sabato 29 ottobre 2011

Riprendiamoci la terra


Presentazione di Reclaim the Fields e a seguire Vittorio Sergi: Autonomia e conflitto nel mondo rurale

2 novembre

dalle 19,00 apericena bellavita

dalle 20,30 discussione

Mezcal squat (parco della Certosa Collegno bus 33/ metro fermata: Fermi)

Organizzano: Mezcal - Nautilus

Dal programma di Reclaim the Fields: “ Siamo una rete - o meglio, una costellazione il cui scopo è incoraggiare le persone a rimanere o a ritornare all’agricoltura. Siamo determinati a creare delle alternative al capitalismo attraverso iniziative e modelli produttivi cooperativi, collettivi, autonomi che rispondono su piccola scala ai nostri bisogni. Vogliamo mettere le nostre idee in pratica e legare le azioni locali alle lotte globali. Per raggiungere i nostri obiettivi vogliamo agire attraverso gruppi locali, ma anche collaborare alle iniziative già esistenti. Questa è la ragione per cui abbiamo scelto di non essere un gruppo omogeneo, ma di aprirci alla diversità di quanti lottano contro il modello di produzione e alimentare capitalistico. Vogliamo proporre i temi dell’accesso alla terra, dell’agricoltura collettiva e del diritto ai semi. Siamo determinati a riprenderci il controllo delle nostre vite e rifiutiamo ogni forma d’autoritarismo e di gerarchia. Ci proponiamo il rispetto della natura e dei viventi e non tolleriamo alcuna forma di discriminazione razziale, religiosa, di genere, nazionale, sessuale o sociale.”

Migliaia di contadini vengono privati della possibilità di accedere alle risorse alimentari del proprio territorio e sono costretti ad inserirsi nel sistema agroalimentare capitalistico che, inevitabilmente, porta ad un loro maggior sfruttamento e a quello del territorio in cui risiedono.

Vittorio Sergi, autore di “Il vento dal basso nel Messico della rivoluzione in corso” presenterà l’esperienza delle comunità rurali che in molti paesi sono in lotta per affermare e difendere la propria autonomia ed economia.

I prossimi incontri del ciclo: SPAZIO URBANO E AUTOGESTIONE. Dalla critica radicale della città al superamento della civiltà urbana.

16 novembre

Paolo Ranieri

La pratica della libertà 1

Democrazia diretta, autocostruzione, autoproduzione.

30 novembre

Sergio Ghirardi

La pratica della libertà 2

Dalla rivoluzione della vita quotidiana all’autogestione generalizzata.

Mezcal squat

Organizzano: Mezcal - Nautilus

Da Genova, destinazione Nuovo Mondo 14) - P. Ranieri

ILLUSIONI RIGUARDO ALLO SPAZIO E AL TEMPO


«Tutto lo spazio è già occupato dal nemico... Il momento di apparizione dell'urbanismo autentico consisterà nel creare, in certe zone, il vuoto da questa occupazione. Quello che noi chiamiamo costruzione comincia lì. Può essere compreso con l'ausilio del concetto di buco positivo forgiato dalla fisica moderna.»

(Programma elementare di urbanismo unitario,
Internazionale Situazionista #6)

Kafka appariva sempre stupefatto quando gli dicevo che ero andato al cinema. Una volta vedendolo mutar faccia gli rivolsi questa domanda: "Lei non ama il cinema?" Kafka rispose dopo breve riflessione: "A dire il vero, non ci ho mai pensato. Si tratta di un giocattolo grandioso, ma io non lo tollero, forse perché sono troppo visivo. Io vivo con gli occhi, e il cinema impedisce di guardare. La velocità dei movimenti e il rapido mutare delle immagini ci costringono continuamente a passar oltre. Lo sguardo non si impadronisce delle immagini, ma queste si impadroniscono dello sguardo, e allagano la coscienza. Il cinema mette l'uniforme all'occhio che finora era svestito." "E' un'affermazione terribile" osservai. "L'occhio è la finestra dell'anima, dice un proverbio ceco."

Kafka annuì. "I film sono persiane di ferro." (Gustav Janouc, Colloqui con Kafka)

“Molta gente potrebbe aver scoperto a Genova un modo significativo di riappropriarsi degli spazi urbani, generalmente destinati alla mortificazione globale...”

(Alfredo Passadore)

Se il potere del mercato e' una forma di potere complesso che comprende a un tempo tecniche di individuazione e procedure totalizzanti,per Ilardi la " libertà e' godere il tempo presente senza guardare ad altro all'infuori di esso.

Il sogno degli ideologi -scrive Ilardi - e' di rinchiudere la libertà entro uno spazio sociale e simbolico.

Ma il tentativo di rinchiuderla s'infrange ripetutamente contro le pratiche della libertà negativa che si dispiegano sul territorio metropolitano.

