venerdì 7 gennaio 2011

Socialisme ou Barbara





Repubblica 5.1.11 Barbara Spinelli

Battisti e la Francia. L’ignoranza militante.

La lettera più difficile, più scabrosa, Bernard-Henri Lévy avrebbe dovuta scriverla non al Presidente Lula ma, informandosi sulla storia italiana, al Presidente Napolitano. Non mi consta l´abbia fatto. Il gesto più difficile e scabroso sarebbe stato quello di visitare, oltre a Cesare Battisti, le sue vittime. Non mi consta abbia fatto neanche questo. Né che abbiano fatto cose simili Philippe Sollers, Daniel Pennac, Fred Vargas, e i tanti francesi che guardano all´Italia come a un paese di scimmie, privo di magistrati dignitosi: bellissimo e incivilissimo, diceva Stendhal.

I francesi in questione sono esteti e assai selettivi: contro la mafia o la cultura dell´illegalità dilatata da Berlusconi, mai alzano la voce.

Usiamo la parola scabroso perché letteralmente deriva da scavare, cercare sotto la superficie. Con le sue dichiarazioni giubilanti e la lettera a Lula, Lévy pensa d´aver pensato, chiude il ragionamento in un boccale come una pietanza che si riscalda di tanto in tanto. Non ha preso neppure una pala, per smuovere la terra alla maniera in cui Rilke, meditando il buio, «ascolta come la notte s´inconca e s´incava». Danza sulla superficie, imbocca le vie più facili presumendole anticonformiste. Crede di cantare fuori da un coro. Azioni del genere screditano gesti compiuti da lui e altri: in Bosnia, Cecenia, Ruanda. L´accostamento del volto di Sakineh a quello di Battisti, sul suo sito, è empietà. Mostra un´incapacità radicale a comprendere il male inflitto all´innocente. Non è il vero sofferente che interessa, quando il fascino esercitato da un assassino è così trascinante, compiaciuto. André Glucksmann, vicino a Lévy, non ha mai cantato in questo coro.

Battisti non è neppure un terrorista, per chi lo sostiene. Lévy lo chiama un «ancien enragé divenuto scrittore». Gli enragés (letteralmente: «gli arrabbiati») furono i più estremisti nella Rivoluzione francese. Philippe Sollers lo battezza «eroe rivoluzionario». Altri, citando Céline, confutano i verdetti emessi contro «un uomo senza importanza collettiva, un semplice individuo», come se la giustizia concernesse altro che l´individuo. Il solo esser divenuto scrittore lo trasfigura, l´assolve. Lo tramuta in intellò, come se il titolo bastasse per issarlo all´altezza di Zola e di chi, tra il 1895 e il 1906, difese il capitano Dreyfus.

Il fatto, sempre che i fatti contino, è che Battisti non è solo un intellò. Fu un criminale comune fino a quando per comodità si mascherò da rivoluzionario, aderendo ai Pac (Proletari Armati per il Comunismo). Scappato dal carcere, fu condannato in contumacia per aver ucciso tre uomini e concorso a un quarto omicidio, fra il ´78 e il ´79, e nei tre gradi di giudizio fu assistito da avvocati da lui istruiti. Nell´81 era fuggito a Parigi profittando della dottrina Mitterrand, abiettamente travisata. In realtà il Presidente fu chiaro, quando l´espose il 22 febbraio e il 20 aprile ´85: l´asilo offerto escludeva tassativamente «chi si era macchiato di crimini di sangue» o di «complicità evidente in vicende di sangue», e riguardava i fiancheggiatori dissociati dal terrorismo.

Gli intellettuali mobilitatisi per Battisti si immaginano eredi non solo dei dreyfusardi ma dei moralistes francesi vissuti fra il ´500 e il ´700. I moralisti non facevano la morale ma descrivevano la storta natura dell´uomo, a cominciare dalla propria, con impietosa ironia. Penso a Montaigne, La Rochefoucauld, Pascal, Vauvenargues, Chamfort. Nei pretesi loro eredi non è mancato questo sguardo spietato e anticonformista, quando hanno fustigato il proprio esser comunisti: i «nuovi filosofi» hanno capito Solženicyn assai prima degli italiani, dei tedeschi. Ma uno strabismo singolare li affligge: ben più arduo, se non impossibile, è approfondire ancor più l´esame di sé. Quando maneggiano il concetto di rivoluzionario o di intellettuale, l´acume diminuisce. Aver ghigliottinato un re è motivo immutato d´orgoglio, che li rende superiori a ogni europeo.

Anche l´universalismo, di cui i francesi si vantano, li rende ciechi ai propri limiti, incapaci di apprendere. Il loro contributo all´unione europea è un impasto di universalismo decorativo e nazionalismo effettivo. Ci sono princìpi a tal punto sacralizzati da ossificarsi e perire come stelle che per noi brillano nonostante siano morte da tempo. Molte dispute intellettuali avvengono tra francesi. Non parlano all´Europa né al mondo, verso i quali l´ignoranza è spesso abissale.

È l´ignoranza militante che provai a descrivere il 14 marzo 2004 su Le Monde, in una lettera aperta su Battisti agli amici francesi, ma si sa che le parole informative non servono quando non si vuol sapere e si vive nel performativo (basta che io dica una cosa e la cosa è, anche se contraddetta dai fatti). Quel che si vuol ignorare è come funziona la giustizia in Italia, la sua indipendenza ben più solida che in Francia, la lotta che i magistrati conducono contro la mafia, la corruzione, la politica ridotta a lucro privato. È un´ignoranza non ingenua ma attivisticamente coltivata. Ebbe forme analoghe anche nel ´68: un ´68 che i francesi, più saggi, hanno saputo frenare prima che degenerasse in terrorismo. Essendosi tuttavia fermati in tempo, nulla sanno dei suoi baratri, del valore della legalità. Non a caso parlano lo stesso linguaggio di tanti marxisti finiti con Berlusconi. Lo spirito libertario del ´68, lo hanno stravolto facendosi libertini. Il disprezzo delle istituzioni, della Costituzione, della magistratura, accomuna perversamente tanti intellettuali francesi e Berlusconi: stessi attacchi ai giudici e ai «teoremi giudiziari», stesso istinto a parlare di Battisti come di un accusato o un capro espiatorio e non di un condannato. Non stupisce che qualche mese fa Berlusconi abbia confidato a un ministro: «Battisti è un personaggio orribile, e non capisco perché dovremmo fare i salti di gioia alla prospettiva di doverlo mantenere noi per anni nelle nostre galere».

