venerdì 2 marzo 2012

“Pecorella”








Il monologo dell’attivista No-Tav ripreso da Corriere Tv l’altro ieri ha destato grande scalpore. Un manifestante irride un carabiniere in assetto anti sommossa chiamandolo “pecorella”, dicendogli che è un “illegale” perché ha il volto coperto e nessun numero o nome per essere identificato. Il manifestante dice invece il suo, con tanto di indirizzo. La lotta è impari: uno provoca, l’altro ha la consegna di non reagire. Uno ha mille ragioni per essere arrabbiato e qualche scusa per esagerare, l’altro, che esegue gli ordini per pochi soldi al mese, fa pena. E l’Italia si divide.
 
Torna alla mente, subito, l’orazione di Pierpaolo Pasolini dopo gli scontri di Valle Giulia, Università di Roma, 1° marzo 1968, esattamente quarantaquattro anni fa. Quel giorno l’intellettuale comunista Pierpaolo Pasolini prese tutti in contropiede schierandosi coi poliziotti: “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché (…) sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. (…) E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida che puzza di rancio fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, e lo stato psicologico cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese). (…) Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care. Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia. Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete! I ragazzi poliziotti che voi per sacro teppismo (…) di figli di papà, avete bastonato, appartengono all’altra classe sociale. (…) Voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque”.
Cosa direbbe oggi Pasolini, guardando e ascoltando le immagini di quel monologo? Non lo sapremo mai, e per la genialità che lo contraddistingueva non possiamo neppure tentare d’intuirlo con qualche successo.
Certo quei poliziotti oggi non sono più poveri dei manifestanti, non necessariamente. Anzi. Giovani contro giovani, come allora, hanno comunque un lavoro, cosa che per il 30% dei casi in questo Paese è un miraggio, almeno sotto i trent’anni. Né fronteggiano ricchi rampolli universitari come allora, ma gente di ogni tipo, dai valligiani agli agricoltori come Abba, dai lavoratori manuali di vario genere agli impiegati, professori universitari e via così. Quei poliziotti non sono più vestiti male come nel ‘68, sembrano invece dei marziani, hanno bardature all’avanguardia, usano attrezzature costose, mentre ogni giorno veniamo a sapere che mancano strumenti e mezzi per l’azione di contrasto alla mafia e alla criminalità.
Come quarantaquattro anni fa le forze dell’ordine devono obbedire agli ordini, ma troppe cose sono accadute, anche recentemente, perché questo basti a renderli del tutto impermeabili alle critiche: dai pestaggi di Napoli a quelli di Bolzaneto, dai misteriosi incendi intorno al blocco dei No-Tav alle manganellate e ai gas gratuiti (e vietati) alla stazione di Torino, tre giorni fa, mentre ben 75.000 manifestanti tornavano dopo una giornata pacifica, importante, bellissima. Troppe cose, tutte rimaste senza colpevoli, senza scuse, impunite, in un diffuso sentimento di permissivismo, ingiustificato da una tensione sociale che oggi non è più quella di allora.
Questo non è un Paese democratico solo per chi deve accettare l’inutile, costosa e dannosa Alta Velocità, ma soprattutto per le forze dell’ordine. Un manifestante violento va punito, può forse screditare il suo movimento. Un poliziotto violento scredita il Paese e la democrazia, dunque danneggia tutti.
A Valle Giulia si manifestava, in Val Susa si resiste. Le motivazioni di queste due azioni e reazioni lontane quarantaquattro anni sono opposte. Qui sono le forze dell’ordine a scortare un’invasione industriale sbagliata, dannosa, assurda. Ma non basta.
 
