Ringraziando Claudio Albertani per il testo apparso su la Jornada e Alberto Lofoco per la traduzione:
Claudio Albertani*,
29 maggio 2025
Il 19 aprile è morto Jacques Camatte
(1935-2025), uno dei più importanti teorici della rivoluzione sociale degli
ultimi decenni. Sebbene poco noto al grande pubblico, era molto stimato negli
ambienti della sinistra radicale e libertaria, soprattutto dopo il 1968.
Nato nei pressi di Marsiglia, entrò in
contatto in giovane età con Amadeo Bordiga (1889-1970), leader del Partito
Comunista d’Italia tra il 1921 e il 1923 e in seguito uno dei suoi primi
dissidenti. Bordiga difese l’autonomia dei partiti comunisti, guadagnandosi il
dubbio onore di essere rimproverato dallo stesso Lenin quando si oppose all’attività
parlamentare e si espresse contro il centralismo democratico.
Lui e i suoi compagni della sinistra
comunista italiana erano sostenitori del centralismo organico, una proposta
discutibile ma molto stimolante: il partito non dovrebbe essere una struttura
autoritaria e burocratica, ma l’anticipazione della futura società comunista,
dove le componenti cooperano e funzionano secondo il programma comunista
formulato da Marx negli anni Quaranta dell’Ottocento.
Victor Serge ha lasciato un ricordo toccante
di Bordiga nelle sue memorie: vigoroso, dal viso squadrato, con folti capelli
neri a spazzola, traboccante di idee, conoscenze e serie previsioni. Temeva l’influenza
sovietica sui partiti comunisti, la tendenza al compromesso, la demagogia e la
corruzione.
Nel 1926, durante il sesto esecutivo
allargato dell’Internazionale Comunista, si oppose a Stalin, protestando
contro il regime di terrore all’interno dei partiti comunisti. Messo in
minoranza ed espulso dal Partito Comunista d’Italia per “trotskismo”, si
dedicò a una monumentale riflessione sulla controrivoluzione, sulla natura
socio-economica dell’urss e sul
marxismo come piano di vita per la specie umana.
Qui iniziano i contributi di Camatte. Nel
1962, scrisse insieme a Roger Dangeville, Origine e funzione della forma
partito, un testo – apparentemente approvato da Bordiga – incentrato sull’idea
che la rivoluzione sociale implichi la lotta dei lavoratori per rivendicare la
comunità (Gemeinwesen in tedesco) e poiché la comunità da cui siamo separati è la vita
stessa, la missione del partito è quella di rivendicare la natura umana, la
riconciliazione tra l’individuo e la comunità.
Siamo lontani dall’ortodossia sovietica e
vicini al pensiero anarchico, a Maximilien Rubel, a Socialisme ou Barbarie e ai situazionisti.
Dal 1968 in poi, Camatte diresse, quasi
sempre da solo, sebbene occasionalmente accompagnato da un manipolo di
compagni, la rivista Invariance, un’austera pubblicazione ciclostilata ma
influente (le cinque serie pubblicate sono disponibili online), che mirava a
restaurare il marxismo contro lo stalinismo e l’opportunismo riaffermando l’«invarianza»
della teoria rivoluzionaria. Lungo il percorso, studiò i movimenti di rivolta
sociale del suo tempo, in particolare quelli del 1968 e analizzò la tradizione
eretica del comunismo internazionale: la Sinistra italiana, il kapd (Partito Comunista Operaio di
Germania), i comunisti dei consigli (Anton Pannekoek,
Herman Gorter, Karl Korsch, Otto Rühle) e la femminista Sylvia Pankhurst.
Ciò che mi sembra più importante è la serie
di studi da lui compilata nel 1976 sotto il titolo Capital et Gemeinwesen. Si tratta di commenti ad alcune opere
inedite di Marx: i Grundrisse, l’Urtext (un frammento della versione originale
di Per la critica dell’economia politica) e soprattutto Il
capitolo vi inedito.
Da quest’ultimo, Camatte sviluppa le categorie di sussunzione formale e reale
del lavoro al capitale, che si riferiscono a periodi storici e sono
estremamente utili per comprendere il mondo odierno.
La conclusione di Camatte è pessimista: nella
sua fase matura, il capitale stabilisce un dominio completo non solo sulla
produzione, ma anche sulla specie umana, poiché i lavoratori diventano mere protesi di
valorizzazione. Per uscire da questo circolo vizioso, è necessario «abbandonare
questo mondo» e recuperare la vera natura umana ponendosi al di fuori e contro le coordinate
economiche e politiche del capitale.
Un barlume di speranza rimane. Il capitale si
sviluppa soltanto moltiplicando le sue contraddizioni; l’antagonismo non può scomparire:
si sposta semplicemente dalla fabbrica alla classe universale, alla specie
umana nel suo complesso.
Si dirà che Camatte abbandonò il suo piano
iniziale, l’«invarianza» della teoria del proletariato, per cambiare tutto. Lui
avrebbe risposto che l’impulso a ricostruire la comunità perduta, postulato da
Marx nel 1844, rimane «invariato».
Questo bordighista sui generis anticipò
molte questioni che oggi sono di grande attualità: nel 1969 pubblicò, con
Gianni Collu, Transizione, una breve analisi del passaggio alla
sussunzione reale del lavoro al capitale. In questo testo fondamentale afferma
che la forma tipica di questa fase storica sia la guerra tra organizzazioni
criminali, qualcosa che oggi sperimentiamo quotidianamente.
Negli ultimi anni della sua vita, Camatte si
dedicò a immaginare una rivoluzione radicalmente nuova e invocò una lotta per
la sopravvivenza del pianeta. C’è qualcuno che potrebbe affermare che queste
non siano questioni rilevanti?
