lunedì 23 marzo 2020

«nulla sarà più come prima» / «tutto sarà come prima» da Malvino il blog di Luigi Castaldi



fonte: Malvino il blog di Luigi Castaldi


venerdì 6 marzo 2020


1. L’anno scorso, in Italia, il virus influenzale ha fatto 198 morti, ma i casi gravi sono stati 809, 601 dei quali sono finiti intubati. E tuttavia è stata un’ottima annata, perché il numero dei morti è stato assai inferiore alla media, che tra il 2007 e il 2017 si è attestata intorno ai 460 morti all’anno, con due picchi nel 2015 (675) e nel 2017 (663). Questi, però, sono numeri dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), che l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) ritiene ingannevoli, perché non includono i morti per complicanze polmonari e cardiovascolari causate dall’infezione da virus influenzale, che porterebbero il totale di decessi «diretti» e «indiretti» a una media annuale di circa 8.000 morti.
Quanta copertura mediatica è stata fin qui assicurata al virus che puntualmente, ogni anno, tra dicembre e marzo, fa un numero di morti che è diciotto volte maggiore di quello che abbiamo avuto per attentati e stragi lungo tutto l’arco nei cosiddetti «anni di piombo» (1969-1984), undici volte maggiore di quello dei morti sul lavoro nel solo 2018, sei volte maggiore di quello dei morti per incidenti stradali nel solo 2019 e più del doppio di quello che si ebbe col crollo delle Twin Towers? Se mi si fa passare l’eufemismo, direi non troppa.
Sarà perché a morire d’influenza sono soprattutto soggetti molto anziani e già affetti da gravi patologie? Tenderei a escluderlo, perché i morti sono morti, come tante persone perbene hanno ultimamente tenuto a precisare, redarguendo chi si azzardava a dire che quella da Covid-19 è un’infezione «appena un po’ più grave di un’influenza», e come un’influenza ammazza soprattutto «vecchi e malati»: santo redarguire, perché la vita è sacra, sempre, da neonato e da ultraottantenne (a voler tener da parte chi si allarga sostenendo che lo sia anche da embrione), ed è da bestia far differenza se la si perde perché crivellati dai colpi di una Skorpion brigatista o dilaniati da una bomba neofascista, se per terremoto o tsunami, se da carabiniere ucciso da rapinatore o da rapinatore ucciso da carabiniere. E allora perché su 8.000 vite che il virus influenzale ci strappa ogni anno non si è mai vista una Maratona Mentana o una puntata monotematica di Piazza Pulita?
Sarà perché, a parità di soggetti infettati, ne muoiono più per Covid-19 che per virus influenzale? Se è così, tutto torna, perché pare che l’indice di letalità sia tra lo 0,1 e lo 0,2% per il virus influenzale, ma del 3,4% per il Covid-19. E dico «pare», perché in realtà, anche qui, i numeri potrebbero essere ingannevoli: sicuro come la morte, il numero dei morti; non altrettanto quello degli infetti. Quel 3,4%, infatti, è rapportato ai casi in cui c’è inoppugnabile certezza di infezione da Covid-19 per la positività di un test di laboratorio, mentre quello 0,1-0,2% lo è in relazione a diagnosi cliniche, basate per lo più sui sintomi.
Insomma, quando dico che l’anno scorso, in Italia, abbiamo avuto 8.104.000 casi di sindrome influenzale che hanno fatto circa 8.000 morti, faccio un’affermazione sostanzialmente assai diversa rispetto a quando dico che a tutt’oggi abbiamo 197 morti su 4.636 affetti da Covid-19, perché in realtà non so nulla di quanti essi siano in realtà: sono 4.636 su 23.345 tamponi effettuati, ma potrebbero essere molti di più sugli oltre 60 milioni di italiani, visto che una considerevole percentuale di soggetti infetti è (o è stato) asintomatico o paucisintomatico, guarito spontaneamente come è accertato accada in un gran numero di pazienti affetti da Covid-19, o destinato a guarire spontaneamente senza aver mai saputo di aver avuto a che fare con un coronavirus potenzialmente micidiale. Che su 1.000 affetti da Covid-19 ne muoiano 34, dunque, non c’è alcuna certezza: non possono essere di più, ma potrebbero essere molti di meno, e questo anche a fronte di un potenziale di trasmissibilità dell’infezione, quello che gli epidemiologi indicano con la sigla R0, e che per il Covid-19 è uguale a 2, mentre per il virus influenzale è inferiore.
Di certo c’è solo che a tutt’oggi – cito dal sito dell’Iss, consultato alle 21.49 del 6.3.2020 – «i morti da Covid-19 sono 197», che «l’età media dei pazienti deceduti è 81 anni, in maggioranza uomini e in più di due terzi dei casi affetti da tre o più patologie preesistenti» e che «per tutte le fasce d’età il tasso di letalità da Covid-19 è inferiore a quello registrato in Cina».
Tutto ciò premesso, riproporrei la domanda: perché il Covid-19 sta godendo di una copertura mediatica tanto spropositata rispetto ai suoi numeri? Anzi, la riformulerei in altro modo: data una media di 8.000 morti da influenza e complicanze correlate per ogni arco di tempo compreso tra un 1° dicembre e un 31 marzo (121 giorni), si immagini un tg delle 20.00 di un giorno della prima settimana di marzo del 2019 che apra strillando «oggi abbiamo avuto altri 66 morti da influenza» (8.000 diviso 121 fa appunto 66, e dunque la cosa ci sta tutta); sarebbe informazione o che altro?
Qui mi fermo. Al prossimo post un tentativo di risposta.