Rivolgendosi agli italiani, Lévy ci invita a «voltare la pagina degli anni di piombo», o almeno a pensarli «senza passione, con equità, evitando la terribile logica del capro espiatorio». È una solfa che gli italiani conoscono: meglio voltar le pagine del fascismo, delle stragi, di Mani Pulite, dell´omicidio di Falcone, Borsellino, delle loro eroiche scorte. Ma le pagine si voltano ricordando e facendo giustizia (la clemenza viene dopo i verdetti), altrimenti restano lì, infezione letale. Oppure le si gira e basta, come fanno gli scemi o gli arruolati dell´Ignoranza, due categorie così affini. Persino Gesù faticava, con gli stupidi. C´è un suo detto islamico, citato da Sabino Chialà, che confessa: «Gli storpi li ho guariti, i ciechi pure. Con gli stupidi non sono riuscito» (I detti islamici di Gesù, Mondadori). Di ignoranza militante e ebete non abbiamo bisogno che venga da fuori: ne abbiamo già tanta in casa. L´amalgama creatosi fra terrorismo, mafia, corruzione, sprezzo della magistratura: non è una vecchia pagina da voltare. È il presente limaccioso che viviamo.

Tutte queste vicende i francesi non le capiscono. Pur avendo compiuto la rivoluzione e chiamato ogni uomo allo stesso modo – citoyen – lo spirito di casta è tenace. Se sei un intellettuale hai speciali immunità, anche se hai ammazzato tua moglie come il filosofo Althusser. Già Tocqueville trovava intollerabile la mistura francese tra politici e letterati.

Fa parte dell´astrattezza letteraria (la più obbrobriosa forse) considerare gli ex terroristi come sconfitti, vinti dalla storia. Sconfitto è chi esce battuto essendo stato un combattente, regolare o guerrigliero, o un vero enragé. Gli si deve rispetto: con lui si ricostruirà un ordine. Gli anni di piombo non sono stati una guerra civile. Sono stati una storia criminale, come gran parte della storia italiana.



Socialisme ou Barbara Spinelli


Un email di un amico che stimo ed apprezzo mi ha spinto, pur riluttante, alla lettura di questo articolo di Barbara Spinelli cui altrimenti non credo avrei dato un’attenzione eccessiva.

Non ho mai preso posizione per Battisti di cui non conosco né il passato né il presente, perché fin dagli anni sessanta la mia presumibile ignoranza si è ben guardata dall’essere militante. Fin da allora le mie frequentazioni mi avevano fortunatamente insegnato che il trionfo del militantismo faceva parte delle mode ideologiche correnti, funzionali alla società dello spettacolo con cui il capitalismo si stava rivestendo dopo uno streap-tease involontario.

Non ho, però, mai urlato con i benpensanti che l’odore della punizione eccita, perché non amo quel che ristabilisce la logica del dominio.

Da tempo ho la certezza che il tema della giustizia in una società ingiusta finisca comunque per fare il gioco del pensiero ideologico. Quel pensiero che per interessi di potere e/o equilibri narcisistici intimi si fonda comunque su dei pregiudizi per giustificare il suo partito preso.

Eppure, c’è un “ma” che mi rode: non ci si può esimere dal prendere posizione quando un fatto particolare si fa psicodramma collettivo e si manifesta come un nodo che coinvolge, per di più, la storia bella e dolorosa di una rivoluzione forse tradita, ma certo mancata, almeno per ora.

Ci risiamo: avere attraversato gli anni di piombo senza mai usare né pistole né bombe, né fucili, ma battendosi sempre radicalmente contro un sistema di sfruttamento e di alienazione intollerabile e invivibile, non mi induce a star zitto quando il confusionismo fa l’altalena da destra a sinistra tra la questione morale e la questione sociale, soffocandole entrambe sotto certezze povere di ogni dubbio necessario.

Gli intellettuali spettacolari del paese in cui vivo, la Francia, cui la signora Spinelli si riferisce, hanno da tempo, gratuitamente, il mio disprezzo. Quello che insieme a qualche amico di qualità ho sempre riservato ai molti che mostrano di averne un impellente bisogno: dai maoisti ai mondani (spesso si sono mostrati gli stessi in epoche diverse), non ho mai sopportato il dialogo con i perversi senza passione che mettono in scena una coscienza facilmente monetizzabile. Preferisco, tuttavia la critica di Noël Godin e delle sue torte in faccia a Bernard H. L. a quel che la signora Spinelli oppone a questo carrozzone circense in odore di “béchamel”.

La mia sensibilità non si appaga nel veder opporre un peloso buon senso provinciale e la compassione selettiva per le vittime all’universalismo della Francia Repubblicana e ai suoi attuali intellettuali da operetta.

Io rifiuto entrambi i poli di una tale opposizione spettacolare.

Distinguendo, inoltre, con ribrezzo, la guerra civile dagli anni di piombo, la signora si lancia, non so quanto consciamente, in un macabro elogio indiretto della guerra civile. Ora, la mostruosità di quegli anni è stata proprio di essere stati ridotti dagli “opposti estremismi” di regime a una guerra civile in vitro per impedire il superamento storico in fieri di un’intera civiltà. Un po’ quel che tocca oggi in ruolo al nichilismo fanatico religioso; vero e presunto, quanto quello politico di allora.

Siamo ormai di fronte alle rovine di un mondo e il progetto allora abbozzato ha preso, oggi, le caratteristiche dell’urgenza di fronte all’ampiezza delle macerie individuali e sociali accumulate. Tuttavia, questo, pur se fondamentale e attinente, è un altro discorso.

La differenza tra la Francia e l’Italia di allora non l’hanno fatta i fantomatici capi di una rivolta che nella sua parte autentica non ne aveva. I capi non mancano mai quando le rivoluzioni falliscono, e se non ci sono si inventano.

Una tale differenza l’hanno resa possibile, invece, il recupero dolce della poesia di rivolta da parte del post gaullismo pragmatico e l’attentato - questo sì, atto di guerra civile - delle bombe di piazza Fontana in Italia. Ma dov’era Lei mentre si sbattevano mostri in prima pagina? Quali giornali leggeva o scriveva? Una gioventù e una classe operaia insorta contro la società dei consumi senza possibili sbocchi rivoluzionari è stata costretta a scegliere tra la sottomissione umiliante e la rivolta nichilista perché la terza strada, ancor oggi aperta e auspicabile, era stata fatta letteralmente saltare. L’ideologia rivoluzionaria è diventata allora palesemente quello che è sempre stata: la peggiore nemica della teoria rivoluzionaria e della sua volontà pratica di esplorare un nuovo mondo

Né con lo Stato né con le BR” non è stato soltanto e sempre l’ennesimo ponziopilatismo all’italiana. Era anche il tentativo (fallito, bisogna ammetterlo, per il momento) di salvare il progetto epocale di rivoluzione sociale libertaria sia dalla psicosi nichilista, sia dal recupero controrivoluzionario.

Se poi si glissa dal tragico 12 dicembre 1969 al farsesco 14 del dicembre 2010 non si può certo dare tutti i torti a Stendhal nel suo giudizio sugli italiani.

