Bisogna rendersi conto che l’economia politica non è una scienza ma la
teologia della società capitalista che imperversa da secoli.
Karl Marx ha dedicato una vita a disfare il tessuto ideologico su cui si
fonda il modo di produzione capitalistico. Tutta la sua opera matura, a partire
dai Grundrisse del 1859, ha come sottotitolo : PER LA CRITICA
DELL’ECONOMIA POLITICA. Ciò è vero anche per l’opera maggiore di Das Kapital
che include il fondamentale quarto volume riguardante Le teorie sul
plusvalore del 1862 .
Far passare Marx per un economista è stato il compito maggiore di tutti gli
ideologi moderni (in realtà teologi che nella maggior parte dei casi
s’ignorano) fino all’epoca contemporanea in cui marxisti e antimarxisti hanno
rivaleggiato nell’impossessarsi dell’ideologia marxista per confutarla o
sacralizzarla.
È a partire da questa realtà storica che si può capire pienamente il senso
della preziosa affermazione del filosofo di Treviri di fronte ai suoi più
stretti collaboratori e compagni di lotta (tra cui Paul Lafargue) :
« Una cosa è certa: io non sono marxista ».
Non a caso furono i Situazionisti a sottolineare questa frase di Marx nel
periodo che ha portato alla fioritura di quel maggio 1968 che fu l’espressione
più laica e gaudente del movimento comunista moderno e contemporaneo.
La pretaglia marxista leninista che ha nutrito i diversi partiti comunisti
più o meno ortodossi del papato sovietico[1] ha
particolarmente contribuito alla falsificazione del pensiero critico marxiano,
ignorando a lungo la critica dell’economia politica ridotta a un apparato
ideologico per la presa del potere politico in un processo alienato di
capitalismo di Stato.
Soltanto dopo la fine della seconda guerra mondiale, più di trenta anni
dopo la cosiddetta rivoluzione comunista sovietica, grazie alla minoranza
bordighista refrattaria al marxismo ufficiale dopo l’espulsione di Bordiga[2] dalla mafia
stalinista, sono emersi gli scritti fondamentali di Marx dei Grundrisse
e del Sesto capitolo inedito del Capitale, incredibilmente ignorati fino
agli anni cinquanta del secolo scorso.
Questa parte inedita del pensiero di Marx sul dominio reale del capitale è
al cuore della critica dell’economia politica e ha aperto un varco fondamentale
nel dogmatismo marxista che la storia ha sottolineato concretamente.
La rivoluzione comunista radicale, incompiuta, è rimasta identificata con
il simbolo del maggio 68 che ne ha marcato l’ultimo passaggio, significativo
quanto effimero, nella storia. Il suo segno indelebile, la sua poesia, la sua
voglia di vivere senza tempi morti sono tuttavia tuttora operanti nei cuori e
nelle teste non completamente
lobotomizzate dalla complicità perversa tra l’intelligenza artificiale e
l’idiozia organica, tra il consumerismo e l’abbondanza di miserie.
Il crollo ormai visibile del capitalismo mondiale rinvia più che mai alla
gioia rimossa di una rivolta planetaria che il capitalismo ha sconfitto più
volte, dalla Comune di Parigi fino a oggi, senza poterla cancellare dal proprio
incubo ricorrente : la rivoluzione sociale di un’umanità che subisce il
suprematismo del dominio e la sua alienazione ormai da secoli, in un crescendo
che unisce ormai la mostruosità oscena del capitalismo alla demenza auto
distruttrice dei suoi adepti.
La critica dell’economia politica è passata dalla coscienza di classe della
filosofia marxiana che ha nutrito il proletariato del diciannovesimo secolo e
di buona parte del seguente, alla coscienza di specie quotidiana degli esseri
umani di un ventunesimo secolo già abbondantemente iniziato e pericolosamente
in bilico di fronte al rischio molteplice di estinzione della specie umana, o
almeno della sua riduzione a qualche manipolo di disperati sopravvissuti,
chissà come e dove, in preda all’inquinamento, alla crisi climatica,
all’impoverimento strutturale, alle guerre e all’energia nucleare – vera e propria obsolescenza mortifera dell’umano
altrettanto in pace che in guerra.
