sabato 8 ottobre 2011

Chi eleggeremo per il Movimento 5 stelle in Parlamento?

"io spero che i miei figli vivano in un mondo in cui tutti gli uomini, di ogni colore, vadano d'accordo e lavorino insieme, senza che la maggioranza cerchi di uniformare gli altri al proprio volere." Tatanga Mani (capo Sioux)
                         
           Delegazione Sioux Lakota - Anno 1880 - Nuvola Rossa al centro


Il problema secondo me è come riportare le persone alla possibilità di avere potere sulla propria vita e quindi se anche utilizzeremo la tribuna dell'istituzione del Parlamento dovremo farlo con la consapevolezza che comunque la nostra aspirazione non è la pratica della rappresentanza politica ma la distruzione del sistema della intermediazione partitica  e del modello rackettistico che la sostanzia. I pensieri di chi non accede alle cariche non possono rimanere fuori dalla politica, il compito di chi si assumerà l'onere di andare nelle istituzioni è proprio quello di far valere i punti di vista e le idee che si costruiscono "fuori" da lì. E per quanto mi riguarda non voglio che si possa imporre da uno scranno parlamentare o altro,  per quanto democratico, una Legge a qualcun altro. Per me se entriamo in Parlamento abbiamo la possibilità di rimettere tutto in discussione in pubblico e con ciò riportare la Politica alla sua funzione : l’arte di armonizzare i poteri individuali tra loro, nella forza di un dialogo e di un incrociarsi aperto degli argomenti.
Solo così l'adesione alla comunità può funzionare.
Quello che mi preme sempre sottolineare è che il M5s può essere un nuovo METODO per fare politica e non certo solo un programma che mai sarà valido se non sarà davvero stato deciso e continuamente riconfermato da chi poi lo deve applicare.
L'unica cosa che funziona, nella vita come nella Politica, è l'auto-regolazione, l'auto-governo.
La gente, se osservate, non fa mai altro che quello che vuole fare, se poi viene beccata ad andare contro la legge piuttosto ne paga il prezzo, ma la libertà non accetta alcuna restrizione che non sia volontaria e quindi è solo con il convincimento reciproco che faremo passi avanti. Se molti si adeguano per paura della punizione, lo fanno solo superficialmente e in realtà sabotano delle idee anche giuste, che magari condividerebbero se ci fossero pervenuti da soli, liberamente
La partecipazione attiva alla propria collettività non può e non deve essere una professione ma un indispensabile elemento dell’esistenza di CIASCUNO. E deve essere un piacere tra i più raffinati e non già una fastidiosa corvée, resa necessaria dal timore che, te assente, si deciderà senza di te e probabilmente contro di te
La forza che viene da un gruppo anche non immenso di persone che fanno ciò che farebbero comunque ma lo fanno insieme, coordinati, non riusciamo più nemmeno ad immaginarla, ma se ci  sperimentiamo lo possiamo scoprire con soddisfazione.
Quello che conta non sono i fini, perché non abbiamo certo il monopolio delle buone intenzioni,  ma i mezzi e il fatto che ci ritroviamo ad unire le nostre forze e le nostre volontà attorno ad un progetto rivoluzionario già ci dà quello che abbiamo bisogno per sentirci dignitosamente “al mondo”.
Perciò i metodi di selezione migliori saranno quelli che permetteranno a tutti noi di partecipare dal proprio punto di vista e non lasceranno sprecato nulla di quanto di buono  OGNUNO può e vuole portare.

Da cosa e come possiamo partire?

Se partiamo dal concetto che vogliamo proporre delle idee e non dei leaders, vuol dire che il M5S deve parlare e discutere di tutto (speriamo sempre nelle funzionalità del Portale)
Dopo adeguata discussione ci saranno dei punti fermi che verrebbero a formare un insieme di concetti di massima inderogabili, a corredo del Non-Statuto – non per cambiarlo ma per precisarlo
Per votare il M5S ho BISOGNO di essere sicura che mi rappresenti nelle questioni che mi stanno a  cuore e quindi ci sono delle cose che non posso accettare MAI e credo che dobbiamo essere tutti d’accordo almeno su qualche punto chiaro per ritenerci parte del M5S.
Questa piattaforma – diversa dal “programma” –  affermerebbe essenzialmente dei punti inderogabili che ci tranquillizzino sull’adesione

Vi dico quali sarebbero per me:
  • Il M5s propone ai cittadini Italiani di istituire i referendum legislativi (*)  nella Costituzione e negli statuti degli enti locali, promuovendo la democrazia diretta con vincolo di mandato
  • Non siamo un partito
  • Non eleggiamo rappresentanti ma portavoce con vincolo di mandato (lo so che questo è diverso dalla costituzione attuale: occorre perciò qualche forma di impegno “interno” per rendere ufficiale questo fatto)
  • Le decisioni si prendono in un modo trasparente e stabilito di comune accordo: non esistono questioni di urgenza che ammettano scorciatoie. Noi siamo per la slow-politics
  • No alla politica per professione : massimo due mandati

Ci impegniamo in particolare e nell’immediato a discutere e promuovere questi obbiettivi:

