sabato 7 luglio 2012

MINACCIA PERMANENTE


 Traduco questo testo inviatomi da Pierre Peguin, appassionato militante francese della lotta contro il nucleare.
Sergio Ghirardi

Viviamo sotto la minaccia permanente di una catastrofe sempre più probabile e questo testo rinforza la nostra convinzione. Fermiamo il nucleare non tra 20 anni né 5, ma il più immediatamente possibile.
Pierre

Cappa di piombo e “langue de bois” !
Source : Atlantico
http://www.atlantico.fr/decryptage/corinne-lepage-fukushima-accident-origine-humaine-nucleaire-francais-souffre-memes-faiblesses-411385.html
La commissione voluta dal Parlamento giapponese ha reso pubblico giovedì il suo rapporto sull’incidente nucleare di Fukushima. L'origine della catastrofe sarebbe umana e non la conseguenza dello tsunami gigante. Un’affermazione condivisa da Corinne Lepage, anziano ministro dell’ecologia, che invita la Francia a non commettere gli stessi errori... volontariamente !

Corinne Lepage : "Fukushima, incidente d’origine umana. Il nucleare francese soffre delle stesse debolezze”
Pubblicato il 6 luglio 2012
Il minimo che si possa dire è che il rapporto - senza remissione - sulle cause del dramma di Fukushima appena reso pubblico dalla commissione indipendente giapponese, spazza via la cappa di piombo e la langue de bois (letteralmente, in francese: lingua di legno, cioè falsa e manipolatrice, ndt) tipiche della lobby nucleare, di cui l’Autorità di sicurezza (ASN) ha dato una nuova prova durante la sua audizione davanti alla commissione degli affari economici dell’Assemblea Nazionale di stamattina.
Che dice in sintesi questo rapporto? Contrariamente alle asserzioni dei ministri in carica all’epoca - a cominciare da M. Besson -, la catastrofe de Fukushima non è d’origine naturale ma umana.
Si tratta di una catastrofe nucleare d’origine industriale risultante da diversi fattori:
La conoscenza di un rischio da parte degli esercenti e delle autorità di controllo che non è stato deliberatamente preso in conto (il rischio era perfettamente identificato dal 2006) ;
L’affermazione che delle misure di prevenzione erano state applicate mentre non lo erano affatto e le autorità di controllo chiudevano un occhio ;
Il rifiuto di portare dei miglioramenti con dei falsi pretesti ;
La negazione dei fatti da parte di TEPCO che per coprire il suo errore ha invocato l’estrema violenza dello tsunami allorché le istallazioni non erano in grado di resistere come avrebbero dovuto a un terremoto ;
L’impotenza a reagire quando una risposta efficace era possibile ;
Una gestione del sistema di crisi in disfunzionamento completo sia da parte di TEPCO che degli organi di controllo o delle autorità pubbliche ;
L’incapacità di prendere le misure adatte d’evacuazione e di protezione della popolazione così come la disinformazione della popolazione ;
La non presa in conto dell’effetto delle dosi leggere di radiazione nell’anticipazione di una contaminazione nucleare…
Il rapporto propone ugualmente una riforma globale del sistema non soltanto cosmetica e implicante una reale evoluzione.
Quali conseguenze trarne per la Francia ?
Ascoltando l’ASN di fronte alla commissione degli affari economici dell’Assemblée nationale, la Francia sembra al riparo da ogni critica di questo tipo per mezzo di un controllo pienamente indipendente e grazie a un esercente scrupolosamente rispettoso delle regole di sicurezza più severe…
Persino un rapporto della Corte dei Conti non lascia dubbi sull’assenza di presa in conto di tutti i costi del settore, eppure… In conclusione è la favola del nucleare dei bravi bambini!
Salvo che, dopo essere stata in Giappone e avervi incontrato numerosi protagonisti, sono tornata in Francia convinta che il nostro sistema è altrettanto fragile di quello giapponese col rischio di tsunami in meno.
L’ASN non è uno smembramento del Ministero dell’industria ed è composto soltanto da esperti appartenenti al mondo del nucleare, mentre nessuna misura drastica è stata preconizzata, per esempio, nei confronti degli esercenti ;
L’incidente di Marcoule nel settembre 2011 ha mostrato un’impresa, filiale a 100% d’EDF, vilipesa dall'ASN per molteplici errori gravi senza che fossero prese né misure correttive né sanzioni ;
Fukushima ha fatto emergere dei rischi mai presi in conto prima, al punto che l’ASN riconosce ormai che un rischio d’incidente maggiore è possibile in Francia. (L’ultimo rapporto determina le misure urgenti da prendere, lasciando, però, dei tempi larghi per effettuare i lavori.) ;
Il rischio di Fessenheim è perfettamente identificato ma il funzionamento della centrale continua come se niente fosse ;
Gli esercizi, tra l’altro molto limitati, di simulazione di un incidente danno dei risultati disastrosi e le pastiglie di iodio non sono state distribuite da molto tempo nella maggior parte dei siti ;
L’informazione del pubblico assomiglia ancora troppo spesso alla disinformazione, oppure è troppo limitata a causa del segreto di Stato ;
Eccetera.
In altre parole se una catastrofe s’abbatte sulla Francia (e quindi sull’Europa limitrofa, ndt) una commissione indipendente non giungerebbe forse alle stesse conclusioni di quella giapponese ? Ancora più grave : una tale commissione realmente indipendente potrebbe sinceramente vedere la luce in Francia?
Sappiamo che in Francia l’uscita dal nucleare, che in molti sosteniamo per ragioni finanziarie, economiche e industriali oltre che di sicurezza, non è per domani. Facciamo almeno in modo che l’investimento nella sicurezza massima e nella risposta a un eventuale incidente sia ottimale, ciò che è lontano dall’essere il caso oggi.
E poiché non esiste (ancora ?) un’assicurazione obbligatoria che esiga tali misure per garantire il rischio, è dovere della politica imporre la priorità della sicurezza e della salute. E denunciare il costo di una catastrofe nucleare visto che la priorità è stata data chiaramente agli affari economici e finanziari.

