giovedì 28 giugno 2012

I QUATTRO PILASTRI DELL'IMPERIALISMO NATO





ricevo dal Comidad e inoltro




Con espressione del tutto incongrua, ci si riferisce spesso alle "bugie" del potere, come se si trattasse di birichinate di bambini. In realtà, si tratta non di semplici bugie, ma di frodi. L'aggressione NATO contro la Siria viene spacciata per emergenza umanitaria e, dato che ormai l'emittente del Qatar, Al Jazeera, ha perso ogni credibilità, tocca adesso ad Amnesty International farsi carico di alimentare la propaganda interventista. Viene il sospetto che si sia permesso che venisse prodotto un film come "Diaz", solo perché nella locandina del film Amnesty International potesse ancora accreditarsi come ultimo baluardo dei diritti democratici. [1]    
Con l'incidente dell'abbattimento del proprio caccia, anche il governo turco ha aggiunto un ulteriore mattone all'edificio fraudolento montato attorno all'aggressione NATO contro la Siria. Ci si potrebbe chiedere quale legittimo interesse nazionale possa accampare Erdogan nel cercare di destabilizzare un Paese vicino con il quale i rapporti sono sempre stati ottimi, persino nel periodo della guerra fredda, quando i due Stati confinanti stavano in schieramenti opposti.
La massoneria militare che ha dominato la Turchia per ottanta anni - nonostante la sua sudditanza all'imperialismo britannico prima, ed all'imperialismo statunitense poi -, non aveva mai manifestato gli atteggiamenti avventuristici che oggi invece esibisce Erdogan. Meno di due anni fa, Erdogan rappresentava ancora una speranza per settori dell'antimperialismo, mentre ora è diventato un fantoccio della NATO.  Si tratta di un'ulteriore smentita del mito dell'antiamericanismo islamico, dato che l'islamismo "moderato" di Erdogan dimostra la stessa sudditanza agli USA dell'islamismo "radicale", rappresentato da quella accozzaglia di milizie etichettata come "Al Qaeda".
Il punto è che l'islamismo politico, in qualsiasi versione, risulta troppo dipendente nelle sue fortune, sia elettorali che militari, dal denaro delle monarchie petrolifere del Golfo. L'islamismo politico è un prodotto del denaro, e quindi segue il denaro. Ciò deve costituire un invito alla prudenza anche per coloro che si fanno illusioni per la vittoria elettorale dei Fratelli Mussulmani in Egitto.
Nulla di strano quindi che Erdogan abbia trasformato il suo Paese in una base per le aggressioni delle milizie islamiche contro la Siria, poiché il denominatore comune sia di Erdogan, che dei cosiddetti al-qaedisti, è il denaro del Qatar, la monarchia che oggi fa da punta di diamante delle aggressioni della NATO nel Mediterraneo ed in Medio Oriente.
Dal 2009 la collaborazione tra il Qatar ed il Pentagono è diventata strettissima. In un libro del 1970, "Pentagon Capitalism", Seymour Melman illustrava come il Pentagono dagli anni '60 sia diventato un vero e proprio ministero delle Partecipazioni Statali, che finanzia, indirizza ed organizza la produzione bellica di varie multinazionali. Questo capitalismo di Stato è ovviamente finalizzato anche all'esportazione di armi. Il Pentagono è infatti il maggiore esportatore di armi del mondo, ed il Qatar, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ne sono i maggiori acquirenti. [2]
Seguendo il denaro ci si spiega Erdogan, ma anche la strategia NATO di cui egli fa parte. La Siria non può essere sconfitta sul piano militare, poiché ha comunque risorse tali da infliggere all'aggressore dei danni irreparabili. In un'area desertica è sufficiente un'artigliera a proiettili chimici per rendere insopportabilmente dispendiosa qualsiasi avanzata di eventuali aggressori. La guerra permanente, la "guerra infinita" degli USA e della NATO contro gli innumerevoli "nuovi Hitler" di turno, rappresenta un nonsenso dal punto di vista militare; poiché una guerra infinita richiederebbe uno sforzo bellico infinito, che neppure le gigantesche spese militari statunitensi potrebbero assicurare.  
Infatti la NATO, ancora una volta, punta solo in parte sulla carta militare per vincere, mentre è la frode a diventare la carta vincente. Occorre prima aggredire, per poi spingere l'aggredito a intavolare trattative, che per la NATO non sono altro che l'occasione fraudolenta per stabilire gli agganci utili per corrompere qualcuno della controparte. Si tratta di prendere Damasco così come sono state prese Belgrado, Baghdad e Tripoli: comprandosi i funzionari governativi e i generali. Si spende tanto denaro per produrre e comprare armi, per poi scoprire che l'arma principale è il denaro stesso. Nell'attuale situazione del Medio Oriente, i soldi del Qatar costituiscono la vera arma letale.
Le trattative servono anche a corrompere gli alleati della Siria, come la Russia. Il problema non è quello di corrompere Putin - che più corrotto di com'è non potrebbe essere -, ma di riuscire ad agganciare i generali e gli ammiragli che sinora lo hanno costretto a non mollare del tutto la Siria. 
 
