domenica 7 luglio 2019

La crisi dei mercati finanziari, l'economia reale e il ruolo degli Stati - di Marco Minoletti




questo scritto di Marco Minoletti vuole essere una bozza di discussione e di lavoro attorno al tema che interessa a molti in modo che ne nasca un confronto e un approfondimento per procedere un po' alla volta, insieme, speriamo ..... 

aggiornato a : 07-07-2019



L'economia sta […] crollando. La speculazione ha ucciso il dinamismo della Borsa e le illusioni che alimentava. Non offre più un piedistallo al dispotismo personale: tutt'al più lascia qualche sgabello a certi arroganti effimeri e flatulenti che gonfiano di corruzione le democrazie.

 Raul Vaneigem, Né vendetta né perdono [1]


Di tanto in tanto, e a seconda degli interessi dei detentori e manipolatori dei players del sistema di distribuzione dell'informazione, l'attenzione dei media viene canalizzata su temi quali il destino del pianeta Terra, l'ecosistema, la globalizzazione, i fondamentalismi religiosi e di mercato e via di questo passo. Temi che, pur riguardando noi tutti, non ci distraggono dal consumo dei beni generosamente offerti dalla società spettacolare-mercantile fintanto che non ci toccano di persona. É il caso dell'ormai apparentemente fagocitata crisi dei mercati finanziari, dei suoi effetti e della ricerca di nuove vie per uscirne. Crisi che, stando alle lungimiranti previsioni degli analisti della finanza e alla diffusa credenza nelle infinite risorse del sistema capitalistico, si sarebbe risolta a medio termine, dopo una breve fase di recessione. Tutto vero, se si considerano il mondo della finanza e quello dell'economia reale come due sfere separate e a sé stanti. Il problema è che non lo sono. Vista da questa angolatura si scopre non solo che la crisi del 2008 non è stata una sana e normale crisi di assestamento dei mercati finanziari,[2] ma anche che essa ha evidenziato le prime crepe dell'attuale assetto del sistema finanziario ed economico mondiale, strappando il velo di Maya che celava il vero volto dell'attuale fase di dominio reale del capitale totale: quello della globalizzazione selvaggia. Per inquadrare il problema occorre fare un paio di passi indietro.


Primo passo. Le radici filosofiche del problema

Nel campo filosofico, uno dei grossi limiti del pensiero occidentale è stato quello di far proprie, metabolizzandole, le elucubrazioni sistematiche del più noto pensatore di Stoccarda, (Hegel), il quale, in una sintesi grandiosa e - per fortuna - mai più ripetuta, considerava la Storia come processo lineare e ineluttabile della vita dello Spirito. Anche il suo principale discepolo (Marx) - pur dandogli del cane morto,[3] nel tentativo di rimetterlo sui suoi piedi - rimase allineato alla tradizione filosofica, mutuando la storia della Storia da quella dello Spirito. Invertendo l'ordine dei fattori il prodotto non è cambiato: entrambi pensavano – erroneamente - che la dialettica dello Spirito e quella della Storia fossero un work in progress giunto a maturazione, guarda caso, proprio in coincidenza del periodo storico in cui loro lo prendevano in esame. E così in una notte in cui tutte le vacche sono nere,[4] uno vide passare lo Spirito a cavallo e l'altro, prendendo le distanze dalla tradizione filosofica, individuò nello stalliere il giudice e il boia della preistoria dell'umanità. Il vero limite della faccenda non consiste tanto nello smacco subito dalle due teorie quanto nelle derivazioni assiomatiche che hanno prodotto: dato che tutto ciò che è avvenuto è spiegabile attraverso la storia dello Spirito o della lotta di classe, ciò che avverrà non dipende tanto da noi, quanto dal seguito degli inevitabili sviluppi e dispiegamenti della vita dello Spirito o della lotta di classe assunti, a seconda dei punti di vista, come chiave interpretativa della storia universale. Risultato: la graduale evoluzione dell'animale uomo che, nel giro di poco più di mille anni, da animale politico (Aristotele) è diventato animale da lavoro (Marx), per poi chiudere il cerchio con l'attuale status di animale da consumo (Bauman).




Secondo passo. Breve excursus storico

          Per mettere a fuoco l'attuale crisi finanziaria è necessario tenere presente, dal punto di vista storico ed economico, la più grande crisi della storia dei mercati finanziari: quella del 1929. Essa si differenzia da tutte quelle che l'hanno preceduta o seguita per la rapidità con cui fece irruzione sulla scena dei mercati internazionali e per l'intensità dei suoi effetti devastanti. Le origini della “grande crisi” sono da ricercarsi nelle conseguenze della Prima guerra mondiale in campo economico, finanziario e monetario, anche se alcune sue ragioni di fondo restano un mistero insoluto a tutt'oggi.

Dopo i primi segnali di ripresa all'insegna di una congiuntura positiva, nella metà degli anni Venti, gli Stati Uniti - che dopo la Prima guerra mondiale, oltre ad essere il Paese che aveva mostrato la maggior potenzialità di ripresa erano divenuti il centro della finanza mondiale e gli artefici della ripresa economica europea - cominciano ad evidenziare sintomi di una crisi dei meccanismi economici. A portare alla superficie il processo di crisi latente avviatosi col primo conflitto mondiale contribuì, in ottobre, il crollo delle azioni e dei titoli contrattati alla Borsa di New York. Crollo causato principalmente dagli eccessi speculativi, dall'avventurismo di alcuni parvenus della finanza americana, dalla ripresa della produzione agricola europea e dalla conseguente caduta dei prezzi agricoli sul mercato americano.

A questi fattori, che di per sé non spiegherebbero l'immane portata della crisi, occorre aggiungere la subalternità del capitale mondiale a quello americano, gli scarsi investimenti nei principali settori produttivi, l'incremento del potere d'acquisto surrettiziamente sostenuto dagli acquisti a rate, la sproporzione tra ricchezza nominale e ricchezza reale, l'eccessivo costo del denaro, il derisorio controllo da parte degli Stati sul sistema bancario privato che, coi soldi dei risparmiatori, si lanciò in spericolate avventure sia nei settori industriale e commerciale, che del mercato azionario.

L'effetto domino provocato dal crollo della Borsa americana fu quasi immediato e si ripercosse sui principali paesi industrializzati europei, sudamericani e asiatici. Le conseguenze furono devastanti e provocarono una riduzione su scala planetaria di produzione, salari, redditi, consumi, investimenti e risparmi. In breve, si passò da una fase di espansione ad una fase di contrazione. All'euforia dei principali agenti pubblicitari dell'automobile (Majakovskij e i Futuristi italiani), all'ottimismo imperante, al consumismo a rate, alla bolla speculativa, agli anni ruggenti seguirono gli anni della depressione, della disoccupazione e del tramonto dell'ottimismo liberista.

Il crollo del mercato azionario diede il via al vortice della catastrofe. Vortice nel quale finirono per essere risucchiate migliaia di società fallimentari, aziende e banche che, impossibilitate a recuperare i crediti, trascinavano nella rovina le banche collegate. Si diffuse il panico tra i piccoli risparmiatori che diedero vita a code interminabili presso gli sportelli bancari, nel tentativo di ottenere la restituzione dei capitali investiti.
Nel 1930 fallì, tra le tante, la Bank of the United States a New York, danneggiando un terzo della popolazione della City. In Europa fallirono alcune tra le maggiori banche come l’austriaca Kredit Anstalt e la tedesca Dresdner Bank. Inevitabilmente la crisi bancaria ebbe ripercussioni sulle banche centrali e sulla moneta, che fu svalutata. La disoccupazione raggiunse picchi impensabili. Tra la popolazione si diffuse un clima da girone infernale; aumentarono i suicidi e si diffuse un ventaglio di reazioni che oscillavano tra il fatalismo e una ripresa dell'ortodossia calvinista. Il mondo economico invocò misure deflazionistiche per salvaguardare il valore della moneta e il bilancio dello Stato. Il presidente americano, il repubblicano Herbert Hoover, cercò invano di diffondere un'atmosfera ottimistica negli States. Le elezioni del 1932 decretarono la sua fine politica e la vittoria del democratico Franklin Roosevelt, che diede corso ad una politica inflazionistica e favorì l’aumento della spesa pubblica mirata a favorire la spesa corrente più che a incrementare gli investimenti. Roosevelt si presentò alle elezioni con un programma molto chiaro: il superamento della miseria sul versante sociale e l'intervento dello stato su quello economico. Tramontava il liberalismo puro e nasceva il New Deal, un insieme di misure tese soprattutto a contenere e possibilmente liquidare la speculazione, a ridurre il potere dei grandi gruppi finanziari e a intervenire a sostegno degli agricoltori.
Per ridurre lo strapotere dei gruppi finanziari e far fronte alle speculazioni selvagge lo Stato, oltre a giocare un ruolo centrale nella riorganizzazione del sistema bancario, decise di aumentare il livello di controllo e di sorveglianza sulle borse e sul mercato azionario dando vita alla Securities Exchange Commission. Parallelamente lo Stato, oltre a farsi carico di ipoteche gravanti sugli agricoltori, incoraggiò la riduzione della coltura di alcuni prodotti agricoli come grano e cotone, di cui vi erano eccessive scorte non facilmente smerciabili ed infine gestì lo sfruttamento delle fonti energetiche sottraendole al controllo esclusivo delle compagnie private. Il piano d'intervento messo in atto da Roosevelt e dal gruppo di esperti che lo concepì fu osteggiato dalle classi privilegiate che non vedevano di buon occhio l'intromissione del potere pubblico in affari ritenuti privati. A trarne beneficio furono coloro i quali erano stati particolarmente colpiti dalla crisi del capitalismo, vale a dire gli esponenti delle classi meno agiate.

