venerdì 23 dicembre 2011

quale marx?




Marx chi? Groucho, il comico. I giovani del Partito democratico, provano a far dimenticare le polemiche suscitate da un regolamento congressuale modello vecchio Pds (gli iscritti non votano il segretario – a nessun livello – ma scelgono dei delegati che solo in un secondo momento esprimono i vertici dell’organizzazione) “svecchiando” il documento unico varato dall’esecutivo uscente con citazioni in stile new-age. E allora, oltre alla battuta dell’attore americano (“Il futuro mi interessa. E’ lì che passerò il resto della mia vita”) che apre l’elenco delle Tesi che verranno sottoposte al vaglio dei circoli territoriali, tra una definizione tratta dal rapporto Burtland del 1987 sullo sviluppo sostenibile e una citazione di Bruno Trentin, trovano spazio anche la frase del mitico Gordon Gekko, spietato affarista della Wall Street raccontata da Oliver Stone (“Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato”) e una battuta di Morpheus di Matrix, piazzata al termine della riflessione sul capitalismo: “Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente.”
Battute a parte, la posizione dell’organizzazione è tutta a sinistra. Contro l’economia di mercato che, si legge nel documento, “è stata capace di produrre diseguaglianze profonde”, contro il capitalismo finanziario “nichilista”, a difesa dell’economia sociale. Contro le coalizioni presentate agli elettori prima del voto, a favore di un sistema che “consenta a ciascun partito di valutare in Parlamento quali alleanze costruire”. Dal testo emerge anche qualche critica, neanche troppo velata, al sostegno del Pd al governo Monti – un fatto positivo, che quanto meno segnala una certa autonomia di pensiero rispetto ai vertici del partito – quando si legge che “prima per vincere era necessario convincere, oggi basta l’algida supremazia di un’economia che si è fatta pura tecnica, numeri a cui ci si affida come gli ubriachi si attaccano ai lampioni, per legittimare le politiche pubbliche”. In coda alla prima parte c’è spazio anche per una stoccatina di Vittorio Foa contro la politica-spettacolo, con la quale “i cittadini possono solo applaudire o star zitti. I politici non fanno domande sul futuro cui associare i cittadini, essi danno solo, o fingono di dare, risposte sul presente”.
Il colmo però si tocca nella seconda parte della mozione, quando gli organismi dirigenti che hanno abolito le primarie per la selezione dei vertici e impedito agli iscritti di votare i candidati segretari, scrivono di voler “coltivare la democrazia come strumento anche al nostro interno, allargando gli spazi di partecipazione”. Una battuta del genere non sarebbe riuscita neanche a Marx. Groucho ovviamente.

Commento di Sergio Ghirardi
Come sa di vecchio il tuo umorismo riscaldato di vecchie battute riciclate per trattare da vecchi dei giovani vecchi almeno quanto te che sei loro concorrente. Dai l'impressione di commentarli per riportare intatto l'osso ideologico al fischio del tuo burocrate di riferimento. Farai una carriera degna di tanta abnegazione? Spero di no perchè ciò significherebbe che la politica mercenaria continuerà a inquinarci e opprimerci. Comunque ci vai di buzzo buono su questo blog, ma la voglia di vivere che esalta la giovinezza e la passione politica che anima l'essere sociale dell'uomo sembrano crudelmente assenti da un tale universo da burocrate precoce.
Il PD è ormai un cimitero ideologico e i morti non hanno età. I tuoi mentori sono degli zombi riciclati di legislatura in legislatura, paracadutati dal comunismo autoritario al liberalsocialismo etico ma anche mafioso, destra e sinistra di un capitalismo globale in via di decomposizione e proprio per questo più nocivo che mai.
Si può ridere di tutto e ogni desacralizzazione è un apprezzabile segno antidogmatico, ma quando sotto il riso si sentono i respiri del servitore volontario (oddio "una critica al sostegno del PD a Monti e nemmeno velata" effettivamente è troppo!) viene piuttosto da piangere.
Abbiamo bisogno di tornare a pensare il sociale fuori dall'ombra di qualunque cappella, fuori dall'economicismo, solo allora si potrà riprendere il gusto di ridere e sarà appunto una risata senza età che seppellirà il perbenismo parrocchiale di sempre.
"Non c'è nessuno che assomigli di più a un rappresentante politico di destra di qualunque età che un rappresentante politico di sinistra". Prova a indovinare quale Marx l'ha detto.


