sabato 15 settembre 2012

LIBERTÀ E INFLUENZA PORCINA



Casaleggio, gli influencer e il nuovo potere


Come prendiamo le nostre decisioni? Davvero sono potenti gli influencer di cui tanto parla Casaleggio
Herbert Alexander Simon è stato un illustre economista, psicologo e informatico che ha contraddetto la visione della razionalità di tipo neoclassico, che nel momento decisionale considera soltanto i vincoli esterni all’azione umana cioè quei vincoli di risorse e d’informazione disponibili per il soggetto.
Simon nella sua teoria decisionale comprende anche gli aspetti psicologici del processo decisionale. La sua teoria della razionalità considera anche i vincoli interni all’individuo: 
Gli esseri umani possiedono una razionalità limitata a causa della loro
- stupidity (limitate capacità di calcolo)
- ignorance (impossibilità di conoscere tutte le alternative possibili)
- passion (emozioni).  
Teniamo bene  a mente questi limiti quando qualcuno afferma di non essere influenzabile: ognuno di noi è condizionato dai propri limiti cognitivi ed emotivi quanto dalla complessità dell’ambiente in cui si trova a operare. 
Come agisce un leader influencer con un grosso potere comunicativo? Ovviamente gioca su questi handicap cognitivi propri di ognuno : 
1) limiti attenzionali e di memoria : non riusciamo a seguire nel contempo più eventi e non possiamo riflettere consapevolmente che su un numero limitato di informazioni.  Il leader lo sa e manipola le informazioni per renderle ridondanti. 
2) limiti nella coerenza delle conoscenze: è impossibile confrontare tutte le nostre credenze in modo da poterle rendere coerenti. Il leader ripete all’infinito gli stessi concetti rendendoli coerenti al posto nostro.
Se la mente umana difficilmente riesce a considerare più di 6 o 7 variabili alla volta è evidente che non siamo esseri completamente razionali e che sia comodo per la nostra psiche che qualcuno scelga per noi, anche se non ce ne rendiamo conto. Grazie alle neuroscienze sappiamo che per il nostro cervello: 
1) le decisioni diventano problematiche se si hanno troppe informazioni (Per questo un esperto di comunicazione politica ripete sempre lo stesso concetto di base declinandolo in forme diverse)
2) se le informazioni sono troppe prendiamo decisioni peggiori e comunque insoddisfacenti (Per questo spesso la migliore strategia è semplificare, dare soluzioni semplici a problemi complessi con naturalezza, che poi siano soluzioni infattibili gli elettori lo scopriranno troppo tardi) 
3) la vigilanza e l’attenzione calano con il numero di elementi da considerare (Più che dare informazioni e scendere nella complessità, meglio che il leader parli in modo semplicistico, infarcendo il tutto di battute o invettive)
4) le prestazioni peggiorano se le informazioni ci arrivano ravvicinate nel tempo, pesano maggiormente le ultime informazioni arrivate (Per questo è strategico dosare le interviste e le apparizioni in pubblico e i confronti diretti) 
5) alcune delle decisioni migliori sono emotive o inconsce (per questo il leader deve incarnare l’uomo comune e la sua immagine deve permettere all’elettore un’identificazione) 
Cosa succede se applichiamo tutto questo al web e alla propaganda politica? Siamo convinti che avere questo potere nel web sia poi così diverso da chi ne ha possedendo delle televisioni?

Commento di Sergio Ghirardi, mai inviato al Fatto perché infestato da moderatori e faux culs:

In tempi prespettacolari e non ancora modernamente capitalistici, quel fine pensatore che fu Giordano Bruno scrisse sulla comunicazione tra gli esseri umani un opuscoletto in latino assai poco noto, intitolato: “De vinculis in genere”.
Oltre che alla comunità virtuale di barravento, ne proporrei volentieri le conclusioni e gli spunti anche alla simpatica Collevecchio, se l’ostracismo ormai reciproco tra me e i blog del FQ non rendesse la cosa impraticabile.