Quelli che vanno dal 1933 al 1937 furono gli anni della ripresa economica e dell'avvento al potere (gennaio 1933) di colui che più di ogni altro fu favorito dalla tremenda crisi del 1929: Adolf Hitler. Il dittatore, per ridare linfa vitale alla macchina produttiva e rimetterla in movimento, sostenne una politica economica tesa a privilegiare l'industria bellica. Sul finire del 1937, quando già alcuni "esperti" parlavano di nuovo boom economico, comparvero qua e là i primi segnali di recessione. Recessione che rimase contenuta e non si trasformò in una nuova macroscopica crisi mondiale per la sola ragione che il mondo aveva già imboccato la via del riarmo. Il secondo conflitto mondiale era ormai alle porte...


Note di chiusura: l’ epoca degli equilibri difficili, globalizzazione, unità e pluralità

Col trascorrere degli anni le cose sono assai mutate, ma il principio di base del sistema capitalistico è rimasto invariato. Esso si fonda, oggi come ieri, sulla produzione, la circolazione e il consumo di merci. Anche dal punto di vista delle gerarchie sociali e spettacolari, oggi come ieri, il prestigio e il potere di un individuo, di una famiglia, di un clan o di uno Stato dipendono più dal possesso di beni materiali che da ragioni di altra natura. Ciò che invece è radicalmente mutato, è il modo in cui i mondi commerciale, industriale e finanziario si rapportano tra loro e con gli Stati, con le conseguenze che ne derivano.
Stiamo parlando di un'epoca, la nostra, in cui ai processi di globalizzazione dell'economia transnazionale non corrispondono adeguate istituzioni democratiche transnazionali. La globalizzazione dei mercati, che non conosce confini territoriali, ha progressivamente eroso il potere di intervento degli Stati sovrani, relegandoli al ruolo di attori comprimari. A prendere decisioni di vitale importanza per il destino di milioni di esseri umani e dell'economia non sono più gli Stati, ma gruppi di esperti che agiscono esclusivamente in base al principio della massimizzazione dei profitti, infischiandosene dei principi elementari della democrazia e del senso di responsabilità per la comunità.

La globalizzazione, imposta al mondo come promessa di felicità in terra, si sta rivelando una falsa promessa di crescita economica, stabilità, sicurezza e pace. La crescita economica infatti si sta trasformando in progressivo declino delle economie forti (Usa, Giappone). La stabilità è minacciata dalla crisi dei mercati finanziari, dalla crescente disoccupazione e dalle incertezze che serpeggiano tra i piccoli risparmiatori. La sicurezza è messa a dura prova non tanto dalle immense ondate migratorie provenienti dai cosiddetti paesi del terzo mondo, quanto dall'incapacità degli Stati nazionali di dare una risposta positiva a questa situazione di emergenza. Alle promesse di pace si sono rapidamente sostituiti i proclami di guerra dei vari fondamentalismi religiosi e ultranazionalisti. Paradossalmente, mentre da un lato il processo di globalizzazione e liberalizzazione dei mercati non conosce limiti, dall'altro proprio le istituzioni politiche globali che, a partire dalla Seconda guerra mondiale, ne avrebbero dovuto controllare il funzionamento, sono state imbavagliate e poste nella condizione di non interferire più di tanto.

In questi tempi di crisi economica essi stanno riscoprendo l'importanza del tanto disprezzato contribuente. Il contribuente (la mano che dà) tramite lo Stato (la mano che prende) è chiamato in causa non fosse altro che per arginare il disastro. I cittadini pagano e lo Stato ha così la possibilità di riscattarsi dalla condizione di esiliato dal regno dei mercati globali transnazionali. Esemplari, dopo la crisi finanziaria del 2008, sono stati l'intervento salvifico e le politiche messe in atto dal nuovo presidente degli Stati Uniti d'America come anche dell'ex presidente del consiglio inglese Brown. Il collasso ed il salvataggio in extremis della Bear Stearns (la quinta finanziaria di Wall Street) orchestrata dalla Fed con la complicità di J. P. Morgan e i fiumi di liquidità riversati sul mercato interbancario, le azioni concentrate da parte di governi, banche centrali e rappresentanti del mondo della finanza, hanno rappresentato già un primo inequivocabile segnale in tale direzione. A questo punto non si possono escludere azioni concentrate da parte di governi, banche centrali e rappresentanti del mondo della finanza. Ormai è chiaro a tutti che né gli Stati né la politica sono il soggetto dell'economia globale, ma è altrettanto chiaro che, nell'attuale fase di pericolo, sono gli Stati ad essere evocati e a rimettersi i panni del demiurgo. Sono gli Stati, ri-animati e chiamati in causa dallo stesso mondo dei «geni-bambini» della finanza, che tentano di ripristinare forme politiche di vigilanza globale e transnazionale in grado di contrastare l'espansione selvaggia del mercato globale e transnazionale. Un secondo incidente, simile alla défaillance finanziaria scatenata dai mutui subprime, potrebbe essere fatale e mettere in moto una catastrofe economica mondiale simile a quella scoppiata a partire dal 1929.

In questa fase di crisi occorre dunque ripensare non solo al ruolo delle economie e degli Stati (come fanno gli “specialisti” al soldo dei vari regimi) ma, soprattutto, è necessaria una nuova politica che affronti al contempo la violenza e l'esclusione prodotte dalla globalizzazione, la violenza del terrorismo e del fondamentalismo e quella della guerra. Immaginiamoci quanto sarebbe diverso il mondo se si basasse su una filosofia di reciproca interdipendenza, invece che sulla filosofia attualmente dominante per cui l'esistenza dell'altro è vista come minaccia alla propria.

In un'epoca come la nostra, in cui l'essere equivale all'avere, è tempo che l'uomo si sforzi non solo di uscire dalla empasse dell'universo finanziario ma, soprattutto, che avvii un processo di ripensamento radicale di se stesso, del suo rapporto con l'altro e con il mondo circostante. Se, infatti, gli amanti riescono ancora ad amarsi, i poeti a poetare, i filosofi a muoversi tra le nebbie fenomenologiche della Foresta Nera, ciò che è realmente in crisi non è la capacità dell'uomo di esprimersi singolarmente, ma quella di declinarsi pluralmente, così come quella capacità di mantenere un equilibrio tra unità e pluralità.
Ecco perché attuali e dense di significato suonano le parole di Hanna Arendt, la più acuta pensatrice politica del XX secolo:


Ciò che è andato storto è la politica, ossia noi
in quanto esistiamo al plurale – e non ciò che possiamo fare o produrre, esistendo al singolare”.[5]






[1]             Raul Vaneigem Né vendetta né perdono. Giustizia moderna e crimini contro l'umanità, Eleuthera 2010, pag. 18
[2]             È ormai noto che la crisi del 2008 sia nata negli Stati Uniti e sia stata causata da un eccessivo ricorso al debito. Come ci ricorda Ottone Ferro nel saggio Una lettura dell’attuale crisi finanziaria e i suoi riflessi sulla economia reale pubblicato sulla rivista scientifica on-line Agriregionieuropa anno 5 n°18, Settembre 2009, “l’aumento del debito è stato reso possibile con il ricorso ai subprime, ossia ai derivati da un primario contratto finanziario e la maggiore responsabilità ricade sulle cinque più grandi banche di investimento […]”
               https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/issue/31/agriregionieuropa-anno-5-ndeg18-set-2009
[3]             Ho criticato il lato mistificatore della dialettica hegeliana quasi trent'anni fa, quando era ancora la moda del giorno. Ma proprio mentre elaboravo il primo volume del Capitale i molesti, presuntuosi e mediocri epigoni che dominano nella Germania cólta si compiacevano di trattare Hegel come ai tempi di Lessing il bravo Moses Mendelssohn trattava Spinoza: come un “cane morto”. Perciò mi sono professato apertamente scolaro di quel grande pensatore e ho perfino civettato qua e là, nel capitolo sulla teoria del valore, con il modo di esprimersi che gli è peculiare. La mistificazione alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel non toglie in nessun modo che egli sia stato il primo ad esporre ampiamente e consapevolmente le forme generali del movimento della dialettica stessa. In lui essa è capovolta. Bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico”. K. Marx, Il capitale, libro I, Editori Riuniti, Roma, 1964, pagg. 44-45
[4]             G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, Prefazione, pag. 13, La Nuova Italia editrice, Firenze, 1979.
[5]             Hanna Arendt, Von den Wüste und den Oasen. Fragment 4 (conclusione di una conferenza tenuta nella primavera del 1955 all'Università di California, Berkeley).