  1.   Sì alla libertà di pensiero e di espressione sul web e fuori
  2.   No alla censura di qualsiasi genere, foss’anche per nobili motivi
  3.   Sì alla libertà di scelta sindacale, basta con la “massima rappresentatività”
  4.    Sì alla trasparenza totale delle Istituzioni e della P.A. -
  5.    Sì  ai bilanci pubblici di ogni grado su internet
  6.    No al finanziamento della politica e delle sue ramificazioni editoriali e associative
  7.     No ai finanziamenti e alle agevolazioni fiscali alle istituzioni religiose
  8.     No alle privatizzazioni dei “monopoli naturali” e dei “beni comuni          utilizzati collettivamente”
  9.      Sì alla trasparenza negli appalti pubblici
  10. No ai reati di “lesa maestà” (diffamazione, oltraggio, resistenza)
  11. No ai reati “senza vittime” (droga, immigrazione clandestina)
  12. No al nucleare e al carbone
  13. No alla vivisezione
  14. No alle opere pubbliche senza assenso informato della popolazione
  15. No alle leggi in materia bio-etica, massima libertà di ricerca e di cura
  16. No alle leggi su  base etnica e religiosa
  17. No alle leggi che limitano la libertà di lavorare e operare senza creare danni o costi ad altri o alla collettività: no alle protezioni corporative
  18. No alle spese militari
  19. Ritiro delle truppe italiane e prospettiva di scioglimento delle forze armate: disarmo unilaterale totale
  20. No al segreto di Stato
  21. No ai CIE e ad altri luoghi similari, abolizione dei permessi di soggiorno e delle limitazioni di accesso sul territorio
  22. No ai finanziamenti alla scuola non pubblica, in qualsiasi forma
  23. No alla validità legale del titolo di studio
  24. Abolizione della Siae, introduzione del copy-left
  25. Responsabilità civile dei magistrati e dei politici e dei funzionari: obbligo di assicurazione
  26. Abolizione delle leggi sulla privacy
  27. Disarmo delle forze di polizia in servizio di ordine pubblico
  28. Numeri identificativi per le forze dell’ordine: responsabilità penale dei comandanti in caso di mancata identificazione dei singoli
  29. Ridiscussione alla radice delle Grandi Opere, a costo di pagare elevate penali. Accurata indagine per verificare se tali penali non siano state introdotte con metodi corruttivi
  30. No agli OGM
  31. Pagamento da parte degli enti pubblici e dell’erario con le identiche regole e nei medesimi tempi con cui pretendono di essere pagati

possiamo chiedere chi è disposto a difenderli ad ogni costo se venisse eletto
Poi si fanno le votazioni sul Portale  e si formano le liste
Le altre questioni che emergono durante il mandato devono trovare discussione nell’apposito forum per ogni eletto in modo che gli eletti abbiano SEMPRE la possibilità di chiedere alla rete come devono regolarsi per le votazioni

questo scritto nasce per cercare di contribuire al dibattito e si spera anzi di alimentarlo!

(*) http://it.wikipedia.org/wiki/Referendum

domenica 25 settembre 2011

lo stato non siamo noi... lo stato sono loro!


In Italia abbiamo fatto ricorso a questa illusione del funzionamento della magistratura per la disperazione di avere una collezione unica al mondo di lestofanti addirittura al governo e nelle istituzioni.
Però la realtà è che la Magistratura fa parte della vergogna sostanziale proprio perché esiste per applicare la legge e la legge è la gabbia con cui il sistema ci tiene prigionieri, a spese nostre.
Inoltre non si è mai visto uno stato davvero democratico o una legge davvero giusta e questo a causa della loro stessa origine e missione di fondo: obbligare gli "ultimi" a servire i pochi che si arrogano ogni diritto e ogni privilegio, facendosi innanzi a requisire tutto per se stessi a cominciare dalla Natura che è là da sempre al servizio di tutti i viventi ma a suon di legge è stata frantumata per poter essere iscritta nei registri della proprietà.
E per tenere a bada i poveri che pretendono di mangiare ogni giorno anche se non hanno un quattrino occorreva la legge! E lo stato per imporla!
L'acqua è un bene comune, certo... ma la terra lo sarebbe di meno?

Quindi mi dispiace darvi la ferale notizia: lo stato non siamo noi... lo stato sono loro! Quelli che ci sfruttano e ci ingannano e ci puniscono proprio brandendo la Legge, e in prima fila ci sono anche i magistrati che, come i poliziotti, o come i guardiani, per l'effetto della "banalità del male" compiono i propri misfatti convinti (?) di fare " solo il proprio dovere"
Chiunque abbia subito una carcerazione o anche solo una perquisizione o una carica di polizia lo sa.
Senza un vero cambio di prospettiva, se non ci riprendiamo OGNI possibile giudizio e responsabilità sulla realtà in prima persona, questo non avrà mai fine, anzi potrà solo peggiorare.
Lo stato non è più niente, noi possiamo essere tutto!

sabato 24 settembre 2011

il governo di nessuno





"Oggi, e cioè dopo l'invenzione della bomba atomica, dietro i pregiudizi della politica si celano la paura che l'umanità possa autoeliminarsi mediante la politica e gli strumenti di violenza di cui dispone, e, in stretta connessione con tale paura, la speranza che l'umanità si ravveda e anziché se stessa, tolga di mezzo la politica, ricorrendo a  un governo universale che dissolva lo stato in una macchina amministrativa, risolva i conflitti politici per via burocratica e sostituisca gli eserciti con schiere di poliziotti. Certo tale speranza è del tutto utopica se per politica si intende, come normalmente avviene, una relazione tra governanti e governati. In questa ottica, invece di un'abolizione del politico otterremmo una forma dispotica di governo di dimensioni mostruose, in cui lo iato tra governanti e governati assumerebbe proporzioni così gigantesche da impedire qualunque ribellione, e tanto più qualunque forma di controllo dei governanti da parte dei governati. Tale carattere dispotico non cambierebbe neppure qualora in quel regime mondiale non si potesse più individuare una persona, un despota; infatti il dominio burocratico, il dominio mediante l'anonimità degli uffici, non è meno dispotico perchè "nessuno" lo esercita; al contrario: forse è ancora più terribile, poiché nessuno può parlare o presentare reclamo a quel Nessuno. Se però per politico si intende una sfera del mondo dove gli uomini si presentano primariamente come soggetti attivi, e dove conferiscono alla umane faccende una stabilità che altrimenti non le riguarderebbe, la speranza appare tutt'altro che utopica. L'eliminazione degli uomini in quanto soggetti attivi è riuscita spesso nella storia, sebbene non a livello mondiale: sia sotto forma di quella tirannide che oggi ci sembra antiquata, dove la volontà di un uomo pretendeva totale libertà di azione, sia sotto forma del moderno totalitarismo, dove si vorrebbe liberare la presunta superiorità dei processi e delle " energie storiche" impersonali e sottomettervi gli uomini. ...............