Bruno prendeva nota del fatto che ogni comunicazione è, inevitabilmente, a un qualche grado, manipolazione e che la capacità di manipolare l’altro è intrinsecamente connessa con la comunicazione. Il filosofo nolano che l’inquisizione avrebbe di lì a poco bruciato sul rogo dopo avergli anche strappato la lingua (metodo radicale ma leggermente autoritario per esorcizzare ogni timore di diabolica influenza), diceva, tra l’altro che solo l’autocoscienza del manipolatore giunto a un altissimo livello della sua capacità manipolatoria poteva intervenire per interrompere dall’interno del processo la manipolazione stessa, con un atto volontario legato al rifiuto spontaneo e gaudente della noia umiliante insita in una comunicazione tra soggetti manipolati.
Tali ipotetici soggetti volontari dell’auto abolizione sarebbero i soli veri inflencer di mio gusto.
Attendendo con impazienza e curiosità di registrarne l’esistenza, ne estrapolo che il formarsi di un’affettività nuova nell’ambito dell’intelligenza sensibile di ognuno è la vera risposta al problema delle influenze subite. La potenza dell’amore racchiude nel suo cuore orgastico l’alternativa godibile al potere che l’odio nutre e l’impotenza secerne.
Una tale coscienza pratica ha, però, tutte le difficoltà del mondo a emergere in un contesto di competitività esacerbata, di vincitori e vinti educati fin da piccoli al mors tua vita mea della società produttivistica.
In una società in cui non si produce per godere ma si viene programmati per godere di produrre valore economico, la manipolazione è un elemento insostituibile dello sfruttamento dell’essere umano da parte dei generi/caste/classi dominanti che si arricchiscono di privilegi sempre più noiosi e invivibili. Se poi si aggiunge a questo meccanismo collettivo perverso e diffuso il narcisismo che spinge ogni individuo a un qualche grado di auto valorizzazione, scandalizzarsi del fatto che chi ci parla, ci scrive o ci chatta ci manipoli, diventa semplicemente ridicolo.
Mi pare ci sia, però, un’altra ragione e un’altra possibilità per sottrarsi alla manipolazione.
La volontà di vivere liberi da parte di soggetti giunti alla coscienza di una possibile società di autogestione generalizzata della vita quotidiana al fine di un godimento pieno del piacere di vivere, tende, infatti, a rendere inaccettabile il progetto monomaniaco della società dominante : perdere la propria vita a guadagnarsi una sopravvivenza che non è neppure più garantita.
Da quasi mezzo secolo, una nuova coscienza è emersa a impedirci di accettare una società che dopo aver eliminato il rischio di morire di fame al prezzo della certezza di morire di noia, è tornata a riproporre svergognatamente la morte per fame senza eliminare affatto la noia rimasta a garantire la sua morbosa compagnia.
Nessuna società prima di questa aveva mai educato a una tale intima, umiliante sottomissione senza fine, nessuna, dunque, aveva mai fatto emergere tanto prepotentemente il bisogno di liberarsene.
Non c’è nessuna garanzia di riuscirci, ma c’è una voglia sempre più diffusa di provarci. Essa riguarda una minoranza, certo, e forse addirittura un’infima minoranza di fronte all’armada di tragici idioti educati da secoli a soffrire e a chiamare riuscita la loro disgrazia.
Eppure, qualche novità interessante emerge oltre le nebbie dello spettacolo : degli individui insorgono nella vita quotidiana, spingono la politica a ribellarsi alla teologia economicista e rioccupano il territorio della vita preannunciando pacificamente un terremoto possibile. Mai il potere si era mostrato tanto miserabile, vigliacco, falso, cinico e inconcludente. Quando si vede in che cosa consiste oggi la riuscita degli uomini di potere, viene davvero voglia di fallire. Fallire per godersi il calore umano della fratellanza. Fallire per condividere la solidarietà tra eguali. Fallire per fare un elogio pratico delle differenze la cui pratica è condivisione di libertà.
Ecco, gli influencer non possono che esistere e prosperare in un mondo finito che sogna di crescere all’infinito. Non possono che accompagnare con la loro follia lucida, la follia confusa delle masse di schiavi che, credendosi liberi quanto i loro influencer di predilezione, aggravano i sintomi della malattia planetaria con il rischio di renderla incurabile.
Questa malattia moderna ha un nome antico: alienazione. Sono però proprio questi schiavi moderni, manipolati e oppressi, che possono guarire l’umanità dalla pandemia d’influenza porcina che impazza e il cui sintomo inequivocabile è che ci sono pochi maiali molto più uguali degli altri.
Il giorno in cui i dannati della terra si ricorderanno di essere umani, non ci sarà più influenza o potere, né nuovo né vecchio, che tenga.

