sabato 15 gennaio 2011

Uranio: ancora per quanto?



Lo svolgimento del referendum sulle centrali nucleari è l’occasione per riconsegnare sovranità ai cittadini su una politica energetica nazionale requisita dalle lobbies e preclusa agli orizzonti della sostenibilità e della democrazia. Una consultazione popolare evoca partecipazione, impossibile se non c’è rigore nell’informazione, se non si dà spazio al pluralismo di opinioni e se le opzioni contrapposte non sono chiaramente leggibili. Questo richiede di capire che le scelte in discussione, comprese le alternative, devono reggere ad un esame di ragionevolezza e quindi che il gioco vale la candela. Nel caso dell’energia nucleare, l’esaurimento assai prossimo e inevitabile dell’uranio decreta di per sé l’insensatezza di approntare ex novo una filiera di reattori nel nostro Paese.

Di fronte alla presa di coscienza dell’imminenza del picco del petrolio, la prima reazione emotiva è “allora useremo l’uranio”. In effetti, l’energia nucleare è spesso presentata come il toccasana che risolverebbe tutti i malanni e che ci permetterebbe di superare senza danni la crisi energetica ormai in corso da qualche anno. Tuttavia, i fautori dell’energia nucleare glissano sulla questione della disponibilità di uranio, il quale è una risorsa minerale limitata, così come lo è il petrolio. Quanto uranio abbiamo, realmente? È possibile che siamo vicini al “picco dell’uranio”, allo stesso modo in cui ci stiamo avvicinando al picco del petrolio?

In effetti, si tratta di fonti e di forme di conversione di energia molto diverse: mentre petrolio, gas e carbone hanno a che vedere con la combustione istantanea di forme di vita alimentate dal sole migliaia di secoli fa e accumulate nelle viscere della terra, per l’uranio si tratta di trasformazione per via artificiale e controllata di massa in energia. L’uranio è un “combustibile” che non brucia e che si è formato indipendentemente dall’esistenza di forme vitali e in tempi ben più remoti, relativamente più vicini alla grande esplosione iniziale, il big bang. Per capirne l’origine, le miriadi di stelle che vediamo sono il motore della costruzione incessante, nel processo di fusione nucleare, di atomi sempre più complessi a partire dal più leggero idrogeno, fino a quelli stabili come il ferro e a quelli assai più instabili con numero di massa alto, come l’uranio 235. Un elemento non rinnovabile che, proprio per la lunga sequenza di fusioni nucleari da cui proviene, è abbastanza diffuso, ma relativamente scarso e perciò drammaticamente esauribile sul nostro pianeta.

Come dirò di seguito, tutti i fattori che agiscono sul picco del petrolio, compresi quelli di natura economica, determinano il rapido esaurimento anche del “combustibile” dei reattori. È solo l’idea di superpotenza e di enorme densità energetica dei processi atomici che avvengono nel nocciolo del reattore o nel cuore di una bomba che fa pensare a tempi illimitati di durata. Ma se parliamo del minerale di uranio – ossia la roccia estratta dalla miniera che va successivamente purificata e trattata per essere utilizzata nel reattore – dobbiamo pensare ad una densità energetica dello stesso ordine di grandezza dei combustibili fossili di cui si profila il picco nei prossimi anni. Cioè, quantità equivalenti in peso (ad esempio tonnellate di roccia contenente uranio e tonnellate di carbone) producono effetti energetici analoghi e si consumano in tempi confrontabili. Anzi, essendo più scarso, il minerale di uranio che è in gioco da poco più di 50 anni avrà alla fine una durata complessiva sulla scena inferiore a quella del carbone o del petrolio, che sono in uso da qualche secolo in più.

Di conseguenza, le riserve di minerale convenienti e utili e la loro durata sono tutt’altro che illimitate e sono determinate dal costo del combustibile sul mercato (che non deve essere superiore a 130 $/Kg per competere con il costo dei fossili), dalla percentuale di uranio presente nelle rocce, dalla potenza totale dei reattori funzionanti, dal ciclo di arricchimento (7 Kg di uranio purificato danno luogo solo ad 1 Kg di uranio arricchito). Tenendo conto di tutti questi fattori e per essere utilizzato economicamente nella fabbricazione del combustibile da destinare alle centrali nucleari, il minerale deve possedere delle concentrazioni di ossidi di uranio che non possono scendere al di sotto della soglia dello 0,01%. Tenendo presente che il consumo annuale di uranio arricchito nel mondo è oggi di 11.521 tonnellate (circa 70.000 t. di uranio “purificato”) e che si stima che sia possibile estrarre a meno di 130 $/kg al massimo 5,5 milioni di tonnellate di uranio “purificato”, di cui 3,3 milioni sono rappresentate da quelle ragionevolmente sicure, si va da una disponibilità di 46 anni ad un massimo di 78 anni. Questi calcoli ipotizzano che il consumo rimanga costante, ovvero che non entri in funzione nessuna nuova centrale se non per sostituire impianti chiusi.

