sabato 9 ottobre 2010

UNA SCUOLA COME ZERBINO



15 Settembre 2010

Le "piccole" intemperanze del sindaco leghista di Adro?
C'è chi chiede di conivolgere la Magistratura per questa provoc-azione leghista, ma la Magistratura secondo me per questo genere di cose non basta, non è adatta (e poi non si sa in che data potrebbe definire la questione!): converrebbe fare qualcosa di più "politico" come ad esempio andare a cancellare le scritte o ricoprirle o modificarle disegnandoci sopra qualcosa d'altro magari in modo creativo, magari proprio insieme ai bambini coinvolti!

Il simbolo scelto dalla Lega è antico esattamente come lo è la svastica e imporlo ai bambini delle elementari e in un edificio pubblico per di più, è un plagio inaccettabile!
Il sole delle Alpi ha un passato come pure ce l'aveva la svastica prima che il nazional-socialismo la eleggesse a simbolo del proprio partito politico.
La storia e la politica non ammettono di poter fare i finti tonti / ingenui come questo sindaco di Adro che ha assaggiato la notorietà mediatica qualche mese fa ed evidentemente preferisce piacere molto a pochi che essere corretto con tutti i cittadini che amministra.
La scuola è notoriamente un luogo di educazione e purtroppo diventa molto facile manipolare menti fresche e aperte come quelle dei bambini. E' un gioco da ragazzi condizionarli pavlovianamente riempiendo di simboli - apparentemente innocui - le loro aule, il loro spazio comune.
Ma se davvero dobbiamo rispettare i simboli repubblicani ufficiali e non tanto perché ne amiamo le origini quanto perché rappresentano le istituzioni pubbliche che ci attribuiscono un'unica identità nazionale, allora significa che questa spudorata dimostrazione del sindaco di Adro appare come un vero e proprio atto di secessione dalle istituzioni repubblicane da parte di un esponente di un partito al governo.

Insomma tutti dobbiamo obbedire alle leggi repubblicane tranne coloro che le scrivono?! per l'ennesima volta!

Questo apparente amore per le proprie radici / identità nasconde un grave pericolo per la libertà di tutti. In una civiltà degna di questo nome non si possono fare distinzioni sulla base dell'identità o del luogo di nascita, a meno di non introdurre subdolamente una coincidenza tra appartenenza politica e "appartenenza" amministrativa attraverso la quale non saremmo più cittadini se non attraverso la titolarità di quote proprietarie.
Il sindaco leghista affaerma di avere il diritto di spargere i simboli del suo partito nell'edificio pubblico poiché è stato pagato senza l'intervento delle istituzioni pubbliche
L'idea che dovrebbe farsi strada dunque è che la vita pubblica si compra esattamente come tutto il resto
La conseguenza sarà che non si potrà più fare alcuna critica politica, né prendere alcuna decisione in merito ai luoghi pubblici, se non dopo aver acquistato in temini proprietari i beni in questione con l'ulteriore complicazione che con il federalismo demaniale sta accadendo che i beni di proprietà pubblica - cioè di tutti i cittadini - stanno diventando di proprietà degli enti locali, ovvero delle giunte politiche che li amministrano.
E' vero che dai tempi della antica polis la confusione tra spazio pubblico e privato, tra Politica e amministrazione, è sempre più grande!, ma se continua questo trend la possibilità di essere cittadini passerà non più solo dall'anagrafe ma peggio ancora, dal portafoglio e dalla tessera di partito!
Essere italiani potrà significare solo il dover obbedire a testa bassa al politico-padrone di turno e non, ad esempio, amare gli spaghetti al dente e la divina commedia di Dante
Se la nazionalità diventa identità al potere è ora di attrezzarsi perché il nuovo totalitarismo è già qui.

l'ISOLA

http://www.youtube.com/watch?v=wdLT56mxACM





Si stava bene nellisola, si viveva beati,
si cacciava e si pescava,
tutto quel che vi cresceva
si prendeva e si mangiava, gnam, gnam.
Si
... stava bene nellisola, si girava tutti nudi,
se una coppia si piaceva
non appena si incontrava
dentro ai boschi si faceva zuk zuk.
E i
bambini nascevano in grande quantità,
ma non figli di nessuno, no no,
erano figli di comunità.

Poi un giorno nellisola è arrivato uno
strano,
dal colore un po malsano, una pelle sulla pelle
e lo
sputafuoco in mano. Volle
parlare al capo dellisola, parlò di forme
civili,
ci guardò nei genitali e la vita da animali
(la ragion di
tutti i mali) condannò.
Ci regalò le maglie, gli slip ci fece
lavorar,
ci parlò del guadagno e così imparammo a rubar.

Lo
zuk zuk di nascosto e imparare il catechismo, Gesù,
e poi le parole
nuove: ammazzare, fornicare,
guerra, razza, re, colore, Zulù.
«A
ciascuno il suo posto» a ciascuno che cosa? - «Al nemico il perdono» -
il nemico? -
Il cattivo il medio il buono, il padrone ed il villano,
il
pagano ed il cristiano, la virtù.
Gli altri negri ci chiamavano la
tribù dei culi molli
e qualcuno più inumano i tabù del Vaticano, no
no no no no.

È una vita dinferno, se ti muovi fai peccato;
col
cervello rovinato, finalmente abbiam capito
che ci aveva
abbindolato. Gesù disse:
Sarà salvo solo chi il mio corpo avrà (amm)
mangiato
e noi gli abbiamo ubbidito: una sera, per divario,
ci
mangiammo il missionario.
Se quel bianco elegante era buono così,
chissà
quello ruspante che piattino da ricchì-cchì!

(testo e musica:
Duilio Del Prete)
Duilio Del Prete (1968)

Come costruire uno stagno per Libellule



http://www.provincia.novara.it/Agricoltura/ProgettiRicerca/libellule_stagno.pdf

Come costruire uno stagno per Libellule

Le pietre bianche e le pietre nere



Siccome fu domandato al signor Keuner cosa bisognava intendere precisamente per "rovesciamento di prospettiva", egli raccontò l'aneddoto seguente. Due fratelli molto attaccati l'uno all'altro avevano una curiosa mania. Indicavano con una pietra gli avvenimenti della giornata, una pietra bianca per gli avvenimenti felici, una pietra nera per gli istanti di infelicità e i dispiaceri. Ora, venuta la sera, quando confrontavano il contenuto dei loro orci, uno trovava soltanto pietre bianche, l'altro solo pietre nere. Incuriositi da una tale costanza nel modo di vivere così diversamente la stessa sorte, si recarono di comune accordo a chiedere consiglio presso un uomo rinomato per la saggezza delle sue parole."Non parlate abbastanza fra di voi" disse il saggio " ciascuno motivi le ragioni della sua scelta. Ne cerchi le cause". E così fecero da quel momento. Come constatarono rapidamente, il primo restava fedele alle pietre bianche e il secondo alle pietre nere, ma nell'uno come nell'altro orcio il numero delle pietre era diminuito. Invece di una trentina, se ne contavano ancora pressapoco sette od otto. Era passato poco tempo quando il saggio vide tornare i due fratelli. I loro tratti denotavano una grande tristezza. " Or non è molto "disse l'uno" il mio orcio si riempiva di sassolini color della notte, la disperazione era costantemente dentro di me, e io ero ridotto, lo confesso, a vivere per inerzia. Ora vi depongo raramente più di otto pietre, ma quel che rappresentano questi otto segni di miseria mi è a tal punto intollerabile che ormai io non posso più vivere in un simile stato" E l'altro: " quanto a me, io ammucchiavo ogni giorno pietre bianche. Oggi ne conto solamente sette od otto; ma queste mi affascinano talmente che non riesco a evocare quei felici istanti senza desiderare immediatamente di riviverli più intensamente, e, per dirla tutta, in eterno". Il saggio ascoltandoli sorrideva. "Allora va tutto bene, le cose stanno prendendo forma. Perseverate. E del caso ponetevi questa domanda: perchè il gioco dell'orcio e delle pietre ci appassiona talmente?". Quando i due fratelli incontrarono nuovamente il saggio fu per dichiarargli: "Ci siamo posti la domanda, ma senza risposta. Allora l'abbiamo posta a tutto il villaggio. Vedi l'animazione che vi regna. La sera accoccolate davanti alla loro casa, famiglie intere discutono di pietre bianche e di pietre nere. Solo i capi e i notabili si tengono in disparte. Nera o bianca, una pietra è una pietra e tutte si equivalgono, dicono, e se ne burlano". Il vecchio non nascondeva la sua contentezza. "La cosa segue il suo corso come previsto. Non preoccupatevi. Ben presto la domanda non si porrà più; essa è divenuta senza importanza, e forse un giorno dubiterete di esservela posta". Poco dopo, le previsioni del vecchio trovarono conferma nella maniera seguente: una grande gioia si era impadronita della gente del villaggio; all'alba di una notte di agitazione, il sole illuminò, conficcate sui pali appuntiti di una palizzata, le teste dei notabili e dei capi tagliate di fresco.-

