sabato 25 aprile 2026

Per la critica dell’economia politica di Sergio Ghirardi Sauvageon

 



 

Bisogna rendersi conto che l’economia politica non è una scienza ma la teologia della società capitalista che imperversa da secoli.

Karl Marx ha dedicato una vita a disfare il tessuto ideologico su cui si fonda il modo di produzione capitalistico. Tutta la sua opera matura, a partire dai Grundrisse del 1859, ha come sottotitolo : PER LA CRITICA DELL’ECONOMIA POLITICA. Ciò è vero anche per l’opera maggiore di Das Kapital che include il fondamentale quarto volume riguardante Le teorie sul plusvalore del 1862 .

Far passare Marx per un economista è stato il compito maggiore di tutti gli ideologi moderni (in realtà teologi che nella maggior parte dei casi s’ignorano) fino all’epoca contemporanea in cui marxisti e antimarxisti hanno rivaleggiato nell’impossessarsi dell’ideologia marxista per confutarla o sacralizzarla.

È a partire da questa realtà storica che si può capire pienamente il senso della preziosa affermazione del filosofo di Treviri di fronte ai suoi più stretti collaboratori e compagni di lotta (tra cui Paul Lafargue) : « Una cosa è certa: io non sono marxista ».

Non a caso furono i Situazionisti a sottolineare questa frase di Marx nel periodo che ha portato alla fioritura di quel maggio 1968 che fu l’espressione più laica e gaudente del movimento comunista moderno e contemporaneo.

La pretaglia marxista leninista che ha nutrito i diversi partiti comunisti più o meno ortodossi del papato sovietico[1] ha particolarmente contribuito alla falsificazione del pensiero critico marxiano, ignorando a lungo la critica dell’economia politica ridotta a un apparato ideologico per la presa del potere politico in un processo alienato di capitalismo di Stato.

Soltanto dopo la fine della seconda guerra mondiale, più di trenta anni dopo la cosiddetta rivoluzione comunista sovietica, grazie alla minoranza bordighista refrattaria al marxismo ufficiale dopo l’espulsione di Bordiga[2] dalla mafia stalinista, sono emersi gli scritti fondamentali di Marx dei Grundrisse e del Sesto capitolo inedito del Capitale, incredibilmente ignorati fino agli anni cinquanta del secolo scorso.

Questa parte inedita del pensiero di Marx sul dominio reale del capitale è al cuore della critica dell’economia politica e ha aperto un varco fondamentale nel dogmatismo marxista che la storia ha sottolineato concretamente.

La rivoluzione comunista radicale, incompiuta, è rimasta identificata con il simbolo del maggio 68 che ne ha marcato l’ultimo passaggio, significativo quanto effimero, nella storia. Il suo segno indelebile, la sua poesia, la sua voglia di vivere senza tempi morti sono tuttavia tuttora operanti nei cuori e nelle teste non completamente  lobotomizzate dalla complicità perversa tra l’intelligenza artificiale e l’idiozia organica, tra il consumerismo e l’abbondanza di miserie.

Il crollo ormai visibile del capitalismo mondiale rinvia più che mai alla gioia rimossa di una rivolta planetaria che il capitalismo ha sconfitto più volte, dalla Comune di Parigi fino a oggi, senza poterla cancellare dal proprio incubo ricorrente : la rivoluzione sociale di un’umanità che subisce il suprematismo del dominio e la sua alienazione ormai da secoli, in un crescendo che unisce ormai la mostruosità oscena del capitalismo alla demenza auto distruttrice dei suoi adepti.

La critica dell’economia politica è passata dalla coscienza di classe della filosofia marxiana che ha nutrito il proletariato del diciannovesimo secolo e di buona parte del seguente, alla coscienza di specie quotidiana degli esseri umani di un ventunesimo secolo già abbondantemente iniziato e pericolosamente in bilico di fronte al rischio molteplice di estinzione della specie umana, o almeno della sua riduzione a qualche manipolo di disperati sopravvissuti, chissà come e dove, in preda all’inquinamento, alla crisi climatica, all’impoverimento strutturale, alle guerre e all’energia nucleare vera e propria obsolescenza mortifera dell’umano altrettanto in pace che in guerra.

