mercoledì 5 ottobre 2022

La rivoluzione mimetizzata - Miquel Amoros

 



     Quando i media parlano o scrivono della guerra di Spagna del 1936, fatto che accade di rado, non s’insiste praticamente mai sul fatto che la rivoluzione ha sempre accompagnato la guerra come un'amante indesiderabile. All'epoca, la dissimulazione della rivoluzione sociale nelle città e nelle campagne fu una grande opera di occultamento e deformazione svolta principalmente dallo stalinismo, non senza la complicità dei partiti e delle organizzazioni che collaboravano con esso obbedendo alle sue direttive. L'insabbiamento era conveniente per tutti i lealisti, e soprattutto per la burocrazia sovietica che pretendeva di porre fine al non intervento delle democrazie borghesi. Invano. La guerra fu vinta dai fascisti, e la rivoluzione, già liquidata da parte repubblicana, fu rinchiusa nella soffitta della memoria, dimenticata, a differenza dei suoi responsabili, o accusati di essere tali, che furono massacrati spietatamente dopo la farsa di prove sommarie.

 

     In un tempo ultra accelerato come quello attuale, è facile travestire la rivoluzione, o l'intera guerra, se vogliamo, perché l'evento, pur essendo il più importante del ventesimo secolo, rappresenta per una società civile incapace di autonomia, totalmente implicata nel presente, una piccolissima frazione di tempo sempre più lontana, e quindi sempre più strana e incomprensibile. Il passato è ciò che meno preoccupa gli individui nati durante il tardo periodo franchista e la cosiddetta Transizione, beneficiari in qualche modo della prosperità economica che seguì il dopoguerra europeo. Si tratta di persone che hanno interiorizzato i valori consumistici della borghesia, soddisfatte della loro miseria esistenziale, quindi senza interesse per la storia, dimentiche della memoria, rinchiuse nella loro sfera privata, sottoposte al costante bombardamento dei messaggi unilaterali del dominio, quindi, senza vita pubblica, né pensiero proprio, obbedienti ai disegni delle gerarchie stabilite. La scomparsa del movimento operaio rivoluzionario ha permesso di assimilare volentieri la nuova versione propagandista della guerra civile, quella dell'oblio concordato tra il regime franchista riformatore e l'opposizione morbida, che lamentava "una guerra tra fratelli" felicemente riconciliati e amnistiava i responsabili del genocidio del dopoguerra. C'è stata la guerra, "con errori da entrambe le parti", ma se ci atteniamo allo spirito del patto di silenzio, non c'è più stata.

In un mondo dove nulla è quello che sembra, dove il passato è scritto e riscritto dai vincitori, la verità va cercata al rovescio della storia, dal basso, portando alla luce il punto di vista dei vinti. Solo allora la verità brillerà. Se guardiamo i fatti dal punto di vista dei vincitori, la monarchia liberale di oggi diverrebbe l'erede della repubblica democratica di allora, violentemente epurata da un eccesso di zelo militare che portò alla parentesi del regime franchista. Tuttavia, nessuno potrebbe spiegare in modo comprensibile la passata dittatura considerandola un errore fatale, una tragica eccezione alla norma democratica e progressista corretta fortunatamente per tutti nel 1978. La sanguinosa dittatura franchista era strettamente legata alla profonda crisi capitalista degli anni '30, sia politica che economica, vale a dire, che ha avuto molto a che fare con il fallimento della democrazia parlamentare e con il fiasco del progresso industriale e tecnologico, due enormi errori su cui si basa lo status quo contemporaneo. Fu, quindi, in quanto salvezza estremista dell'ordine, una mossa moderna, necessaria, giustificata dal punto di vista della classe dominante. Tanto quanto lo è stata la sua relativa dissoluzione in un sistema definito democratico da coloro che lo hanno installato.