Sono le forze dell’ordine ad aver incendiato, ieri l’altro, le macchine dei manifestanti e i capannoni intorno al blocco No-Tav? Vorremo saperlo, ci serve di saperlo per giudicare meglio l’inutile e potenzialmente dannoso monologo di scherno al carabiniere. Per farlo dobbiamo avere una fotografia ampia, occorre citare le cariche della polizia a Porta Nuova (qualcuno dice comandate da quello Spartaco Mortola che guidò l’assalto alla Diaz a Genova e ora è stato promosso Vice Questore di Alessandria), al termine di una giornata pacifica, tre giorni fa, e che sono la premessa a molta tensione, forse anche la causa di altri scontri, e in cui le forze dell’ordine non sono prive di responsabilità. Il monologo, che pure non mi piace e avrei impedito o almeno condannato se fossi stato negli organizzatori, va inserito in un quadro assai più complesso, perché giudicare un fatto è semplice, capire cosa sta accadendo nel suo insieme lo è molto meno.
Oggi, in piena crisi finanziaria, mentre non c’è denaro per i servizi sociali e per i bisognosi, e soprattutto in piena crisi del modello di sviluppo da perseguire per il Paese, viene sempre più difficile, a chiunque, non solidarizzare con chi dedica il suo tempo, la sua vita, la sua gioventù per impedire un altro grave scempio economico e naturale che in molti, da tutte le direzioni, indicano come assurdo, suffragati dalle ricerche e dai dati diffusi dal Sole 24Ore e appoggiati da centinaia di professori universitari che hanno scritto e firmato un’inutile lettera al presidente Napolitano.
“Io sto con loro, e vorrei che il Paese si occupasse di questo, che è molto più grave di uno stupido monologo in televisione”, direbbe forse Pasolini.

Commento di Sergio Ghirardi:
La vita di un'intera popolazione scardinata. Un business inutile che si aggiunge alla corruzione dilagante ammessa da tutti, compresi quelli che ne approfittano, mafiosi che razzolano in parlamento, delinquenti amnistiati o prescritti, camorristi nelle istituzioni, gente senza sostentamento e popoli interi dati in pasto all'ingordigia delle banche...mi fermo ma potrei continuare e qui sembra che la democrazia vada in crisi perché un carabiniere è trattato da pecorella e viene magari vagamente insultato da un giovane manifestante. Ma siamo fuori di testa?
In questo paese bigotto si reagisce solo davanti al diavolo e allora il diavolo è rossonero ma anarchico e insurrezionalista anche se è nato in Val Susa e lì vive e lavora da sempre. 
Non so che cosa direbbe oggi, ma so che Pasolini, pur se è stato uno dei rari italiani pubblici capaci di pensare autonomamente, sbagliò nel 68 perché fece un uso feticistico del concetto di lotta di classe leggendo romanticamente il bel giovane poliziotto proletario. Nonostante la sua prorompente intelligenza poetica, restava invischiato nella burocrazia comunista divisa tra un'Unione Sovietica ancora pimpante e la macabra controrivoluzione dei sadici chierichetti maoisti. Con un tipico settarismo più o meno consciamente bolscevizzante non capì che stava finendo l'epoca del movimento operaio e che lo spettacolo che aveva saputo cogliere intuitivamente era ben più invasivo dell'arma televisiva da lui denunciata.
Il maggio che si annunciava non era solo il fatto di studenti, ma il primo accenno di un movimento delle occupazioni, antenato di quello oggi mondialmente nascente nella confusione spettacolare. Era, allora, un'intera generazione che rifiutava la sacralità del lavoro ancora abbondante contro i miti stacanovisti del comunismo autoritario e della società dei consumi. Lo stesso gauchismo non è stato, tra ribellismo e anni di piombo, che la parte caduca di una rivoluzione che avrebbe dovuto attendere ancora quasi mezzo secolo prima di connotarsi chiaramente come una fame radicale di autogestione generalizzata della vita quotidiana.
Mi rendo conto che tutto ciò sembra ancora impensabile ai più zombizzati ma gli anni a venire rischiano di rendere ridicoli gli attuali commenti perbenisti e politicamente corretti ancor più del discorso reazionario di Pasolini agli studenti di Valle Giulia.