DOUCE FRANCE : PER UN ABBANDONO IMMEDIATO DEL NUCLEARE!


fotgazet.com - July 4, 4:33 PM 


Cari amici lettori, questo è il primo post del nuovo blog che tratterà essenzialmente di problematiche scientifiche. Essendo non solo uno scienziato ma anche un convinto animalista e ambientalista, e vivendo in Francia, uno dei paesi a maggior produzione di energia nucleare al mondo, vorrei trattare e discutere insieme a voi la problematica del nucleare. Da poco un referendum ha confermato che gli italiani non vogliono tornare all’energia atomica. Ma, innanzitutto, cos’è davvero l’energia nucleare? In breve, si tratta di una enorme quantità di energia che viene liberata a seguito della rottura di un atomo appartenente alla serie chimica degli attinidi, come l’uranio e il plutonio.
Contrariamente a quanto si sente spesso dire, questo tipo di energia non è affatto “pulita” in quanto il processo di fissione nucleare produce scorie di vario tipo, che possono essere radiottive, tossiche, mutagene e quant altro. Inoltre, le scorie più radiottive sopravvivono per millenni, il che significa che le scorie derivanti dall’energia prodotta oggi saranno innocue solo tra una decina di generazioni. “Appunto, chi se ne frega, nel frattempo si sarà trovato il modo di riutilizzarle” dice qualcuno. Sì, d’accordo, allora smettete di passare l’aspirapolvere e tirate fuori la scopa, e poi nascondete tutta la polvere che raccogliete sotto il vostro cuscino. Dov’è l’analogia? L’analogia sta nel fatto che scorie così pericolose hanno bisogno di essere conservate in siti geologicamente dormienti per una quantità di tempo sufficiente a garantire il decadimento delle scorie più pericolose, e lontano dai centri abitati, lontano dalle falde acquifere, eccetera… Esistono pochi, pochi siti al mondo così delicati in grado di ospitare scorie così pericolose.
Il nucleare non è poi una fonte di energia pulita perché è un combustibile fossile, contrariamente a quanto crede qualche politico. Dire che il nucleare è la soluzione al petrolio è semplicemente assurdo. Oggi dipendiamo dal carbone, dal petrolio, dal gas provenienti dalla Libia, dalla Russia e dal nord Europa, domani col nucleare dipenderemo dalla Russia, dalla Nigeria e dai paesi dell’est Europa.
L’unico modo per essere indipendenti energeticamente è sviluppare teconologie in grado di trasformare l’energia solare o eolica in energia da poter consumare.



