sabato 2 maggio 2015

Pier Paolo Pasolini Vi odio, cari studenti (Il Pci ai giovani!!)





  l’Espresso (n. 24, 16.6.68)

Qui di seguito un commento dello stesso Pasolini comparso su Tempo illustrato (17.05.1969):
Nella mia poesia (Vi odio, cari studenti) dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma; nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l'attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità di fare anche di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale; le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come ghetti particolari, in cui la qualità di vita è ingiusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università.


È triste.
La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato.
Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!

Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!

I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.



fonte http://www.sitocomunista.it/cultura/pasolini/viodiocari.htm0

lunedì 27 aprile 2015

PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI




Questo documento sulla barbarie nucleare di cui vi ho tradotto in italiano la presentazione, viene alla luce proprio quando in Francia Areva (sigla del nucleare transalpino che minaccia il continente coi suoi 59 vecchi reattori in funzione) vede il suo progetto di nuovo reattore EPR condannato per difetti di fabbricazione tenuti a lungo meticolosamente nascosti.
L’Italia non è per ora coinvolta direttamente nell’allucinazione nucleare, ma fino a quando? Come tutti gli Stati canaglia (tautologia), essa partecipa allo stesso delirio produttivistico planetario che sta distruggendo società, ambiente e a termine la sopravvivenza stessa della specie. Inoltre le radiazioni non si fermano alle frontiere e la politica energetica europea concerne dunque tutte le popolazioni al di là delle differenze nazionali.
Tra i molti crimini contro l’umanità in atto in nome del business e del bisogno di energia per una società stupidamente produttivista, il nucleare è il più pericoloso e il più subdolo. Le zone da difendere si moltiplicano ovunque e la lotta contro il nichilismo capitalista non fa che cominciare. Speriamo non sia troppo tardi.
Sergio Ghirardi

Chernobyl: Conseguenze della catastrofe sulla popolazione e l’ambiente.
17 aprile 2015
Il volume 1181 degli Annali dell’Accademia delle scienze di New York, intitolato “Chernobyl: conseguenze della catastrofe sulla popolazione e l’ambiente” e redatto dai professori Nesterenko e Yablokov è stato appena pubblicato in francese.
Perché si dovrebbe leggere questo libro?
Sei decenni di disinformazione istituzionale, internazionale e a un livello molto alto ha privato il mondo intero di un’informazione medica e scientifica particolarmente importante sulle conseguenze sanitarie delle attività nucleari industriali e militari.
Questo libro rende disponibili enormi quantità di prove prodotte da studi indipendenti condotti nel mondo intero e nei paesi più colpiti, dati unici e affidabili che sono stati ignorati e continuano a esserlo da parte dell’organizzazione mondiale della salute. Esso fornisce una visione esaustiva delle dimensioni reali della catastrofe di Chernobyl sulla salute e l’ambiente.
Attraverso le prove che si sono accumulate in Giappone dopo il disastro di Fukushima, un numero crescente di cittadini sospetta le autorità, a livello nazionale e internazionale, di non aver detto tutta la verità. I cittadini hanno ragione di non fidarsi, tanto più che gli esperti di salute pubblica sono stati più o meno esclusi, fin dall’inizio dell’era nucleare, dal compito vitale di valutazione degli effetti dell’energia nucleare sulla salute e dalla funzione di stabilire norme e criteri.
A livello internazionale, l’Organizzazione Mondiale della Salute ha abdicato al suo ruolo nel dominio critico delle radiazioni e della salute essendo subordinata all’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica il cui mandato è quello di promuovere l’utilizzo dell’atomo. Nonostante questo enorme conflitto d’interessi, l’AIEA detta la sua politica all’OMS nel dominio delle radiazioni e della salute. I consigli e le direttive (raccomandazioni) sugli effetti sanitari delle attività nucleari escono dall’istituzione nucleare che non ha né mandato, né competenza sulla salute pubblica e che è dominata da fisici e ingegneri del nucleare e da medici radiologi – in altri termini da coloro che utilizzano questa tecnologia.
Il libro su Chernobyl, pubblicato dall’Accademia delle Scienze di New York, è un antidoto potente contro la pseudo scienza dell’istituzione nucleare e la sua lettura è essenziale per chiunque sia alla ricerca di prove affidabili prodotte da fonti indipendenti sugli effetti dell’energia nucleare sulla salute e l’ambiente.
È ugualmente possibile comprare una versione cartacea di questo libro poiché è pubblicato all’unità da Lulu.com in versione francese a un prezzo di 12,75 euri + 1,50 di Iva e 3,99 di spese di spedizione per un totale di 18,24 euri. Per la spedizione per corriere postale bisogna contare da 4 a 7 giorni una volta terminata la stampa.



Il programma di ricerca Chernobyl+Fukushima
Timothy Mousseau
Articolo comparso sotto il titolo: “Anormalità, deformazioni e resilienza: nuova ricerca sulle radiazioni e la vita selvatica a Chernobyl e Fukushima”.
Eccone il riassunto:
In sintesi questi risultati dimostrano chiaramente che queste catastrofi nucleari hanno avuto conseguenze a livello ambientale sugli individui, le popolazioni e gli ecosistemi; si rilevano numerosi esempi di anomalie dello sviluppo e di difformità che contribuiscono probabilmente alla riduzione dell’abbondanza e della biodiversità osservate nelle regioni radioattive di Chernobyl e Fukushima.
Questi risultati si oppongono nettamente all’ottimismo delle affermazioni senza prove avanzate dal Forum di Chernobyl (ONU) e dai membri del Comitato scientifico delle Nazioni Unite sugli effetti delle radiazioni (UNSCEAR). Gli studi dovranno essere continuati per determinare non solo il tempo di adattamento delle popolazioni e delle comunità a questa perturbazione, ma anche per sapere se queste regioni saranno un giorno di nuovo abitabili e nel caso a partire da quando.

le 10 juillet 2014 sur le site Finding the missing link


Traduction française : Odile Girard (Fukushima-is-still-news

Il programma e le sue attività di ricerca
La sede del programma di ricerca Chernobyl+Fukushima (CFRI) si trova all’Università della Carolina del Sud, a Columbia. Le ricerche sono cominciate ufficialmente in Ucraina nel 2000, e a Fukushima nel luglio 2011. Fino a oggi il gruppo ha condotto più di trenta spedizioni di ricerca a Chernobyl e dieci spedizioni a Fukushima.
In entrambi i siti gli incidenti nucleari hanno emesso enormi quantità di elementi radioattivi che sono andati dispersi a causa delle condizioni meteorologiche dominanti a livello del paesaggio. Circa 200 000 km2 a Chernobyl e 15 000 a Fukushima sono stati pesantemente contaminati. I materiali radioattivi non si sono dispersi in modo uniforme e hanno creato un mosaico di micro-habitat “caldi” e “freddi” disseminati su tutta la regione. Questo patchwork radioattivo ci ha dato un’opportunità unica di osservare gli effetti genetici, ecologici e quelli legati all’evoluzione molto in dettaglio e ripetutamente, dunque con un grande rigore scientifico che non sarebbe stato possibile in laboratorio o tramite studi di terreno tradizionali sottomessi spesso agli obblighi di una gamma limitata e assai poco naturale di eterogeneità ambientale. Si tratta di un aspetto importante perché si può presumere che le interazioni tra i fattori ambientali naturali e i contaminanti radioattivi giochino probabilmente un ruolo determinante nelle conseguenze biologiche delle catastrofi in questione. È dunque indispensabile che gli studi sugli effetti delle radiazioni siano condotti in natura e su scala regionale. Gli studi riguardanti le sole popolazioni umane presentano numerose costrizioni che limitano la loro utilità quando si tratta di capire le conseguenze a lungo termine delle radiazioni.
Il programma di ricerca Chernobyl+Fukushima possiede oggi anche la sola équipe che lavora contemporaneamente a Chernobyl e a Fukushima.
Le nostre fonti essenziali di finanziamento sono la Samuel Freeman Charitable Trust, le CNRS (France), la National Science Foundation et la National Geographic Society. Dei finanziamenti supplementari ci sono stati accordati dalla NATO, dalla fondazione per la ricerca civile e lo sviluppo (CRDF),dall’Istituto nazionale della salute (NIH), Qiagen GmbH, dalla Fondation Fulbright, dal Bureau della ricerca e dalla Facoltà di arte e di scienze dell’Università della Carolina del Sud,dall’Accademia di Finlandia e abbiamo anche ricevuto doni da privati.
Oggi il programma ha al suo attivo più di 60 pubblicazioni scientifiche che nella maggior parte datano degli ultimi sette anni (questi documenti sono disponibili sul nostro sito Internet http://cricket.biol.sc.edu <http://cricket.biol.sc.edu/>).
Le nostre ricerche hanno fatto notizia su numerosi giornali e programmi televisivi in particolare sul New York Times, The Economist, Harpers, la BBC, CNN e la News Hour di PBS (vedi il sito Internet per ulteriori dettagli).
Il gruppo di ricerca è stato uno dei primi a utilizzare delle tecnologie ecologiche, genetiche e dosimetriche per chiarire la questione delle conseguenze sanitarie e ambientali causate dall’esposizione a dosi basse di radioattività diventata cronica dopo le catastrofi di Chernobyl e Fukushima. Tali tecnologie includono in particolare dei censimenti ecologici varie volte ripetuti sulle popolazioni naturali di uccelli, mammiferi e insetti al fine di osservare gli effetti sulla longevità e la riproduzione; la sequenza DNA e i testi di geno-tossicità per valutare i danni genetici a corto e lungo termine sugli individui viventi in natura; l’uso di dosimetri miniaturizzati messi su animali selvaggi e le misure di terreno dell’irradiazione del corpo intero tra gli uccelli e i mammiferi per ottenere una valutazione precisa delle dosi di radiazione esterna e interna ricevute dagli animali liberi in natura. Recentemente il gruppo ha ampliato le sue ricerche agli studi epidemiologici e genetici delle popolazioni umane (in particolare i bambini) residenti nelle regioni ucraine toccate da Chernobyl.
Tra i risultati chiave pubblicati nel periodo 2013-14, si conta la scoperta di tumori, di cataratte e dello sperma danneggiato negli uccelli provenienti dalle zone fortemente irradiate di Chernobyl e delle conseguenze sulla biodiversità a Fukushima. Uno dei risultati estremamente interessanti è la scoperta che qualche specie di uccelli ha sviluppato una forma di resistenza agli effetti delle radiazioni cambiando la disposizione degli antiossidanti, benché molti uccelli siano sterili nelle zone fortemente contaminate. Abbiamo anche scoperto di recente degli effetti sullo sviluppo neurologico di alcuni piccoli mammiferi sia a Chernobyl che a Fukushima.
Le due catastrofi differiscono per il tempo trascorso dal loro accadimento e per la quantità e la diversità dei radionuclidi emessi, anche se la fonte predominante di radiazione è il cesio 137 in entrambi i casi.
I punti essenziali rivelati dalla ricerca
Ecco i punti essenziali delle ricerche pubblicate dal programma di ricerca Chernobyl+Fukushima:
- La taglia delle popolazioni e il numero di specie (cioè la biodiversità) di uccelli, mammiferi, insetti e ragni sono nettamente inferiori nelle zone fortemente contaminate di Chernobyl.
- Presso molti uccelli e piccoli mammiferi, la durata di vita e la fertilità sono ridotte nelle zone di forte contaminazione.
- A Fukushima, solo gli uccelli, le farfalle e le cicale hanno registrato un declino significativo durante la prima estate dopo l’incidente a differenza degli altri gruppi che non hanno sofferto di effetti negativi. Si continuano gli sforzi per notare i cambiamenti che potrebbero colpire tali popolazioni col tempo.
-Si osserva una grande variabilità tra le diverse specie per quanto riguarda la loro sensibilità ai radionuclidi. Qualche specie non è affetta e alcune sembrano persino aumentare di numero nelle zone fortemente contaminate a Chernobyl come a Fukushima. Si presume che ciò sia dovuto alla sparizione della concorrenza (quindi maggior quantità di cibo e di spazio ambientale disponibili), alla riduzione del numero di predatori e forse a un adattamento agli effetti delle radiazioni.
- Molte specie mostrano segni di danni genetici in seguito a un’esposizione acuta; le differenze osservate tra Cernobyl e Fukushima suggeriscono che alcune specie potrebbero mostrare le conseguenze di un’accumulazione di mutazioni su diverse generazioni successive.
- Certi individui e specie non mostrano alcuna evidenza di danno genetico collegato all’esposizione alle radiazioni e alcuni di loro mostrano persino dei segni di adattamento evolutivo agli effetti delle radiazioni grazie a un aumento dell’attività antiossidante che può offrire una protezione contro le radiazioni ionizzanti.
- Le specie di uccelli più suscettibili di registrare una riduzione in numero a causa delle radiazioni, sono quelli che hanno storicamente visto un aumento del loro tasso di mutazione per altre ragioni, legate forse alla capacità di raggiustamento del DNA o al declino delle loro difese contro lo stress ossidante.
- Gli effetti deleteri dell’esposizione alle radiazioni osservati presso le popolazioni naturali di Chernobyl includono un aumento del tasso di cataratte, di tumori, di anomalie della crescita, delle deformazioni degli spermatozoi, dei casi di sterilità e di albinismo.
- Anche lo sviluppo neurologico è stato colpito come mostra una riduzione della taglia del cervello presso gli uccelli e i roditori; delle ripercussioni sulle capacità cognitive e sul tasso di sopravvivenza sono state ugualmente dimostrate presso gli uccelli.
- A Fukushima, i primi segni di anomalie dello sviluppo sono stati osservati nel 2013 tra gli uccelli, ma non abbiamo ancora messo in evidenza dei danni genetici importanti tra uccelli e roditori.
- La crescita degli alberi e la decomposizione microbica nel suolo sono state ugualmente rallentate nelle zone fortemente contaminate dalle radiazioni.