venerdì 5 luglio 2019

Tocca al popolo prendere in mano la cosa pubblica (intervista a R. Vaneigem per Marianne del 4/7/2019)







Le due ultime pubblicazioni di Raoul Vaneigem (Sull’autogestione della vita quotidiana, Derive Approdi, Roma 2019 e Appel à la vie, Libertalia, Paris 2019) sono un unico contributo all’emergenza di territori liberati dall'’impresa statale e mercantile che invita all’autogestione generalizzata, alla salvaguardia del pianeta, all’essere contro l’avere, alla poesia e alla rivoluzione connessa con l’apparizione del movimento dei Gilet jaunes.
A seguire l’intervista scritta a R. Vaneigem per Marianne del 4/7/2019.
Sergio Ghirardi


Proposizioni raccolte da Galaad Wilgos
Marianne: 1. Lei ha cominciato il suo ultimo libro dicendo che bisogna ”FARE TABULA RASA DI UN PASSATO CHE CI HA DISIMPARATO A VIVERE”. Fare tabula rasa è stata la parola d’ordine di avanguardie e di correnti progressiste importanti durante il XIX e XX secolo. Eppure il Medio evo, con le sue tavole rotonde, la sua etica cavalleresca, le sue libagioni, il suo amore cortese, il suo lavoro artigianale e le sue convivialità ha potuto ispirare dei rivoluzionari. Che inventario fa Lei del passato?
Non si tratta di cancellare il passato (del resto come si potrebbe?), ma di frantumare la cappa di alienazione secolare che esso fa pesare sul nostro presente, impedendoci di respirare un’aria nuova. Farla finita col sistema di sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo che desertifica oggi la vita e il pianeta in nome del profitto, implica di ristabilire i contatti con i tentativi di emancipazione tanto ardentemente manifestati durante le lotte sociali del passato. Le jacqueries, la corrente cortese che onorava la donna, le rivolte comunaliste, le idee del Rinascimento, la Rivoluzione francese, la Comune di Parigi, le collettività libertarie della rivoluzione spagnola, per quanto brutalmente interrotte, hanno aperto una via maestra alla libertà che, dal Chiapas al Rojava, dalla Francia dei Gilets jaunes all’Algeria e al Sudan illumina la coscienza universale.
2. Il mondo moderno sembra offrire sempre meno occasioni di stupore meraviglioso, di passioni sfrenate, di sentimenti profondi o di poesia. E ciò malgrado si sia fatto di tutto questo una delle principali armi della pubblicità. Houellebecq ha fatto di questa esistenza asettica, grigia e mediocre il suo tema di predilezione. Lei oppone a questa “sopravvivenza” la potenza poetica della vita. E ancora possibile vivere altro che questa non esistenza al tempo dello smartphone e dei “lavori idioti”?
Mi pone la questione proprio quando, sotto i nostri occhi, una “poesia pratica” crepa la vecchia struttura mentale e sociale dominante, quando si abbozza un Rinascimento che supera l’ideologia umanista del XV e XVI secolo radicandosi nel vissuto. Un’insurrezione sociale ed esistenziale è scaturita all’improvviso, rianimando la coscienza umana e strappandola alla sua letargia. Contro ogni attesa? Diciamo più precisamente che è scaturita da una lunga attesa. Essa segna il primo risveglio di una coscienza rimasta allo stato larvale dopo il Movimento delle occupazioni del maggio 1968. La parte radicale di quel Movimento aveva espresso la volontà di superare, attraverso la creazione di una vita autentica, la triste sopravvivenza e il confort consumistico che il progetto economico del Welfare State aveva deciso di venderci.
La regressione che ne è seguita ha instaurato una dittatura democratica dei consumi. Le sue paccottiglie e le sue menzogne si polverizzano ormai a misura che si accelera un impoverimento che arriva a minacciare la semplice sopravvivenza delle popolazioni. L’intero pianeta è condannato alla sterilizzazione, all’inquinamento, alla desertificazione. Il potere d’acquisto diminuisce, l’esistenza è sempre più precaria, lo Stato distrugge il bene pubblico, le scuole, gli ospedali, i trasporti, le imprese, l’agricoltura. E' evidente che lo Stato non è nient'altro che il gendarme delle multinazionali che accorda la sua legittimità ai truffatori e accusa d’illegalità chiunque rifiuti di lasciarsi spogliare. Tocca ormai al popolo prendere in mano la res publica, la cosa pubblica che il governo dilapida e vende all’incanto. La disobbedienza civile è un diritto dovunque regni il diritto di opprimere.
3. I Gilets jaunes di cui Lei festeggia l'avvento, hanno cercato di distinguersi dalle organizzazioni tradizionali (partiti, sindacati) di cui diffidano fin dall'’inizio. Sono stati del resto spesso criticati per mancanza di organizzazione. Sono davvero disorganizzati?
Quel che irrita i politici, i sindacalisti, gli intellettuali sia di sinistra che di destra, è che affermando il rifiuto dei capi e dei delegati non scelti dalle assemblee, il movimento dei Gilets jaunes toglie loro ogni potere di manipolazione e di recupero. Una tale decisione implica un’autorganizzazione sperimentata nelle assemblee e nelle assemblee delle assemblee. Per la prima volta nelle lotte sociali (esclusa la Comune e le collettività libertarie della rivoluzione spagnola) le differenze religiose e politiche, i calcoli egoistici dell’individualismo (fondamento del populismo) sono assorbiti da una rivendicazione prioritaria: gettare le basi di una società umana. Si scherniranno le approssimazioni, gli errori, le incertezze? Che importa? L’autorganizzazione è un’incombenza dai tempi lunghi. Il bambino cade più di una volta prima di imparare a camminare.
4. I Gilets jaunes si sono particolarmente messi in luce per le loro azioni violente, rivendicate come tali. Alcuni vedono in questo un’evoluzione positiva nel senso che un movimento popolare decide finalmente di attaccare fisicamente dei simboli dello Stato e del capitalismo, altri vi vedono un pericolo per il movimento. Nel suo libro Sull’autogestione della vita quotidiana (Derive Approdi, Roma 2019) Lei dichiara che la violenza “ è solo un esorcismo e non cambia niente al sortilegio secolare che ci paralizza”. La violenza è dunque un freno o una necessità della volontà di costruire una società autogestita?
Fracassare la vetrina di una banca o di un negozio di lusso, vuol dire prendersela con un simbolo non con un sistema. Il caos serve gli interessi del potere. Ha bisogno di un’arena in cui robocops e gladiatori paramilitari del gauchismo si affrontano con una brutalità simile ma di segno opposto. Di fronte a un governo la cui arroganza è alimentata da una stupidità che atterrisce, la collera del popolo ha dato prova di una rara moderazione. I maltrattamenti di milioni di donne e uomini giustificano ampiamente la collera. La collera sì, l’accecamento no! L’arma insurrezionale per eccellenza non è lo sfogo rabbioso delle frustrazioni (che i populismi gauchisti o di stampo fascista manipolano con tanta facilità), ma la priorità accordata alla vita e all’umano, la cui gratuità non chiede di meglio che di propagarsi.
Vincente sarà lo sviluppo della coscienza umana e, nonostante la stanchezza e i dubbi, la ferma decisione di non cedere. La potenza di questa determinazione non smetterà di crescere perché non si preoccupa né di vittoria né di sconfitta. Perché senza capi né rappresentanti recuperatori, essa è là e detiene da sola la libertà di accedere a una vita autentica. Attraverso un pacifismo insurrezionale e creativo il mondo cambierà di base. Il numero di manifestanti diminuisce? Attenti all’errore! La forza di un’insurrezione risiede meno nel numero di partigiani che nella qualità delle rivendicazioni. Il progetto di una società umana ha un potere d’irradiamento incomparabilmente maggiore dello spettacolo dello scontento.
5. Una delle rivendicazioni principali dei Gilets jaunes è il Referendum d’Iniziativa di Cittadinanza (RIC). Il RIC è un passo verso la società autogestita che Lei auspica?
Se il RIC prevede di suscitare l’interesse o l’attenzione dello Stato è uno specchietto per le allodole. Le decisioni locali sulla gestione del quotidiano, dibattute e poi sottoposte alla scelta delle assemblee delle assemblee mi sembrano più importanti. Esse guidano, in effetti, l’elaborazione di quel che gli zapatisti chiamano una carta di “buon governo”, un governo fatto dal popolo per il popolo. La democrazia è in piazza, non nelle urne. L’antica classe media, oggi oppressa dalle tasse e dalle imposte che arricchiscono le multinazionali, si associa poco a poco a un’insurrezione generalizzata in cui le divergenze di opinione sono soppiantate dal desiderio di vivere emancipandosi da un sistema di coercizione millenario. Quel che ieri sembrava una chimera, un’utopia, un delirio diventa possibile a causa dello Stato che qualifica d’insensatezza tutto ciò che non va nella sua direzione.
Il Leviatano non cambierà, non concepisce altra realtà se non nell’ambito della sua invarianza. Solo la servitù volontaria e il rincretinimento che essa implica ci hanno dissuaso dal decretare la gratuità dei trasporti pubblici, la creazione di banche solidali, il recupero (tramite uno sciopero dei funzionari?) del denaro delle tasse e delle imposte ingiustamente incassate dallo Stato truffatore. Non abbiamo altra scelta che reinventare l’insegnamento per rompere con l’educazione concentrazionaria, abolire il mercato degli schiavi diplomati. I poliziotti ritroveranno i compiti che competono loro: smantellamento del narcotraffico, riduzione allo stato di non nuocere dei malfattori psicopatici, degli inquinatori, degli avvelenatori di terre coltivabili e di acqua potabile. Fin da bambini siamo stati bombardati dall'idea che non si poteva cambiare il mondo, ma nel bambino che l’adulto non è riuscito a soffocare in sé rinasce quest’aspirazione che non ha mai smesso di essere il nostro soffio di vita: noi possiamo tutto, o almeno molto di più di quanto immaginiamo, perché la creatività dell’essere umano non ha limiti.
La rapacità dell’avere non ci renderà stupidi ancora per molto. Essa finisce laddove l’essere decide di affermarsi.
6. Lei dice nel suo ultimo libro che “non sono le dubbie lotte, spettacolari e compiacenti, condotte dall'attivismo umanitario, vegetalista e animalista che metteranno fine alla misoginia, al comunitarismo, ai maltrattamenti delle bestie, all’individualismo gregario, all’egoismo” e invita all’emersione di uno “stile di vita”. Che cosa intende con questo?
Una nuova civiltà emerge dal limbo di una civiltà mercantile il cui imputridimento è tangibile. Stiamo entrando in un’era in cui tutto ricomincia, dove le nostre mentalità, le nostre conoscenze, i nostri comportamenti sono destinati a cambiare radicalmente e hanno già cominciato a farlo. Chi non capisce, sul filo della sua esistenza quotidiana, che uno stile di vita sta soppiantando la condizione di bestia da soma e di bestia da preda alla quale il sistema di sfruttamento economico, psicologico e sociale ha ridotto uomini e donne? Durante una manifestazione dei Gilets jaunes, un pensionato ha confidato a un giornalista: “Ho sempre sentito parlare di solidarietà, ma è la prima volta che trovo un significato a questa parola”. Lo stesso vale per la libertà e l’uguaglianza. Niente e nessuno impedirà alle parole di ritrovare il loro senso umano.



