uno che ha un certo atteggiamento dogmatico nei confronti della scienza considerata come unica forma valida di sapere e quindi superiore a qualsiasi altra forma di conoscenza. Per lo scientista il sapere scientifico è ad un solo tipo di razionalità, in generale quella positivista della fine dell’800, quindi per lui la scienza finisce per essere sostanzialmente una “definizione chiusa che in medicina purtroppo non funziona e crea un mucchio di problemi. Meglio quindi le definizioni aperte nelle quali le razionalità si confrontano con altre razionalità, le conoscenze sono molteplici e i modi di conoscere diversi. In medicina, a parte il caso Stamina, normalmente è d’obbligo tanto la razionalità che la ragionevolezza, cioè una visione non rigida della scienza che sappia oltre che applicare ovviamente conoscenze scientifiche anche dialogare con le situazioni, le contingenze, le complessità, le specificità di un malato. In medicina il valore della scienza non è in discussione del resto come si potrebbe? La scienza in medicina se usata in modo dogmatico ha nefasti effetti collaterali. Per cui non è in discussione il suo valore ma il modo di usarla. I malati sono più complessi degli elettroni.
Il medico non è mai solo scienziato, è anche un filosofo, un pragmatista, un tecnico, un eticista, un ermeneuta, cioè è uno che se la deve vedere con una complessità scientifica e non solo che nonostante tutto resta poco riducibile. Un medico non può essere né scientista e né relativista (colui che nega i valori assoluti delle verità oggettive), deve stare in equilibrio, quindi stemperare l’assolutismo delle oggettività senza cadere nelle trappole del relativismo velleitario che nega nelle sue forme estreme alle oggettività i valori delle evidenze. In un malato le oggettività e le soggettività della malattia non sono separabili. Ma fare questo non è facile. Gli errori, gli abbagli, gli equivoci sono costantemente in agguato. La medicina nella sua storia ha sempre cercato solide verità scientifiche, di essere il più possibile una scienza il più possibilmente esatta, e a volte ha rischiato di cadere in tentazioni scientistiche. Anzi la sua storia spesso è storia di scientismi.
Un esempio è la “evidence based medicine“ (ebm) oggi molto criticata ma fino a ieri considerata una verità indiscutibile. Essa ambisce a dedurre la decisione clinica dal valore apodittico dell’evidenza statistico-epidemiologica quale prova di scientificità. Purtroppo le malattie delle persone non sono facilmente riducibili a statistica, ogni malattia è un caso a sé. Questo non vuol dire che non esistono evidenze scientifiche e meno che mai che l’ebm sia inutile, tutt’altro, ma solo che bisogna fare molta attenzione nel loro uso quindi non essere scientisti. Oggi i clinici avanzano critiche interessanti ad un certo proceduralismo cioè ad un modo predefinito di conoscere la malattia “basato” proprio su evidenze statistiche e riabilitano i criteri osservazionali-empirico-fattuali, le intuizioni, le sensibilità, il buon senso, l’esperienza, l’opinione del malato.
I clinici oggi parlano di “malato complesso” per dire che nei suoi confronti non si può essere scientisti ma abili e saggi ragionatori. Nel ’99 con il caso Di Bella l’oncologia perse una grande occasione di dialogo sociale, proprio perché si arroccò nel suo scientismo, non riuscendo a sintonizzarsi né con la disperazione umana né con i nuovi significati culturali di cura. Certamente i principi attivi impiegati in quel trattamento risultarono inefficaci alla sperimentazione, ma come hanno dimostrato, tante innegabili testimonianze, il modo di curare di quel trattamento, la personalizzazione delle terapie, la conoscenza minuziosa del malato, il suo coinvolgimento, la filosofia terapeutica di fondo, avrebbero meritato più scienza e meno scientismo e quindi più attenzione da parte degli oncologi. Cosa impediva all’oncologia di trasferire quel patrimonio di esperienza alle cure oncologiche a comprovata efficacia terapeutica? Una terapia non è fatta solo da sostanze o da cellule ma anche da modi di curare.
Oggi la cura è molto di più della terapia, oggi il rimedio è molto di più di un farmaco. Oggi è importante al pari della terapia la relazione terapeutica. Quindi ribadisco il mio sì convinto alla scienza e un no altrettanto convinto allo scientismo.