(da il trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni (Raul Vaneigem) - seconda parte - Il rovesciamento di prospettiva - cap. XIX)

Il carcere non redime: spesso uccide

da ODEON TV IL CLUB DELLE PRIME DONNE CARCERE del 9/11/2009

Il carcere non redime: spesso uccide ma il boia non viene perseguito e lavora "per noi"















La peste emozionale


di Walter Catalano
Wilhelm Reich e la congiura dei Piccoli Uomini

[tratto dal libro di Walter Catalano, Applausi per mano sola, Clinamen 2001]

"Ascolta Piccolo Uomo: il tuo retaggio è un diamante che brucia nella tua mano. Vedi te stesso come sei veramente. Ascolta quello che nessuno dei tuoi capi e rappresentanti oserà mai dirti: Sei un 'piccolo uomo qualsiasi'. Comprendi il duplice senso di queste parole: 'piccolo' e 'qualsiasi'. Sei afflitto dalla peste emozionale. Sei malato, molto malato, Piccolo Uomo. Non è colpa tua. Ma è tua responsabilità aver ragione di questa malattia."
(Wilhelm Reich, Listen, Little Man, 1948)

Il 23 agosto del 1956 a New York un immenso rogo distrugge tutte le opere di Wilhelm Reich, ex psicoanalista freudiano, ex militante comunista, ex scienziato rispettabile, perseguitato per anni da freudiani, comunisti e scienziati. I due sbirri incaricati di eseguire l'ingiunzione del giudice, Conway e Ledder, funzionari del Food and Drug Administration - organismo federale incaricato del controllo di derrate alimentari e prodotti farmaceutici - eseguono il loro compito con una rabbia distruttrice che eccede il dovere professionale; svuotano di tutti i libri e le pubblicazioni la biblioteca dell'Orgone Institute di New York - l'istituto di ricerca fondato da Reich - riempiono un grosso camion di quelle sei tonnellate di letteratura, per un valore di circa quindicimila dollari, e la scaricano nell'inceneritore di Gansvevoort a Manhattan. Contemporaneamente vengono demoliti e smantellati tutti gli apparecchi inventati da Reich - gli accumulatori orgonici - con la relativa documentazione(1). Pochi mesi prima, il 25 maggio del 1956 era stata pronunciata dal giudice Sweeney la sentenza contro Reich e i suoi più diretti collaboratori, condannando lo scienziato a due anni di carcere per "disprezzo della corte", cioè per non essersi presentato ad un precedente dibattimento in cui avrebbe dovuto difendersi dall'accusa - infondata - di aver montato una manovra speculativa per vendere apparecchi terapeutici inefficaci. La persecuzione era iniziata, almeno negli USA - l'ultimo paese dove Reich aveva trovato rifugio dall'Europa, dopo anni di minacce, boicottaggi, espulsioni da parte dei nazisti prima e dei comunisti poi - in seguito ad una serie di articoli diffamatori scritti da una certa Mildred Edie Brady, esempio classico di personalità affetta da quella che l'ex allievo di Freud definiva "peste emozionale". Il primo, pubblicato nell'aprile 1947 su "Harper's Magazine", era intitolato, significativamente, Il nuovo culto del sesso e dell'anarchia; il secondo, pubblicato nel maggio 1947 su "New Republic", Lo strano caso di Wilhelm Reich: quest'ultimo fu riportato nel 1948 su un bollettino di informazione clinica degli psichiatri statunitensi acquisendo una sorta di riconoscimento ufficiale da parte della classe medica. Le colpe di Reich, in breve, consistevano, per la giornalista, nell'essere un mistico - e dunque un pazzo - un pornografo ed un anarchico e di aver organizzato una sorta di racket sessuale oltre ad una speculazione medica fraudolenta con i suoi accumulatori orgonici. Aizzati da quei calunniosi articoli, psichiatri, psicanalisti, medici, giornalisti, uomini politici, poliziotti e burocrati si lanciarono come cani rabbiosi contro l'esule austriaco e il suo preteso "culto del sesso e dell'anarchia". Se Reich non era un volgare ciarlatano, doveva essere allora un paranoico, uno schizofrenico, un allucinato: le sue ricerche sul cancro e sull'orgone erano prove evidenti della sua psicosi. La perizia psichiatrica richiesta dal giudice - forse per salvare lo scienziato dal carcere grazie alla seminfermità mentale - rilevò invece che l'imputato era perfettamente sano di mente. Reich dovette scontare la pena detentiva, sicuro - come dichiarò al suo ultimo processo - che l'incarcerazione "avrebbe sicuramente significato la morte in prigione di un pioniere della scienza per colpa di un gruppo di psicopatici(2)". Funesta profezia che si sarebbe avverata il 3 novembre del 1957 nel penitenziario federale di Lewisburg in Pennsylvania. L'atto ufficiale di decesso parla di un infarto (occlusione coronarica), ma è quasi sicuro che al medico austriaco fossero stati somministrati farmaci sperimentali (i detenuti venivano normalmente usati come cavie in cambio di un’abbreviazione della pena). Un compagno di detenzione, Adolphus Hohensee, testimoniò: "Più di una volta questo grande medico mi venne incontro con le lacrime agli occhi per dirmi che questi maledetti sadici, padroni assoluti della vita di milleduecento esseri umani, lo facevano impazzire e, con i loro 'rimedi sperimentali', lo spingevano verso l'abisso della morte… Mi disse che non riusciva a sopportare i farmaci con cui gli saturavano l'organismo. E in effetti morì nel giro di due giorni. Quando lo trovarono, non solo era morto e già freddo, ma aveva una gamba contratta, come avesse sofferto in un'atroce agonia prima che la morte lo liberasse dalle sofferenze(3)". Parlare dunque di assassinio non è assolutamente fuori luogo. Ma cosa aveva spinto i "piccoli uomini" a congiurare contro Reich, a volere la sua morte ed il rogo delle sue opere? Perché la sua eresia era così pericolosa? Un episodio abbastanza significativo delle relazioni fra Reich e la scienza ufficiale può forse chiarire la questione. Il 30 dicembre 1940 Albert Einstein aveva ricevuto una lettera di Reich: "Alcuni anni fa - vi si diceva fra l'altro - ho scoperto un'energia biologica operante in modo particolare, che si comportava sotto molti aspetti diversamente da tutto quanto si sa circa l'energia elettromagnetica… l'esistenza di quest'energia, da me battezzata 'orgone', è stata dimostrata con sicurezza non solo negli organismi viventi, ma anche nell'atmosfera e nel terreno, mediante apparecchi che l'hanno resa visibile, l'hanno concentrata ed hanno rilevato le variazioni termiche da essa determinate. Sto anche applicando con un certo successo quest'energia alla ricerca nel campo della terapia del cancro (4)". Si chiedeva un appuntamento che il grande fisico accordò: il 13 gennaio 1941 Reich ed Einstein si incontrarono a casa di quest'ultimo e si intrattennero in conversazione per ben cinque ore. Einstein osservò l'orgone attraverso un apparecchio inventato da Reich: "Feci buio nella stanza e gli diedi l'orgonoscopio indicandogli come doveva servirsene… esclamò stupefatto: 'Sì, è vero, è là! Anch'io vedo la cosa!' Guardò a più riprese nell'orgonoscopio e disse: 'Ma vedo questi scintillii di continuo, non potrebbero essere nei miei occhi?'