lunedì 19 dicembre 2011

La guerra civile tra ricchi e poveri




Eugenio Scalfari, il guru dell’establishment presunto progressista che iniziò la carriera professionale in Banca Nazionale del Lavoro, nella sua articolessa domenicale pontifica che il governo Monti «non ha alternative in questa legislatura». E probabilmente ciò è vero. Semmai è molto più difficile condividere il commento aggiuntivo: «Non ha neppure alternative per il futuro».
Al di là delle antiche “solidarietà bancarie” (magari con Corrado Passera) di chi emette tale sentenza, quanto ci attizza l’ipotesi della permanenza alla guida del Paese di una compagine intimamente convinta – come lo Scalfari, del resto – che i nostri mali discendono primariamente dalla crisi finanziaria ed economica causata dall’eccesso di garanzie (lavoro a tempo indeterminato, pensioni, sicurezza, accesso all’istruzione…)? Ma questo è quanto ci passa il convento della Grande Informazione autocertificatasi “liberal-socialista”. E se – invece – la matrice fosse culturale?
A tale proposito consiglio ai miei amici di dare un’occhiata a due testi che vado leggendo in parallelo; opere di grandi intellettuali, non di guru da establishment italiota: il saggio della filosofa morale Martha Nussbaum Non per profitto (Il Mulino) e la raccolta di interventi dello storico Tony Judt, recentemente scomparso, L’età dell’oblio (Laterza).
Due testi che riprendono sotto diverse angolature un tema che già ho trattato in questo blog: la guerra civile, seppure non dichiarata, degli abbienti contro i poveri. Una guerra che utilizza innanzi tutto armi provenienti dagli arsenali bellici dei modelli di rappresentazione. Il «mantra»- come lo chiama Judt – «delle forze del mercato globale» che imporrebbero l’esclusività delle proprie ragioni economicistiche quale critica distruttiva di ogni politica sociale europea.
«Altrimenti i posti di lavoro e gli investimenti lasceranno il viziato ed eccessivamente caro continente europeo in cerca di manodopera più economica e tassi di crescita più alti, in particolare in Asia» (pag. 397). E tutto questo in barba al fatto che le “tigri asiatiche” stanno rallentando; mentre sul loro ciclo economico gravano sempre di più i costi del controllo repressivo, reso necessario dalla compressione delle condizioni di vita dei lavoratori a Oriente.
Nel caso nostro, la Grande Menzogna è che la crescita economica andrebbe a risolvere automaticamente i problemi della diseguaglianza e del dominio (il mito mistificante che più la torta è grande, più “ce n’è per tutti”). L’idea ingannevole e ingannatoria che quanto conta davvero è solo l’aumento complessivo della ricchezza individuale, tradotto in quelle odierne politiche dell’educazione denunciate dalla Nussbaum: «La libertà di pensiero dello studente è pericolosa quando ciò che si vuole è un gruppo di lavoratori obbedienti, professionalmente preparati per realizzare i progetti delle élite che puntano tutto sugli investimenti dall’estero e sullo sviluppo tecnologico» (pag. 38). Difatti il Sudafrica dell’apartheid era in cima agli indici del Pil internazionale.
I fatti parlano chiaro: nell’Unione europea che si è bevuta la Grande Menzogna, ormai oltre il 17% dei cittadini vive sotto le soglie ufficiali di povertà; e – guarda caso – dopo il Portogallo, chi sta peggio è proprio il Regno Unito finanziarizzato, con il 22% delle persone sotto tale soglia (pari a 14 milioni di inglesi).
Tra l’altro un’indicibile dissipazione, anche dal proclamato punto di vista meritocratico. Si pensi soltanto alla quantità di talenti che si perdono, a danno dell’intera società, grazie alla castalizzazione (e alla conseguente emarginazione di tanti giovani delle fasce meno abbienti) che inizia in una scuola sottomessa all’interesse mercatistico. Dove non si coltivano più quei saperi umanistici (arte e letteratura) che rafforzano le virtù del cittadino; si rimuovono le attitudini critiche a vantaggio della passività.
Dunque, la Terribile Menzogna che calpesta l’intera civiltà umana nelle sue forme più alte, i suoi preziosi lasciti maturati sotto qualunque cielo. Nonostante le denunce di grandi uomini impegnati per la democrazia mondiale.
«La preparazione punta ormai su quel tipo di cose che una macchina ben programmata riesce a fare meglio di un essere umano», scriveva John Dewey nel 1915. «L’uomo morale, l’uomo compiuto, sta sempre più cedendo il passo all’uomo mercante, l’uomo dall’orizzonte limitato», gli faceva eco due anni dopo il premio Nobel indiano Rabindranath Tagore.
Testimonianze che inducono a pensare come la “guerra civile” in corso (di cui si è detto) possa essere rappresentata anche nell’alternativa secca tra “crescita economica” e “sviluppo umano”

