domenica 10 maggio 2020

Quaderni nomadi dal confino - 3. Se l’economia politica è malata che crepi!





3. Se l’economia politica è malata che crepi!
Hanno fermato la macchina per preservare i loro schiavi, ma se la macchina rischia di grippare, degli schiavi non importa loro un fico secco. Tornate a lavorare con la mascherina che serve solo a proteggere gli altri, soprattutto quelli che, tranquilli in casa, ingrassano con i dividendi finanziari, frutto del vostro lavoro e di quello delle masse di schiavi che, in India o in Cina, producono le nostre maschere, le nostre pillole e persino i vostri abiti griffati. Torna in mente, allora, la risposta sferzante del Maggio 68 a queste pantomime ipocrite: se l’economia è malata, che crepi!
Ovviamente ogni ipotesi sulle origini e le cause della pandemia è già stata oggetto di mille illazioni da parte di chi, in realtà, ne sa poco o niente. Per non perdere tempo io preferisco pensare che il confinamento ci sia stato imposto tragicamente “per caso”, ma un caso prodotto e gestito dal catastrofismo programmato della società dei consumi.
Questo virus, molto probabilmente imprevisto, è esploso in tempi troppo brevi per chi non sa prevedere nient’altro che il calcolo immediato della redditività, la partita doppia del potere. In seguito, invece, la situazione è stata manipolata, come sempre nella società dello spettacolo, per dissimulare delle strategie colpevoli nella gestione della pandemia, ma anche per esplorare i limiti imponibili della logica concentrazionaria di un mondo in cui il lavoro rende soltanto liberi di lavorare.
Invece di giocare al piccolo complottista[1], gioco di società alternativo al Monopoli, vediamo, piuttosto, di approfittare della confusione che scuote il potere per prepararci a fare quel che ci conviene in quanto esseri umani. Ben oltre i problemi causati dal coronavirus, che pure non sono indifferenti, urge cominciare a progettare il modo d’uso di un’organizzazione sociale totalmente diversa da quella che ci ha portato sull’orlo del baratro di cui la pandemia del coronavirus non è che un segnale d’allarme di portata naturale.
Ho cercato di sintetizzare, come meglio ho potuto, in quale inghippo ci troviamo. Vediamo se possiamo approfittare di questa pausa imprevista del produttivismo per cominciare a immaginare, e subito dopo innescare, un dopo che sia il superamento del prima e soprattutto non il suo ennesimo accomodamento.
Per agire in questo senso, una prima constatazione è necessaria: la democrazia parlamentare che pretende di propugnare l’uguaglianza e la libertà non è altro che il retaggio di una lotta di classe finita nei parcheggi dei supermercati in cui i proletari di un tempo parcheggiano la loro automobile che devono ancora finire di pagare. Oggi più che mai, il presunto debito degli individui e dei popoli è al cuore del funzionamento dell’economia politica.
Mentre i proletari di un tempo erano il motore insostituibile della produzione economica e potevano, con i loro scioperi, bloccare il sistema sociale (ragione della violenza spietata cui ho accennato prima), oggi i soli sovversivi spontanei di una società spettacolare sono degli esclusi cui si aggiunge una piccola minoranza radicale che sfugge al condizionamento di massa e che lancia un’allerta sull’artificializzazione della vita e sul suo crollo imminente. Tuttavia, tutti questi emarginati sono sprovvisti del minimo potere di boicottaggio sul sistema produttivo di merci e di valore economico.
Si è visto in Francia con la crisi dei Gilets Jaunes: nessuna speranza di pesare sul potere se la maggioranza dei francesi, nonostante la simpatia che il movimento ha sempre conservato, non aderisce a uno sciopero generale. Uno sciopero, però, che per essere efficace non può limitarsi a bloccare la circolazione e i luoghi di produzione delle merci senza boicottare il consumo che è l’attività capitalista più attiva; per riuscirci, tuttavia, bisogna cominciare a bloccare il meccanismo consumistico interno che condiziona pesantemente le coscienze e per questo ci vuole lo sviluppo di una nuova lucidità, di una radicalità antiproduttivista.