(5)". La prova dell'oggettività dei raggi - spiegò Reich - sta nel fatto che le manifestazioni luminose possono essere ingrandite se si osservano con una lente: ciò non avverrebbe se fossero immagini soggettive. Poi aggiunse un particolare sconvolgente sull'accumulatore orgonico(6): tra l'interno dell'accumulatore e la parete superiore di questo, da una parte, e l'atmosfera esterna dall'altra, era rilevabile una sensibile differenza di temperatura. Emozionato, Einstein esclamò: "Questo non è possibile. Se fosse vero, sarebbe una bomba!". Reich promise che sarebbe tornato con un accumulatore; Einstein assicurò che, se le osservazioni fossero state confermate, avrebbe appoggiato la scoperta. Congedandosi Reich disse "Ora capisce perché molti mi prendono per pazzo?". "È perfettamente comprensibile(7)" rispose Einstein. All'inizio di febbraio Reich tornò da Einstein, con un piccolo accumulatore, per procedere alle misurazioni della temperatura. Assai impressionato Einstein chiese di poter tenere l'apparecchio per fare delle osservazioni più dettagliate. Una decina di giorni dopo Reich ricevette una lettera di Einstein: l'aumento di temperatura, diceva, non aveva niente a che fare con la struttura dell'accumulatore, era dovuto solo a spostamenti di aria calda e fredda nella stanza in cui si svolgevano le misurazioni, un fenomeno di convenzione su cui "uno dei miei assistenti ha attirato la mia attenzione". "Con questi esperimenti - concludeva Einstein - considero il problema del tutto risolto: la differenza di temperatura non ha niente a che fare con la scatola di metallo né col suo involucro: è una pura e semplice conseguenza dell'azione del piano orizzontale del tavolo(8)". Reich rispose con una lettera di venticinque pagine: l'ipotesi della convenzione non regge, il fenomeno si può eliminare disponendo l'accumulatore in posti diversi (aria aperta, cantina, ecc.), in condizioni diverse (appeso al soffitto, protetto da un secondo piano orizzontale superiore, ecc.); l'interpretazione dell'aumento di temperatura per accumulo dell'irradiamento di energia orgonica permane dunque valida. Aggiungeva poi dati impressionanti sui risultati ottenuti con oltre 200 cavie cancerose tenute quotidianamente per mezz'ora nell'accumulatore orgonico: rispetto alle cavie non trattate la sopravvivenza era tre volte più lunga. Inoltre riassumeva la sua teoria della vita come fenomeno energetico di pulsazione ritmica (espansione-contrazione) e quadripartita (tensione-carica-scarica-distensione). "Quali che siano le Sue decisioni, dopo queste spiegazioni - terminava Reich - desidero ringraziarLa vivamente del lavoro che si è già sobbarcato. A parte i miei collaboratori francesi e scandinavi, lei è stato il solo uomo di scienza da me incontrato nel corso degli ultimi dodici anni che abbia compreso la base fisica della mia teoria biologica: vale a dire lo svilupparsi di vescicole di materia organica per l'azione dell'energia sprigionata dalla materia(9)…". Einstein non rispose più né a questa lettera né alle successive; dopo diversi mesi Reich richiese la restituzione degli apparecchi prestati al fisico. L'accumulatore venne restituito ma non l'orgonoscopio, che Einstein voleva trattenere come regalo. Dopo due mesi di insistenti richieste, anche il secondo apparecchio venne rispedito. Dopo circa due anni, per smentire le voci, ormai diffuse nell'ambiente universitario, che Einstein avesse invalidato gli esperimenti di Reich in seguito ad un controllo scientifico serio, i collaboratori dell'ex psicanalista decisero di pubblicare integralmente la corrispondenza intercorsa fra Reich e Einstein. Quest'ultimo, appena informato della questione, si affrettò a scrivere a Reich: "Non ho intenzione di autorizzare alcuna pubblicazione del genere di quella che lei suggerisce e debbo informarla che prenderò tutte le misure necessarie a evitare l'indebito sfruttamento del mio nome a questo proposito. Non posso ammettere che il mio nome venga utilizzato a fini pubblicitari, soprattutto in una questione a proposito della quale non nutro nessuna fiducia(10)". In una successiva lettera Reich rimproverò Einstein per le accuse malevole nei suoi confronti invitandolo, se voleva impedire lo sfruttamento del suo nome, "ad agire contro i nostri calunniatori e non contro di noi(11)". Seguì una breve replica di Einstein: non aveva propositi ostili contro Reich ma la questione degli accumulatori orgonici era per lui definitivamente conclusa; "Devo pregarla di trattare con discrezione le mie dichiarazioni orali e scritte, come io ho sempre fatto con le sue(12)" concludeva. Reich rispettò le volontà del fisico e solo dopo la sua morte, nel 1955, l'Orgone Institute Press pubblicherà il carteggio tra i due studiosi sotto il titolo di The Einstein Affair.
Reich, l'Eretico, aveva evidentemente terrorizzato anche Einstein come già Freud prima di lui(13): avallare le sue scoperte avrebbe significato per quelle menti razionali precipitarsi in un'altra visione del mondo; abbandonare i lidi conosciuti della scienza galileiana per sprofondarsi nei meandri oscuri della Filosofia Naturale di Goethe e di Mesmer, di Faust e di Frankenstein. Il brillante psicanalista galiziano, uno degli assistenti più brillanti di Freud, nonché suo amico personale, l'integerrimo militante comunista, fondatore negli anni trenta della Lega Nazionale per la Politica Sessuale Proletaria o Sexpol, sarebbe stato espulso dal Partito Comunista prima e dalla Società Psicanalitica poi: i compagni di un tempo sarebbero divenuti i suoi più acerrimi nemici. Freud lo avrebbe diffamato, gli stalinisti - li chiamava i fascisti rossi - avrebbero progettato di assassinarlo come traditore. Reich aveva infranto ogni tabù: per lui la formula dell'orgasmo, con il ritmo a quattro tempi che lo caratterizza, era la formula stessa della vita; i bioni, i corpuscoli da lui scoperti, rappresentavano la transizione fra vivente e non vivente, realizzando una biogenesi inconcepibile per una biologia ad orientamento chimico e meccanicistico; l'orgone era l'etere, l'onnipresente, universale oceano di energia cosmica che avvolge e muove tutto l'universo, i campi energetici dell'organismo, le condizioni metereologiche dell'atmosfera, i movimenti galattici si corrispondono nei flussi e riflussi di un'energia vitale che connette macrocosmo e microcosmo; ma l'energia orgonica, antagonista dell'energia atomica, se aggredita dalle radiazioni nucleari, si trasformava in DOR (Deadly Orgone), forza pericolosa e mortale; l'energia cosmica primordiale, l'energia alfa o Ea era in grado di trasportare veicoli spaziali, gli UFO - sorta di precipitati fantasmatici - condotti da creature spaziali, gli Uomini-Core (da Cosmic Orgon Energy) portatori di una sostanza nefasta chiamata Melanor che induceva la desertificazione sulla terra e diffondeva la DOR14. Troppo eterodosse queste idee soprattutto per le applicazioni pratiche conseguenti, le mirabolanti invenzioni di Reich: l'accumulatore orgonico, efficace nella terapia del cancro; il cloudbuster - nubificatore o nubifugatore - capace di produrre a piacimento cambiamenti metereologici e di disperdere la DOR nell'atmosfera; il 'cannone spaziale' - sviluppo del cloudbuster - con il quale si potevano neutralizzare gli UFO. Nel suo ultimo libro, Contact With Space - il più controverso - Reich rivelava questi aspetti estremi del suo pensiero eretico: ovviamente lo si disse il prodotto di una mente ormai in preda alla paranoia(15). In molti altri testi però, come Ascolta Piccolo Uomo; Etere, Dio e Diavolo; Superimposizione Cosmica; L'assassinio di Cristo, lo studioso ci additava possibilità feconde e impensabili. Di tutte le derive analitiche, quella reichiana è forse l'unica che in maggior misura riesca a riconnettere la frattura cartesiana superando il dualismo soma/psiche, conscio/inconscio, implicito nelle tesi di Freud e che si ripresenta come problema irrisolto in Adler e anche in Jung. Solo la svolta "mistica" e "panteista" della teoria orgonica risolve il contrasto riportandosi ad una archè primordiale, unità di materia ed energia, di fisico e di metafisico. Ovviamente, a questo punto, il castello psicanalitico è definitivamente crollato. In questo senso Reich agisce come un guastatore, un decostruttore sistematico di dogmi: analitico, marxista, positivista, razionalista, ecc. Ma i piccoli uomini hanno bisogno di dogmi: è pericoloso infrangere le loro certezze.
Proprio ne L'assassinio di Cristo, Reich forgiò la mitica denominazione di MODJU, ricavata dalle iniziali di MOcenigo - il delatore che denunciò Giordano Bruno all'Inquisizione - e DJUgashvili, cioè Stalin: aveva tracciato l'emblema di quella peste emozionale da sempre denunciata, la violenza inquisitoria, la sclerosi libidica, la negazione della vita, quella stessa peste emozionale di cui anch'egli, come Bruno e come Cristo, sarebbe stato vittima. Il testamento di Wilhelm Reich disponeva di dedicare tutte le sue risorse finanziarie residue alla creazione di un Fondo per le Ricerche sull'Infanzia e di sigillare per cinquant'anni l'archivio e la sua biblioteca personale: il 3 novembre del 2007 quando verranno tolti i sigilli(16), saranno finalmente rivelati gli ultimi segreti di questo mistico eretico, di questo saggio folle. Chissà che l'evento non rappresenti una decisiva rivincita sulla peste emozionale.