La sinistra del regime partitocratico imperante si crede audace quando fa un passo avanti e definisce la passata guerra civile come un conflitto tra azzurri e rossi, cioè tra democrazia e fascismo. Questa visione, diciamo ufficiosa, partecipa alla negazione del fatto rivoluzionario, come fecero in passato gli stalinisti liquidandolo come un eccesso causato dall'assenza di realismo delle minoranze anarchiche e dal loro colpevole utopismo. Niente che meriti di essere ricordato se non come un deplorevole eccesso appassionato di folle incontrollate che diede origine a sfortunati disordini non voluti dai legittimi rappresentanti dell'autorità. In questo modo, la democrazia cittadina dei nostri progressisti postmoderni presenta la rivoluzione quasi come un crimine, e infatti, per la classe rovesciata nel 1936, l'attività rivoluzionaria fu criminale. Parafrasando il marchese de Sade, aggiungerei che la rivoluzione è il crimine che contiene tutti i crimini. La rivoluzione aspira a creare un ordine nuovo, egualitario, più giusto e più libero, ma non c'è vera creazione senza la preventiva distruzione di ciò che esiste. Attraverso la guerra civile, la negatività creativa delle masse si è concretizzata in giustizia rivoluzionaria contro i nemici di classe, incendio di chiese e oggetti religiosi (simboli ideologici del patriottismo fazioso), distruzione di archivi, espropri, perquisizioni, formazione di milizie, controllo di fabbriche e collettivizzazione della terra. Un oppresso del giorno prima diceva dei ricchi: "Li vedevamo come se fossero il diavolo, e sono come noi". Qualsiasi azione che neghi l'ordine costituito, è dannosa per i potenti disarmati, qualcosa come un crimine molto grave, ma anche il peggior misfatto può essere perdonato. Come? A causa del suo successo. Ogni atto della rivoluzione è criminale finché non ha trionfato: il trionfo assolve il crimine. La rivoluzione sarà giudicata per la sua vittoria, per aver imposto i suoi ideali, per aver realizzato i suoi obiettivi e aver mantenuto le sue promesse. Invece i rivoluzionari che falliscono sono criminali per i posteri resi tali dalla loro sconfitta. Ogni calunnia nei loro confronti sarà vera alle orecchie dei vincitori. Quindi, considerando l'ortodossia del dominio, niente di più malvagio e criminale della Colonna di Ferro.

La Colonna di Ferro fu la più genuina avanguardia armata del proletariato urbano e contadino valenciano. Una sua pagina diceva: «uomini duri, dal cuore traboccante d'amore, paladini della libertà e scudo di esseri indifesi». Nessuna formazione rappresentava meglio l'idealismo libertario, né alcun'altra si oppose con maggior veemenza alle contraddizioni della CNT e della FAI, i cui dirigenti, “nella circostanza”, hanno dimenticato i loro principi, sottomettendosi a un’alleanza di classe nazionalista, qualificata allegramente di antifascista. Le decisioni della Colonna di Ferro, prese al di fuori dei comitati organici, sconvolsero la burocrazia confederale e specifica, mettendola in serie difficoltà. La quale, di conseguenza, ha lavorato di concerto con i nemici naturali della colonna - i capi politici, i borghesi camuffati, i ministri e gli stalinisti - per minare la sua forza e la sua influenza. Nessuna colonna anarchica ha attaccato altrettanto la borghesia industriale e fondiaria, calpestando inequivocabilmente i principi sacrosanti della proprietà, del mercato, della religione e dell'ordine. La sua ostilità verso lo Stato era proverbiale. La Colonna di Ferro non è mai scesa a compromessi. Fin dall'inizio ha chiarito che i suoi militanti non stavano combattendo per preservare la legalità repubblicana, ma per la rivoluzione. Ha resistito fino all'inesprimibile alla militarizzazione. Lo Stato non era niente per lei e permettergli di ricostituirsi e di armare un esercito era l'errore più grande che si potesse fare. Ci furono fattori importanti che fecero pendere la bilancia a favore dei faziosi, per esempio la debolezza internazionale della classe operaia e l'aiuto fascista ai ribelli, ma fu soprattutto grazie alla restaurazione dello Stato che la rivoluzione sociale fu annientata e perse la guerra, fatto che sarà sempre responsabilità di coloro che non avrebbero dovuto aiutare i restauratori e invece lo hanno fatto.

La Colonna di Ferro fu la milizia più consistente nella teoria e nella pratica delle idee, fatto scandaloso che non le fu mai perdonato. È stata messa dalla sua stessa Organizzazione nella posizione di diventare una brigata di un esercito statale o di sciogliersi. Scelse la prima opzione, ma alla prima occasione fu usata come carne da cannone in un'irrazionale e sanguinosa battaglia di logoramento. Ci furono molte vittime e diserzioni significative. La brigata si ricostituì con coscritti. Lo spirito della colonna andò definitivamente perduto e la fama che la circondava fu lasciata in balia delle maldicenze. Per una sorta d’ironia compensativa, il suo ardore rivoluzionario fu invece confermato dal fatto di essere il corpo di milizia più denigrato della storia. Coloro che in un modo o nell'altro la diffamano, quando si vede chi sono, come si posizionano e che cosa fanno, in realtà le rendono omaggio.