Un’ultima osservazione: sembrerebbe che anche l’uranio abbia già passato il proprio picco di estrazione, dato che già oggi vengono in soccorso le scorte militari (provenienti dallo smantellamento delle testate atomiche), che oggi costituiscono il 33% della produzione per soddisfare la domanda di reattori esistenti. Comunque, nemmeno l’impiego di tutto l’uranio contenuto nelle armi nucleari disponibili sposterebbe di molto la fine del minerale. Si può fare un rapido calcolo. Il totale delle bombe atomiche costruite da Russia e Stati Uniti insieme ha raggiunto qualcosa come 70.000 unità negli anni ’80. La maggior parte di queste bombe sono però già state demolite. Ci sono volute 15.000 bombe atomiche Russe per generare 375 tonnellate di uranio ad alto arricchimento. Questo uranio è stato poi trasformato in uranio a basso arricchimento (utile per le centrali) per un totale di circa 11.000 tonnellate.

Dai dati riportati, sembra di poter dedurre che questa quantità è equivalente a circa 80-100 mila tonnellate di uranio minerale “purificato”. Non è una quantità enorme. Oggi rimangono circa 6000 testate nucleari negli Stati Uniti, mentre pare che la Russia, secondo l’ultimo trattato Salt, ne abbia poco meno di 1500, il che significa che si potranno smantellare circa 7000 testate. Fatti i dovuti conti, queste testate corrispondono a più o meno 50.000 tonnellate di uranio minerale. Se il gap tra l’estrazione corrente e il consumo è oggi intorno alle 20.000 tonnellate, entro meno di dieci anni, l’uranio proveniente dalle bombe nucleari si esaurirà. Da quel momento per l’uranio per le centrali nucleari dovremo dipendere unicamente dalle risorse minerarie.

In definitiva, i calcoli più accurati e più ottimistici dicono che, arsenali militari compresi, avremo a disposizione uranio ancora per un minimo di 55 e un massimo di 85 anni, sempre che il parco reattori non aumenti (e il prezzo non scoraggi l’estrazione). Tenuto conto che le prime nostre centrali non entrerebbero in produzione prima di un decennio, non riesco a capire quale sia la convenienza di un “ritorno lampo” dell’atomo, come invece vorrebbe darci a intendere lo scacchista dello spot del Forum Nucleare Italiano in onda su tutti i media in queste settimane. Credo che in base a queste considerazioni fatte, allo scacchista non resti che abbandonare sconfitto la partita.

Mario Agostinelli, Il Fatto, 13 gennaio 2011


Ghirardi Sergio scrive: 14 gennaio 2011 alle 13:48

Ottimo articolo fondato su dati e su fatti concreti. Purtroppo i credenti ottusi e i sacerdoti corrotti del nucleare contano sul modernismo demagogico di un concetto di progresso appiattito sul calcolo del redditizio a breve termine e dunque del produttivistico senza limiti. Per questo non si imbarazzano né dei rischi evidenti (incidenti avvenuti o rischiati di un soffio in continuazione) né delle questioni ancora insolubili (le scorie)e ancor meno della carenza più che prevedibile di uranio.

Se anche non arrivassero (speriamolo!) a far veramente funzionare le centrali il solo metterle in progetto è già un business lucroso e mafioso. Questo è il solo criterio effettivamnete operativo per tutti gli statisti del portafoglio che si pretendono politici.

Per salvarci dal nucleare senza affatto tornare alla candela è dunque prioritario denunciare e combattere la corruzione capitalistica e le multinazionali che se ne nutrono, anche se l’informazione fattuale e puntuale è certamente un elemento importante per il ritorno di una coscienza politica oggi ridotta a una morale da servi consumatori.

grifo scrive: 14 gennaio 2011 alle 14:11

Finalmente uno che ha capito tutto ….C’era una volta una sinistra progressista, che amava il progresso e l’innvazione scientifica e tecnologica, che pensava in grande e che almeno a parole non aveva paura di osare e rischiare per migliorare la condizione del popolo.

Che si identificava nella famosa frase di Lenin ” Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese” Poi è successo qualche mostruosa mutazione genetica e la sinistra è diventata reazionaria conservatrice e paurosa, demonizza il progresso, ha il terrore del nuovo ed è pronta a credere a tutte le balle più inverosimili che attribuiscono gli effetti più nefasti alle nuove tecnologie. Mi chiedo per continuare a crederci e prima di cambiare definitivamente se è solo un senso di colpa per vari disastri del comunismo o c’è propio un cambiamento radicale?