Lezioni di taglio



Concorso scuola
Un fine agosto carico di angosce per i precari della scuola. Quest’anno, al consueto stress che accompagna gli insegnanti precari in attesa di una nomina annuale, si è aggiunta la “tegola” del concorso. Il Ministro della Pubblica Istruzione, ha reso pubblica l’intenzione di bandire, entro il mese di settembre, un concorso per la copertura di circa 11.000 cattedre a tempo indeterminato. Tale annuncio ha generato, proprio nel periodo più delicato per i precari, in attesa come ogni anno di un contratto annuale, che in questi tempi di crisi diviene sempre più necessario, tanto sconcerto subito seguito da rabbia e promesse di contestazioni.
Chi sono e perché i precari sono così contrari al concorso? Vista l’omertà dei mezzi d’informazione che non offrono il benché minimo spazio alle ragioni del dissenso, occorre chiarire quale sia la posizione di tanti insegnanti che, da troppi anni, sono stati impiegati per coprire le carenze di personale della scuola, senza mai vedersi riconoscere il loro ruolo attraverso l’assunzione a tempo indeterminato.
Nel 1999, è stato bandito un concorso per l’assunzione di personale docente delle scuole di ogni ordine e grado. I vincitori dello stesso sono entrati a far parte di graduatorie, in seguito destinate solo alla copertura dei posti a tempo indeterminato, che si sarebbero dovute esaurire, di anno in anno, grazie ai pensionamenti.
Pur essendovi molti più vincitori che posti immediatamente disponibili, nel 2000 il Ministero ha istituito un’ulteriore modalità di selezione e reclutamento di personale docente, le Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario (SSIS). La ragione dichiarata all’origine di questa nuova via intrapresa era che in tal modo si sarebbe potuto selezionare già in partenza, quindi formare all’insegnamento, il giusto numero di insegnanti in relazione ai posti vacanti. Tale seconda modalità di assunzione, prevedeva l’obbligo di accedere ad un corso universitario, a pagamento, della durata di due anni, attraverso un concorso e due prove selettive (scritta e orale). I corsi, svoltisi presso molti atenei e con docenti universitari, prevedeva frequenza obbligatoria, esami intermedi nonché un esame finale, scritto e orale, con valore concorsuale ed abilitante. I corsi SSIS effettuati sono stati nove, producendo un numero considerevole di abilitati, inseriti in graduatorie ad esaurimento (G.E.), per tutte le classi di concorso.
Inoltre, nel 2000 e nel 2007 sono stati disposti dal Ministero, ed effettuati presso molte università, corsi abilitanti della durata di un anno, riservati a docenti non abilitati (non vincitori del concorso del ’99 né abilitati SSIS) ma con almeno 360 giorni di servizio nella materia d’insegnamento per la quale chiedevano l’abilitazione.  Anche questi docenti sono stati successivamente inseriti nelle graduatorie ad esaurimento.
Infine, mentre gli abilitati con il concorso hanno acquisito un determinato punteggio con conseguente posizione in graduatoria definitiva, gli abilitati inseriti nelle G.E. sono stati costretti ad implementare il loro punteggio con la frequenza di ulteriori corsi di laurea, corsi di formazione post-universitaria nonché master, tutti naturalmente a pagamento, al fine di non perdere posizioni in graduatoria. 
A causa di quanto appena descritto, sono state create due graduatorie parallele, la prima composta dai vincitori del concorso del 1999 e la seconda dagli abilitati delle SSIS e dai partecipanti ai corsi riservati (G.E.). Di anno in anno, le assunzioni relative ai posti a tempo indeterminato di volta in volta disponibili, sono state eseguite attingendo equamente dalle due graduatorie.
In questi ultimi 13 anni, per coprire le carenze di personale docente, pur di non assumere a tempo indeterminato nuovi insegnanti, Il Ministero ha assunto il personale necessario, con contratti a tempo determinato, attingendo delle graduatorie ad esaurimento.
Chi sono, quindi, i precari della Scuola? Sono tutti già vincitori di concorso secondo la normativa vigente al tempo. Persone alle quali è stato assicurato, sempre a suo tempo, l’accesso all’insegnamento con un contratto a tempo indeterminato e perciò hanno investito in questo progetto professionale, anni e anni della loro vita e della vita delle loro famiglie, nonché molto denaro. Sono coloro i quali tutti gli anni scolastici lavorano per coprire la carenza di personale della Scuola, che hanno acquisito le loro conoscenze grazie agli studi effettuati, ma anche l’esperienza nel campo attraverso anni e anni d’insegnamento. Sono persone che quando si sono abilitate erano giovani e che ad oggi possono sicuramente offrire le migliori garanzie di un insegnamento aggiornato ed al passo con i tempi poiché, anche a causa della loro precarietà e dei continui corsi di formazione seguiti, hanno mantenuto il livello più alto possibile di qualità formativa. Il fatto che non siano stati ancora assunti non è assolutamente da attribuire alla posizione in graduatoria poiché, a causa del continuo aumento di abilitati, dei tagli generati dalla “Riforma Gelmini” che ha determinato addirittura esuberi in alcune classi di concorso, neanche coloro i quali erano posizionati ai primi posti delle graduatorie sono riusciti ad accedere al contratto a tempo indeterminato.
Quindi, quale altro ennesimo concorso saprebbe offrire un criterio meritocratico migliore di quello che tanti anni, concorsi e corsi hanno saputo costruire dal 1999 ad oggi? Perché aggiungere altri precari destinati a formare l’ennesima graduatoria, altri giovani precari di oggi che un domani si sentiranno dire che c’è bisogno di rinnovamento?
Il più grande errore commesso negli anni passati è stato quello di abilitare all’insegnamento più persone di quanti posti fosse necessario coprire. Con questo concorso, seppur cercando di far credere in un cambio di rotta del Ministero e seguendo logiche “tecnicamente” incomprensibili,  si continua ad ampliare ancora una volta il numero di precari destinati al triste limbo dell’incertezza derivante dalla continua e sistematica violazione di diritti certi e acquisiti.
Bandire un concorso riservato alla copertura dei posti nelle poche classi di concorso le cui graduatorie sono già esaurite potrebbe essere comprensibile ma prevedere tale procedura per l’intero sistema è sicuramente irrazionale e non risolutivo per i problemi che affliggono la Scuola italiana.
La stabilizzazione del personale docente già inserito nel sistema scolastico, perfettamente formato e garante di quella continuità didattica necessaria ad una coerente e completa formazione del discente; la riduzione del numero degli studenti per classe (ora composte anche di 33 studenti) per consentire al docente una costante attenzione sulle problematiche del singolo. Sono questi i nodi da affrontare per risolvere, o quantomeno affievolire, lenire, le sofferenze causate dalle ferite inferte alla Scuola ormai da troppi anni.  