venerdì 17 aprile 2015

Il benessere è un valore Umano e non economico




Intervento di David Graeber alla conferenza “Sfidare la Modernità Capitalista II” Amburgo 3-5 Aprile 2015

All’inizio di dicembre ho fatto parte di una delegazione in visita a un centro di riabilitazione per i combattenti feriti delle YPG/J nella città di Amide, e il co-direttore della clinica, Agir Merdîn, stava descrivendo la filosofia medica che, a suo avviso, giace dietro l’ordine sociale che stanno cercando di costruire nel Rojava. La loro filosofia, ha spiegato, era essenzialmente preventiva. Per capire la prevalenza di molte malattie si doveva iniziare con i fattori sociali (è impossibile prevenire la malattia se non abbiamo una società sana, basata su una visione della vita umana come parte della natura, “se il cuore è malato, lo è anche il corpo”). Il più importante di questi era lo stress: se, per esempio, le città potessero essere ricostruite con il 70% di aree verdi, i livelli di stress si ridurrebbero immediatamente e, con loro, i tassi di malattie cardiache, diabete, persino il cancro.
Ancora, ha insistito che non era solo una questione di integrazione con la natura, ma anche di legami sociali: la solitudine, l’isolamento sociale, sono congegnati nella società moderna come strumenti di controllo sociale. Noi lo definiamo “schiavitù moderna”, ha affermato dato che in passato la schiavitù è stata imposta da spade  ma nel mondo contemporaneo la situazione è in un certo senso più primitiva, perché almeno in passato, quelli tranciati di tutte le connessioni sociali dalla cattura e dalla vendita come schiavi, sapevano di essere schiavi; oggi, si pensa che questa situazione di isolamento sia in realtà la libertà. L’isolamento crea stress, e lo stress ci espone a malattie.
Ma concepire la salute e il corpo in questo senso, come parte di una rete di relazioni sociali, ha richiesto un radicale cambiamento di prospettiva su ciò che la società fosse in realtà. Più tardi, dopo cena, meditando su una sigaretta, ha osservato, “Dopo tutto, si parla sempre di ‘produzione’, come se tutto riguardasse il produrre le cose. Ma in ogni sistema sociale, la cosa più importante che si produce sono pur sempre gli esseri umani. Questo è il modo in cui la pensiamo. Il lavoro riguarda, in ultima analisi, la produzione di persone.”
L’ho trovato un po’ sorprendente, perché anch’io ho scritto un libro intitolato Verso una teoria antropologica del Valore, argomentando esattamente questo punto  sono abbastanza sicuro che praticamente nessuno in Kurdistan l’avesse letto. Permettetemi, allora, di tornare ad alcuni di quegli argomenti, e spiegare perché penso che potrebbero essere utili a coloro che sono impegnati in progetti di trasformazione rivoluzionaria.
In un certo senso, il discorso che facevo proviene direttamente da Marx, anzi, si potrebbe dire che sia l’essenza della critica di Marx al capitalismo, anche se la maggior parte dei marxisti  la maggiore eccezione è di alcuni ceppi di femminismo marxista sembrano averlo completamente dimenticato. In nessuna parte del mondo antico, Marx osservò una volta, qualcuno ha mai scritto un libro sulla questione relativa al “come deve essere organizzata la società affinché produca il più grande benessere complessivo materiale?” Oggi, naturalmente, questa è quasi l’unica domanda che siamo autorizzati a fare, se vogliamo essere presi sul serio nelle sale del potere, ma in realtà gli autori antichi  e lo stesso si può dire di quelli di qualsiasi civiltà diversa dalle nostre contemporanee  assumevano che la vera domanda da porsi fosse “quali sono le circostanze che produrranno le persone migliori”: il genere che si vorrebbe avere come vicini di casa, amici o concittadini. La produzione di ricchezza era considerata un momento subordinato in tale processo più ampio: troppa ricchezza avrebbe causato ozio e opulenza, troppo poca avrebbe significato che gli individui erano troppo impegnati a cercare di sopravvivere per dedicare il proprio tempo ad attività civiche, e così via.
Anche gli antropologi hanno, certamente, constatato che ciò fosse vero. Nella maggior parte delle società che sono esistite nel corso della storia umana, non c’è una cosa simile all’”economia”.
In effetti, questo è uno degli esiti più perniciosi e folli della dominanza dell’economia come disciplina maestra.
In una pausa tra un trito di verdure e l’altro, Cameron ha riferito al suo intervistatore che, mentre era ovviamente entusiasta di essere rieletto e di governare la sesta più grande economia mondiale fino al 2020, non avrebbe cercato di rinnovare poi il suo mandato.
Ecco, questo è ciò che rappresenta la Gran Bretagna per coloro che la governano: un’economia.
Questo tipo di logica assume la sua forma più estrema in quegli economisti formati dalla banca mondiale, in Africa, che di tanto in tanto fanno osservazioni sul fatto che si tratti di un problema reale che la metà della popolazione potrebbe presto morire di AIDS, perché ciò avrà effetti disastrosi sull’economia. Una volta, si riteneva che l’economia fosse la via mediante cui si mantiene la popolazione nutrita e vestita e in abitazioni adeguate, in modo da poter rimanere in vita; ora la ragione migliore che si possa trovare al rammarico che saranno tutti morti è che sia a causa degli effetti sui livelli globali di produzione di beni e servizi.
Si presuppone che l’”Economia” corrisponda a quel dominio in cui si parla di “valore” in particolare, naturalmente, il valore monetario, ma anche il valore di tutto ciò che può essere misurato monetariamente. Essenzialmente, questo può essere visto come il dominio in cui il lavoro è diretto verso l’acquisizione di denaro. Il risultato, come Marx ha dimostrato per primo, è che il denaro assume un duplice ruolo specifico. Da un lato, il denaro rappresenta il valore del lavoro, è come la società concepisce e misura l’importanza delle energie creative attraverso cui creare e modellare il mondo che ci circonda, affermando che questa quantità di sforzo creativo vale tutto questo denaro  questa proporzione della quantità totale di denaro in circolazione e questo importo vale questo altro importo. Ma allo stesso tempo, non è solo un simbolo che rappresenta l’importanza delle proprie azioni, esso è un simbolo che, in pratica, pone in essere proprio la cosa che rappresenta, perché, dopotutto, si lavora solo per ottenere il denaro. Il risultato è una sorta di gioco di specchi in cui lo stesso “lavoro” giunge a essere definito come quello che si fa per ottenere il denaro che, alla fine, è solo una rappresentazione del valore del lavoro.
Come le femministe marxiste hanno a lungo osservato, un altro effetto pernicioso del sistema di valori è nella definizione di ciò che è considerato “lavoro” e ciò che non lo è. Se uno non riceve il pagamento diretto in contanti, in realtà non è del tutto “lavoro” o, in termini di economia politica, “non è produttivo” (cioè, produttivo di valore secondo i capitalisti.) Uno degli effetti più bizzarri della divinizzazione dei testi di Marx, che diventano analoghi a scritture religiose, è che questa logica che Marx intendeva come una critica interna ai termini dell’economia borghese, un modo per dire “ammesso e non concesso che il mondo operi realmente nel modo in cui sostengono i capitalisti, posso ancora dimostrare che esso produrrà le contraddizioni che alla fine lo distruggeranno”  è considerata una realtà, perché Marx lo ha scritto! Il risultato è, ad esempio, che il lavoro “di cura” delle donne, viene trattato come meramente “riproduttivo” (con tutte le sfumature implicitamente biologiche del termine), piuttosto che come forma di lavoro che è in ultima analisi, la più produttiva, dal momento che la società stessa è, in definitiva, semplicemente il processo di reciproca creazione di esseri umani.