NO TAV, NO PARTY (democratico)



Quando, l’estate scorsa, riflettendo sul nodo cruciale della Val di Susa, ho messo in circolazione sul blog Barraventopensiero.blogspot.com l’articolo «Val di Susa e Little Big Horn» non immaginavo che i fatti mi avrebbero, purtroppo, a tal punto dato ragione. Quella che voleva essere una metafora di riferimento si dimostra oggi come una triste e tragica realtà.
Chi avesse la curiosità di leggere quel che ho scritto nel giugno scorso, capirebbe subito che sono vicino, solidale e partecipe della resistenza dei valsusini e di quanti li appoggiano nella disperata difesa del loro territorio vitale. Non ripeterò dunque le sacrosante motivazioni dei NOTAV alle quali nessun specialista e/o nessun politico ha mai risposto nel merito. Chiunque può soppesarle, confrontandole con le fumose tesi opposte dai favorevoli alla cosiddetta alta velocità.
Lo spettacolo dà in pasto ai suoi consumatori gli accadimenti con precisione maniacale, cita frasi dette e ripete slogan senza mai smettere di gargarizzarsi di democrazia quasi fosse un vaccino magico contro tutti i conflitti, ma proprio questo suo essere vigliaccamente embedded senza discussioni non offre spazio per farsi una ragione non ideologica.
Scegli il tuo party, cittadino sovrano: stai con i violenti, anarchici, improduttivi, insurrezionalisti che vogliono mettere a ferro e fuoco il paese oppure con le istituzioni che lavorano alacremente e sobriamente per il bene di tutti e con le forze dell’ordine che difendono la democrazia in pericolo dall’assalto dei barbari incivili?
Leggo ancora oggi - Cancellieri docet - che l’opera non è più discutibile. Ma quando mai è stata davvero discussa? Sento che l’habitué dei ruoli istituzionali dal salario conseguente, Fassino, si preoccupa che i valsusini rifiutino anche la versione light (secondo il suo illuminato parere) del cantiere. Certo il burocrate filiforme che lo abita non è molto abituato alla passione politica gratuita e alla coerenza delle idee; ha sempre fatto i compiti che gli si chiedevano per garantirsi l’impiego. È scivolato da una poltrona all’altra di qualunque partito di sinistra che gli garantisse di non doversi mai alzare e lavorare per un salario da proletario.
L’excomunismo di Fassino assomiglia a una carriera senza amore. La sua internazionale è quella delle banche, che le abbia o no. E lo stesso vale per Bersani che deve arrendersi al fatto che le Brigate Rosse sono state e sarebbero ancora la faccia arcaica speculare dei suo burocratismo da sacrestia o da comunione e liberazione.
In val di Susa degli individui senza curriculum vitae, contadini, poeti, impiegati o marginali che siano, difendono con i loro fragili corpi un rapporto vitale con la natura e con un modo di vivere che nessun burocrate e nessuno Stato ha il diritto di calpestare.

il capo della tribù Kayapo che piange poiché ha ricevuto la notizia della costruzione di una diga con la conseguente condanna a morte tutte le persone che vivono vicino al fiume perché... la diga sommergerà 400.000 ettari di foresta