Commento di Sergio Ghirardi:

Vivo in Francia come Lei e quando Lei nasceva io insegnavo al Liceo Italiano di Parigi.
Ora vivo poco lontano dal triangolo della morte nucleare francese (Tricastin, Cadarache ecc., ma intanto il pericolo nucleare è democraticamente onnipresente nell'hexagone e dintorni) e mi occupo per passione e convinzione della divulgazione della follia del nucleare e dell'obsolescenza dell'uomo ad esso connessa.
Sul sito barraventopensiero.blogspot.com, continuo a tradurre e mettere in circolazione notizie da Fukushima e da tutte le organizzazioni non lobbistiche che denunciano i rischi del nucleare. La cernita è necessaria viste le cadute imbarazzanti come quella recente di Sortir du nucleaire.
Questa premessa per chiederle di valutare se vale la pena di spiegare SCIENTIFICAMENTE i misfatti del nucleare a una platea che gioca incoscientemente al monopoli energetico sui blog. A chi non è bastato Three Miles Island, Tchernobyl e Fukushima per prendere radicalmente le parti del principio di precauzione non basteranno le sue (o le mie) denunce per cambiare idea. Del resto non si tratta neppure di idee ma di propaganda pseudoscientifica pompata internazionalmente da Areva e soci. Inoltre gli apprendisti stregoni che rigurgitano dati e nozioni manipolati, come studentelli ruffiani, sono solo dei narcisisti senza potere.
Credo sia più utile diffondere i fatti (la tragedia giapponese è più che mai in corso) e le resistenze crescenti che in particolare in Giappone, ma non solo (vedi la Francia e le manifestazioni contro il nucleare, pacifiche e senza tregua), stanno mostrando un'inversione di tendenza della sensibilità persino tra i cittadini più spettatori e consumatori.
Credo che la critica del nucleare e delle sue ineliminabili scorie in quanto "roulette russa energetica" debba appoggiarsi sull'esplorazione teorica e pratica di un cambio di civiltà che sostituisca al benessere consumistico l'obiettivo di un'abbondanza qualitativa coniugante sobrietà e piacere. Il risparmio energetico è soprattutto l'opzione di un uso dell'energia funzionale alla soddisfazione di desideri e bisogni umani e non della redditività capitalistica che domina e inquina il pianeta.