L'Islam ha cinque pilastri, invece l'imperialismo NATO ne ha quattro: l'aggressione, la frode, la corruzione e, non meno importante, la mistificazione. Infatti la cosiddetta "lotta alla corruzione" rappresenta un elemento essenziale della mitologia imperiale del sedicente Occidente.
La corruzione viene rappresentata come il male che frena l'economia e falsa le sane regole del mitico "libero mercato". Dalle colonne de "l'Espresso" il noto econo-comico Luigi Zingales ci ammonisce che la crisi è colpa dei corrotti, che non si cresce perché si ruba, e che non se ne esce senza una rivoluzione morale; e, come al solito, indica come faro e come via di salvezza il modello statunitense. [3]
Le spericolate intuizioni di Zingales però non fanno altro che ricalcare le veline giornalistiche fornite dal Consiglio Atlantico della NATO. In una di queste si prende a pretesto il caso Ucraina solo per poter assegnare il primato morale della lotta mondiale alla corruzione agli Stati Uniti, considerati superiori persino alla già "moralissima" Gran Bretagna. [4] 
Gli Stati Uniti sembrano prendere molto sul serio questo ruolo di guida morale del pianeta. Il Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, fa la morale anche alla Nigeria, colpevole di essere troppo corrotta e di mortificare la "meritocrazia".[5]
Quanto a meritocrazia, neppure il clan dei Clinton scherza, a giudicare dalla irresistibile carriera nei media della figlia di Hillary e Bill, la diletta Chelsea.  Chelsea è anche moglie di un ex alto dirigente di Goldman Sachs, Marc Mezvinsky, un pregiudicato per frode bancaria, che ora gestisce la 3G Capital, una società di investimenti messa su per aggirare la legislazione di controllo sulle banche. Del resto sarebbe ormai una scoperta dell'acqua calda constatare che negli USA il potere si riproduce per via familiare, e che i matrimoni dinastici servono a rafforzarlo. [6]
Un espediente polemico tipico della destra consiste nell'accusare gli oppositori del sistema di non essere affatto moralmente "puri". In questo periodo è Beppe Grillo a fare le spese di questo tipo di propaganda della destra. [7]
In realtà, sia Grillo che i suoi detrattori del "Giornale" berlusconiano, poi mostrano di condividere il mito della moralità pubblica statunitense, che pur non essendo del tutto immune dalla corruzione, almeno sarebbe inflessibile nel perseguirla. Non c'è imperialismo senza razzismo, ed il mito della superiorità morale del mondo anglosassone è alla base del sedicente Occidente. 
In realtà la "moralità pubblica" statunitense è basata su una sfacciata legalizzazione della corruzione e del nepotismo, istituzionalizzati nella forma del lobbying.  Secondo un reportage della ABC, un qualsiasi deputato americano può permettersi il lusso di non intascare mazzette, poiché gli basta far assumere i propri familiari dalle aziende con la qualifica di lobbisti, in tal modo questi familiari possono percepire, del tutto legalmente, stipendi e premi. Il "ci ho famiglia" funziona benissimo, anzi meglio, anche oltre oceano. Visto che in Italia si intende adottare il modello statunitense, è probabile che il governo Monti, dopo il Ddl anti-corruzione, proceda anche ad una legalizzazione del lobbying. [8] 