domenica 15 marzo 2020


2. Incrociando le affermazioni fatte laltrieri da Massimo Galli (MG), primario del reparto di Infettivologia dell’Ospedale Sacco di Milano (Circo Massimo, Radio Capital) e da Maria Rita Gismondo (MRG), che presso lo stesso presidio ospedaliero è direttrice del dipartimento di Microbiologia Clinica (Laria che tira, La7), trovo conferma di quanto scrivevo la scorsa settimana sulla base dei dati noti al momento. Meglio farlo dire a loro, oggi, piuttosto che ripetermi: «inumero reale dei contagiati dal coronavirus è più alto di quello ufficiale» (MG)«almeno il 60% della popolazione ha avuto o avrà contatto con il coronavirus» (MRG); «non scambiamo il numero dei positivi col numero dei malati: il 90% dei positivi non ha sintomi o ha sintomi molto lievi» (MRG); «la percentuale di letalità [fin qui attribuita al virus] è più alta di quella reale, perché stiamo facendo i calcoli solo sui casi sintomatici e non sulla stima globale» (MG) (probabilmente – aggiungeva – anche inferiore allo 0,88% riscontrato nella Corea del Sud, dove i test sono stati effettuati a tappeto e comunque non sullintera popolazione); «più che la gente, questo virus uccide la sanità» (MRG).
Direi si possa trarne qualche conclusione. Poca roba, sia chiaro, perché del Covid-19, allo stato, «sappiamo ancora troppo poco» (MG, sempre ieri, ma a Ottoemezzo, La7). Proviamo.
Si tratta di un virus aggressivo e con un alto coefficiente di riproduzione (un R0 valutato tra 2,1 e 2,6). L’età media dei soggetti deceduti dopo esserne stati contagiati è di 80,3 anni, diceva, sempre l’altrieri (agenzianova.com), Silvio Brusaferro (SB), presidente dell’Istituto Superiore della Sanità (ISS). Perché non dico «uccisi dal Covid-19», ma uso la perifrasi «deceduti dopo esserne stati contagiati»? Perché proprio SB rivelava che «soltanto due persone non sono risultate al momento portatrici di patologie». Su questo punto, tuttavia, non è il caso di essere precipitosi, perché quelle «due persone» fanno parte di una quota assai ristretta dei 1.266 decessi al 13 marzo («poco più di cento», le cui cartelle cliniche sono arrivate alla sua attenzione «dagli ospedali di tutta Italia»): se il dato fosse significativo, potremmo al più inferire che più del 98% dei decessi non si ha senza presenza di altre patologie, quasi sempre molto serie, spesso associate (dal report dell’ISS del 5 marzo: «Il numero medio di patologie osservate [nei soggetti deceduti] è di 3,4»).
Come è evidente, è qui che nasce la questione che oppone chi sostiene che i decessi siano dovuti al Covid-19 e chi invece ritiene che da solo il virus ammazzi poco o niente. Si tratta della questione che la semplicistica sintesi giornalistica ha reso con le locuzioni «morti da» e «morti con», ma che in realtà esprime due diversi modi di approcciare lo stesso fenomeno: quello microbiologico e quello clinico. Il contenzioso che ne nasce è evidente al grande pubblico solo adesso, perché l’emergenza lo porta in proscenio, ma, dietro le quinte, microbiologi e clinici si sono sempre presi a pugni.
Si prenda il caso dell’influenza stagionale che, come illustravo nel precedente paragrafo di questo «nulla sarà più come prima» / «tutto sarà come prima», ogni anno fa qualche centinaio di morti, per i microbiologi, ma diverse migliaia, per gli epidemiologi, che sono i clinici dei grandi numeri. È del tutto comprensibile, infatti, che il microbiologo tenda a concentrare tutta la sua attenzione sull’agente patogeno, sulla sua morfologia, sulle sue caratteristiche chimico-fisiche, sulle sue modalità d’azione, ecc. Del tutto comprensibile, altresì, che questo lo porti alla costruzione di un modello della sequenza degli eventi che dal contagio porta alla malattia, conferendole una linearità che tende a trascurare tutto ciò che può accelerarla, fino a farla precipitare, o frenarla, fino a interromperla. Non così il clinico, e ancor meno l’epidemiologo, che fanno i conti con le diverse coniugazioni del paradigma: sul campo – nel singolo paziente, in una data popolazione – virus e batteri trovano fattori che esaltano o deprimono la loro azione. Per certi versi, siamo dinanzi alla stessa discrepanza che normalmente, quand’anche trascurabile, si ha tra risultati «in vitro» «in vivo» nella sperimentazione di un farmaco.
Ecco, dunque, perché oggi i millequattrocentoedispari morti fatti dal Covid-19 fanno molto più rumore degli oltreottomila fatti l’anno scorso dall’A(H1N1)pdm09 e dall’A(H3N2), i virus che sostennero la solita influenza stagionale: stavolta i virologi hanno preso la scena, e il vocione del più borioso, del più arrogante, del più vanesio della categoria – il famigerato Roberto Burioni (RB) – è diventato assordante. È accaduto che la notorietà acquisita grazie alla polemica coi no-vax gli ha causato la tristemente nota sindrome da sovraesposizione mediatica, che ineluttabilmente porta a straparlare, quasi sempre con effetti tragicomici, come in questo caso è avvenuto col dar per certo che «in Italia il virus non c軫cè più pericolo in un meteorite» e neanche dieci giorni dopo uscirsene con un instant book che nel sottotitolo associava il Covid-19 alla «peste».
Le leggi dello spettacolo sono categoriche: perché l’intrattenimento abbia la massima copertura, ogni Burioni dev’essere bilanciato da un Vittorio Sgarbi (VS), e le posizioni in campo, per meglio far presa, devono essere esasperate. È un po’ come col porno, dove si impone che il pene sia lungo almeno quanto un avambraccio e l’eiaculato sia nell’ordine dei litri. E così in campo abbiamo visto le ragioni della microbiologia e quelle dell’epidemiologia, ma mostruosamente distorte nei loro precipitati: l’allarmismo e il negazionismo. Nel caso di Sgarbi, per esempio, affermazioni che nella loro sostanza erano in tutto coincidenti con quelle di MG ed MRG riportate nel primo capoverso di questo post hanno subìto una torsione nello sproposito.
Veniamo al dettaglio. VS afferma che, «sulla base di un unico dato vero, [e cioè] il numero limitato di posti negli ospedali per la terapia intensiva […], si vuole convincere gli italiani che cè un pericolo che non cè»: fa eco al «più che la gente, questo virus uccide la sanità» di MG, ma per dargli un di più di forza, di cui francamente non ha bisogno, deve arrivare all’iperbole che un pericolo «non cè». Si compari questo atteggiamento a quello di Ilaria Capua (IC), che, rimproverata da un burioniano di aver paragonato il Covid-19 al virus influenzale, ha risposto: «Io non minimizzo affatto. [...] Ho lavorato decenni con linfluenza e trovo che ad oggi paragonare [il] Covid-19 [a una] “sindrome simil-influenzale” sia corretto ed esplicativo. Io sinceramente linfluenza lho sempre presa sul serio». Come non farlo, con una media di 8.000 morti ogni anno? Morti – sia chiaro – perché il virus influenzale ha trovato condizioni favorevoli soprattutto in pazienti anziani e affetti da altre patologie.
Questo significa che il Covid-19 non può uccidere anche un 39enne? Ovviamente no, ma può ucciderlo anche il virus influenzale e al momento non ci sono evidenze statistiche che segnalino un maggior rischio da Covid-19, perché tra gli 8.000 morti per influenza non mancano i 39enni e soprattutto, molto ma molto più rispetto ai morti da Covid-19, i bambini, e i neonati.
Anche qui, però, c’è da segnalare un paradosso nelle argomentazioni di quanti storcono il muso a sentirsi dire che il Covid-19 impone misure di contenimento, sì, ma non autorizza all’isteria, né a provvedimenti che, per evitare 100.000 contagi, 15.000 ricoveri in terapia intensiva e 6.000 decessi, possono far morire di fame mezza Italia. Da un lato, infatti, pare che essi tengano molto a sottolineare che il virus non ammazza solo anziani carichi di acciacchi (c’è addirittura chi ha proposto di dare enfasi al dato, diffondendo immagini di qualche giovanotto in terapia intensiva, così, tanto per sensibilizzare i meno sensibili), con ciò rivelando, tuttavia, di attribuire un diverso valore alla morte in relazione a che età si muoia. Su ciò potremmo pure chiudere un occhio, solo però facendo nostro il parametro della vita media attesa, sul quale evidentemente essi contano di poter rappresentare agli insensibili più tragica la morte di un giovane che quella di un vecchio. Costoro, però, sono gli stessi che inorridiscono alla sola idea che, con un solo posto in terapia intensiva, si favorisca il giovane, penalizzando il vecchio.
Ma siamo prossimi a questo orrore? Impossibile prevederlo, di fatto i posti in terapia intensiva sono solo 5.300 in tutta Italia, e al momento 1.300 sono occupati da soggetti affetti da Covid-19. Per meglio dire: in gran parte si tratta di soggetti affetti da patologie che hanno favorito la vulnerabilità al Covid-19, rendendo così drammatica la polmonite che esso causa.
E così torniamo al punto di partenza: «più che la gente, questo virus uccide la sanità» (MRG). Con ciò che la sanità rappresenta in termini di protezione che uno stato assicura all’individuo e alla collettività. Ma di questo – e di quanto questo implichi in un momento in cui tanti mettono in discussione la democrazia – al prossimo post.