 Romina Martinelli 

 http://www.youtube.com/watch?v=KIoSI56VdGo&feature=related





Roma, spending review: docenti precari a Montecitorio contro i tagli alla scuola

mercoledì 12 settembre 2012

Democrazia reale nei FATTI QUOTIDIANI e Faux Culs





  
Quando, già parecchio tempo fa, avevo brevemente ma chiaramente denunciato su questo stesso blog il sopruso inaccettabile del controllo e della censura di un certo tipo di commenti dei lettori sul Fatto Quotidiano con la scusa della moderazione, qualche (sia pur rarissimo) acido benpensante frustrato vi aveva colto, con scherno semplicistico e malsano freudismo da bar sport, un mio narcisismo autoreferenziale.
Nemmeno mi sogno di rispondere oggi più di ieri a queste miserabili analisi da camerieri volontari mentre trovo interessante, invece, una riflessione sul tema della democrazia al quotidiano senza la quale, secondo me, non c’è transizione possibile a nessuna democrazia reale tuttora inesistente.

Trovo davvero sintomatico che proprio mentre da un lato una lente d’ingrandimento gigante è posta sul caso Favia-Grillo-Casaleggio-M5S come sintomo di una grave carenza di democrazia, dall’altro tutti i sinceri democratici italiani che sembrano appassionarsi col bilancino al destino della democrazia stellare a venire, non trovino nulla da eccepire sull’evidente cernita non casuale dei commenti dell’unico giornale quotidiano italiano che, autogestito in nome appunto di una democrazia che si pretende reale, non benefici del bottino mafioso degli aiuti statali.
Certo, il caso Favia è stato portato nell’etere dai resti ancora abbondanti del rumore televisivo e mediatico, mentre i commenti sui blog del FQ, per quanto in crescente circolazione virtuale (e per questo mi ero dedicato fino a ieri con un certo divertimento a parteciparvi) restano nel microcosmo relativo della parola scarabocchiata, talvolta compulsiva, spesso condizionata dalla leggerezza incosciente di chi spara certezze ideologiche credendo di sapere e sempre inquinata dall’ossessiva manipolazione di troll volontari o a pagamento.
Da qui la comoda falsa soluzione di una moderazione opaca al punto da fare del moderatore un censore carico della sua idiozia o della sua mala fede (e non so che cosa sia peggiore). Per la democrazia, meglio un troll o un invasato di troppo da cancellare o ignorare che una sola tesi o un discorso che, cancellato d’ufficio, non possa essere letto e preso in conto. La democrazia è incompatibile con la censura.