Ma quello che oggi è il momento cruciale del corrente pregiudizio nei confronti della politica, e cioè la fuga nell'impotenza, il disperato desiderio di essere esentati dalla facoltà di agire, all'epoca era ancora pregiudizio e privilegio di un ceto ristretto, convinto, come Lord Acton, che il potere corrompa e il possesso del potere assoluto corrompa in modo assoluto. Nessuno meglio di Nietzsche, nel suo tentativo di riabilitare il potere, si è reso chiaramente conto che tale condanna del potere doveva corrispondere in pieno ai desideri ancora inarticolati delle masse; per quanto anche lui, fedele allo spirito del tempo, confondesse o meglio identificasse il potere, che un singolo non può mai avere poiché nasce solo dal comune agire di molti, con la violenza, di cui il singolo può senz'altro impossessarsi."

Hannah Arendt

martedì 20 settembre 2011

Undici tesi sulla società dello spettacolo





1

La critica è per ogni teoria l’unica verifica storica della sua qualità e mi chiedo se l’autore de La Società dello spettacolo non fosse più debordista di quanto sia stato marxista Marx quando affermava di non esserlo.
Probabilmente un po’ di più, suvvia, poiché il narcisismo assai poco autoironico del Panegirico con cui Guy Debord ha scritto la parola fine sulla sua generosa avventura di vita non conferma in maniera eclatante il trionfo dell’intelligenza sensibile sulla volontà di potenza. Ciononostante, quelli che hanno passato una vita a mangiare del Debord per sputarlo poi con una foga ben più passionale che appassionante, sono mal piazzati per declamare al mondo la vacuità dell’ex-maestro situazionista da loro reietto e la sua assoluta incompetenza.
Che coraggio, del resto, nel trattare ossessivamente da alcolizzato un morto che da vivo si stupiva del fatto che i suoi molteplici nemici non denunciassero con maggior risonanza il tasso alcolico delle sue pratiche!

2

Lo spettacolo non è che l’involucro del redditizio, ma un involucro necessario alla gestione del potere sociale del feticismo della merce durante la fase del dominio reale del Capitale sul lavoro astratto e sui lavoratori concreti (disoccupati, spettatori e turisti inclusi beninteso).
Lo spettacolo è la religione profana di una materialità asservita al mercantilismo. Si presenta come una propaganda dell’esistente, ma la realtà non è tutta spettacolo e tutto lo spettacolo non è soltanto propaganda. Esso si deposita nella struttura caratteriale dei soggetti come una voluttà artificiale avvolta nel cellofan della sopravvivenza. Inquinando la creatività e i desideri reali dei soggetti, esso è capace di trasformare ogni potenzialità umana incompiuta in una disumanità riuscita.

3

Unificando il coacervo dei desideri di godimento in un godimento fittizio, monomaniaco e redditizio, lo spettacolo svia la parte di perversione spontanea, giocosa e naturale trasmutandola in perversione guidata e coatta. Per il suo tramite si compie l’invasione intima e sociale del feticismo della merce.
Lo spettacolo è il rapporto sociale concreto risultante da un metodo scientifico di propaganda politica derivata per mimetismo dalla pubblicità della merce. Esso è la forma precisa della passività prodotta dalla propaganda del potere dominante all’epoca della materializzazione dell’ideologia.

4

Quella servitù volontaria che La Boétie denunciava già qualche secolo fa come una manifestazione spontanea della stupidità superstiziosa di molti dei suoi contemporanei, aggredisce ormai tutti gli odierni sopravvissuti grazie a una pedagogia che lo spettacolo diffonde avvalendosi di mezzi tecnici praticamente illimitati.
Lo spettacolo è la propaganda dell’esistente in quanto volontà servile inculcata negli schiavi attraverso la rappresentazione di una felicità miserabile infiltrata per effrazione, essenzialmente mass-mediatica, nel loro universo immaginario. Una tale rappresentazione è la messa in scena ripetuta del superamento magico e illusorio della noia di sopravvivenza travestita da «dépense» edonista e manifestazione di potenza.
Il concetto di spettacolo risulta essenziale per capire la fase terminale del capitalismo, anche se quest’ultimo non ha certo atteso lo spettacolo per mettere in scena il suo grado radicale di sfruttamento e di alienazione.

5

Il pensiero profano, descritto e definito come amore della conoscenza, è nato nel solco di una società mercantile alla quale la filosofia ha sempre dovuto mostrare un rispetto più o meno cosciente.
Ci si avvicina qui alla preistoria dello spettacolo, poiché la filosofia, ancilla theologiae, non si è mai interamente sottratta all’infiltrazione del pensiero religioso, universo dogmatico classico in cui affondano le radici dello spettacolo.

6

Essendosi affermato attraverso la laicizzazione ideologica delle società mercantili, il capitalismo ha dovuto attendere la società dello spettacolo per osare presentare la sua essenza - la valorizzazione economica - come il dio grottesco di un’ultima religione.
La separazione del corpo e dello spirito che le religioni hanno sempre promesso di superare (re-ligo = riunisco quel che è separato) per meglio conservare, in realtà, il potere temporale derivato da questa separazione, domina il mondo da quando è apparso il lavoro, da quando il produttivismo è nato insieme alla proprietà privata e l’economia si è tramutata in economia politica.