venerdì 21 giugno 2019

Tra le rovine del vecchio mondo e i vagiti di una nuova civiltà (alcune interviste con Raoul Vaneigem) da Sergio Ghirardi




Tra le rovine del vecchio mondo e i vagiti di una nuova civiltà

Siate risoluti a smettere di servire ed eccovi liberi. Non vi chiedo di spingerlo o di scrollarlo ma solo di smettere di sostenerlo, e lo vedrete fondere sotto il suo peso e rompersi come un gran colosso al quale si sia frantumata la base”.
Citazione tradotta dal francese tratta dal Discorso della servitù volontaria di Etienne de la Boétie del 1576.

Elogio della transizione
Il mio comportamento di modesto lanceur d’alerte che riflette ancora una volta senza poter fare molto di più in assenza di un movimento sociale che s’incarichi di confrontarsi con la storia, è, in effetti, una reazione vitale e non una pretesa intellettuale, dal momento che la transizione da un mondo che muore verso un altro che comincia a farsi sentire tra le rovine, è ormai un’esigenza concreta e, probabilmente, la conditio sine qua non per la sopravvivenza della specie.
Erede di secoli di resistenza e di lotte, la teoria radicale intravvede da almeno mezzo secolo la fine del vecchio mondo mentre il fantasma di una democrazia illusoria nasconde l’evidenza del crollo in corso dietro la propaganda della felicità mercantile destinata ai servitori volontari. I quali, del resto, non chiedono di meglio che poterci credere, pur credendoci sempre meno poiché in tutte le teste lavora la potente percezione che questo mondo non può durare e che solo l’assenza crudele di un progetto alternativo chiaro e visibile spinge a fingere di credere al progresso persino al bordo dell’abisso.
Perché dunque cambiare, per andare dove, cambiare che cosa, quando e come? La questione si pone con la caratteristica dell’urgenza mentre le risposte restano confuse se non latenti. Orbene, una tale interrogazione planetaria non può essere risolta da un qualunque individuo geniale, da un ennesimo profeta uscito dal cilindro di una qualche credenza. Essa richiede delle risposte collettive fondate su un vero dibattito non falsato da interessi di casta, sulla conoscenza delle sperimentazioni passate e presenti e su una volontà di creare le condizioni reali di una società libera, egualitaria e fraterna.
Non ho dunque l’ambizione di essere esaustivo occupandomi della transizione quanto di contribuire un minimo a una chiarificazione del suo difficile innesco da parte di chi, come me ha deciso di esplorarla e praticarla comunque, ma insieme al più gran numero possibile di persone. Non c’è scelta e il momento storico mostra chiaramente quanto questa risoluzione occupi gli spiriti umani come mai prima.
Indipendentemente dall'’esito della loro resistenza, l’apparizione inattesa dei Gilets jaunes sulla scacchiera della democrazia parlamentare francese – scacchiera truccata né più né meno di quella di qualunque altro statalismo mercantile – non ha fatto altro che dare corpo all’urgenza di un rovesciamento di prospettiva sociale.
La natura del vivente e i vagiti di un’insofferenza che cerca di trasformarsi in progetto di vita ci invitano oggi a percepire una rivoluzione sociale tesa alla costruzione di un mondo nuovo sulle rovine del vecchio che crolla, mentre la politica mercenaria e il suo pensiero intellettuale tragicamente separato dal corpo, continuano a imbalsamare il cadavere del produttivismo da buoni domestici sottomessi. Una tale liturgia demenziale, vero e proprio riflesso condizionato che ha svuotato il concetto di progresso di ogni senso, è diventata una follia omicida – e peggio ancora, suicida – che va abbandonata se ci si vuole sottrarre al progresso mortifero del nichilismo capitalista.
Continuo dunque a parlare ai sopravvissuti, o meglio a quelli che sono sul punto di diventarlo, perché non sono così ottimista da pensare che saremo capaci di passare da un mondo all’altro in modo indolore, facendo l’economia di una tragedia dalle dimensioni colossali; non sono, però, neppure pessimista al punto di credere che la transizione sia definitivamente impossibile e che la specie umana sia destinata al naufragio.
Chi vivrà vedrà. Perché anche in questo presente imbarazzante, vivere fino in fondo il godimento complesso di essere al mondo, diffonde una dose di soddisfazione e di voglia di partecipare all’avventura ineluttabile della transizione dalla società spettacolare mercantile a un mondo finalmente umano.


