lunedì 3 luglio 2023

J’accuse !

 




Quanto sta accadendo in Francia, è tanto sorprendente quanto prevedibile.

Inatteso per gli zombi della servitù volontaria che perseguono la loro sottomissione al feticismo delle merci chiamandola libertà democratica, atteso da chi, trovando insopportabile la condizione umana in un mondo sempre più virtuale e insensato, sogna una reazione radicale dell'essere umano organico che si sta riducendo a un prolungamento della macchina produttiva e si appresta a morire con il resto del vivente.

L'esplosione di rabbia che imperversa non è accompagnata da un progetto sociale alternativo da proporre. È importante dirlo, chiarendo che non si tratta di una colpa, ma di una constatazione tragica.

Come sempre il potere, per sua natura di dominio, finge di sapere come reagire quando la sua unica soluzione è continuare come prima: ritornare sempre alla messa dell'economia politica che dirige il pianeta e l'umanità che lo abita. La gestione della crisi – così i dominanti e i loro maggiordomi mediatici chiamano tutte le nocività causate dalla loro civiltà – dimostra che non capiscono nulla della situazione se non dal punto di vista del loro potere cinico e ottuso: non hanno altra soluzione che la colpevolizzazione e la repressione. Rovesciando le tesi del Libro, ormai è la colpa dei figli che ricadrà sui padri. Nemmeno Orwell era arrivato a immaginarlo.

La società dello spettacolo che imperversa dalla fine della grande guerra del 39/45 è arrivata al punto di non ritorno come un'ultima sessione di un film che non vorrebbe mai finire mentre la parola "The end" appare già da tempo sugli schermi del mondo virtuale che ripetono ovunque, il più delle volte in forma subliminale, non detta ma al passo coi tempi: “No future”.

Dove il maggio 68 fu una rivolta dalle potenzialità radicali ma in fondo ancora recuperabile a lungo termine dallo spettacolo politico e dalle forme alienate del rivoluzionarismo, l'attuale rivolta di una gioventù che più giovane non si può, appare dopo i Gilets jaunes, mostrando continuità nella differenza. Essa evoca una critica priva di un progetto di superamento della politica arcaica, un "Ya basta!" frutto anche dell'accentuato condizionamento della reificazione quotidiana; questa rabbia inaspettata e prevedibile è un ritorno del rimosso privo di coscienza di classe nel momento in cui la coscienza di specie destinata a superarla non è ancora in grado di produrre tutta la critica globale del produttivismo e del capitalismo necessaria al rovesciamento di prospettiva.

Il condizionamento, tanto diffuso quanto onnipresente, fa pieno uso di tutte le tecnologie più invasive (dai telefoni ai computer e tutto il resto) per tessere la sua tela di ragno dove finiscono tutte le mosche umane della società dei consumi artificiale, servile e interiorizzata.

Oltre l'innesco particolarmente potente della violenza poliziesca, ciò che è letteralmente esploso ovunque in Francia è un'inconscia rivolta del vivente di fronte alla morte che ci governa. Non si sa se la vita tornerà o se il suo surrogato pestifero vincerà sotto forma di post-fascismo e credito sociale alla cinese. Tutto è possibile e nulla è chiaro, tranne la rabbia della moltitudine contro questo mondo capovolto.

La festa della rivolta in corso è una reazione spontanea priva di una coscienza articolata. È l’emergere prepotente di un sintomo piuttosto che una rivoluzione. Pur essendo sensibili al coraggio che nasconde la disperazione e solidali con ogni rivolta del vivente, non è certo il caso di fidarsi ciecamente di una gioventù educata al consumismo, generazioni intere cresciute nell'artificialità e nel feticismo della merce, la cui identità organica è stata strappata fin dalla nascita.