28 giugno 2012

domenica 24 giugno 2012

La caduta degli idoli



Ubu Roi Enrico Baj
Non sappiamo se verrà mai un tempo in cui dei miti si sarà capaci di fare a meno.
Per quanto si scavi nel passato, parrebbe di scoprire che abbiano accompagnato sempre le primitive aggregazioni umane, le comunità, le nazioni e ora la società mondiale, in cui tutti siamo compressi e ammassati. Pare che sia sempre stato necessario disporre di una cornice di riferimento in cui inscrivere le pretese più o meno bizzarre di conferire un senso alla presenza umana sulla Terra.
Perché a questo sono sempre serviti i miti, a distrarre e a consolare e a sublimare esistenze confrontate con la profonda futilità dell’esserci e con la totale irrealtà dell’essere: ma questa pretesa di imporre un senso collettivo cui sottomettere le singole esistenze individuali, se forse risponde a una passione del singolo, che infantilmente cerca fuori di sé la cagione della propria presenza, risponde tuttavia sicuramente a una necessità di quella parte di società che desidera detenere il senso dell’esistenza collettiva, al fine di manipolarlo a proprio vantaggio.
Infatti, individui consapevoli della sostanziale impermanenza di tutto ciò che esiste, dell’inesistenza di qualsivoglia disegno indipendente da loro, che verrebbe da lontano e proseguirebbe dopo la loro morte, risulterebbero difficilmente disposti a sacrificare questo breve periodo di esistenza.
Uno dei sintomi più eloquenti dell'assunzione del potere da parte della borghesia, lo si può scorgere nella progressiva migrazione del mito dall'ambito religioso all'ambito economico.
L'affermarsi delle due moderne religioni del libro, il cristianesimo e l'Islam, aveva già provveduto a introdurre nelle società europee e mediterranee il concetto di popolo di Dio, e del suo procedere nel tempo dalla creazione verso il Paradiso. La vita del singolo percepita come percorso di esperienza, di purificazione, di messa alla prova, si trovava così inscritta in un percorso collettivo. La storia in questo modo cessa di essere la cronaca degli eventi, quale la si era ereditata dai pagani, per convertirsi in un grande disegno intelligente, il vero ambito dell'adesione del singolo al progetto divino.
Quando nel Settecento la borghesia rampante principia a configurare una propria filosofia della storia e una propria visione di progresso, affrancate dalla religione, agisce in ogni caso su una società già profondamente segnata dall'idea che esisterebbe un senso nelle umane vicende indipendente dalle decisioni e dal giudizio del singolo.
La storia come religione, il mito della storia come disegno dotato di una propria autonomia e di proprie leggi, è precisamente il ponte che fa transitare la vecchia mitologia della creazione, della valle di lacrime, del paradiso da meritare nella mitologia moderna del progresso illimitato e permanente.
Poiché la brevità stessa della vita mina la pretesa di costruire aggregazioni durevoli che da questa brevità possano prescindere, è precisamente il tempo l’ambito in cui l’alienazione deve radicarsi. Perché il mito è semplicemente questo: una fonte di alienazione.
Per conseguenza, i suoi territori di elezione sono tre: il passato, il futuro e non già il presente, che è esattamente ciò che di diabolico deve essere estromesso dall’esperienza, ma il processo che dal passato procede verso il futuro: é accaduto qualcosa, accadrà qualcosa, sta accadendo qualcosa: in ogni caso una forza esterna ci trasporta. Per la libertà non rimane posto.
Beninteso, molte religioni e moltissime filosofia della storia (due a caso: il cristianesimo e l’idealismo) parlano della libertà, come fondamento dell’azione umana. Peccato che, come in tutti monologhi del potere, la falsificazione risieda non tanto nella risposta ma nella domanda. In questi casi infatti, viene attribuita al singolo una fantomatica “libertà” semplicemente per poterlo incolpare di ciò che accade, e particolarmente di ciò che GLI accade. Poiché gli è concesso di scegliere senza costrizione alcuna fra i veleni che gli vengono offerti, allora quando muore, la colpa è stata sua. Mentre il bene appartiene a Dio, oppure alla storia, questo dio impersonale tirato fuori dal cappello degli illusionisti borghesi; il male va tutto sul conto del singolo, chiamato a pagare il debito collettivo, personalmente, con l’unica vita che ha e della quale non è autorizzato a disporre mai.
In realtà, non è difficile osservare che il modulo di riferimento tanto dei miti in veste religiosa, tanto di quelli recenti di tema socioeconomico, è sempre il medesimo: in passato c’è stata la caduta (Adamo ed Eva che mangiano la mela, l’introduzione della divisione del lavoro, l’accumulo dissennato del debito pubblico), in futuro ci sarà la redenzione (il paradiso, il comunismo, la realizzazione del benessere per tutti…). In mezzo c’è il sacrificio, simbolico o comunque contemplato nella sua forma più cruenta (la crocifissione, i nostri morti, il default dei popoli sfortunati), reale nella sua forma grigia e quotidiana di militanza nel lavoro, nel consumo, nell’obbedienza, nella rinuncia. Il tutto scandito dalla parola dei grandi profeti morti e dei piccoli sacerdoti vivi
In questo modo, le panzane più inverosimili, che non resisterebbero all’osservazione di un bambino che avesse da poco imparato a leggere, vengono viceversa ammannite e scambiate senza vergogna, in quantità talmente smisurate che anche i più avvertiti faticano a sottrarsi totalmente al delirio. Tralasciamo pure di commentare le vecchie assurdità delle religioni, le transustanziazioni, le assunzioni in cielo, le immacolate concezioni: hanno già provveduto i nuovi mentitori a farsene beffe. Ma per meglio qualificare la nuova ondata di sproloqui, la storia, la lotta di classe, la dialettica materialista, l’abolizione dello Stato attraverso la dittatura del proletariato. Oppure, visto che anche le ideologie presentano la stessa deperibilità accelerata che caratterizza sempre di più tutte le merci, l’attuale mito adatto per quest’epoca di accresciuto disincanto: lo sviluppo permanente, la democrazia, il benessere da conseguire attraverso i sacrifici connessi con il saldo di un debito che nessuno ricordava di avere mai contratto.
La modernità è essa stessa un mito, per molti aspetti uguale e contrario a quelli dell’antichità. Se un tempo si era fissata l’età dell’oro nel passato (siamo nani sulle spalle di giganti: il presente come inarrestabile decadenza dalla grandezza dei predecessori) e in seguito, sulla spinta della cultura ebraica, nel futuro (l’anno venturo a Gerusalemme, i vari paradisi, non escluso quello socialista), oggi lo sgretolarsi miserando dello sviluppo e delle sue illusioni triviali, indica chiaramente di volerci condannare al presente.
Ma ad un presente “senza sogno e senza realtà”, in cui l’alienazione da giustificatoria come nella classicità oppure consolatoria come nella modernità, diviene una mescolanza di tedio e di angoscia dal momento che l’intera giornata è divenuta tempo di produzione (o, per meglio precisare: di consumo produttivo), essa ha finito per essere risucchiata dal karma disgraziato del capitalismo, quello che Marx aveva definito “la caduta tendenziale del saggio di profitto”. Tradotto in altre parole: la necessità di investimenti ogni giorno più imponenti per realizzare gli stessi profitti del giorno prima.
Anche nell’esistere quotidiano l’esperienza è la medesima: lo sforzo non basta mai e l’esito è sempre più evanescente. Come su un tapis-roulant, si deve correre a perdifiato per non esser portati via dal vento mefitico delle immagini. Che dobbiamo scambiarci ad un ritmo sempre più parossistico, senza respiro alcuno.
Mentre vi è una sovrapproduzione di merci rispetto non tanto alla necessità quanto piuttosto alle capacità di acquisto, la fame di illusioni rimane insaziata, perché ciascun nuovo feticcio si presenta ad un pubblico ormai inguaribilmente deluso, che dietro i lustrini già occhieggia la data di scadenza. Pur radicalmente disillusi, si pasteggia ad illusioni tuttavia, ma senza riuscire più a pervenire ad un soddisfacimento ragionevole.