La critica dell’economia politica si traduce ormai direttamente in quella
critica della vita quotidiana che il capitalismo e i suoi teologi stanno
riducendo al lumicino.
Molte tesi situazioniste che hanno marcato la radicalità del ventesimo
secolo riappaiono nelle teste di quanti neppure sanno molto spesso dello
spirito del maggio e dei poetici sovversivi, sans dieux ni maîtres ma provvisti
di una grande convivialità, che hanno attraversato le loro vite come derive
autentiche, come esplorazioni psicogeografiche vissute di cui molti esseri
umani di oggi neppure immaginano l’esistenza.
Poco importa : molte di queste idee sono ancora nella testa di tutti
anche se ormai i computer e i telefonini occupano ipnoticamente le teste quasi
a tempo pieno.
Sarà forse la crisi strutturale del capitalismo che si mostra evidente e
ridicola nella tragedia che impera, che riaprirà le porte della storia ai
sopravvissuti, cani di Pavlov che potranno di nuovo dimenticare tutti i
condizionamenti, tutte le idiozie caratteriali se e quando la società
laboratorio del capitale sarà inondata o brucerà un po’ di più, fino a non
garantire neppure più la sopravvivenza. Allora non resterà più altra scelta che
la vita vera, la sua poesia quotidiana, la rivoluzione sociale, la comunità
ritrovata per non sparire, e finalmente rivivere. Sarà allora la fine del mondo
teologico dell’economia politica e l’inizio di un mondo nuovo tanto a lungo
evocato.
Sergio
Ghirardi Sauvageon, 25 aprile 2026
[1] Clero definitivamente
stalinizzato dopo l’espulsione e l’assassinio di Trotzki, caduto in disgrazia
dopo aver contribuito pesantemente alla dittatura bolscevica come capo
dell’armata rossa i cui sgherri hanno eliminato ogni dissidenza da Cronstadt a
Rosa Luxembourg e ai machnovisti. Il tradimento della Spagna libertaria del
1936 fu invece l’opera del solo mostro stalinista, già oggettivamente complice
del nazismo responsabile del massacro di Guernica.
[2] Fondatore con Gramsci del partito comunista italiano nel 1921.
Pour la critique de l’économie politique
Il est essentiel de comprendre
que l'économie politique n'est pas une science, mais la théologie de la société
capitaliste qui fait rage depuis des siècles.
Karl Marx a consacré sa vie à déconstruire
le tissu idéologique sur lequel repose le mode de production capitaliste. Toute
son œuvre de maturité, à commencer par les Grundrisse
de 1859, porte le sous-titre : POUR LA CRITIQUE DE L'ÉCONOMIE POLITIQUE.
Cela vaut également pour son œuvre majeure, Le
Capital, qui comprend un quatrième volume fondamental : « Théories sur la plus-value » de
1862.
Faire passer Marx pour un
économiste a été la tâche principale de tous les idéologues modernes (en
réalité, des théologiens qui souvent s'ignorent) jusqu'à l'époque
contemporaine, où marxistes et anti-marxistes rivalisent pour s'approprier
l'idéologie marxiste afin de la réfuter ou de la sanctifier.
C’est en partant de cette
réalité historique que l’on peut pleinement comprendre le sens de la précieuse
affirmation du philosophe de Trèves face à ses plus proches collaborateurs et
camarades de lutte (dont Paul Lafargue) : « Une chose est sûre :
je ne suis pas marxiste ».
Ce n'est pas un
hasard si les situationnistes ont mis l'accent sur cette phrase de Marx dans la
période précédant l'épanouissement de ce Mai 68 qui a été l’expression la plus
laïque et joyeuse du mouvement communiste moderne et contemporain.
Le clergé
marxiste-léniniste qui a nourri les divers partis communistes plus ou moins
orthodoxes de la papauté soviétique[1] a
particulièrement contribué à la falsification de la pensée critique marxiste,
ignorant longtemps la critique de l'économie politique, réduite à un appareil
idéologique de conquête du pouvoir politique dans un processus aliéné de
capitalisme d'État.
Ce n'est qu'après
la fin de la Seconde Guerre mondiale, plus de trente ans après la soi-disant
révolution communiste soviétique, grâce à la minorité bordiguiste réfractaire
au marxisme officiel après l'exclusion de Bordiga[2] par la
mafia stalinienne, que des écrits fondamentaux de Marx, les Grundrisse et le sixième
chapitre inédit du Capital, ont émergé, incroyablement ignorés jusqu'aux
années 1950.