venerdì 20 marzo 2020


3. Chi definisce «virale» la diffusione di qualcosa che non è un virus, come oggi sempre più spesso accade per tutto ciò che riesce ad ottenere una rapida ed ampia diffusione negli spazi designati alla comunicazione pubblica, mostra di aver fatto propria la «teoria del meme» esposta da Richard Dawkins in The Selfish Gene (1976) e, se lo fa senza mai averne sentito parlare, allo stesso tempo se ne offre a comprova. In questo libro più citato che letto, infatti, viene avanzata l’ipotesi che la tendenza a replicarsi non sia un’esclusiva di quell’unità funzionale del genoma che chiamiamo gene, ma anche di quell’«unità di trasmissione culturale» (o «unità di imitazione») che qui è battezzata «meme», abbreviazione di «mimeme», con rimando al greco μίμημα (imitazione, e dunque anche copiaduplicato, ecc.), ma anche al francese «même» (stesso, medesimo, ecc.): «Proprio come i geni si propagano nel pool genico saltando di corpo in corpo tramite spermatozoi o cellule uovo – scrive Richard Dawkins – così i memi si propagano nel pool memico saltando di cervello in cervello tramite un processo che, in senso lato, si può chiamare imitazione»; e tuttavia l’analogia con la trasmissione del materiale genetico dai genitori ai figli che si ha con la fusione dei gameti non pare soddisfarlo appieno nell’illustrare al lettore come esattamente agisca un «meme», e allora eccolo, e nello stesso capoverso, a proporne un’altra: «Quando si pianta un meme fertile in una mente, il cervello ne viene letteralmente parassitato e si trasforma in un veicolo per la propagazione del meme, proprio come un virus può parassitare il meccanismo genetico di una cellula ospite», chiarendo che «esempi di meme sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o costruire archi» e che «la selezione favorisce i memi che sfruttano a proprio vantaggio lambiente culturale».
Credo ce ne sia abbastanza per poter dire che anche la stessa «teoria del meme» sia un «meme» e che il largo impiego del termine «virale» dimostri che ha attecchito mica male. Il fatto, poi, che abbia attecchito anche in chi non ha mai letto The Selfish Gene mi pare che evidenzi anche un’altra caratteristica della «viralità» del «meme»: come non c’è bisogno di sapere cosa sia un virus, né come sia fatto, né donde venga, né come agisca, perché, senza volerlo, si sia costretti ad ospitarlo, offrendogli strumenti per replicarsi e contagiare chi ci è prossimo, così possiamo essere vettori e diffusori di un’idea che può arrivare ad assumere la dimensione epidemica del senso comune, anche senza sapere come sia nata, chi l’abbia messa in giro, cosa le dia modo di eludere o addirittura affrontare e abbattere le difese immunitarie del nostro senso critico. In fondo non accade pure col motivetto scemo che ci troviamo a canticchiare senza sapere chi l’abbia scritto, né dove l’abbiamo sentito la prima volta?
Ma c’è altro ancora a dirci della «viralità» del «meme»: come alcuni virus sembrano scomparire dopo essere stati gloriosi protagonisti di una travolgente epidemia, per tornare a farsi vivi solo dopo un certo lasso di tempo, e semmai più aggressivi di prima, in virtù di una mutazione del loro materiale genetico che rende inutile la cosiddetta «immunità di gregge» raggiunta in seguito alla loro prima comparsa, così certe idee trovano modo di avere diffusione molto rapida e molto estesa, per poi trovarsi ad essere messe pesantemente in discussione dal senso critico che nei loro confronti viene acquisito dalla popolazione che hanno «contagiato», e così dar l’impressione che non possano più riattecchire in essa, per poi riuscirci, invece, dopo aver subìto qualche anche minima mutazione che consente loro di ingannare le difese immunitarie che fin lì sono riuscite a tenerle lontane; talvolta, tuttavia, il ritorno dell’epidemia o il revival dell’idea non hanno neppure bisogno di questo riaggiustamento, perché può bastare che l’organismo ospite, individuo o collettività, sia debole, vecchio, affetto da altre patologie, perché il sistema immunitario perda memoria. Se però, come s’è detto, «la selezione favorisce i memi che sfruttano a proprio vantaggio lambiente culturale», è a questo che va posta attenzione per dar conto degli immensi danni che può causare un «meme» nei confronti del quale in passato si era riusciti a produrre anticorpi efficaci: è in un ambiente culturale debole, vecchio, malato, che un «meme», già debellato dal senso critico, trova occasione per riattecchire, e questo capita tanto più spesso quanto più a lungo e per più volte ha avuto modo di causare danni in passato.
Un esempio ci è dato dal «meme» della catastrofe naturale (terremoto, peste, carestia, ecc.) come punizione divina, che, da un lato, è altamente contagioso e, dall’altro, causa danni anche più seri dell’evento di cui si serve. Perché le catastrofi naturali sono un dato di fatto, ma il «meme» che ce le presenta come pene per colpe che devono essere espiate, lungi dal farcele affrontare per quel che sono, dando così congrua soluzione al problema che pongono, ci induce a credere che se ne possano neutralizzare gli effetti solo pagando un prezzo altissimo, in grado di placare l’ira della divinità che, anche involontariamente, si è offesa.
Ovviamente non è detto che questo «meme» debba presentarsi proprio nella forma qui descritta, che è quella ancestrale: la catastrofe può essere dovuta anche all’offesa che si è arrecata a un ordine di cose o di valori che, deliberatamente o meno, si è stravolto, e che l’espiazione mira a reintegrare almeno in modo simbolico. Nel caso della peste (e dei suoi surrogati o succedanei), per esempio, la colpa che ha inflitto il castigo è, di caso in caso, la peccaminosa promiscuità di cui il morbo si serve per passare da corpo a corpo, la cancellazione dei confini tra le genti che ne facilita la diffusione, la perdita di un’identità che era fedeltà a una tradizione e al cui posto ora troviamo un volto sfigurato dai bubboni: non si ha piena riparazione, non si ha adeguata espiazione, senza il ripristino, ancorché formale (il sacrificio è innanzitutto simbolo), dell’ordine di cose e di valori che si è infranto. E il sacrificio deve essere, insieme, espiatorio e propiziatorio, non può esaurirsi in misure sanitarie proporzionate al problema, ma deve avere in sé i tratti della compunzione che apre la via alla catarsi morale: non può e non deve bastare che gli appestati stiano nel lazzaretto e gli altri si limitino ad evitare il contagio con la profilassi; la dimensione epidemica del morbo impone che contagiati e no si sentano popolo sotto la stessa guida; che lo «stato di eccezione» le conferisca una legittimità oltre ogni legalità; che sull’altare su cui si consuma il sacrificio brucino garanzie e diritti; che il rito sia emotivamente partecipato, e anzi sia banco di prova per saggiare il tenore emotivo dell’obbedienza; ma soprattutto è necessario che all’esterno ci sia un nemico (senza nemico non si dà «stato di eccezione»), e qualcuno che all’interno si presti all’accusa di favorirlo (poco importa se fondata o no, perché si dà imputazione di intelligenza col nemico con la sola intelligenza che mette in discussione il «meme»); più di tutto, però, è necessaria un’autorità che sia allo stesso tempo sacerdote, medico e soldato, perché sia assicurato un ordinato svolgersi del rituale sacrificale, che insieme deve essere alienazione e spettacolo.
Qui possiamo congedarci da Richard Dawkins e affidarci a un’altra guida, Guy Debord.