Ora, se il M5S pretende di incarnare a livello politico il movimento verso una democrazia reale, l’esistenza del Fatto Quotidiano ha rappresentato il tentativo concreto di restituire alla libera soggettività d’individui autonomi l’informazione pubblica su carta e un po’ anche su schermo virtuale, sottraendola alle mafie giornalistiche che imperversano dappertutto nella società dello spettacolo e in particolare in Italia, che di mafia s’intende da tempi già anticamente sospetti. Di questo i Travaglio, i Gomez, i Padellaro e compagnia si fanno continuamente vanto, di là dai loro distinguo di destra o di sinistra nel tormentone manicheo che attanaglia come un’ambigua voluttà inestinguibile il pensiero italico orfano del mistero buffo di Camillo e Peppone (perché, anche se per una volta non è De André che l’ha detto, è vero che “…a ogni posta i monelli si uniscono ai comici…”).
I due movimenti[1] hanno il comune obiettivo di una democrazia reale su due diversi piani strettamente interconnessi della vita sociale: la politica e l’informazione.
Dove i perplessi del M5S hanno ragione, è che la democrazia o è reale dappertutto o non esiste da nessuna parte. Dove hanno torto, è nell’identificarla con le liturgie dubbie e perverse della democrazia parlamentare e delle uguaglianze formali e rappresentative.
Una democrazia è diretta, cioè reale, quando l’uguaglianza è carica e ricca di tutte le differenze. Uguaglianza non è mangiar tutti lo stesso panino, seguire tutti una stessa idea, bere tutti lo stesso intruglio, ma poter scegliere ognuno il panino, l’idea o l’intruglio che si vuole, mentre tutti insieme si fa in modo che nessuno possa decidere nulla al posto nostro. Finché si può avanzare insieme, bene. Poi le separazioni e le esclusioni reciproche aiutano a restituire a ciascuno la sua libertà. Fortunatamente, né Grillo né Casaleggio possono espellere Favia dalla lotta politica, ma se a un certo momento Favia trova che nel movimento di Grillo non c’è democrazia non ha che da realizzare la sua democrazia con tutti quelli che ne condividono le idee. A Grillo resterà un logo che se sputtanato giustamente sparirà nella spazzatura ideologica come MSI, DC e PCI, per non citare che i massimi sistemi semisecolari del putridume politico nostrano. La proprietà di un logo non priva gli altri della loro autonomia, mentre permette di eliminare l’ambiguità di poter far credere che la celebrità (sic) di un Grillo, per esempio, è ormai incarnata dai Favia o dai Tavolazzi. Lo spettacolo deve finire!
La democrazia domanda di condividere una ricchezza prima di tutte le altre: quella del tempo per decidere, per mettersi d’accordo, per fare le cose insieme o separatamente con il solo obbligo reciproco di non impedirsi gli uni con gli altri le libere scelte. Le sole scelte non democratiche sono quelle che impediscono la libertà altrui, consapevoli che la nostra libertà comincia dove comincia quella degli altri.
Siamo i figli confusi di un umanesimo borghese, competitivo e sprezzante del diverso, che ci ha imbevuto dell’idea corta che la libertà di ognuno finisca dove comincia quella altrui. Siamo i figli di una libertà vigilata, incapace di orgasmi perché l’orgasmo è il momento preciso in cui si sente l’abbraccio gioioso di due libertà che s’incontrano. Per questo i momenti rivoluzionari sono sempre stati degli orgasmi della storia. Per questo la fine precipitata della rivoluzione in Russia è stata indicata da un sintomo inequivocabile già pochissimi anni dopo l’insurrezione di Ottobre. Il sogno è stato soffocato nella culla, prima ancora che Lenin somatizzasse la sconfitta incipiente con un tumore al cervello, fin da quando i rivoluzionari, fino ad allora liberi di unirsi per amore e affinità, si sono visti imporre dal partito e dal comitato centrale bolscevico il “matrimonio comunista”. Stalin stava ancora acquattato a complottare nelle segrete stanze del Pcus, ma le fobie bolsceviche ne preannunziavano già, inconsciamente, l’arrivo ineluttabile.
Chi è lo Stalin tra Favia e Casaleggio? Ai poster della società dello spettacolo l’ardua sentenza.
Per tutti noi, cittadini del mondo, si tratta di far transitare l’Italia, l’Europa e il pianeta fuori dalle secche di un totalitarismo economicista nichilista e perverso rioccupando il mondo.
Per questo io non vedo un rischio reale per la democrazia a venire nell’uso discriminatorio del simbolo o altre quisquilie nel momento in cui si tratta di unire gli sforzi comuni per abbattere il mostro del totalitarismo economico erettosi in democrazia rappresentativa spettacolare.
Solo chi vuole un leader e ragiona già come un suddito della democrazia spettacolare (oclocrazia, per appoggiarsi sulla saggezza dei greci antichi) può esigere da Grillo o da Casaleggio una prova di democraticismo.
Grillo e Casaleggio domani non saranno nessuno e se mai oggi sognassero di contare più di uno saranno i primi a essere delusi quando la democrazia si depositerà come governo. Se invece qualcuno, loro o chiunque altro, potrà ristabilire un qualunque “matrimonio rivoluzionario” obbligato, la democrazia sarà stata ancora una volta usata come alibi del potere, magari poi fucilata e gettata nel fiume per dare l’esempio ai sudditi tremebondi.
Per questo oggi il M5S - con o senza l’uno o l’altro nelle vesti ridicole del capo - non può essere che l’utensile per mescolare gli ingredienti nel calderone in cui cuocere una nuova leccornia anziché la solita minestra riscaldata dai nuovi capi che in nome della democrazia assicurano - coscientemente o no - il sorgere di una nuova nomenklatura.
Lungi da un qualunque atto di fede per Grillo o Casaleggio, temo di più per la democrazia le preoccupazioni democraticistiche del militante Favia che, con aria sinceramente torturata, dice di aver dato cinque anni della sua vita al movimento (ma chi glielo ha chiesto? Se ha goduto, bene, se no che la smetta subito) e che insieme ad altri reduci della politica spettacolare vuole affermare una democrazia formale nel movimento, riducendolo già, di fatto, nella sua visione ristretta, a un partito che la maschera mitica del movimento non riesce più a nascondere.
Perché o il movimento è reale e allora anche i Grillo e i Casaleggio spariranno nella prassi delle libertà pratiche del partito storico del proletariato che abolisce se stesso in ognuno e collettivamente, o il suo oro poetico trasmuterà di nuovo nel piombo della politica spettacolare e di un nuovo vergognoso partito formale che troverà facilmente i suoi capi e i suoi adepti tra i servitori volontari che spuntano come funghi alle prime piogge della restaurazione.
Allora, dal punto di vista dell’autogestione generalizzata che è l’obiettivo finale di una democrazia reale, la sola prospettiva rivoluzionaria sarà comunque la sua auto dissoluzione.