Oltre ogni volontà polemica, che il tema in questione è soprattutto triste, la signora mi sembra sedersi oggi nella poltrona piccoloborghese di una sinistra moralista e liberale, bacchettona e benpensante che la domenica, alla messa, si scandalizza di un mondo globale che educa assassini e funziona su corruzione e inquinamento, ingiustizie e sofferenze che ammazzano e fanno ammazzare. Quella stessa opposizione fantasma che non si oppone radicalmente a niente e, durante la settimana lavorativa, si accontenta di far tornare i conti di una questione sociale tradita, pretendendo che paghi chi abbia –eventualmente- sbagliato un po’ troppo. Sti compagni che sbagliano non devono esagerare. Se no, Berlusconi ha ragione a dire che son tutti comunisti:

Come dopo un incidente stradale: constatazione di sinistro a carico del maldestro e la pratica è chiusa. Intanto, nella stessa logica, sembra giusto a parecchi, e soprattutto al potere economico, che si faccia pagare il debito - necessario al funzionamento dell’economia di mercato - a un terzo mondo di selvaggi e a masse di lavoratori (e qui le vittime sono milioni) colpevoli di non essere stati ben educati al produttivismo e al capitale finanziario.

Magari Battisti è davvero un terribile stronzo e un assassino, ma chi pretende di farlo marcire in prigione per fare giustizia deve assumere di essere un boia.

Se io fossi un parente di qualcuno ucciso vorrei probabilmente vendetta sotto forma di giustizia, o più se affinità. Vorrei vedere il colpevole almeno in prigione. E’ più che probabile: al dolore e alla rabbia non si comanda quasi mai.

Rivendicare, però, freddamente, in astratto, le regole sociali come un contratto da bottegai stabilito nel sangue e nel taglione di Stato, come sintomo di civiltà, è una barbarie civilizzata quanto lo sfruttamento del lavoro programmato e modernizzato nei secoli con obiettivo immutato: il profitto.

Io non mi sorprendo che queste miserie esistano, né che regolino i comportamenti concreti degli individui che formano una società alienata. Siamo ancora nella preistoria, lo so bene.

Mi scandalizzo che qualcuno che si pretende progressista si alzi dalla sedia per dare un senso filosofico di oggettività al commercio di scambio della miseria umana che regola una società di classe. Mi impressiona sfavorevolmente che ci si lanci col livore di Erinni senza Dioniso non per rivendicare l’instaurarsi della gioa collettiva carente, ma per richiedere l’esecuzione di un calcolo di morte individualizzato, pretendendo pure di agire in nome della civiltà. Purtroppo un tal filosofico desiderare una pena certa e conseguente non restituirà nessuno ai propri cari.

Come per Berlusconi, per Battisti o qualunque colpevole avverato, non si tratta di punire per vendetta o per saldare dei conti, ma di intervenire saggiamente per garantirsi che il delinquente non possa più fare danni.

Che gli Stati pretendano di veder confermata la loro leggittimità posso facilmente capirlo. Il loro potere legislativo ed esecutivo fa il paio con un potere repressivo che permette impunemente a un nugolo di poliziotti impauriti, improvvisamente assatanati dall’evidente debolezza della vittima, di calpestare in gruppo, come in un sabba, un manifestante a terra, inerme e indifeso.

Che un individuo non straziato direttamente dal dolore carnale di una morte di un prossimo invochi con passione la pena di morte o di reclusione mi fa, invece, rabbrividire perché so che la giustizia umana può cominciare soltanto dall’uguaglianza, dalla libertà e dalla fraternità riconosciute che si impegnano a rimediare all’errore e non a punire le colpe. Prima di ciò non usciremo mai da una laica barbarie.

A meno di mischiarvi il vecchio cadavere ormai freddo di un qualunque Dio, sempre utile per restituire a Cesare quel che sfugge alle grinfie sadiche dei suoi sacerdoti. Collaborazione tra cupole, palazzi, cattedrali, moschee e sinagoghe in una democrazia spettacolare.

Mi piacerebbe che la giusta critica all’intellettualismo parisien non arrivasse dallo spirito di Campo de’ Fiori.

Sergio Ghirardi

mercoledì 5 gennaio 2011

Sad bomb, sad bomb, sad bomb…




E’ urgente e fondamentale unire tutte le forze contro la follia redditizia del nucleare. Purtroppo non solo la lobby nuclearista è estremamente forte, ma persino nella Francia al centro civilmilitare di questa pazzia consumistica, le opposizioni e le organizzazioni antinucleari sono in preda a una grave crisi d’identità. Sortir du nucléaire ne ha dato di recente un tragico esempio.

Cio non toglie che l’internazionalizzazione non ideologica di questa battaglia necessaria per la sopravvivenza stessa della specie umana si pone più che mai come una priorità inaggirabile: nessuna democrazia è possibile in una società sottomessa al ricatto di specialisti, unici in grado di accendere o spegnere il “fuoco amico” del combustibile nucleare.

Il problema delle scorie, l’insicurezza oggettiva di questa bomba planetaria sono quasi elementi superflui nella loro tragica evidenza per far dire no e ancora no a una tale follia disumana. Non è l’energia nucleare che è mostruosa in sé, ma il rapporto di produzione e di consumo che con essa ha l’uomo economizzato.

Non essere spontaneamente contro la mafia dell’uranio in via di estinzione, significa aver perso il lume della ragione in nome dell’overdose di elettricità redditizia e del business sovrano. Siamo arruolati in una corsa morbosa, di fronte a una scommessa delirante: finirà prima l’uranio o l’umanità?

Irradiati di tutti i paesi unitevi!

Sergio Ghirardi

Oltre l’indignazione






Indignatevi! E il libretto di un 93enne partigiano francese che diventa un caso editoriale


Avendo davanti a me una trentina d’anni per indignarmi definitivamente col favore del pubblico (nello spettacolo dominante chi si indigna senza il conforto delle vendite non conta una cippa), lascio al buon Hessel il compito di un bocca a bocca alla morale tubercolosa del capitalismo etico e ribadisco (nell’indifferenza prevedibile delle folle addomesticate di destra e di sinistra) che il superamento che bussa alla porta della civiltà dello sfruttamento del lavoro umano e della natura non ha il suo baricentro nell’ennesimo dover essere morale, ma nell’etica laica del piacere di vivere sostenuto dalla volontà biologica che lo spinge.


Etica e morale hanno radici comuni, ma il termine greco è stato meno ampiamente vampirizzato dal giudeocristianesimo alla radice della nostra misera civiltà.

Tutti i monoteismi, comunque, per non fare gelosi, preparano da sempre il letto per il fiume in piena di un capitalismo etico che laicizzando il business planetario ha chiuso gli esseri umani nell’inferno di un’alienazione che alterna Dio e Padrone per giustificarsi ideologicamente.

Il rivoluzionario St. Just dichiarava nel 1789 che la felicità era un’idea nuova in Europa. I proletari che hanno cercato di abolirsi intorno al 1968 per diventare umani, hanno provato a farne una pratica generalizzabile.

Scacco, ma non matto: dietro il citoyen si nascondeva il bourgeois, dietro il compagno il gauchiste e tutte le altre macchiette ideologiche laiche utili al clero politico per tenere tirato il freno a mano della storia.