domenica 22 marzo 2020


4. Poco meno di 5.000 morti, al momento. Poco più della metà di quanti l’anno scorso morirono d’influenza. In cosa è lecito, e in cosa no, comparare, di là dai numeri, i morti dell’anno scorso a quelli di quest’anno, data l’evidente differenza del modo in cui ce ne fu data notizia allora e ce n’è data oggi?
In entrambi i casi, c’è di mezzo un virus. In entrambi i casi, è controverso in che misura il virus sia assassino di suo e in che misura sia favorito da vecchiaia e altre malattie, sta di fatto che in entrambi i casi la percentuale di morti giovani e senza altre malattie è estremamente basso (sui poco meno di 5.000 di quest’anno il report dell’Iss del 20 marzo ne dà solo 6: almeno in questo – solo in questo, se si vuole – l’influenza dello scorso anno ha fatto molto peggio). Questione estremamente interessante, dunque, questa del «per» e del «con», ma i morti sono morti, sia che per il 2019 si debba andare a cercarne il numero sul sito dell’Iss, sia che per il 2020 ci venga risparmiata la fatica con un martellante aggiornamento minuto per minuto, agonia e cremazione in diretta. Di sicuro c’è che, a voler morire col conforto della generale partecipazione emotiva, non conveniva farlo l’anno scorso: rimandare d’una dozzina di mesi avrebbe assicurato cordoglio istituzionale, milioni e milioni di prefiche a gratis, funerali in diretta e, soprattutto, il palpito di Lili Gruber.
Ma oltre a questa differenza, che tuttavia non è da poco, ce ne sono altre, e sono tante. Del virus influenzale – l’anno scorso erano due, l’A(H1N1)pdm09 e l’A(H3N2) – sappiamo un sacco di cose, mentre del Sars-coV-2 (Covid-19 è l’affezione che induce) sappiamo com’è fatto (struttura, componenti, sequenza genomica), ma troppo poco ancora relativamente a ciò che, cedendo all’antico e irrinunciabile vizio di antropomorfizzare tutto, troviamo giusto chiamare carattere, comportamento, tattica, ecc.
Un’altra differenza, e bella grossa, è che per il virus influenzale abbiamo un vaccino, mentre per questo coronavirus no. A tal riguardo, chi storce il muso a sentire la Capua o la Gismondo correlare il Covid-19 all’influenza dovrebbe chiedersi quanti morti farebbe ogni anno il virus influenzale, se con una copertura vaccinale del 57% ne fa 8.000. Niente, è domanda che pare non abbia alcuna ragion d’essere. L’impressione è che avere a disposizione un vaccino anti-influenzale, che peraltro pochi sanno non rende immuni al 100%, autorizzi a considerare gli 8.000 morti come problema senza soluzione, la cui causa del decesso, dunque, sarebbe da accettare come «normale» causa di morte, routine del morire che non ha niente di particolare per meritarsi un riflettore. In fondo accade pure per i morti sul lavoro, che nel 2018 sono stati 1.218 (limitandoci ai casi ufficialmente dichiarati tali), ma di certo non hanno avuto il quarto d’attenzione che i media hanno finora dedicato ai morti «per» e/o «con» Covid-19: morti che diremmo «strutturali», data l’almeno apparente intangibilità della «struttura», e che in fondo hanno avuto buon gusto e discrezione di non affollare un mese solo e una sola regione, morivano con la «normalità» con cui si muore in una guerra a bassa intensità.
Basterebbero questi elementi a motivare (e diciamo pure giustificare) la spettacolarizzazione dell’epidemia in corso, ma, senza comprendere quale funzione abbia – in generale e nello specifico – lo spettacolo che ce la rappresenta, siamo ancora lontani dal capire perché, e come, il sasso, rotolando, possa diventare valanga, travolgendo tutto e tutti, al punto dal non poter neppure immaginare che dietro la tragedia ci sia un ordito. Sarebbe stato necessario un piano sofisticatissimo, bastava una comparsa fuori posto e addio valanga. Perché è chiaro – e nessuno può negarlo – che da una valanga siamo travolti. Resta solo da capire se si sia lasciato rotolare il sasso nel modo in cui è rotolato per ignavia o in obbedienza alla logica che mette l’emergenza al servizio dello spettacolo, che – è il caso di precisarlo subito, e dando la parola a Guy Debord, la guida che ci accompagnerà in questo paragrafo – «non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra le persone, mediato dalle immagini», e che «non può essere compreso come labuso di un mondo visivo, il prodotto delle tecniche di diffusione massiva di immagini [ma] piuttosto [come] una Weltanschauung divenuta effettiva, materialmente tradotta [e insomma] di una visione del mondo che si è oggettivata»In tal senso, è del tutto secondario cosa lo spettacolo metta in scena, perché linteresse che lo sostiene risponde ad uneconomia (in senso lato) che ha immutabile ratio intrinseca, in guerra e in pace, quando il re della finanza è lorso e quando è il toro, quando torna conveniente laccumulo e quando la redistribuzione.
Se il lettore è disposto a rinunciare al pregiudizio che nello spettacolo vede solo intrattenimento ricreativo, per coglierlo come ri-creazione della realtà, vedrà che siamo nello stesso girone in cui tempo fa, su queste pagine, abbiamo trovato il terrorismo. Lì la guida era Brian Jenkins, unanimamente considerato massimo esperto del problema, e anche lui, come farà Guy Debord, ci chiedeva lenorme sforzo di mettere da parte le passioni, dicendoci che «terrorism is theater» e che «terrorists want a lot of people watching, not a lot of people dead», sicché le passioni finiscono non solo per celare la natura del problema, ma per esserne parte, e decisiva, se non determinante: qui, nel caso del sasso, con quel che sta tra abbrivio e valanga.
Ci chiede troppo, Guy Debord, quando ci invita a considerare che, «nellinsieme delle sue forme particolari, informazione o propaganda, pubblicità o consumo diretto dei divertimenti, lo spettacolo costituisce il modello presente della vita socialmente dominante» e che «non è niente altro che il senso della pratica totale di una formazione economico-sociale, del suo impiego del tempo» al punto da poterlo definire come «il momento storico che ci contiene»?
Suona un po apodittico, è vero, sarà il caso di chiarire. Lo faccio fare a Mario Perniola, che in due testi (Contro la comunicazione, Einaudi 2004; Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi 2009) ha descritto in modo magistrale le ragioni che fanno dello spettacolo, e della comunicazione massmediatica che ne è il «theater», realtà tanto pervasive da riuscire a sostituirsi, dopo averla distorta e annullata, a quella dei fatti che si è presa cura di rappresentarci. Citare i passaggi salienti dei due testi imporrebbe un larghissimo uso del virgolettato, mi limiterò a una sintesi.
Mario Perniola dice che solo in tempi assai recenti lumanità s’è posta la domanda sul senso di ciò che viveva individualmente e collettivamente: la risposta era data in partenza dalla condizione sociale, dal sapere tramandato e dai rituali. Il relativo benessere che ha segnato gli ultimi due secoli e lo sviluppo delle scienze sociali hanno consentito, per certi versi imposto, che la domanda fosse formulata e che la risposta, esatta o no, fosse il progresso: si era al mondo per progredire, il motore della storia era razionale e progressivo, ogni regressione era solo episodica, se non apparente.
Via via che ci si allontanava dalla seconda guerra mondiale, che col suo esito ha segnato il trionfo di questa concezione, essa ha cominciato ad andare in crisi: «traumi» e «miracoli» hanno messo in discussione la linearità del processo storico con la loro inspiegabilità e la loro imprevedibilità (il maggio francese del 1968, la rivoluzione iraniana del 1979, la caduta del muro di Berlino del 1989, l’attentato alle Twin Towers del 2001). Stupore, eccitazione, sconcerto: stati d’animo che hanno cercato, e trovato nei media, la soluzione formale della risposta nella postura dello spettatore che si misura con la suspense e il colpo di scena, il deus ex machina e l’happy end, il flash back e il déjà vu. In altri termini, la comunicazione ha dato vita a un simulacro di partecipazione all’evento che, da un lato, consente di sentirsi immersi in esso solo a patto di restarne fuori e, dall’altro, impone che esso si esaurisca nella sua rappresentazione: siamo l’evento in quanto platea rappresentata in scena. Perciò non ha nulla di contraddittorio o di paradossale affermare, come fa Mario Perniola, che «la comunicazione aspira ad essere contemporaneamente una cosa, il suo contrario e tutto ciò che sta in mezzo tra i due opposti. È quindi totalitaria in una misura molto maggiore del totalitarismo politico tradizionale, perché comprende anche e soprattutto l’antitotalitarismo. È globale nel senso che include anche ciò che nega la globalità».
Nel passare a Guy Debord, comunque, è importante chiarire che «comunicazione» e «spettacolo» non sono coincidenti, perché l’una è forma e l’altro è contenuto, come ci illustra il § 24 de La Société du Spectacle«Se lo spettacolo, esaminato sotto l’aspetto ristretto dei “mezzi di comunicazione di massa”, che sono la sua manifestazione superficiale più soggiogante, può sembrare invadere la società come una semplice strumentazione, questa non è concretamente nulla di neutro, ma la strumentazione stessa è funzionale al suo auto-movimento totale. Se i bisogni sociali dell’epoca, in cui si sviluppano simili tecniche, non possono trovare soddisfazione se non tramite la loro mediazione, se l’amministrazione di questa società e ogni contatto fra gli uomini non possono più esercitarsi se non mediante questa potenza di comunicazione istantanea, è perché questa “comunicazione” è essenzialmente unilaterale; di modo che la sua concentrazione consente di accumulare nelle mani dell’amministrazione del sistema esistente i mezzi che gli permettono di continuare questa amministrazione determinata».
Altrettanto importante è aver chiara la sostanziale univocità degli elementi che in tale contesto sembrano diversificarsi e perfino contrapporsi nell’offrirsi come ventaglio di opzioni: «La falsa scelta nel campo dell’abbondanza spettacolare, scelta che risiede nella giustapposizione di spettacoli concorrenziali e solidali, come nella sovrapposizione dei ruoli (principalmente significati e veicolati da oggetti), che sono contemporaneamente esclusivi e ramificati, si sviluppa in lotte di qualità fantomatiche, destinate ad appassionare l’adesione alla trivialità quantitativa. Così rinascono le false opposizioni arcaiche dei regionalismi o dei razzismi incaricati di trasfigurare in superiorità ontologica fantastica la volgarità delle posizioni gerarchiche nel consumo. Così si ricompone l’interminabile serie dei contrasti derisori, che mobilitano un interesse sottoludico, dallo sport alle elezioni. Laddove ha preso possesso il consumo abbondante, emerge un’opposizione spettacolare principale fra la gioventù e gli adulti; perché non esiste da nessuna parte l’adulto, padrone della propria vita, e la gioventù, la trasformazione di ciò che esiste, non è affatto appannaggio degli uomini che oggi sono giovani, ma del sistema economico, del dinamismo del capitalismo. Queste sono le cose che dominano e che son giovani: che sostituiscono se stesse» (§ 62).
Ancor meglio nei Commentaires sur la Société di Spectacle«Il potere dello spettacolo, così essenzialmente unitario, centralizzatore per forza di cose, e completamente dispotico nello spirito, si indigna assai spesso vedendo formarsi sotto il suo regno una politica-spettacolo, una giustizia-spettacolo, una medicina-spettacolo o tanti altri “eccessi mediali” così sorprendenti. […] Con una certa frequenza, i padroni della società affermano di essere serviti male dai loro dipendenti mediali; più spesso rimproverano alla plebe degli spettatori la tendenza ad abbandonarsi senza ritegno, in modo quasi bestiale, ai piaceri dei mass media. In questo modo si nasconderà, dietro una moltitudine virtualmente infinita di presunte divergenze mediali, quello che è al contrario il risultato di una convergenza spettacolare voluta con notevole tenacia» (III).
Ma per il prossimo paragrafo, dove vedremo come tutto questo si fa esemplare nella gestione mediatica dell’epidemia di Covid-19, torna utile anche un altro punto: «Si sente dire che ormai la scienza è subordinata a imperativi di redditività economica; ciò è vero da sempre. Il fatto nuovo è che l’economia ha cominciato a fare apertamente guerra agli umani. […] Prima di arrivare a questo punto la scienza godeva di una relativa autonomia. Perciò sapeva pensare il suo briciolo di realtà; e in tal modo aveva potuto contribuire immensamente ad aumentare i mezzi dell’economia. Quando l’economia onnipotente è diventata folle, e i tempi spettacolari non sono altro che questo, ha soppresso le ultime tracce dell’autonomia scientifica, inscindibilmente sul piano metodologico e su quello delle condizioni pratiche dell’attività dei “ricercatori”. Non si chiede più alla scienza di capire il mondo o di migliorare qualcosa. Le si chiede di giustificare istantaneamente tutto ciò che si fa» (XIV). In questo frangente, come la monaca di Monza, «la sventurata rispose»


venerdì 20 marzo 2020

Monsieur le président, un grido oltre le frontiere




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Reazione epidermica all’ambiente epidemico