il fantasma della libertà - Luis Bunuel 1974
Ma avere smascherato, in ritardo ma con sempre maggiore tempestività, i falsificatori di caratura mondiale, non basta a ristabilire la verità. Che potrà essere conseguita solo attraverso un radicale processo di decrescita esteso anche al consumo e alla produzione di ideologie, come già si è compreso, in molti, di dover fare per le merci materiali.
Infatti, il meccanismo di produzione, circolazione e consumo di miti è talmente radicato nella nostra esperienza quotidiana da indurci ad avvalercene per conferire tratti carismatici e arcani alla nostra azione, per renderla capace di competere sul mercato delle apparenze e per valorizzare le nostre vite reali, dando loro i tratti mistici della militanza e, una volta ancora, del sacrificio. E così anche coloro che si dichiarano, e si dipingono ai propri stessi occhi, come immuni dalle illusioni collettive, che fonderebbero la propria azione unicamente su sé stessi, non rinunciano spesso a costruire nuove gabbie del pensiero e dell’azione, e nuovi feticci verso cui porsi ginocchioni, come a qualcosa che sfuggirebbe al giudizio del singolo.
E si tratterà di volta in volta di idealizzazioni della natura e della storia, del manipolo dei vari anti- (antifascismo, antisessismo, antispecismo, antirazzismo, ma di sicuro se ne aggiungeranno di nuovi), di ipostatizzazioni di condotte (si pensi all’ossequio per il concetto di “azione diretta”, reso elastico fino a comprendere un gran numero di azioni che non hanno nulla di diretto), fino alla magica stessa idea di “rivoluzione”.
Per quanto ci sia sforzati, si è ancora lontani dall’avere definitivamente accettato che esistono unicamente i singoli e le loro brevi e transitorie presenze, nell’ambito delle quali ciascuno può, se crede, cercare di agire secondo le proprie passioni nel modo che ritiene il migliore, per il solo piacere di evadere per qualche momento dal nulla, cui in ogni caso faranno tutti ritorno. Per il piacere di tracciare, alla maniera di uno sberleffo, un confine visibile fra la vita e la non-vita 

Paolo Ranieri per “La melma dei giorni n. 6 - giugno 2012”

venerdì 22 giugno 2012

Chi se ne frega della cittadinanza onoraria a Tenzin Gyatso, ma il popolo tibetano sta morendo tra le torture e i soprusi!





Pur se ha il merito indiscutibile di non credere in alcun dio anche il buddismo fa nobilmente parte della panoplia di oppio dei popoli che contribuisce all'alienazione sociale planetaria, al suo mantenimento e al buon funzionamento redditizio della società spettacolar mercantile.
Sia ben chiaro, però, che fosse anche ipocritamente in nome di una laicità di fatto ovunque calpestata, non sostenere il simbolo condiviso al di là delle liturgie da tutto un popolo, icona in carne e sangue della resistenza tibetana al fascismo rosso della Cina capitalsocialista, equivale al tacere sulle leggi razziali, a dare cauzione all'apartheid imposta in questo ultimo mezzo secolo ai tibetani dagli invasori cinesi lasciando sterminare definitivamente un popolo in nome del business.
Tutto ciò si può fare, e infatti si fa, nel cinico mondo miserabile dell'homo œconomicus.
Una tale vergogna resterà però nella storia di un'epoca come una barbarie planetaria, come lo sguardo impotente e vigliacco di quasi tutta una società di schiavi salariati di fronte al genocidio di un popolo dolcemente arcaico di semplicità e intimamente moderno di volontà di vivere, un popolo che è altrettanto cinese che furono francesi o austriaci gli italiani.

Sergio Ghirardi
P. S.
Avevo inviato al Fatto questo breve testo come commento alla notizia della non concessione al Dalai Lama della cittadinanza onoraria di Milano.
Notoriamente, però, i blog si trasformano sovente in celle di una prigione dove i carcerati scarabocchiano sui muri tutta la loro umana disumanità.
Ecco due commenti che di per sé non meriterebbero risposta ma che ho usato per aggiungere qualche elemento a un ancora troppo timido insorgere in nome del superamento della barbarie imperante:
Kenny Craig
“Pur se ha il merito di non avere alcun dio anche il buddismo fa nobilmente parte della panoplia di oppio dei popoli che contribuisce all'alienazione sociale planetaria”
E perche' mai, di grazia?

Risposta mia:

Nella forma e nella sostanza della tua domanda c'è già la risposta, ma il fatto stesso di porla depone a sfavore sulle tue possibilità di trovarla.
Comunque, per avviare una riflessione in merito, le ricerche e le analisi non mancano per chi diffida criticamente del participio presente del verbo credere e magari anche di obbedire e combattere.
Ti consiglio modestamente un titolo assai poco conosciuto ma di grande spessore: W. Reich, Etere, dio e diavolo, Sugar ed., mentre più recente e mondano è il Trattato di ateologia di Onfray, tradotto ormai in italiano a differenza dell'ottimo "De l'inhumanité de la religion"di Vaneigem, Ed. Denoël, finora purtroppo solo in francese.