Sergio Ghirardi, 18 giugno 2019
Poiché anche in un’Italia soporifera un risveglio resta auspicabile, ho tradotto qui di seguito alcune interviste scritte con cui Raoul Vaneigem ha risposto alle domande di una stampa francese abbondantemente in preda alla confusione e a corto di punti di riferimento sia per capire che per recuperare. Ne emergono diverse riflessioni utili all’autentico dibattito – non quello spettacolare e paternalistico messo in scena per mesi dal potere – tuttora in corso in Francia tra, su e oltre i Gilets jaunes.
Sergio Ghirardi

Intervista a Raoul Vaneigem per Ballast
1) Lei ha scritto all’inizio degli anni 2000 che le parole “comunismo”, “socialismo” e “anarchismo” non sono più che degli “involucri vuoti e definitivamente obsoleti”. Queste tre parole hanno tuttavia permesso agli esseri umani di rendere pensabile l’emancipazione e la fine dello sfruttamento. Come rimpiazzarle?
Nel 2000 era ormai parecchio che l’ideologia, di cui Marx denunciava il carattere menzognero, aveva svuotato della loro sostanza dei concetti che, fuoriusciti dalla coscienza proletaria e forgiati dalla volontà d’emancipazione, non erano più che i vessilli branditi dai protagonisti di una burocrazia sindacale e politica. Le lotte di potere avevano rapidamente soppiantato la difesa del mondo operaio. Sappiamo come la lotta per il proletariato sia scaduta in una dittatura esercitata in suo nome contro di lui. Il comunismo e il socialismo ne sono stati la prova. L’anarchismo della rivoluzione spagnola non è stato da meno – penso alle fazioni della CNT e della FAI complici della Generalità catalana.
Comunismo, socialismo, anarchismo erano dei concetti già passabilmente rovinati quando il consumismo ha ridotto a niente persino la loro copertura ideologica. L’attività politica è diventata un clientelismo, le idee sono diventate degli articoli di cui i depliant di supermercato stimolano la vendita promozionale. Le tecniche pubblicitarie hanno sconfitto la terminologia politica mescolando come si sa, destra e sinistra. Quando si vede da un lato il ridicolo di elezioni accaparrate da una democrazia totalitaria che prende le persone per degli imbecilli e dall'’altro il Movimento dei Gilets jaunes che irride le etichette ideologiche, religiose, politiche e che rifiuta capi e rappresentanti non nominati dalla democrazia diretta delle assemblee affermando la sua determinazione a far progredire il senso umano, si ha ragione di dire che di tutto questo pasticcio ideologico che ha fatto scorrere tanto sangue, ottenendo al massimo delle conquiste sociali ormai annichilite, non c’importa decisamente più niente!
2) Il suo ultimo libro riguarda i gilets jaunes. Questo movimento le è apparso come una “gioia” e un “immenso conforto”. Che cosa implica quest’entusiasmo?
Non esprime niente di più né di meno di quel che preciso nell’Appello alla vita[1]: ”È fin dal Movimento delle occupazioni del maggio 1968 che passo anche agli occhi dei miei amici per un inguaribile ottimista le cui elucubrazioni gli han fatto girare la testa. Fatemi il favore di credere che non m’importa nulla d’aver avuto ragione allorché un movimento di rivolta (e non ancora di rivoluzione, ben lungi) conferma la fiducia che ho sempre accordato alla parola libertà tanto abusata, corrotta e sostanzialmente marcita. Perché mai il mio attaccamento viscerale alla libertà dovrebbe ingombrarsi di torto e ragione, di vittorie e sconfitte, di speranze e delusioni quando si tratta soltanto per me di strapparla in ogni istante alle libertà del commercio e della predazione che la uccidono e di restituirla alla vita di cui essa si nutre?
Questo momento lo sogno fin dall’adolescenza. Ha ispirato, più di cinquanta anni fa, il Trattato del saper vivere a uso delle giovani generazioni[2]. Non mi si toglierà il piacere di salutare questi Gilets jaunes che non hanno davvero avuto bisogno di leggere il Trattato per illustrare la sua messa in pratica poetica. Come non ringraziarli nel nome dell’umanità che hanno deciso di affrancare da ogni barbarie?
3)Lei oppone alla democrazia parlamentare la democrazia diretta fondata su assemblee auto organizzate. Il che fa pensare ovviamente a Murray Bookchin – anche se l’IS[3] lo aveva qualificato di “cretino confusionista” nel 1967! Tuttavia almeno due punti vi separano: il principio e la nozione di potere che Lei rigetta in blocco. Bookchin affermava, invece, che solo la legge maggioritaria permette la democrazia e che la ricerca di consenso induce a un “autoritarismo insidioso” e a “manipolazioni grossolane”; stimava ugualmente che cercare di abolire il potere è altrettanto “assurdo” che voler farla finita con la gravità: “Bisogna soltanto dargli una forma istituzionale concreta d’emancipazione”. Come si spiega il suo rifiuto?
Fu un errore sottovalutare Bookchin e l’importanza dell’ecologia. Non è stato il mio solo errore né il solo dell’IS. Tuttavia questo errore ha una causa Essa risiede nella confusione (di cui il Trattato non è esente) tra l’intellettualità e la presa di coscienza dell’Io e del mondo, tra l’intelligenza della testa e l’intelligenza sensibile del corpo. Gli avvenimenti recenti aiutano a chiarire la nozione d’intellettualità.
I Gilets jaunes che scandiscono ostinatamente alla faccia dello Stato “siamo qui, siamo qui” fanno fremere le élites intellettuali di ogni bordo, quelle che, progressiste o conservatrici, si attribuiscono la missione di pensare per gli altri. Niente di sorprendente che i seguaci del gauchismo e della critica-critica si siano impegnati a schernirli dall'’alto della loro sufficienza!
Chi sono mai questi zoticoni che battono il marciapiede? Hanno la testa vuota, non hanno programma né idee. Olà! Questi operai, contadini, piccoli commercianti, artigiani, imprenditori, pensionati, insegnanti, disoccupati, lavoratori consumati dalla ricerca di un salario, poveri senza un tetto, studenti senza scuola, automobilisti da tassare e ai quali far pagare il pedaggio, avvocati, ricercatori scientifici; insomma tutte quelle e quelli che sono semplicemente disgustati dall'’ingiustizia e dall'’arroganza dei morti-viventi che ci governano. Uomini e donne di ogni età hanno bruscamente smesso di stiparsi in una massa gregaria, hanno abbandonato le greggi belanti della maggioranza silenziosa. Non è gente da niente, è gente ridotta a niente che ne prende coscienza e ha un progetto: istaurare la preminenza della dignità umana distruggendo il sistema di profitto che devasta la vita e il pianeta.
Il loro terreno è la realtà vissuta, quella di un salario, di un magro contributo sociale, di una pensione insufficiente, di un’esistenza sempre più precaria in cui la parte di vita vera si fa rara. Una realtà siffatta si urta a una ginnastica delle cifre praticata nelle alte sfere. Se la sottilità dei calcoli ha di che far perdere la ragione, il risultato finale è invece di una semplicità esemplare e preoccupante: accontentatevi dell’elemosina concessa dai poteri pubblici (finanziati da voi) e fate in fretta a morire da cittadini rispettosi delle statistiche che tengono conto del numero eccessivo di vecchi, di vecchie e di altri anelli che rendono fragile la catena della redditività.
Questo scarto tra la vita e la sua rappresentazione astratta permette di capire meglio oggi quel che è l’intellettualità. Lungi dal costituire un elemento inerente alla natura dell’essere umano essa è un effetto della sua denaturazione. Essa deriva da un fenomeno storico, il passaggio da una società fondata su un’economia di raccolta a un sistema principalmente agrario che pratica lo sfruttamento della natura e dell’uomo da parte dell’uomo.