Cercando di commentare in questo senso, seppur con altre parole, il tema in questione, mi sono trovato per l’ennesima volta rimosso il commento che avevo per precauzione già inviato a questo blog veramente libero come una tempesta brasiliana.
Ma è dunque scandaloso per il democraticissimo Fatto Quotidiano pensare autonomamente la democrazia? Ma i pensatori faro di questa limpida collettività autogestita, i D’Arcais o i Vattimo, non è che soffrano ancora di quella sindrome dell’intellettuale organico che in fondo pensa sempre all’egemonia come l’alibi per una democrazia ancora una volta spettacolare, cioè fittizia, in cui la coscienza è portata dall’esterno dalle avanguardie illuminate?
Ebbene una cosa è certa: lo spazio che il Fatto vende come libero per procacciarsi i lettori, libero non è affatto. 
 
Già una volta in questa mia battaglia per la libertà d’espressione che è solo un fusibile, molto visibile, però, dei soprusi ben più micidiali che rodono e corrodono la vita quotidiana di tutti, avevo subito e rovesciato il diktat censorio dei moderatori del FQ con l’appoggio di Barbara Collevecchio che aveva ripristinato nel suo blog del FQ un mio commento rimosso.
Come per caso (vedi idiozia o malafede del moderatore di turno) si trattava di un commento sull’amore (per i curiosi, anch’esso rintracciabile su barravento), tema che appena separato da sex shop e romanticismi vari per essere collegato al politico, diventa un tabu eccellente per tutte le fobie avanguardiste perché incarna l’essenza stessa di una libertà a tutto campo.
La totalità vivente è il faro di ogni progetto di emancipazione.
Il fatto che un’analisi, controcorrente o sbagliata che sia, ma non certamente insultante né provocatoria, sia rimossa, è un segno grave dell’autoritarismo antidemocratico e della dittatura soffice del pensiero dell’establishment (di destra e/o sinistra, poco importa) che domina il dialogo sotto controllo nei rapporti quotidiani. Ciò è inaccettabile per un uomo libero o che per questa libertà si batte, tanto più laddove si pretenda di agire in nome dei fatti e della loro libera circolazione.
Il pensiero di un uomo, il mio o di chiunque altro, è degno del rispetto che si deve a se stessi in nome di quella libertà che comincia dove comincia quella altrui.
Come ho scritto in un ultimo commento al FQ, evidentemente anch’esso rimosso, l’ultima reciprocità che ci accomuna è che non ci mancheremo a vicenda, ma non posso non aggiungere qui, nell’intimità amichevole di barravento, che il fonema FQ, in francese, assomiglia molto a faux cul che vuol dire ipocrita.

Sergio Ghirardi


[1] Mi permetto di chiamarli entrambi così perché l’uno si autodefinisce esplicitamente movimento mentre l’altro - la crema del popolo viola sopravvissuto al saccheggio dei trattati di botanica usati per trasformare in alberi o piante i partiti fantasma di una sinistra in decomposizione - a guardare bene, ha le sue radici nel movimento dei girotondi che per primo, nelle nebbie della pretesa seconda repubblica del quasi ventennio berlusconiano ha incarnato la regressione infantile e l’insofferenza impotente dei cittadini cornuti e mazziati dalla complicità della banda bassotti del cavaliere senza macchia (senza capelli) e senza paura (senza preservativo) con la cosca burocratica di una sinistra postcomunista stalinocristiana incapace di dire neanche per scherzo “qualcosa di sinistra” che non fosse uno spot pubblicitario per il capitalismo di sinistra (il cooperativismo affarista).

sabato 8 settembre 2012

STRACCHINO CONTRO TALEGGIO