Jack scrive: 14 gennaio 2011 alle 14:19

E infatti era una favola, come tutte le cose che cominciano con “C’era una volta…”

monty_burns scrive: 14 gennaio 2011 alle 14:36

Ma che cavolo di discorsi fai grifo? La sinistra non è più “modernista” perché non fa più sua l’idea di progresso espresa da Lenin circa 100 anni fa? Eppoi scusa, mi dai una definizione di modernità, ed una di progresso? Possibilmente attualizzate al ventunesimo secolo.

grifo scrive: 14 gennaio 2011 alle 14:57

Un semplice semplice esempio di modernità, ritorno a un concetto espresso precedentemente: Si sta meglio in Svezia dove si installano centrali nucleari e in Finlandia dove costruiscono un sito di stoccaggio scorie piuttosto che in Congo, Sudan e Etiopia dove neanche ci pensano…

monty_burns scrive: 14 gennaio 2011 alle 15:19

Vabbè grifo il tuo esempio è debole: analogamente ti potrei rispondere che si sta meglio in Germania che in Kazakistan o in Bangladesh…In realtà ti avevo chiesto una cosa diversa: i concetti di modernità e progresso non si dovrebbero enunciare con leggerezza, ma sapendo cosa si intende dire altrimenti si parla in modo generico e qualunquista.

Jack scrive: 14 gennaio 2011 alle 15:42

Quindi, seguendo il tuo ragionamento, dovremmo convenire che in Iran, non ora, ma appena si doteranno delle centrali che l’occidente non vuole fargli fare, si vivrà meglio che in Croazia, o Danimarca, o anche Italia, perché no?

monty_burns scrive: 14 gennaio 2011 alle 15:56

Ah ancora una cosa grifo: in Congo, Sudan, Etiopia, non ci pensano perché la loro priorità assoluta è l’approvvigionamento dell’acqua potabile, non la produzione di energia elettrica.

Mi offri la sponda per parlare di acqua: quanta ne richiederà lo sviluppo di politiche energetiche basate sul nucleare, considerando le grandi quantità che servono non solo al raffreddamento del reattore, ma anche e soprattutto all’attività mineraria? Non è un piccolo problema nella considerazione sull’impatto che il nucelare avrà sulla prosperità sociale, per ora non ne parlo in questo poco spazio (e nel poco tempo che ho).

Armando scrive: 14 gennaio 2011 alle 14:39

Grifo, quella sinistra c’è ancora: è diffusissima in tutta Europa, in alcuni paesi del Sudamerica e negli USA. Anche in Italia ha validissimi rappresentanti, ma ha un po’ paura di farsi vedere.

bruno scrive: 14 gennaio 2011 alle 19:17

hai anche capito perche ln Italia le regioni con giunta di governo che vogliono il nucleare non lo vogliono nella propria regione?Non è per il pericolo di gravi incidenti,altrimenti la vicinanza o lontananza da noi è uguale come pericolo,ma per le microperdite continue delle acque e dei vapori che ci sono sempre intorno a una centrale ma nonvalutati rischiosi perchè sotto soglia,ma chi ci abita sa che non è vero con un notevole aumento di tumori.Noi rispetto agli stati nord europei avremmo qualche risorsa in più da sfruttare aspettando il nucleare pulito

Ghirardi Sergio scrive: 15 gennaio 2011 alle 11:09

Quel poco che so è che nella citazione di Lenin il problema non è l’elogio dell’elettrificazione ma la menzogna vergognosa sui soviet. I bolscevichi erano nemici del comunismo libertario dei soviet e hanno ripreso lo slogan svuotato dei suoi contenuti dopo aver sterminato fin dal 17 i veri soviet a Kronstadt, poi nell’Ucraina machnovista, le purghe, i vari satelliti totalitari ecc.

Tra l’anticomunismo viscerale e il comunismo autoritario ha circolato sempre una stessa idea di progresso capitalistico liberale o di stato. Il comunismo non ha fatto misfatti perché non è mai esistito se non come meravigliosa ed effimera creazione spontanea di una base sociale proletaria repressa prima nella Comune, poi nel 17 in Urss, poi in Spagna nel 36/37 ecc.

l progresso di una società capitalista, produttivistica e tecnologica, è discutibile dal punto di vista della felicità umana, parametro del solo progresso che dovrebbe interessare gli umani, appunto. Contro ogni primitivismo, oscurantista quanto il papa e le sue ranocchie da acqua benedetta sempre pronte a sacralizzare l’osceno e il reazionario per amore perverso della sofferenza, è l’armonia mobile tra la modernità critica e la selezione affinata degli usi antichi che dà il livello di “progresso” di una civiltà.

La civiltà del lavoro è finita e noi sopravviviamo a stento nel suo cadavere che si muove ancora.

La capacità di godere individualmente della vita in una società armonica collettivamente è ciò che manca di più e dà origine a tutti i fascismi del passato e del presente. Sul fascismo di sempre invito alla lettura di un classico dimenticato: Psicologia di massa del fascismo, di W. Reich (1933).

Questa mia piccola riflessione sgambescia e collaterale al tema del nucleare ha lo scopo di allargare un dibattito che credo necessario, oltre la tendenza diffusa a battersi su qualunque tema per mostrare di avercelo più lungo ideologicamente.