Note:
(1) Per le notizie biografiche ci rifacciamo prevalentemente a: Luigi De Marchi, Vita e opere di Wilhelm Reich, Milano, Sugarco, 1981, in particolare vol. 2, pagg. 57-97; e Roger Dadoun, Cento fiori per Wilhelm Reich, Venezia, Marsilio, 1976, in particolare alle voci: accumulatore orgonico, assassinio, autodafé, bioni, bruno, cancro, cloudbuster, comunisti, core, deliri, deserto, Dio, dor, Einstein, fascismo, fascismo rosso, Freud, gnostici, Kirlian, orgone, peste emozionale, universo, verità, yoga. Per una sintetica visione della "questione reichiana", Cfr. Massimo Introvigne, Le nuove religioni, Milano, Sugarco, 1989, pagg. 377-378. (2) De Marchi, cit., pag. 98. (3) De Marchi, cit., pag. 100. (4) De Marchi, cit., pag. 61. (5) De Marchi, cit., pag. 62. (6) Lo strumento inventato da Reich e consistente in una scatola con una parete metallica interna che accumula l'energia all'interno del volume ed uno strato esterno di materia organica - lana, cotone, legno, ecc. - che assorbe l'orgone atmosferico e ne trasmette una parte al metallo che la rinvia all'interno in un costante processo di concentrazione. (7) De Marchi, cit., pag. 63. (8) De Marchi, cit., pag. 65-66. (9) De Marchi, cit., pag. 70. (10) De Marchi, cit., pag. 71. (11) De Marchi, cit., pag. 73. (12) De Marchi, cit., pag. 73. (13) Sulla complessa vicenda delle relazioni fra Reich e Freud, cfr. Wilhelm Reich, Reich parla di Freud, Milano, Sugarco, 1979. (14) Su tali questioni cfr. Alessandro Zabini, Wilhelm Reich e il segreto dei dischi volanti, Roma, Tre Editori, 1996; e Carlo Albini, Creazione e castigo: la grande congiura contro Wilhelm Reich, Roma, Tre Editori, 1997. Le recenti sperimentazioni condotte da James De Meo, in particolare l'operazione di nubificazione svoltasi in Eritrea nel 1994-95, sembrerebbero aver dimostrato l'efficacia degli apparecchi costruiti da Reich e la sostanziale fondatezza di molte delle sue teorie. Cfr. prefazione a Zabini, cit. , pag. XX-XXI. (15) È la posizione tipica degli autori marxisti e degli psicanalisti ortodossi, una soluzione molto comoda per archiviare il "caso Reich" con la coscienza a posto. A titolo di esempio citiamo Michel Cattier, La vita e l'opera di Wilhelm Reich, Milano, Feltrinelli, 1976: "Il suo fanatismo, il suo immenso orgoglio, e soprattutto la coerenza interna del suo sistema, fanno di Reich un paranoico talmente tipico che si potrebbe credere di aver a che fare con un caso tratto da un manuale di psichiatria… Quasi tutti i testi che Reich scrisse in USA sono pieni di penose rodomontate… Che Reich abbia potuto convincere dei profani, passi. Ma nella lista dei collaboratori alla sua rivista si trovano i nomi di parecchi medici e dottori in scienze. Ora, le teorie sull'orgone sono altrettanto strampalate dell'ipotesi che la terra sia un cubo cavo, con il sole e le stelle all'interno… Reich vedeva orgone dappertutto: nel cielo, nelle nuvole, negli oceani, nelle uova di rane, ecc. Fotografò delle aurore boreali e affermò che la forma delle nebulose a spirale indicava che si trattava di due correnti orgoniche accoppiate e in preda a un orgasmo cosmico. Bisogna riconoscere che la cosa non era priva di poesia…", pag. 187-188. (16) De Marchi, cit., pag. 103.

Tratto dal libro: Walter Catalano, Applausi per mano sola, Clinamen 2001

venerdì 8 ottobre 2010

Organizzazione ?