venerdì 6 luglio 2012

IL VERO POTERE È QUELLO DEL SISTEMA






Lo Stato, le istituzioni governate da rappresentanti democraticamente eletti, sembrano astrazioni per ingenui. Quello che conta è il Sistema.
Prendete il caso di Giuseppe Orsi, 67 anni, manager di lungo corso, arrivato al vertice del colosso pubblico Finmeccanica dopo aver guidato per anni la controllata degli elicotteri Agusta Westland. È indagato dalla procura di Napoli per corruzione internazionale, lui si dichiara innocente, ma la poltrona è in pericolo. Chiede conforto al vecchio amico, coetaneo e concittadino di Piacenza, Ettore Gotti Tedeschi. Uno che, direbbe un altro piacentino illustre come Pier Luigi Bersani, guarda il Potere all’altezza degli occhi. Finanziere influentissimo, il Papa gli ha affidato nel 2009 lo Ior, la banca vaticana. Gotti Tedeschi, a cena, a quattr’occhi, ma intercettato dai magistrati napoletani, dice la sera del 23 maggio a Orsi: “Il Sistema è a tuo favore e ti difenderà”.
Mentre regole e meccanismi si sfaldano, gli uomini di potere si avvinghiano a un riferimento astratto, impalpabile, che è però quanto di più concreto vedono all’orizzonte: il Sistema, gli Equilibri.
Ecco Nicola Mancino, ex tutto. È stato ministro dell’Interno, presidente del Senato, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Oggi è un pensionato, ma il vestito gli sta stretto nel momento in cui si sente minacciato dall’inchiesta palermitana sulla trattativa tra Stato e mafia.
Allora telefona al consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, e dice: “Io debbo avere tutte le garanzie, anche per quanto riguarda la rilevanza statuale delle cose che sto facendo”. Il pensionato Mancino che rivendica azioni “di rilevanza statuale” è la versione nobile dei profittatori di regime che sfrecciano per le strade della Capitale con il lampeggiante blu sul tetto dell’auto, tanto per darsi un contegno. Gente che non segue le regole, ma sa aderire alle pieghe del Sistema.
E quindi Orsi non si fa aiutare dall’amico saggio e informato a valutare se con quel po’ po’ di inchiesta sul groppone ha senso restare abbarbicati alla poltrona, ma si fa spiegare che cosa sta accadendo nelle pieghe del Sistema, nel frullatore del potere in cui cordate, correnti, combriccole, logge massoniche (P3 e P4 comprese) o fraternità religiose giocano la loro partita, che fatalmente sfocerà in esiti arbitrari e incontrollabili. E dunque che fa il direttore del Corriere della Sera? Boh. Gotti Tedeschi allarga le braccia: “Ma de Bortoli è così, purtroppo lui è uno che dà un colpo al cerchio e uno alla botte”.
Ma soprattutto, che cosa sta frullando nella testa di Ignazio Moncada? Che non è deputato, ministro o alto burocrate, ma molto di più. Apparentemente è solo il presidente senza poteri della Fata, una controllata scassata di Finmeccanica. Ma Gotti Tedeschi mette in guardia l’amico Orsi, che, regolamento alla mano, potrebbe (forse addirittura dovrebbe) cacciare Moncada senza preavviso: “Non semplificarlo come agente segreto della Cia, o un massoncello qualsiasi, è veramente un grandissimo burattinaio”.
Burattinaio, ecco. Linguaggio di riporto, perché i due sodali parlano per citazioni. Burattinaio era Licio Gelli, negli anni ‘70. Al terzo millennio è toccato Moncada, che è in tono con lo spirito dei tempi. L’ex agente segreto, allievo del generale Gianadelio Maletti, ama presentarsi come l’anti-Bisignani. Lui Bisignani, proveniente dal vivaio andreottiano, maturato nella P2, esploso durante Tangentopoli, è il Burattinaio che mette insieme Stato e Chiesa, finanzieri e cardinali, e raggiunge il suo massimo fulgore nell’Italia berlusconiana. Si va da lui a chiedere appoggio per questa o quella nomina, a propiziare il sostegno del Sistema alla propria carriera o all’assunzione di un proprio caro. Lui chiama o convoca ministri o direttori generali, e dà ordini con il tono soave, amichevole del dispensatore di consigli acuti e disinteressati.