Che sia in Francia che questa rottura sociale si manifesta in modo molto visibile e con una forza incredibile, non è un caso. L'internazionale situazionista aveva radici politiche francesi tra i suoi fiori cresciuti in quasi tutte le teste nel secolo scorso. Senza citare Marx quando dice che la Francia è storicamente il soggetto della rivolta politica, si direbbe che questa gioventù inferocita abbia preso alla lettera il consiglio del guru Macron: “Basta attraversare la strada per trovare un lavoro che dia accesso al denaro, quindi alla merce, vale a dire alla felicità. Viva la Repubblica, viva la Francia!". Cazzate provocatorie.

I giovani hanno quindi deciso di attraversare la strada per appropriarsi direttamente della merce che la pubblicità e i suoi sgherri propagandisti, mercenari narcisisti e opportunisti, hanno elevato al rango di feticcio universale della felicità. Volevano schiavi sottomessi, hanno schiavi ribelli. Volevano Stachanov, hanno un remake di Spartacus.

Sebbene la rivolta faccia loro paura, i primi della cordata temono soprattutto l'interruzione della catena della schiavitù che ha trasformato gli ex schiavi in salariati e disoccupati. Da molto tempo, i governanti più saggi hanno persino costruito un decoro democratico per fare ingoiare il suprematismo sociale di cui l’economia politica è la Bibbia e il parlamentarismo è la migliore liturgia – pur se non l'unica.

Cercheranno di farci credere ancora una volta che il Reichstag sta bruciando, mentre è la loro civiltà di stampo fascista che le fiamme stanno consumando. Si confrontano due umanità amputate: i servitori volontari della società spettacolare-mercantile e gli zombi di Romero che rifiutano il loro destino, defraudato di un destino liberamente voluto. Gli uni includono dei predatori assassini, ma anche gli altri hanno il loro lato cannibalistico.

Tuttavia, oltre tutti questi Frankenstein da cancellare si insinua l'umano, pronto a rinascere. Sta a tutti noi inventarlo fuori dal mondo che sta morendo, facendo risorgere un altro mondo possibile.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 3 luglio 2023

 



J’accuse !

 

Ce qui est en train d’arriver en France est aussi étonnant que prévisible.

Inattendu pour les zombies de la servitude volontaire qui poursuivent leur soumission au fétichisme de la marchandise en l’appelant liberté démocratique, attendu par ceux qui, trouvant insupportable la condition humaine dans un monde de plus en plus virtuel et insensé, rêvent d’un sursaut radical de l’être humain organique en train de se réduire à une prolongation de la machine productiviste, s’apprêtant à mourir avec le reste du vivant.

L’explosion de rage qui déferle n’est pas accompagnée d’un projet social alternatif à proposer. C’est important de le dire en précisant bien que cela n’est pas une faute, mais un constat tragique.

Comme toujours, le pouvoir, par sa nature de domination, fait semblant de savoir comment réagir alors que sa seule solution c’est de continuer comme avant : revenir toujours à la messe de l’économie politique qui dirige la planète et l’humanité qui l’habite. La gestion de la crise – ainsi les dominants et leurs majordomes médiatiques appellent-ils toutes les nuisances produites par leur civilisation – montre qu’ils ne comprennent rien de la situation sinon du point de vue de leur pouvoir cynique et borné : ils n’ont pas d’autre solution que la culpabilisation et la répression. En renversant les thèses du Livre c’est désormais la faute des enfants qui va retomber sur les pères. Même Orwell n’y avait pas pensé.

La société du spectacle qui sévit depuis la fin de la grande guerre 39/45 est arrivée au point de non retour telle la dernière séance d’un film qui ne voudrait jamais finir alors que le mot « The end » s’attarde déjà depuis un moment sur les écrans du monde virtuel qui répètent partout, le plus souvent sous forme subliminale, non dite mais dans l’air du temps : « No future ».