Dr Drake+Ramoray

A me risulta che prima dell'arrivo della Cina il Tibet fosse una dittatura religiosa, o teocrazia. Il tibet era ad uno stato piuttosto medioevale, la Cina ha portato molte più libertà e progresso di quello che avessero portato i monaci, ed è tutto dire. Non che difenda a priori la Cina, ma ogni tanto sarebbe il caso di guardare le due facce delle medaglie e non sempre è solo la stessa.

Risposta mia:

Mentre tu guardi seduto in poltrona le due facce di una medaglia coniata da burocrati torturatori che giustificano i loro soprusi con una retorica stalinista, degli esseri umani in carne e ossa lottano, resistono e si bruciano in nome della libertà di scegliere che è stata loro tolta.
I tibetani, che ho un po' frequentato e cercato di conoscere prima di permettermi di parlare di loro con affetto critico e non partigiano, sono praticamente tutti dalla parte della resistenza. La propaganda cinese inventa un'identità comune negazionista e antistorica.
Il fatto che i tibetani siano in gran parte acculturati al buddismo mescolato quasi sempre con un animismo ancora più arcaico, fa parte della loro storia come un gran numero di franza o spagna purché se magna sono non a caso cattolici. Ora tra i dieci milioni di excomunisti italiani sposati in chiesa qualche frustrato dal materialismo volgare viene a declamare gli slogan rifritti dell'emancipazione dalla religione.
Trovo insopportabile che degli schiavi che si credono liberi diano lezioni di materialismo a un popolo abituato a vivere in simbiosi con la loro terra e con i propri costumi, a lottare per la libertà da sempre e non a piegarsi di fronte a dittatori, guitti e mafiosi.
Se poi queste scelte siano buone o cattive è tema di libera discussione nell'agorà restituita al popolo di una vera democrazia, mentre usare un'opinione falsa e propagandistica per giustificare un massacro è degno della psicologia di massa del fascismo, sia essa il frutto di mistica o di meccanicismo, di destra o di sinistra, di stupidità o di vigliaccheria.
Ancora Kenny Craig
E in che modo i suoi rispettabili opuscoli sarebbero utili a capire il buddhismo tibetano, che ha una letteratura piu' ampia di quella greca e latina messe insieme e una filosofia di una raffinatezza incomparabile?
Risposta mia :
Bevendo un tè a Tsongo Lake (Sikkim, 4200m.), alla frontiera del Tibet dove un giorno è passato in India il compagno Gyatso, ho fatto un brindisi a tutti gli individui e ai popoli che rifiutano l'addomesticamento insieme a qualche tibetano sorridente e conviviale. Da quarant'anni vado ogni tanto a rigenerarmi corpo e spirito a contatto con quelle montagne e con quelle popolazioni che mi rassicurano sull'umanità dell'uomo ben oltre le loro e le nostre credenze.
Confesso che in quell'occasione non abbiamo letto testi letterari (grazie comunque per la preziosa informazione da agenzia di viaggi organizzati sulla qualità della cultura tibetana, ma io viaggio da sempre al seguito delle mie emozioni e fuori, per quanto possibile, dal business turistico) ma l'umanità della loro cultura è già nello sguardo aperto dei loro volti di esseri umani.
Trovo fastidioso e un po' volgare l'elenco generico, come un capitale culturale che chiude il dibattito prima di aprirlo, di letterature e manuali per farne dei muri di Berlino fobici di qualsiasi critica. Un tale atteggiamento fa pandan perfettamente con quanti elencano i meriti degli invasori cinesi, la cui letteratura fa tranquillamente concorrenza per qualità e quantità a quella tibetana.
La vera questione è un'altra: ogni individuo e ogni popolo ha diritto alla libertà e all'autodeterminazione.
Poi ognuno leggerà e apprezzerà le idee e la letteratura che vuole, magari ricordandosi che la filosofia ha spesso assunto il ruolo imbarazzante di "ancilla theologiae" al servizio della cultura dominante......

  

 ..... Il delirio continua


Corrado:
…Kenny, ma questo è quello che sostiene il dalai lama. Io conoscevo dei sudafricani (di origine italiana) che sostenevano che erano i neri a volere l'hapartehid.

Risposta mia:
A leggere certi commenti mi viene da disperare sulla banalità della barbarie e la possibilità di uscirne. Ben oltre il tema specifico ma nel merito dell'interrogazione posta dal genocidio in atto in Tibet (più di due milioni di morti!) non sono soltanto le tesi a essere scandalose (affermazioni false, ripetizione di slogan ideologici, riscrittura della storia in favola ideologica e lettura dei fatti moralistica o pragmatica fino al cinismo) ma ancor più le emozioni che questi deliri sottendono. Fuoriesce tutto il razzismo ignorante e l'etnocentrismo da analfabeti di individui addomesticati dalla personalità autoritaria (vedi Adorno in proposito). Queste masse di anime morte, queste mandrie di animali impauriti e senza meta non possono tanto (per fortuna) contribuire alla tragedia tibetana ma concorreranno certamente purtroppo, come già in passato, a peggiorare quella italiana che è già a un passo dal baratro.

