sabato 2 maggio 2015
Pier Paolo Pasolini Vi odio, cari studenti (Il Pci ai giovani!!)
l’Espresso (n. 24, 16.6.68)
Qui di seguito un commento dello stesso Pasolini comparso su Tempo illustrato (17.05.1969):
Nella mia poesia (Vi odio, cari studenti) dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma; nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l'attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità di fare anche di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale; le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come ghetti particolari, in cui la qualità di vita è ingiusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università.
È triste.
La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato.
Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.
fonte http://www.sitocomunista.it/cultura/pasolini/viodiocari.htm0
lunedì 27 aprile 2015
PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI
Questo documento sulla barbarie nucleare di cui vi ho
tradotto in italiano la presentazione, viene alla luce proprio quando in
Francia Areva (sigla del nucleare
transalpino che minaccia il continente coi suoi 59 vecchi reattori in funzione)
vede il suo progetto di nuovo reattore EPR condannato per difetti di
fabbricazione tenuti a lungo meticolosamente nascosti.
L’Italia non è per ora coinvolta direttamente nell’allucinazione
nucleare, ma fino a quando? Come tutti gli Stati canaglia (tautologia), essa partecipa
allo stesso delirio produttivistico planetario che sta distruggendo società,
ambiente e a termine la sopravvivenza stessa della specie. Inoltre le
radiazioni non si fermano alle frontiere e la politica energetica europea
concerne dunque tutte le popolazioni al di là delle differenze nazionali.
Tra i molti crimini contro l’umanità in atto in nome del
business e del bisogno di energia per una società stupidamente produttivista,
il nucleare è il più pericoloso e il più subdolo. Le zone da difendere si
moltiplicano ovunque e la lotta contro il nichilismo capitalista non fa che
cominciare. Speriamo non sia troppo tardi.
Sergio Ghirardi
Chernobyl: Conseguenze della
catastrofe sulla popolazione e l’ambiente.
17 aprile 2015
Il volume 1181 degli Annali dell’Accademia delle scienze di
New York, intitolato “Chernobyl:
conseguenze della catastrofe sulla popolazione e l’ambiente” e redatto dai
professori Nesterenko e Yablokov è stato appena pubblicato in francese.
Perché si dovrebbe leggere questo libro?
Sei decenni di disinformazione istituzionale, internazionale
e a un livello molto alto ha privato il mondo intero di un’informazione medica
e scientifica particolarmente importante sulle conseguenze sanitarie delle
attività nucleari industriali e militari.
Questo libro rende disponibili enormi quantità di prove
prodotte da studi indipendenti condotti nel mondo intero e nei paesi più
colpiti, dati unici e affidabili che sono stati ignorati e continuano a esserlo
da parte dell’organizzazione mondiale della salute. Esso fornisce una visione
esaustiva delle dimensioni reali della catastrofe di Chernobyl sulla salute e
l’ambiente.
Attraverso le prove che si sono accumulate in Giappone dopo
il disastro di Fukushima, un numero crescente di cittadini sospetta le
autorità, a livello nazionale e internazionale, di non aver detto tutta la
verità. I cittadini hanno ragione di non fidarsi, tanto più che gli esperti di
salute pubblica sono stati più o meno esclusi, fin dall’inizio dell’era nucleare,
dal compito vitale di valutazione degli effetti dell’energia nucleare sulla
salute e dalla funzione di stabilire norme e criteri.
A livello internazionale, l’Organizzazione Mondiale della
Salute ha abdicato al suo ruolo nel dominio critico delle radiazioni e della
salute essendo subordinata all’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica il
cui mandato è quello di promuovere l’utilizzo dell’atomo. Nonostante questo
enorme conflitto d’interessi, l’AIEA detta la sua politica all’OMS nel dominio
delle radiazioni e della salute. I consigli e le direttive (raccomandazioni)
sugli effetti sanitari delle attività nucleari escono dall’istituzione nucleare
che non ha né mandato, né competenza sulla salute pubblica e che è dominata da
fisici e ingegneri del nucleare e da medici radiologi – in altri termini da
coloro che utilizzano questa tecnologia.
Il libro su Chernobyl, pubblicato dall’Accademia delle
Scienze di New York, è un antidoto potente contro la pseudo scienza
dell’istituzione nucleare e la sua lettura è essenziale per chiunque sia alla
ricerca di prove affidabili prodotte da fonti indipendenti sugli effetti
dell’energia nucleare sulla salute e l’ambiente.
È ugualmente possibile comprare una versione cartacea di
questo libro poiché è pubblicato all’unità da Lulu.com in versione francese a
un prezzo di 12,75 euri + 1,50 di Iva e 3,99 di spese di spedizione per un
totale di 18,24 euri. Per la spedizione per corriere postale bisogna contare da
4 a 7 giorni una volta terminata la stampa.
Il programma di ricerca
Chernobyl+Fukushima
Timothy Mousseau
Articolo comparso sotto il titolo: “Anormalità, deformazioni
e resilienza: nuova ricerca sulle radiazioni e la vita selvatica a Chernobyl e
Fukushima”.
Eccone il riassunto:
In sintesi questi risultati dimostrano chiaramente che queste
catastrofi nucleari hanno avuto conseguenze a livello ambientale sugli
individui, le popolazioni e gli ecosistemi; si rilevano numerosi esempi di
anomalie dello sviluppo e di difformità che contribuiscono probabilmente alla
riduzione dell’abbondanza e della biodiversità osservate nelle regioni
radioattive di Chernobyl e Fukushima.
Questi risultati si oppongono nettamente all’ottimismo delle
affermazioni senza prove avanzate dal Forum di Chernobyl (ONU) e dai membri del
Comitato scientifico delle Nazioni Unite sugli effetti delle radiazioni
(UNSCEAR). Gli studi dovranno essere continuati per determinare non solo il
tempo di adattamento delle popolazioni e delle comunità a questa perturbazione,
ma anche per sapere se queste regioni saranno un giorno di nuovo abitabili e
nel caso a partire da quando.
<http://akiomatsumura.com/2014/07/abnormalities-and-deformities-dr-mousseau-explains-the-effects-of-radiation-on-chernobyl-and-fukushima-wildlife.html><http://akiomatsumura.com/2014/07/abnormalities-and-deformities-dr-mousseau-explains-the-effects-of-radiation-on-chernobyl-and-fukushima-wildlife.html>»
le 10 juillet
2014 sur le site Finding the missing link
Traduction
française : Odile Girard (Fukushima-is-still-news
Il programma e le sue attività di ricerca
La sede del programma di ricerca Chernobyl+Fukushima (CFRI)
si trova all’Università della Carolina del Sud, a Columbia. Le ricerche sono
cominciate ufficialmente in Ucraina nel 2000, e a Fukushima nel luglio 2011.
Fino a oggi il gruppo ha condotto più di trenta spedizioni di ricerca a
Chernobyl e dieci spedizioni a Fukushima.
In entrambi i siti gli incidenti nucleari hanno emesso enormi
quantità di elementi radioattivi che sono andati dispersi a causa delle
condizioni meteorologiche dominanti a livello del paesaggio. Circa 200 000 km2
a Chernobyl e 15 000 a Fukushima sono stati pesantemente contaminati. I
materiali radioattivi non si sono dispersi in modo uniforme e hanno creato un
mosaico di micro-habitat “caldi” e “freddi” disseminati su tutta la regione.
Questo patchwork radioattivo ci ha dato un’opportunità unica di osservare gli
effetti genetici, ecologici e quelli legati all’evoluzione molto in dettaglio e
ripetutamente, dunque con un grande rigore scientifico che non sarebbe stato
possibile in laboratorio o tramite studi di terreno tradizionali sottomessi
spesso agli obblighi di una gamma limitata e assai poco naturale di
eterogeneità ambientale. Si tratta di un aspetto importante perché si può
presumere che le interazioni tra i fattori ambientali naturali e i contaminanti
radioattivi giochino probabilmente un ruolo determinante nelle conseguenze
biologiche delle catastrofi in questione. È dunque indispensabile che gli studi
sugli effetti delle radiazioni siano condotti in natura e su scala regionale.
Gli studi riguardanti le sole popolazioni umane presentano numerose costrizioni
che limitano la loro utilità quando si tratta di capire le conseguenze a lungo
termine delle radiazioni.
Il programma di ricerca Chernobyl+Fukushima possiede oggi
anche la sola équipe che lavora
contemporaneamente a Chernobyl e a Fukushima.
Le
nostre fonti essenziali di finanziamento sono la Samuel Freeman Charitable Trust, le CNRS
(France), la National Science Foundation et la National Geographic Society. Dei
finanziamenti supplementari ci sono stati accordati dalla NATO, dalla
fondazione per la ricerca civile e lo sviluppo (CRDF),dall’Istituto nazionale
della salute (NIH), Qiagen GmbH, dalla Fondation Fulbright, dal Bureau della ricerca
e dalla Facoltà di arte e di scienze dell’Università della Carolina del
Sud,dall’Accademia di Finlandia e abbiamo anche ricevuto doni da privati.
Oggi il programma ha al
suo attivo più di 60 pubblicazioni scientifiche che nella maggior parte datano
degli ultimi sette anni (questi documenti sono disponibili sul nostro sito Internet
http://cricket.biol.sc.edu <http://cricket.biol.sc.edu/>).
Le nostre ricerche hanno
fatto notizia su numerosi giornali e programmi televisivi in particolare sul
New York Times, The Economist, Harpers, la BBC, CNN e la News Hour di PBS (vedi
il sito Internet per ulteriori dettagli).
Il gruppo di ricerca è
stato uno dei primi a utilizzare delle tecnologie ecologiche, genetiche e
dosimetriche per chiarire la questione delle conseguenze sanitarie e ambientali
causate dall’esposizione a dosi basse di radioattività diventata cronica dopo
le catastrofi di Chernobyl e Fukushima. Tali tecnologie includono in
particolare dei censimenti ecologici varie volte ripetuti sulle popolazioni
naturali di uccelli, mammiferi e insetti al fine di osservare gli effetti sulla
longevità e la riproduzione; la sequenza DNA e i testi di geno-tossicità per
valutare i danni genetici a corto e lungo termine sugli individui viventi in
natura; l’uso di dosimetri miniaturizzati messi su animali selvaggi e le misure
di terreno dell’irradiazione del corpo intero tra gli uccelli e i mammiferi per
ottenere una valutazione precisa delle dosi di radiazione esterna e interna
ricevute dagli animali liberi in natura. Recentemente il gruppo ha ampliato le
sue ricerche agli studi epidemiologici e genetici delle popolazioni umane (in
particolare i bambini) residenti nelle regioni ucraine toccate da Chernobyl.
