lunedì 15 luglio 2013

Gli ultimi scimpanzè sopravvissuti arricciano ancora il naso alla vista di un essere umano....









Dal diario di N. S. Rubasciov(*):

.....Con quale diritto, noi che ce ne stiamo andando, guardiamo dall'alto con tanta superiorità i vari Gletkin? Debbono esservi state delle grandi risate fra gli scimmioni quando il primo uomo di Neanderthal fece la sua comparsa sulla Terra. 
Gli scimmioni profondamente inciviliti si dondolavano graziosamente da un ramo all'altro; l'uomo di Neanderthal era rozzo, inchiodato alla terra. 
Gli scimmioni, sazi e sereni, vivevano tra giuochi raffinati o filosofiche meditazioni; l'uomo di Neanderthal arrancava tetro pel mondo, roteando mazze. 
Gli scimmioni lo guardavano divertiti dalla cima degli alberi e gli tiravano delle noci. 
Talvolta, li coglieva una specie d'orrore: essi si cibavano di frutti e di teneri virgulti con delicata finezza; l'uomo di Neanderthal divorava carne cruda, sgozzava animali vari e i suoi stessi simili. Abbatteva alberi che s'erano levati sempre verso il cielo, rimuoveva grandi rocce da luoghi ove sembravano aver messo radici, infrangeva ogni legge e ogni tradizione della giungla. 
Era rozzo, crudele, senza dignità animale: dal punto di vista dei raffinatissimi scimmioni, un prodotto barbarico della Storia. 
Gli ultimi scimpanzè sopravvissuti arricciano ancora il naso alla vista di un essere umano....

(*) 

Buio a mezzogiorno, un vero capolavoro di Arthur Koestler, nel quale si descrivono gli interrogatori che Rubasciov (ex commissario del popolo accusato dal regime) subisce da parte del funzionario di partito Gletkin.



domenica 14 luglio 2013

A Seattle stanno costruendo la prima foresta commestibile della Nazione




riporto questo articolo perché non voglio si perda, nel mare magnum delle quotidiane distrazioni di massa, una notizia tanto importante.

La nostra salvezza è "sotto i nostri piedi", e la forza che la fa crescere "piove dal cielo" in forma di acqua e luce sopra la nostra testa, quindi siamo distratti da tante cose ma non vediamo l'essenziale e il nostro reale potere per agire nella ricerca della felicità e della felicità pubblica in particolare con l'arma più letale che ci sia contro il capitale che è la gratuità

Quando anche gli umani torneranno ad avere cibo disponibile ovunque, finirà la schiavitù del lavoro obbligatorio e saremo di nuovo liberi