Così per i tifosi il discorso è chiuso, ma io vorrei invece provare a ricostruire un minimo i meccanismi demagogici del potere e le contraddizioni di chi gli resiste perché, in conclusione, oltre le manipolazioni e i distinguo interessati, la realtà storica finisce sempre per venire alla luce.
Il tempo è galantuomo o gentildonna ma alla fine i mostri vengono archiviati dalla storia come tali e gli umani ricevono l’attestato della loro umanità calpestata.
Certo, può essere una magra consolazione perché c’è spesso il tempo per gli opportunisti al servizio di un proletariato da segreteria di partito democratico, di continuare il proprio piano di carriera, sempre più socialdemocratico e sempre meno comunista col variare metereologico delle ideologie di riferimento, e morire con un conto in banca ben fornito.
Dall’altro lato del parlamentarismo invece, le destre non si imbarazzano neppure un po’con queste quisquilie ideologiche. Si battono direttamente come straccioni per denaro e sesso mercantile come simboli concreti di un potere che sta accompagnando gli esseri umani nella spazzatura della storia. Questi predatori hanno il dubbio merito di essere visibilmente cinici e senza scrupoli e lanciano sul mercato delle opinioni dei figurini politici e giornalistici il cui olezzo non lascia dubbi al loro passaggio. Dai capi ai galoppini c’è solo l’imbarazzo della scelta: dai Berluschini ai Bossoli, dalla Santainché agli Sgorbi, dai Feltrini ai Beipietro sulla cui pietra tombale è stato affondato il giornalismo.
Talvolta, però, la storia arriva imprevista all’appuntamento e allora per criminali e burocrati sono tempi duri. Mi prendo dunque il piacere di scommettere su questo rendez-vous troppo spesso mancato ma qualche volta goduto.
Allora saranno semplicemente gli esseri umani ad opporsi alla disumanità del potere.
Ma prendiamo le distanze e torniamo al passato. Trovatemi, dunque, un solo individuo anche solo moderatamente sensibile che non risenta oggi come un oltraggio quel che la nostra civiltà bianca, produttivistica e abbondantemente cristiana ha fatto subire, per esempio, alle popolazioni indigene del Nord America, tanto per restare in tema con il Little Big Horn.
Certo, il partito trasversale del sadismo continuerà a blaterare di superiorità della civiltà, di esportazione di democrazia e altre scempiaggini per rassicurare l’impotenza diffusa dei suoi adepti a godere della vita, ma neppure Hollywood ha potuto resistire al fascino di vendere la verità tanto a lungo nascosta: gli indiani furono le vittime e i civilizzatori gli stupratori democratici della loro resistenza, della loro ribellione.
Ormai si sa che i più feroci cacciatori di scalpi erano bianchi, che nelle aule della Diaz c’erano molotov di Stato, pardon, che nei doni del grande padre bianco c’erano coperte al vaiolo e che il primitivismo bellicoso degli indigeni - si potrebbe dire il loro disperato insurrezionalismo, non so se anarchico - era meno barbaro delle becere abitudini dei loro civilizzatori. Insomma che chi ha il potere racconta sistematicamente un sacco di balle per schiacciare i dominati e impedire loro di rialzare la testa.
La Val di Susa, comunque vada a finire, è un piccolo Chiapas oltre che Wounded Knee e non potrà essere isolata per sempre. I dominanti riprodurranno, del resto, a ripetizione la stessa situazione per i loro loschi affari di banche e di multinazionali, in tutti i luoghi e con tutte le tribù. La Grecia è solo l’inizio, perché ovunque il loro scopo è quello di eliminare vita umana e natura per fare passare il treno al posto dei bisonti.
Certo questa è la civiltà, ma è la loro e non è l’unica e ormai visibilmente sta morendo: È solo quella dominante ed è in nome dello Stato democratico che si lanciano lacrimogeni cancerogeni proibiti ovunque nel mondo.