(Dalla presentazione del libro di Massimo Ilardi - In nome della strada - Libertà e violenza

nell'incontro di almeno due grandi ristrutturazioni: quella della espressività della partecipazione personale (si sono praticamente dissolte le organizzazioni della voce, del canto, dei cori a favore dell'uso dei cellulari che invece di dare espressività alla folla creano circuiti di espressività all'interno della folla) e quella della gestione della retorica sindacale.

Technologies of Perception and the Cultures of Globalization di Arwind Rajgopal (Social Text n°68): "sia le imprese che i partiti politici cercano di centrare le persone piuttosto che le masse, accrescendo una nuova intimità referenziale rinforzata da sensuali evocazioni di immagini nella sfera pubblica che ovattano e diffondendo le forme dell'autorità' patriarcale e rielaborano le vecchie distinzioni tra pubblico e privato".

non che precedentemente mancasse il rapporto tra potere ed intimità del singolo solo che oggi, dissoltasi quest'organizzazione politica tipica delle società disciplinari, questo rapporto e' affidato alle tecnologie nuove o ristrutturate della comunicazione

Da: mcsilvan Lista Movimento

Data: venerdì 29 marzo 2002 22.35

composto e rivisto in treno, primavera 2002

L'orologio è lo stereotipo fatto realtà

(Meyrink, L'orologiaio)

Mi viene in mente un brano di Primo Levi che, raccontando del lager nazista, ricordava di un particolare tormento psichico, costituito dalla combinazione fra il gesto automatico di guardare l'ora e il numero tatuato proprio al posto dell'orologio, sul polso sinistro: un continuo rammentarsi della propria condizione. Mi sono chiesto che effetto gli avrà fatto, negli anni successivi, una volta reindossata la manetta cronografica, guardarsi il tatuaggio.

Volin – Lista Libertari

RAPPRESENTAZIONE DI UN CONFLITTO:

CIAK, SI FILMA!

Nell’epoca della realizzazione della separazione, della separazione compiuta dell’uomo dalla vita e della conseguente perdita del senso dell’esistenza stessa, l’immagine funge da schermo protettivo rispetto all’agghiacciante realtà.

Foto, filmati e documenti visivi riempiono la testa e le mani non più solo di birri e magistrati ma anche, se non di più, degli attori nella scenografia delle manifestazioni del falso dissenso.

Già si è detto e ripetuto, peraltro inutilmente, quanto l’uso nei cortei della macchina fotografica e delle sue consorelle tecnologicamente più avanzate sia una pericolosa arma boomerang utile per la repressione; viene la nausea a doverci tornare sopra. Non si comprende perché si debba collaborare a raccogliere materiale utilizzabile per autoimbrigliarci nella strangolante rete delle maglie dei procedimenti giudiziari. Una foto fa da prova, e non c’è bisogno d’altro. La pratica irresponsabile della raccolta ossessiva di immagini diviene collaborazionismo, e proprio da parte di chi pretende di manifestare dissenso.

Ora non ci si venga a raccontare che le riprese vengono effettuate per incastrare gli sbirri quando esagerano nell’adempimento del loro empio dovere, davvero si pensa che possa bastare una immagine per portare alla galera un poliziotto? e poi soprattutto è nostro compito rivoluzionario fare le veci di un magistrato o i portavoce di chi è assetato di giustizia giudiziaria? quale passo avremo mai fatto in avanti una volta affidata la nostra libertà nelle mani di un magistrato, di un politico o di una nuova, e non se ne sente proprio il bisogno, legge?

Nella gara per la raccolta e diffusione di immagini si finisce poi per rivaleggiare con l’altra bella categoria, quella dei giornalisti.

La frenesia di comunicare l’evento prende il sopravvento sull’evento stesso, tanto che non è necessario nemmeno più che accada, basta che venga simulato per quei pochi istanti richiesti e dettati dai tempi televisivi. Questa smania del giorno dopo sui giornali, o meglio del giorno stesso sui TG ha preso talmente la mano da far perdere l’esserci e il fare nel momento poiché si è già proiettati verso l’immagine da proiettare.

Da questo vortice risucchiante si pensa di uscirne con le autoproduzioni da far girare nei circuiti presunti antagonisti dei centri sociali. Quale modo più semplice per dare ampiezza e risonanza ad un movimento nato morto di quello di farlo vivere internandolo nel neomoderno carcere mediatico?

Sciocchi imitatori, quali schemi rompono, che cosa portano di dirompente se non la loro rappresentazione autocelebrativa? “Contro la guerra dei potenti ora e sempre disobbedienti!” Ah… beh!

Con obiettivi che si intrecciano in un tripudio di scatti incrociati, come a costruire il set di una stanza degli specchi in cui le immagini, di cui godere narcisisticamente, rimbalzano dall’uno all’altro. In un gioco di infiniti rimandi, si allarga a piacimento la situazione fino ad alludere a uno spettacolo per forti emozioni. In scena va la tensione di una guerriglia urbana che pare sempre sul punto di esplodere… ma quel momento non verrà mai.