Aggiungerei che quando io e i miei amici
arrivammo in Messico negli anni Settanta, comprendemmo la portata universale
delle lotte dei popoli indigeni grazie alle umili pagine di Invariance, una rivista che, dopo quasi cinquant’anni,
conserviamo ancora come una reliquia.
* storico italiano
El 19 de abril murió Jacques Camatte (1935-2025), uno de los más importantes teóricos de la revolución social de las últimas décadas. Pese a ser poco conocido para el gran público, fue muy apreciado en los medios de la izquierda radical y libertaria, especialmente tras 1968. Nacido en las inmediaciones de Marsella, muy joven entró en contacto con Amadeo Bordiga (1889- 1970), dirigente del Partido Comunista de Italia entre 1921 y 1923 y luego uno de sus primeros disidentes. Bordiga defendió la autonomía de los partidos comunistas consiguiendo el honor de ser regañado por Lenin en persona cuando se opuso a la actividad parlamentaria y se expresó contra el centralismo democrático.
Él y sus compañeros de la izquierda comunista italiana eran partidarios del centralismo orgánico, propuesta discutible, pero muy estimulante: el partido no es una estructura autoritaria y burocrática, sino la anticipación de la futura sociedad comunista, donde los componentes cooperan y funcionan conforme al programa comunista formulado por Marx en la década de 1840.
Victor Serge dejó un emotivo recuerdo de Bordiga en sus memorias: vigoroso, de cara cuadrada, de cabellera espesa, negra, cortada en cepillo, trepidante bajo su carga de ideas, de conocimientos y de previsiones graves. Temía la influencia soviética sobre los partidos comunistas, la tendencia a los compromisos, la demagogia, la corrupción. En 1926, en el curso del sexto ejecutivo ampliado de la Internacional Comunista, plantó cara a Stalin protestando contra el régimen de terror en los partidos comunistas. Puesto en minoría y expulsado del PCI por “trotskismo”, se dedicó a una monumental reflexión sobre la contrarrevolución, la naturaleza socioeconómica de la URSS y el marxismo como plan de vida para la especie humana.
Aquí empiezan las aportaciones de Camatte. En 1962, redactó con Roger Dangeville, “Origen y función de la forma partido”, texto –al parecer aprobado por Bordiga– centrado en la idea de que la revolución social implica la lucha de los trabajadores por reapropiarse de la comunidad (gemeinwesen, en alemán). Y dado que la comunidad de la cual se encuentran separados es la vida misma, su misión y la del partido es reapropiarse de la naturaleza humana, la reconciliación del individuo con la comunidad.
Estamos lejos de la ortodoxia soviética y cerca del pensamiento anarquista, de Maximilien Rubel, de Socialismo o Barbarie y de los situacionistas. A partir de 1968, Camatte redactó, casi siempre solo, aunque en ocasiones acompañado por un puñado de camaradas, la revista Invariance, austera pero influyente publicación mimeografiada (las cinco series se pueden consultar en línea), que se proponía restaurar el marxismo, contra el estalinismo y el oportunismo reafirmando la “invariancia” de la teoría revolucionaria. En el camino, estudió los movimientos de revuelta social de su tiempo, particularmente el 68, y analizó la tradición herética del comunismo internacional: la izquierda italiana, el KAPD (Partido Comunista Obrero de Alemania), los consejistas (Anton Pannekoek, Herman Gorter, Karl Korsch, Otto Rühle) y la feminista Sylvia Pankhurst.
Lo más importante es, a mi juicio, la serie de estudios que reunió en 1976 con el título Capital et Gemeinwesen. Se trata de comentarios sobre algunas obras hasta entonces inéditas de Marx: los Grundrisse, el Urtext (fragmento de la versión original de Contribución a la crítica de la economía política) y, sobre todo, el Capítulo VI inédito. De este último desarrolló las categorías de subsunción formal y real del trabajo al capital, que remiten a épocas históricas y resultan sumamente útiles para entender el mundo actual.
La conclusión de Camatte es pesimista: en su etapa madura el capital instaura una dominación completa no sólo sobre la producción, sino sobre la especie humana, pues los trabajadores se van convirtiendo en simples prótesis de la valorización. Para salir del círculo vicioso es preciso “dejar este mundo” y recuperar la naturaleza humana colocándose fuera y contra las coordenadas económicas y políticas del capital. Queda un rayo de esperanza. El capital se desarrolla sólo multiplicando sus contradicciones; el antagonismo no puede desaparecer; sólo se traslada de la fábrica a la clase universal, a la especie humana en su conjunto.
Se dirá que Camatte abandonó su plan inicial, la “invariancia” de la teoría del proletariado para variarlo todo. Él habría contestado que el impulso a reconstruir la comunidad perdida que Marx postuló en 1844 permanece “invariado”.
Ese bordiguista sui generis anticipó gran cantidad de temas hoy candentes. En 1969, publicó, con Gianni Collu, “Transición”, breve análisis del paso a la subsunción real del trabajo al capital, afirma que la forma típica de esta etapa es la competencia entre organizaciones criminales, algo que hoy vivimos diario. En los últimos años, Camatte se dedicó a pensar una revolución radicalmente nueva e invitó a luchar por la supervivencia del planeta. ¿Alguien podría afirmar que no son temas actuales? Agrego que cuando mis amigos y yo llegamos a México en los 70, comprendimos el alcance universal de las luchas de los pueblos indígenas gracias a las humildes páginas de Invariance, revista que, casi medio siglo después, seguimos custodiando como reliquia.
*Historiador italiano
| Jacques Camatte (1935-2025) |