Le organizzazioni spesso nascono per le persone ma poi prendono il sopravvento come soggetti complessi a spese proprio delle persone di cui dovrebbero essere al servizio.
Questo difetto sostanziale non si può correggere se non c'è un rovesciamento di prospettiva in cui gli individui ri-scelgono continuamente a cosa vogliono e possono partecipare e/o aderire
La fine di ogni delega vuol dire questo e però dovrebbe anche significare la fine di ogni copyright
Ogni valore separato, ogni accumulazione, ogni capitalizzazione del passato diventa un peso del passato sul presente e sul futuro, chi arriva per ultimo non vale più come chi arriva primo
Problema questo che pone in ogni epoca anche questioni di tipo generazionale.
Non è facile vivere come soggetti di un mondo naturale e artificiale destinato a sopravvivere a ciascuno dei "mortali".
Questa prerogativa dei viventi, di essere appunto mortali, li distingue dalle loro stesse opere che durano nel tempo ben più di loro e costruiscono la durevolezza della cultura e dell'arte capace di oltrepassare i destini degli individui singoli fino a diventare un "linguaggio" condiviso e una ricchezza dal genere umano come soggetto storico.
La biografia, l'esperienza individuale diventa chiave essenziale per testimoniare e per agire nella propria epoca ma necessita di una trasposizione culturale e letteraria per arrivare ai posteri attraverso la comunità umana che, se non ha consapevolezza di sé, nemmeno esiste se non come specie, come bios lanciato nella circolarità della natura e dunque interessante come una colonia di cozze.
La colonia di cozze funziona e si riproduce forse indefinitamente, ma poco si occupa del senso che dà alla propria esperienza.
Il difetto di noi umani sta proprio nella nostra massima valenza, quella di pensarci e addirittura di essere un prodotto culturale fin dalla prima infanzia, nessuno è autonomo dal primo vagito e necessariamente riceve un nutrimento culturale necessario quanto quello alimentare per sopravvivere.
Questa ambiguità, essere soggetto storico e contemporaneamente individuo della specie, fa apparire come facoltative la consapevolezza e la cultura, cerca di riportare "alla radice" le questioni con una volontà di semplificazione che si fa addirittura pericolosa quando insidia le soggettività dei singoli.
La massa, con una forza inerziale, si pone contro l'individuo storico e, se il presupposto è che la storia è finita, contro qualsiasi individuo pensante che possa mettere in discussione ciò che già esiste a favore di ciò che ancora non è.
Il contributo degli individui cessa di essere desiderabile e si proviene ad un sistema di pensiero unico, meglio sarebbe dire di non-pensiero.
La vita pubblica si fa via via solo amministrazione e di conseguenza potere e corruzione
Le cozze si adeguano, gli individui liberi e pensanti possono rivolgersi alla vita contemplativa, amen

domenica 3 ottobre 2010

Valcamonica






Buona giornata a tutti voi lettori occasionali e non del Sito 5 Stelle, volevo segnalarvi un’iniziativa che si svolgerà in quel di Capo di Ponte (BS Valle Camonica) il 4.10.2010 alle ore 20.30 presso la Biblioteca comunale (via San Martino).
L’iniziativa nasce dal comune sentire e da incontri di persone nella realtà virtuale e nella realtà concreta del nostro quotidiano. Cittadini che hanno deciso innanzitutto di informarsi per capire. Ognuno di noi nutre aspettative a volte comuni, a volte diverse nei confronti del MoVimento 5 Stelle.
Siamo curiosi ed interessati a cambiare le sorti del nostro destino …. con piccoli gesti.
Siamo persone che non fanno politica, ma sono interessate alla politica nel senso più nobile di questo termine.
Chissà quante volte in questi ultimi tempi abbiamo pensato che l’ambiente dove viviamo, il paese o la città potevano essere cambiati anche da noi o forse avviliti dagli eventi abbiamo pensato, che tanto non valeva la pena sforzarsi, perché nulla cambia… un po’ come in quella bellissima canzone di Battiato “Povera Patria” dove il dilemma tra
“no,…non cambierà”, “si…, che cambierà”
ci lascia sorpresi e appesi al filo delle sue tonalità.

Così tra “un link ed un click”, tra una parola reale ed uno scritto virtuale si è trovata la disponibilità di alcune persone del MoVimento 5 Stelle, che si erano candidate nelle regionali lombarde ad incontrare altre persone sul territorio camuno… per discutere, partecipare, parlare di Acqua, Salute, Connettività, Mobilità, Sviluppo.

Una bellissima poesia di Danilo Dolci termina
“C’è pure chi educa, senza nascondere l’assurdo
ch’è nel mondo
aperto ad ogni sviluppo
ma cercando d’esser franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato”.
A noi piacerebbe vivere e far crescere i nostri figli in un mondo sognato da noi.

Vi invitiamo a partecipare all’incontro, tutti sono i benvenuti!

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venerdì 1 ottobre 2010

LO STATO NON È PIÙ NIENTE, NOI POSSIAMO ESSERE TUTTO!



Il movimento antiautoritario per una democrazia diretta si è messo in contatto con me per il tramite delle Edizioni del Cherche Midi. I compagni greci esprimevano il desiderio di vedermi partecipare a delle assemblee per discutere le scelte alle quali ci confronta un capitalismo mondiale che, per la frenesia del profitto, rovina la terra e snatura gli esseri umani mentre distrugge se stesso. Come al solito ho risposto che non avrei partecipato a nessun dibattito o manifestazione pubblica, ma che, nel caso particolare, avrei inviato un testo di cui i compagni avrebbero potuto fare l’uso voluto.
Mi è stato allora espresso il desiderio di indicare tre amici disposti a intervenire sull’esperienza e la problematica della democrazia diretta. La prospettiva di accompagnare Sergio Ghirardi, Behrouz Safdari e Marc Tomsin mi ha rapidamente persuaso a fare il viaggio con loro e andare a respirare un po’ di quell’aria di libertà creatrice ancora così rara in Francia. Il calore dell’accoglienza e la pubblicazione preventiva del mio testo, diffuso gratuitamente e messo a disposizione di tutti, mi hanno permesso di godere di un’atmosfera di solidarietà e delle effervescenze dell’intelligenza sensibile, senza correre il rischio di essere rivestito degli orpelli della “vedette”.
Resta che pur accettando di buon grado il mio rifiuto di ogni prestazione, alcuni partecipanti - tra quelli che non ho potuto incontrare durante le passeggiate festive alla scoperta del fascino di Salonicco - avevano nutrito la speranza di un dibattito nell’ambito delle assemblee tenute negli anfiteatri dell’università. Ho redatto per loro una “spiegazione” che alcune amiche hanno avuto la gentilezza di tradurre e leggere in greco.

Qualche parola di spiegazione.
Ho voluto essere presente tra voi perché sono cosciente dell’importanza che rappresenta per l’avvenire dell’umanità un movimento antiautoritario per la democrazia diretta.
Preferisco, tuttavia, astenermi dal partecipare a dibattiti e manifestazioni pubbliche. Perché?
Perché, essendo ostile a ogni forma di spettacolo - nel senso di una separazione dalla vita quotidiana - non voglio entrare in questo spettacolo neppure per farne la critica.
Do troppa importanza all’autenticità vissuta per assumere un ruolo in cui rischierei di diventare un guru o un “maître à penser”.
Aggiungo, però, che nutro maggiore fiducia nel testo scritto che nel discorso. Il discorso è sottomesso al fattore emozionale e si trasforma facilmente in una manipolazione delle emozioni (è tutta l’arte del demagogo). Nel testo scritto il lettore conserva la sua coscienza e la sua libertà di scelta. Può rileggere, essere d’accordo o no, ha il tempo di riflettere.
Ringrazio i compagni greci per avere permesso che il mio testo fosse disponibile in versione scritta. Se avete delle domande è importante che esse si rivolgano al testo e non a me. Perché il mio rispondervi farebbe di me, mio malgrado, un vettore emozionale. Soprattutto è importante che queste domande voi le poniate a voi stessi perché le risposte sono in voi. Si tratta solo di trovarle.
Grazie a tutte e a tutti.