Basta l’accenno: un casco in testa, il volto coperto, qualche fumogeno e lo spazio predisposto per la finta ritirata. Tutti gli attori in campo conoscono bene il copione ma le comparse inconsapevoli rimangono lì con la loro rabbia in gola, ignare di ciò che realmente è accaduto, assediate, chiuse dai due lati da sbirri e bravi.

L’azione è falsa e l’impotenza cresce.

Le mani morbosamente afferrano lo strumento di ripresa, non c’è ora modo di utilizzarle per altri scopi. La mente occupata dall’ansia di carpire l’attimo che al meglio esprima lo spettacolo. Gli occhi fissi nell’obiettivo ed ecco che la separazione dal vivere e dal concentrarsi su ciò che si sta facendo si concretizza nell’essere assenti nel momento in cui occorrerebbe essere presenti.

Con questo corpo in tutte le sue parti appesantito da protesi tecnologiche che cosa si vuol manifestare? contro chi si vuole andare? come si può pretendere di cacciare dai cortei poliziotti mascherati da umani e giornalisti avvoltoi quando non si riesce a vedere la differenza tra loro e gli altri?

È uno scontro tra telecamere quello che ammorba le coscienze ed i coglioni.

Allora la repressione non è solo quella che viene dai fantocci in divisa o dalle prove incautamente raccolte per loro, ma anche quella che dall’interno si produce. L’istinto ricondotto a ragione, imbrigliato e annientato dall’ideologia dell’immagine, impedisce il realizzarsi dell’atto autentico della rivolta.

L’immagine svuota l’azione mentre il feticcio succhia il sangue dell’uomo.

Mentre si stava completando la stesura di queste osservazioni è arrivata notizia di alcuni provvedimenti pesantemente restrittivi contro quattro compagni relativi ai fatti accaduti a Ferrara il 22 febbraio scorso. In occasione di una manifestazione contro la guerra e contro la preparazione di alloggi per militari NATO in quella città, si sono verificati atti di “salute pubblica” da cui alcuni zelanti servitori dell’ordine democratico sono usciti piuttosto malconci nonché alleggeriti di una telecamera di servizio.

Scrive Benjamin (“L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, nota 32) che “alla riproduzione in massa è particolarmente propizia la riproduzione di masse. Nei grandi cortei, nelle adunate oceaniche, nelle manifestazioni a carattere sportivo, nella guerra – che vengono tutte registrate oggi dagli apparecchi di ripresa – la massa vede in volto sé stessa.” Ma, nota Rocco Ronchi, “la psicologia delle masse diverge da quella individuale perché le folle, a differenza dei singoli, non smettono mai di sognare.”La massa deve dunque vedere nel proprio volto un sogno passivo: se, per qualche ragione, questa passività è incrinata, lo specchio moltiplica la fine della passività

Grazie al’impiego da parte dei dimostranti, non solo di un numero sterminato di mezzi di riproduzione audio e video, ma di telefoni cellulari, chi era presente, ha vissuto la sensazione innaturale di « trovarsi dappertutto », chi era lontano ha potuto contrastare l’ipnosi maligna dei media asserviti. Ma essere dappertutto è pericolosamente contiguo al non trovarsi davvero in alcun luogo; e vedere tutto in diretta crea l’illusione perniciosa di essere presente, mentre non esiste vera presenza senza azione e interazione, che a loro volta non sono possibili dove il corpo non è materialmente chiamato in gioco. Per le medesime ragioni per cui chi non era in piazza a Genova finisce per sentirsi come se ci fosse stato, chi c’era finisce per scoprire il senso della propria esperienza non nella memoria unica del direttamente vissuto ma nella memoria collettiva delle ricostruzioni filmate e scritte

Questi strumenti, che si vanno affermando come vere e proprie protesi che modificano le capacità del singolo, trasmutandone la percezione dello spazio e del tempo, rendono visibile in tempo reale la manifestazione non solo al mondo ma a sé stessa, suggerendo una mutazione profondissima del modo di stare nel mondo, che travalica la presente fase del conflitto e si proietta minacciosamente nel futuro. Una forza, senza dubbio, ma anche un addio forse definitivo - a un modo di vivere la libertà, « senza orario senza bandiera ».

Potranno i compagni che si davano appuntamento col telefonino da una piazza all’altra fra il fumo degli incendi e la pioggia di lacrimogeni, affermare, come Bakunin ebbe a scrivere della Parigi del Quarantotto, che Genova « fu una festa senza principio e senza fine » ? Negli anni sessanta Gill Scott Heron cantava “The Revolution will not be televised"(la rivoluzione non la vedremo alla televisione).