FAVIA CONTRO CASALEGGIO
Redazione del Fatto Quotidiano, 7 settembre 2012
“Speriamo di avere delle delucidazioni a riguardo. Sarà vero che tutte le redini sono mosse da Casaleggio?”. Sono migliaia i commenti sui social network intorno al fuori onda di Giovanni Favia, il consigliere del Movimento 5 Stelle dell’Emilia Romagna che ieri sera in un fuori onda ha usato parole forti nei confronti del guru della comunicazione di Beppe Grillo. Sul profilo twitter e facebook del comico genovese non c’è traccia di post o status sulle dichiarazioni, ma è Casaleggio stesso a firmare la replica alle parole di Favia sul blog: ”Né io, né Beppe Grillo abbiamo mai definito le liste per le elezioni comunali e regionali. Né io, né Beppe Grillo, abbiamo mai scritto un programma comunale o regionale. Né io, né Beppe Grillo abbiamo mai dato indicazioni per le votazioni consigliari, né infiltrato persone nel MoVimento Cinque Stelle”.
Poche righe che a tanti simpatizzanti, però, non bastano. ”Deboluccio questo post. Dice in sostanza Casaleggio : “Mi dovete credere perché mi dovete credere…”, commenta Fabrizio insieme ad altre decine di internauti per niente soddisfatti della breve replica. Nel mirino c’è la piattaforma online promessa nel Non Statuto e mai realizzata. Quella che, in sostanza, dovrebbe essere il tavolo di confronto aperto per una gestione democratica e condivisa del movimento. “Fino a quando non avremo il portale ed un organo di giudizio trasparente, non ci sarà una vera democrazia”, osserva Enrico. Nelle decine di repliche al post gli utenti chiedono che “Casaleggio si manifesti” e che Favia, per quanto si possa essere in disaccordo con quanto ha dichiarato “off the record”, ha comunque sollevato un “problema importante”.
Online, nelle pagine del Movimento e dei meetup, c’è chi si schiera col consigliere emiliano e chi invece lo accusa di “sputare nel piatto dove mangia”. Altri ancora che ritengono abbia parlato troppo tardi. In molti altri commenti però affiora il desiderio di capire chi sia “realmente” Gianroberto Casaleggio e quale sia il suo ruolo. “Chissà se finalmente con l’uscita di Favia a microfoni spenti, Beppe con Casaleggio decidono davvero di farsi da parte – scrive Nicola- o comunque parlare o fare i leader come hanno fatto fino adesso e dire che pure Favia era un infiltrato e non discutere del problema”. Ma sono in tanti a sollecitare un intervento del blogger che faccia chiarezza: “Beppe parlaci di quello che è successo con Giovanni Favia – scrive Fabrizio – è importante per la vita del movimento questa cosa se non viene risolta potrebbe causare dei danni”. E sono decine anche i messaggi come quello di Luca, che lo sollecita a intervenire: “Beppe, servirebbe un tuo comunicato sulle dichiarazioni di Favia”. Dall’altra parte ci sono anche le voci di chi ritiene ” normale” che le redini del movimento siano tenute da “poche persone” che “devono stabilire delle regole”. Secondo Andrea, quindi, “bisogna accettare Casaleggio spin doctor nel bene e nel male” e Franco su Twitter riassume così la posizione di altri utenti: “Non chiamatelo #m5s, ma MiC: made in #Casaleggio”.
Sulla pagina facebook di Favia invece, sono centinaia i commenti al suo status in cui annunciava le dimissioni a seguito del fuori onda, ma non faceva nessun un passo indietro rispetto a quanto dichiarato su Casaleggio. C’è chi lo invita a lasciare il consiglio dell’Emilia Romagna e chi invece gli chiede di rimanere “per fare maturare definitivamente il movimento 5 Stelle”. Perché, scrivono altri, ha “detto quello che tutti sapevano”. 