L’apparizione delle Città-Stato e lo sviluppo delle società strutturate in classe dominante e classe dominata ha sottoposto il corpo alla stessa divisione. Il carattere gerarchico del corpo sociale, composto di signori e schiavi, va di conserva, nel susseguirsi dei secoli, con una segmentazione che affligge il corpo dell’uomo e della donna. La testa – il capo – è chiamata a governare il resto del corpo. Lo Spirito, celeste e terrestre, doma, controlla e reprime le pulsioni vitali così come il prete e il principe impongono la loro autorità allo schiavo. La testa assume la funzione intellettuale – privilegio dei signori – che detta le sue leggi alla funzione manuale, attività riservata agli schiavi. Stiamo ancora pagando i tributi di quest’unità perduta, di questa rottura che consegna il corpo individuale e carnale a una guerra endemica con se stesso.
Nessuno sfugge a quest’alienazione. Da quando la natura, ridotta a un oggetto mercantile, è diventata (così come la donna) un elemento ostile, spaventoso, disprezzabile, siamo tutti in preda a questa maledizione che può essere soltanto sradicata da un’evoluzione restauratrice della natura, da un’umanità in simbiosi con tutte le forme di vita. Messaggio per quanti e quante ne hanno abbastanza delle scempiaggini dell’ecologismo!
Sono esistiti, in un passato recente, degli operaisti abbastanza stupidi e contorti per glorificare lo statuto di proletario come se questi non fosse bollato dal marchio di un’indegnità dalla quale solo una società senza classi renderebbe possibile emanciparsi.
Chi vediamo oggi infatuarsi di questa funzione intellettuale che è una delle ragioni maggiori della miseria esistenziale e dell’incomprensione di sé e del mondo? Dei segugi in agguato di un potere da esercitare, dei candidati al ruolo di capetto, degli aspiranti al ruolo di guru.
Quando un movimento rivendica un rifiuto radicale dei capi e dei rappresentanti non scelti dagli individui che compongono un’assemblea di democrazia diretta, non sa che farsene di questi intellettuali fieri della loro intellettualità. Non cade nella trappola dell’anti intellettualismo professato dagli intellettuali del populismo di stampo fascista (“quando intendo la parola cultura, tiro fuori la pistola”non fa che tradurre il partito preso intellettuale dell’oscurantismo e dell’ignoranza militante, tanto cari all’integralismo religioso e ai militanti neo nazisti).
Non c’è bisogno di denunciare i capi che intrallazzano nelle assemblee di autogestione, quanto di accordare la preminenza alla solidarietà, al sentimento umano, alla presa di coscienza della nostra forza potenziale e della nostra immaginazione creatrice. Certo, la messa in atto deliberata di un progetto più vasto è ancora incerta e confusa ma è almeno già l’espressione di una sana e tranquilla collera che decreta: più nessuno mi darà degli ordini, più nessuno mi abbaierà addosso!
Per quanto riguarda la questione della maggioranza e della minoranza mi sono spiegato più di una volta in proposito. Secondo me, il voto in assemblea autogestita non può ridursi al quantitativo, al meccanico. La legge dei numeri si accorda poco con la qualità della scelta. Per quale ragione una minoranza dovrebbe inchinarsi di fronte a una maggioranza? Non significa forse ricadere nel vecchio dualismo della forza e della debolezza? Passi per le situazioni in cui l’urgenza prescrive di evitare le discussioni e le tergiversazioni senza fine, ma anche se si tratta di decidere di un’inezia senza conseguenze gravi, la concertazione, il dialogo, la conciliazione, l’armonizzazione dei punti di vista, detto altrimenti il superamento dei contrari, sono certamente preferibili alla relazione di potere che implica la dittatura delle cifre. Cerchiamo di non dover “lavorare nell’urgenza”.
A fortiori, fosse pure adottata a larga maggioranza, stimo inaccettabile una decisione inumana – una punizione, una pena di morte, per esempio. Non sono gli esseri umani che vanno messi in condizione di non nuocere, ma un sistema, le macchine dello sfruttamento e del profitto. Il senso umano di uno solo avrà sempre la meglio sulla barbarie di molti.
4) Chiunque s’identifichi con un territorio o una lingua, Lei ha scritto, si spoglia della sua vitalità e della sua umanità. Tuttavia, essere senza radici e senza lingua materna, non è forse il destino dei soli robot?
Curiosa alternativa dover scegliere tra l’appartenenza a un’entità geografica e l’erranza dell’esiliato. Da parte mia, la mia patria è la terra. Identificarmi con l’essere umano in divenire – quel che mi sforzo di essere – mi dispensa dal versare nel nazionalismo, nel regionalismo, nel comunitarismo etnico, religioso, ideologico, dal soccombere a quei pregiudizi arcaici e morbosi che la robotizzazione tradizionale dei comportamenti perpetua. Lei invoca l’internazionalismo mafioso della mondializzazione. Io scommetto su un’internazionale del genere umano e ho sotto gli occhi la pertinacia di un’insurrezione pacifica che la concretizza.
5) Lei invita a non collaborare più con lo Stato perché non è che il valletto “delle banche e delle imprese multinazionali”. Per dirlo chiaro: a non pagare più le tasse. Molti continuano a pensare, in seno al movimento anticapitalista, che quel che Bourdieu chiamava “la mano sinistra” dello Stato – i servizi pubblici, per esempio – merita ancora di essere salvato. Dobbiamo dunque tranciare le due mani senza più esitare?
Salvare le conquiste sociali? Sono già perdute. Treni, scuole, ospedali, pensioni sono spinte alla demolizione dal bulldozer dello Stato. La liquidazione continua. La macchina del profitto di cui lo Stato non è che un banale ingranaggio, non farà dietrofront. Le condizioni ideali sarebbero per lo Stato d’intrattenere un’atmosfera di guerra civile con cui impaurire gli spiriti e rendere il caos redditizio. Le mani dello Stato non manipolano che il denaro, il manganello e la menzogna. Come non dare piuttosto fiducia alle mani che nei crocevia, nelle case del popolo, nelle assemblee di democrazia diretta, si attivano alla ricostruzione del bene pubblico?
6) Lei è favorevole a un “contributo mensile” – quel che altri chiamano reddito di base o reddito universale. Senza lo Stato in che modo istituirlo?
Il principio di accordare a tutti e tutte di che non sprofondare sotto la soglia della miseria partiva da una buona intenzione. L’ho abbandonata di fronte all’evidenza. Era un modo d’illudersi sull’intelligenza che non aveva ancora totalmente disertato la testa dei governanti. Un certo Tobin aveva proposto di eseguire sulla bolla finanziaria, minacciata di apoplessia, un prelevamento salutare di qualche 0,001 per cento che avrebbe permesso di evitare l’implosione finanziaria e di investire il montante della tassa per la tutela delle conquiste sociali. La decomposizione accelerata dei cervelli delle élites statali esclude ormai una misura che del resto gli ultimi residui del socialismo non avevano osato adottare.
Lo Stato non è ormai più che un Leviatano ridotto alla funzione grandguignolesca di gendarme. Tutto riprende radice alla base. Là andremo a imparare a premunirci dalle ricadute della grande Fandonia statale e dal disegno di coinvolgerci nel suo crollo. Se si vedono uscire dalle loro tane tanti sociologi, politologi, nullità filosofiche, non è forse perché la nave affonda?
Tutto è da ricostruire, vuoi da reinventare: insegnamento, terapie, scienze, cultura, energia, permacultura, trasporti. Che il dibattito, il dialogo, le riflessioni si situino su questo terreno, non nelle sfere eteree della speculazione economica, ideologica, intellettuale!
Non tocca a noi reinventare una moneta di scambio e una banca solidale che preparando la scomparsa del denaro, permetterebbero di assicurare a ciascuna e a ciascuno un minimo vitale?