Oggi, tuttavia, la natura ci parla con una chiarezza che nessun ideologo può aggirare: o lotteremo per creare le condizioni per il piacere di vivere o la società produttivistica planetaria distruggerà presto le condizioni stesse della vita. Allora i Berlusconi, i Sarkozy, i Bush, i Bin Laden si ridurranno a squallide maschere di una tragedia dell’arte dove l’umano sparirà, spettatore impotente.

Lottare per il piacere di vivere va oltre l’indignazione e fa bene alla salute del mondo.


Sergio Ghirardi

Io non consegnerei Battisti all’Italia nemmeno se fossi il Burkina Faso


In difesa del Brasile di Massimo Fini da Il fatto



Se io fossi nei panni delle autorità brasiliane non consegnerei Cesare Battisti all’Italia. Che garanzie di giustizia può dare un Paese il cui presidente del Consiglio dichiara quasi quotidianamente, anche in sedi estere, che “la magistratura è il cancro della democrazia italiana”, che “all’interno della magistratura esiste un’associazione a delinquere a fini eversivi”, che “i giudici sono antropologicamente dei pazzi”? Dice: ma Battisti è stato condannato molti anni fa, nel 1985, nel 1991, nel 1993, prima dell’era berlusconiana. Ma se la Magistratura è il “cancro della democrazia” non lo è diventata improvvisamente dall’avvento di monsieur Berlusconi, se la suo interno ci sono “associazioni a delinquere”, ci sono oggi come potevano esserci anche ieri.

Che garanzie hanno le Autorità brasiliane che Battisti non sia stato condannato da qualche gruppo di magistrati felloni? Nel suo parere favorevole all’estradizione di Battisti l’Avvocatura dello Stato brasiliano dice: “Non si deve tralasciare di riconoscere che lo Stato italiano è indiscutibilmente uno Stato democratico di Diritto e che le sue decisioni devono considerarsi espressione della volontà dei propri cittadini”. Ma proprio questa precisazione dice che in Brasile si hanno dei dubbi sulla effettiva democraticità del nostro Stato. Nessuno si sentirebbe in dovere di chiarire che la Germania o la Svezia o l’Olanda sono “Stati democratici di Diritto”, sarebbe dato per presupposto, per implicito, per scontato. E in effetti l’Italia non è uno Stato democratico. Non è democratico un Paese in cui la Magistratura, che è l’organo di garanzia dell’osservanza delle leggi, quello che ci consente di essere uniti e di non darci alla giustizia privata, alla faida, è delegittimata. Non è uno Stato democratico quello in cui il presidente del Consiglio, proprio in base a questo sospetto sulla Magistratura dello Stato di cui pur è guida, si sottrae, con vari espedienti, alle leggi del suo Paese. In realtà, nel caso Battisti, scontiamo anni di garantismo peloso. Di destra e di sinistra. Da noi esiste un signore, Adriano Sofri, che è stato condannato a 22 anni di reclusione per l’assassinio sotto casa di un commissario di polizia, dopo nove processi, di cui uno, caso rarissimo in Italia, di revisione, avendo quindi goduto del massimo di garanzie che uno Stato può offrire a un suo cittadino.

Eppure Sofri ha scontato solo sette anni di carcere e, senza aver potuto usufruire dei normali benefici di legge, che non scattano dopo solo sette anni su ventidue, è libero da tempo, e scrive sul più importante quotidiano della sinistra, La Repubblica, e sul più venduto settimanale della destra, Panorama, e da quelle colonne lui ci fa quotidianamente la morale ed è onorato e omaggiato dall’intera intellighentia che, ad onta di tutte le sentenze, lo ritiene, a priori e per diritto divino, innocente. Perché, soprattutto vedendo le cose dal lontano Brasile, non potrebbe essere innocente anche Cesare Battisti che ha potuto usufruire solo dei tre normali gradi di giudizio? In verità siamo noi, noi italiani, che ci siamo messi in questa situazione giuridicamente ambigua che con lo Stato di diritto e la democrazia non ha nulla a che vedere. E Silvio Berlusconi che ha guidato per quattro volte il governo ha dato il suo potente e determinante contributo alla delegittimazione della giustizia dello Stato di cui pure è a guida e, con essa, alla delegittimazione del nostro Paese. Nella sostanza e nell’immagine. Per cui è patetico che adesso facciamo le suorine scandalizzate perché il Brasile non ci vuole consegnare l’assassino Cesare Battisti. Raccogliamo ciò che, in questi anni, abbiamo seminato. All’interno ci consideriamo un Paese democratico. All’estero ci vedono per quello che siamo e appariamo: un Paese in cui sono saltate tutte le regole dello Stato di diritto. Io non consegnerei Battisti all’Italia nemmeno se fossi il Burkina Faso.

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In effetti Battisti è stato condannato sebbene sia stato acclarato che non c'era.
E comunque non riesco ad immaginare nessun paese in cui sia sicuro rispedire un condannato; quando il destino di un essere umano è legato alla discrezione della legge, a qualsiasi latitudine, c'è da aver paura per lui!
Quanto meschino riesce ad essere chi, protetto dalla legge, può sfogare il suo sadismo o anche solo il malumore, sul malcapitato di turno?!
La chiamiamo banalità del male, ma chissà perché molti la riservano solo alla Shoah, ci sono altri esempi di questo male della società, in molte cosiddette civiltà che ricorrono a mezzi puntivi essenzialmente freddi e che risolvono ben poco.
Quelli che si fanno paladini della "pena certa" soprattutto desiderano riaffermare dei concetti nel momento in cui hanno perso ogni significato ed è a questo fatto che non vogliono rassegnarsi.
La crudele esecuzione a sangue freddo ben lungi da essere un sollievo o un risarcimento per le vittime, è piuttosto una stampella necessaria a chi vuole credere nella legittimità dello stato e della legge, per pregiudizio, per tenere insieme delle comunità che di comune non hanno più nulla.
Altro che giungla! magari ci fosse questa chiarezza nella nostra modernità!
Chi si definisce religioso poi riesce ad aggiungerci anche la volontà divina! e così il gioco è fatto: mentre si proclama la dignità dell'embrione si ammazza chi capita cominciando dal togliergli la dignità. Battisti è odiato proprio perché non ha sofferto abbastanza e questa vendetta fredda, di plastica, dovrebbe mitigare le sofferenze della vittima, che sta in carrozzina a causa del proiettile sparato dal padre che si difendeva da un bandito che pare fosse dello stesso gruppo politico di Battisti..... e allora perché Dell'Utri non sta in carcere con Riina?

gc

martedì 4 gennaio 2011

classe operaia alla quale peraltro sono stato costretto ad appartenere



La società civile con la Fiom: "Sì ai diritti, No ai ricatti". Firma l'appello di Camilleri, Flores d'Arcais e Hack

Il diktat di Marchionne, che Cisl e Uil hanno firmato, contiene una clausola inaudita, che nemmeno negli anni dei reparti-confino di Valletta era stata mai immaginata: la cancellazione dei sindacati che non firmano l’accordo, l’impossibilità che abbiano una rappresentanza aziendale, la loro abrogazione di fatto. Questo incredibile annientamento di un diritto costituzionale inalienabile non sta provocando l’insurrezione morale che dovrebbe essere ovvia tra tutti i cittadini che si dicono democratici. Eppure si tratta dell’equivalente funzionale, seppure in forma post-moderna e soft (soft?), dello squadrismo contro le sedi sindacali, con cui il fascismo distrusse il diritto dei lavoratori a organizzarsi liberamente.