Commento di Sergio Ghirardi:

Quel che emerge indiscutibilmente è quanto sia difficile fare una rivoluzione culturale. La cultura della classe (politica) dominante è sempre la cultura dominante. Qui la parola democrazia è carica di tutte le frustrazioni e le ambiguità di un popolo abituato a piegare la schiena e a lamentarsi, ubbidendo però sempre ai padroni vecchi e nuovi. In teoria li rifiuta con rabbia, al bar, sui blog o la sera a letto per impressionare il partner, poi quando suona la sveglia che lo manda al lavoro (se ce l'ha) ne segue i diktat con rassegnazione come una pecora all'ovile. Questa è storia non giudizio.
Ora ci si inquieta per un'assenza di democrazia interna in un movimento informale agli albori che può ancora andare in tutte le direzioni a seconda del vento e soprattutto delle vele che saranno usate e degli skipper che cercheranno di utilizzarlo. Ma, povera Italia, siete in un paese che in 150 anni di democratico ha conosciuto solo gli slogan maleodoranti di mercenari della politica e qualche appassionata convinzione intellettuale rimasta lettera morta e molto spesso di morte violenta. Grottesco il risorgere ipocrita di tutta la verginità democratica virtuale prima ancora di aver creato le condizioni minime della democrazia reale: cioé quando nessuno decide al mio posto di quel che mi riguarda.
Difficile separare la buona fede dall'opportunismo, il candore purista dal tatticismo arrivista. Tutto può essere dappertutto. Che ne so io se Casaleggio è un borghese autoritario che si paga il lusso della radicalità, un affarista che si prepara a incassare o un cittadino che ha deciso di seguire la sua coscienza (il che sarebbe forse il lusso più lussuoso in quest'epoca miserabile).
Io non chiedo a nessuno prove preventive. Non seguo nessuno e tantomeno faccio atti di fede mentre verifico sui fatti la mia fiducia. Nel merito non sono militante di nulla e se il M5S diventerà l'ennesima frittata della politica spettacolare non ci sarà che da tirare la catena. Il nuovo soggetto della politica non può più scegliere chi decide: deve decidere di scegliere l'autonomia radicale che porta all'autogestione generalizzata della vita quotidiana. Questo concetto racchiude in sé non un programma ma ben di più: il progetto di una società in cui faccia finalmente piacere vivere.
Grillo non è - almeno per ora - un problema se non per chi è abituato a seguire dei capi: non si presenta per farsi eleggere, dunque si tratta semplicemente di apprezzare o aborrire i suoi modi e le sue idee che sono quelle di un privato cittadino anche se molto conosciuto e capace di far inginocchiare gli adepti e sputare veleno ai credenti delle vecchie religioni tradizionali e corrotte dell'umiliazione politica.
Pur confusamente, lo spettacolare D'Agostino ha messo il dito nella piaga e un boccia qualunque ha ridicolmente perso il pallino.



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