Per i servi della disinformazione mercenaria, questo non è niente a confronto della scandalosa rabbia ultraminoritaria  - un po’ scema, lo ammetto, perché ottiene solo di trasformare in vittime i carnefici - che urla il suo sdegno e la sua frustrazione minacciando a vanvera.
Caselli non ha potuto presentare un libro e ha subito minacce, ma i valligiani sono espropriati per sempre della loro valle e sono ridotti a vivere in una riserva indiana.
Peccato opporsi all’alienazione dell’autorità usando lo stesso comportamento alienato. Peccato evocare minacce mafiose. Questo a me non piace per niente e mai lo farei. Se mi ci trovassi, andrei da Caselli e gli chiederei dei conti da uomo a uomo sulla responsabilità di non assistenza a popolo in pericolo nel nome di una legge che è umanamente ingiusta se lascia liberi i criminali finanziari e i mafiosi mentre imprigiona inermi infermiere perché antagoniste.
Avrei il diritto cittadino di farlo? Ne dubito.
Tra un insulto a un carabiniere e una manganellata preferirei beccarmi l’insulto. Bene ha fatto il carabiniere a non reagire allo sfogo più che alla provocazione del giovane valsusino, ancora meglio se per 1300 euro mensili non ha picchiato nessuno e non ha tirato lacrimogeni cancerogeni.
Tutti questi stupidi giochi di ruoli sono il prezzo dell’alienazione collettiva, delle squallide battaglie tra tifosi. Solo che i tifosi dello Stato in divisa non rischiano di andare in galera per avere aiutato un ferito e non rischiano la morte per elettrocuzione.
Dove sono i terroristi in Val di Susa? Chi li evoca gioca all’apprendista stregone e rischia d’inventarli come hanno contribuito a inventarli le bombe di piazza Fontana.
Si può essere contro il terrorismo alzando, però, una bandiera che non sia né sadica né masochista: né guerrieri né martiri! E quindi resistere, resistere, resistere, non perché lo dice un magistrato ma la nostra coscienza e la nostra volontà di vivere.
L’ideologia guerriera è una trappola che allontana le rivoluzioni necessarie nel nome militante di vendette da frustrati, tuttavia la frustrazione esiste e non ci si può scandalizzare che esploda quando si è umiliata la volontà di vivere di una popolazione.
Chi semina vento raccoglie tempesta e ne ha una gran parte di responsabilità.
I giornalai embedded auscultano col centimetro mercenario di un’ideologia democratica degna di Abu Graib i gesti scandalosi degli insorti, mentre coprono con una benevolenza da servi dei più arcaici dittatori la violenza sistematica dello Stato e dei suoi accoliti.
Io odio la violenza e la considero controrivoluzionaria, ma odio ancora di più i violenti e i vigliacchi che sostengono la violenza imposta a chi non può difendersi perché non ha armi e soprattutto non ha le leggi dalla sua parte, proprio come Sitting Bull e Geronimo.
Nei diritti dell’uomo c’è quello di potersi ribellare al sopruso e nessuna democrazia è tale se la volontà generale dei corrotti può fare tabula rasa del territorio vitale di una minoranza locale concreta. Da sempre, il colonialismo non è altro che questo.
La prova che la democrazia rappresentativa è la forma finale del sopruso statale imposto dal modo di produzione capitalista sta nel fatto che la volontà separata del business possa decidere il destino delle situazioni locali e della vita quotidiana degli individui senza che i locali abbiano la prima e l’ultima parola in proposito.
Una vera democrazia ha le sue radici nel locale e nei Consigli che lo gestiscono per allargarsi poi fino al planetario e non viceversa.
La polemica facile sull’egoismo del Nimby (non nel mio giardino) andrà rovesciata da chi porterà al mondo la buona novella di una democrazia diretta. Soltanto quel che qualcuno vuole nel suo giardino potrà essere messo in opera, perché l’uomo tornerà ad avere la priorità sulle merci e il valore d’uso riprenderà il sopravvento sul valore di scambio.
In Val di Susa, oltre tutte le ideologie reazionarie e rivoluzionarie, è una parte del destino della società umana che è in gioco.