Per questo ci sembra che la richiesta di sciopero generale, avanzata dalla Fiom, sia sacrosanta e vada appoggiata in ogni modo. L’inaudito attacco della Fiat ai diritti dei lavoratori è un attacco ai diritti di tutti i cittadini, poiché mette a repentaglio il valore fondamentale delle libertà democratiche. Ecco perché riteniamo urgente che la società civile manifesti la sua più concreta e attiva solidarietà alla Fiom e ai lavoratori metalmeccanici: ne va delle libertà di tutti.

Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Margherita Hack

Primi firmatari: don Andrea Gallo, Antonio Tabucchi, Dario Fo, Gino Strada, Franca Rame, Luciano Gallino, Giorgio Parisi, Fiorella Mannoia, Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Lorenza Carlassarre, Sergio Staino, Gianni Vattimo, Furio Colombo, Marco Revelli, Piergiorgio Odifreddi, Massimo Carlotto, Valerio Magrelli, Enzo Mazzi, Valeria Parrella, Sandrone Dazieri, Angelo d'Orsi, Lidia Ravera, Domenico Gallo, Marcello Cini, Alberto Asor Rosa.

(4 gennaio 2011)
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"Sindacati liberi" era il nome che mio padre utilizzava per la CISL di cui è stato uno dei fondatori.
Meno male che ormai non può più assistere allo sfacelo dell'idea stessa di sindacato. Pagarne uno per colpire tutti gli altri rischia di essere lo slogan delle istituzioni di rappresentanza odierne, capaci solo di difendere e promuovere se stesse, e senza neppure l'ombra di democrazia interna, partiti o sindacati cambia poco.
Di questa debolezza ovviamente approfitta l'imprenditoria che nello stesso modo si libera anche del proprio sindacato: mancando ai lavoratori la possibilità di trattare a livello collettivo, le imprese possono schierare i loro uffici legali e "prevenire" i conflitti eliminandoli alla radice con il licenziamento dei disturbatori, cioè di chi osa avanzare qualche richiesta sindacale, appunto.
L'importante è che ci sia sempre un esercito di riserva di disoccupati e disperati in attesa di un salario e che vengano via via demoliti anche i residui dello scalcagnato welfare italiano.
L'Italia anche nelle fabbriche fa un gigantesco passo in allontanamento dall'Europa in armonia con la sua attuale politica estera.
Clientelismo, ateismo clericale, familismo becero e ipocrita, corruzione, mafie, repressione, restrizioni della libertà di stampa, nessuna concorrenza leale, un sistema societario incontrollato, evasione selvaggia, giustizia allo stremo, tutto in nome della protezione della proprietà e della rendita finanziaria come di quella di posizione che da sempre si avvantaggiano delle inefficienze (volute) della Pubblica Amministrazione.
E' arrivato il momento di emigrare anche per i lavoratori come per gli studenti, ma solo per i più fortunati, quelli giovani e sani e senza "pesi" di famiglia.
Duecento anni dal 1789 e 140 dalla tragica fine della Comune di Parigi e la rivoluzione proletaria è sconfitta per l'ennesima volta, essenzialmente sulla propria incapacità di farsi liberazione per tutti proprio dal vincolo proprietario e dal suo mastino statale.

Il ruggito del topo di fogna


Al mio ritorno dal periplo del solstizio d'inverno tra le nebbie del sud e le nevi del nord ho guardato su Internet l'ultimo buon annozero del 2010.
Pur avendone avuto precedentemente l'eco sui quotidiani autonomi (il Fatto) o semiautonomi (Repubblica), sono rimasto choccato dalla disgustosa aggressione molteplice allo studente perpetrata dal serpente Bordelli e dalla capra isterica La sovietica, sostenuti nell'ombra della servitù volontaria dalla iena Pirro o come diavolo si chiama il Sallustio di scorta. Il solo Santorini si è limitato a un distinguo astratto, più preoccupato dei rischi strategici di una tale aggressione che della dignità offesa del povero studente.
Ma in che paese siamo (siete), dove gli amici dei mafiosi pretendono garanzie di verginità pacifista e gli eredi degli squadristi neri danno impunemente del vigliacco a inermi cittadini, sotto la vigliacca protezione della scorta che li protegge anche al cesso e forti del loro diritto di insultare impunemente, approffittando del privilegio del ruolo istituzionale?
Lo studente non ha risposto alla provocazione ma l'ha subita anziché denunciarla, come l'agnello nell'antica favola di fronte all'aggressività stupratrice del lupo.
Nella moderna favola, diventata ormai incubo quotidiano, l'agnello è stato dolorosamente zittito dal ruggito del topo di fogna in servizio.
Col senno di poi e con la rabbia di sempre io avrei urlato al mondo pressapoco così: "E perchè mai dovrei essere io a prendere le distanze da azioni compiute da chi neppure conosco e che non ho mai esplicitamente sostenuto, per di più su richiesta di chi intrattiene rapporti intimi con settori coinvolti in traffici mafiosi notori e ha sostenuto elettoralmente e sostiene ancora "terroristi" riconosciuti come Cuffaro? Chi tra me e lei ha il dovere di fare luce e di non corrompere il clima sociale con la violenza? Chi è più violento? Le Mafie o i sedicenti Black Block? Perché se lei mi dice che le mafie non c'entrano io le rispondo allora che i Black Block sono tutti poliziotti.
E come si permette di darmi del vigliacco lei, cara signora, che dietro la sua recente parvenza da onorevole ha sostenuto da sempre, facendone nostalgicamente parte, le squadracce che attaccavano case del popolo e inermi antifascisti? Lei appartiene all’albero genealogico di delinquenti ideologici che hanno violentato e ucciso, col favore del numero, da Matteotti ai fratelli Rosselli + un numero infinito di vittime innocenti, razzisti con i deboli e leccaculo con i forti del terzo Reich.
Io sono fiero dello zio Eduardo che dopo aver raccolto negli anni trenta in una bottiglia gli effetti spiacevoli dell'olio di ricino, li ha fatti bere, nel quarantacinque, a un vostro camerata, nel nome di tutti i violentati e uccisi da un regime vigliacco.
Il fascismo è finito e il vostro farsesco potere che lo scimmiotta lo seguirà presto nella spazzatura della storia.
Il pennivendolo nell'ombra continui pure a parlarsi addosso fregandosi le mani e a fare proposte oscene alla Marcegaglia per divertirsi un po', visto che si accontenta di sganasciarsi per le sue vittorie di Porro, o come diavolo si chiama."
Sergio Ghirardi

le posate del Paradiso


A un uomo fu dato il permesso di visitare il paradiso e l’inferno mentre era ancora in vita.
Andò prima all’inferno, e lì vide una grande raccolta di persone sedute a lunghe tavolate, imbandite di cibo ricco e abbondante.
Eppure queste persone piangevano e stavano morendo di fame. Il visitatore ben presto ne vide la ragione: i cucchiai e le forchette che usavano erano più lunghe delle loro braccia, cosicché costoro erano incapaci di portare il cibo alla bocca.
Poi l’uomo andò in paradiso e lì trovò la stessa situazione: lunghe tavolate imbandite con cibo di ogni genere; anche qui la gente aveva le posate più lunghe delle braccia e anche qui non poteva portare il cibo alla bocca; eppure avevano tutti l’aria di essere soddisfatti e ben nutriti.
La spiegazione era semplice: anziché cercare di nutrire se stessi, si imboccavano reciprocamente.