*****

Dimenticatevi i prati. Il nuovo parco della città sarà pieno di piante commestibili, e tutto, dalle pere alle erbe, sarà prelevabile gratuitamente.
La visione di Seattle di un’oasi alimentare urbana sta andando avanti. Un appezzamento di sette acri di terreno nella città di Beacon Hill a sarà piantato con centinaia di diversi tipi commestibili: noci e castagni, cespugli di mirtilli e lamponi, alberi da frutta, tra cui mele e pere; piante esotiche come ananas, agrumi yuzu, guava, cachi, honeyberry e mirtilli rossi, erbe aromatiche, e altro ancora. Tutto sarà a disposizione di chiunque voglia piluccare aggirandosi nella prima foresta alimentare della città.
“Questo è totalmente innovativo, e non è mai stato fatto prima d’ora in un parco pubblico,” racconta a TakePart Margarett Harrison, architetto-capo paesaggista per il progetto Foresta Alimentare Beacon. La Harrison sta lavorando ora sulla costruzione e sui disegni di permessi e si aspetta di iniziare i lavori questa estate.
Il concetto di foresta alimentare spinge certamente più in là i limiti di agricoltura urbana e si fonda sul concetto dipermacultura, il ché significa che sarà perenne e autosufficiente, come una foresta è in natura. Non solo, questa foresta è il primo progetto di permacultura di Seattle su larga scala, ma si crede anche sia il primo del suo genere nella nazione.
“Il concetto significa che consideriamo il suolo, le piante da compagnia, insetti, tutto sarà reciprocamente vantaggioso l’uno per l’altro”, dice la Harrison.
Che il piano sia venuto del tutto alla luce è notevole di per sé. Quello che era iniziato come un progetto di gruppo per un corso di disegno di permacultura è finito come un esempio da manuale di sensibilizzazione della comunità andato bene.
“Gli Amici della Foresta Alimentare hanno intrapreso eroici sforzi di sensibilizzazione per assicurare il sostegno del quartiere. Il team ha inviato oltre 6.000 cartoline in cinque lingue diverse, ha organizzato presentazioni in occasione di eventi e fiere, e pubblicato volantini”, scrive Robert Mellinger per Crosscut.
I suggerimenti del vicinato sono stati così apprezzati dagli organizzatori, hanno anche usato traduttori per aiutare i residenti cinesi ad avere voce in capitolo nella pianificazione.
Quindi, chi potrà raccogliere tutta questa abbondante frutta matura quando sarà il momento?
“Chiunque e tutti”, dice la Harrison. “C’è stata grande discussione su questo. Persone preoccupate, ‘E se qualcuno arriva e si prende tutti i mirtilli?’ Il ché potrebbe benissimo accadere, ma forse qualcuno ha veramente bisogno di quei mirtilli. Noi la vediamo così — se non ci saranno più mirtilli alla fine della stagione, allora significa che abbiamo avuto successo.”
fontetakepart 

qui un' altra storia da non confondersi con una favola: http://lospiritodeltempo.wordpress.com/2012/01/07/la-storia-del-paese-che-coltiva-tutta-la-sua-verdura/

mercoledì 10 luglio 2013

UN TEMA DI DISCUSSIONE PRIORITARIO PER L’AGORA DI UNA DEMOCRAZIA REALE




Propongo qui alla riflessione e alla discussione la prima proposta del MRIE francese, di cui Bernard Bruyat (nella foto) è un appassionato organizzatore/sostenitore.

Sergio Ghirardi

Movimento per una risorsa incondizionata d’esistenza

La risorsa incondizionata d’esistenza (RIE) designa l’attribuzione di una dotazione unica per tutti i contemporanei di tutti i paesi, indipendentemente dallle loro entrate, il loro patrimonio e il loro statuto professionale.
Distribuita dalla nascita alla morte senza condizioni né contropartita, essa permetterebbe a ogni individuo di soddisfare i propri bisogni essenziali lasciandolo libero di condurre la propria vita a piacimento.

La RIE deve permettere a ciascuno di perseguire  delle attività non mercantili e di creare ricchezze non monetizzabili, utili alla ricostituzione del tessuto sociale.
Calcolata a partire dalle ricchezze prodotte dal paese e cumulabile alle altre entrate, la RIE andrebbe a sostituirsi alle altre prestazioni e agevolazioni sociali rimpiazzandole perfettamente (stesso obiettivo) e vantaggiosamente (stesso montante minimo).
La sua cunulabilità con le altre entrate eviterebbe la creazione di sacche di povertà o d’inattività poiché ogni attività remunerata genererebbe un’entrata supplementare per l’individuo.
Per le collettività questo nuovo modo di condivisione delle ricchezze sarebbe facilissimo da gestire e mettere in funzione.
Permetterebbe di accrescere l’uguaglianza tra i contemporanei e in particolare tra donne e uomini.

La RIE s’iscrive in un più largo programma di estensione della gratuità e tradurrebbe infine il riconoscimento dell’utilità sociale di tutte le attività extralavorative (lavoro domestico, assistenza alle persone, ecc.) sulla via di una de-mercantilizzazione della società.