Commento all’articolo di Sergio Ghirardi:
Si può girare attorno alla radice della questione sociale anche cogliendone degli aspetti fondamentali. Credo, però, non ce ne sia più troppo il tempo perché i nodi della storia stanno venendo al pettine del quotidiano. La guerra civile di cui lei parla è la forma attuale di una lotta di classe che il capitale spettacolare ha trasformato in opposizione di caste senza eliminarne la radice storica moderna: il modo di produzione capitalistico. Certo la sinistra alla Scalfari e soci non mette in discussione il sistema . É convinta (o finge di esserlo) che solo al'interno di una continuità si possono risolvere i problemi. Non si può del resto chiedere a chi vive il meglio (o il meno peggio del sistema) di auspicare la rivoluzione. Tutti i capitalisti etici (cioé di sinistra) vogliono limitare le ingiustizie genuflettendosi di fatto alla filosofia liberale dello Stato e del Mercato.
La questione sociale si pone da due secoli come la pratica possibile della teoria del proletariato. Oltre al marxismo e alle sue variazioni pestifere c'è una teoria critica del proletariato coerente e ferocemente imprigionata nell'oblio che potrebbe contribuire all'emancipazione nel superamento dell'ignobile farsa capitalistica del destra o sinistra con il centro giusto in mezzo alle due mostruose natiche ideologiche a fare da buco nero dell'intelligenza sensibile.
Che fare? La questione è più attuale che mai ,ma chi cerca ancora di chiedere una risposta al banchieri o chi si rivolge ancora al fantasma di un oracolo leninista sara presto spinto a occupare il suo posto nella spazzatura della storia.
La democrazia diretta, (democrazia contro lo Stato, democrazia selvaggia...critica radicale dell'oclocrazia dominante) in quanto rottura di paradigma con tutte le forme inegualitarie di governo che l'hanno preceduta, incarna quella rivoluzione culturale che da mezzo secolo aleggia sul mondo come un sogno. Gli esseri umani devono solo decidere di renderlo realtà, rimettendo al centro la natura, la loro volontà di vivere e il valore d'uso anziché un'industria produttivistica drogata, una sopravvivenza alienata e il valore di scambio.
Lo so che è un po' più complesso di così, ma si tratta di rimettere l'uomo sui propri piedi et ce n'est qu'un début...
auseinemfernanLand  ha commentato:

"sinistra" ? "Scalfari e soci" ? Non sono due entità un po' distanti ?!?
Risposta di Sergio Ghirardi:

Così si dicono e moltissimi li credono e magari li votano. Il problema non mi pare quello di continuare a saccheggiare i trattati di botanica per inventare delle sinistre alternative all'ulivo, alla quercia o al crisantemo,  quanto di decidersi a mettere in azione un'alternativa politica alla sinistra. "La teoria rivoluzionaria è ormai nemica di tutte le ideologie rivoluzionarie e sa di esserlo". Ecco, mezzo secolo dopo, mi piacerebbe fosse davvero così.

domenica 18 dicembre 2011

Chi è dunque il Minotauro ?