Cette partie
inédite de la pensée de Marx concernant la domination réelle du capital est au
cœur de la critique de l'économie politique et a ouvert une brèche fondamentale
dans le dogmatisme marxiste, brèche que l'histoire a concrètement soulignée.
La révolution
communiste radicale, inachevée, est restée associée au symbole de Mai 68, qui a
marqué son passage final, significatif et pourtant éphémère, dans l'histoire.
Son empreinte indélébile, sa poésie, son envie de vivre sans temps mort,
continuent cependant d'agir dans les cœurs et les esprits non complètement
lobotomisés par la perverse complicité entre intelligence artificielle et
bêtise organique, entre consumérisme et profusion de misère.
L’effondrement
désormais visible du capitalisme mondial renvoie plus que jamais à la joie
refoulée d’une révolte planétaire que le capitalisme a vaincue à plusieurs
reprises, de la Commune de Paris à nos jours, sans pouvoir l’effacer de son
cauchemar récurrent : la révolution sociale d’une humanité qui subit la
suprématie de la domination et son aliénation depuis des siècles, dans un
crescendo qui unit désormais l’obscène monstruosité du capitalisme à la démence
autodestructrice de ses adeptes.
La critique de
l'économie politique s'est déplacée de la conscience de classe de la
philosophie marxiste, qui a nourri le prolétariat du XIXe siècle et d’une bonne
partie du suivant, vers la conscience d'espèce quotidienne des êtres humains
d’un XXIe siècle déjà bien amorcé et en équilibre précaire face aux multiples
risques d'extinction de l'espèce humaine, ou du moins de sa réduction à
quelques survivants désespérés, par ici et par là, en proie à la pollution, à
la crise climatique, à l'appauvrissement structurel, aux guerres et à l'énergie
nucléaire – véritable obsolescence mortifère de l’humain dans la paix autant
que dans la guerre.
La critique de
l'économie politique se traduit désormais directement par une critique de la
vie quotidienne que le capitalisme et ses théologiens sont en train de réduire
à son strict minimum.
Nombre de thèses
situationnistes qui ont marqué la radicalité du XXe siècle réapparaissent dans
l’esprit de ceux qui, très souvent, ignorent tout de l’esprit de Mai et des
poètes subversifs, sans dieux ni maîtres mais pourvus d’une grande
convivialité, qui ont traversé leurs vies comme d’authentiques dérives, comme
des explorations psychogéographiques vécues dont beaucoup d’êtres humains
aujourd’hui n’imaginent même pas l’existence.
Peu importe :
plusieurs de ces idées sont toujours dans la tête de tous, même si ordinateurs
et téléphones portables occupent désormais les têtes presque en permanence, de
manière hypnotique.
Peut-être que la
crise structurelle du capitalisme, manifeste et absurde dans la tragédie
actuelle, rouvrira les portes de l'histoire aux survivants, chiens de Pavlov se
montrant capables encore une fois d'oublier tout leur conditionnement, toutes
leurs idioties caractérielles, si et quand la société-laboratoire du
capitalisme sera inondée ou brûlera un peu plus, au point de ne plus garantir
même pas la survie. Alors, il n'y aura plus d'autre choix que la vraie vie, sa
poésie quotidienne, la révolution sociale, la communauté retrouvée pour ne pas
disparaître, et enfin revivre. Ce sera alors la fin du monde théologique de
l'économie politique et le début d’un monde nouveau si longuement évoqué.
Sergio
Ghirardi Sauvageon, 25 avril 2026
[1] Clergé
définitivement stalinisée après l'expulsion et l'assassinat de Trotski, tombé
en disgrâce après avoir largement contribué à la dictature bolchevique en tant
que chef de l'Armée rouge, dont les sbires éliminèrent toute dissidence, de
Kronstadt à Rosa Luxembourg en passant par les makhnovistes. La trahison de
l'Espagne libertaire en 1936 fut en revanche l'œuvre du seul monstre stalinien,
déjà objectivement complice du nazisme responsable du massacre de Guernica.
[2] Fondateur, avec
Gramsci, du Parti communiste italien en 1921.