lunedì 3 gennaio 2011

Basta con gli oppiacei dei popoli





Non mi stancherò mai di consigliare a chi si commuove sulla dignità del lavoro che con un piccolo sforzo si potrebbe cominciare a parlare della dignità del tempo libero. Vi immaginate Michelangelo chino sul suo marmo che lavora, Leonardo che timbra il cartellino? Avete mai pensato che state lavorando quando fate l’amore con colei o colui che amate? E perché mai ci si dovrebbe accontentare di meno?
Certo in quello che per abitudine e per sottocultura da schiavi si chiama lavoro c’è spesso ancora (ma sempre meno) dell’attività creatrice, del savoir faire. Attività creatrice di bellezza, di cibo, di confort e di tutto quello che umanizzando la natura rispetta l’uomo e la donna che ne fanno parte.
Alè, facciamo il partito della poesia che contrariamente al discorso del neoanalfabetismo dominante, ridotto a vedere nella poesia un mesto e vacuo blaterare, è il partito del fare (poieo è verbo greco che vuol dire fare, passare all’atto. Ce lo ricordava già un sublime poeta: Holderlin). Per fare non ci vuole un partito (participio passato) ma un presente (indicativo) di cui farsi soggetti. Qui e ora, senza oppiacei dei popoli che ci promettono paradisi o comunismi per domani.

Sergio Ghirardi

No! Il popolo non è una massa brutale e ignorante.


Come spesso la mattina, sono andato al bar del Jardin a bermi il caffè ristretto (come un caffè lungo italiano) e a sorbirmi i giornali a gentile disposizione.
Conosco Rancière per qualche testo interessante e, dopo averlo letto, ho deciso di donarvi la traduzione di questo scritto appena sfornato senza aggiungervi quei distinguo che pure risento su alcuni punti.
Sotto il gelido abbraccio del capitalismo planetario, il ricatto economicista varia ma non esce dallo schema fondamentale: criminalizzare ogni opposizione prima che diventi rivolta.
La conclusione di quest’articolo sulla situazione francese mi sembra applicarsi perfettamente al clima italiano, in particolare dopo il 14 dicembre e la criminalizzazione isterica di un movimento studentesco che mi ricorda la favola antica del lupo e dell’agnello.
Siamo internazionalmente aggrediti da un comune nemico, “legalmente” instaurato dovunque ai posti di comando. Non serve cambiare capitano, bisogna cambiare nave e rotta.
La società produttivistica delle multinazionali va ben oltre le differenze secondarie tra le due nazioni transalpine, diverse per storia e per cronaca, diventata piuttosto nera e verde per gli uni, sempre bleu, blanc, rouge per gli altri.
Sergio Ghirardi
Articolo del filosofo Jacques Rancière su Libération del 3-1-2011
Non passa giorno che non si senta denunciare il rischio di populismo. Eppure non è facile cogliere quel che il termine designa esattamente. Che cos’è un populista? Attraverso tutte le variazioni del termine, il discorso dominante sembra caratterizzarlo con tre tratti essenziali: uno stile d’interlocuzione che si rivolge direttamente al popolo scavalcando i suoi rappresentanti e i suoi notabili; l’affermazione che governi e élites dirigenti si preoccupano del loro interesse più che della cosa pubblica; una retorica identitaria che esprime il timore e il rigetto degli stranieri.
Risulta chiaro, tuttavia, che nessuna necessità collega questi tre tratti. Che esista un’entità chiamata popolo, fonte del potere e interlocutore prioritario del discorso politico, è la convinzione che animava gli oratori repubblicani e socialisti del passato. Non le si lega alcuna forma di sentimento razzista o xenofobo. Per proclamare che i nostri politici pensano alla loro carriera piuttosto che all’avvenire dei loro concittadini e che i nostri governanti vivono in simbiosi con i rappresentanti dei grandi interessi finanziari, non c’è bisogno di nessun demagogo (Rancière si riferisce alla Francia ma non credo proprio che gli italiani rischino di sentirsi spaesati in proposito - ndt). Quella stessa stampa che denuncia le derive “populiste” ce ne fornisce ogni giorno le testimonianze più dettagliate. Dal canto loro i capi di Stato e di governo detti “populisti” come Silvio Berlusconi o Nicolas Sarkozy si guardano bene dal diffondere l’idea “populista” che le élites sono corrotte. Il termine populismo non serve a caratterizzare una forza politica definita. Non designa un’ideologia e neppure uno stile politico coerente. Serve semplicemente a restituire l’immagine di un certo popolo.
Perché il popolo non esiste. Quel che esiste sono delle figure diverse, vuoi antagoniste del popolo, delle figure costruite privilegiando certi modi di riunirsi, certi tratti distintivi, certe capacità o incapacità. La nozione di populismo costruisce un popolo caratterizzato dalla fusione pericolosa di una capacità (la potenza bruta della moltitudine) e di un’incapacità (l’ignoranza attribuita a questa stessa moltitudine). Per questo il terzo tratto, il razzismo, è essenziale. Si tratta di mostrare a dei democratici sospettati di “buonismo” quel che in verità è il popolo profondo: una muta abitata da una pulsione primaria di rigetto che prende di mira contemporaneamente i governanti, denunciati come traditori dalla muta incapace di capire la complessità dei meccanismi politici, e gli stranieri che essa teme per attaccamento atavico a un quadro di vita minacciato dall’evoluzione demografica, economica e sociale. La nozione di populismo rimette in scena un’immagine del popolo elaborata alla fine del XIX° secolo da pensatori come Hippolyte Taine e Gustave Le Bon, terrorizzati dalla Comune di Parigi e dalla crescita del movimento operaio: quella delle folle ignoranti impressionate dalle forti parole dei “capi” e spinte alle violenze estreme dalla circolazione di rumori incontrollati e di paure contagiose.
Questi scatenamenti epidemici di folle cieche spinte da leader carismatici sono davvero attuali da noi? Quali che siano le accuse lanciate tutti i giorni contro gli immigrati e specialmente contro i “giovani delle banlieues”(in Italia, ora, sono nel mirino gli “studenti violenti”, come i nuovi Rom della politica, ndt), non si traducono in manifestazioni popolari di massa. Quel che si chiama razzismo oggi nel nostro paese è essenzialmente la congiunzione di due cose. Prima di tutto delle forme di discriminazione nelle assunzioni o nell’acquisizione dell’alloggio che si esercitano perfettamente in uffici asettici; e poi dei provvedimenti statali, nessuno dei quali ha avuto come conseguenza dei movimenti di massa: restrizioni relative all’entrata sul territorio, rifiuto di concedere il permesso di soggiorno a gente che lavora, finanzia la mutua e paga le tasse in Francia da anni, restrizione del diritto del suolo, doppia pena, legge contro il foulard e il burqa, tassi programmati di espulsione o di smantellamento di campi nomadi. Queste misure hanno lo scopo essenziale di precarizzare una parte della popolazione riguardo ai suoi diritti di lavoratori o cittadini, costituire una popolazione di lavoratori che possono sempre essere rimandati a casa loro e di francesi che non hanno certezza di restarlo.
Queste misure sono accompagnate da una campagna ideologica che giustifica una tale diminuzione dei diritti con l’evidenza di una non appartenenza ai tratti caratteristici dell’identità nazionale. Non sono, però, i populisti del Fronte Nazionale (amici recenti del compagno Fini - ndt) che hanno lanciato questa campagna. Sono degli intellettuali, di sinistra si dice, che hanno trovato l’argomento imparabile: questa gente non è veramente francese perché non è laica (paese che vai totalitarismo che trovi: nell’Italia verde di bigottismo e barbarie, questa gente è estranea perché non è cattolica, mentre gli intellettuali, detti di sinistra, sono scomparsi nel buco nero di un antifascismo umiliato dal berlusconismo - ndt).
La gaffe recente di Marine Le Pen (che ha detto a proposito dei musulmani di sentirsi invasa come ai tempi dell’occupazione nazista - ndt) è istruttiva in proposito. Non fa altro che condensare in un’immagine concreta una sequenza discorsiva (musulmano=islamista=nazista) che si trascina un po’ dovunque nella prosa cosiddetta repubblicana. L’estrema destra “populista” non esprime una passione xenofoba specifica emanante dal profondo del corpo popolare; essa è un satellite che monetizza a suo vantaggio le strategie di Stato e le campagne intellettuali distinte. Lo Stato coltiva il sentimento permanente di un’insicurezza che mescola i rischi della crisi e della disoccupazione a quelli del ghiaccio sull’asfalto o del Formamide per fare culminare il tutto nella minaccia suprema dell’islamista terrorista. L’estrema destra (in Italia, la Lega di lotta e di governo - ndt) mette i colori della carne e del sangue sul ritratto standard disegnato dai provvedimenti ministeriali e dalla prosa degli ideologi.
Così né i “populisti” né il popolo messo in scena dalle denunce rituali del populismo rispondono veramente alla loro definizione. Poco importa a quelli che ne agitano il fantasma: l’essenziale per loro è amalgamare l’idea stessa del popolo democratico con l’immagine della folla pericolosa. E trarne la conclusione che dobbiamo rimetterci a quelli che ci governano poiché ogni contestazione della loro legittimità è la porta aperta ai totalitarismi. “Meglio una repubblica bananiera che una Francia fascista”, diceva uno dei più sinistri slogan antilepenisti dell’aprile 2002. Il rumoreggiare attuale sui rischi mortali del populismo tende a dare una teoria all’idea che non abbiamo altra scelta.