La critica dell’economia politica si traduce ormai direttamente in quella critica della vita quotidiana che il capitalismo e i suoi teologi stanno riducendo al lumicino.

Molte tesi situazioniste che hanno marcato la radicalità del ventesimo secolo riappaiono nelle teste di quanti neppure sanno molto spesso dello spirito del maggio e dei poetici sovversivi, sans dieux ni maîtres ma provvisti di una grande convivialità, che hanno attraversato le loro vite come derive autentiche, come esplorazioni psicogeografiche vissute di cui molti esseri umani di oggi neppure immaginano l’esistenza.

Poco importa : molte di queste idee sono ancora nella testa di tutti anche se ormai i computer e i telefonini occupano ipnoticamente le teste quasi a tempo pieno.

Sarà forse la crisi strutturale del capitalismo che si mostra evidente e ridicola nella tragedia che impera, che riaprirà le porte della storia ai sopravvissuti, cani di Pavlov che potranno di nuovo dimenticare tutti i condizionamenti, tutte le idiozie caratteriali se e quando la società laboratorio del capitale sarà inondata o brucerà un po’ di più, fino a non garantire neppure più la sopravvivenza. Allora non resterà più altra scelta che la vita vera, la sua poesia quotidiana, la rivoluzione sociale, la comunità ritrovata per non sparire, e finalmente rivivere. Sarà allora la fine del mondo teologico dell’economia politica e l’inizio di un mondo nuovo tanto a lungo evocato.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 25 aprile 2026



[1] Clero definitivamente stalinizzato dopo l’espulsione e l’assassinio di Trotzki, caduto in disgrazia dopo aver contribuito pesantemente alla dittatura bolscevica come capo dell’armata rossa i cui sgherri hanno eliminato ogni dissidenza da Cronstadt a Rosa Luxembourg e ai machnovisti. Il tradimento della Spagna libertaria del 1936 fu invece l’opera del solo mostro stalinista, già oggettivamente complice del nazismo responsabile del massacro di Guernica.

 

[2] Fondatore con Gramsci del partito comunista italiano nel 1921.




Pour la critique de l’économie politique

 

Il est essentiel de comprendre que l'économie politique n'est pas une science, mais la théologie de la société capitaliste qui fait rage depuis des siècles.

Karl Marx a consacré sa vie à déconstruire le tissu idéologique sur lequel repose le mode de production capitaliste. Toute son œuvre de maturité, à commencer par les Grundrisse de 1859, porte le sous-titre : POUR LA CRITIQUE DE L'ÉCONOMIE POLITIQUE. Cela vaut également pour son œuvre majeure, Le Capital, qui comprend un quatrième volume fondamental : « Théories sur la plus-value » de 1862.

Faire passer Marx pour un économiste a été la tâche principale de tous les idéologues modernes (en réalité, des théologiens qui souvent s'ignorent) jusqu'à l'époque contemporaine, où marxistes et anti-marxistes rivalisent pour s'approprier l'idéologie marxiste afin de la réfuter ou de la sanctifier.

C’est en partant de cette réalité historique que l’on peut pleinement comprendre le sens de la précieuse affirmation du philosophe de Trèves face à ses plus proches collaborateurs et camarades de lutte (dont Paul Lafargue) : « Une chose est sûre : je ne suis pas marxiste ».

Ce n'est pas un hasard si les situationnistes ont mis l'accent sur cette phrase de Marx dans la période précédant l'épanouissement de ce Mai 68 qui a été l’expression la plus laïque et joyeuse du mouvement communiste moderne et contemporain.

Le clergé marxiste-léniniste qui a nourri les divers partis communistes plus ou moins orthodoxes de la papauté soviétique[1] a particulièrement contribué à la falsification de la pensée critique marxiste, ignorant longtemps la critique de l'économie politique, réduite à un appareil idéologique de conquête du pouvoir politique dans un processus aliéné de capitalisme d'État.