OPDLM  Osservatorio delle pratiche di sviluppo locale e mondiale

MOUVEMENT POUR UN REVENU
INCONDITIONNEL D'EXISTENCE

Le revenu inconditionnel d'existence désigne le versement d'un revenu unique à tous nos contemporains de tous les pays, quels que soient leurs revenus, leur patrimoine, et leur statut professionnel.
Distribué de la naissance à la mort sans condition ni contrepartie, il permettrait à chaque individu de satisfaire ses besoins essentiels et le laisserait libre de mener sa vie comme il l'entend.
Ce revenu inconditionnel d'existence doit permettre à chacun de poursuivre des activités non marchandes et de créer des richesses non monnayables, utiles à la recomposition du tissu social.
Calculé à partir des richesses produites par le pays et cumulable avec les autres revenus, le revenu inconditionnel d'existence viendrait se substituer aux prestations et transferts sociaux qu’il viendrait remplacer parfaitement (même objet) et avantageusement (même montant au minimum).
Son cumul avec les autres revenus permettrait d’éviter la création de trappes à pauvreté ou inactivité puisque toute activité rémunérée génèrerait un revenu supplémentaire pour l'individu.
Pour les collectivités, ce nouveau mode de partage des richesses serait très simple à gérer et mettre en œuvre.
Il permettrait de retrouver plus d’égalité entre contemporains, en particulier entre les femmes et les hommes.
Le revenu inconditionnel d'existence, qui s'inscrit dans un programme plus large d'extension de la gratuité, traduirait enfin la reconnaissance de l'utilité sociale de toutes les activités "hors travail" (travail domestique, service à la personne, etc.), sur la voie d’une dé marchandisation de la société.
OPDLM observatoire des pratiques de développement local et mondial.
 

           opdl@wanadoo.fr       www.opdlm.jimdo.com

Chers camarades du MOC - Lettera ai compagni del MOC (Movimento degli Obiettori di Crescita)


Nei falansteri Fourier sognava dei dibattiti intorno alle preparazioni alimentari


Lettera ai compagni del MOC *
(che potrebbe interessare anche la resistenza in Italia)

* IL MOC è in Francia il Movimento degli Obiettori di Crescita.

Cari compagni del MOC,

Ho appena ricevuto il libro collettivo sull’ANTIPRODUTTIVISMO (L’Antiproductivisme, un defi pour la gauche?, Parangon, Lyon 2013) al quale ho partecipato.
Condividiamo, dunque, con tutta evidenza, dei punti comuni essenziali nella lotta per l’emancipazione. Di questo infatti si tratta e non di riformare la società dominante, ancor meno di continuare nel progresso diventato ormai il progresso dell’orrore.
A questo fine, tuttavia, mi sembrano importanti da rilevare le differenze ben più che le identità. Provo a farlo qui, con l’auspicio di poter approfondire insieme i punti reciprocamente riconosciuti come cruciali.
Io sono un figlio dell’antifascismo. Mio padre - l’ho già raccontato altrove - mi ha cullato con i canti partigiani che furono la colonna sonora della sua giovinezza di antifascista militante (quando in Italia essere antifascisti significava rischiare la pelle e non un punto a favore in un curriculum vitae), poi quella dei miei primi biberon. Ho dunque, da sempre “fischiato con il vento e con la tempesta che faceva marciare i partigiani verso il sole dell’avvenire, nonostante le scarpe rotte”.