Commento di Sergio Ghirardi:

Quando si affronta anche soltanto sul piano filosofico un tema cruciale sarebbe auspicabile un grande rigore. Gli ismi, infatti, sono di due tipi quelli materiali che esprimono un insieme di dati coerenti per definire una condizione (alcolismo, metabolismo ecc.) oppure concettuali (meccanicismo, scientismo, economicismo) ed esprimono un'ideologia, cioè una teoria giustificativa di un insieme di valori interessati o interessanti. Per questo Marx antiideologo per eccellenza (ma che ha prodotto un enorme materiale poi usato ideologicamente soprattutto da altri) diceva seriamente di non essere marxista.
Lo scientismo è l'ideologia della scienza diventata oggi la religione del produttivismo. Di qui si dovrebbe partire e non arrivare. Il metodo scientifico è oggi il primo nemico dello scientismo, perchè reintroduce la laicità del dubbio, mentre per tutti gli ignoranti difensori dell'esistente la paccotiglia scientista serve a giustificare tutti gli orrori, dal nuclearismo al parlamentarismo che ci sta riportando al fascismo, ismo, ismo, ismo.

giovedì 16 maggio 2013

Bangladesh: l’orrore del capitalismo reale



Dacca alla veglia di preghiera di rito islamico in ricordo delle vittime del 24 aprile 2013


Dicesi capitalismo il sistema economico nel quale la produzione è finalizzata al profitto di chi ha capitale da investire e non al benessere della società nel suo complesso. Tale sistema è contrassegnato da una profonda iniquità e da una profonda irrazionalità. Iniquità perché determina le condizioni per lo sfruttamento e la miseria crescente della maggioranza della società. Irrazionalità perché rende impossibile ogni gestione e programmazione dell’economia in conformità ai bisogni reali delle persone.
Nell’attuale situazione di globalizzazione, derivante dall’abbattimento delle frontiere per le merci e soprattutto per i capitali, non già per le persone, il capitalismo assume varie caratteristiche ulteriori, se possibile ancora più dannose di quelle classiche. Mi limiterò in questa sede a citarne due. La prima, che ho avuto più volte occasione di citare su questo blog, è la prevalenza della finanza che si ritorce anche contro la stessa produzione reale, provocando crisi senza uscita apparente come quella che stiamo vivendo. La seconda è la sua estensione su scala planetaria, che sfrutta per penetrare i posti nei quali è più facile lo sfruttamento della forza lavoro e la devastazione dell’ambiente. Questa seconda caratteristica viene utilizzata per disinvestire in patria, provocando disoccupazione e spostarsi su mercati del lavoro più favorevoli.
Nessuno osi dire che la presenza delle multinazionali in Paesi come il Bangladesh costituisce un’opportunità per le popolazioni che ci vivono. La realtà è che vengono stravolte le tradizionali economie di sussistenza, si demolisce preventivamente ogni possibile ruolo dei sistemi pubblici e si creano quindi le condizioni per il reclutamento di manodopera che vede come unica possibilità di sopravvivenza lo sfruttamento selvaggio in luoghi come quelli dove pochi giorni fa sono morte sotto le macerie circa mille fra operaie e operai.
Situazioni che, tendenzialmente, si vorrebbero introdurre anche in Paesi come il nostro, dove del resto continuano a intensificarsi gli incidenti sul lavoro, cui si accompagnano sempre più spesso suicidi di disoccupati e altri fenomeni di disperazione, dei quali fanno le spese ignari passanti o appartenenti alle forze dell’ordine.
La classe politica che fa finta di governarci è ovviamente del tutto sorda e cieca di fronte a fenomeni di questo genere. Innanzitutto perché, nella sua gran parte, è stata acquistata da tempo un tanto al chilo dai padroni del vapore o ne fa parte direttamente. In parte perché priva di cultura e consapevolezza storica.
Qualcuno spieghi a Pd e grillini che esiste la lotta di classe. Solo che, almeno in Italia e da molti anni a questa parte la fanno solo i padroni. Gli altri subiscono e si disperano. E il mondo va a rotoli. Obiettivo Bangla Desh?
*                  *               *
Commento di Sergio Ghirardi, nella sua versione originale non sottomessa ai limiti di spazio:

