lunedì 2 febbraio 2026

IL FALLIMENTO DEL SISTEMA FERROVIARIO AD ALTA VELOCITÀ AVE – LA MACRO-INFRASTRUTTURA PIÙ INUTILE - Miquel Amorós

 






La tragedia di Adamuz e il crollo della rete ferroviaria suburbana Rodalies in Catalogna costituiscono – dopo l'incidente ferroviario di Angrois – l'episodio più grottesco e drammatico della "nuova era ferroviaria" proclamata all'unisono dalla classe politica ispano-catalana, dall'oligarchia edilizia e dalle élite globalizzanti. In questa società del rischio, di cui parlava Ulrich Beck, l'alta velocità ferroviaria si aggiunge alla lista dei pericoli e delle minacce socio-ambientali che già includevano gli organismi geneticamente modificati, i gas serra, le energie rinnovabili industriali, le linee elettriche ad altissima tensione, le centrali nucleari e l’industria agroalimentare. La scienza e la tecnologia della postmodernità non sono neutrali. Contrariamente a quanto promesso, tecnologie più avanzate significano meno benessere e maggiori rischi. Questo è particolarmente vero a riguardo delle infrastrutture non necessarie.

La leadership della Spagna in questo tipo di follia dimostra la persistenza della mentalità orientata allo sviluppo ereditata dal regime franchista da parte della politica professionistica di ogni tipo, un caso estremo d’irresponsabilità i cui risultati nefasti sono palesemente evidenti. L'alta velocità ferroviaria non è mai stata sostenibile, perché non lo è la società che la mette in moto. E ancor meno è efficiente e sicura, come dimostrano i ritardi quotidiani, l'emergere di decine di punti critici e il crescente numero d’incidenti, e non sembra affatto rappresentare il futuro felice della mobilità della cittadinanza.

 

La causa della collisione di treni non è un mistero: non è l'incompetenza criminale di un ministro o la negligenza colposa dei suoi subordinati che hanno ignorato le raccomandazioni della Commissione d'inchiesta sugli incidenti ferroviari; e nemmeno l'elevato grado di esternalizzazione della sicurezza. È la mancanza di una manutenzione adeguata, diretta o in subappalto, che, combinata con un maggiore afflusso di utenti e, quindi, un volume di traffico ferroviario maggiore, ha usurato i binari in diversi punti più del previsto, moltiplicando la probabilità di una catastrofe che alla fine si è verificata. Il progresso decantato da chi detiene il potere porta con sé questo tipo di pericolosi imprevisti. A questo punto, varrebbe la pena di risalire alle origini dell'aberrante fenomeno dell'Alta Velocità, frutto delle manie di grandezza della classe dirigente e dei suoi rappresentanti, mercenari e buffoni.

 

Negli anni '80 del secolo scorso, l'ambizioso progetto del treno ad alta velocità è stato un’idea dalla Tavola Rotonda Europea, organismo con una forte presenza di multinazionali, con fini eminentemente logistici che sbarcando nello Stato spagnolo si sono trasformati in politici. Il primo esempio di questa ristrutturazione fu la linea Madrid-Siviglia, roccaforte del partito al potere nel 1992. Improvvisamente, a giudicare dalle dichiarazioni di personalità di spicco della politica, della plutocrazia e del mondo imprenditoriale, dai rapporti tecnici nazionali e dalla stampa corrotta, l'AVE (Ferrovia ad Alta Velocità) divenne la soluzione a tutti i problemi tranne quello della mobilità: sviluppo economico, creazione di posti di lavoro, integrazione regionale, riequilibrio territoriale, decentramento amministrativo, coesione sociale, riduzione del traffico stradale e aereo... Ci trovavamo di fronte all'identica Ragione di Stato. Inutile dire che nulla di tutto ciò era vero e che appena colpita l’economia delle zone connesse, l’ubicazione delle imprese si rivelò irrilevante e la disoccupazione continuò ad aumentare; pertanto, l'integrazione regionale rimase invariata, così come la centralizzazione; la disuguaglianza sociale aumentò, così come il numero di voli, di camion e delle automobili in circolazione. Inoltre, la frammentazione geografica e la destrutturazione del territorio furono sempre più intense e l'impatto ambientale raggiunse livelli allarmanti. Il costo della costruzione delle nuove linee fu coperto solo in minima parte da fondi europei, e il resto – quasi l'intero costo – dirottando gli investimenti dalle autostrade, dalle reti ferroviarie suburbane e dalle linee convenzionali a lunga percorrenza. Il capitale privato fu estremamente cauto e lasciò gli aspetti finanziari nelle mani dello Stato. I costi operativi e di manutenzione non si fecero attendere, quindi il deterioramento del sistema ferroviario suburbano, utilizzato da centinaia di migliaia di lavoratori – costretti a vivere nelle aree metropolitane a causa della speculazione immobiliare – avanzò più rapidamente di quanto l'establishment al potere avrebbe voluto. Lo stesso accadde con i treni a media e lunga percorrenza. Pertanto, il caos della rete ferroviaria suburbana Rodalies è una conseguenza velenosa del progetto AVE. In breve, l'alta velocità, il treno degli executives o "treno dei privilegiati" – come inizialmente lo chiamava la voce del popolo – sarebbe diventato il progetto più insensato e dispendioso del sistema politico ed economico della Penisola Iberica.