No Signor capo dello Stato, non ho voglia di leggere né di far prova d’immaginazione, di civismo.
Niente da provare... soprattutto quando è un ordine... e quando le fa comodo... Io ho voglia di gridare, basta con tutte le vostre insalate più o meno biologiche, con le vostre esortazioni da ambientalisti da salotto, benpensanti e politicamente corretti. È un bel po’ di tempo ormai che siamo in guerra! Il nemico non è così invisibile come volete farci credere, è soltanto mascherato. Che cadano le maschere, quelle dei benpensanti, dei moralisti, dei manipolatori e dei loro mediatori, apparirà allora il vero volto dell’economia, della sua mondializzazione e del profitto: un volto senz’anima, devastato, un volto di marmo, un paesaggio asfissiato e coperto di cemento, senza un albero per proteggersi.
Essere capaci di andare sulla luna ed esplorare Marte e non potere prevedere abbastanza letti in ospedale, del personale medico in caso di epidemie? Essere capaci di costruire armi nucleari senza prevederne le conseguenze sul vivente? Potere costruire laboratori di ricerca specializzati e non anticipare sulle patologie attuali?
Come si chiama tutto ciò? Il progresso? L’inferno? La follia? L’indifferenza? La stupidità umana ?
Lo stupidovirus ? Vasto scherzo, tanto più brutto che è più bella la vita !
È la guerra, sì, ma non è un fatto nuovo! Riconosciamolo prima della sconfitta finale! Sarebbe già qualcosa! Questione di proporzione? Di equilibrio? Dove sono i limiti?

I nostri figli non sono chierichetti. Non andranno alla messa e nemmeno al fronte! Parole di madre! La diserzione, ecco! Contro la desertificazione !
 ***

Réaction épidermique à l’épidémie ambiante

Non ! Mr le chef de l’Etat, je n'ai pas envie de lire, ni de faire preuve d'imagination, de civisme. Rien à prouver... surtout si c'est sur commande... et quand ça vous arrange... Moi, j'ai envie de gueuler, yen a marre, de toutes vos salades plus ou moins bios, de vos exhortations bobos et bien pensantes et politiquement correctes. Ça fait un bout de temps maintenant que nous sommes en guerre ! L'ennemi n'est pas aussi invisible que vous voulez nous le faire croire, il est seulement masqué. Que les masques tombent, ceux des bien-pensants, des moralistes, des manipulateurs et leur médiateurs, apparaîtra alors le vrai visage de l'économie, de sa mondialisation et du profit: un visage sans âme, dévasté, un visage de marbre, un paysage asphyxié et bétonné, sans un arbre pour s'abriter. 
Être capable d'aller sur la lune et d'explorer Mars et ne pouvoir prévoir suffisamment de lits à l'hôpital, de personnels soignants en cas d'épidémie ? Être capable de construire des armes nucléaires et ne pas en prévoir les conséquences sur le vivant ? Pouvoir construire des laboratoires de recherche spécialisés et ne pas anticiper sur les pathologies nouvelles ? 
Comment ça s'appelle ça ? Le progrès ? L'enfer ? La folie ? L'indifférence ? La connerie humaine ? Le connard au virus ? Vaste plaisanterie aussi mauvaise que plus belle est la vie !
C'est la guerre oui mais c'est pas nouveau ! Reconnaissons le avant la défaite finale! Ce serait déjà pas mal ! Question de proportion ? D'équilibre ?  Où sont les limites ? 

Nos enfants ne sont pas des enfants de chœur. Ils n'iront pas à la messe, pas plus qu'au front ! Paroles de mère ! La désertion, voilà ! Contre la désertification ! 


Pascale Challemel, 21 marzo 2020

mercoledì 18 marzo 2020

CORONAVIRUS





Ci sarebbero tante cose da aggiungere e notare ma il momento è all’urgenza. Nello sforzo prioritario per liberarci di un parassita biologico inusitato ma prevedibile, non dobbiamo rinunciare a combattere per l’emancipazione di sempre. Per questo i due articoli che vi ho tradotto mi sembrano ottimi, solidali oltre le diverse storie personali dei loro autori, per invitare a rompere l’ipnosi della servitù volontaria che continua – anche e persino nella situazione attuale con suoi ben concreti e immediati pericoli – a proteggere e sviluppare il processo mortifero del produttivismo capitalista.
In questo contesto senza precedenti, è fondamentale che una denuncia radicale del sistema non si riduca, idiotamente, a ignorare o sottovalutare e rimuovere i rischi in corso legati al coronavirus. Bisogna liberarsi del coronavirus assolutamente e prioritariamente, ma non sarà servito a nulla se non ci libereremo degli untori oggettivi che sono i dominanti dell’antropocene produttivista in cui il modo di produzione capitalista è diventato un modo di distruzione della vita.
Solidarietà e coscienza di specie. Finita l’epidemia grazie alla solidarietà umana, al sapere condiviso e alla generosità di un personale medico commovente di dedizione, niente sarà più come prima!
Contro il cinismo dell’economia politica e la peste emozionale che essa veicola, scommettiamo sulla vita.
 Sergio Ghirardi

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Coronavirus COVID 19: dov’è il pericolo mortale?
Cronaca di una catastrofe annunciata