Robert Filliou - Quando fai è arte, quando finisci è non arte, quando esibisci è antiarte




ROBERT FILLIOU Sauve, 1926 - Les Eyzies-de-Tayac-Sireuil, 1987.

Artista concettuale, perfomer e scrittore, Filliou studia economia e scienze alla University of California di Los Angeles dal 1948 al 1951, mentre esplora l’arte da autodidatta. Dopo avere lavorato come drammaturgo durante la seconda metà degli anni Cinquanta, nel 1960 presenta la prima delle sue performances poetiche. Nel 1962 aderisce al movimento Fluxus, condividendo con i suoi compagni l'avversione per gli oggetti dell'arte commerciale. Non solo continua a realizzare performances e altri lavori effimeri ma si dedica ad azioni concettuali come la fondazione di una "République Géniale", realizza film e video, invia per posta oggetti enigmatici come forma di arte di corrispondenza e lavora in collettivo contro le idee tradizionali sull'individualità dell'artista. Nel 1964 crea insieme a Joachim Pfeufer il Poïpoïdrome, un centro di ricerca della "creazione permanente" e del "principio di equivalenza".

Nel 1965, insieme a George Brecht, fonda La Cédille Qui Sourit, uno studio-negozio a Villefranche-sur-mer. Nella sua opera utilizza una larga varietà di materiali e si considera libero di esplorare tutte le forme: per esempio, quella presa da un suo lavoro è un enorme dipinto di quasi quattro metri, Research into the Origin (1974) [Ricerca sulle origini], nel quale, in una scrittura a mano con note e rimandi, include una moltitudine di referenze e citazioni da studi scientifici che dimostrano la necessità della "creazione permanente".

Filliou ha detto:"Non sono solo interessato all’arte ma alla società della quale l’arte è un aspetto. Sono interessato al mondo come a un tutto, un tutto del quale la società è una parte. Sono interessato all’universo del quale il mondo è solo un frammento. Sono innanzitutto interessato alla Creazione Costante della quale l’universo è soltanto un prodotto”.

Per lui l’attività artistica era un modo di azione diretta sul mondo. Filliou ha tentato di integrare tutti gli atti della vita con l’impegno artistico, "senza preoccuparsi del fatto che le opere siano distribuite o no": "Quando fai è arte, quando finisci è non arte, quando esibisci è antiarte”.

traduzione di Sergio Ghirardi



Artiste conceptuel, performeur et écrivain, Filliou étudie l’économie et les sciences à l’Université de Californie à Los Angeles (1948/51).

Son exploration de l’art se fait en autodidacte. Après avoir travaillé comme dramaturge pendant la seconde moitié des années cinquante, il présente, en 1960, une première performance poétique. En 1962 il adhère au mouvement Fluxus et partage avec ses compagnons l’aversion pour les objets de l’art commercial. Il continue, ensuite à réaliser des performances et d’autres œuvres mais il se dédie aussi à des actions conceptuelles comme la fondation d’une « République Géniale », la réalisation de films et vidéos, l’envoi par la poste de sujets énigmatiques comme une forme d’art de correspondance et il travaille collectivement contre les idées traditionnelles sur l’individualité de l’artiste.

En 1964 il crée avec Joachim Pfeufer le Poïpoïdrome, centre de recherche de la « création permanente » et du « principe d’équivalence ». En 1965, avec George Brecht, fonde La Cédille Qui Sourit, centre d’études et galerie à Villefranche-sur-mer. Dans son œuvre, il utilise une large variété de matériaux et il se considère libre d’explorer toutes les formes : par exemple celle d’un très grand tableau de presque quatre mètres, Research into the Origin (1974) [Recherche sur les origines], où, par un griffonnage à la main avec notes et renvois, il inclut une multitude de références et de citations tirées d’études scientifiques qui montrent la nécessité de la « création permanente ».

Filliou a dit: “Je ne suis pas uniquement intéressé par l’art mais par la société dont l’art est une expression. Je suis intéressé par le monde comme un tout, un tout dont la société est une partie. Je suis intéressé par l’univers dont le monde n’est qu’un fragment. Je suis surtout intéressé par la Création Constante dont l’univers n’est qu’un produit ».

Pour lui l’activité artistique était un moyen d’action directe sur le monde. Filliou a essayé d’intégrer tous les actes de la vie à l’expression artistique « sans se soucier que les œuvres soient distribuées ou pas ».

« Quand tu fais, c’est de l’art, quand tu termines, c’est du non art, quand tu exhibes, c’est de l’anti-art ».