7

In seguito alla rivoluzione industriale e borghese, sotto la spinta di diritti dell’uomo che nascondevano assai maldestramente i diritti trionfanti della merce, il pensiero moderno osò attaccare l’arcaismo dell’alienazione religiosa senza preoccuparsi dell’inquietante conseguenza che si finiva in tal modo per favorire lo sviluppo dell’alienazione economica.
Il pensiero dialettico aprì una breccia importante nella continuità storica del potere dell’alienazione sociale, tuttavia, essendo il capitalismo assolutamente onnivoro, né Hegel né Marx hanno potuto sfuggire totalmente ai recuperi e ai danni provocati da questo modo di produzione cannibale.
Tutto quel che è reale è razionale, ma tutto quel che è razionale non è, invece, sempre reale. Questo è il limite insuperabile di ogni idealismo. Questo è anche lo zoccolo duro che unisce tutti coloro che s’impegnano per rimettere l’uomo sui propri piedi affinché possa finalmente godere di essere al mondo come desidera e merita.
Purtroppo il materialismo non ha mai saputo essere abbastanza storico e sufficientemente dialettico per non produrre anch’esso una struttura caratteriale autoritaria e fascista.
Una tale corazza orgasticamente ingorgata ha educato i cittadini di un popolo spettacolarmente sovrano alla rimozione sistematica, contribuendo all’avvento della società dello spettacolo, fase terminale dell’alienazione di un’epoca marcata dal trionfo degradante di un modo di produzione autonomizzatosi dall’uomo che l’ha creato.

8

In nome del comunismo, lo spettacolo ha fatto irruzione - in modo concentrato - nell’immaginario confiscato dei militanti stakanovisti di un capitalismo di Stato falsamente opposto alla società mercantile, a sua volta in via di spettacolarizzazione diffusa.
L’opposizione d’ideologie fasciste nere, brune o rosse, conflittuali e becere ma omogenee e funzionali alla società produttivista, ha costituito il brodo di coltura da cui è scaturita la società dello spettacolo. Questa si è presentata come un progresso collettivo e come l’incarnazione di una speranza umanitaria oltre e contro tutti gli orrori vissuti. Questa speranza spettacolare si è fatta carico di tutta la volontà di emancipazione riducendola a un meccanismo redditizio in un momento in cui la materialità dei bisogni accumulati rendeva i desideri particolarmente ottusi e primari. Cancellando la complessità creativa di esseri veramente liberi e facendo leva sul trauma di uomini appena restituiti a un minimo vitale di sopravvivenza, la società dello spettacolo ha fatto di una libertà da schiavi la sua insegna pubblicitaria. Non è certo un caso se la nuova Costituzione di un paese che stava appunto uscendo dall’incubo fascista, come l’Italia del 1946, ha scelto come suo fondamento rivendicato e consensualmente proclamato : “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Un anno prima, gli internati di Auschwitz erano ancora accolti al loro arrivo dall’orribile spot pubblicitario inneggiante al lavoro che rende liberi!

9

La società dello spettacolo secerne senza sosta e senza scrupoli tra i fattori ideologici quelli che privilegiano sempre la redditività e l’addomesticamento che la favorisce. Essa non include certamente tutto il mondo reale, ma rappresenta la materialità virtuale di un dominio reale del Capitale sugli esseri umani della nostra epoca infelice.
Da quando lo spettacolo ha realizzato l’amalgama delle sue due forme originarie (spettacolo concentrato e spettacolo diffuso) nella sintesi planetaria di un unico spettacolo integrato, i computers e altre diavolerie nanotecnologiche non hanno fatto altro che registrare questa integrazione, regolando a posteriori una virtualità dell’umano (la sua obsolescenza) intrinseca alla società dei consumi sorta come una weltanschauung (o come uno spot pubblicitario, se si preferisce) dalle rovine divenute radioattive della seconda guerra mondiale.

10

La colonizzazione dell’immaginario da parte dello spettacolo è oggi lo stadio finale dell’imperialismo della merce e della diffusione capillare del suo feticismo. Il territorio psicogeografico dell’individuo sociale è l’ultima terra incognita in via di colonizzazione da parte del capitalismo planetario. La realizzazione di quest’ultima colonizzazione redditizia si mostra come il compito specifico dello spettacolo.
Su questo territorio si giocano e si giocheranno le battaglie decisive per l’emancipazione dell’uomo o per la sua definitiva sparizione in quanto essere umano.
La produzione di falsa coscienza delegata da mezzo secolo ai pedagoghi spettacolari (ognuno nel suo ruolo mercenario, filosofi, giornalisti, sociologi, psicologi, spin doctors, militari, burocrati, gendarmi, giudici, guru, stars del show-business, sportivi e terroristi veri o presunti, sono tutti invischiati nel reality show quotidiano patetico e perverso dove imperversano quei mendicanti del potere che sono gli uomini politici, sinistre alternative incluse) ha per obiettivo di cortocircuitare ogni autonomia di giudizio e d’azione degli individui sociali all’interno di un mondo reale in cui la coscienza soggettiva è manipolata e filtrata senza interruzione.

11

Ci stiamo avvicinando sempre più all’inondazione o all’ineluttabile «incidente» nucleare che spazzerà via la vita al suo passaggio, come uno tsunami. E come uno tsunami della coscienza, la realtà non spettacolare, orgastica e solidale degli esseri umani rischia di riapparire in una lotta finale per rovesciare la prospettiva del mondo.
Non è che una scommessa, magari folle, del resto, agli occhi di coloro che, innumerevoli e maggioritari, hanno come unica rigida follia la normalità contemplativa e il consumo vampiresco della propria vita assente. Una scommessa vitale, però, perché non abbiamo più la scelta né il tempo per dei compromessi opportunistici o per riformismi redditizi, ora che anche la natura si è messa a scandire degli ultimatum indiscutibili.
Le maggioranze silenziose sono destinate a urlare di dolore e di rabbia sotto la frusta dei loro guardiani, mentre una democrazia ancora tutta da inventare passerà attraverso l’azione di minoranze coscienti della fine di una civiltà.
L’emancipazione dei lavoratori del proletariato assoluto che sopravvive nell’universo concentrazionario della società spettacolare mercantile non può più farsi illusioni. L’umanità incompiuta dell’uomo non ha che da perdere le proprie catene spettacolari per reinventare un mondo di godimenti diversi e soprattutto poetici perché materiali e spirituali nello stesso tempo. Una tale costruzione sarà l’opera dei lavoratori stessi, sbarazzati di ogni coscienza portata dall’esterno, di ogni avanguardia parassitaria e di ogni illusione di perfezione e di eternità; oppure non sarà e lo spettacolo scriverà la parola fine su un campo di rovine. Non abbiamo più scelta: ci siamo finora ridotti a spettatori del crollo di un mondo. Per sopravvivergli dobbiamo ormai diventare gli attori dell’abrogazione del mondo dello spettacolo e di tutti i suoi cortigiani.