Tra i risultati chiave
pubblicati nel periodo 2013-14, si conta la scoperta di tumori, di cataratte e
dello sperma danneggiato negli uccelli provenienti dalle zone fortemente
irradiate di Chernobyl e delle conseguenze sulla biodiversità a Fukushima. Uno
dei risultati estremamente interessanti è la scoperta che qualche specie di
uccelli ha sviluppato una forma di resistenza agli effetti delle radiazioni
cambiando la disposizione degli antiossidanti, benché molti uccelli siano
sterili nelle zone fortemente contaminate. Abbiamo anche scoperto di recente
degli effetti sullo sviluppo neurologico di alcuni piccoli mammiferi sia a
Chernobyl che a Fukushima.
Le due catastrofi
differiscono per il tempo trascorso dal loro accadimento e per la quantità e la
diversità dei radionuclidi emessi, anche se la fonte predominante di radiazione
è il cesio 137 in entrambi i casi.
I punti essenziali rivelati dalla ricerca
Ecco i punti essenziali delle ricerche pubblicate dal
programma di ricerca Chernobyl+Fukushima:
- La taglia delle popolazioni e il numero di specie (cioè la
biodiversità) di uccelli, mammiferi, insetti e ragni sono nettamente inferiori
nelle zone fortemente contaminate di Chernobyl.
- Presso molti uccelli e piccoli mammiferi, la durata di vita
e la fertilità sono ridotte nelle zone di forte contaminazione.
- A Fukushima, solo gli uccelli, le farfalle e le cicale
hanno registrato un declino significativo durante la prima estate dopo
l’incidente a differenza degli altri gruppi che non hanno sofferto di effetti
negativi. Si continuano gli sforzi per notare i cambiamenti che potrebbero
colpire tali popolazioni col tempo.
-Si osserva una grande variabilità tra le diverse specie per
quanto riguarda la loro sensibilità ai radionuclidi. Qualche specie non è
affetta e alcune sembrano persino aumentare di numero nelle zone fortemente
contaminate a Chernobyl come a Fukushima. Si presume che ciò sia dovuto alla
sparizione della concorrenza (quindi maggior quantità di cibo e di spazio
ambientale disponibili), alla riduzione del numero di predatori e forse a un
adattamento agli effetti delle radiazioni.
- Molte specie mostrano segni di danni genetici in seguito a
un’esposizione acuta; le differenze osservate tra Cernobyl e Fukushima
suggeriscono che alcune specie potrebbero mostrare le conseguenze di
un’accumulazione di mutazioni su diverse generazioni successive.
- Certi individui e specie non mostrano alcuna evidenza di
danno genetico collegato all’esposizione alle radiazioni e alcuni di loro
mostrano persino dei segni di adattamento evolutivo agli effetti delle
radiazioni grazie a un aumento dell’attività antiossidante che può offrire una
protezione contro le radiazioni ionizzanti.
- Le specie di uccelli più suscettibili di registrare una
riduzione in numero a causa delle radiazioni, sono quelli che hanno
storicamente visto un aumento del loro tasso di mutazione per altre ragioni,
legate forse alla capacità di raggiustamento del DNA o al declino delle loro
difese contro lo stress ossidante.
- Gli effetti deleteri dell’esposizione alle radiazioni
osservati presso le popolazioni naturali di Chernobyl includono un aumento del
tasso di cataratte, di tumori, di anomalie della crescita, delle deformazioni
degli spermatozoi, dei casi di sterilità e di albinismo.
- Anche lo sviluppo neurologico è stato colpito come mostra
una riduzione della taglia del cervello presso gli uccelli e i roditori; delle
ripercussioni sulle capacità cognitive e sul tasso di sopravvivenza sono state
ugualmente dimostrate presso gli uccelli.
- A Fukushima, i primi segni di anomalie dello sviluppo sono
stati osservati nel 2013 tra gli uccelli, ma non abbiamo ancora messo in
evidenza dei danni genetici importanti tra uccelli e roditori.
- La crescita degli alberi e la decomposizione microbica nel
suolo sono state ugualmente rallentate nelle zone fortemente contaminate dalle
radiazioni.
venerdì 17 aprile 2015
Il benessere è un valore Umano e non economico
Intervento di David Graeber alla conferenza “Sfidare la Modernità Capitalista II” Amburgo 3-5 Aprile 2015
All’inizio di dicembre ho fatto parte di una delegazione in visita a un centro di riabilitazione per i combattenti feriti delle YPG/J nella città di Amide, e il co-direttore della clinica, Agir Merdîn, stava descrivendo la filosofia medica che, a suo avviso, giace dietro l’ordine sociale che stanno cercando di costruire nel Rojava. La loro filosofia, ha spiegato, era essenzialmente preventiva. Per capire la prevalenza di molte malattie si doveva iniziare con i fattori sociali (è impossibile prevenire la malattia se non abbiamo una società sana, basata su una visione della vita umana come parte della natura, “se il cuore è malato, lo è anche il corpo”). Il più importante di questi era lo stress: se, per esempio, le città potessero essere ricostruite con il 70% di aree verdi, i livelli di stress si ridurrebbero immediatamente e, con loro, i tassi di malattie cardiache, diabete, persino il cancro.
Ancora, ha insistito che non era solo una questione di integrazione con la natura, ma anche di legami sociali: la solitudine, l’isolamento sociale, sono congegnati nella società moderna come strumenti di controllo sociale. Noi lo definiamo “schiavitù moderna”, ha affermato dato che in passato la schiavitù è stata imposta da spade ma nel mondo contemporaneo la situazione è in un certo senso più primitiva, perché almeno in passato, quelli tranciati di tutte le connessioni sociali dalla cattura e dalla vendita come schiavi, sapevano di essere schiavi; oggi, si pensa che questa situazione di isolamento sia in realtà la libertà. L’isolamento crea stress, e lo stress ci espone a malattie.
Ma concepire la salute e il corpo in questo senso, come parte di una rete di relazioni sociali, ha richiesto un radicale cambiamento di prospettiva su ciò che la società fosse in realtà. Più tardi, dopo cena, meditando su una sigaretta, ha osservato, “Dopo tutto, si parla sempre di ‘produzione’, come se tutto riguardasse il produrre le cose. Ma in ogni sistema sociale, la cosa più importante che si produce sono pur sempre gli esseri umani. Questo è il modo in cui la pensiamo. Il lavoro riguarda, in ultima analisi, la produzione di persone.”
L’ho trovato un po’ sorprendente, perché anch’io ho scritto un libro intitolato Verso una teoria antropologica del Valore, argomentando esattamente questo punto sono abbastanza sicuro che praticamente nessuno in Kurdistan l’avesse letto. Permettetemi, allora, di tornare ad alcuni di quegli argomenti, e spiegare perché penso che potrebbero essere utili a coloro che sono impegnati in progetti di trasformazione rivoluzionaria.
In un certo senso, il discorso che facevo proviene direttamente da Marx, anzi, si potrebbe dire che sia l’essenza della critica di Marx al capitalismo, anche se la maggior parte dei marxisti la maggiore eccezione è di alcuni ceppi di femminismo marxista sembrano averlo completamente dimenticato. In nessuna parte del mondo antico, Marx osservò una volta, qualcuno ha mai scritto un libro sulla questione relativa al “come deve essere organizzata la società affinché produca il più grande benessere complessivo materiale?” Oggi, naturalmente, questa è quasi l’unica domanda che siamo autorizzati a fare, se vogliamo essere presi sul serio nelle sale del potere, ma in realtà gli autori antichi e lo stesso si può dire di quelli di qualsiasi civiltà diversa dalle nostre contemporanee assumevano che la vera domanda da porsi fosse “quali sono le circostanze che produrranno le persone migliori”: il genere che si vorrebbe avere come vicini di casa, amici o concittadini. La produzione di ricchezza era considerata un momento subordinato in tale processo più ampio: troppa ricchezza avrebbe causato ozio e opulenza, troppo poca avrebbe significato che gli individui erano troppo impegnati a cercare di sopravvivere per dedicare il proprio tempo ad attività civiche, e così via.
Anche gli antropologi hanno, certamente, constatato che ciò fosse vero. Nella maggior parte delle società che sono esistite nel corso della storia umana, non c’è una cosa simile all’”economia”.
In effetti, questo è uno degli esiti più perniciosi e folli della dominanza dell’economia come disciplina maestra.
In una pausa tra un trito di verdure e l’altro, Cameron ha riferito al suo intervistatore che, mentre era ovviamente entusiasta di essere rieletto e di governare la sesta più grande economia mondiale fino al 2020, non avrebbe cercato di rinnovare poi il suo mandato.
Ecco, questo è ciò che rappresenta la Gran Bretagna per coloro che la governano: un’economia.
Questo tipo di logica assume la sua forma più estrema in quegli economisti formati dalla banca mondiale, in Africa, che di tanto in tanto fanno osservazioni sul fatto che si tratti di un problema reale che la metà della popolazione potrebbe presto morire di AIDS, perché ciò avrà effetti disastrosi sull’economia. Una volta, si riteneva che l’economia fosse la via mediante cui si mantiene la popolazione nutrita e vestita e in abitazioni adeguate, in modo da poter rimanere in vita; ora la ragione migliore che si possa trovare al rammarico che saranno tutti morti è che sia a causa degli effetti sui livelli globali di produzione di beni e servizi.
Si presuppone che l’”Economia” corrisponda a quel dominio in cui si parla di “valore” in particolare, naturalmente, il valore monetario, ma anche il valore di tutto ciò che può essere misurato monetariamente. Essenzialmente, questo può essere visto come il dominio in cui il lavoro è diretto verso l’acquisizione di denaro. Il risultato, come Marx ha dimostrato per primo, è che il denaro assume un duplice ruolo specifico. Da un lato, il denaro rappresenta il valore del lavoro, è come la società concepisce e misura l’importanza delle energie creative attraverso cui creare e modellare il mondo che ci circonda, affermando che questa quantità di sforzo creativo vale tutto questo denaro questa proporzione della quantità totale di denaro in circolazione e questo importo vale questo altro importo. Ma allo stesso tempo, non è solo un simbolo che rappresenta l’importanza delle proprie azioni, esso è un simbolo che, in pratica, pone in essere proprio la cosa che rappresenta, perché, dopotutto, si lavora solo per ottenere il denaro. Il risultato è una sorta di gioco di specchi in cui lo stesso “lavoro” giunge a essere definito come quello che si fa per ottenere il denaro che, alla fine, è solo una rappresentazione del valore del lavoro.