Nel 19esimo secolo, la teoria del valore basata sul lavoro che immaginava l’operaio come creatore paradigmatico è stata interiorizzata dalle classi lavoratrici, ed è diventata un mezzo straordinariamente efficace di mobilitazione di massa in tutto il mondo. Eppure è sempre stata segnata da una contraddizione centrale: i membri della classe operaia erano contemporaneamente orgogliosi del proprio lavoro e, allo stesso tempo, in ribellione contro l’idea stessa di lavoro.
Nel corso del 20esimo secolo, i capitalisti, attraverso un’offensiva ideologica sostenuta e determinata, sono riusciti a sostituire gran parte di questi vecchi ethos con una nozione del valore quale, in sostanza, il prodotto del cervello di imprenditori, e del lavoro come essenzialmente meccanico e robotico; esso è così giunto ad essere approvato, invece, come qualcosa di morale, di per sé. Il lavoro è promosso come necessario per natura e, di certo, chi non spende la maggior parte del suo tempo lavorando a qualcosa che non ama particolarmente, è considerato un individuo fondamentalmente cattivo. Questo modo di valutare il lavoro ha creato innumerevoli paradossi, come ho cercato di documentare nel mio pezzo “Sul fenomeno dei Bullshit Jobs”. Dato che l’automazione ha lentamente eliminato gran parte di quello che era il lavoro necessario, l’imperativo di avere comunque una popolazione che lavora sempre di più e più intensamente e la politica di crescita e di occupazione come soluzione a qualsiasi problema, hanno infatti prodotto milioni e milioni di professioni amministrative del tutto inutili e insignificanti: una sfilata infinita di manager della visione strategica, consulenti delle risorse umane, lobbisti, per non parlare di intere industrie, come il telemarketing e il diritto societario, che sembrano esistere per nessun altro motivo che per tenere la gente a lavorare. Allo stesso tempo, sembra una relazione inversa quasi perfetta tra utilità sociale effettiva di un determinato lavoro, dove i compiti ovviamente necessari come l’infermieristica, la cucina, la raccolta dei rifiuti, la manutenzione dei ponti, e simili, o ancora, l’insegnamento sono i meno retribuiti, mentre i più inutili o addirittura controproducenti che, come i dirigenti, si sono sempre vantati delle interminabili ore che trascorrono sul posto di lavoro, anche se non stanno facendo nulla  sono quelli più remunerati.
Inoltre, secondo l’ideologia prevalente, questo, almeno a un livello sottile, è visto come giusto. Proprio come le società presupporranno che se c’è un lavoro che qualcuno voglia fare per qualsiasi altra ragione diversa dal denaro (disegno artistico, persino la traduzione, …) esse non sono tenute a pagare per questo, proprio mentre esse dispensano fortune su legioni di insignificanti burocrati aziendali, così gli insegnanti o persino le case automobilistiche diventano oggetto di risentimento populista quando sono visti come strapagati.
Anche sapere che il vostro lavoro è utile e aiuta gli altri è considerato, in qualche modo perverso, come se fosse più gratificante e lo si sottraesse, così, dal suo valore!
Chiaramente quello di cui abbiamo bisogno qui è una completa inversione di prospettiva, e mi sembra che l’unico modo per raggiungere questo obiettivo sia quello di cominciare sostituendo la vecchia versione della teoria del valore-lavoro con una nuova che appunto, inizia con la produzione sociale, il lavoro di cura, e far diventare questo il paradigma per qualsiasi significativo lavoro produttivo nel senso che anche la produzione di necessità materiali è preziosa proprio in quanto può essere vista come un’estensione del principio di cura per gli altri, e la creazione reciproca degli esseri umani. Appena lo faremo, dovrebbe diventare evidente che, nonostante le continue e assurde dichiarazioni che la classe operaia sia in qualche modo scomparsa con la riduzione del lavoro in fabbrica, le classi lavoratrici sono sempre state anche ai tempi di Marx la “classe di cura”, nella misura in cui esse sono state principalmente composte da badanti, guardiani, per non parlare, dei giardinieri, i custodi, e coloro che sono coinvolti nella creazione di ambienti “protettivi” per consentire alle cose di prosperare e crescere. (Questo è vero soprattutto per le donne della classe operaia, ma lo è anche per una percentuale piuttosto grande di uomini della classe operaia.)
Come potrebbe un movimento dei lavoratori basato su questo concetto di economia umana re-immaginare il mondo? Vorrei concludere suggerendo un modo. Siamo abituati a pensare al “comunismo”, come una sorta di stato idealizzato e futuro, o forse come qualcosa che esisteva in un lontano passato (“comunismo primitivo”) e potrà forse esistere di nuovo un giorno, in futuro. Si presume che la base del “comunismo” saranno necessariamente i regimi di proprietà collettiva. Ma se si spazza via la definizione legalistica piuttosto formale dei regimi di proprietà, e si parla invece di forme di accesso ovvero, si torna di nuovo al concetto originale del “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo le proprie esigenze”, scopriamo che la maggior parte del lavoro è già organizzato su linee comuniste. Quando qualcuno in un luogo di lavoro sta riparando un tubo, e dice “passami la chiave”, l’altra persona non dice “e cosa ottengo in cambio?”. Dei principi essenzialmente comunisti vengono applicati perché sono l’unica cosa che funziona davvero. Ne consegue che, il vero senso del capitalismo in sé è solo un brutto modo di organizzare il comunismo. Allo stesso modo, esistono rapporti comunisti di questo tipo tra due persone che si trovano in uno stretto rapporto di fiducia, e si trattano l’un l’altro come se saranno sempre lì l’uno per l’altro, e quindi, in cui il conteggio di input e output, il chi ha dato cosa a chi , sarebbe assurdo. E, infine, le forme di comunismo intese come il fondamento di tutta la socialità umana, poiché se uno ha a che fare con una persona che non considera un nemico, anche un estraneo, se la necessità è abbastanza grande (“sto affogando”) o il costo abbastanza piccolo (“potrebbe darmi indicazioni?” “hai da accendere?”) si presume che intervengano principi comunisti e, naturalmente, in molti sistemi sociali, quel fondamento di quello che definirei “comunismo di base” si è esteso ben oltre che, per esempio, diventa impossibile rifiutare una richiesta di cibo, di qualsiasi tipo, o anche di abbigliamento.
Il comunismo di questo genere non è l’unico principio esistente, e penso che sarebbe quasi impossibile immaginare una società in cui sarebbe l’unico principio. Ci saranno sempre gli altri. Ma re-immaginare quello che stiamo già facendo in questo senso, può fornire un punto di partenza per la realizzazione che proprio questo tipo di mutua responsabilità indeterminata, è pure al centro delle relazioni di cura, e che, in questo senso, è il fondamento riconosciuto di tutte le forme di valore sociale. Ciò significa anche che, in un senso importante, stiamo già vivendo in comunismo. La questione è trovare una modalità di coordinamento democratico di quelle forme di comunismo già esistenti, in modo da lasciare le persone quanto più libere possibile di dare forma a quegli impegni che si desiderano reciprocamente, e in ultima analisi, affinché siano in grado di scegliere per se stessi quali forme di valore vogliono perseguire, individualmente o collettivamente.

fonte: UIKI-ONLUS  Sfidare la modernità Capitalista II: Tutte le economie sono essenzialmente economie umane o, quali sono le condizioni materiali che produrrebbero il genere di persone che più vorremmo avere come amici?

VEDI ANCHE  la sintesi di Abdullah Öcalan per il 21esimo secolo

domenica 12 aprile 2015

In Italia come in Francia: dal NOTAV al Sì ZAD


Depuis dimanche soir, les défenseurs de Chambaran dans l'Isère occupent une maison forestière (abandonnée de l'ONF) à 5 km du village de Roybon :


All’indirizzo degli Zadisti* – Quando può, lo Stato s’appoggia sempre su qualche complicità locale.
* Le Zad sono in francese le Zone da difendere (Zones A Défendre) dall’appetito e dall’alienazione produttivista come in Val di Susa, all’Expo e altrove nel mondo.