7) Lei mette in avanti il Chiapas zapatista e il Rojava comunalista.Queste due esperienze si fondano, in parte, su un esercito: l’EZLN e il YPG/J. In che modo il suo appello a “fondare dei territori” affrancati dal potere centrale e dal mercato mondiale si posiziona sulla questione cruciale dell’autodifesa, visto che lo Stato finirà, prima o poi, per inviare i suoi gendarmi o il suo esercito?
Va da sé che ogni situazione presenta una specificità che esige un trattamento appropriato. Notre Dame des Landes non è il Rojava. L’ELZN non è un prodotto d’esportazione. A ogni territorio in via di liberazione le sue forme particolari di lotta. Le decisioni appartengono a quelle e quelli che sono sul terreno.
Tuttavia, è bene ripeterlo: il modo di affrontare gli esseri e le cose varia secondo la prospettiva adottata. L’orientamento dato alla lotta esercita un’influenza considerabile sulla sua natura e sulle sue conseguenze. Il comportamento varia totalmente se si combatte militarmente la barbarie con le armi della barbarie o se le si oppone come un fatto compiuto quel diritto incomprimibile alla vita che talvolta regredisce ma non è mai vinto e ricomincia incessantemente.
La prima opzione è quella della guerriglia. Il gauchismo paramilitare ha dimostrato con le sue sconfitte che scendere sul terreno del nemico significava piegarsi alla sua strategia e subirne la legge. La vittoria dei conflitti con pretesa di emancipazione ha fatto anche peggio. Il potere insurrezionale ha rivolto i suoi fucili contro quelle e quelli che gli avevano permesso di trionfare.
In Lo Stato non è più niente, sta a noi essere tutto[4], ho azzardato la formula “Né guerrieri né martiri”. Essa non dà alcuna risposta ma pone solamente la questione: come fare della volontà di vivere e della propria coscienza umana un’arma che non uccide, un’arma assoluta?
L’energia che i casseurs militanti sprecano in incendi di spazzatura e in rottura di vetrine non sarebbe forse più giudiziosa nella difesa delle ZAD (zone da difendere) in lotta contro la produzione di nocività e d’inutilità redditizie? Un’interrogazione similare vale per i manifestanti che portano a spasso episodicamente l’illusione di ottenere delle misure in favore del clima. Che cosa attendersi da Stati che sono i commessi viaggiatori dell’economia inquinante? La presenza massiccia dei protestatari sarebbe più auspicabile laddove questa economia avvelena una regione, un territorio. L’incontro di una violenza cieca con una volontà tranquilla ma decisa non avrebbe forse qualche speranza di fondare una sorta di pacifismo insurrezionale la cui ostinazione potrebbe spezzare poco a poco il giogo dello Stato di profitto?
8) Lei ha più volte avanzato che “la trasgressione è un omaggio al divieto”. Che la distruzione (in francese, la casse) non serve l’affrancamento; peggio, ch’essa “restaura” l’ordine. Il sollevamento dei Gilets jaunes ha trasformato numerosi “non-violenti” in simpatizzanti dei Black Bloc; solo la violenza (in francese, le casse), dicono in sostanza, ha permesso di far reagire il potere; solo il fuoco è riuscito a far tremare Macron. È falso?
Che bella vittoria far tremare un tecnocrate che ha il cervello di un registratore di cassa! Lo Stato non ha ceduto nulla, non lo può, non lo vuole. La sua sola reazione è consistita nel sopravvalutare le violenze nel ricorrere al pestaggio fisico e mediatico per sviare l’attenzione dai veri casseurs, quelli che rovinano il bene pubblico. Come ho già detto le vetrine in frantumi tanto care ai giornalisti, sono l’espressione di una collera cieca. La collera si giustifica, la cecità no! Il valzer a mille tempi dei pavé e dei lacrimogeni fa del surplace. Gli organi di governo vi trovano il loro conto.
Quel che è vincente è lo sviluppo della coscienza umana, la decisione sempre più ferma, nonostante la stanchezza e i dubbi presi in conto dalla paura e dalla meschinità mediatica. La potenza di questa determinazione non cesserà di crescere perché non si cura né di vittoria né di sconfitta. Perché senza capi né rappresentanti recuperatori essa è là, presente, e assume da sola – per tutte e per tutti – la libertà di accedere a una vita autentica.
Siatene certi: la democrazia è in piazza, non nelle urne.
9) Nel 2003, conLe Chevalier, la Dame, le Diable et la mort”, Lei ha consacrato delle belle pagine alla questione animale che si è in seguito imposta quasi quotidianamente nel dibattito pubblico. Lei ha parlato recentemente di una “nuova civiltà” da creare; potrà essa voltare la pagina dei massacri giornalieri di animali sui quali si ergono ancora le nostre società?
I biotopi devastati, i pesticidi, i massacri di api, di uccelli, d’insetti, la fauna marina soffocata dal versamento in mare di plastiche, l’allevamento concentrazionario delle bestie, l’avvelenamento della terra, dell’aria, dell’acqua altrettanti crimini che l’economia di profitto perpetua impunemente, in tutta legalità prefabbricata. Agli indignati che strepitano che “bisogna salvare l’umanità dal disastro”, i cadaveri che ci governano oppongono lo spettacolo di promesse non tenute e insostenibili. Reiterano cinicamente il carattere irrevocabile del loro decreto: bisogna salvare l’economia, la redditività, il denaro e pagare, per questo nobile ideale, il prezzo della miseria e del sangue.
Il loro mondo non è il nostro: lo sanno e se ne fottono. A noi di decidere della nostra vita e del nostro ambiente. A noi di ridere dei loro obblighi burocratici, giuridici, polizieschi troncando la loro impresa alla base, là dove siamo, là dove ci soffoca. Come dicevano i sanculotti del 1789: “Ve ne fottete di noi? Non ve ne fotterete a lungo!”.
Ci incamminiamo verso uno stile di vita fondato su una nuova alleanza con l’ambiente naturale. È in una tale prospettiva che la sorte delle bestie sarà abbordata, non con uno spirito caritativo o compassionevole ma sotto l’angolo di una riabilitazione: quella dell’animalità che ci costituisce e che sfruttiamo, torturiamo, reprimiamo nello stesso modo in cui maltrattiamo, reprimiamo, maltrattiamo quei fratelli inferiori che sono anche i nostri fratelli interiori.
10) Lei invita comunque, nel suo ultimo scritto a “ristabilire la preminenza dell’umano”. Come assumere la singolarità dell’Homo Sapiens ricordandogli al tempo dell’antropocene che dovrebbe farsi più piccolo giacché non rappresenta che lo 0,01 % della biomassa?
Sarebbe l’ora che il ya basta, siamo stufi, ce n’è abbastanza! si applichino a quel dogma fabbricato da un sistema di sfruttamento che, facendo la parte bella ai signori propagava la credenza nella stupidità e nella debolezza innata dell’essere umano. Non si è smesso di abbassarlo questo povero diavolo. Non è stato a lungo che una deiezione degli Dei, triturato secondo il gusto dei loro capricci. Lo si è caricato di una maledizione ontologica, di una malformazione naturale, di uno stato di puerilità permanente che rendeva necessaria la tutela di un signore. Finisce oggi in una spazzatura in cui è ridotto a un oggetto, a una cifra, a una statistica, a un valore mercantile.
Tutto salvo riconoscergli una creatività, una ricchezza potenziale, una soggettività che aspira ed esprimersi liberamente. Voi continuate a predicare l’angoscia degli spazi infiniti del giansenista Pascal, mentre una rivoluzione della vita quotidiana avvantaggia l’individuo e lo inizia a una solidarietà capace di liberarlo dal calcolo egoista e dall'’individualismo in cui lo rinchiudeva la società gregaria. Quando degli uomini e delle donne gettano le basi di una società egualitaria e fraterna, il sermone rimasticato incessantemente dai propagandisti della servitù volontaria trova dunque ancora dei portavoce!
I soli spazi infiniti che mi appassionano sono quelli che l’immensità di una vita da scoprire e da creare apre davanti a noi. Si gridava ieri “A cuccia i promotori di re e di curati!” Sono gli stessi oggi, riconvertiti. A cuccia i promotori di mercato.