Moncada ha come riferimento la massoneria laica di palazzo Giustiniani. Le sue amicizie forti vengono dall’antica militanza socialista: Giuliano Amato, Giulio Tre-monti, Franco Frattini, Gianni De Michelis, il diplomatico Gianni Castellaneta.
È un grande tessitore di accordi e amicizie, latore di messaggi e avvertimenti. Gotti Tedeschi lo considera fonte di verità importanti. Dice a Orsi, che detesta Moncada perché lo conosce come sponsor di Alessandro Pansa, il direttore generale di Finmeccanica che vuole fargli le scarpe: “Lui ha enorme stima di te, m’ha persino detto con quali persone ieri sera ha discusso il caso Orsi, e tutti, anche persone importantissime, hanno detto che Orsi è una persona che va difesa e va supportata”.
Il Sistema è questo, un sinedrio di volti coperti (almeno per ora, dagli omissis degli atti giudiziari), che discutono i destini del Paese perché i vertici dello Stato hanno dovuto delegare, in outsourcing, le decisioni pesanti. E dunque il vice ministro dell’Economia Vittorio Grilli, che dovrebbe decidere se silurare Orsi ed eventualmente con chi sostituirlo, appare come il terminale non completamente passivo, ma certamente debole, al quale il Sistema troverà il modo di far sapere che decisione è stata presa. E Orsi non sa che pesci prendere: “Pansa dice che lui c’ha tutto il supporto di Moncada”, ammette con tono un po’ disperato l’uomo che pure rivendica di avere i meriti professionali per guidare un gruppo industriale da 70 mila dipendenti. Ma a che servono i meriti senza l’appoggio di Moncada, cioè del Sistema? A niente, e Orsi lo sa benissimo, lui che al vertice di Fin-meccanica c’è arrivato per caso, visto che il capo di allora Guarguaglini lo aveva descritto al ministro della primavera 2011, Giulio Tremonti, come “non trasparente”. Ma all’ultimo momento, nella spartizione delle aziende pubbliche, non era rimasto niente per la Lega, e il Sistema decise di accontentarla premiando il padano Orsi e mettendoglielo in quota.
Commento di Sergio Ghirardi:
Il suo spaccato flash del "Sistema" alla salsa italiana è veridico e raccapricciante ma non sorprendente.
I soli sorpresi (e sono davvero troppi) sono tutti gli educati alla cultura dominante (di destra, di sinistra o di altrove) che è, come sempre, la cultura della classe dominante. Con un bemolle contemporaneo: che la classe dominante non è più una classe nel senso marxiano del termine (l'unico senso non bassamente sociologico del concetto di classe che lo stesso Marx ha molto utilizzato senza però avere il tempo di approfondire un concetto che, dopo il filosofo rivoluzionario di Treviri, è stato tirato in tutti i sensi dalla sottocultura piccolo borghese dei cittadini spettatori) ma un coacervo di caste mafiose che gestiscono il potere in nome di un popolo reso bue attraverso la liturgia pseudodemocratica del voto nel vuoto.
Il "sistema" è l'organizzazione politica mafiosa della società capitalista a dominazione reale (vedi Sesto capitolo inedito del Capitale, Nuova Italia 1973), quella che è stata felicemente definita dagli ultimi rivoluzionari del XX° secolo "società dello spettacolo", intendendo con ciò non il becerismo dei programmi televisivi ma la vita fittizia di coloro che una volta spenta la televisione continuano a subire la loro sopravvivenza miserabile da consumatori salariati o disoccupati come una puntata dell'eterna, immutabile telenovela del quotidiano confiscato.
La fine del “sistema dello spettacolo” coinciderà con l'inizio di un'autogestione generalizzata della vita quotidiana da parte di soggetti umani risorti. Altrimenti l'ultimo che scenderà dal palco potrà solo spegnere la luce e continuare a guardare nel buio il nulla che ci sopravviverà.