Prima di tutto, per eliminare ogni ambiguità, noi siamo solidali con le lotte di occupazione sostenute contro diversi progetti industriali e capitalisti che per ristrutturare il territorio, contribuiscono a ristrutturare le nostre vite. Siamo non solo solidali con le ZAD ma vi contribuiamo attivamente anche se non ci definiamo come zadisti. Tuttavia non siamo sempre d’accordo con quel che vi è portato. Il che è logico se si tiene conto della diversità della gente che lotta. Passeremo oltre, per ora sulla questione del mettersi d’accordo e della maniera di farlo, sulla quale torneremo forse in seguito. Abbiamo deciso di redigere questo primo contatto non per impartire delle lezioni che saremmo assai poco legittimate a dare, ma per condividere le nostre osservazioni, i dubbi e le inquietudini.
In questi ultimi tempi ci ha fatto evidentemente arrabbiare il fatto di aver saputo che dei “pro sbarramento” a Sivens o dei “pro Center parcs” a Roybon, si sono organizzati contro gli zadisti: sbarrare le strade per impedire l’arrivo di nuove persone in lotta e ridurre l’approvvigionamento logistico, degradare i veicoli degli zadisti o le capanne di accampamento, minacce, insulti, aggressioni ecc. Solidali con la gente sul posto, le reazioni e i discorsi di alcune/i zadisti ci hanno a volte lasciate perplesse. A Sivens certuni s’indignavano del fatto che la polizia non si sia interposta almeno per proteggere i veicoli amici e le persone. A Roybon certuni s’indignavano del fatto che i gendarmi non prendessero il tempo d’indagare sul sito in seguito al lancio di molotov allorché il fatto stesso che essi potessero penetrare sul sito non dovrebbe apparire come un’evidenza. Anche lì si sospettava e ci si indignava che i poliziotti abbiano lasciato fare senza interporsi... Lo Stato si ritrova di colpo con una nuova legittimità, chiamato a interporsi alla maniera dei caschi blu tra pro e anti e a fare l’arbitro del conflitto per mezzo della sua polizia, la stessa che ha già colpito e che non attende che un ordine per radere al suolo la ZAD, gli stessi che hanno assassinato Rémi Fraisse qualche mese fa. È un errore credere che ci sia la FNSEA o i piccoli padroni di Roybon da un lato e lo Stato con i suoi deputati eletti, i suoi servizi e i suoi poliziotti dall’altro; Vinci e Pierre et Vacances da un lato e lo Stato dall’altro. C’è invece un’unità di interessi convergenti. Del resto le comunità rurali, coinvolte nei progetti in questione non sono delle entità omogenee. Sembrerebbe persino che ci siano degli interessi di classe, delle gerarchie, delle imprese morali, materiali, ideologiche religiose... Stato e capitale trovano dei complici per interesse o adesione ideologica. Non bisogna dunque aspettarsi di vedere solo gente in uniforme a fronteggiarci.
Stato e capitale avanzano insieme. Questi progetti non possono vedere il giorno se non con la complicità dello Stato ma neppure senza il suo appoggio amministrativo, politico, finanziario e attraverso delle infrastrutture che lo Stato è il solo abilitato ad autorizzare. E se necessario con i suoi poliziotti. A Chefresne che doveva essere attraversato da una linea THT, i poliziotti hanno sloggiato un proprietario dal suo campo per permettere alla società industriale RTE di continuare a fare danni allorché l’industria in questione non aveva l’autorizzazione della giustizia, la quale a sua volta ha chiuso gli occhi... “Polizia nazionale, milizia del capitale” e “giustizia complice”. All’occorrenza certi slogan colpiscono giusto, ma a forza di ripeterli per riflesso non si prende più atto di quel che significano realmente.
È curioso che mentre tutto dovrebbe spingere a prendere atto e assumere una lotta contro lo Stato e il Capitale, lo Stato ridiventi d’un colpo una sorta d’entità neutra. Prendere atto, vuol dire anche tentare di organizzarsi al meglio per difendere la zona e le attività di lotta in modo autonomo. Evidentemente, la situazione sul terreno è complicata e l’autodifesa vuol dire porre qualche questione ambiziosa. Tuttavia abbiamo forse altra scelta? Immaginiamo che possa esistere presso certune/i delle strategie mediatiche - “guardate come i professionisti e lo Stato sono cattivi e noi buoni” - che mirano a legittimare la lotta, ma ciò vuol dire, ancora una volta, dimenticare il ruolo dei mass media in queste storie, la loro complicità con quelli che comandano, la loro sottomissione ideologica e materiale all’aria del tempo. Ci sembra più pertinente proporre delle analisi e rispondere a partire da una posizione chiara d’opposizione allo Stato, piuttosto che ridargli un po’ di colore, passando per di più per una comunicazione di cui sarebbe altrettanto necessaria la critica, compreso in seno a una stampa “alternativa” che più si sviluppa meno sembra incarnare la sua dimensione sovversiva. Ridare in tal modo vita allo Stato vuol dire soccombere all’ideale astratto del cittadino in quanto amministrato. Il “cittadinismo” radicale stadio supremo dell’alienazione?
Non è solo che Stato e Capitale marciano insieme. Lo Stato si è sempre impegnato a trovare dei relais, dei notabili locali, delle frange reazionarie fino a lasciarle organizzarsi in milizie. Creare una situazione putrefatta è per lui pane benedetto. Così come lasciare ad altri fare il lavoro sporco. Lo Stato favorisce un clima di tensione poco propizio allo sviluppo del movimento, mantiene la pressione e la paura sulla gente che lotta, semina il dubbio in certune/i in riferimento alla legittimità delle lotte. Aggiungiamo che i primi a subire le pressioni da parte di poliziotti o dei loro sostituti cittadini sono quelli che lottano e abitano già il luogo prima dell’inizio del conflitto. Non è una ragione per vietare di sostenere alcune posizioni e compiere certe azioni, né di rendere asettiche le proprie attività di lotta, ma organizzarsi insieme è innanzitutto prendere coscienza delle realtà differenti di ciascuna e ciascuno, tentando di partorire qualcosa di comune senza tacere le divergenze.
Lo Stato e le industrie s’appoggiano quando possono sulle popolazioni locali. Era già il caso al momento dell’installazione della centrale nucleare di Flamanville, nella Manica, tra il 1975 e il 1977. Molti siti in bassa Normandia erano allora in ballottaggio per ricevere gli effetti benefici dell’atomo. Flamanville è stata l’eletta, meno per ragioni tecniche che per la mobilitazione immediata delle opposizioni negli altri siti (nel Calvados delle macchine di cantiere erano state immediatamente bruciate) e soprattutto per il sostegno della popolazione locale. In effetti, certi notabili erano adepti del nucleare dopo l’installazione dell’impianto di trattamento delle scorie de La Hague a qualche decina di chilometri. Anche dei pretonzoli predicavano la buona parola atomica. Ma soprattutto a Flamanville c’era una popolazione operaia che aveva perduto il lavoro. Una miniera di ferro aveva chiuso le porte qualche anno prima. Evidentemente l’installazione è stata vista di buon occhio da una parte di loro. La falaise sulla quale si arrampicavano per scovare il ferro avrebbe lasciato il posto a un cantiere titanico, poi a una centrale che si sarebbe dovuta ben intrattenere. Ricatto al lavoro. Di fatto gli oppositori/oppositrici che conducevano già un’occupazione del sito non si sono urtati soltanto con lo Stato e EDF, ma anche con cittadini locali arrabbiati e pronti a battersi. Comunque sia, gli industriali e lo Stato scelgono i siti in funzione delle mobilitazioni che incontrano e dei relais possibili in seno alle popolazioni locali.
Il sito di Notre Dame des Landes fa forse eccezione a causa della sua lunga storia di opposizioni. In quel sito ci sono state molteplici lotte in passato, dalle relazioni tra contadini e operai del 68 alle lotte antinucleari contro le centrali di Carnet e del Pellerin. Anche per questo la lotta si è fatta cisti, come direbbe Valls. Non si può, tuttavia, riprodurre dovunque questo contesto in maniera identica senza prendere atto delle situazioni locali. Ciò vuol dire, forse, che far vivere queste lotte e soprattutto amplificarle è più difficile di quanto si creda. Ma non importa. Già a Chooz, all’inizio degli anni ottanta, operai siderurgici e antinucleari avevano capito che un’ipotetica vittoria (quale vittoria?) non era necessariamente il solo scopo della lotta. La loro parola d’ordine era “costerà caro farci saltare”. La stessa lucidità ha percorso la ripresa delle lotte anti THT nella Manica, dopo il campo di Valognes del 2011. In quel caso sembra proprio che dei documenti interni degli industriali coinvolti confermino un certo effetto dei sabotaggi e delle diverse attività di lotta. Che ciò si generalizzi e gli effetti si faranno ancora più sentire.


Caen, Marzo 2015.
Laura Blanchard e Emilie Sievert
Blanchard.sievert@riseup.net

sabato 28 marzo 2015

ITER : una stella in una bottiglia, una minaccia per l'Europa







Troppo lungo da tradurre adesso, ma forse anche in francese potrebbe essere interessante da far circolare.
Troverete qui anche la fonte in Inglese (da Sergio Ghirardi)


ITER : un progetto di fusione nucleare «al colmo del malessere e capace di derivare al di fuori di ogni controllo»