Ingenuità beata e idiozia beota






A proposito del lavoro che rende liberi e dei commenti deludenti che lo accompagnano vorrei aggiungere che Il problema a monte è la crisi ormai palese della rappresentazione politica.
Può la forma partito rappresentare qualcuno non nel senso totemico del mero discorso ideologico, mille volte rifritto da destra a sinistra, ma nel senso concreto di agire per ottenere dei risultati auspicabili da chi è rappresentato? Lo sviluppo invasivo della fase terminale del modo di produzione capitalistico dimostra di no.
Solo una rivoluzione culturale in stallo da quasi mezzo secolo potrà restituire a un proletariato cosciente (cioè coloro che non possedendo i mezzi di produzione sono obbligati a mettere sul mercato la propria forza di lavoro) i mezzi per affermare la propria volontà generale di emancipazione individuale e sociale. Solo così il popolo sovrano smetterà di essere un comodo specchietto per le allodole.
Ripensare l’organizzazione di una democrazia diretta sostenuta da una delega limitata nel passaggio dal locale ad agglomerati regionali, nazionali e internazionali (una rappresentatività, cioè, a cui venga sottratto ogni potere e ogni privilegio di interessi privati) è la base teorica di una rivoluzione necessaria, pur se in forme e urgenze diverse, in ogni nazione di un pianeta fortemente omogeneizzato dal potere mafioso delle multinazionali produttivistiche.
Chi cerca leaders troverà avidi guru, chi cerca piccoli padri dei popoli troverà degli Stalin anche se a volte meno crudeli, chi cerca imprenditori provvidenziali e abili negli affari troverà dei Berlusconi o altri piazzisti opportunisti e bari anche se difficilmente così cinici e ignoranti.
Più nessuno deve decidere per gli altri, mentre tutti insieme si può fare l’interesse di ciascuno senza collettivismi fanatici né individualismi beceri. Il solo obiettivo degno della politica è la ricerca della felicità.
Vogliamo cominciare a discuterne dappertutto senza pregiudizi anziché abbuffarci di scappatoie ideologiche che oscillano tra l’ingenuità beata e l’idiozia beota?

Ghirardi Sergio

sabato 1 gennaio 2011

Se nasce il Partito del lavoro ....



Se nasce il Partito del lavoro .... ( da Il Fatto di S. Cannavò)