 Il testo di seguito, tratto da "l'intelligenza collettiva" di Pierre Lévy,
andrebbe letto contemplando questa immagine


(Senza smenarla troppo sulla provenienza. E' la prima che ho trovato, e
comunque è divenuta il simbolo di occupy wall street).

Ma ecco il testo:

«Si può sfuggire alla lotta per il potere, ai tentativi di dominio, alla
guerra? "Polemos" non è forse il padre e il re di tutte le cose? Questa
sentenza di Eraclito, il greco, io la rifiuto; e ricorro in appello davanti
ai guidici degli inferi.
Molti secoli prima del suo declino, in epoca classica, la Grecia splendente
delle città, l'antico mondo ellenico era dominato dalla civiltà micenea.
Nell' Iliade, è il re di Micene, Agamennone, a guidare la spedizione degli
achei contro Troia. Oggi, quando il viaggiatore si trova di fronte alle
rovine dell'antica fortezza portate alla luce dagli archeologi, scopre mura
dello spessore di diversi metri, fatte di blocchi enormi, ciclopici. In
quella civiltà guerriera, tutto lo sforzo degli uomini, tutto l'accumulo
materiale, servivano a separere l'interno dall'esterno.
Molto diverso dalla fortezza di Micene, e ben più antico, il palazzo di
Cnosso fu per sette secoli il principale centro di diffusione della civiltà
minoica. Il palazzo cretese è sprovvisto di fortificazioni. La pacifica
cultura minoica ha concentrato i propri sforzi sulla complessità
dell'architettura, sulla decorazione delle sale, sulla bellezza e
l'ingegnosità dei collegamenti interni (rete fognaria, dell'acqua potabile
ecc.).
Tutta l'energia investita in Micene nella mole delle mura difensive venne
impiegata a Cnosso per affinare lo stile di vita, per complicare la pianta
del palazzo, per far proliferare tutta una ricercatezza di dettagli
architettonici: scale, corti, colonne, statue, piani, terrazze, anticamere,
saloni di rappresentanza, piccole stanze segrete, camere del tesoro,
corridoi, gradini, vicoli ciechi... il palazzo di Cnosso è infinitamente
complesso, ma aperto sul cielo e il sole grazie alle sue corti e ai suoi
cavedi, affacciato sul mondo e sulla città grazie alle sue porte e
finestre. E' collegato da strade lastricate agli altri palazzi delle grandi
civiltà cretesi. E poiché non vivevano in una civiltà guerriera, ma avevano
orientato il proprio spirito verso problemi di natura diversa da quelli
della difesa, dell'attacco, dei rapporti di forza e di dominio, i minoici,
mentre si aprivano alle arti e al commercio con altre società, hanno
piegato e ripiegato il loro mondo su se stesso, facendo fiorire la favolosa
ricchezza estetica che precede il "miracolo greco".

NON AVENDO ERETTO MURA DIFENSIVE I MINOICI HANNO INVENTATO IL LABIRINTO,
OVVERO LA COMPLESSITA' CULTURALE, L'INTELLIGENZA COLLETTIVA PROIETTATA
NELLO SPAZIO ARCHITETTONICO.