Come le femministe marxiste hanno a lungo osservato, un altro effetto pernicioso del sistema di valori è nella definizione di ciò che è considerato “lavoro” e ciò che non lo è. Se uno non riceve il pagamento diretto in contanti, in realtà non è del tutto “lavoro” o, in termini di economia politica, “non è produttivo” (cioè, produttivo di valore secondo i capitalisti.) Uno degli effetti più bizzarri della divinizzazione dei testi di Marx, che diventano analoghi a scritture religiose, è che questa logica che Marx intendeva come una critica interna ai termini dell’economia borghese, un modo per dire “ammesso e non concesso che il mondo operi realmente nel modo in cui sostengono i capitalisti, posso ancora dimostrare che esso produrrà le contraddizioni che alla fine lo distruggeranno” è considerata una realtà, perché Marx lo ha scritto! Il risultato è, ad esempio, che il lavoro “di cura” delle donne, viene trattato come meramente “riproduttivo” (con tutte le sfumature implicitamente biologiche del termine), piuttosto che come forma di lavoro che è in ultima analisi, la più produttiva, dal momento che la società stessa è, in definitiva, semplicemente il processo di reciproca creazione di esseri umani.
Nel 19esimo secolo, la teoria del valore basata sul lavoro che immaginava l’operaio come creatore paradigmatico è stata interiorizzata dalle classi lavoratrici, ed è diventata un mezzo straordinariamente efficace di mobilitazione di massa in tutto il mondo. Eppure è sempre stata segnata da una contraddizione centrale: i membri della classe operaia erano contemporaneamente orgogliosi del proprio lavoro e, allo stesso tempo, in ribellione contro l’idea stessa di lavoro.
Nel corso del 20esimo secolo, i capitalisti, attraverso un’offensiva ideologica sostenuta e determinata, sono riusciti a sostituire gran parte di questi vecchi ethos con una nozione del valore quale, in sostanza, il prodotto del cervello di imprenditori, e del lavoro come essenzialmente meccanico e robotico; esso è così giunto ad essere approvato, invece, come qualcosa di morale, di per sé. Il lavoro è promosso come necessario per natura e, di certo, chi non spende la maggior parte del suo tempo lavorando a qualcosa che non ama particolarmente, è considerato un individuo fondamentalmente cattivo. Questo modo di valutare il lavoro ha creato innumerevoli paradossi, come ho cercato di documentare nel mio pezzo “Sul fenomeno dei Bullshit Jobs”. Dato che l’automazione ha lentamente eliminato gran parte di quello che era il lavoro necessario, l’imperativo di avere comunque una popolazione che lavora sempre di più e più intensamente e la politica di crescita e di occupazione come soluzione a qualsiasi problema, hanno infatti prodotto milioni e milioni di professioni amministrative del tutto inutili e insignificanti: una sfilata infinita di manager della visione strategica, consulenti delle risorse umane, lobbisti, per non parlare di intere industrie, come il telemarketing e il diritto societario, che sembrano esistere per nessun altro motivo che per tenere la gente a lavorare. Allo stesso tempo, sembra una relazione inversa quasi perfetta tra utilità sociale effettiva di un determinato lavoro, dove i compiti ovviamente necessari come l’infermieristica, la cucina, la raccolta dei rifiuti, la manutenzione dei ponti, e simili, o ancora, l’insegnamento sono i meno retribuiti, mentre i più inutili o addirittura controproducenti che, come i dirigenti, si sono sempre vantati delle interminabili ore che trascorrono sul posto di lavoro, anche se non stanno facendo nulla sono quelli più remunerati.
Inoltre, secondo l’ideologia prevalente, questo, almeno a un livello sottile, è visto come giusto. Proprio come le società presupporranno che se c’è un lavoro che qualcuno voglia fare per qualsiasi altra ragione diversa dal denaro (disegno artistico, persino la traduzione, …) esse non sono tenute a pagare per questo, proprio mentre esse dispensano fortune su legioni di insignificanti burocrati aziendali, così gli insegnanti o persino le case automobilistiche diventano oggetto di risentimento populista quando sono visti come strapagati.
Anche sapere che il vostro lavoro è utile e aiuta gli altri è considerato, in qualche modo perverso, come se fosse più gratificante e lo si sottraesse, così, dal suo valore!
Chiaramente quello di cui abbiamo bisogno qui è una completa inversione di prospettiva, e mi sembra che l’unico modo per raggiungere questo obiettivo sia quello di cominciare sostituendo la vecchia versione della teoria del valore-lavoro con una nuova che appunto, inizia con la produzione sociale, il lavoro di cura, e far diventare questo il paradigma per qualsiasi significativo lavoro produttivo nel senso che anche la produzione di necessità materiali è preziosa proprio in quanto può essere vista come un’estensione del principio di cura per gli altri, e la creazione reciproca degli esseri umani. Appena lo faremo, dovrebbe diventare evidente che, nonostante le continue e assurde dichiarazioni che la classe operaia sia in qualche modo scomparsa con la riduzione del lavoro in fabbrica, le classi lavoratrici sono sempre state anche ai tempi di Marx la “classe di cura”, nella misura in cui esse sono state principalmente composte da badanti, guardiani, per non parlare, dei giardinieri, i custodi, e coloro che sono coinvolti nella creazione di ambienti “protettivi” per consentire alle cose di prosperare e crescere. (Questo è vero soprattutto per le donne della classe operaia, ma lo è anche per una percentuale piuttosto grande di uomini della classe operaia.)
Come potrebbe un movimento dei lavoratori basato su questo concetto di economia umana re-immaginare il mondo? Vorrei concludere suggerendo un modo. Siamo abituati a pensare al “comunismo”, come una sorta di stato idealizzato e futuro, o forse come qualcosa che esisteva in un lontano passato (“comunismo primitivo”) e potrà forse esistere di nuovo un giorno, in futuro. Si presume che la base del “comunismo” saranno necessariamente i regimi di proprietà collettiva. Ma se si spazza via la definizione legalistica piuttosto formale dei regimi di proprietà, e si parla invece di forme di accesso ovvero, si torna di nuovo al concetto originale del “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo le proprie esigenze”, scopriamo che la maggior parte del lavoro è già organizzato su linee comuniste. Quando qualcuno in un luogo di lavoro sta riparando un tubo, e dice “passami la chiave”, l’altra persona non dice “e cosa ottengo in cambio?”. Dei principi essenzialmente comunisti vengono applicati perché sono l’unica cosa che funziona davvero. Ne consegue che, il vero senso del capitalismo in sé è solo un brutto modo di organizzare il comunismo. Allo stesso modo, esistono rapporti comunisti di questo tipo tra due persone che si trovano in uno stretto rapporto di fiducia, e si trattano l’un l’altro come se saranno sempre lì l’uno per l’altro, e quindi, in cui il conteggio di input e output, il chi ha dato cosa a chi , sarebbe assurdo. E, infine, le forme di comunismo intese come il fondamento di tutta la socialità umana, poiché se uno ha a che fare con una persona che non considera un nemico, anche un estraneo, se la necessità è abbastanza grande (“sto affogando”) o il costo abbastanza piccolo (“potrebbe darmi indicazioni?” “hai da accendere?”) si presume che intervengano principi comunisti e, naturalmente, in molti sistemi sociali, quel fondamento di quello che definirei “comunismo di base” si è esteso ben oltre che, per esempio, diventa impossibile rifiutare una richiesta di cibo, di qualsiasi tipo, o anche di abbigliamento.
Il comunismo di questo genere non è l’unico principio esistente, e penso che sarebbe quasi impossibile immaginare una società in cui sarebbe l’unico principio. Ci saranno sempre gli altri. Ma re-immaginare quello che stiamo già facendo in questo senso, può fornire un punto di partenza per la realizzazione che proprio questo tipo di mutua responsabilità indeterminata, è pure al centro delle relazioni di cura, e che, in questo senso, è il fondamento riconosciuto di tutte le forme di valore sociale. Ciò significa anche che, in un senso importante, stiamo già vivendo in comunismo. La questione è trovare una modalità di coordinamento democratico di quelle forme di comunismo già esistenti, in modo da lasciare le persone quanto più libere possibile di dare forma a quegli impegni che si desiderano reciprocamente, e in ultima analisi, affinché siano in grado di scegliere per se stessi quali forme di valore vogliono perseguire, individualmente o collettivamente.
fonte: UIKI-ONLUS Sfidare la modernità Capitalista II: Tutte le economie sono essenzialmente economie umane o, quali sono le condizioni materiali che produrrebbero il genere di persone che più vorremmo avere come amici?
VEDI ANCHE la sintesi di Abdullah Öcalan per il 21esimo secolo
domenica 12 aprile 2015
In Italia come in Francia: dal NOTAV al Sì ZAD
![]() |
| Depuis dimanche soir, les défenseurs de Chambaran dans l'Isère occupent une maison forestière (abandonnée de l'ONF) à 5 km du village de Roybon : |
All’indirizzo
degli Zadisti* – Quando può, lo Stato s’appoggia sempre su qualche complicità
locale.
* Le Zad sono in francese le Zone da difendere (Zones A Défendre) dall’appetito e
dall’alienazione produttivista come in Val di Susa, all’Expo e altrove nel
mondo.
Prima di tutto, per eliminare ogni ambiguità, noi siamo
solidali con le lotte di occupazione sostenute contro diversi progetti
industriali e capitalisti che per ristrutturare il territorio, contribuiscono a
ristrutturare le nostre vite. Siamo non solo solidali con le ZAD ma vi
contribuiamo attivamente anche se non ci definiamo come zadisti. Tuttavia non
siamo sempre d’accordo con quel che vi è portato. Il che è logico se si tiene
conto della diversità della gente che lotta. Passeremo oltre, per ora sulla
questione del mettersi d’accordo e della maniera di farlo, sulla quale
torneremo forse in seguito. Abbiamo deciso di redigere questo primo contatto
non per impartire delle lezioni che saremmo assai poco legittimate a dare, ma
per condividere le nostre osservazioni, i dubbi e le inquietudini.