Ritmato dallo squillo dei cellulari, filmato in una perenne autopsia in tempo reale, il tempo cui siamo oggi condannati è quello di un’antideriva, su cui il lavoro e il consumo, anni – se presi soggettivamente – secoli – se guardati come specie, di lavoro e di consumo hanno lasciato la loro labile ma incancellabile impronta. Che emerge mostruosa, proprio allorché, per una volta, non c’è né lavoro da erogare, né merci da consumare. Si vede infine che oggetto del lavoro e oggetto del consumo siamo noi stessi. E che sollevare il coperchio della rivolta non è il traguardo di un percorso di liberazione, ma piuttosto un primo sguardo gettato su un percorso tutto ancora da inventare, una semplice occhiata gettata sull’immensità del progetto del nostro partito, quello della vita autentica.

Se una sconfitta riportiamo da quei giorni, è stata proprio il tempo ad infliggercela, indicandoci un futuro di appuntamenti e di orologi, fin dentro il cuore della sovversione.

Se non siamo stati capaci di signoreggiare il tempo che pure avevamo strappato alla ripetitività del lavoro e del consumo, non molto meglio è andata con lo spazio. La sensazione, forse difficile da credere per chi ha seguito da lontano i fatti, montati sapientemente secondo criteri spettacolari, ma percepita da tantissimi dei presenti, nei lunghi momenti di libertà conquistata, in quartieri dove ogni controllo, ogni potere statale erano stati estromessi e temporaneamente cancellati, è stata la noia.

La libertà negativa conquistata con le barricate e le controcariche, la libertà dall’oppressione, faticava – dopo qualche modesto e ripetitivo vandalismo – a convertirsi in libertà positiva, libertà di creare, di agire, di godere. Quelli che straparlano di riappropriazione del valore d’uso, non hanno evidentemente mai sperimentato quanto siano inutilizzabili, sostanzialmente improprie a qualsiasi uso, le merci di cui siamo circondati. Una poltroncina da bancario per riposare in mezzo al corso, un tubo dell’acqua tagliato per dissetarsi, qualche bottiglia di liquore per scambiarsi un segno di pace, e poi?

Riprendendo le parole famose di Vaneigem, ci eravamo conquistati il letto sontuoso di una rivoluzione, ma non abbiamo saputo donarcelo gli uni con le altre per farci l’amore. La libertà positiva, la capacità di vivere senza tempi morti realmente e non solo potenzialmente rimane ancora da ricomporre, giorno dopo giorno, in relazioni che Genova ha fatto solo balenare, intravedere, reclamare.

Le distruzioni operate nel levante genovese il 20 e il 21 luglio hanno dimostrato che la libertà di distruggere è desiderabile solo se ha la capacità di presentarsi insieme con la libertà di creare, di costruire, di inventare.

Ancor più prigionieri dei meccanismi obbligati dello spazio e del tempo prigioniero, sono apparsi tutti coloro – tanti nel corteo di anarchici e sindacalisti del 20, (molti dei quali erano a tal punto rigorosamente intenzionati a non mischiarsi con i riformisti e i modernisti delle piazze tematiche, da lasciarsi richiamare verso le località di provenienza, come da un invisibile elastico, anche dopo l’aggressione subita dalla celere, lungo via Cantore, e la notizia della battaglia in corso a Levante e dell’uccisione di un compagno – anzi, in quel momento si parlava di due) innumerevoli in quello del 21 – erano venuti a Genova così come si va a un corteo sindacale autorizzato, con i pullman speciali, i gonfaloni dei comuni, gli orari stabiliti, il cestino dei panini, i punti di raduno rigorosamente predeterminati.

A metà del pomeriggio di sabato, mentre impazzava la violenza di migliaia di celerini e appariva attuale la questione di salvare letteralmente la vita, essi parevano più di ogni cosa devastati dall’ansia di non ritrovare il loro pullman, come il protagonista della « Coscienza di Zeno », che nello scoppio della guerra mondiale distingueva soltanto l’impossibilità di raggiungere il proprio caffellatte. Una vittima poco rimpianta di Genova è senza alcun dubbio questo modo di fare politica, rituale podistico, consolatorio. E molto del livore profondo, non quello artificiale programmato a tavolino dai falsificatori professionali, verso i vandali in nero deriva dalla percezione, indubitabilmente fondata, che l’azione diretta è nemica prima di tutto di questa maniera di militare, che, come in certe foto eloquenti di quei giorni, dietro il sorriso ebete, il ballonzolare fra artisti di strada, bellaciao, comizi e salamine, cappellini e magliette e pagheretecaropagherettutto, si leva il fuoco dell’apocalisse.