Con le posizioni sulla Fiat e su Marchionne il Pd trova il suo nuovo punto di caduta. Ora, anche per chi non le vuole vedere, le cose sono tutte in chiaro: tra i lavoratori e Marchionne, D’Alema, Fassino e soci scelgono il leader della Fiat. L’area più moderata del partito è secca: guai a mollare il Lingotto per scegliere la Fiom, un partito “riformista” come il nostro non se lo può permettere (e stendiamo un velo pietoso sullo scempio che viene fatto del termine “riformismo”).
Il dado è stato tratto già molto tempo fa ma ogni occasione è buona per ricordarlo. Il Pd ha cambiato natura alla sinistra tradizionale italiana, una volta espressione del mondo del lavoro, degli ultimi, dei subordinati, da guidare, magari, su posizioni moderate ma comunque scelti sempre come la propria base di riferimento. La sinistra “normale” che oggi conosciamo e che Berlusconi addita come un pericoloso covo di “comunisti” è invece una forza politica che guarda ai salotti, ai movimenti della buona borghesia, che vuole rappresentare le cosiddette forze di progresso individuate negli strateghi dell’economia globalizzata. Ieri De Benedetti, poi Passera e Profumo, oggi Marchionne. Tutta gente che si è arricchita anche con soldi pubblici per poi lanciare strali e maledizioni contro tutto quello che sa di pubblico o di Stato.
Questa natura non può essere più negata e nemmeno coperta dagli immancabili mal di pancia interni, dai contorsionismi e dalle esitazioni. La linea di marcia è piuttosto chiara, basti pensare a come si snoderà la campagna elettorale per le comunali di Torino con un Piero Fassino che cerca di dare lezioni agli operai dopo averli portati al disastro già nel 1980, durante i 35 giorni della Fiat.
Il problema è che finora si è perso troppo tempo a cercare di tirare per la giacchetta un partito che ha occhi e interessi da tutt’altra parte. E allora ben venga l’ipotesi, finora solo sussurrata, di un “Partito del lavoro”, cioè di una forza politica che sappia rappresentare la battaglia della Fiom e quella dei ricercatori universitari, le esigenze del nuovo precariato, manuale e intellettuale con quelle delle nuove povertà. Se nascesse una forza del genere sarebbe certamente un fatto positivo perché è sul quel versante che nell’era berlusconiana si è accumulato un ritardo spaventoso. La solitudine della Fiom da un lato ma anche quella studentesca dall’altro lo stanno a testimoniare: lavoratori, precari, forze del lavoro in formazione sono espunti dal discorso politico maggioritario, collocati fuori dalla dialettica istituzionale e quindi appesi a una sorta di male esteriore da cui liberarsi finché si è in tempo. Una forza politica “degli ultimi” è quello che oggi manca, in grado di dire con nettezza No a Marchionne, No alla cultura veicolata dai vari Bondi e Gelmini, No al presunto modernismo del Chiamparino di turno, Sì a una visione della società basata sulla giustizia sociale, l’equilibrio ecologico, la trasparenza e la democrazia partecipata. E, soprattutto, Sì a un legame vincolante con il mondo che si intende rappresentare rifuggendo dalla costante tentazione di perderlo per condurlo a tutti i costi a mediazioni non vantaggiose.
Se nascesse un simile partito muterebbe il panorama politico soprattutto sul piano dei contenuti perché una condizione, quasi sempre rimossa e riportata al centro dell’attenzione solo dall’ostinata iniziativa della Fiom, cioè il lavoro nelle sue molteplici espressioni, potrebbe finalmente dire la sua. E condizionare una politica tenuta ormai sottovuoto, separata dalla materialità della vita, riportata ai tempi del notabilato giolittiano, irritata dalle esplosioni sociali come si è visto in occasione del 14 dicembre e della rabbia studentesca.
Una forza politica di questo tipo sarebbe quindi utile, a condizione, ovviamente, di non riproporre stancamente la sinistra radicale che fu, magari con lo stesso personale politico riciclato, gli stessi automatismi e gli stessi errori. E a tal proposito il problema delle alleanze con il Pd si riproporrebbe tutto intero anche se, forse, sarà proprio il Pd con la sua “vocazione maggioritaria” o con la sua propensione neocentrista a risolverlo in anticipo. Ma sarebbe bene non attendere di “essere scaricati” per dire che si vuole costruire un futuro diverso.



…Stiamo freschi

Commento controinformativo di Sergio Ghirardi

Mi sembra un'ottima idea. Un bel partito nuovo con idee tutte nuove teso a incrementare quella civiltà del lavoro che nobilita l'uomo e realizza la pace in terra per tutti i diseredati pronti a tutto pur di farsi sfruttare in cambio di un salario. Lo slogan di fondo si impone: arbeit macht frei.
Con servitori così volontari non c'è più bisogno di schiavi. Un tale materialismo becero da stakanovisti fa il paio col misticismo economicista dei padroni.
Il diritto alla pigrizia, il non lavorate mai, l'autogestione generalizzata della vita quotidiana devono sembrarvi inimmaginabili, scandalose follie di privilegiati e di parassiti deliranti; un po' come doveva sembrare la Repubblica in Francia nel 1780.
Eppure, tra gli altri, Fourier, Lafargue, Kropotkin, Reich hanno dato un corpo teorico all’utopia e, tra le altre, le esperienze della Comune, della Spagna 36-37, della Machnovcina in Ucraina e dello spartakismo in Germania negli anni venti non sono mica fallite per cause interne, per loro incapacità (il Chiapas zapatista vive ancora e resiste pur se tra difficoltà e oblio). Tutte queste sconfitte vittoriose sono state determinate dalla peste emozionale ideologica e dagli eserciti di un potere che a destra come a sinistra non sopportà la gratuità e la libertà perché funziona sul meccanismo della corruzione e dello sfruttamento. Questa peste è il capitalismo, in Cina come negli USA e nell'italietta postfascista, ed è la stessa che oggi sacralizza il lavoro che sta lentamente venendo meno anziché fondare sulla sua relativa sparizione una nuova società organizzata attorno a una diversa distribuzione delle ricchezze.
Non di un partito del lavoro c'è bisogno ma di un partito preso della vita contro l'economicismo totalitario di un capitalismo che mastica a bocca piena tanto a destra che a sinistra. Non si può intervenire nella storia con una morale da camerieri.

All'alba di un secolo nascente

Impressione,sole nascente " ( 1872 ),C.Monet



All'alba di un secolo nascente -  gennaio 2004

Da quando siamo schiavi del danaro,

non siamo più capaci di creare

E ogni giorno in più che deleghiamo,

dobbiam pagare!

Salgono i prezzi e tutti ci accorgiamo

che i soldi da mangiare non son buoni

eppure nell'errore continuiamo,

come coglioni!

Ragazzi, adesso è ora di cambiare

e se non siamo tutti dei buffoni

Possiamo anche vivere e imparare

nuove emozioni.

Crediamo, pur se soli e sfortunati,

nella realtà di sogni e desideri:

così la nostra utopica frontiera

raggiungeremo.

Le nostre belle vite difendiamo,

con il coraggio della giovinezza,

e quando libertà praticheremo,

sarà l'ebbrezza!

Le belle donne e i dolci amanti insieme,

daranno esempio con soddisfazione

di ogni voluttà e d'ogni piacere

a profusione.

Prestando ascolto ai sogni di ciascuno,

sperimentando ogni nuova via,

daremo corpo all'umana storia

e alla poesia.

gilda
sull'aria di


"Inno della rivolta" - (1896)
Testo di Luigi Molinari
Musica di anonimo
File audio originale Coro degli Anarchici di Ancona

"Nel fosco fin del secolo morente
sull'orizzonte cupo e desolato
già spunta l'alba minacciosamente
del dì fatato

Urlan l'odio, la fame ed il dolore
da mille e mille facce ischeletrite
ed urla col suo schianto redentore
la dinamite

Siam pronti e dal selciato d'ogni via
spettri macàbri del momento estremo
sul labbro il nome santo d'Anarchia
insorgeremo

Per le vittime tutte invendicate
là nel fragor dell'epico rimbombo
compenseremo sulle barricate
piombo con piombo

E noi cadrem in un fulgor di gloria
schiudendo all'avvenir novella via
dal sangue spunterà la nuova historia
de l'Anarchia"