Oggi non andrò a votare...  (domenica 15 marzo, nonostante il confinamento di tutti i francesi, si è svolto il primo turno delle elezioni comunali in tutta la Francia con il 56% di astensioni. NdT)
Oggi non andrò a votare, il mantenimento delle elezioni comunali costituisce una messa in pericolo deliberata della vita altrui. Per quali scopi politicanti? Mi rifiuto di partecipare a questa commedia pseudo democratica! E non perché ho 75 anni, ma perché sono ricercatrice in salute pubblica, in lotta da cinquant’anni contro le diseguaglianze riguardo alla salute e in favore della prevenzione, in particolare la lotta contro le patologie professionali e ambientali, prima fra tutte la patologia cancerogena, la malattia più mortale di tutte.
In una prospettiva di salute pubblica, l’incoerenza è patente: imporre la chiusura di “tutti i luoghi pubblici non essenziali alla vita” il sabato sera e convocare 40 milioni di elettori ai seggi la domenica mattina, è come minimo irresponsabile, nel peggiore dei casi criminale. Degli scienziati anonimi, vicini al potere servono da alibi pseudo razionale al governo per mantenere una scadenza elettorale pericolosa e totalmente contraria all’obbiettivo che dovrebbe essere il loro, il nostro: interrompere a ogni costo la catena di contaminazione.
Interrompere la catena di contaminazione
Negli anni 1970/80 grazie ai miei maestri in salute pubblica, a New York, Algeri, Londra, ho imparato il senso profondo di questa espressione “interrompere la catena di contaminazione”, applicata in primo luogo alle malattie infettive. Si tratta di agire in prossimità dei luoghi di contaminazione. La strategia? Appoggiarsi sulle cure amministrate in prima linea per una diagnosi precoce e un isolamento immediato a domicilio sotto la sorveglianza del personale curante più accessibile. Qui in Francia si tratta dei medici generalisti la cui azione in vicinanza dei loro pazienti sarebbe molto più efficace che ingombrare il SAMU (equivalente francese del S.S.U.E.M. NdT) e i servizi ospedalieri (il pronto soccorso, la rianimazione, le cure intensive). Perché il governo ha scelto come luogo quasi esclusivo della presa in carico del coronavirus, non i medici generalisti ma l’ospedale? Poiché l’epidemia è nota dal mese di gennaio, perché avere aspettato il 7 marzo per autorizzare i laboratori cittadini a fare il test che permetterebbe  ai generalisti di fare il loro lavoro in migliori condizioni? Il ritardo accumulato nella presa in carico efficiente dei malati conduce alla situazione italiana dove i servizi sanitari sono debordati. Mentre, da anni, le politiche pubbliche di riduzione delle spese per la sanità hanno depresso i margini di manovra del personale ospedaliero per affrontare qualunque epidemia, nessuna misura di miglioramento concreto e sostanziale delle condizioni di lavoro all’ospedale è stata annunciata negli interventi di questi ultimi giorni!
Rifiutare il miglioramento delle condizioni di lavoro nelle EHPAD
(case di riposo per anziani, NdT) significa condannare donne e uomini anziani all’isolamento
I movimenti sociali del personale delle EHPAD, infermiere e infermieri sfiniti, durano da mesi. Per essi le famiglie rappresentano in permanenza un aiuto indispensabile, una “variabile benevola d’aggiustamento”, per parlare come i tecnocrati che ci governano.
Il divieto di ogni visita dei parenti dei residenti appesantisce ancora il compito del personale curante, mentre priva i nostri anziani di quel che è più importante in quest’epoca della vita: la presenza dei propri cari, congiunti, figli, nipoti, fratelli e sorelle, amici e amiche ... L’interruzione brutale di ogni presenza affettiva può uccidere anche più sicuramente del coronavirus.
Ma chi sono “i più vulnerabili”?
Nella comunicazione del governo esiste un immenso angolo morto perché esso sa che se l’abbordasse apertamente, dovrebbe riconoscere le carenze abissali delle sue politiche di sanità in materia di rischi professionali e ambientali. Voglio parlare di un’altra epidemia ben più grave e mortale di quella del coronavirus, si tratta dell’epidemia gravissima di patologie cancerogene e del pericolo mortale che il coronavirus fa correre a quanti ne sono malati. La maggior parte dei malati di cancro ha un sistema immunitario alterato ed è trattata spesso con il cortisone che rende molto più vulnerabili alle forme gravi d’infezione e dunque, evidentemente, al coronavirus.
Conoscete le ultime statistiche di questa epidemia? Certo che no, perché nessun governo diffonde questa informazione assortita delle misure che si dovrebbero prendere per interrompere la catena di contaminazione dovuta alle sostanze tossiche presenti in primo luogo nell’ambiente di lavoro dei lavoratori, in particolare gli operai (e i contadini, NdT), ma ormai tracimate nell’ambiente di tutti (i consumatori, lavoratori del consumo ormai ben più importanti dei produttori, NdT).
In assenza di censimento dei casi in tempo reale come per il COVID 19, le ultime stime statistiche di Santé publique France (2019) sono le seguenti: 382000 nuovi casi per anno. E, con 157000 decessi per anno, le patologie cancerogene sono diventate in Francia la prima causa di mortalità (Stime nazionali dell’incidenza e della mortalità tumorale in Francia metropolitana tra il 1990 e il 2018). A livello dell’Unione europea la stima dei decessi per cancro dovuto al lavoro tocca i 130000 casi per anno, cioè il numero attuale di casi di coronavirus registrati questa settimana su scala planetaria. Queste cifre testimoniano di cancro che se combinata con quella di coronavirus COVID 19 pesa certamente molto sull’apparizione di forme gravi dell’infezione implicanti il decesso.
I nostri governanti lottano per interrompere la catena di contaminazione dovuta alle sostanze tossiche che producono l’epidemia attuale e futura di patologie cancerogene? No, perché? Perché bisognerebbe finalmente ammettere che l’esposizione alle migliaia di sostanze tossiche con effetti cancerogeni imporrebbe immediatamente l’interdizione di ogni fabbricazione, commercializzazione, utilizzo di queste sostanze. Invece le lobby industriali vigilano e i governi successivi, tra cui quello attuale, si vogliono garanti degli interessi economici, molto di più che della salute delle persone.
Di fronte alle catastrofi industriali, ma anche alla disseminazione cronica della radioattività, dell’amianto, dei pesticidi e di altre sostanze chimiche pericolose di cui si nutre l’inquinamento atmosferico, il messaggio delle autorità sanitarie francesi (come di tutti gli altri Stati, NdT) è invariabilmente questo: “Non c’è un pericolo immediato!”.
IL coronavirus COVID 19 farà certamente molte vittime tra i malati di cancro, di malattie neuro tossiche, cardiovascolari e altri malanni cronici. Tuttavia, non contabilizzati, questi decessi saranno attribuiti non al cancro o ad altre cause preesistenti, ma al coronavirus. Un modo per far abbassare artificialmente la mortalità per cancro, sempre così preoccupante?
Annie Thebaud Mony, 15 mars 2020 
 

Coronavirus COVID 19 : où est le danger mortel ? Chronique d’une catastrophe annoncée

Aujourd’hui je n’irai pas voter...
Aujourd’hui je n’irai pas voter. Le maintien des élections municipales constitue une mise en danger délibérée de la vie d’autrui. Pour quelles fins politiciennes ? Je me refuse à cette comédie pseudo-démocratique ! Et ce n’est pas parce que j’ai 75 ans. C’est parce que je suis chercheure en santé publique, en lutte depuis 50 ans contre les inégalités de santé et pour la prévention, en particulier la lutte contre les atteintes professionnelles et environnementales, au premier rang desquelles le cancer, maladie mortelle s’il en est.
Dans une  perspective de santé publique, l’incohérence est patente : imposer la fermeture de « tous les lieux publics non essentiels à la vie » le samedi soir et convoquer 40 millions d’électeurs aux urnes le dimanche matin, est, au minimum irresponsable, au pire criminel. Des scientifiques anonymes, proches du pouvoir, servent d’alibi pseudo-rationnel au gouvernement pour maintenir une échéance électorale dangereuse et totalement contraire à l’objectif qui devrait être le leur, le nôtre : interrompre à tout prix la chaîne de contamination.
Interrompre la chaîne de contamination
Dans les années 1970/80, auprès de mes maîtres en santé publique, à New York, Alger, Londres, j’ai appris le sens premier de cette expression « interrompre la chaîne de contamination », appliquée en premier lieu aux maladies infectieuses. Il s’agit d’agir au plus près des lieux de contamination. La stratégie ? S’appuyer sur les soins de première ligne pour un diagnostic précoce et une mise à l’isolement immédiat à domicile sous surveillance des soignants les plus accessibles. Ici, en France, il s’agit des médecins généralistes dont l’action au plus près de leurs patients aurait été /serait tellement plus efficiente que d’encombrer le SAMU (le 15) et les services hospitaliers (urgences, réanimation, soins intensifs). Pourquoi le gouvernement a-t-il choisi comme lieu quasi exclusif de prise en charge du coronavirus, non pas les médecins généralistes, mais l’hôpital ? Alors que l’épidémie est connue depuis le mois de janvier, pourquoi avoir attendu le 7 mars 2020 pour autoriser les laboratoires de ville à faire le test, permettant ainsi aux généralistes de faire leur travail dans de meilleures conditions ? Le retard pris dans une prise en charge efficiente des malades conduit à la situation italienne de débordements des services sanitaires. Alors que, depuis des années, les politiques publiques de réduction des dépenses de santé ont détruit les marges de manœuvre des personnels hospitaliers pour affronter n’importe quelle épidémie, aucune mesure d’amélioration concrète et substantielle des conditions de travail à l’hôpital n’a été annoncée dans les allocutions « solennelles » de ces derniers jours!
Refuser l’amélioration des conditions de travail dans les EHPAD  est condamner les ancien.ne.s à l’isolement
Les mouvements sociaux de soignant.e.s des EHPAD, épuisé.e.s, durent depuis des mois. Pour eux, les familles représentent en permanence une aide indispensable,  une  «variable bénévole d’ajustement », pour parler comme les technocrates qui nous gouvernent.
L’interdiction de toute visite des proches des résidents alourdit encore la tâche des personnels soignants, tout en privant nos ancien.ne.s de ce qui est le plus important à cette époque de la vie : la présence des plus proches, conjoint.e.s, enfants, petits-enfants, frères et sœurs, ami.e.s…. L’interruption brutale de toute présence affective peut tuer plus sûrement encore que le coronavirus.
Mais qui sont « les plus vulnérables » ?
Dans la communication du gouvernement, il existe un immense angle mort, car il sait que s’il l’abordait ouvertement, il lui faudrait reconnaître les carences abyssales de ses politiques de santé en matière de risques professionnels et environnementaux. Je veux parler d’une autre épidémie autrement plus grave et mortelle que celle du coronavirus, il s’agit de l’épidémie gravissime de cancers et du péril mortel que fait courir le coronavirus à ceux et celles qui en sont atteints. Car les patients atteints de cancer ont pour la plupart un système immunitaire altéré et sont souvent traités avec des corticoïdes, ce qui les rend effectivement beaucoup plus vulnérables aux formes graves des infections et donc, bien sûr, au coronavirus.
Connaissez-vous les dernières statistiques de cette épidémie ? Non bien sûr, car aucun gouvernement ne diffuse cette information assortie des mesures qu’il devrait prendre pour interrompre la chaîne de contamination par les substances toxiques, présentes en premier lieu, dans l’environnement de travail des travailleurs, en particulier les ouvriers, mais qui débordent au delà dans notre environnement à tous.
En l’absence de recensement des cas en temps réel comme pour le Covid 19, les dernières estimations statistiques de Santé publique France (2019) sont les suivantes : 382 000  nouveaux cas par an. Et, avec 157 000 décès par an, les cancers sont devenus en France la première cause de mortalité (Estimations nationales de l’incidence et de la mortalité par cancer en France métropolitaine entre 1990 et 2018). Au niveau de l'Union Européenne, l’estimation des décès par cancer dus au travail atteint 130 000 cas par an, soit le nombre actuel de cas de coronavirus atteint cette semaine à l’échelle planétaire. Ces chiffres témoignent d’une épidémie de cancer qui, se combinant à celle du coronavirus COVID19, pèse certainement très lourdement sur la survenue de formes graves de l’infection conduisant aux décès. 
Nos gouvernants luttent-ils pour arrêter la chaîne de contamination par les substances toxiques qui produisent l’épidémie de cancer actuelle et future ? Non. Pourquoi ? Parce qu’il faudrait enfin admettre que l’exposition aux milliers de substances toxiques ayant des effets  cancérogènes devrait conduite immédiatement à l’interdiction de toute fabrication, commercialisation, utilisation de ces substances. Mais les lobbys industriels veillent et les gouvernements successifs, dont celui-ci, se veulent garant des intérêts économiques, beaucoup plus que de la santé des personnes.
Confrontés à des catastrophes industrielles mais aussi à la dissémination chronique de la radioactivité, de l’amiante, des pesticides et autres substances chimiques dangereuses, dont la pollution atmosphérique se nourrit, le message des autorités sanitaires françaises est invariablement celui-ci : « c’est sans danger immédiat ! »
Le coronavirus COVID 19 fera certainement beaucoup de victimes parmi les malades atteints de cancer, de maladies neurotoxiques, cardiovasculaires et autres atteintes chroniques. Mais non comptabilisés, ces décès seront attribués, non au cancer ou autres causes préexistantes,  mais au coronavirus. Une manière de faire baisser artificiellement la mortalité par cancer, toujours aussi préoccupante ?
Annie Thebaud Mony, 15 mars 2020 