Come non è risultata facile la comunicazione fra i presenti, ancor più serio è il problema degli assenti. Nonostante la scelta di aprire la contestazione al G8, con un corteo di migranti, non solo questi erano pochissimi giovedì, e praticamente invisibili erano i pur numerosissimi immigrati residenti a Genova, minacciati vergognosamente da tutte le mille polizie di questo paese svergognato, ma sono stati praticamente assenti venerdì e sabato, fatta esclusione per un nutrito e coraggiosissimo drappello di partigiani curdi. Tuttora, e questa critica era già stata mossa ai BB negli Stati Uniti, la violenza dei giovani casseur delle periferie multietniche fatica a legarsi con quella – per tanti aspetti similare – dei loro coetanei dei gruppi d’affinità in azione a Genova e altrove. Questo innesco non facile, una volta conseguito, potrebbe rivelarsi foriero di infiniti mali per la sottile crosta di pace sociale in cui si cerca di mantenerci. Un valido ponte fra questi differenti approcci all’insopportabile pesantezza del non-essere, paiono edificarlo, in Italia e fuori, vari gruppi di ultras del calcio, parecchi dei quali presenti addirittura ufficialmente a Genova, molti comunque impegnati in una pratica di indagine della propria condizione (Oggi gli ultras, domani tutti quanti). In ogni caso a Ginevra, nel 2003, le varie anime della sommossa appaiono molto più saldate e solidali: a riprova anche di ciò che si era da un pezzo subodorato, che l’eredità della cosiddetta, e mai abbastanza vituperata, “ anomalia italiana” costituisce una pesante palla al piede per la parte italiana del movimento, disseminata com’è dei cascami di cento ideologie e di mille sconfitte. Non a caso fra i vari leaderini dei social forum, e delle altre anime no global troviamo un sacco di riciclati della lotta armata, riemersi dal pentimento, dalle varie dissociazioni, dalle mille delazioni per affondare una< volta di più speranze e passioni

Un altro aspetto che impone una profonda ridefinizione del modo di pensare non solo il presente sovversivo ma anche il futuro, è il ruolo crescente della tecnologia, non solo da parte del nemico, ma anche da parte nostra. Da una parte, mai una manifestazione di tali dimensioni aveva veduto in passato un bilancio così sbilanciato di morti e feriti fra i due contendenti (dopo le prime panzane sugli accoltellamenti, il governo ha dovuto ammettere che, già una settimana dopo i fatti, nessun poliziotto recava segni visibili dei colpi subiti), bilancio totalmente negativo che non può richiamare quelli analoghi delle precedenti guerre imperiali, nelle quali i “servitori della legge” riportano appena qualche graffio, e ci si premura di sottolineare che anche quello è dovuto a qualche errore tecnico, a qualche svista. Ai nemici della legge viene negata la possibilità di reagire visibilmente, salvo che nelle maniere preconfezionate di stampo terroristico. Da una parte è evidente la difficoltà di “far male” utilizzando gli strumenti a disposizione in strada, a disposizione di chiunque, senza ricorrere allo specialista o al kamikaze; d’altra parte è chiaro che ormai nessuna informazione proveniente dalle autorità è neutra, ogni singolo messaggio è il prodotto di un disegno consapevole (anche se spesso malcombinato e poco professionale) di costruzione di una pseudorealtà. Nello specifico, è essenziale che la violenza appaia sterile e velleitaria, impotente e isterica, infantile, futile. In questo modo anche la violenza dei ribelli viene reintegrata nel disegno di falsificazione sociale che prevede i singoli come dei perpetui minorenni rispetto alla maturità sociale che lo stato incarna. Se ai rivoltosi del Sessantotto si rimproverava la giovane età, promettendo e minacciando loro “crescerete anche voi”, oggi si afferma senz’altro che la condizione di immaturità è dimostrata dalla ribellione stessa e sarebbe costitutiva di ogni individuo “non adattato”, qualsiasi sia la sua età anagrafica. La maturità viene così fatta coincidere univocamente con l’alienazione civica, con la riduzione dell’individuo in elettore, in consumatore, in cittadino. La compiutezza cui il concetto di maturità allude viene identificata con il prosciugamento mortifero di ogni segno di vita autonoma

venerdì 28 ottobre 2011

Da Genova, destinazione Nuovo Mondo 13) - P. Ranieri


LA RETE

Pensiamo alla ml [mailing list] come a una piazza pubblica, agorà in greco, dove le persone - senza ordini, ma spontaneamente, discutono di ciò che amano di più: politica, economia, teatro, sanità, ecologia, ecc. ecc. All'interno della piazza si formano dei gruppi, poi si disperdono, altri se ne formano, alcuni se ne vanno. Non ci sono leggi scritte, ma regole dettate di volta in volta da quello che gli individui decidono con la loro volontà e scelta personale. Da infinite discussioni nascono idee, progetti, azioni, movimenti, conflitti. La piazza, tanto per usare la metafora, è il luogo della libertà. Nessun capo detta le regole, né partito, né portavoce. Nessun proclama viene letto, né ordini da seguire. Tutti concorrono - con la propria intelligenza-esperienza-interesse-passione - allo scatenarsi di passioni e di progetti concreti.