Lo Stato non è più niente, sta a noi d’essere tutto.
Non è un caso che la Grecia, dove l’idea di democrazia è nata, sia la prima ad aprire la via della lotta da condurre contro una corruzione democratica che aggrava dovunque la pressione delle multinazionali e delle mafie finanziarie. Abbiamo visto manifestarsi in questo paese una resistenza che rompe con la letargia di un proletariato europeo anestetizzato da decenni dal peso del consumerismo e dalle imposture dell’emancipazione.
Mi sia permesso ricordare qualche banalità.
Il consumerismo ha volgarizzato una democrazia da supermercato dove il cittadino dispone della più grande libertà di scelta a dichiarata condizione di pagarne il prezzo all’uscita.
Le vecchie ideologie politiche hanno perso la loro sostanza e sono diventate dei depliant pubblicitari di cui si servono gli eletti per aumentare la loro audience e il loro potere. La politica che si voglia di destra o di sinistra non è più che un clientelismo dove gli eletti hanno in mente i loro interessi personali anziché quelli dei cittadini che hanno il compito di rappresentare. Ancora una volta la Grecia è ben piazzata per restituire alla politica il suo senso originario: l’arte di governare la città.
La seconda banalità è che gli Stati hanno perduto il privilegio che si arrogavano di gestire il bene pubblico. Beninteso, lo Stato tradizionale ha sempre prelevato il suo tributo a spese dei cittadini a forza di tasse e imposte, ma, in contropartita, assicurava il funzionamento dei servizi pubblici, dell’insegnamento, dell’assistenza sanitaria, delle poste, dei trasporti, dei sussidi di disoccupazione, delle pensioni … Ormai gli Stati non sono più che i valletti delle banche e delle imprese multinazionali. Ora, queste ultime sono confrontate alla debacle del denaro impazzito che investito nelle speculazioni borsistiche e non più nello sviluppo delle industrie prioritarie e dei settori socialmente utili, forma una bolla destinata all’implosione, al crac borsistico. Siamo in mano ai gestori del fallimento, avidi di incassare gli ultimi profitti a breve termine sovra sfruttando dei cittadini invitati a colmare, al prezzo di una vita sempre più precaria, l’abisso senza fondo del deficit scavato dalle malversazioni bancarie.
Non solo lo Stato non è più in grado di assolvere i suoi obblighi in virtù del contratto sociale, ma lesina sui bilanci dei servizi pubblici, manda in malora tutto quello che garantiva almeno la sopravvivenza, vista la sua incapacità nel permettere a ognuno di condurre una vita vera. E questo nel nome di quella gigantesca truffa battezzata col nome di debito pubblico.
Non resta allo Stato che una sola funzione: la repressione poliziesca. La sola difesa dello Stato consiste nel diffondere la paura e la disperazione. Ci riesce con una certa efficacia accreditando una sorta di visione apocalittica. Lo Stato stesso propaga il rumore che il domani sarà peggiore di oggi. La saggezza consiste dunque, a suo dire, nel consumare, nello spendere prima della bancarotta, nel rendere redditizio tutto quello che può esserlo, a costo di sacrificare la propria esistenza e il pianeta intero purché l’imbroglio generalizzato si perpetui.
Il nichilismo è la filosofia degli affari. Laddove il denaro è tutto, i valori scompaiono totalmente, fatta eccezione per il valore mercantile. Abbiamo visto il consumerismo malmenare le pretese eterne “verità” del passato: autorità paterna e potere patriarcale, religioni, ideologie, prestigio dell’esercito e della polizia, rispetto dei capi, santità del sacrificio, virtù del lavoro, disprezzo della donna, del bambino, della natura … Nello stesso tempo, però, ha addormentato quella coscienza che oggi tocca a noi risvegliare offrendo come punti di riferimento i valori umani, quelli che tante volte sono stati al cuore delle sommosse, delle rivolte, delle rivoluzioni.
Noi sappiamo che una nuova alleanza sta per concludersi con quel che la natura ci offre gratuitamente, un’alleanza che metterà fine allo sfruttamento cupido della terra e dell’uomo. Toccherà a noi di strappare al dominio di un dinamismo capitalista in cerca di nuovi profitti quelle energie gratuite che il sistema si prepara a farci pagare molto care. In questo la nostra epoca, sconvolta non da una crisi economica ma da una crisi dell’economia di sfruttamento, designa anche il momento propizio in cui l’uomo può diventare un essere umano. E diventare umano significa negarsi come schiavo del lavoro e del potere per affermare il diritto di ognuno a crearsi il proprio destino e costruire contemporaneamente delle situazioni favorevoli alla felicità di tutti.
Molte questioni si pongono con un’urgenza che lo scatenarsi degli avvenimenti rischia di precipitare. Mi guarderò bene dal fornire delle risposte che, al di fuori delle condizioni pratiche e delle collettività in cui esse emergeranno, rischierebbero di scadere nell’astrazione – la quale, in quanto pensiero separato dalla vita, risuscita sempre i vecchi mostri del potere. Mi sono accontentato di dar loro un qualche chiarimento.
1. Che cosa siamo pronti a mettere in funzione per rimediare alla carenza di uno Stato che non solo non serve più i cittadini ma li vampirizza per nutrire la piovra bancaria internazionale?
La forza d’inerzia gioca contro di noi. Le tradizioni familiari, sociali, politiche, economiche, religiose, ideologiche non hanno smesso di perpetuare, di generazione in generazione, quella servitù volontaria che già La Boetie denunciava. Per contro, è possibile trarre vantaggio dallo choc che stanno per produrre il crollo del sistema, la disintegrazione dello Stato e la tentazione di guardare più lontano delle meschine frontiere della merce. Bisogna aspettarsi un rovesciamento di prospettiva. Oltre l’eventuale saccheggio dei supermercati, al quale rischia d’indurre una pauperizzazione accelerata, molti consumatori minacciati di esclusione non mancheranno di accorgersi che la sopravvivenza non è la vita, che l’accumulazione di prodotti artefatti e inutili non vale il piacere di un’esistenza in cui la scoperta delle energie e dei beni prodigati dalla natura s’accorda alle attrattive del desiderio. Che la vita è qui, ora, e che tra le mani della maggior parte della gente, essa non domanda che di costruirsi e propagarsi.