Sergio Ghirardi

lunedì 20 febbraio 2012

Grecia, culla di un altro mondo








Vi ho tradotto questo articolo scritto a quattro mani dal mio amico Raoul Vaneigem e da Yannis Youlountas e pubblicato stamattina, in Francia (20-02), su Liberation:                                                      Sergio Ghirardi

Per un sostegno alla lotta del popolo greco e per una liberazione immediata dei manifestanti arrestati.

No, pur se drammatico, quel che sta avvenendo in Grecia non è una catastrofe. Anzi, è una fortuna, perché, per la prima volta, il potere del denaro ha superato allegramente il ritmo finora progressivo, meticoloso e sapientemente organizzato della distruzione del bene pubblico e della dignità umana. E tutto ciò su una terra altrettanto reputata per la sua filosofia di vita, agli antipodi del modello anglosassone, che per la sua resistenza infaticabile alle molteplici oppressioni che hanno tentato di rimetterla al passo. Il greco non danza e non danzerà mai al passo dell’oca né piegando la schiena, qualunque sia il regime che gli viene imposto. Danza levando le braccia al cielo come per prendere il volo verso le stelle. Scrive sui muri quello che amerebbe leggere altrove. Brucia qualche banca quando le banche non gli lasciano più modo di farsi i suoi tradizionali spiedini alla brace. Il greco è vivo quanto è mortifera l’ideologia che lo minaccia. E il greco, anche coperto di botte, finisce sempre per rialzarsi.
Certo, l’Europa della finanza ha voluto dare un esempio, ma con la sua foga nel colpire il paese della zona euro che sembrava più debole, con la sua smisurata violenza ha lasciato cadere la maschera. Ora più che mai, è il momento di additare a tutti il suo vero volto: quello del totalitarismo. Perché di questo si tratta e non c’è che una risposta al totalitarismo: la lotta tenace e senza concessioni fino a battersi se necessario, perché l’esistenza stessa è in gioco.
Noi abbiamo un mondo, una vita, dei valori da difendere. Dovunque, nelle strade, sono i nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri figli, i nostri genitori che sono picchiati sotto i nostri occhi sia pur lontani. Noi soffriamo la fame e il freddo insieme a loro. Tutti i colpi inferti ci feriscono ugualmente. Ogni bambino greco che sviene nel cortile della scuola ci chiama all’indignazione e alla rivolta. Per i greci è venuta l’ora di dire no, ma tocca a noi tutti sostenerli.
Oggi infatti, la Grecia è la punta avanzata della lotta contro il totalitarismo finanziario che ovunque nel mondo distrugge il bene pubblico, minaccia la sopravvivenza quotidiana, propaga la disperazione, la paura e il cretinismo della lotta di tutti contro tutti.
Oltre una rabbia emotiva che si sfoga distruggendo dei simboli dell’oppressione, si sviluppa una collera lucida, quella dei resistenti che rifiutano di lasciarsi spossessare della loro stessa vita a vantaggio delle mafie bancarie e della loro logica del denaro impazzito.
Con le assemblee di democrazia diretta, la disobbedienza civile, il movimento «Non paghiamo più!» e i primi esperimenti di autogestione, sta nascendo una nuova Grecia che rigetta la tirannia mercantile in nome dell’umano. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà affinché i popoli si liberino della loro servitù volontaria, ma è certo che di fronte al ridicolo del clientelismo politico, alle democrazie corrotte e al cinismo grottesco dello Stato bankster, non c’è altra scelta - contro ogni affarismo - che curare noi stessi i nostri affari.
La Grecia è il nostro passato. Essa è anche il nostro avvenire. Reinventiamolo insieme a lei!
Nel 2012 siamo tutti greci!

 

venerdì 17 febbraio 2012

Eleftherotypia, il giornale greco in autogestione




«E’ fatta!», grida dalla sua “Tribuna libera” (l’editoriale del giornale), Moissis Litsis, redattore economico e uno dei leader degli scioperanti di Eleftherotypia (Libertà di stampa), uno dei due più grandi quotidiani greci. Da oggi esce in tutta la Grecia con la testata “Lavoratori a Eleftherotypia”, autogestito dagli 800 lavoratori in sciopero e solidali con l’ondata di proteste che scuote il paese. I suoi lavoratori scioperano dal 22 dicembre poiché l’azienda non paga gli stipendi dal mese di agosto. Gli incassi serviranno anzitutto a sostenere la cassa di solidarietà. I lavoratori, di fronte alla richiesta dell’editore di applicare l’articolo 99 del codice fallimentare greco, per proteggere il loro credito complessivo di 7 milioni di salari mai corrisposti, hanno scelto di autogestire il giornale, sostenuti da collettivi e singoli cittadini. Parallelamente alle azioni legali.

La direzione non ha gradito l’impresa degli scioperanti e ha tagliato loro il riscaldamento e il collegamento informatico fino a minacciare ritorsioni gravi. Così il giornale è stato redatto come un foglio clandestino, in una redazione esterna e stampato con l’appoggio del sindacato dei poligrafici. Tuttavia, i lettori, non solo quelli di Eleftherotypia hanno atteso con grande interesse l’uscita di questo esperimento e hanno incoraggiato gli autogestionari sommergendoli di messaggi di solidarietà contro la dittatura del mercato che rende opaca la realtà greca. «Se non ci fosse stato un clima di consenso nella maggior parte dei media – scive Litsis – con la scusa che non ci sarebbe stata alternativa alla firma del primo catastrofico memorandum da parte di Papandreu nel 2010, può darsi che avremmo visto il popolo greco rivoltarsi in tempo per ribaltare una politica catastrofica per tutta l’Europa».
Il caso non è isolato: sono sempre di più le aziende hanno cessato da tempo di pagare i loro lavoratori e virtualmente abbandonate dai propri azionisti in attesa di tempi migliori. Recente il caso dell’ospedale di Kilikis nel centro della Grecia, ormai occupato dal 6 febbraio e autogestito dai suoi lavoratori. Cure garantite finché ci saranno le risorse e decisioni prese nell’assemblea pubblica. In questo contesto, Eleftherotypia prova con l’autogestione a recuperare un ruolo che aveva già svolto nel ’75 quando nacque come “giornale dei suoi redattori” sulla spinta della radicalizzazione che seguì la fine della dittatura dei colonnelli.