 

L'impegno delle alte sfere dirigenti per un trasporto d'élite di passeggeri non è stato un bluff; è stato una scommessa audace, una vera sfida al buon senso. Ogni alto funzionario voleva che il treno ad alta velocità AVE passasse davanti alla porta di casa sua. In tre decenni, sono stati costruiti oltre 4.000 chilometri di binari, ponendo la rete ferroviaria ad alta velocità spagnola al secondo posto a livello mondiale, solo dopo la Cina, ma con la domanda più bassa, anche a livello mondiale. Non c'è da stupirsi che i funzionari governativi abbiano cercato di aumentare il numero di passeggeri, sia sovvenzionando i biglietti (i passeggeri pagano solo un terzo del prezzo) sia sopprimendo i treni regionali e a lunga percorrenza. Infine, il numero di utenti è rimasto stagnante intorno ai venti milioni fino a quando la liberalizzazione del servizio, dal 2021, ha imposto ulteriori riduzioni dei prezzi, mentre il turismo interno ed esterno registrava un forte aumento. Per contrastare la concorrenza di Ouigo e Iryo, Renfe ha lanciato Avlo, un servizio AVE meno costoso, e nel 2024 il numero di passeggeri ha raggiunto i quaranta milioni, una cifra incomparabile a quella della Francia, che, con 2.700 chilometri di ferrovia ad alta velocità, ha trasportato 164 milioni di passeggeri nello stesso anno. Gli elevati costi operativi sono rimasti un inconveniente, che è stato affrontato riducendo gli investimenti nella manutenzione, come dimostrano i frequenti ritardi e gli avvisi dei macchinisti su buche, vibrazioni e altri incidenti. Le conseguenze fatali di questo tipo di riduzione dei costi non hanno tardato a manifestarsi.

 

Il problema principale per i dirigenti e gli assessori del potere non può essere risolto con fondi pubblici o demagogie populiste, poiché il problema dell'alta velocità ferroviaria non risiede nei suoi elevati costi di gestione, ma nella sua natura di simbolo emblematico della globalizzazione e bandiera di un sistema politico al servizio dell'economia di mercato. Capiremo meglio se, invece di dire AVE si dicesse capitalismo. L'AVE, o qualcosa di simile, è un prodotto del regime socioeconomico così chiamato, un giocattolo costoso in cui si diletta la sua classe politica e imprenditoriale. Se tocchi l'uno, tocchi l'altro. Il deterioramento del servizio offerto dall'alta velocità ferroviaria, che inevitabilmente peggiorerà ancora, non è altro che il riflesso del degrado irreversibile del settore pubblico, un degrado che avvantaggia solo pochi nel tardo capitalismo, quello dei megaprogetti e delle macroinfrastrutture, per il quale le catastrofi sono redditizie e le crisi benefiche. Il business risiede nella sua costruzione e nel disordine che crea, mai nella gestione del servizio che promette. È impossibile cambiare questa dinamica sociale devastante per l’ambiente. Se si deve scegliere tra profitto e sicurezza non è difficile indovinare, l'esito della scelta. La società, il sistema, come il calcio, è così. Alcuni esponenti della sinistra civica hanno proposto una volta allo Stato, che promuove e gestisce l’AVE, l’alternativa di un “treno sociale”. Io rispondo che per cambiare i treni, si deve prima cambiare la società. Come? Prima di tutto, denunciando l'idea stravagante del progresso come sperimentazione incontrollata di dispositivi tecnologici. Poi, rifiutando di scendere a compromessi con dei portavoce del capitale. Infine, trasformando la rabbia dei viaggiatori in un'arma sociale e politica di vasta portata.