Se questa è utopia...evviva l'utopia.

Canenero - lISTA Libertari

Nello stesso modo in cui ho vissuto molte libere azioni sulla strada, ugualmente ho letto un gran numero di liberi pensieri in rete. Questo stesso testo sarebbe molto diverso e molto più povero e forse addirittura non esisterebbe, se in questi anni non si fosse sviluppato quell’intreccio di siti, forum e mailing list che così un compagno descrive:

Si tratta di una sorta di scrigno che contiene una serie di lettere ordinate cronologicamente e scritte da personaggi diversi. La tessitura delle relazioni, che si intuiscono esistere tra gli autori e i destinatari delle lettere, fa la trama del romanzo e la rappresentazione del mondo.

Fino a pochi anni fa questo era un romanzo settecentesco. Nessuno immaginava che più persone nello stesso momento potessero cominciare a scriversi lettere, e tante, sullo stesso argomento in un modo così fitto da poterci rappresentare sopra una trama e un mondo.("Talebano" Lista movimento, 18/10/01)

Sotto la coltre di difficoltà, ho l'impressione che nella rete delle cose vengono scritte, e lette, e che a leggerle e a scriverle siano persone vere. Si nota, certo, che specie i più giovani non sono adusi a un dibattito serrato, e che chi più chi meno tutti considerino "naturali" le proprie idee e deliranti quelle altrui. Ciò deriva, io credo, dal porsi della società e del suo linguaggio - l'ideologia - come mediazione universale: Babele alla portata di tutti. Se è fondata perciò la critica che alcuni compagni fanno, che la rete è un sostitutivo di una relazione immediata, corporea, materiale, è ugualmente vero che tali relazioni sono difficilissime, ostacolate meno di un tempo dalle distanze materiali, e sempre di più dalla crescente incapacità di vivere direttamente. Internet allude quindi ad un vuoto e, senza riempirlo, traccia tuttavia dei segnali che possono facilitare la traversata.

La prospettiva pare perciò quella di portare materialmente in piazza, nel modo di essere presenti, di comunicare, di agire, l’esperienza di espressione diretta, antideologica e antileaderistica che è il frutto di anni di pratica della rete. Non tanto Internet per chiamare a raccolta, perciò, ma come sperimentazione ancora insufficiente di una parola libera, che sappia fare uso immediatamente degli spazi liberati.

Costruirsi insieme delle regole, come sa chiunque ami giocare, é una delle cose più belle e speciali e umane della vita. Ma per costruire regole, occorre che non ce ne siano di già pronte, di precostituite. E anche che ciascuno giochi lealmente; e proponga regole a vuoto, e non progettate in modo tale da favorirlo: per questo occorre sempre che ciascuno dica sì ciò che pensa e ciò che sente, ma sforzandosi di dare sempre il meglio di sé, e di riconoscere il meglio negli altri. E parlare su quel piano: e non già su quello del "siamo tutti delle merde", della "traversata della merda" e via via "evacuandosi gli uni sugli altri". Non esiste comunicazione dove non vi sia potere sulla propria esistenza, nel senso - quanto meno, in un'epoca così sciagurata - di passioni dignitose e di una dignità appassionata. Se questo manca, se invece che fare la critica della vita quotidiana, ci si limita a farsene attraversare, rendendola pari pari come la riceviamo, alla maniera dell'alimentazione dei platelminti, ecco che si realizza ciò che Vaneigem paventava e beffeggiava " individui che, per dissimulare le proprie insufficienze, reclamano una democrazia dell'impotenza, in cui essi affermerebbero evidentemente il proprio dominio". Io credo che ciò che urge ora, non solo in questo ambito, non solo in internet, non solo in Italia, sia un reciproco rassicurarsi sulle possibilità superstiti dell'individuo.

Quindi ogni tragitto, anche il più impervio, anche il più personale, che sia inteso a questa rassicurazione, a dare, a esemplificare, a riverberare fiducia, credo sia il benvenuto. Nella stessa misura, penso che proporsi a vicenda problemi confezionati in modo tale da non poter essere risolti, da girare in circolo, scambiandosi dosi massicce di merda in cui guazzare, valga unicamente a favorire l'idea che parlare senza forma é una libertà eccessiva, che ci vogliono gli specialisti, i portavoce, coloro che sanno. Lo psicologismo circolare é il pendant del militantismo politico: é il militantismo della vita quotidiana, altrettanto succubo dell'esistente, altrettanto nemico di ogni superamento possibile.