Ebbene, il laboratorio planetario del condizionamento che provoca l’alienazione consumistica è stato seriamente danneggiato dall’apparizione della pandemia, con il rischio di un decondizionamento di molte cavie umane.
La tragedia capitalista del coronavirus è che il sistema è stato costretto a incoraggiare uno sciopero generale per ragioni di salute e deve ora impiegarsi a fondo per farlo smettere il più alla svelta possibile e rimettere in marcia la macchina per fare soldi senza dare delle idee a tutti quelli che sognano di rottamarla. Il sistema teme che il confinamento, anziché nel deconfinamento e nel ritorno a una normalità totalitaria mascherata, si trasformi, ben più gioiosamente, in una rivoluzione sociale che toglierebbe la maschera (la loro, stavolta) ai loro intenti perversi di sempre.
Un'emarginazione autogestita delle masse altererebbe gli equilibri su cui fino a ieri il potere ha fondato la sua strategia. Alcuni emarginati di diverse configurazioni sono sempre stati in grado di distinguersi intellettualmente dal sistema con i loro atteggiamenti off limits, le loro rivolte da salotto o da casa editrice e qualche ZAD (zone da difendere), situazioni molto più concrete e per questo represse con dovizia di mezzi e un’estrema violenza che rinvia al passato[2].Tuttavia, un’emarginazione, scelta o subita che sia, non è in grado, da sola, di bloccare la macchina capitalista. Quest’ultima è anche protetta dal fatto di avere spostato gran parte della sua attività produttiva in paesi in cui lo sfruttamento operaio è ancora praticato con estrema facilità. Senza contare che la schiavitù salariata è vissuta da molti diseredati cronici come una conquista sociale che significa l’ottenimento di un minimo vitale mai conosciuto prima da miliardi d’indiani o cinesi – per non citare che i due paesi-continenti dalla demografia più densa e maggiormente coinvolti in questa svolta epocale.Il proletariato operaio di un Occidente fondamentalmente di matrice cristiana[3], drasticamente ridotto di numero rispetto al passato, è ormai una casta di piccolo-borghesi educati al consumismo. Contadini, operai, impiegati e una buona fetta di quell’altra casta chiamata classe media, sono dei lavoratori assuefatti all’inquinamento, avviati alla miseria, ma costretti al consumo, attratti dalla carota di un benessere di cui si parla moltissimo, ma che è sempre per l’indomani. La loro vita è fatta solo di produzione di valore economico e consumo – finché il lavoro non si tramuti in disoccupazione e il cumulo dei debiti non riduca improvvisamente sul lastrico.
Il capitalismo liberale naviga a vista, inseguendo una sorta di paradiso terrestre impraticabile, ancora tutto da asfaltare, ma in lavori in corso continui, come certe autostrade del sud dell’Italia, mai finite perché in mano alle mafie.
La coscienza di classe non ha più ragion d’essere perché tra il borghese bohémien[4] e il lavoratore di base[5] c’è una differenza di salario e dunque di potere consumistico che spiega in parte la loro conflittualità su una questione ecologica e climatica ormai onnipresente in tutte le categorie di consumatori. Sopravvissute alla lotta di classe di un tempo, queste caste diverse, infiacchite dal neoanalfabetismo politico delle greggi di destra, di sinistra o di altrove che le coinvolgono nelle messe elettorali parlamentariste, litigano spesso per motivi stupidamente ideologici.
È nella fascistizzazione progressiva di una parte della casta operaia di base che la coscienza di classe dell’operaio meno scolarizzato è svanita, tra una rata e l’altra della casa comprata col mutuo o più modestamente per le rate dell’auto, di Internet e del portatile. La questione ecologica è sentita da tutti come reale, ma alcuni la interpretano come un lusso fastidioso da privilegiati. Costoro si occupano, per reazione oltre che per necessità, di garantirsi una vettura in buono stato per andare al lavoro, oppure della programmazione di una settimana di vacanze in campeggio a Ferragosto, quando non c’è bisogno del virus per smettere di lavorare un attimo; tuttavia, troppo lunga sarebbe la lista dei consumi che rendono liberi quanto il lavoro ad Auschwitz.