 

Miquel Amorós, Presentazione del libro La colonna di ferro. Fatti reali, gesta e favole sulla famosa milizia rivoluzionaria del proletariato, Casa editrice Milvus, Fiera del libro anarchico di Pedreguer, 12 settembre 2022.

 


LA REVOLUCIÓN CAMUFLADA

     Cuando en los medios de comunicación se habla o escribe sobre la guerra española del 36, cosa que ocurre raras veces, prácticamente nunca se insiste sobre el hecho de la revolución que la acompañó siempre como un amante indeseable. En su momento, el disimulo de la revolución social en la ciudad y el campo fue una magna obra de ocultación y desfiguración llevada a cabo principalmente por el estalinismo, no sin la complicidad de los partidos y organizaciones que colaboraron con él y obedecieron sus directrices. A todos los bandos leales les convenía el encubrimiento, y especialmente a la burocracia soviética, pues con él se pretendía poner fin a la no intervención de las democracias burguesas. En vano. La guerra la ganaron los fascistas, y la revolución, liquidada ya en el bando republicano, fue arrinconada en el desván de la memoria, olvidada, aunque no sus responsables, o los que fueron acusados de tales, que fueron implacablemente masacrados tras la farsa de juicios sumarísimos.

 

     En una época hiperacelerada como la actual, el escamoteo de la revolución, o de toda la guerra si se quisiera, es fácil, pues el acontecimiento, a pesar de ser el de mayor importancia en el siglo XX, representa para una sociedad civil incapaz de autonomía, entregada completamente al presente, una fracción muy pequeña de tiempo cada vez más lejano, y por lo tanto, cada vez más extraño e incomprensible. El pasado es lo que menos preocupa a la mayoría de los individuos que nacieron durante el tardofranquismo y la llamada Transición, de alguna forma beneficiarios de la prosperidad económica que siguió a la posguerra europea. Son personas que interiorizaron los valores consumistas de la burguesía, conformes con su miseria existencial, luego sin interés por la historia, desmemoriadas, encerradas en su esfera privada, sometidas al bombardeo constante de mensajes unilaterales de la dominación, y por consiguiente, sin vida pública ni pensamiento propio, obedientes a los designios de las jerarquías establecidas. La desaparición del movimiento obrero revolucionario permitió asimilar de buen grado la nueva versión propagandista de la guerra civil, la del olvido pactado entre el franquismo reformador y la oposición blanda, que lamentaba «una guerra entre hermanos» felizmente reconciliados y amnistiaba a los responsables del genocidio posguerrero. Hubo guerra, «con errores en ambos bandos», pero si nos atenemos al espíritu del pacto de silencio, dejó de haberla.

 

     En un mundo donde nada es lo que parece, donde el pasado lo escriben y reescriben los vencedores, la verdad hay que buscarla en el reverso de la historia, por abajo, desenterrando el punto de vista de los vencidos. Solamente así resplandecerá. Si contemplamos los hechos en la perspectiva de los vencedores, la monarquía liberal de hoy vendría a ser heredera de la república democrática de entonces, violentamente purgada por un exceso de celo militar que trajo el paréntesis del régimen franquista. Sin embargo, nadie podría explicar inteligiblemente la dictadura pasada considerándola un error fatal, una excepción trágica a la norma democrática y progresista corregida por suerte para todos en 1978. La sangrienta Dictadura de Franco anduvo íntimamente ligada a la profunda crisis capitalista de los años treinta, tanto política como económica, es decir, que tuvo mucho que ver con el fracaso de la democracia parlamentaria y el fiasco del progreso industrial y tecnológico, dos falacias enormes sobre las que se sostiene el estatu quo contemporáneo. Fue pues en tanto que salvación extremista del orden, un lance moderno, necesario, justificado desde la óptica de la clase dominante. Tanto como lo ha sido su disolución relativa en un sistema que quienes lo implantaron denominaron democrático.

