Chi ha conosciuto
Raoul, infatti, seppur addolorato dalla sua scomparsa, è ancora colmo della
gioia di aver scambiato sguardi, gesti e parole con un uomo la cui soggettività
radicale ha operato affinché l’impulso ad avere, ad apparire, fosse sostituito
dalla passione di essere, dal dono di amare e condividere senza contropartita né
secondi fini.
Restio, se non fermamente
contrario a vivere nei ricordi di un passato ormai remoto, quindi indisponibile
a fregiarsi delle conquiste della teoria situazionista, a seppellire il momento
vissuto nel revival di un mondo scomparso, Raoul ha continuato a portare avanti
le sue analisi e le sue passioni nel presente. Né parole d’ordine né
modelli, ma sussurri nelle orecchie complici, le idee espresse nei suoi libri
sono modulazioni su un’aria barocca che ha continuato a intonare imperterrito
fino alla fine dei suoi giorni.
Prima di restituire
agli altri i frutti del suo pensiero, sottoforma di parole pacate, profferite
senza mai alzare la voce né interrompere il flusso del discorso altrui, innanzitutto
Raoul stava ad ascoltare. Dono raro, quasi in via d’estinzione in una
società di esteti indaffarati ad autocompiacersi, a riversare sul prossimo l’ombra
pestilenziale della propria apparenza mortifera, moltiplicata dai vari caleidoscopici
apparecchi audiovisivi. Con grandi occhi chiari, teneri, vispi, lasciava sempre
la precedenza a te che gli parlavi, attendendo senza fretta il momento
conclusivo in cui, infine, replicava con un’umiltà difficile da trovare in chi
ha lasciato tracce indelebili nella storia del pensiero rivoluzionario.
Una tensione, un’attitudine
d’animo, che nella sua ultima opera, ancora inedita, ha spiegato con parole inequivocabili.
La soggettività radicale è il fronte comune dell’identità
ritrovata. Quelli che sono incapaci di riconoscere la loro presenza negli altri
si condannano ad essere sempre estranei a se stessi. (…) La conoscenza ha
valore soltanto se sfocia sul riconoscimento del progetto comune, sul riflesso
d’identità.
Sebbene alcuni giornali, quasi soltanto francesi, ne
riportino la notizia, la morte di Vaneigem è un fatto che sfugge alle luci
della ribalta, ai vaniloqui delle celebrità dell’intellighenzia o dei lacchè che
strisciano nelle fogne della “cultura”. Nel regno della menzogna generalizzata,
Raoul è sempre stato un fuggiasco, evitando metodicamente che le fauci del mostro
spettacolare inghiottissero la sua immagine e con essa la sua essenza.
Sarebbe inopportuno
da parte mia indignarmi del silenzio che circonda il mio pensiero e la
radicalità del Maggio 1968, dal momento che rifiutando interviste, dibattiti
pubblici, radio, televisione, sto attento a non fare alcuna concessione allo
spettacolo.
Si potrebbe
continuare a lungo, tesserne elogi, evidenziarne gli innumerevoli apporti alla
teoria radicale… Ma è meglio fermarsi, tacere, lasciarsi cullare dai ricordi… e
brindare alla vita. Alziamo dunque i calici!
Un abbraccio
ai suoi cari, e in particolar modo a Eleni che l’ha amato e accompagnato nel
suo ultimo, lungo tratto di strada.
Sono
all’incrocio
di un destino
in cui
la
sopravvivenza scompare e
in cui la vita
si ricrea.
Grazie di
cuore, Raoul.
Matteo
Lombardi, 1 agosto 2026