Come dunque essere antifascisti senza essere di sinistra? In Italia è stato possibile (e pure in Francia, come ho potuto verificare attraverso dialoghi appassionati e gentilmente conflittuali con il nonno francese di mio figlio, vecchio capo della resistenza gaullista in Normandia) ma non è stato il caso di mio padre e di conseguenza nemmeno il mio.
Fortunatamente, la coscienza radicale del maggio ’68 è arrivata a rendere un po’ più complesso e lungimirante il posizionamento politico dei compagni che hanno corso abbastanza - all’epoca, ma anche in seguito - per lasciare il nemico (burocrati di sinistra e liberali di destra, poi burocrati-liberali sempre più corrotti di ogni bordo) lontano dietro di loro.
Perché “la sinistra” concepita concettualmente dalla rivoluzione borghese del 1789, porta in sé da sempre un’enorme ambiguità di cui Jean-Claude Michéa, nonostante il suo moralismo socialista per me insufficiente e ingannevole, ci dà, nei suoi scritti, un quadro abbastanza chiarificante.
Direi, dunque, come un’autocritica, che l’antifascismo al quale sono sempre affezionato (senza mai dimenticare, però, l’antica frase dialetticamente provocatrice del comunista Bordiga: “L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo”) è tutto quel che mi resta di un’appartenenza che ha dimostrato per un secolo che l’emancipazione meritava di meglio che un’ideologia largamente opportunista: “la sinistra”.
Il mio antifascismo supera le discriminazioni politiche senza dimenticarle, ma anche senza riconoscere loro le differenze radicali di cui si ammantano.
Resto vigilante, tengo in linea di mira tutte le manifestazioni della peste emozionale di cui il fascismo politico è una spazzatura redditizia per il capitalismo. E lo sottolineo soprattutto oggi, quando il rumore degli stivali del militarismo, il razzismo, la xenofobia, la violenza e l’assassinio ideologico al quotidiano tornano alla luce in una società dello spettacolo messa in scena come una mostruosa pacificazione fallita del ghetto produttivistico planetario.

Semmai il capitalismo lo vorrà, la sinistra socialdemocratica rischia di recitare il ruolo di un Chamberlain risuscitato, ma il rischio concreto di una regressione mortifera non fa che accentuare l’urgenza di una radicalità senza ambiguità né estremismi.
Oggi, gli obiettori di crescita sono a un bivio (un po’ come il M5s in Italia, ndt): o essi integrano il cambio di rotta radicale che attende dal ’68 la sua realizzazione storica o regrediscono come l’ennesimo partito zombi verso la gestione della miseria politica legata al parlamentarismo. Tipo ecologisti o rifondatori nostalgici dell’ideologia comunista, per non fare nomi.
Questo nodo gordiano tra servitù volontaria, riformista o estremista che sia, e superamento radicale del capitalismo da parte di una secessione pacifica, è perfettamente chiaro agli strateghi del potere che veicolano, tramite i media, un bizzarro amalgama perverso, mischiando sempre l’aggettivo radicale a ogni sorta di estremismo imbecille.

Così come non può esserci decrescita senza una critica radicale del capitalismo, non può esistere emancipazione senza un’emancipazione dai ritardi, dagli errori e dai tradimenti storici del movimento sociale rivoluzionario da parte delle sue pretese avanguardie.
Mi sono ritrovato, nel libro sull’Antiproduttivismo che s’interroga su una sfida per la sinistra, a poche pagine di distanza da Jean-Luc Mélenchon, figura carismatica del Front de Gauche francese, che ho recentemente inteso parlare del Tibet come un austriaco del XIX secolo avrebbe potuto parlare del Lombardo-veneto.
La modernità cinese piuttosto che l’oscurantismo dei Lama tibetani (oscurantismo storicamente verificabile, in effetti, ma molto antico, poiché oggi la loro religione senza dio sembra molto meno fanatica delle mostruose imposture monoteiste delle nostre contrade) risuona come un alibi equivalente alla giustificazione - figlia di una moda stalinista ante litteram - del diritto coloniale austriaco su Milano e Venezia a causa dell’oscurantismo della chiesa Apostolica e Romana, erede dell’inquisizione.

Se questa è la sinistra, noi dove siamo? Basta dunque non essere di destra? Pongo la questione alla quale la storia non mancherà di rispondere.