La prospettiva sovversiva é senza dubbio una storia di naufraghi – in parte volontari in parte no - che cercano di soccorrersi gli uni con gli altri e di farsi coraggio a vicenda: ma l'essere tutti naufraghi, non solo non lascia spazio ma giova che ne tolga, a coloro i quali cercano, gli uni con gli altri, di tirarsi sotto. Anche questo accade, e la colpa é sempre dei medesimi che ci hanno precipitato in questa condizione, ma ciò non toglie che ciò che fanno é un male per tutti.

Il Sisde scopre la lotta dal basso - da Indymedia 2006



Avevo conservato a suo tempo questo post su Indymedia con un mio commento, e mi pare attuale ancora oggi
Thursday, Sep. 07, 2006 at 11:38 PM
Alla scoperta della lotta dal basso' è il titolo di un'analisi pubblicata dal Sisde su 'Gnosis-Rivista Italiana di Intelligence'. L'articolo analizza i 'rischi delle rivoluzioni dal basso' partendo dalle battaglie No Tav in Val di Susa.
Forme di protesta come la battaglia 'No Tav' appaiono ''difficilmente esportabili'' ma ''non e' trascurabile'' il rischio che si possa registrare, ''nell'ambito di mobilitazioni fortemente sentite dalla popolazione, una progressiva legittimazione di modalita' di lotta radicali''.
E' il Sisde a sottolinearlo in un'analisi pubblicata su 'Gnosis-Rivista Italiana di Intelligence'.
La lotta contro i cantieri dell'alta velocita' in Val di Susa e' un esempio di iniziativa ''non connotata ideologicamente, non istruita politicamente, non programmata, che si e' definita nel suo stesso procedere, autoalimentata dalla convinzione 'fermarlo e' possibile. Fermarlo tocca a noi''' e che finisce per nutrire ''aspettative di nuovi percorsi rivoluzionari, di insurrezioni di massa''. A giudizio degli analisti di intelligence, ''sebbene la tendenza attuale, sul fronte dell'antagonismo radicale, sia quella, a fronte dell'assenza di organizzazioni fortemente strutturate, di superare gli 'steccati ideologici' e portare avanti la lotta contro il 'sistema' sulla base di 'campagne' e 'parole d'ordine' specifiche, non sembra comunque che percorsi di 'appropriazione' di una contestazione come quella del no Tav possano superare la finalita' strumentale. Le prerogative del movimento No Tav (larga adesione popolare che ha coinvolto anche rappresentanti delle istituzioni locali) appaiono peraltro difficilmente esportabili in altri ambiti territoriali, perche' connaturate allo specifico contesto valsusino, una realta' montana fortemente compatta che storicamente ha espresso una notevole capacita' di resistenza, dai connotati 'eroici'''.
Emerge di conseguenza anche ''la dimensione velleitaria di tentativi di attribuire contenuti generali e, soprattutto, 'rivoluzionari' a questa lotta che viene 'dal basso'. Non e' trascurabile, invece, il rischio che, proprio per influenza di tali settori, si possa registrare, nell'ambito di mobilitazioni fortemente sentite dalla popolazione, una progressiva legittimazione di modalita' di lotta radicali''. Nella protesta in Val di Susa, sfociata nei mesi scorsi in cortei, barricate, blocchi stradali e ferroviari, scioperi e scontri con le forze dell'ordine, ''un ruolo non indifferente e' stato svolto da settori dell'oltranzismo antagonista, come dimostrano -ricorda il Sisde- i dati relativi alle denunce per i disordini, riguardanti, in una consistente percentuale, appartenenti all'Autonomia e all'anarco-insurrezionalismo''.
Sono tre, per gli 007 italiani, le caratteristiche della lotta No Tav che hanno attirato l'attenzione dei gruppi dell'antagonismo radicale: ''prima di tutto, il 'soggetto' della 'rivolta', vale a dire il 'popolo'. Non, cioe', l'espressione di una categoria specifica (i lavoratori di un comparto industriale, oppure i precari dell'Universita', i pensionati), ma un fronte 'trasversale' (per eta', fascia sociale, occupazione), 'di massa'.
Questo 'popolo', eterogeneo nella composizione, e' unito e determinato nel perseguimento dell'obiettivo che, e siamo al secondo punto, e' un obiettivo limitato e ben definito, vale a dire impedire l'avvio dei lavori della Tav e non una generica lotta contro il capitale, le nuove tecnologie, il modello di sviluppo globale, ecc''. ''Il 'popolo' come si muove per raggiungere il proprio obiettivo? Con modalita' 'spontanee' ed 'autorganizzate', che includono anche azioni illegali: la terza caratteristica della mobilitazione No Tav. La gente, cioe' -viene rilevato- ha agito raccogliendosi spontaneamente nei luoghi dove dovevano essere allestiti i primi cantieri, si e' riunita in assemblee ed ha preso decisioni, 'autorganizzandosi', senza servirsi di mediazioni, istituzionali o meno, e non si e' fermata davanti alla possibilita' di compiere il reato (il blocco stradale, il danneggiamento, la resistenza al pubblico ufficiale)''.