In questi ultimi tempi ci ha fatto evidentemente arrabbiare
il fatto di aver saputo che dei “pro sbarramento” a Sivens o dei “pro Center parcs” a Roybon, si sono
organizzati contro gli zadisti: sbarrare le strade per impedire l’arrivo di
nuove persone in lotta e ridurre l’approvvigionamento logistico, degradare i
veicoli degli zadisti o le capanne di accampamento, minacce, insulti,
aggressioni ecc. Solidali con la gente sul posto, le reazioni e i discorsi di
alcune/i zadisti ci hanno a volte lasciate perplesse. A Sivens certuni
s’indignavano del fatto che la polizia non si sia interposta almeno per
proteggere i veicoli amici e le persone. A Roybon certuni s’indignavano del
fatto che i gendarmi non prendessero il tempo d’indagare sul sito in seguito al
lancio di molotov allorché il fatto stesso che essi potessero penetrare sul
sito non dovrebbe apparire come un’evidenza. Anche lì si sospettava e ci si
indignava che i poliziotti abbiano lasciato fare senza interporsi... Lo Stato
si ritrova di colpo con una nuova legittimità, chiamato a interporsi alla
maniera dei caschi blu tra pro e anti e a fare l’arbitro del conflitto per
mezzo della sua polizia, la stessa che ha già colpito e che non attende che un
ordine per radere al suolo la ZAD, gli stessi che hanno assassinato Rémi
Fraisse qualche mese fa. È un errore credere che ci sia la FNSEA o i piccoli
padroni di Roybon da un lato e lo Stato con i suoi deputati eletti, i suoi
servizi e i suoi poliziotti dall’altro; Vinci
e Pierre et Vacances da un lato e lo
Stato dall’altro. C’è invece un’unità di interessi convergenti. Del resto le
comunità rurali, coinvolte nei progetti in questione non sono delle entità
omogenee. Sembrerebbe persino che ci siano degli interessi di classe, delle
gerarchie, delle imprese morali, materiali, ideologiche religiose... Stato e
capitale trovano dei complici per interesse o adesione ideologica. Non bisogna
dunque aspettarsi di vedere solo gente in uniforme a fronteggiarci.
Stato e capitale avanzano insieme. Questi progetti non
possono vedere il giorno se non con la complicità dello Stato ma neppure senza
il suo appoggio amministrativo, politico, finanziario e attraverso delle
infrastrutture che lo Stato è il solo abilitato ad autorizzare. E se necessario
con i suoi poliziotti. A Chefresne che doveva essere attraversato da una linea
THT, i poliziotti hanno sloggiato un proprietario dal suo campo per permettere
alla società industriale RTE di continuare a fare danni allorché l’industria in
questione non aveva l’autorizzazione della giustizia, la quale a sua volta ha
chiuso gli occhi... “Polizia nazionale,
milizia del capitale” e “giustizia
complice”. All’occorrenza certi slogan colpiscono giusto, ma a forza di
ripeterli per riflesso non si prende più atto di quel che significano
realmente.
È curioso che mentre tutto dovrebbe spingere a prendere atto
e assumere una lotta contro lo Stato e il Capitale, lo Stato ridiventi d’un
colpo una sorta d’entità neutra. Prendere atto, vuol dire anche tentare di
organizzarsi al meglio per difendere la zona e le attività di lotta in modo autonomo.
Evidentemente, la situazione sul terreno è complicata e l’autodifesa vuol dire
porre qualche questione ambiziosa. Tuttavia abbiamo forse altra scelta?
Immaginiamo che possa esistere presso certune/i delle strategie mediatiche - “guardate come i professionisti e lo Stato
sono cattivi e noi buoni” - che mirano a legittimare la lotta, ma ciò vuol
dire, ancora una volta, dimenticare il ruolo dei mass media in queste storie,
la loro complicità con quelli che comandano, la loro sottomissione ideologica e
materiale all’aria del tempo. Ci sembra più pertinente proporre delle analisi e
rispondere a partire da una posizione chiara d’opposizione allo Stato,
piuttosto che ridargli un po’ di colore, passando per di più per una
comunicazione di cui sarebbe altrettanto necessaria la critica, compreso in
seno a una stampa “alternativa” che più si sviluppa meno sembra incarnare la
sua dimensione sovversiva. Ridare in tal modo vita allo Stato vuol dire
soccombere all’ideale astratto del cittadino in quanto amministrato. Il “cittadinismo” radicale stadio supremo
dell’alienazione?
Non è solo che Stato e Capitale marciano insieme. Lo Stato si
è sempre impegnato a trovare dei relais, dei notabili locali, delle frange
reazionarie fino a lasciarle organizzarsi in milizie. Creare una situazione
putrefatta è per lui pane benedetto. Così come lasciare ad altri fare il lavoro
sporco. Lo Stato favorisce un clima di tensione poco propizio allo sviluppo del
movimento, mantiene la pressione e la paura sulla gente che lotta, semina il
dubbio in certune/i in riferimento alla legittimità delle lotte. Aggiungiamo
che i primi a subire le pressioni da parte di poliziotti o dei loro sostituti
cittadini sono quelli che lottano e abitano già il luogo prima dell’inizio del
conflitto. Non è una ragione per vietare di sostenere alcune posizioni e
compiere certe azioni, né di rendere asettiche le proprie attività di lotta, ma
organizzarsi insieme è innanzitutto prendere coscienza delle realtà differenti
di ciascuna e ciascuno, tentando di partorire qualcosa di comune senza tacere
le divergenze.
Lo Stato e le industrie s’appoggiano quando possono sulle
popolazioni locali. Era già il caso al momento dell’installazione della
centrale nucleare di Flamanville, nella Manica, tra il 1975 e il 1977. Molti
siti in bassa Normandia erano allora in ballottaggio per ricevere gli effetti
benefici dell’atomo. Flamanville è stata l’eletta, meno per ragioni tecniche
che per la mobilitazione immediata delle opposizioni negli altri siti (nel
Calvados delle macchine di cantiere erano state immediatamente bruciate) e
soprattutto per il sostegno della popolazione locale. In effetti, certi notabili
erano adepti del nucleare dopo l’installazione dell’impianto di trattamento
delle scorie de La Hague a qualche decina di chilometri. Anche dei pretonzoli
predicavano la buona parola atomica. Ma soprattutto a Flamanville c’era una
popolazione operaia che aveva perduto il lavoro. Una miniera di ferro aveva
chiuso le porte qualche anno prima. Evidentemente l’installazione è stata vista
di buon occhio da una parte di loro. La falaise
sulla quale si arrampicavano per scovare il ferro avrebbe lasciato il posto a
un cantiere titanico, poi a una centrale che si sarebbe dovuta ben
intrattenere. Ricatto al lavoro. Di fatto gli oppositori/oppositrici che
conducevano già un’occupazione del sito non si sono urtati soltanto con lo
Stato e EDF, ma anche con cittadini locali arrabbiati e pronti a battersi.
Comunque sia, gli industriali e lo Stato scelgono i siti in funzione delle
mobilitazioni che incontrano e dei relais possibili in seno alle popolazioni
locali.
Il sito di Notre Dame des Landes fa forse eccezione a causa
della sua lunga storia di opposizioni. In quel sito ci sono state molteplici
lotte in passato, dalle relazioni tra contadini e operai del 68 alle lotte
antinucleari contro le centrali di Carnet e del Pellerin. Anche per questo la
lotta si è fatta cisti, come direbbe Valls. Non si può, tuttavia, riprodurre dovunque
questo contesto in maniera identica senza prendere atto delle situazioni
locali. Ciò vuol dire, forse, che far vivere queste lotte e soprattutto
amplificarle è più difficile di quanto si creda. Ma non importa. Già a Chooz,
all’inizio degli anni ottanta, operai siderurgici e antinucleari avevano capito
che un’ipotetica vittoria (quale vittoria?) non era necessariamente il solo
scopo della lotta. La loro parola d’ordine era “costerà caro farci saltare”. La stessa lucidità ha percorso la
ripresa delle lotte anti THT nella Manica, dopo il campo di Valognes del 2011.
In quel caso sembra proprio che dei documenti interni degli industriali
coinvolti confermino un certo effetto dei sabotaggi e delle diverse attività di
lotta. Che ciò si generalizzi e gli effetti si faranno ancora più sentire.
Caen, Marzo 2015.
Laura Blanchard e Emilie Sievert
Blanchard.sievert@riseup.net
sabato 28 marzo 2015
ITER : una stella in una bottiglia, una minaccia per l'Europa
Troppo lungo da tradurre adesso, ma forse anche in francese potrebbe
essere interessante da far circolare.
ITER :
un progetto di fusione nucleare «al colmo del malessere e capace di derivare al
di fuori di ogni controllo»
J'ai lu cet été un
excellent texte sur ITER, publié dans l'hebdomadaire américain "The New
Yorker", connu entre autre pour la rigueur de ses analyses politiques, et
je tenais vraiment à le faire partager : "A star in a bottle" de Raffi
Khatchadourian ( http://www.newyorker.com/magazine/2014/03/03/a-star-in-a-bottle )
Mais c'est un long
article, écrit en anglais, et malheureusement jamais traduit par personne. J'y
ai passé pas mal de temps - vive la période des fêtes – afin de vous en livrer
une traduction convenable, la traduction automatique étant souvent peu lisible
et pleine de non sens. Je n'ai pas traduit la partie historique sur le
nucléaire et le projet ITER depuis les années 50 (trop long travail), mais
principalement ce qui concernait le projet ITER aujourd'hui.
Vous verrez, on est
loin des articles habituels bien lissés des journaux français, et à des années
lumière des propos enchanteurs tenus par l'agence ITER France, pur produit du
CEA, depuis maintenant des années. Ce texte date de plusieurs mois mais reste
d'actualité étant donné la lenteur du chantier ITER.
Raffi Khatchadourian
est donc allé sur la plate-forme ITER à Cadarache en 2013, a suivi le travail
des scientifiques qui sont là-dedans quotidiennement, a pu parler avec eux, les
suivre dans leur journée, les écouter, recueillir leurs avis et impressions. Il
a fait aussi un tour sur le chantier en construction et ce qui en ressort est
vraiment édifiant ! Une évaluation confidentielle de la gestion interne parlait
d'ITER comme d'un projet« en plein malaise pouvant dériver hors de tout
contrôle ». Un rapport final très sévère a été publié en octobre 2013; la
direction d'ITER l'a gardé dans le plus grand secret. The New Yorker l'a
diffusé mais personne ne l'a traduit en français bien sûr.