Filliou said "I am not just interested in art, but in society of which art is one aspect. I am interested in the world as a whole, a whole of which society is one part. I am interested in the universe, of which the world is only one fragment. I am interested primarily in the Constant Creation of which the universe is only one product." For him, the work of art was a means of direct action on the world. Filliou attempted to integrate all the acts in life with artistic duty, "without worrying about whether the works are distributed or not": "When you make, it is art, when you finish, it is non-art, when you exhibit, it is anti-art."“

Robert Filliou was part of the Resistance movement organized by the communists and became a member of the French Communist Party during the war; he worked as a labourer for Coca Cola in Los Angeles; achieved a masters in economics; had a dual French-American nationality; while working as a United Nations advisor he was sent to Korea for three years to help write the Constitution and take part in the programmes for economic reconstruction of the country; from there, he travelled in the Far East; he lived in Egypt, Spain and Denmark, where he met Marianne Staffels, the woman with whom he would share his life and his artistic activity. This exceedingly accomplished man and world traveller was not attached to any country. He said about : "nationality : poet, profession : French".

In 1960, Robert Filliou designed his first visual work, Le Collage de l'immortelle mort du monde [Collage of the Immortal Death of the World], a transcription of a random theatre play comparable to a chessboard on which all sorts of individual experiences are expressed 3. In 1961, at the Addi Kôcpke gallery (Copenhagen), his first personal exhibition, Suspens Poems, was organized, made up of poems in the form of postal dispatches.In 1962, determined to remain outside the exhibition circuit, Robert Filliou carried his gallery in his hat. He became his own exhibition space: "La Galerie Légitime" [The Legitimate Gallery]. His works, gathered together in his beret and stamped "Galerie Légitime Couvre Chef d'Oeuvre" [Legitimate Gallery Masterpiece Hat], circulated in the streets with him (the idea is reminiscent of Marcel Duchamp's suitcase). He then met George Maciunas, the centralizer of the activities of Fluxus. "La Galerie Légitime" invited several artists to exhibit in it. This was an art made up of attitudes and gestures, rather than saleable works.

In 1963, with the architect Joachim Pfeufer, he created the Poïpoïdrome 4 project, a meeting place and centre for "Permanent Creation" located at the crossroads between two currents: action and reflection. There was nothing to "learn" in order to participate: what the users knew was enough. In 1965, with George Brecht, Robert Filliou founded the gallery "La Cédille qui sourit" 5 [The Smiling Cedilla) in Villefranche-sur-Mer, although it was usually closed because the artists were at the local café: "In my opinion, that's where you get your best ideas". They then founded "Eternal Network, La Fête Permanente" [Eternal Network, The Constant Festival]: "The artist must be aware that he is part of a larger social network, part of the "Constant Festival" which surrounds him everywhere and elsewhere in the world."

After the filmographical experiments of "La Cédille qui sourit", he made Hommage à Méliès [Hommage to Méliès] with George Brecht and Bob Guiny to express their delight in their wonderment at the simplicity of the old silent films and, with Emmett Williams, Double Happening, Contribution for Happening & Fluxus, a performance staged in the women's toilets at the Dusseldorf Academy of Fine Arts. with the König publishing company in Cologne, he published a "pluri-book", Teaching and Learning as Performing Arts: happenings, events, action poetry, environments, visual poetry, films, street theatre, non-instrumental music, games, exchanges of letters, etc.

In 1971, he created "la République géniale" [the Republic of Genius]: people enter its territory to develop their genius rather than their talent. Research is no longer the privileged domain of the person who knows, but of the person who does not know. In Le Petit Robert Filliou, he defined, among other things, the principles of Poetic Economics for which a scale of values had to be worked out.

His films are above all made of humour, derision and random elements, closely linked to the spirit of Fluxus. On January 17th 1973, with the idea of uniting people of all times, he celebrated the 1,000,010th Anniversary of Art at the Neue Galerie der Stadt in Aachen. "Art must return to the people to which it belongs." As 10 years had gone by since Filliou had begun his "Histoire chuchotée de l'art" [Whispered History of Art], 1,000,010 years corresponded to the arbitrary date of Man's appearance on Earth. The artist was working on the search for the origin and proposed a new concept, "The Prebiological Genius".

In 1977, Robert Filliou was living in Canada, where he made several videos. It was not the medium itself which interested him. The artist, who never worried about creating "works of art", chose any material as long as it conveyed his ideas and thoughts, and as long as it linked the territories of geniuses one to the other. It was in this sense that he used video, not only to keep a record of his performances as many artists have been doing since the 1960s: "To contact the audience that we want, I think it's video that will do it".

He imagined a "Video-Universe-City" 6 project as a means of propagating Constant Creation.

With his wife Marianne, Robert Filliou withdrew for 3 years 3 months and 3 days to a Buddhist centre at Les Eyzies in the Dordogne (France). In 1987, he produced his last work, Time is a Nutshell, made up of several walnuts emptied so that they could contain a few words. in December 2nd, Robert Filliou died, like a Buddhist, after seeking enlightenment through the texts of the Veda and through Fluxus.