domenica 1 luglio 2012

LAVORARE STANCA



Contestare tesi apparse su un quotidiano a cui si collabora è una forma di grave ineleganza oppure espressione di apprezzabile pluralismo?
Nel caso sia “buona la seconda”, vorrei manifestare totale dissenso nei confrontidell’equiparazione lavoro-schiavitù teorizzata ieri su il Fatto Quotidiano daMassimo Fini. Convinto, come sono, che il Lavoro (con la “l” maiuscola) meriti ben più di qualche frettolosa considerazione blasé; magari da parte di chi vagheggia bimillenari ritorni a tempi in cui le attività manuali erano “macula servile”.

Perché il lavoro non è solo un insieme di pratiche, è una civiltà. Quanto i Padri Costituenti avevano ben chiaro vergando la Carta Costituzionale, non certo per ragioni bassamente economicistiche (e – vorrei ricordare – il “liberista” a cui Fini fa riferimento si chiamava Luigi Einaudi; da non confondere – pena la querela – con gli odierni NeoLib. Visto che aveva scritto, per un certo editore chiamato Piero Gobetti, il saggio “Le lotte del lavoro”, propugnandone la “bellezza”).
D’altro canto, come può parlarne con un minimo di conoscenza di causa chi probabilmente non ha mai neppure messo piede in una fabbrica del tempo che fu? Quella fabbrica che, pur con tutte le sue durezze, era uno dei luoghi più “sani” di un mondo oggi perduto; un luogo dove i rispettivi ruoli erano chiari, le differenti posizioni esplicite e i conflitti si manifestavano alla luce del sole. Ma anche un luogo dove giungevano a sintesi, nel comune impegno di realizzare qualcosa nel modo migliore, l’operosità borghese e il riscatto proletario. Dedizione e fierezza.
Chi scrive, nella sua vita spettinata, è stato piccolo imprenditore metalmeccanico per alcuni lustri. Così ha potuto imparare in presa diretta ad apprezzare quella che allora si chiamava “controparte”, capire che esisteva davvero una “cultura operaia” senza bisogno di leggere La chiave a stella di Primo Levi, conoscerne le tecniche di sopravvivenza come sapere pratico e le gerarchie informali, legate all’abilità di connettere al meglio mano e mente. Ricorda ancora l’operaio che gli estrasse uno sfrido metallico dall’occhio arrotolando a cilindro un foglio di carta, come l’altro che disse “questo è il mio capitale” mostrando le braccia. E non era retorica, ma consapevolezza (nessuno sapeva fare merletti al tornio e alla fresa come lui).
Al tempo stesso serba memoria delle famiglie borghesi in cui si educavano i figli a un senso del dovere latamente calvinistico: “fai tu quello che poi chiedi agli altri”… “primo ad entrare al lavoro, ultimo ad uscire”…
Certo, all’interno di questo intreccio valoriale perdurava il conflitto sociale. Non patologia, bensì formidabile spinta innovativa e integrativa. Perché era in questa dimensione che i cosiddetti dipendenti conquistavano i diritti del e per il lavoro, si trasformavano da moltitudine informe (e dispersa, come nell’età preindustriale del povero socialmente insignificante, prima ancora che endemicamente affamato) in un soggetto collettivo intenzionato ad autodeterminarsi e che apprendeva la solidarietà chiamandola mutualismo; smascherando il paternalismo insito nella carità, come cristallizzazione delle posizioni subalterne. Che poteva farlo proprio grazie alla sua centralità nei processi produttivi.
Certo, un mondo che ci siamo lasciati alle spalle. Tanto che se il XX è stato il secolo del lavoro, il XXI rischia di essere quello dei lavoretti. Ma questo è il risultato di un’immane e perversa operazione politica grazie alla quale le plutocrazie finanziarie ora riprendono il controllo sociale smaterializzando la realtà. Dunque, spezzando tavole di valori e annientando ogni controparte in grado di opporsi.
L’attacco al Lavoro di questi decenni è stato tutto questo. Non capirlo, propugnando i manierismi dell’ozio, può andare bene nelle chiacchiere in un caffè di San Babila o sulla calata di Portofino. Ma – in tale maniera – si finisce soltanto per lavorare a vantaggio dei re di Prussia che stanno facendo strame dei diritti e della dignità. E, con essi, di un mondo che aveva una sua etica, una sua epica e perfino una sua estetica. Che va rivalutato (e ritrovato) al più presto.