J'ai lu cet été un excellent texte sur ITER, publié dans l'hebdomadaire américain "The New Yorker", connu entre autre pour la rigueur de ses analyses politiques, et je tenais vraiment à le faire partager : "A star in a bottle" de Raffi Khatchadourian (  http://www.newyorker.com/magazine/2014/03/03/a-star-in-a-bottle ) 
Mais c'est un long article, écrit en anglais, et malheureusement jamais traduit par personne. J'y ai passé pas mal de temps - vive la période des fêtes – afin de vous en livrer une traduction convenable, la traduction automatique étant souvent peu lisible et pleine de non sens. Je n'ai pas traduit la partie historique sur le nucléaire et le projet ITER depuis les années 50 (trop long travail), mais principalement ce qui concernait le projet ITER aujourd'hui. 
Vous verrez, on est loin des articles habituels bien lissés des journaux français, et à des années lumière des propos enchanteurs tenus par l'agence ITER France, pur produit du CEA, depuis maintenant des années. Ce texte date de plusieurs mois mais reste d'actualité étant donné la lenteur du chantier ITER.
Raffi Khatchadourian est donc allé sur la plate-forme ITER à Cadarache en 2013, a suivi le travail des scientifiques qui sont là-dedans quotidiennement, a pu parler avec eux, les suivre dans leur journée, les écouter, recueillir leurs avis et impressions. Il a fait aussi un tour sur le chantier en construction et ce qui en ressort est vraiment édifiant ! Une évaluation confidentielle de la gestion interne parlait d'ITER comme d'un  projet« en plein malaise pouvant dériver hors de tout contrôle ». Un rapport final très sévère a été publié en octobre 2013; la direction d'ITER l'a gardé dans le plus grand secret. The New Yorker l'a diffusé mais personne ne l'a traduit en français bien sûr.
ITER, c'est la galère depuis le tout début, bien avant que le premier bloc de béton soit coulé.
C'est un projet qui ne tient pas la route ( iter, «la voie» en latin) dans sa partie politique comme dans sa partie scientifique. Les politiques ont fermé les yeux, fiers d'être les initiateurs d'un grand projet international, et les scientifiques se sont frotté les mains d'avoir autant d'argent pour un beau jouet de recherche. 
Mais la réalité les a tous très vite rattrapés. Et ce n'est à présent plus une voie mais une impasse totale, un cauchemar même. Le projet ne peut absolument plus être modifié, car la fabrication des pièces a démarré un peu partout dans le monde et c'est déjà un vrai casse-tête international.
Alors politiques et scientifiques se renvoient mutuellement la faute et les têtes tombent. Nous apprenions en novembre qu'Osamu Motojima, le deuxième directeur général d'ITER, perdait son poste. C'est Bernard Bigot, grosse pointure du nucléaire en France, qui le remplacera dès février 2015. (ça sent la dernière cartouche).
Mais le problème reste entier et insoluble et les problèmes ne vont aller qu'en s'aggravant comme celui de l'assemblage des composants qui vont arriver à Cadarache. Le tokamak en comprend 1 million !
Et il y a aujourd'hui un problème plus urgent encore: aucun bâtiment n'est prêt à Cadarache, le chantier a plus de 5 ans de retard.

Le Complexe tokamak, un édifice de 400 000 tonnes, 120 mètres de long sur 80 de large, aura une hauteur de 80 mètres et comprendra sept niveaux. C'est une construction très complexe, ou l'erreur n'est pas permise, qui est très loin d'être réalisée. Le radier au sol a été achevé cet été et les premiers murs commencent juste à s'élever.

Le Bâtiment d'assemblage, où doivent donc être assemblés les éléments de la machine, est aussi un grand bâtiment (97 mètres de long, 60 de large et 60 de haut). Il est à peu prés au même stade de construction que le Complexe tokamak. Le premier convoi ITER va emprunter l'itinéraire  dans la nuit du 13 au 14 janvier 2015. Il concerne le transport d'un transformateur électrique, énorme bloc de 60 m3. Ce sera le premier d'une série de quatre transformateurs attendus cette année. Une dizaine de convois, qui transiteront entre une et trois nuits, de Berre à Cadarache, sont programmés en 2015. ( ils étaient initialement attendus pour 2009! )

Où vont-ils stocker et assembler tous ces composants ?
Surcoûts et retards vont évidemment continuer. Le prix de la construction a déjà triplé alors qu'elle en est à ses débuts. Personne aujourd'hui n'est en mesure de chiffrer le projet ITER. Les conflits entre les pays partenaires vont très certainement s'amplifier. Nous le disions déjà, cela fait plus de 10 ans, avec l'association MEDIANE. Le projet pharaonique se dirige, chaque jour un peu plus, vers un fiasco colossal.
Ce gaspillage effrayant de milliards d'euros d'argent public doit cesser au plus vite !
ITER est un vieux projet "scientifique" sur la fusion nucléaire qui date des années 80, aujourd'hui complètement désuet. Et le nucléaire, fusion comme fission, sera toujours une menace de mort et certainement pas une source de bienfait pour l'humanité.
Antoine Calandra, janvier 2015

A STAR IN A BOTTLE By Raffi Khatchadourian


Des milliers de composants vont être fabriqués plus ou moins parfaitement et en fin de compte, le succès du projet ITER peut reposer sur une simple question :
Est-ce qu'on parviendra à tout assembler ?
Stefano Chiocchio, chef de la division intégration-conception d'ITER - chef de puzzle - a son bureau dans l'une des annexes temporaires près du siège. Son BlackBerry contient généralement un calendrier de rendez-vous impossible à tenir. Son téléphone à l'oreille il gesticule comme une particule atomique zigzagante. Les ingénieurs de Chiocchio sont, en quelque sorte, la garde prétorienne du projet, m'a dit un employé.
Jusqu'à présent, la grande machine n'existe que sous forme d'informations numériques de 1,8 téraoctets, accessibles sur un cloud computing  sécurisé et sauvegardées tous les soirs dans une banque à Barcelone garantissant la bonne conservation des disques durs. Mais la principale menace est la manière de travailler en elle-même, avec des modifications venant simultanément du siège ITER, des agences domestiques et des divers sous-traitants à travers le monde. Théoriquement les modifications ne sont ajoutées qu'avec l'approbation de la garde prétorienne. Pourtant les incompatibilités arrivent en nombre. L'équipe de Chiocchio doit faire face à toutes ces non-conformités et se trouve complètement débordée.
J'avais rendez-vous avec Chiocchio et l'ai trouvé en pleine réunion dans une salle de conférence. Deux douzaines d'ingénieurs étaient assis autour de tables disposées en fer à cheval dans une ambiance assez sombre. Un sentiment de crise semblait planer sur ITER comme une nébuleuse concentrique autour d'un soleil mourant. Le projet est en retard depuis le début. En 19931 on pensait que la machine pourrait être prête en 2010; et il y aura certainement d'autres retards. Le moral est plus bas que le plancher et les discussions sont remplies de cynisme, de désaccords et d'humour noir. 
« il y a beaucoup d'anxiété ici, tout ça va imploser » m'a dit un physicien
De nombreux ingénieurs et physiciens travaillant sur ITER estiment que les retards ont peu à voir avec l'ingénierie ou la physique mais viennent de la façon dont ITER est organisé et géré. Des membres clé de l'équipe technique sont partis, d'autres ont pris un «congé pour stress» afin de récupérer.
Il y a peu, le directeur général, Osamu Motojima, physicien japonais qui dirige l'organisation depuis 2010, a fait poser par des ouvriers, à l'entrée du siège, une dalle de granit pour marquer la présence d' ITER. Les gens l'appellent la pierre tombale.
Les ingénieurs de Chiocchio étaient réunis pour discuter du problème le plus urgent : les retards dans la construction de l'énorme bâtiment qui abritera le tokamak.
Dès le début, afin de respecter le calendrier, la construction a démarré malgré que des parties importantes, au niveau de la conception du tokamak, soient incomplètes. C'est comme construire la coque d'une fusée sans avoir conçu son moteur, ou pire encore. Comme l'a dit Chiocchio : " l'une des difficultés avec ce bâtiment nucléaire est que, une fois construit, on ne pourra plus percer le moindre trou. Une fois terminé, point final. Le bâtiment dispose d'une fonction de sécurité, de confinement, et l'une des principales exigences, c'est qu'il n'y ait pas de fissures à travers lesquelles la radioactivité puisse migrer et s'échapper. Nous devons être sûrs de n'avoir rien oublié - un tuyau, un câble - parce que si nous avons manqué quelque chose et que quelqu'un dise « OK, nous allons visser juste cela au mur » et bien, non, ce ne sera pas possible»