Corrado:
Secondo i dati del governo in esilio i tibetani sono 6 milioni (gli altri sono cinesi introdotti dal governo) di questi 6 milioni sarebbero morti 2 milioni? Anche in 50 anni è una cifra folle.

Risposta mia:
Sono d'accordo con te: è una cifra folle e ancora più folle se è vera. Non ho difficoltà a riconoscere che non l'ho verificata di persona ma sia in loco (ho vissuto un po' a Katmandu e a Nagarkot (Nepal) in ambito di situazioni gestite da tibetani) che in molti documenti consultati qui in Francia, questa cifra è sistematicamente riportata.
Ma se anche i morti (lasciamo perdere i torturati) fossero solo cinquantamila trovi che cambierebbe qualcosa?
Ecco sì, forse in quel caso anzichè di genocidio si dovrebbe invece parlare di repressione attraverso un massacro sistematico.

Kenny Craig
Le cifre non sono quelle ma nell'ordine delle centinaia di migliaia. La sostanza cambia poco.

Risposta mia che è stata incredibilmente bannata:
Totale dei decessi tibetani risultanti dall’invasione cinese tra il 1949 e il 1979: 1 278 387.
Nel documento di cui ho qui tradotto l’essenziale si specificano le cause del decesso e le regioni di provenienza. (Source : Gouvernement tibétain en exil, Bureau du Tibet, Human Rights)
I ragionieri del massacro che non si accontentano della tragedia visibile dovranno premurarsi gentilmente di aggiungere i morti dal 1979 a oggi.
Naturalmente si può contestare il numero dei morti, ricontarli, discuterne davanti a un buon piatto di momos (ravioli) o di tsamtuk (zuppa di tsampa), mentre i tibetani (ma non si sa quanti) continuano a morire.

Trovando importante la circolazione dei dati cifrati, ho allora fatto lo sforzo di riscrivere così per passare la censura imbecille e intollerabile:

Il totale dei decessi dei tibetani a causa dell'invasione cinese tra il 1949 e il 1979 sono stati valutaiti in 1.278.387 (Source : Gouvernement tibétain en exil, Bureau du Tibet, Human Rights).
Poiché in seguito la situazione in Tibet è andata costantemente peggiorando l'ipotesi di due milioni di morti è oggi, purtroppo, assolutamente realistica.

Corrado:
Il punto secondo me è un altro. La Cina ha invaso questo paese quindi ha torto, ma essendo questa la vita e non il cinema, il fatto che la Cina sia "cattiva" non significa che i monaci buddisti siano i "buoni". Stiamo parlando di uno che pretende di ritornare a comandare un popolo, perchè è la reincarnazione di Budda ! Siamo sicuri che sia quel che vuole il suo popolo??

Risposta mia:
Ai tibetani di deciderlo dunque e a quanto pare, qualunque siano le motivazioni, vogliono tutti l'autonomia del Tibet (il Dalai Lama, oggi in minoranza tra le fazioni politiche tibetane, non chiede nemmeno l'indipendenza come alcune minoranze tibetane radicali recentemente emerse).
Gli unici sicuri del contrario sono gli imperialisti cinesi e i loro portaborse ideologici che confondono progresso umano e addomesticamento alla logica capitalista (sia essa liberalsocialista o nazionalstalinista).
Quanto alla vita e al cinema temo che tu abbia il binocolo rovesciato ma ti lascerò nell'illusione che la società in cui vivi non sia un misero spettacolo fondato sul tuo lavoro salariato (se ce l'hai e se non fai parte delle caste che nutrono i loro privilegi  facendo lavorare gli altri).
Solo la miserabile, fanatica, oscurantista, imperialista cultura monoteista dell'occidente giudeocristiano crede e giudica secondo i criteri manichei di bene e di male per giustificare il sopruso e colpevolizzare le vittime. Per questo, prima di fare i laici devoti che si scandalizzano - giustamente, del resto a livello metastorico - del medioevo tibetano, bisognerebbe lavare prima il sangue davanti alla propria porta di un medioevo cristiano che bruciava gli eretici e Giordano Bruno. Fare delle ridicole graduatorie nell'alienazione religiosa è una pseudofilosofia da tifosi mentre l'umano è tale dovunque, oltre le etnie e le culture.
Ogni individuo e ogni popolo merita di decidere liberamente della propria sorte al di là del bene e del male e del proprio destino senza dipendere da liberatori che assomigliano più a volpi nel pollaio che a compagni solidali di un’internazionale del genere umano ancora tutta da inventare contro sfruttatori e burocrati.

giovedì 21 giugno 2012

RIO BRAVO 2012 Oscar per la migliore finzione di fronte alla vera catastrofe che si avvicina




 
La realtà della distruzione programmata dell’ecosostema del vivente a fini mercantili si appoggia sullo spettacolo di una coscienza ipocrita del problema ecologico.
Il summit della terra a Rio di questi giorni è stato l’ultimo atto di questo osceno spettacolo.