CORONAVIRUS

Certamente, mettere in dubbio il pericolo del coronavirus è un atteggiamento assurdo. Per contro non è altrettanto assurdo che una perturbazione del corso abituale delle malattie faccia l’oggetto di un tale sfruttamento emozionale e rimetta in marcia quell’incompetenza arrogante che ha preteso in passato di tenere fuori dalla Francia la nuvola di Chernobyl? Certo si sa con quale facilità lo spettro dell’apocalisse esca dalla sua scatola per far suo il primo cataclisma venuto, rabberciare l’immagine del diluvio universale e infilare il vomere del senso di colpa nel suolo sterile di Sodoma e Gomorra. La maledizione divina assecondava utilmente il potere. Almeno fino al terremoto di Lisbona nel 1755, quando il marchese di Pombal, amico di Voltaire ha approfittato del sisma per massacrare i gesuiti, ricostruire la città secondo le sue concezioni e liquidare allegramente i suoi rivali politici a forza di processi “proto stalinisti”. Non faremo l’ingiuria a Pombal, per quanto odioso fosse, di comparare la sua brillantezza dittatoriale con le miserabili misure che il totalitarismo democratico applica mondialmente all’epidemia di coronavirus. Che cinismo imputare alla propagazione del flagello la deplorevole insufficienza dei mezzi medici disponibili! Sono decenni che il bene pubblico è malandato e il settore ospedaliero paga il prezzo di una politica che favorisce gli interessi finanziari a detrimento della salute dei cittadini. C’è sempre più denaro per le banche e sempre meno letti e personale curante per gli ospedali. Quali pagliacciate dissimuleranno più a lungo che questa gestione catastrofica del catastrofismo è inerente al capitalismo finanziario mondialmente dominante e oggi mondialmente combattuto nel nome della vita, del pianeta e delle specie da salvare. Senza cadere nella rimasticatura della punizione divina che è l’idea di una Natura che si sbarazza dell’uomo come di un verme importuno e nocivo, non è inutile ricordare che per millenni, lo sfruttamento della natura umana e della natura terrestre hanno imposto il dogma dell’antiphysis, dell’antinatura. Il libro di Eric Postaire, Le epidemie del XXI° secolo, pubblicato nel 1997, conferma gli effetti disastrosi dello snaturamento persistente che denuncio da decenni. Evocando il dramma della “mucca pazza” (previsto da Rudolf Steiner fin dal 1920), l’autore ricorda che oltre a essere disarmati di fronte a certe malattie, prendiamo coscienza che il progresso scientifico stesso può provocarne. Nel suo plaidoyer in favore di un approccio responsabile delle epidemie e del loro trattamento, incrimina quel che nella prefazione Claude Gudin chiama la “filosofia del registratore di cassa”. Pone la questione: subordinando la salute della popolazione alla legge del profitto, fino a trasformare degli animali erbivori in carnivori, non rischiamo di provocare catastrofi fatali per la Natura e per l’umanità?”I governanti, si sa, hanno già risposto con un SÌ unanime. Che importa, giacché il NO degli interessi finanziari continua a trionfare cinicamente? Ci voleva il coronavirus per dimostrare ai più ottusi che lo snaturamento per ragioni di redditività ha conseguenze disastrose sulla salute universale – quella gestita ininterrottamente da un’Organizzazione mondiale le cui preziose statistiche mascherano la sparizione degli ospedali pubblici? Esiste una correlazione evidente tra il coronavirus e il crollo del capitalismo mondiale. Nello stesso tempo, appare non meno evidente che quel che ricopre e sommerge l’epidemia di coronavirus è una peste emozionale, una paura isterica, un panico che dissimula contemporaneamente le carenze di trattamento e che perpetua il male inquietando il paziente. Al momento delle grandi epidemie di peste del passato, le popolazioni facevano penitenza e confessavano la loro colpa flagellandosi. I manager della disumanizzazione mondiale non hanno forse interesse a persuadere i popoli che non esiste via d’uscita alla sorte miserabile che è loro imposta? Che non resta loro che la flagellazione della servitù volontaria? La formidabile macchina mediatica non fa che ripetere la vecchia menzogna del decreto celeste, impenetrabile, ineluttabile dove il denaro impazzito ha soppiantato gli Dei sanguinari e capricciosi del passato. Lo scatenamento della barbarie poliziesca contro i manifestanti pacifici ha mostrato ampiamente che la lotta militare è la sola cosa che funziona efficacemente. Essa confina oggi donne, uomini e bambini in quarantena. Fuori la bara, dentro la televisione, la finestra aperta su un mondo chiuso! È una condizione capace di aggravare il malessere esistenziale scommettendo sulle emozioni graffiate dall'angoscia, esacerbando l’accecamento della collera impotente. Tuttavia, anche la menzogna cede al crollo generale. L’istupidimento statale e populista ha toccato il limite. Non può negare che un’esperienza è in corso. La disobbedienza civile si propaga e sogna di società radicalmente nuove perché radicalmente umane. La solidarietà libera dalla loro pelle di montone individualista degli individui che non temono più di pensare autonomamente.
Il coronavirus è diventato il rivelatore del fallimento dello Stato. Ecco almeno un soggetto di riflessione per le vittime del confinamento forzato. Al momento della pubblicazione delle mie Modeste proposte agli scioperanti, degli amici mi hanno fatto notare la difficoltà a ricorrere al rifiuto collettivo, che io suggerivo, nel pagare le imposte, le tasse, i prelevamenti fiscali. Ed ecco che il fallimento avverato dello Stato-truffatore attesta una rovina economica e sociale che rende assolutamente insolvibili le piccole e medie imprese, il commercio locale, i redditi modesti, i gruppi familiari di agricoltori e persino le professioni cosiddette liberali. Il crollo del Leviatano si è rivelato più convincente delle nostre intenzioni di abbatterlo. Il coronavirus ha fatto anche meglio. L’arresto delle nocività produttiviste ha diminuito l’inquinamento mondiale, risparmiato una morte programmata per milioni di persone, la natura respira, i delfini tornano a scorazzare in Sardegna, i canali di Venezia purificati dal turismo di massa ritrovano un’acqua chiara, la Borsa crolla. 