 Chi è dunque il Minotauro ? E' la bestia spaventosa che divorava i giovani
ateniesi nelle profondità del suo antro oscuro? Questa versione del
minotauro è quella dei greci. Ma i greci guerrieri, polemici, figli di
Micene e lettori dell'Iliade, non potevano comprendere Cnosso, l'enigma di
una civiltà irenica. Il Minotauro, uomo-toro, non è altro che l'acrobata
minoico che esegue sul toro sacro pericolosi salti rituali. Il Minotauro,
l'ibrido uomo-toro, sta al centro del labirinto, ma si tratta del palazzo
di Cnosso. Si esibisce all'aperto, leggero, aggraziato, su uno spiazzo
inondato di luce. (...)
Il progetto dell'intellligenza collettiva presuppone l'abbandono della prospettiva di potere. Intende aprire il vuoto centrale, il cavedio di luce che permette il gioco con l'alterità, la concezione di utopie e la complessità labirintica.(...)


Su ogni circuito integrato, su ogni chip elettronico, si vede senza saperla
leggere la cifra segreta, l'emblema complesso dell'intelligenza collettiva,
il messaggio irenico disseminato in ogni direzione».


Rattus Norvegicus


 

sabato 17 dicembre 2011

Utopie



Mi sono capitati quasi all'unisono questi  post 









molto legati tra loro ma anche con alcuni miei pensieri e sogni. 

Nei miei sogni vorrei si creasse una rete "drop out"  di persone solidali che auto-organizzano questo movimento di gente senza soldi che voglia trasformare nella nostra fortuna la sfiga del sistema ormai irreparabile. 
Un sistema a rete tutto nuovo che possa dare conforto, cibo e calore, nei posti e nei luoghi più svariati del mondo. 
Prendere alcuni luoghi abbandonati e sistemarli a mo' di  falansterio fouririerista, una specie di residence  auto-gestito. 
Prendere dei terreni in concessione per farne orti,  e 
casolari per farne dei forni del pane, 
qualche luogo di scambio e riparazione di indumenti e mezzi di comunicazione o 
libri e idee dove discorrere e passarsi informazioni 
mentre si aggiustano scarpe e maglioni, biciclette e si fanno andare le lavatrici. Si potrebbe suonare e cantare, leggere o studiare. 
E mettere tutti questi luoghi in rete fra loro 






L'unica vera regola : ogni scambio sarebbe gratuito e libero. 
Una specie di "Università dei "barboni", fieri e felici di esserlo. 









Non so se qualcuno ha mai letto la biografia di Box Car Bertha, da cui è  stato ispirato - assai liberamente - anche il film di Scorsese "America 1929, sterminateli senza pietà". 
Raccontava di un mondo un po' così, ma oggi si potrebbe fare anche meglio.

 

giovedì 15 dicembre 2011

Il dibattito sul NUCLEARE tra talebani (?) e apprendisti stregoni (!)