Ce n'est qu'après la fin de la Seconde Guerre mondiale, plus de trente ans après la soi-disant révolution communiste soviétique, grâce à la minorité bordiguiste réfractaire au marxisme officiel après l'exclusion de Bordiga[2] par la mafia stalinienne, que des écrits fondamentaux de Marx, les Grundrisse et le sixième chapitre inédit du Capital, ont émergé, incroyablement ignorés jusqu'aux années 1950.

Cette partie inédite de la pensée de Marx concernant la domination réelle du capital est au cœur de la critique de l'économie politique et a ouvert une brèche fondamentale dans le dogmatisme marxiste, brèche que l'histoire a concrètement soulignée.

La révolution communiste radicale, inachevée, est restée associée au symbole de Mai 68, qui a marqué son passage final, significatif et pourtant éphémère, dans l'histoire. Son empreinte indélébile, sa poésie, son envie de vivre sans temps mort, continuent cependant d'agir dans les cœurs et les esprits non complètement lobotomisés par la perverse complicité entre intelligence artificielle et bêtise organique, entre consumérisme et profusion de misère.

L’effondrement désormais visible du capitalisme mondial renvoie plus que jamais à la joie refoulée d’une révolte planétaire que le capitalisme a vaincue à plusieurs reprises, de la Commune de Paris à nos jours, sans pouvoir l’effacer de son cauchemar récurrent : la révolution sociale d’une humanité qui subit la suprématie de la domination et son aliénation depuis des siècles, dans un crescendo qui unit désormais l’obscène monstruosité du capitalisme à la démence autodestructrice de ses adeptes.

La critique de l'économie politique s'est déplacée de la conscience de classe de la philosophie marxiste, qui a nourri le prolétariat du XIXe siècle et d’une bonne partie du suivant, vers la conscience d'espèce quotidienne des êtres humains d’un XXIe siècle déjà bien amorcé et en équilibre précaire face aux multiples risques d'extinction de l'espèce humaine, ou du moins de sa réduction à quelques survivants désespérés, par ici et par là, en proie à la pollution, à la crise climatique, à l'appauvrissement structurel, aux guerres et à l'énergie nucléaire – véritable obsolescence mortifère de l’humain dans la paix autant que dans la guerre.

La critique de l'économie politique se traduit désormais directement par une critique de la vie quotidienne que le capitalisme et ses théologiens sont en train de réduire à son strict minimum.

Nombre de thèses situationnistes qui ont marqué la radicalité du XXe siècle réapparaissent dans l’esprit de ceux qui, très souvent, ignorent tout de l’esprit de Mai et des poètes subversifs, sans dieux ni maîtres mais pourvus d’une grande convivialité, qui ont traversé leurs vies comme d’authentiques dérives, comme des explorations psychogéographiques vécues dont beaucoup d’êtres humains aujourd’hui n’imaginent même pas l’existence.

Peu importe : plusieurs de ces idées sont toujours dans la tête de tous, même si ordinateurs et téléphones portables occupent désormais les têtes presque en permanence, de manière hypnotique.

Peut-être que la crise structurelle du capitalisme, manifeste et absurde dans la tragédie actuelle, rouvrira les portes de l'histoire aux survivants, chiens de Pavlov se montrant capables encore une fois d'oublier tout leur conditionnement, toutes leurs idioties caractérielles, si et quand la société-laboratoire du capitalisme sera inondée ou brûlera un peu plus, au point de ne plus garantir même pas la survie. Alors, il n'y aura plus d'autre choix que la vraie vie, sa poésie quotidienne, la révolution sociale, la communauté retrouvée pour ne pas disparaître, et enfin revivre. Ce sera alors la fin du monde théologique de l'économie politique et le début d’un monde nouveau si longuement évoqué.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 25 avril 2026

 



[1]              Clergé définitivement stalinisée après l'expulsion et l'assassinat de Trotski, tombé en disgrâce après avoir largement contribué à la dictature bolchevique en tant que chef de l'Armée rouge, dont les sbires éliminèrent toute dissidence, de Kronstadt à Rosa Luxembourg en passant par les makhnovistes. La trahison de l'Espagne libertaire en 1936 fut en revanche l'œuvre du seul monstre stalinien, déjà objectivement complice du nazisme responsable du massacre de Guernica.

 

[2]              Fondateur, avec Gramsci, du Parti communiste italien en 1921.