La Spagna si rassegna a nazionalizzare gli ospedali privati come se riscoprisse il sistema mutualistico, come se lo Stato si ricordasse dello Stato-provvidenza che ha distrutto. Niente è acquisito, tutto comincia. L’utopia marcia ancora a quattro zampe. Abbandoniamo alla loro inanità celeste i miliardi di banconote e d’idee vuote che girano in tondo sopra le nostre teste. L’importante è fare noi stessi “gli affari nostri” lasciando la bolla affarista disfarsi e implodere. Stiamo attenti a non mancare di audacia e di fiducia in noi! Il nostro presente non è il confino che la sopravvivenza ci impone, è l’apertura a tutti i possibili. Sotto l’effetto del panico lo Stato oligarchico è costretto ad adottare misure che ancora ieri decretava impossibili. Noi vogliamo rispondere all’appello della vita e della terra da restaurare. La quarantena è propizia alla riflessione. Il confinamento non abolisce la presenza della strada, la reinventa. Lasciatemi pensare, cum grano salis, che l’insurrezione della vita quotidiana ha delle virtù terapeutiche insospettate.
Raoul Vaneigem, 17 marzo 2020


CORONAVIRUS
Contester le danger du coronavirus relève à coup sûr de l’absurdité. En revanche, n’est-il pas tout aussi absurde qu’une perturbation du cours habituel des maladies fasse l’objet d’une pareille exploitation émotionnelle et rameute cette incompétence arrogante qui bouta jadis hors de France le nuage de Tchernobyl ? Certes, nous savons avec quelle facilité le spectre de l’apocalypse sort de sa boite pour s’emparer du premier cataclysme venu, rafistoler l’imagerie du déluge universel et enfoncer le soc de la culpabilité dans le sol stérile de Sodome et Gomorrhe. La malédiction divine secondait utilement le pouvoir. Du moins jusqu’au tremblement de terre de Lisbonne en 1755, lorsque le marquis de Pombal, ami de Voltaire, tire parti du séisme pour massacrer les jésuites, reconstruire la ville selon ses conceptions et liquider allègrement ses rivaux politiques à coups de procès «proto-staliniens.» On ne fera pas l’injure à Pombal, si odieux qu’il soit, de comparer son coup d’éclat dictatorial aux misérables mesures que le totalitarisme démocratique applique mondialement à l’épidémie de coronavirus. Quel cynisme que d’imputer à la propagation du éau la déplorable insuffisance des moyens médicaux mis en œuvre ! Cela fait des décennies que le bien public est mis à mal, que le secteur hospitalier fait les frais d’une politique qui favorise les intérêts nanciers au détriment de la santé des citoyens. Il y a toujours plus d’argent pour les banques et de moins en moins de lits et de soignants pour les hôpitaux. Quelles pitreries dissimuleront plus longtemps que cette gestion catastrophique du catastrophisme est inhérente au capitalisme nancier mondialement dominant, et aujourd’hui mondialement combattu au nom de la vie, de la planète et des espèces à sauver. Sans verser dans cette resucée de la punition divine qu’est l’idée d’une Nature se débarrassant de l’Homme comme d’une vermine importune et nuisible, il n’est pas inutile de rappeler que pendant des millénaires, l’exploitation de la nature humaine et de la nature terrestre a imposé le dogme de l’antiphysis, de l’antinature. Le livre d’Eric Postaire, Les épidémie du XXIe siècle, paru en 1997, conrme les effets désastreux de la dénaturation persistante, que je dénonce depuis des décennies. Evoquant le drame de la «vache folle» (prévu par Rudolf Steiner dès 1920), l’auteur rappelle qu’en plus d’être désarmés face à certaines maladies nous prenons conscience que le progrès scientique lui-même peut en provoquer. Dans son plaidoyer en faveur d’une approche responsable des épidémies et de leur traitement, il incrimine ce que le préfacier, Claude Gudin, appelle la « philosophie du tiroir caisse ». Il pose la question : « À subordonner la santé de la population aux lois du prot, jusqu’à transformer des animaux herbivores en carnivores, ne risquons-nous pas de provoquer des catastrophes fatales pour la Nature et l’Humanité ? » Les gouvernants, on le sait, ont déjà répondu par un OUI unanime. Quelle importance puisque le NON des intérêts financiers continue de triompher cyniquement ? Fallait-il le coronavirus pour démontrer aux plus bornés que la dénaturation pour raison de rentabilité a des conséquences désastreuses  sur la santé universelle - celle que gère sans désemparer une Organisation mondiale dont les précieuses statistiques pallient la disparition des hôpitaux publics ? Il existe une corrélation évidente entre le coronavirus et l’effondrement du capitalisme mondial. Dans le même temps, il apparaît non moins évidemment que ce qui recouvre et submerge l’épidémie du coronavirus, c’est une peste émotionnelle, une peur hystérique, une panique qui tout à la fois dissimule les carences de traitement et perpétue le mal en affolant le patient. Lors des grandes épidémies de peste du passé, les populations faisaient pénitence et clamaient leur coulpe en se flagellant. Les managers de la déshumanisation mondiale n’ont-ils pas intérêt à persuader les peuples qu’il n’y a pas d’issue au sort misérable qui leur est fait ? Qu’il ne leur reste que la flagellation de la servitude volontaire ? La formidable machine médiatique ne fait que ressasser le vieux mensonge du décret céleste, impénétrable, inéluctable où l’argent fou a supplanté les Dieux sanguinaires et capricieux du passé. Le déchaînement de la barbarie policière contre les manifestants pacifiques a amplement montré que la loi militaire est la seule chose qui fonctionnait efficacement. Elle conne aujourd’hui femmes, hommes et enfants en quarantaine. Dehors, le cercueil, dedans la télévision, la fenêtre ouverte sur un monde fermé ! C’est une mise en condition capable d’aggraver le malaise existentiel en misant sur les émotions écorchées par l’angoisse, en exacerbant l’aveuglement de la colère impuissante. Mais même le mensonge cède à l’effondrement général. La crétinisation étatique et populiste a atteint ses limites. Elle ne peut nier qu’une expérience est en cours. La désobéissance civile se propage et rêve de sociétés radicalement nouvelles parce que radicalement humaines. La solidarité libère de leur peau de mouton individualiste des individus qui ne craignent plus de penser par eux-mêmes. 
Le coronavirus est devenu le révélateur de la faillite de l’État. Voilà au moins un sujet de réexion pour les victimes du connement forcé. Lors de la parution de mes Modestes propositions aux grévistes, des amis m’ont remontré la difficulté de recourir au refus collectif, que je suggérais, d’acquitter les impôts, taxes, prélèvements scaux. Or, voilà que la faillite avérée de l’État-escroc atteste un délabrement économique et social qui rend absolument insolvables les petites et moyennes entreprises, le commerce local, les revenus modestes, les agriculteurs familiaux et jusqu’aux professions dites libérales. L’effondrement du Léviathan a réussi à convaincre plus rapidement que nos résolutions de l’abattre. Le coronavirus a fait mieux encore. L’arrêt des nuisances productivistes a diminué la pollution mondiale, il épargne une mort programmée à des millions de personnes, la nature respire, les dauphins reviennent batifoler en Sardaigne, les canaux de Venise purifiés du tourisme de masse retrouvent une eau claire, la bourse s’effondre. L’Espagne se résout à nationaliser les hôpitaux privés, comme si elle redécouvrait la sécurité sociale, comme si l’État se souvenait de l’État-providence qu’il a détruit. Rien n’est acquis, tout commence. L’utopie marche encore à quatre pattes. Abandonnons à leur inanité céleste les milliards de bank-notes et d’idées creuses qui tournent en rond au-dessus de nos têtes. L’important, c’est de « faire nos affaires nous-mêmes » en laissant la bulle affairiste se défaire et imploser. Gardons-nous de manquer d’audace et de confiance en nous !  Notre présent n’est pas le connement que la survie nous impose, il est l’ouverture à tous les possibles. C’est sous l’effet de la panique que l’Etat oligarchique est contraint d’adopter des mesures qu’hier encore il décrétait impossibles. C’est à l’appel de la vie et de la terre à restaurer que nous voulons répondre. La quarantaine est propice à la réexion. Le connement n’abolit pas la présence de la rue, il la réinvente. Laissez-moi penser, cum grano salis, que l’insurrection de la vie quotidienne a des vertus thérapeutiques insoupçonnées.  
Raoul Vaneigem 17  mars  2020