Smettiamo di impietosirci per i fallimenti dell’emancipazione che costellano la nostra storia, non per celebrare dei successi occasionali - perché dalle nozioni di riuscita e di fallimento emana il cattivo odore della concorrenza mercantile, di tattica e di strategia, di competizione predatrice - ma per spingere in avanti delle esperienze che abbozzate con felicità e audacia, aspettano che noi le perseguiamo con l’attuazione di un progetto di autogestione e con l’istituzione delle assemblee di democrazia diretta.
Le collettività zapatiste del Chiapas sono forse le sole ad applicare oggi la democrazia diretta. Le terre messe in comune escludono fin da principio i conflitti legati all’appropriazione privativa. Ciascuno ha il diritto di partecipare alle assemblee, di prendere la parola e manifestarvi la propria scelta, anche i bambini. Non ci sono, a dire il vero, degli eletti plebiscitari dall’assemblea. Si propone soltanto a degli individui che manifestano dell’interesse per certi settori (l’insegnamento, la salute, la meccanica, il caffè, l’organizzazione delle feste, i metodi di coltura biologica, le relazioni con l’esterno …) di diventare per un periodo limitato i mandatari della collettività. Essi entrano allora in una “giunta di buon governo” e rendono regolarmente conto della loro missione per tutta la durata del mandato. Le donne reticenti all’inizio, in ragione delle abitudini patriarcali dei Maya, occupano ora un posto preponderante nelle “giunte di buon governo”. Per definire la loro volontà di fondare una società più umana, gli zapatisti hanno una formula che ricorda la necessità di una vigilanza costante: noi non siamo un esempio ma un’esperienza.
2. Il denaro non si sta solo svalutando, è sul punto di scomparire. Durante la rivoluzione spagnola, alcune collettività dell’Andalusia, dell’Aragonese e della Catalogna avevano stabilito un sistema di distribuzione che escludeva il ricorso alla moneta (altre hanno continuato a usare la peseta e altre ancora hanno battuto una nuova moneta locale, collaborando tutte benissimo insieme). Oggi sta a noi esaminare come soppiantare con una relazione umana fondata sul dono piuttosto che sullo scambio un rapporto di sfruttamento dove il commercio delle cose determina il commercio degli uomini.
Siamo stati gli schiavi di un funzionamento economico il cui instaurarsi ha segnato l’atto di nascita della civiltà mercantile, alterando i comportamenti individuali e sociali, favorendo una confusione permanente tra confort e snaturamento, progresso e regressione, aspirazione umana e barbarie.
Certo, il modo di finanziamento concreto e virtuale costituisce ancor oggi un sistema coerente – una coerenza assurda, è vero, eppure suscettibile di continuare a governare i comportamenti. Per contro, che cosa rischia di succedere il giorno in cui il crac finanziario toglierà al denaro il suo valore e la sua utilità?
La sua scomparsa, non c’è dubbio, sarà salutata come una liberazione da quanti gli negano il diritto di tiranneggiare la loro vita quotidiana. Tuttavia, il feticismo del denaro è talmente incrostato nei nostri costumi che molti individui assoggettati al suo giogo millenario, finiranno per trovarsi in preda a quegli scompensi emotivi in cui regna la legge della giungla sociale, in cui si scatenano la lotta di tutti contro tutti e la violenza cieca in cerca di capri espiatori.
Non dobbiamo sottovalutare i tentacoli della piovra intrappolata nei suoi ultimi rifugi. Il crollo del denaro non implica, infatti, la fine della depredazione, del potere, dell’appropriazione degli esseri e delle cose. L’esacerbarsi del caos, tanto utile alle organizzazioni statali e mafiose, propaga un virus di autodistruzione i cui rigurgiti nazionalisti, gli sfoghi sfocianti in genocidi, i conflitti religiosi, i rigurgiti della peste fascista, bolscevica o integralista rischiano di avvelenare gli spiriti se l’intelligenza sensibile del vivente non rimette al centro delle nostre preoccupazioni la questione della felicità e della gioia di vivere.
È sempre esistito un fascino dell’abiezione che dopo le prime reticenze si apre un cammino segreto e attende, una volta infettati tutti gli strati della popolazione, di garantire l’impunità e la legittimità alla barbarie banalizzata (l’ascesa del nazismo in Germania ha mostrato come l’umanesimo astratto poteva trasformarsi in un’esplosione di efferatezza).
Per contro, non bisogna che la disumanità del passato cancelli la memoria dei grandi movimenti di emancipazione in quel che ebbero di più radicale: la volontà di liberare l’uomo alienato e di far nascere in lui quella vera umanità che riappare di generazione in generazione.
La società a venire non ha altra scelta che quella di riprendere e sviluppare i progetti di autogestione che dalla Comune di Parigi alle collettività libertarie della Spagna rivoluzionaria, hanno fondato sull’autonomia degli individui una ricerca di armonia in cui la felicità di tutti fosse solidale con la felicità di ciascuno.
3. Il fallimento dello Stato obbliga le collettività locali a mettere in atto una gestione del bene pubblico più adatta agli interessi vitali degli individui. Sarebbe illusorio pensare che liberare dei territori dal dominio mercantile e instaurare delle zone in cui i diritti umani sradichino il diritto del commercio e della redditività si possa compiere senza urti. Come difendere le enclavi della gratuità che cercheremo di impiantare in un mondo rastrellato e controllato da un sistema universale di depredazione e di cupidigia?
È in una tale prospettiva che la questione sollevata da un amico persiano mi è sembrata rivestire un’importanza particolare. Confrontato alla violenza repressiva della dittatura islamista in Iran, egli si è fatto eco dei problemi incontrati da un’opposizione cosciente insieme della propria potenza numerica ma anche della drammatica impotenza di fronte agli interventi dell’esercito, della polizia e dei “guardiani della rivoluzione”, gruppi paramilitari composti di delinquenti le cui esazioni sono legittimate dal potere religioso. Le riflessioni che seguono sono state scritte su sua domanda.