ITER, c'est la
galère depuis le tout début, bien avant que le premier bloc de béton soit coulé.
C'est un projet qui
ne tient pas la route ( iter, «la voie» en latin) dans sa partie politique
comme dans sa partie scientifique. Les politiques ont fermé les yeux, fiers
d'être les initiateurs d'un grand projet international, et les scientifiques se
sont frotté les mains d'avoir autant d'argent pour un beau jouet de
recherche.
Mais la réalité les
a tous très vite rattrapés. Et ce n'est à présent plus une voie mais une
impasse totale, un cauchemar même. Le projet ne peut absolument plus être
modifié, car la fabrication des pièces a démarré un peu partout dans le monde
et c'est déjà un vrai casse-tête international.
Alors politiques et
scientifiques se renvoient mutuellement la faute et les têtes tombent. Nous
apprenions en novembre qu'Osamu Motojima, le deuxième directeur général d'ITER,
perdait son poste. C'est Bernard Bigot, grosse pointure du nucléaire en France,
qui le remplacera dès février 2015. (ça sent la dernière cartouche).
Mais le problème
reste entier et insoluble et les problèmes ne vont aller qu'en s'aggravant
comme celui de l'assemblage des composants qui vont arriver à Cadarache. Le
tokamak en comprend 1 million !
Et il y a
aujourd'hui un problème plus urgent encore: aucun bâtiment n'est prêt à
Cadarache, le chantier a plus
de 5 ans de retard.
Le Complexe tokamak,
un édifice de 400 000 tonnes, 120 mètres de long sur 80 de large, aura une
hauteur de 80 mètres et comprendra sept niveaux. C'est une construction très
complexe, ou l'erreur n'est pas permise, qui est très loin d'être réalisée. Le
radier au sol a été achevé cet été et les premiers murs commencent juste à
s'élever.
Le Bâtiment
d'assemblage, où doivent donc être assemblés les éléments de la machine, est
aussi un grand bâtiment (97 mètres de long, 60 de large et 60 de haut). Il est
à peu prés au même stade de construction que le Complexe tokamak. Le premier
convoi ITER va emprunter l'itinéraire dans la nuit du 13 au 14 janvier
2015. Il concerne le transport d'un transformateur électrique, énorme bloc
de 60 m3. Ce sera le premier d'une série de quatre transformateurs attendus
cette année. Une dizaine de convois, qui transiteront entre une et trois nuits,
de Berre à Cadarache, sont programmés en 2015. ( ils étaient initialement
attendus pour 2009! )
Où vont-ils stocker
et assembler tous ces composants ?
Surcoûts et retards
vont évidemment continuer. Le prix de la construction a déjà triplé alors
qu'elle en est à ses débuts. Personne aujourd'hui n'est en mesure de chiffrer
le projet ITER. Les conflits entre les pays partenaires vont très certainement
s'amplifier.
Nous le disions déjà, cela fait plus de 10 ans, avec l'association
MEDIANE. Le projet pharaonique se dirige, chaque jour un peu plus, vers un
fiasco colossal.
Ce gaspillage
effrayant de milliards d'euros d'argent public doit cesser au plus vite !
ITER est un vieux
projet "scientifique" sur la fusion nucléaire qui date des années 80,
aujourd'hui complètement désuet. Et le nucléaire, fusion comme fission, sera
toujours une menace de mort et certainement pas une source de bienfait pour
l'humanité.
Antoine Calandra,
janvier 2015
Des milliers de
composants vont être fabriqués plus ou moins parfaitement et en fin de compte,
le succès du projet ITER peut reposer sur une simple question :
Est-ce qu'on
parviendra à tout assembler ?
Stefano Chiocchio,
chef de la division intégration-conception d'ITER - chef de puzzle - a son
bureau dans l'une des annexes temporaires près du siège. Son BlackBerry contient
généralement un calendrier de rendez-vous impossible à tenir. Son téléphone à
l'oreille il gesticule comme une particule atomique zigzagante. Les ingénieurs
de Chiocchio sont, en quelque sorte, la garde prétorienne du projet, m'a dit un
employé.
Jusqu'à présent, la
grande machine n'existe que sous forme d'informations numériques de 1,8
téraoctets, accessibles sur un cloud computing sécurisé et sauvegardées
tous les soirs dans une banque à Barcelone garantissant la bonne conservation
des disques durs. Mais la principale menace est la manière de travailler en
elle-même, avec des modifications venant simultanément du siège ITER, des
agences domestiques et des divers sous-traitants à travers le monde.
Théoriquement les modifications ne sont ajoutées qu'avec l'approbation de la
garde prétorienne. Pourtant les incompatibilités arrivent en nombre. L'équipe
de Chiocchio doit faire face à toutes ces non-conformités et se trouve
complètement débordée.
J'avais rendez-vous
avec Chiocchio et l'ai trouvé en pleine réunion dans une salle de conférence.
Deux douzaines d'ingénieurs étaient assis autour de tables disposées en fer à
cheval dans une ambiance assez sombre. Un sentiment de crise semblait planer
sur ITER comme une nébuleuse concentrique autour d'un soleil mourant. Le
projet est en retard depuis le début. En 19931 on pensait que la
machine pourrait être prête en 2010; et il y aura certainement d'autres
retards. Le moral est plus bas que le plancher et les discussions sont remplies
de cynisme, de désaccords et d'humour noir.
« il y a
beaucoup d'anxiété ici, tout ça va imploser » m'a dit un physicien
De nombreux
ingénieurs et physiciens travaillant sur ITER estiment que les retards ont peu
à voir avec l'ingénierie ou la physique mais viennent de la façon dont ITER est
organisé et géré. Des membres clé de l'équipe technique sont partis, d'autres
ont pris un «congé pour stress» afin de récupérer.
Il y a peu, le
directeur général, Osamu Motojima, physicien japonais qui dirige l'organisation
depuis 2010, a fait poser par des ouvriers, à l'entrée du siège, une dalle de
granit pour marquer la présence d' ITER. Les gens l'appellent la pierre
tombale.
Les ingénieurs de
Chiocchio étaient réunis pour discuter du problème le plus urgent : les retards
dans la construction de l'énorme bâtiment qui abritera le tokamak.
Dès le début, afin
de respecter le calendrier, la construction a démarré malgré que des parties
importantes, au niveau de la conception du tokamak, soient incomplètes. C'est
comme construire la coque d'une fusée sans avoir conçu son moteur, ou pire
encore. Comme l'a dit Chiocchio : " l'une des difficultés avec ce
bâtiment nucléaire est que, une fois construit, on ne pourra plus percer le
moindre trou. Une fois terminé, point final. Le bâtiment dispose d'une fonction
de sécurité, de confinement, et l'une des principales exigences, c'est qu'il
n'y ait pas de fissures à travers lesquelles la radioactivité puisse migrer et
s'échapper. Nous devons être sûrs de n'avoir rien oublié - un tuyau, un câble -
parce que si nous avons manqué quelque chose et que quelqu'un dise « OK,
nous allons visser juste cela au mur » et bien, non, ce ne sera pas
possible»
Et pourtant vu
l'immense échelle et la densité de la machine ITER, il est pratiquement
impossible de savoir où tout ira ! Près de 10 000 km de câbles vont
traverser la machine pour distribuer la puissance électrique dans 250 000
points terminaux. Un système de chauffage enverra un million de watts de
rayonnement micro-ondes à travers une ouverture constituée d'un gros diamant
synthétique. Le système nécessitera un guidage tubulaire parfaitement droit
pour transporter les ondes.
Pour résoudre
l'énigme du renforcement de la machine, les ingénieurs ont conçu des portails
spéciaux dans toute la structure. « Fondamentalement, ce que nous avons à
faire maintenant est de s'assurer que nous avons bien prédéfini les
emplacements, avec des plaques d'acier encastrées dans les murs, qui pourront
soutenir tous les systèmes qui sont à l'intérieur », a expliqué Chiocchio.
« Nous devons mettre de nombreuses plaques d'encastrement, plus de
quatre-vingt mille, mais chaque plaque coûte très cher, et l'Agence domestique
européenne, qui est responsable de la construction, se plaint que nous en
mettons trop. « Les plaintes deviennent des arguments, les arguments
deviennent des retards, et les retards dans la construction menacent maintenant
l'ensemble du projet. Si le bâtiment n'est pas terminé, nous aurons des
composants tout le long de la route.
Un jour de retard
commence à présent à coûter cher, je ne sais pas, probablement près d'un
million d'euros ».
Dans la salle de
conférence, les ingénieurs étudiaient une présentation PowerPoint intitulée
«TKM Complexe – niveau B1 semaine 34 et actions semaine 35 » Un membre de
l'équipe conception-intégration, Jean-Jacques Cordier, menait la discussion. A
la fin de la réunion, il a indiqué qu'il manquait du temps pour examiner de
près les composants qui occupent le troisième étage: les plans devaient être
réunis, les spécifications actualisées, les problèmes réglés. Il a dit
« ce n'est pas raisonnable, cela signifie que nous devrons traiter des
milliers de données en trois semaines »
Chiocchio a demandé
si tout ce qui concernait les premiers étages était fini, mais il restait tout
simplement trop de détails à retravailler avant de livrer les dessins à
l'entrepreneur. « Si nous tardons, nous aurons un retard réel. La seule
façon de l'éviter est d'augmenter nos ressources pour y faire face » a
déclaré Cordier.