 

     La izquierda del régimen partitocrático imperante se cree audaz cuando va un paso más allá y define la pasada guerra civil como un confllicto entre azules y rojos, es decir, entre democracia y fascismo. Esa visión, digamos oficiosa, participa en el ninguneo del hecho revolucionario, que, tal como antaño hicieron los estalinistas, lo tacha de exceso causado por el irrealismo de las minorías anarquistas y su utopismo culpable. Nada que valga la pena recordar sino como deplorable extralimitación pasional de turbas incontroladas que dio pie a lamentables desórdenes no deseados por los legítimos representantes de la autoridad. De esta forma, el democratismo ciudadano de nuestros progresistas posmodernos presenta la revolución casi como un crimen, y en efecto, para la clase derrocada en el 36 la actividad revolucionaria fue criminal. Parafraseando al marqués de Sade, añadiríamos que la revolución es el crimen que contiene todos los crímenes. La revolución aspira a crear un orden nuevo, igualitario, más justo y más libre, pero no hay creación verdadera sin destrucción previa de lo existente. Para la guerra civil la negatividad creadora de las masas se concretó en justicia revolucionaria contra los enemigos de clase, incendio de iglesias y objetos religiosos (símbolos ideológicos del patriotismo faccioso), destrucción de archivos, expropiaciones, registros, formación de milicias, control de fábricas y colectivización de tierras. Un oprimido de la víspera decía de los ricos: «nosotros los veíamos como si fueran el diablo, y ellos a nosotros igual». Cualquier acción, al negar el orden establecido, es mala para los poderosos desarmados, algo así como un delito gravísimo, pero hasta la peor fechoría puede perdonarse ¿Cómo? Por su éxito. Todo acto de la revolución es criminal mientras esta no haya triunfado: el triunfo absuelve el crimen. La revolución será juzgada por su victoria, por imponer sus ideales, por realizar sus objetivos y cumplir sus promesas.  Pero los revolucionarios que fracasan son criminales para la posteridad determinada por su derrota. Cualquier calumnia que se les endose será verdadera para los oídos de los vencedores. Entonces, teniendo en cuenta la ortodoxia de la dominación, nada más malvado y criminal que la Columna de Hierro.

 

     La Columna de Hierro fue la vanguardia armada más genuina del proletariado valenciano urbano y campesino. Decía una de sus hojas: «hombres duros, con corazón desbordante de amor, paladines de la libertad y escudo de seres indefensos». Ninguna formación representó mejor el idealismo libertario, ni hubo otra que se opusiera con más vehemencia a las contradicciones de la CNT y la FAI, cuyos dirigentes debido a «las circunstancias» hacían girones de sus principios y se sometían a una alianza nacionalista de clases calificada, alegremente de antifascista. Sus decisiones tomadas al margen de los comités orgánicos, disgustaron a la burocracia confederal y específica y la pusieron en serios aprietos. En consecuencia, aquella trabajó de consuno con sus enemigos naturales -los caciques políticos, los burgueses camuflados, los ministros y los estalinistas- para socavar su fuerza e influencia. Ninguna columna anarquista arremetió tanto como ella contra la burguesía industrial y terrateniente, pisoteando sin ambages los sacrosantos principios de la propiedad, el mercado, la religión y el orden. Su animadversión hacia el Estado fue proverbial. Nunca contemporizó. Desde un principio dejó claro que sus milicianos no se batían por preservar la legalidad republicana, sino por la revolución. Resistió hasta lo indecible a la militarización. El Estado no era nada para ella y permitir que se reconstituyese y armase un ejército era el mayor desacierto que se podía cometer. Hubo importantes factores que inclinaron la balanza del lado de los facciosos, como por ejemplo la debilidad internacional de la clase obrera y la ayuda fascista a los sublevados, pero fue sobre todo gracias a la restauración del Estado que la revolución social fue aniquilada y se perdió la guerra, algo que figurará siempre en el haber de quienes no debieron ayudar a los restauradores y sin embargo lo hicieron.      

 

     La Columna de Hierro fue la milicia más consecuente en la teoría y la práctica de las ideas, escándalo que nunca le perdonaron. Fue colocada por su propia Organización en la tesitura de convertirse en brigada de un ejército estatal o disolverse. Escogió lo primero, pero a las primeras de cambio, se la utilizó como carne de cañón en una irracional y cruenta batalla de desgaste. Hubo muchas bajas y significativas deserciones. La brigada se reconstruyó con reclutas. El espíritu de la columna se quebró definitivamente y la fama que la envolvió quedó a merced de la maledicencia. Por una suerte de ironía compensatoria, su ardor revolucionario fue confirmado a la contra, gracias a ser la unidad miliciana más denigrada de la historia. Los que de una manera u otra la difaman, viendo lo que son, donde se sitúan y lo que hacen, en realidad le rinden homenaje.

 

Miquel Amorós Presentación del libro «La Columna de Hierro. Hechos reales, hazañas y fabulaciones sobre la célebre milicia revolucionaria del proletariado», de la editorial Milvus, en la Fira del llibre anarquista de Pedreguer, 12 de septiembre de 2022.