Sergio Ghirardi, 20 settembre 2011


martedì 6 settembre 2011

INDIGNATI ANCORA UNO SFORZO… (3)




Questa storia non l’ho pensata io ma mi sarebbe piaciuto, quindi ve l’ho tradotta. 
Sergio ghirardi


LA CRISI DEGLI ASINI


Un uomo in cravatta arrivò un giorno in un villaggio.
Salito su una cassa, si mise a urlare a chi lo ascoltava che avrebbe comprato in contanti tutti gli asini disponibili a 100 euro l’uno. I contadini lo travarono piuttosto strano ma il suo prezzo era assai interessante e quelli che ci stavano ripartivano col portafoglio gonfio e la faccia sorridente.  Ritornato l’indomani, offrì stavolta 150 euro per asino e di nuovo gli abitanti gli vendettero in gran numero le loro bestie. Il giorno seguente offrì 300 euro e quelli che non l’avevano ancora fatto gli vendettero gli ultimi asini rimasti.  Preso atto che non ce n’erano più, fece sapere che sarebbe tornato uina settimana dopo per comprarli a 500 euro l’uno e se ne andò dal villaggio.
Il giorno seguente affidò al suo socio il branco appena comprato e lo spedi in quello stesso villaggio con l’ordine di rivendere le bestie a 400 euro ciascuna.
Di fronte alla possibilità di guadagnare 100 euro la settimana seguente tutti gli abitanti del villaggio ricomprarono il loro asino a un prezzo quattro volte più caro di quanto lo avevano venduto e per poterci riuscire tutti fecero dei prestiti.
Com’era da aspettarselo i due uomini d’affari partirono allora per delle vacanze ben meritate in un paradiso fiscale e tutti gli abitanti del villaggio si ritrovarono con degli asini senza valore, indebitati fino al collo e rovinati.
I poveretti cercarono inutilmente di rivendere gli asini per rimborsare il prestito. Il valore stimato dell’asino era crollato. Gli animali furono confiscati, poi affittati ai loro precedenti proprietari dal banchiere. Il quale, tuttavia se ne andò a piagnucolare dal sindaco, spiegando che se non rientrava nei suoi investimenti, sarebbe andato in rovina anche lui e avrebbe dovuto esigere il rimborso immediato di tutti i prestiti accordati al Comune.
Per evitare un tale disastro, il sindaco, anziché dare del denaro agli abitanti del villaggio affinché saldassero il loro debito, li dette al banchiere che guarda caso era suo amico intimo e vicesindaco. Ordunque, appena riportata in equilibrio la sua tesoreria, quest’ultimo non cancellò affatto i debiti dei cittadini e del Comune, cosicché si ritrovarono tutti prossimi alla bancarotta.
Vedendo i suoi conti sul punto di esplodere e preso alla gola dai tassi d’interesse,  il Comune chiese l’aiuto dei Comuni limitrofi che gli risposero di non poterlo affatto aiutare visto che avevano conosciuto la stessa disgrazia.



Su consiglio avvisato e disinteressato del banchiere, tutti i Comuni optarono naturalmente per ridurre le spese: meno denaro per le scuole, per i programmi sociali, per la manutenzione stradale, per la polizia municipale… Si procrastinò la data dell’età pensionabile, si soppressero dei posti di lavoro comunali, si abbassarono i salari aumentando al contempo le tasse. Si disse che ciò era inevitabile, ma si promise di moralizzare quel commercio scandaloso degli asini.

Questa tristissima storia acquista tutto il suo senso se si aggiunge che il banchiere e i due truffatori sono fratelli e vivono insieme su un’isola della Bermuda, comprata col sudore della fronte. Sono chiamati i fratelli Mercato.
Molto generosamente hanno promesso di finanziare la campagna elettorale dei sindaci uscenti.
Finora, tuttavia, questa storia non ha una fine perché si ignora ancora che cosa fecero gli abitanti del villaggio. Che avreste fatto VOI al loro posto? Che cosa fareste VOI ?