Non mi illudo: ognuno resterà abbarbicato ai propri resti ideologici per giustificare la propria miseria. Qualunque ideologia serve a giustificare una realtà imbarazzante: autoritaria o liberale, ce n'è una pronta per ogni realtà imbarazzante, da destra a sinistra, nessuno escluso.
Il capitalismo però non è un'ideologia. È un modo di produzione iperrealistico da secoli e la definizione di Marcelli si può pure discutere quando, per riflesso da intellettuale organico, si lascia andare a strali antimovimentisti, ma è semplicemente vera nell’analisi strutturale.
Poi, naturalmente, i cagnolini domestici di destra e di sinistra (che ormai la sinistra è essenzialmente produttivistica, dunque capitalistica) tirano fuori il bignami del perfetto servitore volontario. I primi per difendere il Mercato e le sue malefatte dal diavolo comunista identificandolo volgarmente con il mostruoso capitalismo di Stato pseudosovietico: liberale è bello!
I secondi, più rari e ancora intenti a scavare resti d’ideologia sotto le macerie del muro di Berlino, lanciano un’ultima romantica e disperata boa di salvataggio all’ideologia di sinistra che del Bangla Desh se ne fotte quanto se n’è fottuta dei marinai di Cronstadt!
Basta! I destini del mondo chiedono un po' d'intelligenza sensibile. Ma non lo vedete che state crepando tutti come topi produttivistici addomesticati?
Commento all’articolo di Marcelli da parte di Emil:
Geniale.
Ci può spiegare quale sistema economico non ha una componente importante nell'interesse privato?
Ci può spiegare con cosa vuole sostituire il capitalismo che, chiaramente, non la soddisfa?
Ci può spiegare come avremo, esempio banale, se pizzerie e i bar di oggi senza persone che le aprono per fare profitto (perchè si, la pizzeria dove mangia è aperta per profitto, non per far il bene del popolo proletario)? Tra le altre cose ci può spiegare perchè, se la globalizzazione crea miseria (immagino soprattutto nei paesi poveri), la % di persone al mondo che vive sotto la soglia di povertà diminuita dal 1970 a oggi è diminuita? o del perchè nei paesi in via di sviluppo si registrano aumenti a 2 cifre delle vendite di telefoni, tv, carne, auto e simili?
Risposta di Sergio Ghirardi:
Perché chiedere tutte queste spiegazioni a un uomo solo? Ci sono quasi due secoli di teoria del proletariato che spiegano esaurientemente la critica dell'economia politica. Non è la teoria che manca ma i soggetti che la pratichino. Per chi rimastica gli orrori dell'ideologia comunista come alibi al suo gretto egoismo masochista un richiamo utile: la teoria rivoluzionaria è nemica di ogni ideologia rivoluzionaria e sa di esserlo.
Emil ha ulteriormente risposto:
Non ho messo volontariamente la parola "comunismo" proprio per evitare post come il suo. Le "tutte queste spiegazioni" sono cose veramente banali che chiedo alla persona che ha scritto l'articolo. Ma certo....se c'è la teoria del proletariato allora c'è la possibilità di dir idiozie a raffica...
…Per poi aggiungere in riferimento al mio primo commento:
Condivido.
Non è quindi forse ora di aprire gli occhi e la mente, signor Sergio?

Ultima considerazione di Sergio Ghirardi:

Dunque tu sei talmente gonfio d'orgoglio immotivato da pensare che io abbia aspettato le tue giaculatorie liberaloidi per farlo? La teoria del proletariato è una teoria critica e come tutti gli schiavi sorridenti tu non ne sai che i pettegolezzi. Conosci solo angeli o diavoli e morirai in ginocchio come hai vissuto.