Et pourtant vu l'immense échelle et la densité de la machine ITER, il est pratiquement impossible de savoir où tout ira ! Près de 10 000 km de câbles vont traverser la machine pour distribuer la puissance électrique dans 250 000 points terminaux. Un système de chauffage enverra un million de watts de rayonnement micro-ondes à travers une ouverture constituée d'un gros diamant synthétique. Le système nécessitera un guidage tubulaire parfaitement droit pour transporter les ondes.
Pour résoudre l'énigme du renforcement de la machine, les ingénieurs ont conçu des portails spéciaux dans toute la structure. « Fondamentalement, ce que nous avons à faire maintenant est de s'assurer que nous avons bien prédéfini les emplacements, avec des plaques d'acier encastrées dans les murs, qui pourront soutenir tous les systèmes qui sont à l'intérieur », a expliqué Chiocchio. « Nous devons mettre de nombreuses plaques d'encastrement, plus de quatre-vingt mille, mais chaque plaque coûte très cher, et l'Agence domestique européenne, qui est responsable de la construction, se plaint que nous en mettons trop. « Les plaintes deviennent des arguments, les arguments deviennent des retards, et les retards dans la construction menacent maintenant l'ensemble du projet. Si le bâtiment n'est pas terminé, nous aurons des composants tout le long de la route.
Un jour de retard commence à présent à coûter cher, je ne sais pas, probablement près d'un million d'euros ».
Dans la salle de conférence, les ingénieurs étudiaient une présentation PowerPoint intitulée «TKM Complexe – niveau B1 semaine 34 et actions semaine 35 » Un membre de l'équipe conception-intégration, Jean-Jacques Cordier, menait la discussion. A la fin de la réunion, il a indiqué qu'il manquait du temps pour examiner de près les composants qui occupent le troisième étage: les plans devaient être réunis, les spécifications actualisées, les problèmes réglés. Il a dit « ce n'est pas raisonnable, cela signifie que nous devrons traiter des milliers de données en trois semaines »
Chiocchio a demandé si tout ce qui concernait les premiers étages était fini, mais il restait tout simplement trop de détails à retravailler avant de livrer les dessins à l'entrepreneur. « Si nous tardons, nous aurons un retard réel. La seule façon de l'éviter est d'augmenter nos ressources pour y faire face » a déclaré Cordier.
Chiocchio m'a rejoint pour le déjeuner, il semblait épuisé. ITER quand tout sera terminé, contiendra dix millions de pièces individuelles, mais il y a seulement vingt-huit personnes qui travaillent dessus. Il m'a montré ensuite une pièce près de son bureau où trois hommes sont en poste tous les jours pour traquer les conflits. Devant chaque homme, un énorme puzzle ITER en miniature remplit deux écrans d'ordinateur. «Nous devons tout vérifier, les conflits comme celui-ci» dit l'un des hommes pointant un schéma où une structure de soutien du tokamak ne s'alignait pas avec la plaque d'ancrage. Pour résoudre ce problème, il faut informer l'équipe de designers deux étages plus bas. Habituellement, les membres de la Garde transmettent des messages que les autres ne veulent pas entendre » dit-il, ajoutant: « En fait, nous ne sommes pas aimés par grand monde »
Comme l'a dit Chiocchio, de nombreux problèmes de conception surgissent à cause des fondements politiques du projet. Les modifications apportées à un composant rendent les autres - construits dans d'autres pays - plus cher, et les controverses sont difficiles à résoudre. Depuis le début, les agences domestiques rivalisent pour élaborer le design des composants de la machine, de sorte que leurs industries puissent profiter de ce savoir-faire; la conception et la fabrication des pièces les plus sophistiquées a donc été réparti, ce qui est politiquement judicieux, mais en totale contradiction avec la prudence en ingénierie. Il aurait fallu un seul fabricant pour la construction de la chambre à vide d'ITER, un dispositif de haute précision qui doit avoir une symétrie parfaite pour fonctionner. Au lieu de cela, elle sera construite en neuf segments, deux fabriqués en Corée et le reste en Europe. Il aurait fallu des boulons ayant certaines caractéristiques, mais les Européens ont décidé d'en utiliser d'autres qui sont moins chers. La garde prétorienne, avec un peu plus que le pouvoir de persuasion, doit s'assurer que le dispositif est complet.
Les cadres de référence communs sont souvent difficiles à trouver, et Chiocchio doit travailler constamment pour qu'ITER ne devienne pas une Tour de Babel scientifique. Il demande aux scientifiques d'utiliser la même terminologie (parfois, la même langue) et aussi la même norme de mesure métrique. C'est un travail de mégère, mais Chiocchio est engagé dans le projet ITER depuis vingt ans, et comme beaucoup de gens qui construisent des tokamaks, il est venu ici avec le sens d'une mission. La fusion thermonucléaire diffère de la fission, et sa promesse est beaucoup plus grande. Un ingénieur qui a consacré sa carrière à l'objectif d'un réacteur m'a dit une fois : « la fusion a une pathologie intéressante, son attrait est tellement immense » Dans le siège ITER on peut sentir cela: une force psychologique qui atténue, ou enferme, le pessimisme comme un champ magnétique. J'ai pu la capter un après-midi quand un physicien découragé déclara, plaisantant à moitié, que le vaisseau spatial dans "Star Trek" était alimenté par la fusion. […]
Dans les années 90, il y avait toutes les raisons de penser que c'était la fin d'ITER. Au moment où les États-Unis se sont retirés, un autre physicien français, Robert Aymar, était en place et a décidé de réduire le coût astronomique d'ITER en faisant une machine plus petite, avec un budget serré et moins de personnel. Commencé en 1998, il n'a été finalisé qu'en 2001. La nouvelle machine serait construite pour un mélange idéal de tritium, et l'objectif ne serait plus d'atteindre l'ignition, mais de produire dix fois plus d'énergie tiré dans le plasma, un demi gigawatt. Aymar estima le coût à cinq milliards de dollars, la moitié du coût initial, et ce chiffre fut bientôt cité comme son prix réel. La conception était encore loin d'être complète, et presque tout le monde savait que ce chiffre était largement sous-estimé. « Bien sûr, les bureaucrates voulaient que ITER soit approuvé, et les politiciens ont volontairement fermé les yeux » m'a dit un employé. « Oh, si au lieu de 5 milliards ils avaient dit 15 milliards, alors probablement personne n'en aurait voulu »
Poussé par un consensus d'universitaires américains, les États-Unis ont rejoint le projet; un accord engageant les deux parties a finalement été signé, et une agence domestique américaine s'est ouverte à Oak Ridge. Mais l'irréalisme délibéré est resté. Les deux premiers chefs d'ITER n'avaient aucune expérience en physique des plasmas. Le directeur général, Kaname Ikeda, était un fonctionnaire japonais et un ingénieur nucléaire. Son chef adjoint, Norbert Holtkamp, venait du monde des accélérateurs de particules de haute énergie. Holtkamp fit ce qu'il put pour protéger l'organisation naissante. « Un jour il a dit: si vous dépensez le maximum d'argent, passé le premier milliard, personne ne nous arrêtera plus. Et donc il a dépensé, dépensé et dépensé » m'a dit un ancien ingénieur ITER. « La conception n'était pas terminée, mais il voulait que ça démarre; bougez, bougez, bougez ! » (Holtkamp nie avoir fait ce commentaire)
Science et politique ont fusionné. Lorsque les ingénieurs européens qui travaillent depuis des décennies dans la recherche sur les tokamaks ont proposé de construire l'enceinte intérieure, un officiel chinois s'est levé et, profondément choqué, a soutenu avec véhémence que c'était le comble de l'arrogance de penser que la Chine n'était pas capable de fabriquer cette enceinte. Et il a été décidé que la Chine en ferait une partie.
Assez vite, la réalité a refait surface: le calendrier a dérapé et les coûts ont augmenté. En 2010, Ikeda et Holtkamp prenaient la porte, et Osamu Motojima prenait le poste de directeur. Étant physicien et spécialiste de la fusion, Motojima comprit ce qui était en jeu: Si ITER échouait, la quête de l'énergie thermonucléaire pourrait être enterrée définitivement. Après avoir pris la barre, il déclara : « Le rêve est vivant ! » Un après-midi, David Campbell, physicien en chef à ITER, m'a dit: « Je peux traverser la salle et regarder le site en construction, et parfois je me dis à moi-même : nous construisons ITER là-bas! Il a fallu longtemps pour en arriver là. Même s'il y a des frustrations avec le système, même si les membres ne sont pas contents du coût qui a augmenté et des retards sur le calendrier, tout le monde est engagé la-dedans ».
[…]
Le but de l'examen de Reich, ingénieur dans la garde Prétorienne, était surtout d'étudier les changements que les diverses agences domestiques proposaient pour les aimants, en commençant par celui appelé le solénoïde central, la plus importante contribution américaine à ITER. À l'école primaire, les enfants font souvent des sortes de solénoïdes en enroulant un fil autour d'un clou, puis en l'attachant à une batterie : le courant magnétise la bobine. Le solénoïde central d'ITER fonctionnera de la même manière, mais il pèsera mille tonnes, et se tiendra comme une colonne de 12 mètres de haut au centre de la chambre à vide. Sa bobine fera plus de 30 km de long et sera faite avec du niobium-étain (Nb3Sn), un matériau exotique rarement utilisé dans les grands projets industriels. Ce métal a été choisi car il peut générer des champs magnétiques extrêmes: 260 000 fois celui de la Terre. Clé de conception d'origine soviétique, le solénoïde enverra d'énormes impulsions électriques à travers le plasma, pour le chauffer et le stabiliser. David Everitt, ingénieur à Oak Ridge en charge de la construction de l'aimant, m'a dit de l'imaginer comme une bougie géante : « Ce sera une merveille technologique. Il a beaucoup de choses à faire, le courant n'est pas constant. Il a un très grand champ magnétique, pas le plus grand mais très grand, le courant à l’intérieur d'un module est opposé à celui du module adjacent, il y a une très grande force de séparation».
Quand les ingénieurs d'ITER parlent de très grande force de séparation, ils pensent à une rupture cataclysmique. Le solénoïde sera construit en six modules, empilés les uns sur les autres comme des jetons de poker. L'avantage de cette conception est que les différents modules peuvent fonctionner avec des champs magnétiques opposés, donnant aux physiciens la capacité de modeler le plasma de différentes manières. L'inconvénient est que cela crée également des forces opposées énormes qui peuvent faire sauter tout l’empilement si elles ne sont pas fortement contrebalancées. Les concepteurs de l'aimant ont calculé que les forces peuvent atteindre soixante méga newtons, soit deux fois la poussée qu'une navette spatiale de la NASA a besoin au décollage. Toute la pile peut aussi se comprimer puissamment. Lorsque les ingénieurs ont eu connaissance de cette conception, leur réaction a été : « par le saint Maquereau! Vous voulez faire quoi ? »