Sergio Ghirardi, Decameron - il ritorno  3  (continua)



[1] La paranoia complottista potrebbe, in effetti, avere ragione nel denunciare la pandemia come un progetto voluto, deciso nella guerra dichiarata all’umanità dai cattivi al potere. Nel qual caso, il sistema diabolico starebbe soltanto bollendo di machiavellismo, mentre io penso che la sua fredda follia trovi più saggio e meno pericoloso, gestire cinicamente i fatti e anche il caso a proprio vantaggio – il complotto che li comprende tutti, rendendo ridicola la teoria del complotto, è un sistema di sfruttamento planetario vecchio di seimila anni che si chiama produttivismo e ultimamente capitalismo.
[2] Migliaia di robocop sono stati inviati a Notre Dame des Landes, in Francia (come in Val di Susa, in Italia) per distruggere quattro capanne in cui si sperimentava pacificamente una democrazia diretta concreta, associata alla permacultura e altre piste di trasformazione radicale del modo di vivere il quotidiano e il politico insieme.
[3] I rimasugli ideologici degli altri monoteismi si adeguano, gestendo ognuno i suoi integralisti e i suoi rari progressisti, le sue bombe atomiche e il suo petrolio.
[4] In francese, Bobo è il termine sprezzante con il quale il cittadino di base dalla struttura caratteriale reazionaria, definisce il suo alterego che ha frequentato spesso studi superiori, mangia biologico e vota piuttosto a sinistra. Scarica così i resti del suo razzismo antiborghese di un tempo.
[5] Mi riferisco ai pochi contadini industrializzati e impoveriti, sopravvissuti alle varie patologie cancerogene dovute ai pesticidi e ad altre nocività, quanto agli operai che lavorano in fabbrica o sono impiegati nel settore terziario e in altri lavori indecenti della società dei consumi, gentrificata e computerizzata.



Cahiers nomades du confinement
3. Si l’économie politique est malade, qu’elle crève !
Ils ont arrêté la machine afin de préserver leurs esclaves, mais si la machine risque de gripper, des esclaves ils s’en foutent éperdument. Retournez à travailler avec le masque qui n’est utile qu’à protéger les autres, surtout ceux qui, tranquilles à la maison, se gavent des dividendes financiers, fruit de votre travail et de celui des masses d’esclaves qui, en Inde ou en Chine, produisent nos masques, nos pilules et même vos vêtements de créateurs. Revient à l’esprit, alors, la réponse cinglante de Mai 68 à ces simagrées hypocrites : si l’économie est malade, qu’elle crève !Evidemment, toutes les hypothèses sur les origines et les causes de la pandémie ont déjà fait l’objet de mille allégations de la part de ceux qui, en fait, en savent peu ou rien. Pour ne pas perdre du temps, je préfère penser que le confinement nous a été imposé tragiquement « par hasard », mais un hasard produit et géré par le catastrophisme programmé de la société de consommation.
Ce virus, très probablement imprévu, a éclaté en temps trop brefs pour qui ne sait prévoir rien d’autre que le calcul immédiat de la rentabilité, la double entrée du pouvoir. Ensuite, en revanche, la situation a été manipulée, comme toujours dans la societé du spectacle, pour dissimuler des stratégies fautives dans la gestion de la pandémie, mais aussi pour explorer les limites imposables de la logique concentrationnaire d’un monde où le travail rend uniquement libres de travailler.Plutôt que jouer au petit complotiste[1], jeu de société alternatif au Monopoli, voyons, plutôt, de profiter de la confusion qui ébranle le pouvoir pour nous préparer à faire ce qui nous convient en tant qu’êtres humains. Bien au-delà des problemes causés par le coronavirus, qui ne sont pas, toutefois, des sinécures, c’est urgent de commencer à concevoir le mode d’emploi d’une organisation sociale totalement autre de celle qui nous a amené au bord du gouffre dont la pandémie du coronavirus n’est qu’une alerte grandeur nature.