Per la prima volta nel 1972 una conferenza della Nazioni Unite aveva fatto esplicitamente riferimento nel titolo alla questione ambientale. Non a caso nello stesso anno il Club di Roma aveva pubblicato il suo famoso rapporto sui “limiti dello sviluppo e della crescita” allertando sul fatto che il sistema economico mondiale finora concepito era destinato a crollare entro 60 anni (nel 2032, dunque, con buona pace dei Maya e soprattutto dei loro adepti postmoderni).
All’apertura della conferenza, a Stoccolma, il canadese Maurice Strong dichiara: “L’umanità ha poche possibilità di riuscire a gestire il suo rapporto con la natura se non impara a gestire meglio i rapporti tra esseri umani”.
Un tale allarme sensato ha contribuito, in realtà, ad arricchire la coscienza in fieri della necessità di una rottura del dogma della crescita senza fine e dunque di una sensibilità nuova incompatibile con il capitalismo di destra e di sinistra, barbarico o socialista.
Un modo di produzione fino ad allora osteggiato soltanto dalla coscienza del proletariato - che ne subiva da secoli lo sfruttamento economico e l’alienazione sociale, sprovvisto, tuttavia, della minima coscienza ecologica -, si trovava ormai a dover lottare anche contro il nuovo apporto alla coscienza umana da parte della natura e del suo rifiuto spontaneo e organico di sottomettersi al delirante utopismo produttivista.
Questa forma nascente della coscienza sociale ha innescato, quasi senza saperlo, la necessità di togliere il potere dalle mani delle lobby che gestiscono la democrazia rappresentativa come modo di governo della società spettacolare mercantile. Da questa novità diventata oggi matura e urgente, è rinato attualizzato quel progetto di democrazia diretta portatore di una rivoluzione planetaria ancora più grande di quella che ha portato la borghesia al potere nel 1789.
Solo la ripresa nelle proprie mani del loro destino da parte degli individui reali e dei loro interessi umani ormai incompatibili con il capitalismo, infatti, è in grado di affrontare la questione dell’ambiente in legame diretto con la questione sociale.
Ogni altro modo di occuparsi dell’ambiente, invece, è un alibi gattopardesco, una strategia della gestione mafiosa della società capitalista in decomposizione, ormai obbligata per sopravvivere a un vampirismo cinico e ottuso tanto sugli uomini che sulla natura.
Si staglia ormai come un’evidenza che una tal predazione nichilista ha il solo scopo di procrastinare una valorizzazione economica che sta portando il mondo alla catastrofe.
Da quella data fatidica, il 1972, coincidente con la definitiva sconfitta del movimento delle occupazioni del 1968 e con il tragico recupero di molti rivoluzionari nell’ideologia controrivoluzionaria della lotta armata, con la reintroduzione della penuria in una società che aveva fallito miseramente il suo primo tentativo di utopia consumistica e con la sacralizzazione demenziale del lavoro salariato, ogni dieci anni fino a oggi, un summit hollywoodiano sul tema dell’ambiente si è svolto per meglio rendere sostenibile la continuità del business planetario nocivo agli umani e alla natura del vivente.
I sessanta anni previsti nel 1972 stanno per scadere. Chissà se ci sarà una proroga da parte di una natura particolarmente generosa, ma certo l’impatto finale con un mondo finito e con la fragilità di un ecosistema sconvolto è ineluttabile senza un rapido cambiamento radicale di prospettiva.
Un tale cambiamento, però, è impossibile senza l’abolizione del totalitarismo economicista gestito dalla democrazia rappresentativa e dalla pletora di Stati canaglia che la incarnano.
Tutto il potere ai consigli di autogestione della vita quotidiana, dal locale al planetario. In questo semplice progetto libertario è racchiusa l’ultima speranza di salvezza prima della fine.
Altro che crisi della finanza, una povertà ancor più radicale si profila all’orizzonte : nessuno potrà respirare la crescita economica al posto dell’aria, bere l’aumento del Pil al posto dell’acqua, mangiare delle banconote quando le megalopoli saranno ridotte a deserti di plastica e cemento.
Sullo sfondo di questo delirio programmato da banchieri, economisti, politici, guerrieri, martiri e servitori volontari, aleggia la coscienza infelice e impotente di star preparando davvero la soluzione finale: il sacrificio della specie e di tutto il biosistema in nome di un ultimo profitto nella roulette russa della redditività.


Questa, in breve, dopo il 1972, la favolosa storia decennale dei summit sull’ambiente fino a oggi:

1982, a Nairobi si è istallato il Pnue (programma delle nazioni unite per l’ambiente) ma il summit abortisce miseramente nel clima di guerra fredda e tensioni internazionali (Restano comunque ancora 50 anni di tempo prima del crollo ipotizzato).