 

Miquel Amorós, 29 gennaio 2026


LA QUIEBRA DEL A.V.E.

 LA MACRO-INFRAESTRUCTURA MÁS INÚTIL

 


La tragedia de Adamuz y el colapso de la red de “Rodalies” de Cataluña constituyen -tras el accidente de Angrois- el episodio más grotesco y dramático de la “nueva era ferroviaria” proclamada al unísono por la casta política hispano-catalana, la oligarquía del cemento y las élites mundializadoras. En esta sociedad del riesgo, de la que hablaba Ulrich Beck, la Alta Velocidad se añade a la lista de peligros y amenazas socio-ambientales en la que figuraban los transgénicos, los gases de efecto invernadero, las renovables industriales, los cables de Muy Alta tensión, las centrales nucleares y la industria agroalimentaria. La ciencia y la tecnología de la posmodernidad no son neutrales. Al contrario de lo prometido, a tecnologías más altas, menor bienestar y mayores riesgos. Eso es particularmente verdad en materia de infraestructuras innecesarias. El liderazgo español en esa clase de despropósitos muestra la persistencia de la mentalidad desarrollista heredada del franquismo en la política profesionalizada de cualquier color, un caso extremo de irresponsabilidad cuyos nefastos resultados han quedado bien a la vista. La Alta Velocidad nunca fue sostenible, puesto que la sociedad que la pone en marcha no lo es. Tampoco es ni mucho menos eficiente y segura, tal como indican la impuntualidad diaria, la aparición de decenas de puntos críticos y el creciente número de incidencias, y no parece que sea el futuro feliz de la movilidad ciudadana.

 

La causa del choque de trenes no tiene misterio: no es la impericia criminal de un ministro o la dejadez culpable de sus subordinados desoyendo las recomendaciones de la Comisión de Investigación de Accidentes Ferroviarios; ni siquiera la alta externalización de la seguridad. Es la falta de mantenimiento suficiente, directo o subcontratado, lo que sumado a una mayor afluencia de usuarios, y por lo tanto, a una mayor circulación de trenes, ha desgastado las vías en diversos puntos más de lo previsto, multiplicando las posibilidades de una catástrofe que finalmente se ha producido. El progreso que pregona la dominación lleva consigo ese tipo de peligrosos imprevistos. Llegados a este punto, convendría remontarnos hacia atrás, hacia los orígenes del fenómeno aberrante de la Alta Velocidad, producto de los delirios de grandeza de la clase dirigente y de sus representantes, mercenarios y bufones.

Allá por los años ochenta del siglo pasado, el gran proyecto del Tren de Alta Velocidad fue una idea de la European Round Table, organismo con buena presencia de multinacionales, con fines eminentemente logísticos, que al desembarcar en el Estado español, se transformaron en políticos. El primer ejemplo de tal reajuste fue la línea Madrid-Sevilla, bastión del partido que gobernaba en 1992. Repentinamente, a juzgar por las declaraciones de figuras destacadas de la política, la plutocracia y del empresariado, los informes técnicos domésticos y la prensa sobornada, el AVE se convirtió en la solución de todos los problemas a excepción del de la movilidad: el desarrollo económico, la creación de puestos de trabajo, la vertebración regional, el re-equilibrio territorial, la descentralización administrativa, la cohesión social, la reducción del tráfico automovilístico y aéreo... Estábamos ante la mismísima Razón de Estado. Excusamos decir que nada de aquello era verdad y que la economía de las zonas conectadas apenas se vio afectada, la localización de empresas resultó irrelevante y el desempleo siguió prosperando; así pues, la integración regional se quedó donde estaba, igual que la centralización; la desigualdad social aumentó, lo mismo que los vuelos, los camiones y el parque automovilístico. Es más, la fragmentación geográfica y la desestructuración del territorio fueron cada vez más intensas y el impacto en el medio ambiente llegó a niveles preocupantes. El coste de la construcción de las nuevas vías fue sufragado una mínima parte con fondos europeos, y el resto, o sea, casi la totalidad, con el desvío de la inversión en carreteras, redes de cercanías y líneas convencionales de larga distancia. El capital privado fue extremadamente precavido y dejó el tema financiero en manos del Estado. Los gastos de operatividad y mantenimiento no iban a la zaga, así que la degradación de los trenes de cercanías, usados por centenares de miles de trabajadores -obligados a vivir en las coronas metropolitanas por culpa de la especulación inmobiliaria- fue progresando a más velocidad de la deseada por el stablishment dirigente. Lo mismo ocurrió con la media y larga distancia. Así pues, el caos de Rodalíes es un fruto ponzoñoso del AVE. En definitiva, la Alta Velocidad, el tren de los ejecutivos, o el “tren de los señoritos” -omo le llamó al principio la voz del pueblo- iba a convertirse en el proyecto más insensato y dilapidador del sistema político-económico peninsular.