Intervista a Vaneigem per We demain n° 26

1. Mezzo secolo dopo il maggio 68 nessuno slogan della contestazione è arrivato alle caviglie di quelli che Lei ha ispirato all’epoca. I poeti guardano altrove?
La poesia scritta non è che la schiuma della poesia vissuta. L’atto poetico per eccellenza è oggi il risveglio della coscienza umana dopo cinquanta anni di sonnolenza, d’abbrutimento consumistico e mediatico. Le parole “Risveglio delle lucciole” iscritte sul gilet jaune di una manifestante mi sembrano altrettanto promettenti del ritornello del 1968 “Vogliamo vivere e non sopravvivere”. Come esprimere meglio il ritorno alla vita e il rifiuto della distruzione della terra da parte della grande macinatrice del profitto?
2. Considera le ZAD come zone di autonomia la cui genesi discenderebbe dal pensiero situazionista e gli zadisti come neosituazionisti? Nel qual caso come definirebbe questo situazionismo del XXI secolo?
Non ci sono neosituazionisti. Il situazionismo è una volgare ideologia, utile per infarinare i cialtroni che arrivano al ridicolo di chiamare filosofia la nullità mentale di cui si saziano le mondanità parigine. Per contro, il pensiero che ha nutrito la radicalità del Maggio 1968 sta ancora lentamente aprendosi un varco. Ricordiamo che non si trattava nientedimeno che di fondare una società autogestita in cui le assemblee di democrazia diretta mettessero fine allo Stato, al “mostro freddo” protettore degli sfruttatori e oppressore degli sfruttati. L’alleanza del partito comunista e del governo francese aveva allora spezzato uno slancio rivoluzionario, in realtà già degradato dall'’interno dall'’arrivismo dei piccoli caporali gauchisti. Che non ci siano capi tra i Gilets jaunes e che solo l’avvallo delle assemblee accrediti un porta parola marca un netto progresso rispetto al movimento delle occupazioni del 1968.
3. Lei dice che “la storia non manca di momenti in cui la poesia trionfa sulla barbarie”. Questo trionfo è stato talvolta l’opera di un uomo provvidenziale, di un eroe, come Gandhi o Mandela. Il carattere tutelare che rappresenta un tale personaggio impedisce l’evoluzione verso una società autogestita?
L’uomo provvidenziale è il prodotto di uno choc sismico tra il sistema economico in cerca di una nuova forma e l’insoddisfazione esistenziale di una popolazione che dispera di accedere a una sorte migliore. Anche se Gandhi e Mandela hanno incarnato la speranza di un miglioramento sociale, non avevano alcuna possibilità di sradicare la miseria del loro paese perché erano lo Stato, il Leviatano degli interessi privati, il potere cher protegge opprimendo. Sono stati i pastori di una barbarie in transumanza. Avevano perlomeno conservato una coscienza umana e fatto mostra di una generosità riformista di cui non ignoravano i limiti. Sappiamo che da Bonaparte a Pol Pot, la brutalità e la meschinità hanno sempre favorito l’accesso di una guida suprema alla testa di un paese. Tuttavia, oggi quale Provvidenza potrebbe accomodarsi di un meccanismo rudimentale la cui funzione è di ticchettare al ritmo di una macchina assurda, sprovvista di umanità?
4. Lei dice della poesia che è “l’antidoto dell’intellettualità”, e anche che può “sradicare la nocività del capitalismo parassitario”. La si può insegnare al bambino? Sottraendolo alla scuola? Con quali cambiamenti nei metodi educativi?
Sarebbe prerogativa del bambino insegnarci l’arte di essere umani se l’educazione che gli applichiamo non gli disapprendesse a vivere. Lasciarlo libero di scoprire l’esperienza della vita in comune, i conflitti che essa genera e la loro soluzione possibile, questo è il progetto diffuso oggi dalla volontà di sradicare l’insegnamento concentrazionario, l’indottrinamento alla servilità di cittadinanza, l’iniziazione alle pratiche di predazione, della concorrenza, della competizione, la fabbricazione di quegli schiavi di mercato di cui i tecnocrati che pretendono di governarci illustrano il ridicolo pietoso. La forza del movimento sovversivo di cui i Gilets jaunes non sono che un epifenomeno, dipende principalmente dalla volontà di un ritorno alla base e dall’attenzione di abbordare dal punto di vista delle preoccupazioni locali – villaggio, quartiere, regione –  dei problemi che lo Stato non può e non vuole gestire che a vantaggio delle potenze finanziarie. È giunta l’ora di fare della scuola l’affare di tutte e di tutti, di sottrarla allo Stato e alla sua scienza senza coscienza.
5. Ha conoscenza dell’esistenza nel mondo di zone in cui la poesia, la creatività, le arti abbiano più possibilità di fiorire che altrove?
Dovunque le donne sono al cuore della lotta per la vita sovrana, dovunque la loro decisione infrange il potere patriarcale e supera l’opposizione tra virilismo e femminismo che troppo sovente frena e occulta un’aspirazione comune a essere semplicemente umani. Dovunque la solidarietà senza frontiere abolisce il razzismo, l’antisemitismo (questo “socialismo degli imbecilli”), la xenofobia, il sessismo, l’omofobia. Dovunque è spazzata via la struttura gerarchica e la tecnica del “capro espiatorio” indispensabile all’arte di sottomettere i propri simili.
6. Lei dice che “non c’è cuore nel quale non dimori una potenza di vita avida di affermarsi affinandosi alla luce della propria intelligenza sensibile”. Questa “intelligenza sensibile” che attraversa tutti i suoi scritti non è la fonte viva della sua filosofia?
Essa è soprattutto sorgente di vita. Affinare ogni giorno la coscienza della mia volontà di vivere mi dispensa dal sostenere un ruolo. Non sono né filosofo, né scrittore, né agitatore, né maître à penser. Combattere il vecchio mondo mi aiuta ad “avanzare nell’inverno a forza di primavere”, come dice Charles de Ligne. Che noi siamo entrati in un periodo critico in cui la minima contestazione particolare si articola su un insieme di rivendicazioni globali m’incanta, come m’incanta, in questo movimento di rivolta in cerca di una rivoluzione, la lotta del cuore contro lo spirito del registratore di cassa.
7. Lei dice che “persino l’insubordinazione è rassegnata”. Pensa questo dei Gilets jaunes?
Troppe lotte d’emancipazione sono state logorate fin dall'’inizio dall'’idea di una sconfitta ineluttabile. I “no pasaran” e altre fanfaronate del trionfalismo non hanno mai fatto altro che esorcizzare il panico inerente a un’azione militare. La servitù volontaria costruisce attorno a noi dei muri del pianto che giustificano e alimentano la nostra rassegnazione.
A differenza dei movimenti rivendicativi del passato, la grande ondata insurrezionale che agita la Francia non si preoccupa né di vittoria né di sconfitta, ma insiste nel manifestare la sua intenzione incrollabile, la sua volontà di ricominciare senza sosta; come rinasce senza sosta la passione di vivere.
8. Per Lei il movimento dei Gilets jaunes non è altro che una jacquerie che alimenta il sistema oppure segna l’irruzione di una contestazione radicale?
Certamente il potere statale e mercantile preferirebbe non cogliervi altro che un rimasuglio di jacquerie, uno di quei moti plebei tradizionalmente soffocati nel sangue. Purtroppo per lui l’insurrezione popolare ricorda piuttosto quella del 14 luglio 1789, quando un pugno di pazzoidi che non avevano letto né Diderot né d’Holbach, né Rousseau né Meslier hanno offerto al pensiero illuminista la fiaccola di una libertà che continua a rischiarare il mondo, allorché la parola “libertà” è invece corrotta. Siamo in diritto di parlare di una poesia fatta da tutti quando la coscienza umana smonta la menzogna che identifica la libertà con la libertà di commercio, la libertà di sfruttare, di uccidere, di avvelenare. Come potrebbe il governo non essere condannato a uno sgomento crescente? Come potrebbe comprendere che quella che è cominciata non è una lotta contro lo Stato ma una lotta per la vita?
9. Lei dice che il “vecchio potenziale di credulità non ha alcuna difficoltà nell’approfittare delle predizioni scientifiche che, dal cataclisma nucleare a quello ecologico, passando per il valzer macabro delle pandemie, hanno un enorme successo”. Aggiungerebbe i teorici della collapsologia tra questi “commercianti”?
Io saluto le sentinelle che vigilano. Che le sirene d’allarme risuonino in ogni luogo per mettere in guardia contro il degrado climatico, l’avvelenamento agroalimentare, l’inquinamento industriale e il cinismo di un governo che protegge Total, ma istaura una tassa sul carburante. Ciò contribuisce al risveglio delle coscienze ma queste manifestazioni non faranno cambiare di una virgola la politica degli Stati, indissolubilmente asserviti alle multinazionali che fanno del pianeta un deserto. Nel solco della sconfitta dei militanti si sviluppa dunque un’ideologia della catastrofe ineluttabile, un sentimento di fatalità. Il mercato della paura è là per farsi carico della disperazione di chi ha l’impressione di battersi invano. Un’energia considerevole si dissipa nell’angelismo delle buone intenzioni, nell’indignazione impotente delle proteste di piazza. Non sarebbe più utile investire questa energia nella lotta che le ZAD conducono nelle loro regioni contro le nocività, le imprese inquinanti, l’avvelenamento delle terre, dell’acqua, del cibo? È a questo livello locale che trovano senso ed efficacia le vere rivendicazioni in favore del clima e dell’ambiente.
10. Lei ci ricorda che ogni pensiero sovversivo è portatore di una nuova tirannia. Se riuscissimo a sovvertire contemporaneamente il capitalismo planetario, la società dei consumi, quella dello spettacolo e persino l’uso della moneta, di quale tirannia dovremmo allora diffidare?
Senza dubbio del riflesso predatore, di quel residuo di animalità non superata, del fascino morboso esercitato dal potere. Fin dall'’apparizione delle Città-Stato datano le guerre, la risoluzione dei conflitti attraverso la violenza, il patriarcato, la gerarchia che divide la società in signori e schiavi. Quel che una menzogna secolare attribuisce alla natura umana è in realtà l’effetto di una denaturazione che tocca l’uomo e la donna, li disumanizza attraverso un sistema di sfruttamento, impone loro una separazione fittizia con una testa dirigente, emanazione del lavoro intellettuale, e un corpo forzato al lavoro manuale. Più che la ripetizione di suppliche morali, l’instaurazione di uno stile di vita verrà a capo di questa tara che ci affligge da millenni.
11. Lei propone di “avanzare verso una metamorfosi in cui l’uomo, artista totale della propria esistenza, diventerebbe un essere umano in un processo sperimentale capace di aprire il campo di tutti i possibili”. Non è proprio questo campo di tutti i possibili, questa libertà che tetanizza? Non è forse la paura l’ostacolo maggiore all’avvento dell’Homo ecologicus?
L’annotazione di Scutenaire “Poveri uccelli che non mangiate se non con gran paura” si applica all’esistenza quotidiana di milioni di donne e uomini trattati dal sistema di sfruttamento economico e sociale come un misto di bestie da soma e di bestie da preda. Finché la volontà di vivere non avrà abolito la lotta di sopravvivenza (struggle for life) e fatto tabula rasa delle arene della miseria concorrenziale, la paura resterà onnipresente. Solo ne verrà a capo (di essa e della sua sorella gemella, la colpevolezza) una gioia di vivere che non ha bisogno che di audacia e ancora di audacia per rivendicare la sua sovranità assoluta.
12. Quali consigli di lettura darebbe alle generazioni future?
Imparare innanzitutto a decifrare la loro esistenza, quella che è loro imposta da una società di predatori e quella che dal fondo del cuore, desiderano con passione.
Consiglio loro, incidentalmente, di sfogliare a titolo d’informazione il libro più durevolmente vietato e occultato della storia, Il discorso della servitù volontaria scritto da un adolescente di diciassette anni, Etienne de la Boétie.


[1] L’Appel à la vie è una breve sintesi appena pubblicata in Francia a seguito di Sull’autogestione della vita quotidiana contributo all’emergenza di territori liberati dall'’impresa statale e mercantile, Derive Approdi, Roma 2019.
[2] R. Vaneigem, Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni, Castelvecchi, Roma 2006.
[3] Internazionale situazionista alla quale Vaneigem ha grandemente contribuito.
[4] R. Vaneigem, Lo Stato non è più niente, sta a noi essere tutto, Nautilus Torino 2010.