''Esponenti e gruppi antagonisti, specie quelli presenti nell'area, gia' attivi da tempo nell'ambito della medesima mobilitazione e che si ispirano ai principi e alla prassi dell'Autonomia, ostile alla strutturazione gerarchica e centralizzata del marxismo-leninismo ortodosso, hanno subito registrato
come significativa -si legge su 'Gnosis'- la connotazione popolare e diversificata della protesta''.
''Delusi dall'evoluzione negativa, sotto il profilo della 'rottura rivoluzionaria', dei piu' recenti movimenti contestativi 'di massa', quello 'no global' che, dopo l'esplosione iniziale, e' stato progressivamente assorbito nell'ambito dei Social Forum, e il 'no war', dimostratosi incapace di 'radicalizzare' la campagna 'antimilitarista' e 'antimperialista', tali settori hanno visto nella mobilitazione compatta di una popolazione determinata a 'difendere il proprio territorio' dal 'nemico', un terreno favorevole -prosegue l'analisi pubblicata sul periodico del Sisde- allo sviluppo di una conflittualita' che dalla dimensione locale passasse a quella generale e che da 'resistenziale' si tramutasse in 'offensiva'''.

''L'elemento considerato vincente, nella protesta No Tav, e' il rifiuto della mediazione e della delega, il rimanere contrapposti alle Autorita', una pratica che di per se' e' antagonista e che conferisce, a quella mobilitazione 'apolitica', una politicita' intrinseca, in quanto portatrice di un messaggio di non riconoscimento di 'questo' sistema. Il fatto, cioe', che il No Tav abbia messo in crisi, ad un certo punto, proprio con il proseguire della 'resistenza', il programma di avvio del progetto ferroviario, dimostrerebbe, nell'ottica dei gruppi antagonisti, la possibilita' reale di ostacolare il processo decisionale istituzionale''.

Il 'No Tav' diventa cosi' ''il simbolo di una lotta che 'paga', in quanto produce effetti concreti, e che esprime un significato politico di opposizione. E' qui che si innesta la funzione asseritamente propulsiva e per certi versi 'canalizzatrice' della protesta svolta da Centri Sociali e collettivi antagonisti che si sono identificati con la mobilitazione No Tav, l'hanno resa propria e propagandata come attivita' di 'resistenza', assimilandola nostalgicamente a quella antifascista della II Guerra Mondiale e giudicandola un evento 'storico', al fine di attribuirle connotati di lotta di classe''.
Di qui l'importanza attribuita alla ''presenza tra la gente, non volta necessariamente a 'premere sull'acceleratore' della protesta od a favorire l'adozione di modalita' violente, quanto a svolgere un lavoro 'politico' diretto a cogliere gli stimoli 'dal basso' per portarli avanti e favorire, in prospettiva, l'insorgere di un clima 'insurrezionale'''.
*****

by diventa anche tu valsusino Friday, Sep. 08, 2006 at 1:11 AM

Diventiamo anche noi valsusini di adozione... così o ci tengono tutti dentro o non ne prendono nessuno. Non si può tenere tutto il mondo in carcere o almeno è più difficile.
L'articolo è davvero divertente e dimostra quanto poco possono fare in questo caso.
Anche perchè non è affatto vero che la questione della valsusa non è "esportabile". Il metodo è proprio quello in cui si vedono gli individui riuniti da un progetto comune di lotta che crescono insieme e si affrancano dalla tv e dai partiti, anzi sono questi ultimi costretti a cercarli. E anche si vede che mentre lottano diventano più intelligenti, più informati e anche più felici di sè e nei rapporti con gli altri. Queste cose sono la vera profezia infausta per il sisde e per i suoi burattinai. La saldatura tra "il popolo" e i rivoluzionari non è rimediabile da parte del sisde. Solo l'ideologia politica riesce a dividere chi è nelle condizioni soggettive e oggettive per insorgere contro l'ingiustizia sociale e la prepotenza.
Comunque bravi! hanno ben descritto il punto di forza:

"L'elemento considerato vincente, nella protesta No Tav, e' il rifiuto della mediazione e della delega, il rimanere contrapposti alle Autorita', una pratica che di per se' e' antagonista e che conferisce, a quella mobilitazione 'apolitica', una politicita' intrinseca, in quanto portatrice di un messaggio di non riconoscimento di 'questo' sistema."

e adesso dopo più di cinque anni ....Non ho altro da aggiungere ... solo ancora NO TAV 




aggiornato con il link all'articolo della rivista Gnosis n.3 del 2006 qui citato ... eccolo 


Il movimento e il no alla TAV  Alla scoperta della lotta dal basso