 

La apuesta de las altas esferas dirigentes por un transporte elitista de viajeros no fue un farol, fue un órdago a la grande, un verdadero desafío a la cordura. Todos los jerarcas querían que el AVE pasara por la puerta de su casa. En tres décadas se construyeron más de cuatro mil kilómetros de vías, situando la alta velocidad española en el segundo puesto a nivel mundial, solo por detrás de China, pero con el grado de demanda más bajo, también a nivel mundial. No es de extrañar que los responsables ministeriales trataran de elevarlo, bien subvencionando el billete (el viajero solo paga la tercera parte), bien cancelando trenes regionales y de larga distancia. Finalmente, el número de usuarios se estancó en torno a los 20 millones hasta que la liberalización del servicio, a partir de 2021, obligó a bajar más los precios mientras el turismo de dentro y de fuera experimentaba una fuerte subida. Para contrarrestar la competencia de Ouigo e Iryo, Renfe procedió a lanzar el Avlo, un AVE menos caro, y en 2024 los viajeros ya eran 40 millones, cifra nada comparable con la de Francia, que con 2.700 kilómetros de vías de alta velocidad tuvo 164 millones en el mismo año. El elevado coste operativo seguía siendo un inconveniente, al que se trató de resolver reduciendo la inversión en mantenimiento, tal como parecen indicar los frecuentes retrasos y las advertencias de los maquinistas sobre baches, vibraciones y otros incidentes. Las consecuencias fatales de tal clase de ahorro no han tardado demasiado en manifestarse.

 

El problema que les viene encima a los dirigentes y asesores del poder no se soluciona con dinero de los presupuestos, ni con demagogias populistas, puesto que el mal de la Alta Velocidad no reside en el elevado coste de su funcionamiento, sino en su naturaleza de artilugio emblemático de la globalización y estandarte de un sistema político al servicio de la economía de mercado. Entenderemos mejor si en lugar de decir AVE, decimos capitalismo. El AVE, o algo como él, es un producto del régimen económico-social con ese nombre, un juguete caro en el que refocila su clase político-empresarial. Si tocas al uno, tocas al otro. El deterioro del servicio prestado por la alta velocidad, que de una manera u otra volverá a agravarse, no es más que el reflejo de la degradación irreversible de lo público, provechosa para unos cuantos en el capitalismo tardío, el de los mega-proyectos y las macro-infraestructuras, para el cual las catástrofes son rentables y las crisis, beneficiosas. El negocio está en su construcción y en el desorden que acarrea, nunca en la gestión del servicio que promete. Es imposible cambiar esta dinámica social y ambientalmente aniquiladora. Si hay que escoger entre beneficios y seguridad, no es difícil adivinar el resultado de la elección. La sociedad, el sistema, como el fútbol, es así. Desde la izquierda ciudadanista hay quien propuso en su día al Estado promotor y administrador del AVE la alternativa de un “tren social”. Respondo que para cambiar de tren hay cambiar primero de sociedad. ¿Cómo? De entrada, denunciando la estrafalaria idea de progreso como experimentación incontrolada de artefactos tecnológicos. Después, no contemporizando con portavoces del capital. Luego, transformando la cólera de los viajeros en arma social y política de largo alcance.

 

Miquel Amorós

29 de enero de 2026.