Là où mai 68 fut une révolte aux potentialités radicales mais finalement encore récupérable dans le long terme par le spectacle politique et par les formes aliénées du révolutionnarisme, l’actuelle révolte d’une jeunesse que plus jeune tu ne peux pas, apparaît après les gilets jaunes, montrant une continuité dans la différence. Elle évoque une critique dépourvue de projet de dépassement de la politique archaïque, un « Ya basta ! » fruit aussi du conditionnement accentué de la réification au quotidien ; cette rage inattendue et prévisible est un retour du refoulé dépourvu de conscience de classe alors que la conscience d’espèce destinée à la dépasser n’est pas encore capable de produire toute la critique globale du productivisme et du capitalisme nécessaire au renversement de perspective.

Le conditionnement, aussi diffus qu’omniprésent, se sert à fond de toute la technologie la plus envahissante (des téléphones aux ordinateurs et j’en passe) pour tisser sa toile d’araignée où échouent tous les mouches humaines de la société de consommation artificielle, servile et intériorisée.

Au delà du déclencheur particulièrement puissant de la violence policière, ce qui a littéralement explosé partout dans l’hexagone est une révolte inconsciente du vivant face à la mort qui nous gouverne. On ne sait pas si la vie reviendra ou si son ersatz pestifère gagnera sous forme de post fascisme et crédit social à la chinoise. Tout est possible et rien n’est clair, sinon la rage de la multitude contre ce monde à l’envers.

La fête de l’émeute qui est là est une réaction spontanée dépourvue d’une conscience articulée. C’est plutôt l’émergence brutale d’un symptôme qu’une révolution. Tout en étant sensibles au courage qui cache le désespoir et solidaires avec toute révolte du vivant, pas question de faire une confiance aveugle à une jeunesse éduquée par le consumérisme, des générations entières élevées à l’artificialité et au fétichisme de la marchandise, et dont l’identité organique a été arrachée de la naissance.

Que ce soit la France où cette rupture sociale se manifeste très visiblement et avec une force inouïe, ce n’est pas un hasard. L’internationale situationniste a bien eu des racines politiques françaises parmi ses fleurs poussant presque dans toutes les têtes au siècle passé. Sans citer Marx disant que la France est historiquement le sujet de la révolte politique, on dirait que cette jeunesse enragée a pris à la lettre le conseil du gourou Macron : « Il suffit de traverser la rue pour trouver un boulot qui donne accès à l’argent, donc à la marchandise, c'est-à-dire au bonheur. Vive la République, vive la France ! ». Foutaises provocatrices.

Les jeunes ont donc décidé de traverser la rue pour s’approprier directement la marchandise que la publicité et ses sbires propagandistes, mercenaires narcissiques et opportunistes, ont élevée au rang de fétiche universel du bonheur. Ils voulaient des esclaves soumis, ils ont des esclaves révoltés. Ils voulaient Stachanov, ils ont un remake de Spartacus.

Or si la révolte fait leur peur, les premiers de cordée ont surtout peur de l’interruption de la chaine d’esclavage qui a transformé les anciens esclaves en salariés et chômeurs. Depuis belle lurette, les dominants plus avisés ont même échafaudé un décor démocratique pour faire ingurgiter le suprématisme social dont l’économie politique est la Bible et le parlementarisme la meilleure liturgie – mais pas la seule.

Ils vont chercher à nous faire croire une fois de plus que le Reichstag brûle, alors que c’est leur civilisation fascisante que les flammes consument. Deux humanités amputées se confrontent : les serviteurs volontaires de la société spectaculaire marchande et les zombies de Romero qui refusent leur destin dépourvus de destinée. Les uns incluent des prédateurs meurtriers mais les autres ont aussi leur côté cannibale.

Cependant, parmi tous ces Frankenstein à effacer, se faufile l’humain prêt à renaître. A nous tous de l’inventer en dehors du monde qui meurt, en faisant ressurgir un autre monde possible.

Sergio Ghirardi Sauvageon, 3 juillet 2023