Selon à qui vous parlez, l'histoire de ce solénoïde central incarne soit la déficience d'ITER, soit les capacités de l'équipe à surmonter la difficulté. Dès le début, les exigences techniques de l'aimant indiquaient que ce serait extrêmement difficile de le fabriquer. Pour éviter que le solénoïde ne passe à travers le toit, 1080 vis doivent être fixées à la partie supérieure et à la partie inférieure, afin de maintenir la pile comprimée comme dans un étau. En outre, le niobium-étain est difficile à travailler. Il n'atteint pas ses propriétés supraconductrices tant qu'il n'est pas cuit: les brins de câbles seront enroulés dans un module, puis chauffés pendant plusieurs jours dans un four sur mesure inondé avec de l'argon. Les brins, de moins d'un millimètre d'épaisseur chacun, seront entrelacés avec le cuivre. Dans le four, les métaux vont se lier dans une matrice fragile qui ne pourra pas être pliée ensuite.
[…]
La politique inadaptée du projet ITER fait que les problèmes ne peuvent que s'aggraver. Le personnel utilise le terme de « zoo conducteur» pour désigner la ménagerie de matériaux composant les aimants. Le brin de niobium-étain (Nb3Sn) est produit par un éventail ahurissant de sous-traitants, dans six pays, de manière tellement différente que leurs échantillons ne se ressemblent même pas. Comme l'a expliqué Chiocchio : "il y a des fournisseurs partout dans le monde, c'est vraiment un cauchemar." Le Japon, qui a travaillé sur le prototype du solénoïde, voulait s'occuper des câbles et a fait campagne pour fournir ses propres matériaux pour le zoo. En 2010, deux sociétés japonaises ont envoyé leurs échantillons à un laboratoire en Suisse. Les résultats ont été particulièrement mauvais. Les câbles devront supporter soixante mille impulsions, mais le câble japonais était dégradé après seulement six mille. Les ingénieurs ont commencé à s'inquiéter: « cela va t-il être une erreur fatale pour ITER ? »
Les employés d'Oak Ridge ont craint que le calendrier ne puisse être respecté. Ils ont contacté un fournisseur travaillant pour ITER dans le New Jersey, Oxford Superconducting Technology, qui produit des brins de niobium-étain pour d'autres grands aimants de la machine. Ils ont demandé un échantillon pour le solénoïde, et en 2012, après avoir obtenu de bons résultats dans les tests, ils ont exhorté les Japonais à acheter le matériel d'Oxford. « Avec le fonctionnement d'ITER, c'était très difficile de convaincre les Japonais, car c'est quelque chose qu'ils voulaient faire » m'a dit un ancien travailleur d'Oak Ridge. Les Japonais ont refusé, et le risque de retard a augmenté. De nouveaux échantillons japonais ont été envoyé en Suisse, et après plus de deux années de discussions et d'essais, le produit japonais a finalement fonctionné. «Il y a eu un grand soulagement dans le monde entier », a déclaré l'ancien employé. Certains ingénieurs étaient fiers du travail d'équipe, mais ce problème n'aurait pas dû exister et reste un sujet sensible. Lorsque la revue sciences a publié un article la-dessus, Motojima a écrit pour dire qu'il était injuste de laisser entendre que les fabricants japonais avaient échoué. « Ce n'est pas correct » a t-il insisté.
Les effets du retard sont encore visibles sur le terrain. Les responsables de Oak Ridge ont sous-traité la construction du solénoïde avec General Atomics, une entreprise familiale à San Diego. […]
En mai 2014, les Japonais doivent livrer le conducteur à General Atomics, qui complétera les six modules d'ici 2018. La société expédiera alors les pièces finies au port de Galveston, avec chaque module - de 14 mètres de diamètre - sur des camions propulsés par trente essieux, pour supporter le poids. Le voyage se fera probablement après minuit, car les camions devront occuper deux voies d'autoroute. A Galveston, les modules seront chargés sur un navire qui se rendra à Fos-sur-Mer, près de Marseille. De là, ils seront transportés le long d'une route spécialement aménagée jusqu'à la salle d'assemblage du tokamak, puis empilés, compressés, câblés et testés. La hauteur de la salle est dictée par la hauteur du solénoïde. Suspendue au plafond, une grue à pont roulant - avec quatre crochets et des câbles d'acier - soulèvera le gabarit, et avec lui le solénoïde suspendu à la verticale. Chaque variable sera étudié avec précision: la tension des câbles en tenant compte du poids énorme; la dynamique de la grue quand elle se déplace; le degré avec lequel l'aimant va osciller; même la météo, le vent frappant le bâtiment, et comment sa force pourrait affecter le parcours de la grue. Lentement, le solénoïde - avec ses mille tonnes - sera transporté jusqu'au tokamak et placé au milieu de la chambre à vide. S'il est trop grand d'à peine quelques millimètres, il ne pourra pas rentrer dans l'espace cylindrique étanche conçu pour lui. Il n'y a aucune place pour l'erreur.
Que se passera t-il quand ITER sera activé? Une chose est certaine: une étoile synthétique est une merveille cryptique. La seule façon de l'observer serait de la sortir de la salle de contrôle ; les champs magnétiques sont invisibles, le plasma ne fait aucun bruit. Mais allez visiter un tokamak en marche - en Corée du Sud, en Suisse ou en Inde - et demandez ce qui se passerait si vous étiez à côté de la machine.
Réponse: L'aimant pourrait traverser le cœur et faire un trou dans la machine. Et que faire si le plasma se dissipe soudainement ? Réponse: des forces gargantuesques sont susceptibles de déferler, peut-être même d'arracher l'appareil, comme des faisceaux d'électrons déchirant sauvagement la machine. Dans la salle de contrôle, il pourrait sembler qu'il ne se passe pas grand chose, mais vous seriez entouré d'une science de l’extrême.
Que se passera t-il quand ITER sera activé ? La réponse, comme dans toutes les expériences, est un grand mystère, puisque personne n'a encore produit de plasma chaud, dense et suffisamment durable pour s'auto-entretenir. Une telle chose sera t-elle trop difficile à contenir, ou bien un équilibre imprévu sera t-il trouvé ?
Il est difficile de savoir si ITER aura assez de puissance pour atteindre le « mode H » scénario de base du projet. Les systèmes de chauffage du plus grand tokamak existant ont la taille de cinq conteneurs d'expédition; ITER sera encore trois fois plus grand, et devra fonctionner de façon non prouvée. Même si les systèmes fonctionnent, il n'y en aura pas assez. Les extrapolations actuelles ne donnent qu'une indication vague des besoins d'ITER, avec une gamme d'incertitude désespérément grande. Joe Snipes, physicien m'a dit: « Nous avons essayé, essayé et essayé et quand je dis «nous», je parle de toute la communauté travaillant sur la fusion, les experts du monde entier – nous avons essayé de réduire la marge d'erreurs, mais nous ne pouvons pas le faire; le mode H dépend de tellement de facteurs différents que nous ne pouvons comprendre » Certains ingénieurs se demandent si les systèmes de chauffage pertinents – coûtant un milliard de dollars, initialement conçus pour l'initiative de défense stratégique de Ronald Reagan appelée Star Wars - auront une utilité dans les tokamaks. D'autres pensent que tout doit être essayé, parce que ITER reste finalement une expérience: trouver des pistes pour une solution est son but.
Le travail de Snipes sera de gérer le plasma. Il n'y a pas longtemps, il a donné au siège une conférence pour les ingénieurs intitulé : « Limites de fonctionnement pour ITER »Il a parlé principalement des incertitudes de comportement du plasma, mais il a rappelé à ses collègues que certaines limites étaient simplement dues à la façon dont le projet ITER avait été conçu. Alors que la garde prétorienne était inquiète des lacunes au niveau des composants, essayant de s'assurer qu'il y aurait assez de place pour assembler la machine, les physiciens avaient la même inquiétude. Les neutrons devraient s'échapper du plasma d'ITER tel un tsunami. Parce que ces particules n'ont aucune charge, elles vont échapper à l'emprise des aimants, avançant à travers n'importe quel espace qu'ils trouveront, passant à l’intérieur, ou à travers, les obstructions – la matière solide ne pourra pas toujours les arrêter.
Dès le début, les physiciens ont compris que plus il y avait de lacunes dans la conception, plus les neutrons pourraient pénétrer dans la machine, le chauffage les absorbant de toutes façons. Pour étudier les effets du plasma sur la structure, ils ont acquis un million d'heures sur MareNostrum, un superordinateur à Barcelone, situé dans une cage de verre dans la nef faiblement éclairée d'une chapelle du XIXe siècle.
Les aimants d'ITER seront enfermés dans un cryostat et refroidis en continu avec de l'hélium liquide. S'ils deviennent moins froids que -267 degrés, ils deviendront «normaux» et perdront leur qualité de supraconducteur. Alors, l'énorme courant électrique qui les traverse cherchera une autre sortie, comme un fleuve endigué. Si les 18 bobines de champ toroïdal devaient faire l'expérience de ce phénomène, 41 milliards de joules d'énergie chercheraient un nouvel endroit ou aller. Un scientifique a comparé cette issue à deux avions 747 se scratchant simultanément dans la machine.
Les calculs sont complexes pour prévoir combien de neutrons viendront frapper les aimants, mais les lacunes sont introduites plus rapidement que la vitesse d'analyse. « Le physicien qui en est responsable améliore constamment ses modèles » m'a dit Snipes. « Chaque petit écart lui cause d'énormes maux de tête. Maintenant, ce ne sera pas un problème – nous réduirons les performances du plasma avant d'arriver à ce stade dangereux - mais ça nous empêchera de savoir jusqu’où nous aurions pu aller » En d'autres termes, même si ITER est capable de produire des réactions thermonucléaires record, la machine peut ne pas être capable d'y faire face - une perspective extrêmement frustrante. Depuis l'époque de Dorland et Kotschenreuther, il y a eu des modèles informatiques beaucoup plus encourageants; on prédit que ITER pourrait théoriquement atteindre l'ignition. Mais, si les écarts devaient se confirmer, les objectifs fondamentaux du projet pourraient être compromis.
« C'est ce qui arrive quand on fonctionne avec un calendrier qui n'est pas réaliste, ou lorsqu'on doit construire une machine avec trop peu de personnes, ou trop peu d'argent, il faut faire alors des sacrifices » m'a dit un scientifique affilié au projet. « Chaque fois que le directeur général fête une étape, il ne reconnaît pas les raccourcis qui ont été pris pour en arriver là » ITER est continuellement remodelé pour répondre aux exigences de moindre coût. Le tokamak avait au départ deux extracteurs de chaleur, appelées divertor. Il y en a maintenant plus qu'un seul. « Et c'est risqué » a ajouté le scientifique. « C'est comme construire une seule navette spatiale, et vouloir la faire fonctionner 30 ans. S'il y a un problème de divertor, cela pourrait prendre cinq ans pour en faire un autre, et ça pourrait être la fin du projet » Les compromis sont une source de difficultés permanentes, dont beaucoup ne sont pas résolues ou sont résolues cyniquement, les gens disent que c'est parce que Motojima encourage une culture qui est contraire à la science, parce que la structure organisationnelle d'ITER est calquée sur la société japonaise – avec une administration lourde se préoccupant beaucoup de donner une image de progrès.