L’URGENZA DI SOGNARE IN TUNISIA…






Siamo soli e isolati, nella collera e nell’inquietudine. Facciamo fronte a un regime che si sbaglia di secolo e di paese.

Questa rivolta dei tunisini non può essere rivendicata da nessun partito politico, da nessuna organizzazione o associazione e nessun esponente dell’opposizione o di partito può pretendere di esserne l’iniziatore.

Questa rivolta viene dal popolo e gli appartiene. Questo popolo che certuni pensavano senza autonomia dà una lezione alla sua classe politica e al mondo.

I manipolatori ideologici non prenderanno il seguito di una collera spontanea e popolare.

Tocca all’elite del nostro paese rispondere all’appello e immaginare l’avvenire. Noi dobbiamo costruire i nostri modelli politici, economici, sociali e culturali. Dobbiamo mostrare al mondo che cosa sia una democrazia araba.

E’ urgente sognare una Tunisia portatrice di speranza per tutti.

Per questo ci sono due condizioni insuperabili. Dobbiamo riappropriarci del nostro diritto alla parola al quale non avremmo mai dovuto rinunciare. Un diritto necessario perché le idee circolino, le intelligenze si esprimano e si coniughino per inventare il nostro comune divenire.

L’altra condizione sine qua non è la contrattualizzazione del rapporto tra i tunisini e le loro elites politiche che devono essere al nostro servizio e non il contrario.

Perché i sacrifici non siano vani è urgente sognare la Tunisia di domani.

Sogniamo.

Fares Mabrouk

Sogniamo dovunque

Se ho tradotto questo articolo di Fares Mabrouk è perché l’esigenza di un mondo nuovo sembra timidamente emergere dovunque l’insopportabilità della situazione presente superi i livelli di guardia.

Pur cambiando i contesti e le forme spettacolari dell’alienazione subita, dovunque quell’uomo che nasce libero si ritrova sempre in catene, e per di più convinto di essere libero.

Sappiamo tutti ormai che le catene moderne non sempre sono visibili. Il savoir faire del dominio le confeziona perché siano consumate in nome di soddisfazioni fittizie e aleatorie al prezzo di enormi frustrazioni dell’essenziale. Da qualche tempo i vecchi soprusi e uno sfruttamento da Ancien Régime sono però tornati a fare capolino sempre più spesso nella fase terminale di un modo di produzione che ha ormai divorziato dagli inventori umani che ha sottomesso. Nel divorzio tra umanità e capitale sta la magia della crisi della struttura economica, peraltro drammatica per chi la subisce passivamente. Nell’uomo abbandonato nel deserto emozionale e sociale di un’imprevista povertà dell’essere (prima ridotto in avere e poi addirittura in apparire), si rompe l’ipnosi per la quale lo schiavo che si crede libero soffre della schiavitù peggiore perché diventa incapace di denunciarla.

Oggi, finalmente, sembra che il condizionamento cominci a fissurarsi e le coscienze a riemergere. Niente è garantito, sia chiaro, poiché le derive ideologiche di esseri umani psicolabili permettono sempre di complicarsi la vita scegliendo il peggio, consegnandosi a liberatori interessati e narcisisti che restaurano con la destra quel che hanno abolito con la sinistra.

C’è bisogno di ancora uno sforzo per diventare rivoluzionari e umani al contempo.

Le prime prove informali di un progetto planetario di democrazia diretta si abbozzano senza che i soggetti in azione ne siano necessariamente coscienti.

In mancanza di latte le prime vacche salariate cominciano a rifiutare la mungitura: in Grecia ci si rifiuta sistematicamente di pagare ai caselli delle autostrade. Si passa alzando la barriera e decretando la gratuità. In Algeria non si accettano più gli aumenti dei generi di prima necessità e si comincia a rifornirsi gratuitamente con una redistribuzione selvaggia che non riconosce più la società dominante. In Tunisia il regime di Alì e i quaranta ladroni sembra avere le ore contate e si spara alla Bava Beccaris sul popolo in rivolta.

In tutti i continenti si accumulano ragioni per dire ora basta; anche nei grandi paesi industrializzati, chi prima e chi dopo in balia della crisi del sistema!

“Papà è lontana l’Italia? Zitto e nuota”.

La corruzione generalizzata delle democrazie spettacolari scadute qui e là in despotismi e dittature degne di un passato che non passa mai completamente e ogni tanto ritorna, incita a una diffidenza della delega che potrebbe spingere a non considerare più accettabile la scelta di delegare il potere senza una garanzia formale e concreta di reversibilità immediata e costante.

Niente è garantito e probabilmente siamo ancora alle prime jacqueries recuperabili di una rivolta planetaria contro il totalitarismo mercantile che sta avvelenando irreversibilmente la vita e la natura. Sono pazzi. Pazzi di profitto col nucleare, con i rifiuti tossici o con gli organi espiantati. Fin dove possono arrivare?