Je viens de synthétiser le mieux que j’ai pu, le pétrin dans lequel nous sommes. Voyons si nous pouvons profiter de cette pause imprévue du productivisme pour commencer à imaginer, et tout suite après enclencher, un après qui soit le dépassement de l’avant et surtout pas son énième arrangement.Afin d’agir en ce sens, un premier constat est nécessaire : la démocratie parlementaire qui prétend prôner l’egalité et la liberté n’est rien d’autre que le vestige d’une lutte de classe échouée dans les parking des supermarchés où les prolétaires d’antan garent leur voiture qu’ils doivent encore finir de payer. Aujourd’hui plus que jamais, la dette présumée des individus et des peuples est au cœur du fonctionnement de l’économie politique.Alors que les prolétaires d’antan étaient le moteur irremplaçable de la production économique et pouvaient, par leurs grèves, bloquer le système social (dont la violence impitoyable vient d’être rappelée), aujourd’hui les seuls subversifs spontanés d’une société spectaculaire, sont des exclus auxquels s’ajoute une petite minorité radicale qui échappe au conditionnement de masse et qui lance une alerte sur l’artificialisation de la vie et son effondrement imminent. Néanmoins, tous ces marginalisés sont dépourvus du moindre pouvoir de boycottage du système productif des marchandises et de la valeur économique.
On l’a vu en France, avec la crise des Gilets jaunes : Aucun espoir de peser sur le pouvoir si la majorité des français, malgré la sympathie que le mouvement a toujours conservé, n’adhère pas à une grève générale. Une grève, toutefois, qui pour être efficace, ne peut pas se limiter à bloquer la circulation et les lieux de production des marchandises sans boycotter la consommation qui est l’activité capitaliste la plus performante ; mais pour y arriver, il faut commencer par bloquer le mécanisme consumériste intérieur qui conditionne lourdement les consciences et pour cela il faut le développement d’une lucidité nouvelle, d’une radicalité anti productiviste.Or, le laboratoire planétaire du conditionnement qui provoque l’aliénation consumériste à été sérieusement touché par l’apparition de la pandémie, avec le risque d’un déconditionnement ébranlant beaucoup des cobayes humains.
La tragédie capitaliste du coronavirus est que le système a été contraint à encourager une grève générale pour des raisons de santé et il doit maintenant s’employer à fond pour l’arrêter au plus vite et remettre en marche la machine à sous, sans donner des idées à tous ceux qui rêvent de l’envoyer à la casse. Le système craint que le confinement ne devienne pas un déconfinement aboutissant à un retour à une normalité totalitaire masquée, mais qu’il se transforme, bien plus joyeusement, en une révolution sociale qui ôterait le masque (le leur, cette fois) à leurs intentions perverses de toujours.Une marginalisation autogérée des masses bousculerait les équilibres sur lesquels le pouvoir a assis, jusqu’à hier, sa stratégie. Certains individus marginalisés de differentes configurations ont toujours pu se distinguer intellectuellement du système par leurs attitudes off limits, leurs révoltes de salon ou de maison d’édition et quelques ZAD (zones à défendre), situations bien plus concrètes, donc réprimées avec abondance de moyens et une violence extrème qui renvoie au passé[2].
Toutefois, la marginalisation choisie ou subie, n’est pas en mesure de bloquer la machine capitaliste. Celle-ci est aussi protégée par le fait d’avoir délocalisé une grand partie de son activité productive dans des pays où l’exploitation ouvrière est encore pratiquée avec une facilité extrême. En plus, pour beaucoup de déshérités chroniques, elle est vécue comme une conquête sociale qui signifie l’obtention d’un minimum vital jamais connu auparavant par des milliards d’indiens ou de chinois – pour ne citer que les deux pays-continents à la démographie la plus dense et les plus concernés par ce tournant décisif de l’époque.Le prolétariat ouvrier d’un Occident fondamentalement de matrice chrétienne[3], fortement réduit en relation au passé, est désormais une caste de petit-bourgeois éduqués à la consommation. Paysans, ouvriers, employés et une bonne partie de cette autre caste appelée classe moyenne, sont des travailleurs habitués à la pollution, dirigés vers la misère, mais obligés à consommer, séduits par la carotte d’un bienêtre dont on parle beaucoup, mais qui est toujours pour le lendemain. Leur vie est faite uniquement de production de valeur économique et de consommation – jusqu’à ce que le travail ne se convertisse pas en chômage et l’accumulation des dettes ne les mette sur la paille soudainement.