 
Il dibattito sul NUCLEARE tra talebani (?) e apprendisti stregoni (!)
Effetto Fukushima, il nucleare in Francia vacilla. “La forte crescita non ci sarà
Dopo la tragedia giapponese del marzo scorso, il colosso industriale Areva affronta la peggiore crisi della sua storia. Il presidente Luc Oursel ha lanciato un nuovo piano strategico, ma gli investimenti previsti entro il 2016 sono ormai stati ridotti di un terzo. E si prevedono imponenti tagli dei posti di lavoro
Sembra trascorsa un’epoca. Eppure non è passato neppure un anno. Fino alla tragedia di Fukushima, nel marzo scorso, il nucleare in Francia era solo sinonimo di futuro radioso, espansione, posti di lavoro. E, di pari passo, Areva, il colosso industriale (con Edf) del settore, addirittura il numero uno a livello mondiale, sembrava destinato a un brillante avvenire. Sono bastati pochi mesi per capovolgere la situazione: conti in rosso, posti di lavoro traballanti, prospettive incerte. Per Areva è la crisi peggiore della sua storia. E non c’entra solo Fukushima. Quella tragedia, che ha avuto riflessi oggettivi sul mercato del nucleare, e la crisi che ne è derivata per il settore hanno fatto emergere problemi pregressi e strutturali per Areva: errori di gestione (anche tecnica) dell’Epr, il reattore all’avanguardia, di terza generazione, che i francesi volevano rifilare anche agli italiani ai tempi di Berlusconi. E le incertezze dovute all’eccessivo peso della politica sui destini del colosso.
Piano di rilancio: tagli, tagli e solo tagli. Ieri Luc Oursel, alla guida di Areva dal giugno scorso, ha lanciato un nuovo piano strategico. Action 2016 punta ad arginare la crisi, che tocca tutti i settori di attività del gruppo: le miniere di uranio, la produzione di combustibile, la fabbricazione di reattori e di componenti, perfino lo smaltimento dei residui, altro grande business. Oursel ha promesso da qui al 2015 risparmi pari a un miliardo di euro e cessioni di quote di società controllate per un totale di 1,2. Gli investimenti previsti entro il 2016 sono ormai stati ridotti di un terzo, a 7,7 miliardi. A breve le previsioni sono le seguenti: il 2011 dovrebbe essere archiviato con perdite operative di 1,5 miliardi e nette “molto superiori a un miliardo”, ha ammesso Oursel.
Polemiche e incertezze sui posti di lavoro. La preoccupazione maggiore riguarda il fronte dell’occupazione. Areva, controllata per l’87% dallo Stato, ha 48mila dipendenti a livello mondiale, 30mila dei quali in Francia. Dove gli operai e i tecnici di Areva sono praticamente i meglio retribuiti dell’industria (ma non i numerosi precari cui il gruppo fa ricorso). La polemica sui possibili tagli ai posti di lavoro è scoppiata oggi. I rappresentanti interni ad Areva della Cgt, il sindacato principale, hanno sostenuto che il gruppo bloccherà le nuove assunzioni. Come ribadito anche dal quotidiano La Tribune, si tratterebbe di un totale compreso fra i mille e i 1.200 posti di lavoro soppressi ogni anno (il numero previsto di coloro che andranno in pensione e non saranno sostituiti) per un totale fra i 5 e i 6mila entro il 2016. Stamani, però, Eric Besson, ministro dell’Industria, ha definito quelle cifre “pura fantasia”. Mentre i vertici di Areva hanno indicato che “non verranno sostituiti solo i dipendenti che andranno in pensione nelle attività non industriali”, come dire fra i 200 e i 250. La situazione, comunque, resta molto confusa.
Gli ostacoli del dopo Fukushima. Già nel settembre scorso Oursel aveva dovuto ammettere al quotidiano Les Echos: “La forte crescita prevista per il nucleare non ci sarà”. Dopo la tragedia giapponese la diffidenza nei confronti dell’atomo è lievitata ovunque. La Germania (dove Areva ha 5.700 dipendenti) ha già chiuso otto dei suoi 17 reattori: l’ultimo cesserà le sue attività nel 2022. Anche la Svizzera ha deciso di abbandonare il nucleare, al pari del Belgio, mentre l’Italia ha detto definitivamente no all’atomo con il referendum. Perfino il Giappone ha sospeso gran parte dei suoi reattori per ispezione (solo 9 sono attivi su 54). In Francia, addirittura, l’opinione pubblica comincia ad allarmarsi e il nucleare è diventato uno dei principali argomenti nel dibattito delle presidenziali della prossima primavera. Per Areva, il risultato di un contesto del genere è il seguente: puntava alla vendita di 34 reattori entro il 2020. Ma per il momento solo quattro contratti sono stati firmati. Sul nucleare tutti nicchiano, mentre la concorrenza aumenta: Areva e Edf (l’altro colosso francese, pubblico pure lui) devono affrontare rivali sempre più agguerriti, come la sudcoreana Kepco, la russa Rosatom e i due colossi nippo-americani Ge-Hitachi e Toshiba-Westinghouse.
Epr e UraMint, i problemi pregressi. A peggiorare la situazione di Areva, sono anche altre vicende. Una riguarda l’Epr, il reattore di terza generazione ideato dagli ingegneri del gruppo. Attualmente ce ne sono quattro in costruzione nel mondo. Il primo a essere stato iniziato è quello di Olkiluoto, in Finlandia. Ma i lavori, a causa anche di gravi errori tecnici e nella gestione del cantiere da parte dei francesi, sono fortemente in ritardo. Oursel ha appena annunciato di aver accantonato altri 150 milioni di euro, per un totale di 2,7 miliardi, per coprire le maggiori spese dovute ai ritardi dell’Epr finlandese. Che corrisponde a un contratto di tre miliardi: insomma, alla fine Areva non ci guadagnerà nulla. Anzi, probabilmente ci perderà molti soldi. L’altra (triste) vicenda riguarda l’acquisizione di UraMint, nel 2007. Questa promettente start-up canadese venne comprata per la bellezza di 1,8 miliardi. L’idea era mettere le mani sulle miniere di uranio possedute dalla società in Africa. Che, pero’, si sono rivelate perlopiù poco redditizie, tanto da essere oggi in parte inutilizzate. I vertici di Areva hanno già svalutato UraMint di 1,4 miliardi di euro. Nel 2007 la transazione venne effettuata in un paradiso fiscale. E proprio il Governo e l’entourage di Sarkzoy insistettero molto per sborsare quella cifra spropositata. Il perché no è per niente chiaro.
Il difficile rapporto con lo Stato azionista. Le commistioni tra la politica e la gestione di Areva rappresentano un ennesimo problema per il gruppo, al pari di altre partecipate pubbliche. Fino al giugno scorso la guerra tra Sarkozy e l’allora presidentessa tutta d’un pezzo, Anne Lauvergeon, sponsorizzata dalla sinistra, ha avuto riflessi negativi sulla gestione di Areva, portando a notevoli incertezze (ad esempio sull’aumento di capitale, poi varato l’anno scorso). In più, Edf, capitanata da Henri Proglio, fedelissimo di Sarkozy, non ha esitato a fare la guerra ad Areva, anche sui mercati esteri. Questo tipo di “manfrine” dovrebbe essere evitato con Oursel, che è ben voluto anche dall’Eliseo. Ma i vertici di Areva restano ostaggio della politica. E questo non è sempre un bene. Pure la confusione sui possibili tagli all’occupazione è dovuta in parte a questo. In agosto François Baroin, ministro dell’Economia, aveva chiesto ai dirigenti di Areva “di accelerare gli sforzi di ristrutturazione per aumentare la redditività”, che era un consiglio indiretto a tagliare posti di lavoro. Tre mesi più tardi lo stesso Baroin ha chiesto a Oursel l’impegno esplicito “a non licenziare nessuno”. I vertici di Areva non ci capiscono più nulla.                         L. Martinelli, Il Fatto 13-12-2011
COMMENTI e repliche
 