Oseranno davvero fabbricare inutili SUV dal motore americano assemblati a Mirafiori e rispediti in parte in america quando il pianeta muore d’inquinamento? Ma la sanno la storia dei due camion di pomodori, uno con la produzione olandese che andava a vendere in Spagna e uno con la produzione spagnola che andava a vendere in Olanda? Si sono scontrati nel cuore della Francia. Ecco la razionalità profonda della loro economia da schiavisti.

La loro incoerenza mostruosa dovrà diventare la nostra forza. Il produttivismo fa morire d’indigestione chi mangia troppo e di fame coloro a cui impone una dieta anoressica. Produce troppo e male e distrugge la terra mentre distribuisce ingiustamente poco o nulla pensando solo al profitto. Solo i frustrati del re denaro nel girone infernale della finanza creativa sono in costante fibrillazione nelle Versailles mediatiche dove si celebra la nobiltà del business. Mentre perdono nevroticamente la vita a non guadagnarsela possono ancora sostenere il sistema in cui cercano nelle cose la compensazione di una vita fallita. Lo so sono molti, ma sempre meno. Come il lavoro, che aumenta il numero dei disoccupati ma è sempre troppo in paragone col tempo libero e creativo di cui abbiamo voglia.

Sogniamo, dunque, una natura in cui domini la gratuità: dell’energia, del benessere e dell’intelligenza sensibile che si dedica alla felicità costantemente reinventata. Sogniamo che più nessuno decida per gli altri e che le democrazie dirette locali si organizzino per realizzare una democrazia planetaria che si sostituisca all’ONU di nazioni tornate a essere crogiolo di culture diverse, mentre oggi non sono altro che Stati capitalistici in competizione, incapaci di organizzare la felicità degli esseri umani ridotti in poltiglia da scambio nel mercato globale.

Una rivoluzione copernicana del senso della vita ristabilirà il giusto rapporto tra il soggetto umano e l’oggetto prodotto, rapporto oggi rovesciato dal feticismo della merce che domina il mondo.

Sciogliendosi nei consigli collettivi di autogestione della vita quotidiana, le “elites”smetteranno di essere espressione di privilegio per diventare il tessuto di una società egualitaria e differente al più alto grado di creatività.

Sogniamo. Ce n’est qu’un debut…

Sergio Ghirardi

venerdì 14 gennaio 2011

Ricordando che la verità è rivoluzionaria




Pierfranco Pellizzetti da il Fatto


Nella politica nazionale attrezzata a set da reality, la finzione si trasforma nell’unica verità disponibile. Come dimostrano in maniera flagrante i temi all’ordine del giorno nel nostro dibattito pubblico.

Il re del casual prestato alla Fiat,
Sergio Marchionne, dichiara di voler americanizzare le relazioni industriali italiane allo scopo di migliorare produttività e competitività. Quando, invece, deve mandare un messaggio rassicurante al suo azionista di riferimento effettivo: i fondi d’investimento d’oltreoceano. Insomma, la verità è che la partita reale si sta giocando altrove, compresa la scelta se proseguire o meno a fabbricare macchine nel Bel Paese. Ma dato che noi continuiamo a guardare il reality, dobbiamo pure sorbirci le chiacchiere estemporanee sulla flessibilità che fanno arricciare di goduria il baffetto degli Ichino come le vibrisse di un gatto, dobbiamo assistere alle acrobazie senza rete dei Bonanni e degli Angeletti per far credere di essere ancora dei sindacalisti e non un caporalato della manodopera.

Altro tema, altro regalo: la Corte dei Miracoli della Lega, scesa dalle valli prealpine sulle ali del vento del Nord, ci costringe da tempo a ingurgitare mestolate indigeste della
casseula soprannominata “federalismo”. Anche perché, tra una gutturale e l’altra, hanno imposto come verità di fede il principio che l’attuale ordinamento italiano è “statalistico”. Dato che “statalismo” significa un regime invadente e oppressivo, che tutto controlla e dovunque interviene, sarebbe interessante appurare dove gli occhi sbarrati dell’inquartato odontotecnico Calderoli o quelli furbetti del piccolo ranger cattura-latitanti Maroni si siano posati, per vedere all’opera l’overdose di controllo e intervento in questo Paese, dove l’anarchia è legge consolidata da usucapioni pluridecennali. Non certo nei fiumi lumbard, inquinati al punto che ormai i rari pesci che vi sguazzano (“trote” comprese) hanno dovuto adottare bombole e boccaglio; di sicuro non nelle coste dei nostri mari, dove la cementificazione speculativa ha raggiunto livelli tali che i bambini sono costretti a dotarsi di martello pneumatico e piccone se solo hanno maturato l’idea peregrina di costruirsi un bel castello di sabbia, classico divertimento da spiaggia.

La verità è che la banda guidata dal pataccaro da foro boario Umberto Bossi vuole consolidare la crescita elettorale trasformando i collegi padani in un vero e proprio
feudo, dove esercitare signoraggio e riscossione delle decime (stia attento, il Gran Capo, in materia di jus primae noctis, visti precedenti coccoloni).