« Ce projet est censé apporter de l'espoir, mais c'est la peur qui règne en son sein » a déclaré le scientifique. « Des efforts sont faits à plusieurs niveaux pour cacher les problèmes, en partie parce que les gens pensent que la situation ne pourra pas s 'arranger, et en partie parce que certains des décideurs seront morts au moment où on appuiera sur le gros bouton rouge ».
Durant l'été, l'ambiance de travail au sein de la plus grande collaboration scientifique de l'histoire devenait de plus en plus anxieuse. « ITER a toujours été un lieu de travail mouvementé, hein ? » m'avait dit Chiocchio, mais les frustrations montent nettement. L'année précédente, ITER avait à peine atteint la moitié de ses objectifs. La date de démarrage de la machine – 2020 - a été de nouveau reportée. On parle discrètement maintenant de 2023 ou 2024. Et si la date recule encore ? Les ingénieurs opèrent dans un monde de charges strictement mesurées et de flux thermiques , mais les forces politiques sont insensibles à ces mesures précises. Pourtant, les dernières répercussions étaient évidentes. À un moment donné, finalement, des politiciens frustrés pourraient décider qu'ITER n'en vaut pas la peine, vu le coût croissant des retards.
En Juin, le Conseil ITER s'est réuni à Tokyo, et il était évident que l'organisation allait se retrouver devant sa propre turbulence interne. À un moment donné, un membre du Conseil Coréen a pris ses papiers et claqué la porte. Ned Sauthoff, le chef de projet des États-Unis, a dit clairement qu'il pensait que la culture de sécurité nucléaire manquait dans le projet ITER et que l'implication américaine allait diminuer. Le ministère de l'Énergie avait arrêté le financement d'un tokamak au M.I.T (Massachusetts Institute of Technology) pour aider à payer ITER, et cette décision a eu des conséquences. Les membres du Congrès ont été invités à voir la machine inerte, et ils sont retournés au Parlement scandalisés. « ITER est en train d'absorber tout notre programme national ». Les estimations officielles de la contribution des États-Unis ont doublé, pour atteindre un milliard de dollars, puis ont de nouveau augmenté à 2,4 milliards de dollars, simplement pour arriver au « premier plasma », juste pour mettre la machine en marche. Avant la fin de l'été, Dianne Feinstein, la présidente du comité sénatorial qui gère les crédits pour le développement de l'énergie, a annoncé qu'elle stoppait le financement d'ITER jusqu'à ce que le ministère de l'Énergie fournisse une évaluation détaillée de l'engagement financier américain total. La demande était logique et il était impossible de lui répondre avec précision; les gens d'ITER eux-mêmes ne le savent pas. Le service était peu disposé à donner un chiffre, et Sauthoff m'a dit: « Nous sommes en terrain inconnu »
Motojima, quant à lui, avait du mal à rendre l'organisation plus simple et plus centralisée, et il était pris au piège : les agences domestiques ne donneraient pas plus de marge de manœuvre au siège ITER sans une plus grande confiance dans son efficacité, mais l'organisation ne pourrait jamais être plus efficace sans une plus grande autorité centrale. Quelque chose devait clairement changer. Quand j'ai rencontré Motojima, il rentrait juste de Sibérie - ou il avait rendu visite à un contributeur ITER à Novossibirsk - et il semblait fatigué. Il avait sa propre théorie sur le moral en baisse: il est dû en partie au travail incessant, mais il y a également une composante psychologique, parce que les gens ne peuvent pas voir le résultat concret de leur travail. La plupart des employés ne voient pas le chantier en construction de leurs fenêtres, ni les composants construits en dehors du site. Avec le temps, des grandes pièces arriveraient, le progrès serait mesurable, les attitudes changeraient. De son bureau, au cinquième étage, la construction du vaste chantier du tokamak était toujours visible.
Pourtant, Motojima eut droit à des critiques féroces. Il avait été décidé à Tokyo qu'une fois pour toutes, le calendrier devait être réaliste. Un membre du conseil m'a dit : « des gens recrutés à l’extérieur ont étudié et dit : c'est pourri, le projet de fusion lui-même est dépassé, c'est un rêve impossible. Non, non, et non! C'est la gouvernance d'ITER qui est pourrie. Nous devons trouver une solution, une issue possible à ce pétrin. Si nous n'y arrivons pas, alors nous aurons des problèmes - je pense à un remaniement total de l'ensemble du projet, de la direction, peut-être autre chose. Je pense qu'un pays partenaire peut partir, mais ce n'est pas utile, parce que le projet est réalisable. Mais tous les États membres ne fonctionnent pas ensemble comme une seule équipe, avec un seul objectif. Nous devons remédier à ça ».
Le remaniement était inévitable. En octobre 2013, une évaluation confidentielle de la gestion interne avait spécifié que le projet était « en plein malaise et pouvait dériver hors de tout contrôle » Elle a fait onze recommandations sévères, parmi lesquelles remplacer Motojima le plus rapidement possible. Le Conseil ITER a convoqué une réunion d'urgence. Les enjeux étaient particulièrement élevés pour la délégation américaine, qui devait apaiser le Congrès. Le ministère de l'Énergie avait présenté à Dianne Feinstein une nouvelle estimation de la contribution américaine passant de 4 milliards de dollars à 6,5 milliards de dollars et elle avait accepté de financer ITER (et la machine M.I.T) mais pas sans conditions. Environ 12 % de l'argent serait retenu jusqu'à ce que les 11 recommandations soient appliquées de manière significative. En substance, elle a dit qu' ITER devait changer, ou la place des États-Unis serait à nouveau remise en question.
Comme les gens impliqués dans ITER ont commencé à se demander qui succéderait à Motojima - Condoleezza Rice fut suggéré - il s'empressa de faire des changements. Il congédia le directeur de la section des aimants, un vétéran au franc-parler, mais respecté de par ses 26 années d’expérience, et il a fusionné le travail de la garde prétorienne avec celui des autres divisions. « Je ne suis plus à la tête de la conception » m'a dit Chiocchio, mais malgré le nombre de fois ou il a essayé de m'expliquer sa nouvelle place dans la bureaucratie, je n'ai pas réussi à comprendre. Il avait gagné de nouvelles responsabilités, et en avait perdu d'autres. « Fondamentalement, je continue à faire exactement le même travail » m'a t-il dit.
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Avant de quitter la France, j'ai rejoint Chiocchio et GünterJaneschitz, conseiller principal auprès du Directeur général, ainsi que d'autres membres de la garde prétorienne, pour une visite du chantier de construction ITER. Il était midi, et le soleil était chaud et éclatant. Le groupe portait le lourd fardeau d'une physique complexe et d'une politique plus complexe encore, mais c'était un bel après-midi en Provence. Nous nous sommes dirigés vers le bas par un chemin de terre à travers les arbres, passant devant les câbles et les transformateurs qui amèneront l’électricité directement depuis le réseau national français. Une douzaine de véhicules jaunes - camions-benne, pelles rétro caveuses, bulldozers – étaient alignés soigneusement. Au loin, les grues émergeaient dans les hauteurs, leurs silhouettes en forme de L dans le ciel ouvert. Pour un projet qui devait désespérément rattraper son retard, le site était étrangement calme.
« C'est la pause déjeuner » dit sèchement Janeschitz.
Nous sommes passés devant un bâtiment vide, aussi long que cinq piscines olympiques. C'est ici que le système magnétique poloïdal, trop volumineux pour être déplacé sur des grandes distances, sera assemblé. Nous sommes passés devant une maquette de la grande dalle de béton qui devra soutenir le réacteur. La construction de la dalle était dans l'impasse à cause d'un autre conflit : économiser de l'argent, l'agence domestique européenne avait insisté pour que la dalle soit deux fois moins épaisse que dans la conception initiale – ce changement décidé par la réglementation française était dangereux. Pour sortir de l'impasse, les ingénieurs d'ITER ont conçu une nouvelle structure pour répartir davantage le poids de la machine.
Chiocchio a dû trouver du temps pour ça. « Il a fallu six mois » dit-il « La machine est déjà conçue, chaque composant est déjà conçu. On ne peut pas changer quoi que ce soit » Janeschitz secoua la tête et dit: « Bien sûr ensuite il y a des plaintes, en raison du coût et des modifications tardives ».
Pour se rendre dans la fosse de construction du tokamak, nous descendîmes un escalier métallique jusqu'à ce que nos pieds touchent terre, seize mètres plus bas. La fosse était si vaste qu'il a fallu un temps d’adaptation mental pour apprécier sa profondeur. Nous étions dans un canyon. La terre au fond – cuite par le soleil et craquelée, avait été laminé à plat, et des tas d'équipements étaient stockés à la surface. Dominant l'espace où la dalle était en construction, des murs de soutènement renforçaient la fosse. On pouvait voir les plots – 493 en tout, chacun comme un petit monolithe surmonté de coussinets anti-sismiques. En cas de tremblement de terre, les roulements permettront à la dalle de se balancer de droite à gauche.
Même en tenant compte de toutes les difficultés du projet, il était difficile de ne pas sentir la majesté de ce qui était tenté. Au centre du tapis de base, des kilomètres de barres d'armature étaient pliées en une élégante toile d'araignée s'étendant sur 60 mètres. Un jour, tout ça sera coulé dans du béton, avec le tokamak au centre. Après une pause au bord, tout le monde a soudainement disposé une rangée de planches de bois vers le rayon intérieur de la toile d'araignée, lieu du centre du tokamak: Ground Zéro. Difficile de savoir pourquoi nous allions tous là-bas; le centre n'offrait pas de meilleure vue de l'énorme dalle que les côtés. Il y avait peut-être l'impulsion humaine, être juste là, où quelque chose de notable pourrait se passer. La fusion, la source d'énergie la plus abondante dans l'univers, n'a jamais produit la moindre énergie sur Terre. […]
Ce soir-là, dans un café à proximité du site, j'ai pris un verre avec un physicien d'ITER qui était abattu, craignant que la machine ne marche jamais. Pourquoi il restait dans le projet, il ne pouvait le dire. Mais quelques semaines plus tard, après réflexion, il m'a dit que son moral était remonté. Il était venu là jouer son rôle, à la fois petit et sublime, semblable à un tailleur de pierre qui peine des années sur la cathédrale de York Minster (commencé en 1220, terminé en 1472) sans avoir jamais vu le travail achevé. « Je m'attends maintenant à consacrer toute ma carrière professionnelle avant de voir un plasma décent dans ITER » m'a t-il dit. « Ça ne m'embête pas. Il y a eu de nombreux scientifiques avant moi, travaillant pour un même objectif et n'ayant rien vu. Martin Luther King avait un rêve il y a cinquante ans. Il n'a pas vécu assez longtemps pour voir ce rêve réalisé. Mais, grâce à lui, nous avons fait des progrès merveilleux pour que ce rêve s'accomplisse. Les scientifiques travaillant sur ITER ont un rêve qui pourrait être aussi puissant que celui de Martin Luther King - pas pour l'égalité humaine, mais pour l'indépendance énergétique. Nous ne verrons pas la réalisation de ce rêve. Mais chaque jour je vais au travail avec un sourire caché, car je sais que j'aide à ce qu'un jour notre rêve ITER se réalise ».
Annexes