Per ritrovarci tutti sulla piazza del villaggio

Sabato 15 ottobre 2011
GIORNATA INTERNAZIONALE DEGLI INDIGNATI






La crise des ânes

Un homme portant cravate se présenta un jour dans un village.
Monté sur une caisse, il cria à qui voulait l’entendre qu’il achèterait cash 100 euros l’unité tous les ânes qu’on lui proposerait. Les paysans le trouvaient bien peu étrange mais son prix était très intéressant et ceux qui topaient avec lui repartaient le portefeuille rebondi, la mine réjouie. Il revint le lendemain et offrit cette fois 150 € par tête, et là encore une grande partie des habitants lui vendirent leurs bêtes. Les jours suivants, il offrit 300 € et ceux qui ne l’avaient pas encore fait vendirent les derniers ânes existants. Constatant qu’il n’en restait plus un seul, il fit savoir qu’il reviendrait les acheter 500 € dans huit jours et il quitta le village.
Le lendemain, il confia à son associé le troupeau qu’il venait d’acheter et l’envoya dans ce même village avec ordre de revendre les bêtes 400 € l’unité. Face à la possibilité de faire un bénéfice de 100 € dès la semaine suivante, tous les villageois rachetèrent leur âne quatre fois le prix qu’ils l’avaient vendu et pour ce faire, tous empruntèrent
Comme il fallait s’y attendre, les deux hommes d’affaire s’en allèrent prendre des vacances méritées dans un paradis fiscal et tous les villageois se retrouvèrent avec des ânes sans valeur, endettés jusqu’au cou, ruinés.
Les malheureux tentèrent vainement de les revendre pour rembourser leur emprunt. Le cours de l’âne s’effondra. Les animaux furent saisis puis loués à leurs précédents propriétaires par le banquier. Celui-ci pourtant s’en alla pleurer auprès du maire en expliquant que s’il ne rentrait pas dans ses fonds, il serait ruiné lui aussi et devrait exiger le remboursement immédiat de tous les prêts accordés à la commune.
Pour éviter ce désastre, le Maire, au lieu de donner de l’argent aux habitants du village pour qu’ils paient leurs dettes, le donna au banquier, ami intime et premier adjoint, soit dit en passant. Or celui-ci, après avoir rétabli sa trésorerie, ne fit pas pour autant un trait sur les dettes des villageois ni sur celles de la commune et tous se trouvèrent proches du surendettement.
Voyant sa note en passe d’être dégradée et pris à la gorge par les taux d’intérêts, la commune demanda l’aide des communes voisines, mais ces dernières lui répondirent qu’elles ne pouvaient en aucun cas l’aider car elles avaient connu les mêmes infortunes.
Sur les conseils avisés et désintéressés du banquier, toutes décidèrent de réduire leurs dépenses : moins d’argent pour les écoles, pour les programmes sociaux, la voirie, la police municipale... On repoussa l’âge de départ à la retraite, on supprima des postes d’employés communaux, on baissa les salaires et parallèlement on augmenta les impôts. C’était, disait-on, inévitable mais on promit de moraliser ce scandaleux commerce des ânes.
Cette bien triste histoire prend tout son sel, quand on sait que le banquier et les deux escrocs sont frères et vivent ensemble sur une île des Bermudes, achetée à la sueur de leur front. On les appelle les frères Marchés.
Très généreusement, ils ont promis de subventionner la campagne électorale des maires sortants.
Cette histoire n’est toutefois pas finie car on ignore ce que firent les villageois. Et vous, qu’auriez-vous fait à leur place ? Que ferez-vous ?
Pour nous retrouver tous sur la place du village :

Samedi 15 octobre 2011
(Journée internationale des indignés)



venerdì 2 settembre 2011

Repetita iuvant : Indignati ancora uno sforzo per diventare rivoluzionari!





Il New York Times e Der Spiegel spiegano agli imprenditori che investire in Italia non conviene a causa della burocraziaInternazionale (santi subito!) ha ripubblicato questi due articoli che sono molto istruttivi. Raccontano cose che ogni italiano sa bene. Ad esempio, che una pratica elementare come quella relativa alla tassa sui rifiuti può diventare un incubo burocratico che dura anni.
Il ragionamento di questi giornalisti è semplice: perché investire in un Paese dove comandano le clientele? Un posto dove per incassare un credito devi affrontare un procedimento legale che dura almeno 9 anni? Una strana nazione dove funzionari pubblici e politici possono mettersi di traverso, attaccarsi a cavilli e bloccare qualunque attività, grazie a regolamenti capziosi, nebbiosi, disposizioni applicative ondivaghe che si sovrappongono, si annullano, si nascondono nelle pieghe delle disposizioni transitorie, degli allegati in specifica, delle informative interpretative…
È ora che noi italiani ci si renda conto che il resto del mondo ci guarda stupito! La descrizione che gli stranieri fanno della nostra burocrazia e del nostro sistema di leggi, regolamenti e processi è farsesca e ridicola in modo umiliante per il mio spirito di patria!
Ed è ora che la sinistra metta al primo posto la battaglia contro la burocrazia. Lo so che ci sono tante altre battaglie molto importanti, forse strategicamente più importanti della lotta contro la burocrazia. Ma in questo momento di crisi allucinante la burocrazia è un costo che non possiamo sostenere. E’ la falla che affonda la nave.
Non possiamo usare come moneta l’Euro e stare dentro l’Unione Europea e contemporaneamente rinunciare ai vantaggi maggiori che l’Unione Europea ci offre. Facciamo parte di un mercato unico ma restiamo fuori dagli investimenti degli imprenditori europei. E, grazie all’inefficienza figlia della burocrazia, mentre continuiamo a pagare le nostre tasse all’Ue perdiamo miliardi di finanziamenti europei perché siamo incapaci di gestirli in modo sensato e buona parte dei finanziamenti che riceviamo li buttiamo al cesso perché vanno a ingrassare disonesti, incapaci e corrotti.
E oltretutto il nostro Paese sta sempre più guadagnando la fama di repubblica delle banane (in tutti i sensi bananeschi) e questo nuoce al marchio Italia, erode la credibilità dei nostri prodotti, danneggia il turismo…
Non possiamo più permettercelo. Non possiamo continuare a pagare tutti l’enorme tassa dell’inefficienza dell’amministrazione pubblica, della giustizia e il delirio iperburocratico. Semplicemente perché costa troppo e i soldi sono finiti.
Inoltre, la riforma incentrata sulla razionalizzazione della burocrazia in favore dell’efficienza è a costo zero. Si tratta di semplificare le procedure e si ottiene addirittura un taglio immediato dei costi.
Da anni il senatore D’Ambrosio (ex pool Mani Pulite) ha presentato un pacchetto di leggi in Parlamento che semplicemente snellendo le procedure processuali abbrevierebbero del 15% i tempi della giustizia e renderebbero immediatamente disponibili per le casse dello stato le ricchezze sequestrate alla mafia. Il tutto tagliando pure i costi attuali di gestione dei processi e del sequestro di beni. Risparmi e guadagni di più!