Eppure – secondo le imperanti regole della
fiction – c’è subito la palla di pelo filosofica, il Cacciari di turno, che pontifica con aria pensosa su “questioni settentrionali” di pura fantasia e dialoga in spirito con il teorico della Lega che-ha-ballato-solo-una-estate, la bonanima del professor Gianfranco Miglio, uno snob che girava per Venezia travestito da blasé austriaco (con martingala e pantaloni alla zuava, ma lui era di Como), reo di aver fornito un vocabolario purchessia agli smandrappati con le pezze al sedere al seguito del Senatur. Quel Senatur che lo liquidò con l’elegante viatico di “peto nell’universo”. Però lui non disse “peto”.

Venghino signori, venghino. Perché la televendita di panzane cosmiche continua oltrepassando Tevere. Ecco il turno di papa Ratzinger, intabarrato nei pittoreschi e candidi vestitini mantellina annessa, che squittisce con quella vocina da “topino di Germania” (da pronunciarsi con la voce del professor Franz Kranz alla Paolo Villaggio): insegnare l’educazione sessuale minaccia la libertà religiosa. Magari c’è il rischio che i giovanissimi imparino a stare in guardia da certe tonache e dalle loro pulsioni pedofile. Ovviamente il destro più ammirato dalla sinistra, il satanasso libertino Giuliano Ferrara, ha subito fatto finta di prendere sul serio la faccenda, esprimendo convinta solidarietà al Sacro Soglio e al suo Massimo Pontefice. Si attendono analoghe prese di posizione da parte di Lele Mora, Flavio Briatore e altri monaci trappisti. Una volta dismesso il cilicio con cui mortificano i loro sensi e si predispongono alla meditazione.

Un corteo carnascialesco che si chiude con il massimo imbonitore nazionale, il presidente del consiglio
Berlusconi. Il quale da Berlino manda a dire che il governo non fa le riforme (?) per l’intemerata e aggressiva opera dell’opposizione. In realtà, gente che si guarda bene dal contrastare il suo potere devastante, visto che senza di lui non saprebbero cosa fare, come giustificare la propria presenza. Difatti lo salvano regolarmente, nella bicamerale dalemiana o in campagna elettorale, quando corrono per perdere (non è vero, Veltroni?). Persino i più tosti a parole, sono filo-Berlusconi nell’animo. Tipo Antonio di Pietro, che – servizievole – fa eleggere nelle proprie liste i futuri puntelli del Governo (da Di Gregorio agli Scilipolti e Razzi).

Concludendo, c’era una piccola ebrea polacca, chiamata
Rosa Luxemburg, che una volta disse: “La cosa più rivoluzionaria è dire la verità. Se lo sanno quelli del reality, ci costruiscono subito sopra un bell’originale televisivo con Ruby Rubacuori protagonista.

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Quando negli anni sessanta, a Genova, frequentavo il circolo Rosa Luxembourg non avrei mai immaginato che mezzo secolo dopo per opporsi da “liberal” all’Italia mafiosa del totalitarismo economicista sarebbe diventato necessario citare una meravigliosa signora sinceramente comunista e libertaria contro la quale Lenin ha scritto “L’estremismo malattia infantile del comunismo”. Che le sue idee rivoluzionarie e antiautoritarie riaffiorino ora, oltre le contrapposizioni ideologiche, mi pare il segno che il vaso dell’alienazione e dello sfruttamento produttivista è colmo e che anche chi non immagina nessuna rivoluzione sociale trova ormai insopportabili il cinismo, la volgarità e la confusione che regnano nelle coscienze dei cittadini spettatori della società dello spettacolo.

Non c’è dubbio: i tempi della storia difficilmente coincidono con i desideri e con le coscienze individuali, ma ecco riemergere dall’oblio programmato e diffuso, l’esempio commovente di una rivoluzionaria “indignatasi” fino a vivere e (purtroppo) morire per le sue idee d’emancipazione.

Vivere per delle idee e morirne di morte lenta, ecco un progetto che anche Brassens avrebbe condiviso. Rifiutare di subire i ricatti dei padroni delle ferriere che intascano milioni e offrono cadenze infernali e salari di miseria; pretendere di abolire un mondo alla rovescia per costruire una società fondata sul diritto per tutti a una vita degna. Se non si vive almeno per questo per che cosa si vive e ci si indigna?

Spartaco che vive e che lotta ancora contro il capitalismo liberale e contro il capitalismo di Stato cosiddetto comunista, se mai una qualche burocrazia osasse riproporlo. Quando la storia si decide a bussare alla porta, il faut choisir son camp, camarade, altrimenti non si nasce e non si vive, ma si vegeta subendo i diktat di un potere mafioso e attendendo di morire con un telecomando in mano.

Sergio Ghirardi