Tocca agli obiettori di crescita provare di essere di sinistra o non è piuttosto la gente di sinistra - la sinistra di base, senza potere politico, onesta, umanista e in buona fede - che deve diventare partigiana della decrescita economica liberandosi della sua arteriosclerosi burocratica e produttivistica?
Questo superamento dell’ideologia - giustificazione opportunista dell’esistente sempre stupidamente binaria nelle sue conclusioni pragmatiche - potrebbe arricchire il movimento sociale con la radicalità dimenticata di una coscienza di classe (quella di Marx, Goerter, Pannekoek, Rosa Luxembourg, estranei alla volontà di potenza dei tristi epigoni marxisti-leninisti, bolscevichi che hanno virato al fascismo rosso), ricordando agli obiettori di crescita, in caso di oblio, che il progetto di emancipazione passa per la decrescita, certo, ma non è nemmeno sfiorato dall’idea di ridursi a essa, giacché il suo obiettivo è la felicità e l’abbondanza condivisa, giocando, con intelligenza e sensibilità, tra sobrietà puntuale ed eccessi gioiosi.
Perché - da una filiazione all’altra, ma stavolta per libera scelta - noi vogliamo essere i figli di Fourier e non di uno statalismo rinnovato che nasconda dietro la semplicità volontaria un’ultima forma di servitù autogestita.

Con sincera amicizia,

Sergio Ghirardi



juin192013

Je viens de recevoir le livre collectif sur l’Antiproductivisme auquel j’ai participé.
On partage donc, en toute évidence, des points communs essentiels dans la lutte pour l’émancipation. Car il est question de cela, non pas de reformer la société dominante, encore moins de poursuivre le progrès devenu désormais le progrès de l’horreur.
Dans ce but, toutefois, ce sont les différences au-delà des identités qui me semblent importantes à remarquer. Et je le fais ici, dans l’espoir de pouvoir creuser ensemble les points réciproquement reconnus comme cruciaux.
Je suis un fils de l’antifascisme. Mon père – je l’ai déjà raconté ailleurs – m’a bercé des chants partisans qui furent la musique de sa jeunesse d’antifasciste militant (quand, en Italie, être antifasciste voulait dire risquer sa peau et non pas un bon point dans un curriculum vitae) puis celle de mes premiers biberons. J’ai donc, depuis toujours, « sifflé avec le vent et la tempête qui faisait marcher les résistants vers le soleil de l’avenir, malgré leurs chaussures drôlement abîmés » (Fischia il vento siffle le vent – c’est une autre Bella Ciao,  beaucoup moins connue en France).