Commento di Sergio Ghirardi:

Se c'è una cosa che la cosiddetta sinistra non può fare è lottare contro la burocrazia perché essa stessa è una burocrazia.
La socialdemocrazia e il bolscevismo, quando non hanno fucilato o contribuito a far fuori in tutti i modi i rivoluzionari (Gli spartakisti,, la Machnovcina, le comunità spagnole del ’36 ecc.) hanno comunque incarnato da sempre la burocrazia del capitalismo etico. Quel capitalismo ipocritamente moralista che critica gli eccessi finanziari in nome dello sviluppo sostenibile, la corruzione in nome della gestione burocratica dei privilegi. Dopo l'89 della rivoluzione borghese (non quella antica, francese ma quella più recente, russa) invece di buttare burocrazia imbelle e autoritarismo feroce per realizzare finalmente l'utopia libertaria che il bolscevismo aveva strangolato sul nascere, i burocrati della sinistra - cioè del capitalismo di stato - hanno buttato a mare ogni resto di sensibilità utopica per conservare invece la logica burocratica e i privilegi che l'accompagnano. Insieme all'ignoranza sensibile del cattolicesimo becero e liberale, questa lumpen borghesia miserabile è il brodo di coltura ideale per le mafie e per la corruzione dilagante a livello planetario. Le quali mafie multinazionali se ne fotton di destra e sinistra perchè il business è da sempre ambidestro.
In sintesi basta con le sinistre alternative che escono a singhiozzo dal cappello dei prestigiatori sociali. Oltre l'indignazione, l'utopia concreta che si staglia all'orizzonte di una società in decomposizione e di una civiltà senza futuro né presente, chiede urgentemente un'alternativa alla sinistra. L’emancipazione dei lavoratori dello spettacolo sarà l’opera di questi stessi lavoratori e del loro rifiuto dello spettacolo sociale o non sarà che l’ennesima messa senza conseguenze reali.
Indignati ancora uno sforzo per diventare rivoluzionari!



A Lézan una microWoodstock radicale



  
Per quanti non c’erano, e gli italiani erano davvero pochi, eccovi la mia traduzione del documento conclusivo dell’incontro di Lézan, sud della Francia, dove alla fine di Agosto 15.000 individui, sconosciuti, amici e compagni, hanno partecipato in piena campagna alla costruzione, al funzionamento e al godimento di un villaggio effimero ma concreto come il loro desiderio di cambiare la civiltà che opprime la vita nel mondo.
Tende, chapiteaux, ristoranti e bar autocostruiti, prodotti locali e idee planetarie, proposte energetiche sperimentali, discussioni, forum, musica e contatti vari hanno permesso a molteplici intelligenze sensibili, più o meno indignate e più o meno radicali, di collegarsi tra loro dal particolare al generale, dall’intimo al sociale, dalla convivialità alla riflessione, dal discorso allo scritto, malgrado una dose inevitabile, ma sopportabile e controllabile, di preti della politica, di avanguardisti politicanti recuperatori, di confusionisti e burocrati, di mistici e di guru. Un grande successo che ne prepara altri più duraturi.
La Commune n’est pas morte!

Sergio Ghirardi

* In fondo il testo originale in francese





Convergence citoyenne pour une transition énergétique
Déclaration de Lézan – Gard, le 28 août 2011


---Preambolo

La nostra convergenza di cittadinanza per una transizione energetica è il frutto di una presa di coscienza nata dalla mobilitazione contro l’estrazione dei gas d’olio di scisti.
Abbiamo elaborato questa dichiarazione il 26, 27. 28 agosto, convalidandola in assemblea generale il 28 agosto.

Per assicurare l’avvenire delle generazioni future, la Convergenza afferma come necessità :

* la ripresa in mano da parte dei cittadini delle decisioni che li riguardano;
* il rifiuto della mercantilizzazione della natura e delle sue risorse, con la denuncia particolare del capitalismo verde;
* la definizione della terra, dell’acqua, dell’aria, dell’energia e del vivente come beni comuni inalienabili e accessibili a tutti.


* ---Rimettendo in discussione il sistema economico e produttivista dominante, la Convergenza si  dà una serie di direttive indicative:

1. Instaurare il controllo cittadino sulle istanze politiche sottomesse alla logica delle multinazionali significa instaurare:

* una democrazia diretta per mezzo di spazi cittadini di scambi, d’informazione, di confronto e di decisione;
* un’assemblea cittadina di verifica plurale e trasparente che escluda ogni conflitto d’interesse;
* la separazione drastica tra poteri finanziari e mass media;
* un lavoro di convergenza sulle questioni di società con il movimento sociale e le sue organizzazioni.

2. Impegnarsi senza attesa per la transizione energetica presuppone di:

* ridurre drasticamente le emissioni di gas a effetto serra al livello delle esigenze espresse dall’accordo dei popoli di Cochabamba, accordo adottato dalla Convergenza di Lezan e allegato in annesso alla presente dichiarazione;
* liberarsi di un sovraconsumo che costa di più ai poveri che ai ricchi;
* orientarsi verso la sobrietà e l’efficacia energetica;
* fermare la corsa alle energie fossili;
* abbandonare ogni sperimentazione, esplorazione e sfruttamento di idrocarburi presenti nella roccia madre e off-shore;
* Fermare il nucleare civile e militare;
* interrompere la produzione e l’utilizzo industriale degli agrocarburanti;
* dare la priorità al finanziamento pubblico della ricerca e delle sperimentazioni cittadine sulle energie rinnovabili;
* liberare i brevetti in possesso delle multinazionali;
* organizzare la rilocalizzazione tramite la riappropriazione pubblica e territoriale dei mezzi di produzione e di distribuzione dell’energia (gestioni comunali, cooperative, società d’interesse collettivo, ecc.) includendo sistematicamente il controllo cittadino;
* riorientare le politiche pubbliche dei settori energivori come l’agricoltura intensiva, i trasporti, l’alloggio e l’urbanistica, l’industria e la grande distribuzione;
* esigere la riconversione dei settori interessati in accordo con i lavoratori e i consumatori.