Ghirardi Sergio 14 dicembre 2011 alle 18:02
Con buona pace di tutti i tifosi: dal nucleare non si può più uscire - perlomeno in tempi storici-; si può soltanto (e meno male!) smettere di aumentare la nocività incommensurabile che questo business comporta. Vedere pseudo scienziati e veri apprendisti stregoni da tinello con tastiera e TV che sputano commenti, dati e misure a pioggia per sostenere la loro volontà di servitù e la loro personalità autoritaria succube dell’economia politica e di una concezione alienata di progresso, mi preoccupa ancor più del potere della lobby nucleare che gioca (cinicamente ma logicamente, per il profitto) alla roulette prima russa poi giapponese e con tutta probabilità presto francese o chissà di dove.
Il nucleare è l’esempio, a livello planetario, del trionfo della banalità del male redditizio che avvelena il mondo. Un male non morale ma biologico, geologico perché esce dalle comuni misure della storia e dello spazio tempo degli umani. I danni ormai causati dal nucleare sono già spalmati su tempi metastorici e non è che l’inizio. Lasceremo comunque in eredità per millenni alle generazioni future, le scorie disastrose di una produzione energetica che non ha mai superato il 2% mondiale ma ha già reso invivibili due ampie zone fortemente abitate del pianeta e diffuso i suoi miasmi intorno a ogni centrale. Certo non è (ancora) la fine della specie. Certo altre energie come quelle fornite da carbone e petrolio sono estremamente inquinanti.
Per questo non basta fermare il nucleare. Bisogna rivedere integralmente il rapporto dell’uomo con l’uso alienato di energia, ma se le armi convenzionali hanno ucciso più esseri umani della bomba atomica non per questo un conflitto nucleare può essere banalizzato come una nocività tra le altre.
Il nucleare, accompagnato dal resto di alienazione sociale della società produttivistica, ha innescato l’obsolescenza dell’uomo la cui emancipazione dovrà essere ripensata e ripresa appena il nucleare smetterà di essere la spada di damocle metastorica sull’universo vivente del pianeta terra.