Comment être donc antifascistes et ne pas être de gauche ? En Italie, cela fut possible (et en France aussi, comme j’ai bien pu le vérifier par des longs dialogues passionnés et gentiment conflictuels avec le grand père français de mon fils, ancien chef résistant gaulliste en Normandie), mais ce ne fut pas le cas de mon père ni le mien ensuite.
Heureusement, la conscience radicale de mai ‘68 est venue rendre un peu plus complexe et clairvoyant le positionnement politique des camarades qui ont assez couru – à l’époque, mais ensuite aussi – pour laisser l’ennemi (bureaucrates de gauche et libéraux de droite, puis bureaucrates-libéraux de tous bords et de plus en plus corrompus) loin derrière eux.
Car « la gauche », engendrée comme concept par la révolution bourgeoise, porte en soi, depuis toujours, une énorme ambiguïté dont J.-C. Michea, malgré son moralisme socialiste pour moi insuffisant et trompeur, nous donne dans ses œuvres un assez éclairant tableau.
Je dirais donc, en guise d’autocritique, que l’antifascisme auquel je suis toujours attaché (sans jamais oublier, néanmoins, l’ancienne phrase dialectiquement provocatrice du communiste Amadeo Bordiga : « l’antifascisme est le pire produit du fascisme ») est tout ce qui me reste d’une appartenance qui a montré, pendant un siècle, que l’émancipation méritait mieux qu’une idéologie largement  opportuniste : « la gauche ».
Mon antifascisme dépasse les clivages politiques sans les oublier, mais sans leur reconnaître non plus les différences radicales dont ils s’affublent.
Je reste vigilant, je tiens en ligne de mire toutes les manifestations de la peste émotionnelle dont le fascisme politique est une poubelle rentable pour le capitalisme. Je le souligne surtout aujourd’hui, quand les bruits des bottes, le racisme, la xénophobie, la violence et le meurtre idéologique au quotidien reviennent à la surface d’une société du spectacle mise en scène comme une monstrueuse pacification ratée du ghetto productiviste planétaire.
Si le capitalisme le veut, la gauche social-démocrate risque de jouer le rôle d’un Chamberlain d’aujourd’hui, mais le risque concret d’une régression meurtrière ne fait qu’accentuer les urgences d’une radicalité sans ambiguïté ni extrémismes.
Aujourd’hui les décroissants sont à un carrefour : ou ils intègrent le changement de cap radical que depuis ’68 attend sa réalisation historique, ou ils régressent comme l’énième parti zombi dans la gestion de la misère politique liée au parlementarisme. Genre EELV ou PC, déguisé en tenue mimétique en Front de Gauche, pour ne pas les nommer.
Ce noeud gordien entre servitude volontaire (réformiste ou extrémiste qu’elle soit) et dépassement radical du capitalisme par une sécession pacifique, est bien clair aux stratèges du pouvoir qui, par le biais des medias, dans un drôle d’amalgame pervers, ajoutent systématiquement l’adjectif « radical » à toutes sortes d’extrémismes débiles.
Comme il ne peut pas y avoir décroissance sans critique radicale du capitalisme, il n’y a pas, non plus, émancipation sans émancipation des retards, des erreurs et des trahisons historiques du mouvement social par ses avant-gardes prétendues.
Je me retrouve, dans le livre qui s’interroge sur un défi pour la gauche, à quelques pages d’un article de Mélenchon que j’ai récemment entendu parler du Tibet comme un autrichien du dix-neuvième siècle aurait pu parler de l’Italie de 1848.
La modernité chinoise plutôt que l’obscurantisme des Lamas tibétains (celui-ci est vrai d’un point de vue historique, mais très ancien néanmoins, car, aujourd’hui, leur religion sans dieu semble bien moins fanatique que les monstrueuses impostures monothéistes de chez nous) est un alibi équivalent à la justification, par une mode stalinienne ante litteram, du droit colonial autrichien sur Milan et Venise à cause de l’obscurantisme de l’église catholique Romaine, héritière de l’Inquisition.
Si c’est ça la gauche, où sommes nous ? Est-il donc suffisant de ne pas être de droite ? Je pose la question à laquelle l’histoire ne manquera de répondre.
Est-ce aux décroissants de prouver qu’ils sont de gauche ou  plutôt les gens de gauche – la gauche de base, sans pouvoir politique, honnête, humaniste et de bonne foi – qui doivent devenir décroissants en se libérant de leur artériosclérose bureaucratique et productiviste ?
Ce dépassement de l’idéologie – justification opportuniste de l’existant toujours bêtement binaire dans ses conclusions pragmatiques – pourrait enrichir le mouvement social de la radicalité oubliée d’une conscience de classe (celle de Marx, de Goerter, Pannekoek, Rosa Luxembourg, étrangers à la volonté de puissance des tristes épigones marxistes-léninistes, bolcheviques qui ont viré au fascisme rouge) en rappelant aux décroissants, en cas d’oubli, que le projet d’émancipation passe par la décroissance, bien sur, mais il se MOC de se réduire à elle car son but est le bonheur et l’abondance partagée, jonglant, avec intelligence et sensibilité, entre sobriété ponctuelle et excès joyeux.
Car – d’une filiation à une autre, mais celle-ci librement choisie – nous voulons être les fils de Fourier et non pas d’un étatisme renouvelé qui cacherait derrière la simplicité volontaire une dernière forme de servitude autogérée.

                                                                                              Avec amitié sincère, Sergio Ghirardi