Commento di Sergio Ghirardi:

Pellizzetti difende il totem culturale della società capitalista con piglio progressista e liberalsocialista mentre Massimo Fini sogna, come al solito, un ritorno ai bei tempi andati. Sono due poli statici della mancanza di dialettica della cultura dominante in cui soffoca da secoli l’esigenza umana di emancipazione.
L’uomo ha sempre costruito con le sue varie attività la sua vita e il suo ambiente, procurandosi cibo, riparo e ogni tanto, appena possibile, la festa e il gioco.
Il lavoro è stato da sempre la parte spiacevole dell’attività vitale. Il capitalismo sfruttando il tempo astratto di lavoro lo ha reso sacro e mostruoso contemporaneamente.
L’etimologia della parola ne conferma la tragicità in tutte le lingue, ricordandoci che l’emancipazione dell’uomo è stata sempre anche emancipazione dal lavoro in nome della creatività, del gioco e del riposo.
Labor è fatica non realizzazione, travail, in francese e trabajo in spagnolo, derivano dal trepalium, uno strumento di tortura. Recentemente mi è stato suggerito che arbeit indicava nel tedesco antico un’attività imposta loro malgrado ai giovinetti.
Ce n’è abbastanza, mi pare, per porsi il problema rovesciando la prospettiva e uscendo dalla sacralizzazione del lavoro che dietro l’apparente solidarietà con i diseredati e i lavoratori è una condanna implicita alla civiltà del sacrificio, dello sfruttamento e dell’alienazione.
Un mondo così disumano non ha futuro. Fourier, Lafargue, Russell e i situazionisti hanno aperto una breccia che nessun stakanovista di destra o di sinistra potrà mai più rinchiudere definitivamente.
Il fatto stesso che reazionari e progressisti si scornino sul tema ci dice che il lungo periodo della restaurazione fondata su un lavoro che sta oggettivamente sparendo volge alla fine. A molti fa paura, ad altri come me, invece, diverte e intriga… 






sabato 30 giugno 2012

Un bel calcio nei denti dello spettacolo.




Sfogliando metaforicamente i giornali su internet emergono dei microsatori ovvi e impertinenti.
Il Giornale e Libero, con le loro volgarità antitedesche da machos impotenti, sono le cartine di tornasole di una sottocultura barbara e plebea nettamente maggioritaria in Italia.
L'Italia misura l'abisso esistente tra il plebeo e il proletario. L'uno si genuflette dinanzi al Potere, l'altro si rivolta in nome dell'emancipazione.
Dove sono dunque i proletari d’Italia e d’Europa?
L'Italia è indubbiamente una nazione plebea con meravigliose eccezioni.
Non potrebbe essere altrimenti in un paese corrotto e bigotto, appestato da millenni di ipocrita religiosità.
I tedeschi sono riformati, hanno intriso la loro storia dell'etica protestante che incarna lo spirito del capitalismo.
Sono macchine quasi perfette del frankenstein economicista mentre, per contro, fuori dal mito accondiscendente, gli italiani non sono affatto anarchici, spesso sono solo opportunisti sottomessi, uomini di mano e di malaffare.
Sono cattolici, giocano col peccato e contano sul falso pentimento e sulla confessione.
Gli Andreotti, i Berlusconi, i D’alema e i Formighini sono esempi di una logica da Bravi che appoggiano il loro ridicolo e odioso potere sui vari don Abbondio e sui loro fedeli parrocchiani.
Allora, nella società dello spettacolo integrato, una partita di calcio che potrebbe essere un gioco divertente, diventa una liturgia per folle oceaniche in cerca psicotica di senso e una compensazione miserabile per orde di frustrati di tutta Europa.
Il calcio scommesse è una scommessa perduta sulla gratuità della felicità.
La Comune d'Europa resta la sola alternativa allo sviluppo insostenibile del capitalismo planetario.
La democrazia diretta (tautologia necessaria) è la sola alternativa all'oclocrazia dominante (oclocrazia: forma di governo in cui la plebe sceglie - ma mica sempre, tra mari e monti - i propri dittatori interscambiabili).
Sono cosciente che un tale commento sembrerà inevitabilmente un delirio a tutti coloro che sono stati educati a giudicare la storia con una morale da camerieri.