Chiocchio m'a
rejoint pour le déjeuner, il semblait épuisé. ITER quand tout sera terminé,
contiendra dix millions de pièces individuelles, mais il y a seulement
vingt-huit personnes qui travaillent dessus. Il m'a montré ensuite une pièce
près de son bureau où trois hommes sont en poste tous les jours pour traquer
les conflits. Devant chaque homme, un énorme puzzle ITER en miniature remplit
deux écrans d'ordinateur. «Nous devons tout vérifier, les conflits comme
celui-ci» dit l'un des hommes pointant un schéma où une structure de soutien du
tokamak ne s'alignait pas avec la plaque d'ancrage. Pour résoudre ce problème,
il faut informer l'équipe de designers deux étages plus bas. Habituellement,
les membres de la Garde transmettent des messages que les autres ne veulent pas
entendre » dit-il, ajoutant: « En fait, nous ne sommes pas aimés par
grand monde »
Comme l'a dit
Chiocchio, de nombreux problèmes de conception surgissent à cause des
fondements politiques du projet. Les modifications apportées à un composant
rendent les autres - construits dans d'autres pays - plus cher, et les
controverses sont difficiles à résoudre. Depuis le début, les agences
domestiques rivalisent pour élaborer le design des composants de la machine, de
sorte que leurs industries puissent profiter de ce savoir-faire; la conception
et la fabrication des pièces les plus sophistiquées a donc été réparti, ce qui
est politiquement judicieux, mais en totale contradiction avec la prudence en
ingénierie. Il aurait fallu un seul fabricant pour la construction de la
chambre à vide d'ITER, un dispositif de haute précision qui doit avoir une
symétrie parfaite pour fonctionner. Au lieu de cela, elle sera construite en
neuf segments, deux fabriqués en Corée et le reste en Europe. Il aurait fallu
des boulons ayant certaines caractéristiques, mais les Européens ont décidé
d'en utiliser d'autres qui sont moins chers. La garde prétorienne, avec un peu
plus que le pouvoir de persuasion, doit s'assurer que le dispositif est
complet.
Les cadres de
référence communs sont souvent difficiles à trouver, et Chiocchio doit
travailler constamment pour qu'ITER ne devienne pas une Tour de Babel
scientifique. Il demande aux scientifiques d'utiliser la même terminologie
(parfois, la même langue) et aussi la même norme de mesure métrique. C'est un
travail de mégère, mais Chiocchio est engagé dans le projet ITER depuis vingt
ans, et comme beaucoup de gens qui construisent des tokamaks, il est venu ici
avec le sens d'une mission. La fusion thermonucléaire diffère de la fission, et
sa promesse est beaucoup plus grande. Un ingénieur qui a consacré sa carrière à
l'objectif d'un réacteur m'a dit une fois : « la fusion a une
pathologie intéressante, son attrait est tellement immense » Dans le siège
ITER on peut sentir cela: une force psychologique qui atténue, ou enferme, le
pessimisme comme un champ magnétique. J'ai pu la capter un après-midi quand un
physicien découragé déclara, plaisantant à moitié, que le vaisseau spatial dans
"Star Trek" était alimenté par la fusion. […]
Dans les années 90,
il y avait toutes les raisons de penser que c'était la fin d'ITER. Au moment où
les États-Unis se sont retirés, un autre physicien français, Robert Aymar,
était en place et a décidé de réduire le coût astronomique d'ITER en faisant
une machine plus petite, avec un budget serré et moins de personnel. Commencé
en 1998, il n'a été finalisé qu'en 2001. La nouvelle machine serait construite
pour un mélange idéal de tritium, et l'objectif ne serait plus d'atteindre
l'ignition, mais de produire dix fois plus d'énergie tiré dans le plasma, un
demi gigawatt. Aymar estima le coût à cinq milliards de dollars, la moitié du
coût initial, et ce chiffre fut bientôt cité comme son prix réel. La conception
était encore loin d'être complète, et presque tout le monde savait que ce
chiffre était largement sous-estimé. « Bien sûr, les bureaucrates
voulaient que ITER soit approuvé, et les politiciens ont volontairement fermé
les yeux » m'a dit un employé. « Oh, si au lieu de 5 milliards ils
avaient dit 15 milliards, alors probablement personne n'en aurait voulu »
Poussé par un
consensus d'universitaires américains, les États-Unis ont rejoint le projet; un
accord engageant les deux parties a finalement été signé, et une agence
domestique américaine s'est ouverte à Oak Ridge. Mais l'irréalisme délibéré est
resté. Les deux premiers chefs d'ITER n'avaient aucune expérience en physique
des plasmas. Le directeur général, Kaname Ikeda, était un fonctionnaire
japonais et un ingénieur nucléaire. Son chef adjoint, Norbert Holtkamp, venait
du monde des accélérateurs de particules de haute énergie. Holtkamp fit ce
qu'il put pour protéger l'organisation naissante. « Un jour il a dit: si
vous dépensez le maximum d'argent, passé le premier milliard, personne ne nous
arrêtera plus. Et donc il a dépensé, dépensé et dépensé » m'a dit un ancien
ingénieur ITER. « La conception n'était pas terminée, mais il voulait que
ça démarre; bougez, bougez, bougez ! » (Holtkamp nie avoir fait ce
commentaire)
Science et politique
ont fusionné. Lorsque les ingénieurs européens qui travaillent depuis des décennies
dans la recherche sur les tokamaks ont proposé de construire l'enceinte
intérieure, un officiel chinois s'est levé et, profondément choqué, a soutenu
avec véhémence que c'était le comble de l'arrogance de penser que la Chine
n'était pas capable de fabriquer cette enceinte. Et il a été décidé que la
Chine en ferait une partie.
Assez vite, la
réalité a refait surface: le calendrier a dérapé et les coûts ont augmenté. En 2010, Ikeda et Holtkamp prenaient la porte, et Osamu
Motojima prenait le poste de directeur. Étant physicien et spécialiste de la
fusion, Motojima comprit ce qui était en jeu: Si ITER échouait, la quête de
l'énergie thermonucléaire pourrait être enterrée définitivement. Après avoir
pris la barre, il déclara : « Le rêve est vivant ! » Un après-midi,
David Campbell, physicien en chef à ITER, m'a dit: « Je peux traverser la salle
et regarder le site en construction, et parfois je me dis à moi-même :
nous construisons ITER là-bas! Il a fallu longtemps pour en arriver là. Même
s'il y a des frustrations avec le système, même si les membres ne sont pas
contents du coût qui a augmenté et des retards sur le calendrier, tout le monde
est engagé la-dedans ».
[…]
Le but de l'examen
de Reich, ingénieur dans la garde Prétorienne, était surtout d'étudier les
changements que les diverses agences domestiques proposaient pour les aimants,
en commençant par celui appelé le solénoïde central, la plus importante
contribution américaine à ITER. À l'école primaire, les enfants font souvent
des sortes de solénoïdes en enroulant un fil autour d'un clou, puis en
l'attachant à une batterie : le courant magnétise la bobine. Le solénoïde
central d'ITER fonctionnera de la même manière, mais il pèsera mille tonnes, et
se tiendra comme une colonne de 12 mètres de haut au centre de la chambre à
vide. Sa bobine fera plus de 30 km de long et sera faite avec du niobium-étain
(Nb3Sn), un matériau exotique rarement utilisé dans les grands projets
industriels. Ce métal a été choisi car il peut générer des champs magnétiques
extrêmes: 260 000 fois celui de la Terre. Clé de conception d'origine
soviétique, le solénoïde enverra d'énormes impulsions électriques à travers le
plasma, pour le chauffer et le stabiliser. David Everitt, ingénieur à Oak Ridge
en charge de la construction de l'aimant, m'a dit de l'imaginer comme une
bougie géante : « Ce sera une merveille technologique. Il a beaucoup
de choses à faire, le courant n'est pas constant. Il a un très grand champ
magnétique, pas le plus grand mais très grand, le courant à l’intérieur d'un
module est opposé à celui du module adjacent, il y a une très grande force de
séparation».
Quand les ingénieurs
d'ITER parlent de très grande force de séparation, ils pensent à une rupture
cataclysmique. Le solénoïde sera construit en six modules, empilés les uns sur
les autres comme des jetons de poker. L'avantage de cette conception est que
les différents modules peuvent fonctionner avec des champs magnétiques opposés,
donnant aux physiciens la capacité de modeler le plasma de différentes
manières. L'inconvénient est que cela crée également des forces opposées
énormes qui peuvent faire sauter tout l’empilement si elles ne sont pas
fortement contrebalancées. Les concepteurs de l'aimant ont calculé que les
forces peuvent atteindre soixante méga newtons, soit deux fois la poussée
qu'une navette spatiale de la NASA a besoin au décollage. Toute la pile peut
aussi se comprimer puissamment. Lorsque les ingénieurs ont eu connaissance de
cette conception, leur réaction a été : « par le saint Maquereau!
Vous voulez faire quoi ? »
Selon à qui vous
parlez, l'histoire de ce solénoïde central incarne soit la déficience d'ITER,
soit les capacités de l'équipe à surmonter la difficulté. Dès le début, les
exigences techniques de l'aimant indiquaient que ce serait extrêmement
difficile de le fabriquer. Pour éviter que le solénoïde ne passe à travers le
toit, 1080 vis doivent être fixées à la partie supérieure et à la partie
inférieure, afin de maintenir la pile comprimée comme dans un étau. En outre,
le niobium-étain est difficile à travailler. Il n'atteint pas ses propriétés
supraconductrices tant qu'il n'est pas cuit: les brins de câbles seront
enroulés dans un module, puis chauffés pendant plusieurs jours dans un four sur
mesure inondé avec de l'argon. Les brins, de moins d'un millimètre d'épaisseur
chacun, seront entrelacés avec le cuivre. Dans le four, les métaux vont se lier
dans une matrice fragile qui ne pourra pas être pliée ensuite.
[…]
La politique
inadaptée du projet ITER fait que les problèmes ne peuvent que s'aggraver. Le personnel utilise le terme de « zoo conducteur»
pour désigner la ménagerie de matériaux composant les aimants. Le brin de
niobium-étain (Nb3Sn) est produit par un éventail ahurissant de sous-traitants,
dans six pays, de manière tellement différente que leurs échantillons ne se
ressemblent même pas. Comme l'a expliqué Chiocchio : "il y a des
fournisseurs partout dans le monde, c'est vraiment un cauchemar." Le
Japon, qui a travaillé sur le prototype du solénoïde, voulait s'occuper des
câbles et a fait campagne pour fournir ses propres matériaux pour le zoo. En
2010, deux sociétés japonaises ont envoyé leurs échantillons à un laboratoire
en Suisse. Les résultats ont été particulièrement mauvais. Les câbles devront
supporter soixante mille impulsions, mais le câble japonais était dégradé après
seulement six mille. Les ingénieurs ont commencé à s'inquiéter: « cela va
t-il être une erreur fatale pour ITER ? »
Les employés d'Oak
Ridge ont craint que le calendrier ne puisse être respecté. Ils ont contacté un
fournisseur travaillant pour ITER dans le New Jersey, Oxford Superconducting
Technology, qui produit des brins de niobium-étain pour d'autres grands aimants
de la machine. Ils ont demandé un échantillon pour le solénoïde, et en 2012,
après avoir obtenu de bons résultats dans les tests, ils ont exhorté les
Japonais à acheter le matériel d'Oxford. « Avec le fonctionnement d'ITER,
c'était très difficile de convaincre les Japonais, car c'est quelque chose
qu'ils voulaient faire » m'a dit un ancien travailleur d'Oak Ridge. Les
Japonais ont refusé, et le risque de retard a augmenté. De nouveaux
échantillons japonais ont été envoyé en Suisse, et après plus de deux années de
discussions et d'essais, le produit japonais a finalement fonctionné. «Il y a
eu un grand soulagement dans le monde entier », a déclaré l'ancien
employé. Certains ingénieurs étaient fiers du travail d'équipe, mais ce
problème n'aurait pas dû exister et reste un sujet sensible. Lorsque la revue
sciences a publié un article la-dessus, Motojima a écrit pour dire qu'il était
injuste de laisser entendre que les fabricants japonais avaient échoué.