Commento di Sergio Ghirardi:

Dopo l'ospedale di Kilikis di cui mi sono premurato, insieme ad altri appassionati della questione sociale, di mettere in rete e diffondere il comunicato di autogestione, il crollo dello Stato greco potrebbe tradursi nella rinascita del popolo greco e aprire a un esperimento di autogestione generalizzata che attende da mezzo secolo di poter abrogare la democrazia spettacolare. Questo sogno è altrettanto realistico che l'incubo della povertà diffusa imposto cinicamente dalle banche e dai capitalisti.
Il paese della prima forma arcaica di democrazia potrebbe diventare il laboratorio moderno di quella democrazia consiliare che dopo l'effimero lampo del movimento delle occupazioni, nel maggio '68 in Francia, è riapparsa nella comunità zapatista e poi nell'Argentina felicemente orfana di Stato, senza mai riuscire, finora, a consolidarsi.
L'illusione di riformare il capitalismo ha funzionato da carota per l'asino produttivista ma oggi la carestia di carote è lampante.
Il tema della democrazia diretta da teorico sta diventando una pratica forse inevitabile per le masse di esclusi in crescita esponenziale.
La Comune d'Europa potrebbe essere il prossimo progetto di un'umanità tornata al centro del progetto sociale.
Val la pena di rifletterci, discuterne... e più se affinità.



mercoledì 15 febbraio 2012

NELLO SPETTACOLO IL VERO È UN MOMENTO DEL FALSO.



Mai come guardando Celentano (sul Fatto che, per fortuna, in Francia la Rai gratis in TV non arriva più mentre Berlusconi, purtroppo, sì, eccome) ho avuto la verifica che NELLO SPETTACOLO il VERO E' UN MOMENTO DEL FALSO.
Tre minuti di bombardamenti e poi arriva Lutero che critica i preti perché non parlano abbastanza di Dio, Una propaganda fidei immonda per una società laica. Quindi perfetta, progressista, addirittura rivoluzionaria per un paese clericale e mafioso.
Il molleggiato è quello stesso profeta, appena invecchiato ma bene, che pretendeva, mentendo spudoratamente, che chi non lavora non fa l'amore; lo stesso che ha anticipato nella via Gluck il tema ecologico come centrale ante litteram.
Questo credente probabilmente sincero e sicuramente tormentato, ricco ma dalla parte dei poveri, oggi difende, con un atteggiamento recuperatore da prete operaio, delle cause giuste che si accumulano nel mondo cinico e mostruoso della società produttivista.
L'assenza di opposizione radicale laica, criminalizzata quanto rarefatta, apre a chi come Celentano è un figlio arricchito del capitalismo etico protestante in ambito cattolico. Celentano è un eretico, l'Italia, come il mondo, ha bisogno di agnostici.
Celentano ama il blues almeno quanto me e non può che essermi individualmente simpatico come un fratello di cui condivido l'umanità sorgiva ma che finisce per misticismo confusionista dall'altra parte della barricata che oppone la lotta per una vera vita in terra alla società dello spettacolo e dei paradisi per l'aldilà. Uno spettacolo che ci lega con la stessa catena a qualunque dio e a qualunque merce.

Che i cattolici trovino in lui un modernismo necessario posso capirlo, ma l'emancipazione comincerà quando Celentano diventerà il consevatore indignato che è, non molto più alto di Pupo. Oppure quando smetterà la propaganda fidei perché anche se denuncia quasi tutto ciò che è effettivamente denunciabile, alla fine del suo spettacolo tutti tornano a casa come se la rivoluzione fosse finita, più sovrani impotenti che mai. E la RAI gattopardo continua le sue messe; e le sue omelie sono sentite distintamente dappertutto da intellettuali e analfabeti, papaveri e papere.