Sergio Ghirardi

giovedì 28 giugno 2012

LA SOLITUDINE DELL'UOMO MERCE



Credo che questo post del 14 settembre 2009,  tratto da "Contrappunto, l'avamposto degli incompatibili " valga la pena di essere ri-pubblicato e letto, non c'è nulla di nuovo infatti  che lo renda "datato", grazie Vittoria, e buona lettura


Invece del motto conservatore, "Un giusto salario giornaliero per una
giusta giornata lavorativa!" dovrebbero scrivere sulle loro bandiere la
la parola d’ordine rivoluzionaria: "Abolizione del sistema del lavoro salariato!" (da Salario, prezzo e profitto, 1865)"
"Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se
non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia
per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda
degradazione. (da Salario, prezzo, profitto)"
Continuando a produrre merci cosa si ottiene?
Si ottiene che la forma monetaria che poi fa marciare il valore delle merci sul mercato sfocia in quella che Marx chiama reificazione o,termine fantastico, "cosificazione"(Verdinglichung) dei rapporti sociali, ovveroil FETICISMO INERENTE AL MONDO MERCANTILE.

L’alienazione non è il semplice sfruttamento sociale, è ben altro l’alienazione è TOTALE,: nel regno della merce l’uomo diviene estraneo a se stesso e di se stesso. "il denaro" dice Marx " riduce l’uomo a non essere che una astrazione": non l’essere ma l’avere, non la qualità ma la quantità sono il valore, e quindi i valori.
Il denaro diventa il mediatore di ogni scambio non solo quello mercantile, la sua potenza è TOTALE e così succede che rispetto al denaro, per quanto contrapposti, lavoratore e padrone, sono entrambi alienati: chi non ha denaro è prigioniero di questa privazione ed è costretto a divenire merce che
produce merce per la sopravvivenza, chi possiede il denaro ha il possesso anche di questa merce umana, ma nel contempo è posseduto dal denaro.
E da questa analisi nasce la necessità di abbattere definitivamente il
sistema della INFELICITA’ TOTALE DELL’ALIENAZIONE TOTALE.
Non ci sono mediazioni possibili, più o meno democratiche perché nessuna mediazione scardinerà il sistema della merce e del valore della merce, e in qualsiasi mediazione..del migliore dei modi possibili
la questione sostanziale resterà immutabile.
E’ strano che più questa infelicità diviene totale e meno se ne ha coscienza? No non è strano perché i meccanismo di produzione attuali fanno vivere questa infelicità in solitudine.La coesione, l’unione in certe manifestazioni, in certi scioperi, in certe forme di lotta sono solo epidermiche giacché si è persa la cognizionevera e profonda del valore reale della propria infelicità: non ci si riconosce più nell’appartenenza alla classe che nella sua INTEREZZA è merce umana che produce merce, e solo in quello sta il suo valore, sempre più scadente fra l’altro, ma ci si riconosce in questa o quella porzione sociale e per questa o quella porzione o parte si rivendicano "diritti", rivendicando così il diritto di restare merce umana che produce merce nel mercato totale delle merci e del denaro… mentre si maledicono i banchieri e si ripete noi la crisi non la paghiamo, come? continuando a chiedere di lavorare? un lavoro pubblico magari in una società più giusta? più compatibile? più ecologicamente corretta?
Si è talmente alienati, talmente infelici che invece di lottare per abbattere il sistema del capitale, si lotta per la sua prosecuzione, invece di dire diamogli la mazzata finale, rifiutando il lavoro salariato,
si…lotta perché si continui ad essere merce umana in questa o quella forma.
E così accade che non solo si muore per il lavoro, ma talmente il lavoro è diventato la ragione di… vita che si arriva al suicidio quando si resta senza lavoro.
NON SONO PIÙ MERCE UMANA NON VALGO PIÙ NULLA.
Perché non si lotta più su queste basi chiarissime:
"L’operaio si sente quindi con se stesso soltanto fuori dal lavoro, e fuori
di sé nel lavoro. Il suo lavoro non è volontario, bensì forzato, è lavoro
costrittivo. Il lavoro non è quindi la soddisfazione di un bisogno, bensì è
soltanto un mezzo per soddisfare dei bisogni esterni a esso. La sua
estraneità risalta nel fatto che, appena cessa di esistere una costrizione
fisica o d’altro genere, il lavoro è fuggito come una peste. Il lavoro
estemo, il lavoro in cui l’uomo si espropria, è un lavoro-sacrificio, un
lavoro-mortificazione. Infine l’esteriorità del lavoro al lavoratore si
palesa in questo:il lavoro non è cosa sua ma di un altro; che non gli
appartiene, e in esso egli non appartiene a sé, bensì a un altro.[...] Il
risultato è che l’uomo(il lavoratore) si sente libero ormai soltanto nelle
sue funzioni bestiali, nel mangiare, nel bere, nel generare, tutt’al più
nell’avere una casa, nella sua cura corporale etc., e che nelle sue funzioni
umane si sente solo più una bestia. Il bestiale diventa l’umano e l’umano il
bestiale. Il mangiare, il bere, il generare etc., sono in effetti anche
schiette funzioni umane, ma sono bestiali nell’astrazione che le separa dal
restante cerchio dell’umana attività e ne fa degli scopi ultimi e unici"
Marx manoscritti economici filosofici 1844.
Per il restante cerchio, per il restante cerchio della libera attività umana bisogna lottare per non essere bestiali senza nemmeno la grazia innocente della bestia!
Non è da oggi che gli operai si suicidano in Francia incominciarono nel 2007 con sei suicidi in pochi mesi alla Renault.
Del resto anche in Italia abbiamo visto i lavoratori dell’Alcatel Lucent di Battipaglia che minacciavano di darsi fuoco.Un giovane di 32 anni della Chloride di Bologna si è impiccato perché in mobilità il 24 luglio del 2009.Si è detto e non detto di presunti suicidi in Alitalia.
Solo questo?
Ultimamente i casi di "cronaca nera" in cui precari, disoccupati uomini e donne, arrivano al punto di sterminare la famiglia e alla fine, riuscendoci o meno, a tentare il suicidio si moltiplicano.
Ah questa infelicità, questa infelicità della solitudine alienata che sale come una marea nera di petrolio e tutti ci contamina a tutti toglie la ragione e le ragioni della lotta definitiva totale!
E voi compagni colonnelli di ferro  col vostro ottimismo a tutti i costi! quanto quanto siete lontani da questa infelicità, ne siete lontani eppure alla faccia del vostro ottimismo ci state dentro fino al collo, ci
state dentro fino al punto di non vederla!
cantate VICTRORY, cantate, e mentre cantate VICTORY fatevi il conto dei morti.
E FATE UN PRIDE FUNERALE PER UNA VOLTA!!!
Non vissero, non viviamo, non vivremo? solo per il pane solo per il sogno delle cose non per il sogno di una rosa, di una rosa bella.
Non vissero, non viviamo , non vivremo? solo per l’accumulo delle merci, perché poi siano arse e la merce umana arsa come le altre merci, senza il sogno di una rosa, di una rosa bella.
Oh la rosa bella arsa insieme alla solitudine della merce umana per il camino della storia che non si ha il coraggio di travolgere! si travolgere la storia!
E’ ORA!
Ci sono dei limiti che il padrone e i traditori dicono  NON OLTREPASSARE!
NO! IL LIMITE DA NON OLTREPASSARE E’ QUELLO DELLA INFELICITA’ SENZA RITORNO!
"Ogni goccia di rugiada nella quale si rifletta il sole brilla in un gioco infinito di colori, ma il sole spirituale dovrebbe generare un solo colore, e cioè il colore ufficiale, senza tenere conto dei tanti individui, dei tanti oggetti nei quali l’uomo si riflette. La forma essenziale dello spirito è allegria, luce, e la legge fa dell’ombra l’unica espressione che le corrisponde: dovrebbe andar vestita solo di nero, eppure tra i fiori non ce n’è alcuno che sia nero." (da Osservazioni di un cittadino renano sulle recenti istruzioni per la censura in Prussia 1842)