« Ce n'est pas correct » a t-il insisté.
Les effets du retard
sont encore visibles sur le terrain. Les responsables de Oak Ridge ont
sous-traité la construction du solénoïde avec General Atomics, une entreprise
familiale à San Diego. […]
En mai 2014, les
Japonais doivent livrer le conducteur à General Atomics, qui complétera les six
modules d'ici 2018. La société expédiera alors les pièces finies au port de
Galveston, avec chaque module - de 14 mètres de diamètre - sur des camions
propulsés par trente essieux, pour supporter le poids. Le voyage se fera
probablement après minuit, car les camions devront occuper deux voies
d'autoroute. A Galveston, les modules seront chargés sur un navire qui se
rendra à Fos-sur-Mer, près de Marseille. De là, ils seront transportés le long
d'une route spécialement aménagée jusqu'à la salle d'assemblage du tokamak,
puis empilés, compressés, câblés et testés. La hauteur de la salle est dictée
par la hauteur du solénoïde. Suspendue au plafond, une grue à pont roulant -
avec quatre crochets et des câbles d'acier - soulèvera le gabarit, et avec lui
le solénoïde suspendu à la verticale. Chaque variable sera étudié avec
précision: la tension des câbles en tenant compte du poids énorme; la dynamique
de la grue quand elle se déplace; le degré avec lequel l'aimant va osciller;
même la météo, le vent frappant le bâtiment, et comment sa force pourrait
affecter le parcours de la grue. Lentement, le solénoïde - avec ses mille
tonnes - sera transporté jusqu'au tokamak et placé au milieu de la chambre à
vide. S'il est trop grand d'à peine quelques millimètres, il ne pourra pas
rentrer dans l'espace cylindrique étanche conçu pour lui. Il n'y a aucune
place pour l'erreur.
Que se passera t-il
quand ITER sera activé? Une chose est certaine: une étoile synthétique est une
merveille cryptique. La seule façon de l'observer serait de la sortir de la
salle de contrôle ; les champs magnétiques sont invisibles, le plasma ne
fait aucun bruit. Mais allez visiter un tokamak en marche - en Corée du Sud, en
Suisse ou en Inde - et demandez ce qui se passerait si vous étiez à côté de la
machine.
Réponse: L'aimant
pourrait traverser le cœur et faire un trou dans la machine. Et que faire
si le plasma se dissipe soudainement ? Réponse: des forces gargantuesques
sont susceptibles de déferler, peut-être même d'arracher l'appareil, comme
des faisceaux d'électrons déchirant sauvagement la machine. Dans la salle de
contrôle, il pourrait sembler qu'il ne se passe pas grand chose, mais vous
seriez entouré d'une science de l’extrême.
Que se passera t-il
quand ITER sera activé ? La réponse, comme dans toutes les expériences, est un
grand mystère, puisque personne n'a encore produit de plasma chaud, dense et
suffisamment durable pour s'auto-entretenir. Une telle chose sera t-elle trop
difficile à contenir, ou bien un équilibre imprévu sera t-il trouvé ?
Il est difficile de
savoir si ITER aura assez de puissance pour atteindre le « mode H »
scénario de base du projet. Les systèmes de chauffage du plus grand tokamak
existant ont la taille de cinq conteneurs d'expédition; ITER sera encore trois
fois plus grand, et devra fonctionner de façon non prouvée. Même si les
systèmes fonctionnent, il n'y en aura pas assez. Les extrapolations actuelles
ne donnent qu'une indication vague des besoins d'ITER, avec une gamme
d'incertitude désespérément grande. Joe Snipes, physicien m'a dit: « Nous avons
essayé, essayé et essayé et quand je dis «nous», je parle de toute la
communauté travaillant sur la fusion, les experts du monde entier – nous avons
essayé de réduire la marge d'erreurs, mais nous ne pouvons pas le faire; le
mode H dépend de tellement de facteurs différents que nous ne pouvons
comprendre » Certains ingénieurs se demandent si les systèmes de chauffage
pertinents – coûtant un milliard de dollars, initialement conçus pour
l'initiative de défense stratégique de Ronald Reagan appelée Star Wars - auront
une utilité dans les tokamaks. D'autres pensent que tout doit être essayé,
parce que ITER reste finalement une expérience: trouver des pistes pour une
solution est son but.
Le travail de Snipes
sera de gérer le plasma. Il n'y a pas longtemps, il a donné au siège une
conférence pour les ingénieurs intitulé : « Limites de fonctionnement
pour ITER »Il a parlé principalement des incertitudes de comportement du
plasma, mais il a rappelé à ses collègues que certaines limites étaient
simplement dues à la façon dont le projet ITER avait été conçu. Alors que la
garde prétorienne était inquiète des lacunes au niveau des composants, essayant
de s'assurer qu'il y aurait assez de place pour assembler la machine, les physiciens
avaient la même inquiétude. Les neutrons devraient s'échapper du plasma d'ITER
tel un tsunami. Parce que ces particules n'ont aucune charge, elles vont
échapper à l'emprise des aimants, avançant à travers n'importe quel espace
qu'ils trouveront, passant à l’intérieur, ou à travers, les obstructions – la
matière solide ne pourra pas toujours les arrêter.
Dès le début, les
physiciens ont compris que plus il y avait de lacunes dans la conception, plus
les neutrons pourraient pénétrer dans la machine, le chauffage les absorbant de
toutes façons. Pour étudier les effets du plasma sur la structure, ils ont
acquis un million d'heures sur MareNostrum, un superordinateur à Barcelone,
situé dans une cage de verre dans la nef faiblement éclairée d'une chapelle du
XIXe siècle.
Les aimants d'ITER
seront enfermés dans un cryostat et refroidis en continu avec de l'hélium
liquide. S'ils deviennent moins froids que -267 degrés, ils deviendront
«normaux» et perdront leur qualité de supraconducteur. Alors, l'énorme courant
électrique qui les traverse cherchera une autre sortie, comme un fleuve
endigué. Si les 18 bobines de champ toroïdal devaient faire l'expérience de ce
phénomène, 41 milliards de joules d'énergie chercheraient un nouvel endroit ou
aller. Un scientifique a comparé cette issue à deux avions 747 se scratchant
simultanément dans la machine.
Les calculs sont
complexes pour prévoir combien de neutrons viendront frapper les aimants, mais
les lacunes sont introduites plus rapidement que la vitesse d'analyse.
« Le physicien qui en est responsable améliore constamment ses
modèles » m'a dit Snipes. « Chaque petit écart lui cause d'énormes
maux de tête. Maintenant, ce ne sera pas un problème – nous réduirons les
performances du plasma avant d'arriver à ce stade dangereux - mais ça nous
empêchera de savoir jusqu’où nous aurions pu aller » En d'autres termes,
même si ITER est capable de produire des réactions thermonucléaires record, la
machine peut ne pas être capable d'y faire face - une perspective extrêmement frustrante.
Depuis l'époque de Dorland et Kotschenreuther, il y a eu des modèles
informatiques beaucoup plus encourageants; on prédit que ITER pourrait
théoriquement atteindre l'ignition. Mais, si les écarts devaient se confirmer,
les objectifs fondamentaux du projet pourraient être compromis.
« C'est ce qui
arrive quand on fonctionne avec un calendrier qui n'est pas réaliste, ou
lorsqu'on doit construire une machine avec trop peu de personnes, ou trop peu
d'argent, il faut faire alors des sacrifices » m'a dit un scientifique
affilié au projet. « Chaque fois que le directeur général fête une étape,
il ne reconnaît pas les raccourcis qui ont été pris pour en arriver là »
ITER est continuellement remodelé pour répondre aux exigences de moindre coût.
Le tokamak avait au départ deux extracteurs de chaleur, appelées divertor. Il y
en a maintenant plus qu'un seul. « Et c'est risqué » a ajouté le
scientifique. « C'est comme construire une seule navette spatiale, et
vouloir la faire fonctionner 30 ans. S'il y a un problème de divertor, cela
pourrait prendre cinq ans pour en faire un autre, et ça pourrait être la fin du
projet » Les compromis sont une source de difficultés permanentes, dont
beaucoup ne sont pas résolues ou sont résolues cyniquement, les gens disent que
c'est parce que Motojima encourage une culture qui est contraire à la science,
parce que la structure organisationnelle d'ITER est calquée sur la société
japonaise – avec une administration lourde se préoccupant beaucoup de donner
une image de progrès.
« Ce projet est
censé apporter de l'espoir, mais c'est la peur qui règne en son sein » a déclaré le scientifique. « Des efforts sont faits
à plusieurs niveaux pour cacher les problèmes, en partie parce que les gens
pensent que la situation ne pourra pas s 'arranger, et en partie parce que
certains des décideurs seront morts au moment où on appuiera sur le gros bouton
rouge ».
Durant l'été,
l'ambiance de travail au sein de la plus grande collaboration scientifique de
l'histoire devenait de plus en plus anxieuse. « ITER a toujours été un
lieu de travail mouvementé, hein ? » m'avait dit Chiocchio, mais les
frustrations montent nettement. L'année précédente, ITER avait à peine atteint
la moitié de ses objectifs. La date de démarrage de la machine – 2020 - a été de
nouveau reportée. On parle discrètement maintenant de 2023 ou 2024. Et si la
date recule encore ? Les ingénieurs opèrent dans un monde de charges
strictement mesurées et de flux thermiques , mais les forces politiques sont
insensibles à ces mesures précises. Pourtant, les dernières répercussions
étaient évidentes. À un moment donné, finalement, des politiciens frustrés
pourraient décider qu'ITER n'en vaut pas la peine, vu le coût croissant des
retards.