Le capitalisme libéral navigue à vue, poursuivant une espèce de paradis terrestre impraticable, pas encore goudronné, mais en cours de travaux permanents, comme certaines autoroutes du sud de l’Italie, jamais terminées car aux mains des mafias.La conscience de classe n’a plus raison d’être parce qu’entre le bourgeois bohémien[4] et le travailleur basique[5], il y a une différence de salaire, donc de pouvoir de consommation, qui explique en partie leur conflictualité sur une question écologique et climatique désormais omniprésente dans toutes les catégories de consommateurs. Rescapées de la lutte des classes d’antan, ces castes differentes, frappées par le néo analphabétisme politique des troupeaux de droite, de gauche ou d’ailleurs qui les impliquent dans les messes électorales parlementaristes, se querellent souvent pour des raisons bêtement idéologiques.C’est dans la fascisation progressive d’une partie de la caste ouvrière de base que la conscience de classe de l’ouvrier moins scolarisé a disparu, entre une échéance de crédit immobilier à l’autre ou, plus modestement, pour l’emprunt de la voiture, le prix d’Internet et du portable. La question écologique est ressentie par tous comme réelle, mais certains l’interprètent comme un luxe agaçant de privilégié. Ceux-là s’occupent, par réaction encore plus que par nécessité, de se garantir une voiture en bon état pour se rendre au travail ou de la programmation d’une semaine de vacances en camping à la mi-août, quand il n’y a pas besoin du virus pour arrêter de travailler un court instant ; toutefois, inépuisable est la liste des consommations qui rendent libres autant que le travail à Auschwitz. Sergio Ghirardi, Décaméron – le retour 3 (A suivre)
  

[1] La paranoïa complotiste pourrait, en effet, avoir raison en dénonçant la pandémie comme un projet voulu, décidé dans la guerre déclarée à l’humanité par les méchants au pouvoir. Dans ce cas, le système diabolique serait simplement chaud bouillant de machiavélisme, alors que je pense que sa folie froide trouve plus sage et moins dangereux de gérer cyniquement les faits, et aussi le hasard, à son avantage – le complot qui les comprend tous, en rendant dérisoire la théorie du complot, est un système d’exploitation planétaire vieux de six mille ans qui s’appelle productivisme, puis dernièrement capitalisme.
[2] Des milliers de robocops ont été envoyés à Notre Dame de Landes (mais aussi en Val di Susa, en Italie) pour démolir quatre baraques où on expérimentait pacifiquement une démocratie directe concrète, associée à la permaculture et à autres pistes de transformation radicale de la manière de vivre le quotidien et le politique.
[3] Les restes idéologiques des autres monothéismes s’adaptent, chacun d’eux gérant ses intégristes et ses rares progressistes, ses bombes atomiques et son pétrole.
[4] Bobo est le terme méprisant par lequel le citoyen basique à la structure caractérielle réactionnaire, définit son alter ego qui a fait souvent des études supérieurs, mange biologique et vote plutôt à gauche. Il décharge ainsi les restes de son racisme antibourgeois d’antan.
[5] Je me réfère aux quelques paysans industrialisés et appauvris, rescapés aux diverses pathologies cancérigènes dues aux pesticides et à autres nuisances, autant qu’aux ouvriers qui travaillent à l’usine ou employés dans le secteur tertiaire et dans d’autres travaux indécents de la société de consommation, gentrifiée et computerisée.