 
Il problema, specialmente in Italia, non e’ il nucleare, o il gas, o il carbone… il problema e’ che c’e’ troppa gente laureata in lettere e filosofia, che scrive frasi incomprensibili e vuote di qualsiasi senso come
“… accompagnato dal resto di alienazione sociale della societa’ produttivistica ha innescato l’obsolescenza dell’uomo la cui emancipazione dovra’ essere ripensata e ripresa appena il nucleare smettera’ di essere la spada di damocle metastorica sull’universo vivente…”
Troppo sindacalese e troppa poca matematica e logica, nei discorsi sull’energia!
Un paese alla frutta.
Roberto
Le parole riflettono le emozioni ancor prima che le convinzioni. Le tue sono volgarmente ottuse indipendentemente da quale laurea accompagni eventualmente la tua ignoranza diplomata.
Il non capire una frase lascia aperto il dubbio tra la sua astrusità e l’ottusità del lettore ma riconosco che i riferimenti impliciti a Anders, Arendt o alla teoria del proletariato siano fastidiosi per i pragmatici della servitù volontaria. Ops anche La Boetie, che vergogna! arridatece del concreto, misurabile e vendibile.
Replica GRIFO 15 dicembre 2011 alle 10:46 @ ghirardi sergio
l’ho già scritto per qualche altro talebano ma và bene anche qui:
ANCHE L’ACCIDIA E’ UN INQUINANTE SE SEI COSTRETTO A VIVERCI VICINO.
Andrebbe bene anche questo slogan: Chi soffre di accidia inquina anche tè! DIFENDITI!!!
 

Replica di Ghirardi Sergio 15 dicembre 2011 alle 12:59
Chi soffra d’accidia o di idiozia è sempre e comunque un giudizio soggettivo e dunque discutibile. Comunque vai a raccontarlo a Fukushima che si deve lottare contro l’accidia anziché contro il nucleare.
Chi dice cazzate pronucleari inquina anche il tè e lo rende imbevibile, proprio come in Giappone, famoso per il tè e ora anche per le leucemie!
In Giappone con 9 reattori in funzione su 54 se la cavano oggi come possono. Con 54 in funzione hanno impestato ieri un terzo del territorio.
Il nucleare si autoelimina lentamente ma sta a noi, mentre tu ti batti come un leone contro l’accidia e gli altri peccati capitali, accelerare il processo di denuclearizzazione prima di impestare tutto il pianeta irreversibilmente.
 
FUKUSHIMA 17-12-2011

L’accidia colpisce ancora!

Mentre circa 80mila persone aspettano di poter sapere se e quando sarà possibile fare ritorno con sicurezza nelle proprie case, il governo nipponico, qualche giorno fa ha ammesso che le operazioni di “pulizia” dell’area colpita dalle radiazioni potrebbero richiedere fino a 40 anni. Non solo, molti esperti di impianti nucleari fanno rilevare che, anche ammesso che la stabilizzazione sia effettivamente avvenuta, un nuovo terremoto nella zona o un nuovo tsunami potrebbero risultare fatali per l’impianto e i suoi reattori. L’emergenza, quindi, con buona pace del primo ministro Noda, è tutt’altro che chiusa.