En Juin, le Conseil
ITER s'est réuni à Tokyo, et il était évident que l'organisation allait se
retrouver devant sa propre turbulence interne. À un moment donné, un membre du
Conseil Coréen a pris ses papiers et claqué la porte. Ned Sauthoff, le chef de
projet des États-Unis, a dit clairement qu'il pensait que la culture de
sécurité nucléaire manquait dans le projet ITER et que l'implication américaine
allait diminuer. Le ministère de l'Énergie avait arrêté le financement d'un
tokamak au M.I.T (Massachusetts Institute of Technology) pour aider à payer
ITER, et cette décision a eu des conséquences. Les membres du Congrès ont été
invités à voir la machine inerte, et ils sont retournés au Parlement
scandalisés. « ITER est en train d'absorber tout notre programme
national ». Les estimations officielles de la contribution des États-Unis
ont doublé, pour atteindre un milliard de dollars, puis ont de nouveau augmenté
à 2,4 milliards de dollars, simplement pour arriver au « premier
plasma », juste pour mettre la machine en marche. Avant la fin de l'été,
Dianne Feinstein, la présidente du comité sénatorial qui gère les crédits pour
le développement de l'énergie, a annoncé qu'elle stoppait le financement d'ITER
jusqu'à ce que le ministère de l'Énergie fournisse une évaluation détaillée de
l'engagement financier américain total. La demande était logique et il était
impossible de lui répondre avec précision; les gens d'ITER eux-mêmes ne le
savent pas. Le service était peu disposé à donner un chiffre, et Sauthoff m'a
dit: « Nous sommes en terrain inconnu »
Motojima, quant à lui,
avait du mal à rendre l'organisation plus simple et plus centralisée, et il
était pris au piège : les agences domestiques ne donneraient pas plus de marge
de manœuvre au siège ITER sans une plus grande confiance dans son efficacité,
mais l'organisation ne pourrait jamais être plus efficace sans une plus grande
autorité centrale. Quelque chose devait clairement changer. Quand j'ai
rencontré Motojima, il rentrait juste de Sibérie - ou il avait rendu visite à
un contributeur ITER à Novossibirsk - et il semblait fatigué. Il avait sa
propre théorie sur le moral en baisse: il est dû en partie au travail
incessant, mais il y a également une composante psychologique, parce que les
gens ne peuvent pas voir le résultat concret de leur travail. La plupart des
employés ne voient pas le chantier en construction de leurs fenêtres, ni les
composants construits en dehors du site. Avec le temps, des grandes pièces
arriveraient, le progrès serait mesurable, les attitudes changeraient. De son
bureau, au cinquième étage, la construction du vaste chantier du tokamak était
toujours visible.
Pourtant, Motojima
eut droit à des critiques féroces. Il avait été décidé à Tokyo qu'une fois pour
toutes, le calendrier devait être réaliste. Un membre du conseil m'a dit :
« des gens recrutés à l’extérieur ont étudié et dit : c'est
pourri, le projet de fusion lui-même est dépassé, c'est un rêve impossible.
Non, non, et non! C'est la gouvernance d'ITER qui est pourrie. Nous devons
trouver une solution, une issue possible à ce pétrin. Si nous n'y arrivons pas,
alors nous aurons des problèmes - je pense à un remaniement total de l'ensemble
du projet, de la direction, peut-être autre chose. Je pense qu'un pays
partenaire peut partir, mais ce n'est pas utile, parce que le projet est
réalisable. Mais tous les États membres ne fonctionnent pas ensemble comme une
seule équipe, avec un seul objectif. Nous devons remédier à ça ».
Le remaniement était
inévitable. En octobre 2013, une évaluation confidentielle de la gestion
interne avait spécifié que le projet était « en plein malaise et pouvait
dériver hors de tout contrôle »
Elle a fait onze recommandations sévères, parmi lesquelles remplacer Motojima
le plus rapidement possible. Le Conseil ITER a convoqué une réunion d'urgence.
Les enjeux étaient particulièrement élevés pour la délégation américaine, qui
devait apaiser le Congrès. Le ministère de l'Énergie avait présenté à Dianne
Feinstein une nouvelle estimation de la contribution américaine passant de 4
milliards de dollars à 6,5 milliards de dollars et elle avait accepté de
financer ITER (et la machine M.I.T) mais pas sans conditions. Environ 12 %
de l'argent serait retenu jusqu'à ce que les 11 recommandations soient
appliquées de manière significative. En substance, elle a dit qu' ITER devait changer,
ou la place des États-Unis serait à nouveau remise en question.
Comme les gens
impliqués dans ITER ont commencé à se demander qui succéderait à Motojima -
Condoleezza Rice fut suggéré - il s'empressa de faire des changements. Il
congédia le directeur de la section des aimants, un vétéran au franc-parler,
mais respecté de par ses 26 années d’expérience, et il a fusionné le travail de
la garde prétorienne avec celui des autres divisions. « Je ne suis plus à la
tête de la conception » m'a dit Chiocchio, mais malgré le nombre de fois
ou il a essayé de m'expliquer sa nouvelle place dans la bureaucratie, je n'ai
pas réussi à comprendre. Il avait gagné de nouvelles responsabilités, et en
avait perdu d'autres. « Fondamentalement, je continue à faire exactement
le même travail » m'a t-il dit.
[…]
Avant de quitter la
France, j'ai rejoint Chiocchio et GünterJaneschitz, conseiller principal auprès
du Directeur général, ainsi que d'autres membres de la garde prétorienne, pour
une visite du chantier de construction ITER. Il était midi, et le soleil était
chaud et éclatant. Le groupe portait le lourd fardeau d'une physique
complexe et d'une politique plus complexe encore, mais c'était un bel
après-midi en Provence. Nous nous sommes dirigés vers le bas par un chemin
de terre à travers les arbres, passant devant les câbles et les transformateurs
qui amèneront l’électricité directement depuis le réseau national français. Une
douzaine de véhicules jaunes - camions-benne, pelles rétro caveuses, bulldozers
– étaient alignés soigneusement. Au loin, les grues émergeaient dans les
hauteurs, leurs silhouettes en forme de L dans le ciel ouvert. Pour un projet
qui devait désespérément rattraper son retard, le site était étrangement calme.
« C'est la
pause déjeuner » dit sèchement Janeschitz.
Nous sommes passés
devant un bâtiment vide, aussi long que cinq piscines olympiques. C'est ici que
le système magnétique poloïdal, trop volumineux pour être déplacé sur des
grandes distances, sera assemblé. Nous sommes passés devant une maquette de la
grande dalle de béton qui devra soutenir le réacteur. La construction de la
dalle était dans l'impasse à cause d'un autre conflit : économiser de l'argent,
l'agence domestique européenne avait insisté pour que la dalle soit deux fois
moins épaisse que dans la conception initiale – ce changement décidé par la
réglementation française était dangereux. Pour sortir de l'impasse, les
ingénieurs d'ITER ont conçu une nouvelle structure pour répartir davantage le
poids de la machine.
Chiocchio a dû
trouver du temps pour ça. « Il a fallu six mois » dit-il « La
machine est déjà conçue, chaque composant est déjà conçu. On ne peut pas
changer quoi que ce soit » Janeschitz secoua la tête et dit: « Bien
sûr ensuite il y a des plaintes, en raison du coût et des modifications
tardives ».
Pour se rendre dans
la fosse de construction du tokamak, nous descendîmes un escalier métallique
jusqu'à ce que nos pieds touchent terre, seize mètres plus bas. La fosse était
si vaste qu'il a fallu un temps d’adaptation mental pour apprécier sa
profondeur. Nous étions dans un canyon. La terre au fond – cuite par le soleil
et craquelée, avait été laminé à plat, et des tas d'équipements étaient stockés
à la surface. Dominant l'espace où la dalle était en construction, des murs de
soutènement renforçaient la fosse. On pouvait voir les plots – 493 en tout,
chacun comme un petit monolithe surmonté de coussinets anti-sismiques. En cas
de tremblement de terre, les roulements permettront à la dalle de se balancer
de droite à gauche.
Même en tenant
compte de toutes les difficultés du projet, il était difficile de ne pas sentir
la majesté de ce qui était tenté. Au centre du tapis de base, des kilomètres de
barres d'armature étaient pliées en une élégante toile d'araignée s'étendant
sur 60 mètres. Un jour, tout ça sera coulé dans du béton, avec le tokamak au
centre. Après une pause au bord, tout le monde a soudainement disposé une
rangée de planches de bois vers le rayon intérieur de la toile d'araignée, lieu
du centre du tokamak: Ground Zéro. Difficile de savoir pourquoi nous allions
tous là-bas; le centre n'offrait pas de meilleure vue de l'énorme dalle que les
côtés. Il y avait peut-être l'impulsion humaine, être juste là, où quelque
chose de notable pourrait se passer. La fusion, la source d'énergie la plus
abondante dans l'univers, n'a jamais produit la moindre énergie sur Terre. […]
Ce soir-là, dans un
café à proximité du site, j'ai pris un verre avec un physicien d'ITER qui était
abattu, craignant que la machine ne marche jamais. Pourquoi il restait dans le
projet, il ne pouvait le dire. Mais quelques semaines plus tard, après
réflexion, il m'a dit que son moral était remonté. Il était venu là jouer son
rôle, à la fois petit et sublime, semblable à un tailleur de pierre qui peine
des années sur la cathédrale de York Minster (commencé en 1220, terminé en
1472) sans avoir jamais vu le travail achevé. « Je m'attends maintenant à
consacrer toute ma carrière professionnelle avant de voir un plasma décent dans
ITER » m'a t-il dit. « Ça ne m'embête pas. Il y a eu de nombreux
scientifiques avant moi, travaillant pour un même objectif et n'ayant rien vu.
Martin Luther King avait un rêve il y a cinquante ans. Il n'a pas vécu assez
longtemps pour voir ce rêve réalisé. Mais, grâce à lui, nous avons fait des progrès
merveilleux pour que ce rêve s'accomplisse. Les scientifiques travaillant sur
ITER ont un rêve qui pourrait être aussi puissant que celui de Martin Luther
King - pas pour l'égalité humaine, mais pour l'indépendance énergétique. Nous
ne verrons pas la réalisation de ce rêve. Mais chaque jour je vais au travail
avec un sourire caché, car je sais que j'aide à ce qu'un jour notre rêve ITER
se réalise ».
Annexes
Iscriviti a:
Post (Atom)