3. Organizzare immediatamente la convergenza delle lotte ci impegna a :

* articolare le mobilitazioni contro il gas di scisti, il nucleare, gli OGM, gli inceneritori, gli agrocarburanti e tutte le lotte sociali e ambientali;
* far convergere le lotte, le mobilitazioni, le alternative e le sperimentazioni associando la lotta ecologica alle lotte sociali;
* operare per far emergere un nuovo progetto di civiltà indispensabile di fronte alle sfide climatiche, all’esaurimento delle risorse naturali e più generalmente al caos cui ci porta il capitalismo ;
* continuare regolarmente la Convergenza cittadina nata a Lézan connettendosi con le mobilitazioni dal locale al mondiale;
* iscrivere le nostre mobilitazioni in un calendario internazionale contro il G20, dal 1 al 4 novembre 2011, in relazione al summit sul clima dell’ONU a Durban, all’inizio di dicembre 2011, al momento del Forum Alternativo Mondiale dell’Acqua dal 10 al 12 marzo 2012 e al summit di Rio +20 all’inizio di giugno 2012.

La Convergenza di cittadinanza per una transizione eneregetica si associa alla petizione portata da “Los indignados” alla Commissione Europea per l’uscita dal nucleare, contro l’esplorazione e lo sfruttamento degli idrocarburi inclusi nella roccia madre, contro la coltivazione e il commercio degli OGM e a favore di un audit sul debito degli Stati europei.

Globalizziamo le lotte, globalizziamo la speranza!

Questa dichiarazione è condivisa dai partecipanti della Convergenza di cittadinanza per una transizione energetica e da quanti vogliano aderirvi per sostenerla.








Convergence citoyenne pour une transition énergétique
Déclaration de Lézan – Gard, le 28 août 2011

----Préambule

Notre Convergence citoyenne pour une transition énergétique est le fruit d'une prise de conscience née de la mobilisation contre l'extraction des gaz et huiles de schiste.
Nous avons élaboré cette déclaration les 26, 27 et 28 août, et validée en assemblée plénière le 28 août.
Pour assurer l’avenir des générations futures, la Convergence, affirme comme nécessité :
• la  reprise en main par les citoyens des décisions qui les concernent ;
• le refus de la marchandisation de la nature et de ses ressources, notamment en dénonçant les pièges du capitalisme vert ;
• la définition de la terre, de l'eau, de l’air, de l'énergie, et du vivant comme biens communs inaliénables et accessibles à tous.
----Remettant en cause le système économique et productiviste dominant, la Convergence se donne une feuille de route.

1.  Instaurer le contrôle citoyen des instances politiques soumises à la logique des multinationales revient à instaurer :
• Une démocratie directe grâce à des espaces citoyens d'échanges, d'information, de confrontation et de décisions ;
• Une assemblée citoyenne d’expertise plurielle et transparente qui exclue tout conflit d’intérêt ;
• La séparation entre les pouvoirs financiers et les médias ;
• Un travail de convergence sur les questions de société avec le mouvement social et ses organisations.

2.  S'engager sans délai pour la transition énergétique suppose de :
• Réduire drastiquement les émissions de gaz à effet de serre à la hauteur des exigences exprimées par l'accord des peuples de Cochabamba, accord adopté par la Convergence de Lézan et joint en annexe de la présente déclaration ;
• Se libérer d’une surconsommation qui coûte plus aux pauvres qu’aux riches ;
• S’orienter vers une sobriété et une efficacité énergétique ;
• Arrêter la course aux énergies fossiles ;
• Abandonner toute expérimentation, exploration et exploitation d'hydrocarbures compris dans la roche mère et off-shore ;
• Arrêter le nucléaire civil et militaire ;
• Arrêter la production et l’utilisation industrielles des agro carburants ;
• Mettre la priorité sur le financement public de la recherche et des expérimentations citoyennes sur les énergies renouvelables ;
• Libérer les brevets captés par les multinationales ;
• Organiser la relocalisation avec la réappropriation publique et territoriale des moyens de production et de distribution de l'énergie (régies communales, coopératives, sociétés d'intérêt collectif, etc.) incluant systématiquement le contrôle citoyen ;
• Réorienter les politiques publiques des secteurs énergétivores tels que l’agriculture intensive, les transports, le logement et l’urbanisme, l’industrie et la grande distribution ;
• Exiger la reconversion des filières concernées en accord avec les travailleurs et les usagers.

3. Organiser dès à présent la convergence des luttes nous engage à :
• Articuler les mobilisations contre les gaz et huile de schiste, le nucléaire, les OGM, les incinérateurs, les agro carburants et toutes les luttes sociales et environnementales ;
• Faire converger les luttes, les mobilisations, les alternatives et les expérimentations en associant le combat écologique aux luttes sociales ;
• Œuvrer pour l'émergence d'un nouveau projet de civilisation indispensable face aux enjeux climatiques, à l'épuisement des ressources naturelles et plus généralement au chaos dans lequel nous mène le capitalisme ;
• Poursuivre régulièrement la Convergence citoyenne initiée à Lézan, en se connectant avec les mobilisations du local au mondial ;
• Inscrire nos mobilisations dans un calendrier international contre le G20, du 1er au 4 novembre 2011, lors du sommet sur le climat de l’ONU à Durban début décembre 2011, lors du Forum Alternatif Mondial de l’Eau du 10 au 18 mars 2012, lors du Sommet Rio + 20 début juin 2012.
La Convergence citoyenne pour une transition énergétique s'associe à la pétition portée par «Los Indignados » auprès de la Commission européenne pour la sortie du nucléaire, contre l'exploration et l'exploitation des hydrocarbures compris dans la roche mère, contre la culture et la commercialisation des OGM et pour un audit des dettes des Etats européens.
Globalisons la lutte, globalisons l’espérance !

Cette déclaration est partagée par les partenaires de la « Convergence citoyenne pour une transition énergétique » et ceux qui veulent s’y joindre pour la soutenir.