1992, a Rio, in un contesto geopolitico ottimistico, pieno di speranze e di volontarismo in seguito alla caduta del muro di Berlino e della transizione in atto dei paesi cosiddetti comunisti, la Terra si invita per la prima volta al tavolo dei negoziati. 172 paesi sono rappresentati con la presenza di 108 capi di Stato.
Fate in modo che i vostri atti riflettano le vostre parole” li esorta il dodicenne Severn Suzuki in nome delle generazioni future.
In venti anni la polazione mondiale è appena passata da 3,5 miliardi a 5 miliardi di abitanti e lo stato del pianeta s’aggrava.
Contro il catastrofismo, a Rio si propone la controffensiva. Appoggiandosi sul rapporto del 1987 (Our Commun Future) di Harlem Brundtland, presidente norvegese della Commissione mondiale indipendente sull’ambiente e sullo sviluppo - che stabilisce l’insostenibilità a lungo termine del tasso di crescita sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo -, si propone uno “sviluppo sostenibile” compatibile con i limiti di assorbimento e di rigenerazione dell’ecosistema.
L’umanità ha la capacità di mettere in atto lo sviluppo sostenibile così da poter soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità per le generazioni future di far fronte ai propri bisogni”.
Questo primo summit di Rio associa ambiente e sviluppo, consacrando il principio di sviluppo sostenibile insieme a quello della “responsabilità comune e differenziata di ogni paese” in funzione del grado di sviluppo.
L’Agenda 21, programma per il XXI° secolo, è adottata sottolineando le azioni richieste per uno sviluppo sostenibile, dal locale al globale.
Appare per la prima volta la necessità di una strategia planetaria comune della questione ecologica, politica e economica rompendo con l’abitudine di trattare le componenti separatamente. Emerge così la consapevolezza rivoluzionaria che solo l’istaurazione di una democrazia direttamente in mano ai soggetti reali della comunità umana può permettere il cambiamento di civiltà necessario.
I summit, però, diciamocelo chiaramente, sono fatti per evitare le rivoluzioni e non per renderle possibili. Così Rio si conclude con una Dichiarazione sull’ambiente e lo sviluppo e con l’elaborazione di tre grandi convenzioni ambientali (mutamenti climatici, diversità biologica, lotta contro la desertificazione). Rio resta, dunque, il punto più alto di una coscienza infelice, impotente ad agire seppur fondatrice della cooperazione possibile contro il mutamento climatico e il declino della biodiversità. Contro questa pur fragile coscienza affiorante si spiegherà negli anni seguenti uno sforzo lobbistico importante nel ridicolizzare la questione del clima da parte di pseudoscienziati mercenari al soldo del business produttivista (Ancora 40 anni di tempo, secondo la profezia del Club di Roma).

Nel 2002 il summit di Johannesbourg finisce per essere un’enorme delusione.
Il discorso di Chirac “La nostra casa brucia e noi guardiamo altrove. La natura mutilata, ipersfruttata, non riesce più a ricostituirsi e noi rifiutiamo di ammetterlo” è ricco di uno slancio critico che non si traduce in nessuna azione concreta.
Sepolte le speranze di cambiamento del 1992, il neoliberalismo trionfante si accontenta di un piano di messa in atto dell’Agenda 21 senza obblighi di sorta.
Parole che non corrispondono agli atti, anzi. Sono infatti le grandi imprese che s’impadroniscono della palla al balzo dello sviluppo sostenibile facendolo proprio per prevenire ogni costrizione e ogni obbligo contro il dogma produttivista.
Più di cento PDG dei grandi gruppi industriali sono presenti per imporsi come i parners privilegiati delle Nazioni Unite. Le lobby schiacciano il resto della società civile, le ONG sono relegate su un sito a 50 Km dal summit ufficiale. Il quale si conclude con decine di partenariati tra pubblico e privato e con il trionfo degli interessi economici sulle preoccupazioni ambientali e sociali. (Mentre restano ancora trent’anni prima del crollo previsto dai catastrofisti).

2012, sotto l’egida dell’ONU, 120 capi di Stato e di governo si riuniscono di nuovo a Rio, in Brasile, per rilanciare i negoziati sullo sviluppo sostenibile mentre la popolazione umana ha appena superato i 7 miliardi e settecento milioni di anime (e soprattutto di corpi).
La situazione geopolitica è sottosopra. Una crisi finanziaria senza precedenti scuote le economie dei paesi del nord da quattro anni, mentre la parola dei paesi emergenti (emergenti nel mare di merda consumistica altamente inquinato della società produttivista planetaria), come la Cina, l’India e il Brasile, acquista un peso rilevante.
Il 43% della popolazione mondiale vive con meno di 2 dollari al giorno, un miliardo e trecento milioni di individui sono senza elettricità mentre quasi tre miliardi di persone sono ancora costretti a metodi di cottura del cibo altamente nocivi per la salute, soprattutto in India (836 milioni), nel resto dell’Asia (661 milioni) e nell’Africa subsahariana (653 milioni).
Metà della popolazione mondiale vive in città dall’urbanistica patologica e criminalizzante, tra cui 20 megalopoli con più di 10 milioni di abitanti.
La concentrazione di CO2 nell’atmosfera (la cui emissione è per il 18% Usa e per il 24% Cina) è passata da 280 parti per milione nel 1850 a quasi 400 parti per milione nel 2010 !
Il 75% delle superfici coltivabili è ormai accaparrato dalle monoculture produttivistiche (soja, palma da olio, canna da zucchero) mentre la deforestazione continua.
Solo la metà dei dirigenti presenti al G8 si fa viva a Rio: niente Obama, Merkel, Cameron e Hu Jintao.
Come spot pubblicitario per le opinioni pubbliche idiotizzate e terrrorizzate  dalla “CRISI” si propone il concetto di economia verde e il miglioramento della governabilità mondiale a partire dal 2015, mentre gli anni che ci separano dall’ipotetico punto di sfondamento si riducono a una ventina.
Niente paura, la crescita scenderà dal cielo a salvare il pianeta mentre sullo schermo la parola fine si staglia sul culo del cavallo su cui John Waine trotta dritto e fiero verso il tramonto definitivo dell’homo œconomicus.



Sergio Ghirardi