Né guerriero né martire.

“Chi può di più può di meno” è un principio pertinente nella riflessione che esige il ricorso alla violenza o alla non violenza, dovunque la repressione di uno Stato, di un partito, di una classe, di un’organizzazione mafiosa, di una religione, di un’ideologia ostacola la libertà di esistere e di esprimersi degli individui. Se arriviamo a trattare il problema laddove la repressione è più feroce, più spietata, saremo in grado di trarne delle conseguenze per i paesi dove il formalismo democratico limita gli oltraggi della barbarie. È evidente che le condizioni dell’oppressione sono molto diverse se si comparano paesi come l’Iran, l’Arabia Saudita, l’Algeria, la Francia, l’Italia, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti, la Colombia …
Abbordare la questione tenendo in mente l’esempio dell’Iran, della Corea del Nord o della Birmania mi pare di natura da proporre delle risposte appropriate ad altri paesi, meno avvezzi all’uso dell’efferatezza.
Siamo stati finora confrontati a un’alternativa: o la determinazione a mettere fine alla violenza repressiva entrava nel terreno del nemico e vi s’installava, opponendogli una violenza di uguale natura ma di senso contrario, oppure l’opposizione alla tirannia ricorreva a una resistenza passiva alla maniera del pacifismo praticato da Gandhi con un innegabile successo.
Cionondimeno, se il Gandhismo ha trionfato sull’occupazione inglese è perché ha trovato di fronte un avversario che per quanto spietato, è stato sconcertato, vuoi paralizzato nelle sue reazioni, da un formalismo filantropico, un’etica residua, una deontologia della guerra che inclinavano a rimproverare il massacro di una popolazione ostile ma inerme.
Nonostante la sua ipocrisia, una sorta di fair-play militare metteva in imbarazzo la determinazione tattica che avrebbe prescritto di soffocare alla nascita e senza tentennamenti il movimento di rivolta. Si sa che la saggezza diplomatica di Lord Mountbatten ha influito molto sulla vittoria delle rivendicazioni popolari. Per contro, quando il gandhismo si è urtato a un potere poco assillato da preoccupazioni etiche, come il regime di Apartheid dell’Africa del Sud, è diventato inoperante. Ugualmente la giunta birmana non ha esitato a mitragliare le folle di oppositori che manifestavano pacificamente. L’Iran s’iscrive in una logica repressiva simile.
Quali risposte propone la guerriglia? Ogni volta che ha vinto ha prodotto il peggio. Il trionfo delle armi finisce sempre in un’amara disfatta umana.
L’errore fondamentale della lotta armata è quello di accordare la priorità a un obiettivo militare piuttosto che alla creazione di una vita migliore per tutti. Ora, penetrare nel territorio del nemico per venirne a capo, vuol dire tradire la volontà di vivere in favore della volontà di potere. I comunardi s’impadroniscono dei cannoni, ma trascurando il denaro della Banca di Francia e l’uso che avrebbero potuto farne, si sono trovati in inferiorità di fronte alle truppe di Versailles. Si sa come, in nome della rivoluzione, il bolscevismo militarizzato schiacciò i primi soviet, i marinai di Cronstadt, i Machnovisti e, più tardi, le comunità libertarie di Spagna. Fatte le debite proporzioni, è stato ancora il partito cosiddetto comunista e lo spirito stalinista a svuotare della sua sostanza il movimento del maggio 68 (In questo caso non si trattava di guerriglia, ma di quella desolante persistenza dell’idea di potere che ha pervertito lo slancio insurrezionale).
È davvero necessario ricordare che laddove la guerriglia ha trionfato - nella Cina di Mao, in Vietnam, in Cambogia, a Cuba - l’ideologia armata è stata un’arma ideologica che ha schiacciato la libertà con la pretesa di combattere per essa? Lo slogan ripugnante “il potere è sulla canna del fucile” prende innanzitutto di mira i refrattari a ogni forma di autorità. Esso ha fatto meno vittime nei ranghi dei controrivoluzionari che tra i rivoluzionari nemici della tirannia.
Agli antipodi, non siamo certamente più favorevoli ai fatti di Frankenhausen dove, nel 1535, i contadini tedeschi in rivolta si astennero dal resistere lasciandosi massacrare dall’esercito dei principi perché, dando per scontato l’aiuto di Dio, si erano dimenticati che secondo la formula di Bussy-Rabutin, “Dio sta sempre dalla parte dei grossi battaglioni”. Vogliamo un esempio più recente? Il 22 dicembre 1997, quarantacinque persone, in maggioranza donne e bambini, furono massacrate a Actéal, una borgata messicana da paramilitari di etnia autoctona, all’interno di una chiesa dove stavano in preghiera. Appartenevano al movimento degli Abejas (le api), un gruppo di cristiani pacifisti che pur essendo vicini agli zapatisti rivendicano una non violenza assoluta. La ragione di una tale crudeltà ha radici nello stabilirsi degli Abejas su terre ambite da altri autoctoni membri di quel partito della corruzione che è il Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI).
Oltre al disgusto suscitato da una simile atrocità, come indignarsi contro i torturatori senza denunciare anche quell’inclinazione cristiana al martirio e alla rinuncia che agisce sul vigliacco come un eccitante e presta al più irresoluto una crudeltà da matamoro. Il peggior codardo sa che non rischia nulla quando le vittime rifiutano di difendersi, quando non offrono addirittura la gola al coltello.
Dovremmo essere più attenti a quello che nel nostro comportamento, si traduce in un invito al nemico e lo incita ad attaccarci, perché - senza esserne sempre coscienti - gli abbiamo aperto la porta.
Come i nostri avversari arrivano ai loro fini? Spesso istillando in noi una credenza assurda nella loro onnipotenza. Stimolano quel riflesso di paura che accredita l’invincibilità del vecchio mondo, proprio mentre esso sta crollando. L’effetto disastroso di un tale dogma non risiede soltanto nella rassegnazione e nel fatalismo delle masse, esso anima anche il coraggio disperato che spinge all’assalto col sentimento di avviarsi alla morte in una lotta tanto più gloriosa perché vana.
Eppure, che ne è di quest’arsenale repressivo la cui sofisticazione suggerisce una capacità d’intervento folgorante e imparabile? La vigilanza tecnologica onnipresente non ha impedito la distruzione delle torri di Manhattan con dei mezzi sommari e artigianali. Così un tempo l’invincibile linea Maginot fu ridicolizzata dall’offensiva tedesca che l’ha semplicemente ignorata.
Se le reti di sorveglianza presentano delle lacune siffatte nella lotta contro le forze distruttrici la cui minaccia è permanente, come potrebbero essere efficienti nei confronti di un’azione che non ha l’obiettivo di annichilirle ma progetta soltanto di creare una società radicalmente altra, capace di rendere obsoleti e risibili gli spaventapasseri addobbati con kalashnikov o missili nucleari?
Ritorno alla domanda: che fare se rifiutiamo sia di restare indifesi di fronte ai fucili dell’oppressione sia di opporre al potere dominante le stesse armi che esso dirige contro di noi?
La discussione è aperta. Non ho alcuna risposta perentoria da proporre. Desidero soltanto chiarire il dibattito formulando qualche osservazione.
La miglior protezione consiste nel non entrare sul terreno dove il nemico ci attende e spera di trovarci. Conosce tutti i meandri del territorio tenuto sotto il controllo della merce e delle abitudini comportamentali che essa instaura (depredazione, concorrenza, competizione, autoritarismo, paura, sensi di colpa, feticismo del denaro, cupidigia, clientelismo). Per contro ignora tutto della vita e delle sue innumerevoli risorse creatrici.
Una precauzione preliminare consiste, dunque, per la nostra salvezza, nello sradicare nelle assemblee ogni forma e velleità di potere e di organizzazione autoritaria. La pratica dell’autonomia individuale è un presupposto dell’autogestione. È quanto si sforza di instaurare il movimento VOCAL impiantato a Oaxaca con la sua assemblea di base che trasmette le sue decisioni ai suoi mandatari rigettando ogni intrusione da parte dei partiti, dei sindacati, delle fazioni politiche, dei demagoghi clientelari.
La coesione non può che fondarsi su un progetto di vita individuale e sociale. L’avvenire apparterrà a delle collettività locali capaci di pensare globalmente. Intendo dire: che scommettano sulla loro radicalità e la sua diffusione per gettare le basi di un’Internazionale del genere umano. Questo è il solo modo di evitare la trappola del comunitarismo prodotto dal giacobinismo statale.
L’idea dei comitati di quartiere istituiti a Oaxaca merita di essere esaminata come una pista possibile. Il Messico non è l’Iran, ben lungi, ma non offre, tuttavia, le condizioni dell’Europa. A Oaxaca, i paramilitari uccidono con la benedizione di un governo dispotico. Il quale ha bisogno d’interlocutori infettati dai germi di corruzione inerenti al potere, qualunque esso sia. Un tale governo ha bisogno di partiti, di sindacati, di fazioni. Ne scopre facilmente l’esistenza. Con loro si sente a suo agio e può dunque, secondo le circostanze, schiacciarli o aprire delle trattative.
Per contro, i comitati di quartiere non hanno altro scopo che difendere gli interessi di una popolazione locale cogliendo gli esseri e le cose alla radice, in modo tale che quel che s’intraprende in favore di qualcuno è compatibile con un gran numero di persone (tale è ancora una volta il principio del locale inseparabile dal globale). I comitati di quartiere non rappresentano una minaccia armata, non sono un pericolo identificabile per il potere. Essi formano un paese appena identificato, dove è questione di approvvigionamento in cibo, in acqua, energia. Vi si sviluppa una solidarietà che, su dei temi apparentemente anodini, fa cambiare le mentalità, aprendole alla coscienza e all’inventività. Così, l’uguaglianza dell’uomo e della donna, il diritto alla felicità, il miglioramento della vita quotidiana e dell’ambiente perdono il loro carattere astratto e modificano i comportamenti. Abbordare prioritariamente le questioni poste dalla vita quotidiana rende progressivamente desueti i problemi rimasticati tradizionalmente dalle ideologie, dalle religioni e da quella vecchia politica che è la politica del vecchio mondo. Si ritorna così al senso originale del termine “politica”: l’arte di gestire la città, di migliorare il luogo sociale e psicologico dove una popolazione aspira a vivere secondo i suoi desideri.
Abbiamo tutto da guadagnare nell’attaccarci al sistema e non agli uomini che ne sono contemporaneamente i responsabili e gli schiavi. Cedere alla peste emozionale, alla vendetta, allo sfogo, vuol dire partecipare al caos e alla violenza cieca di cui lo Stato e le sue istanze repressive hanno bisogno per continuare ad esistere. Non sottovaluto il sollievo rabbioso al quale cede una folla che incendia una banca o saccheggia un supermercato. Sappiamo, però, che la trasgressione è un omaggio al divieto che offre una via d’uscita all’oppressione. Essa non la distrugge, la restaura. L’oppressione ha bisogno di rivolte cieche.
Per contro, non vedo mezzo più efficace per dedicarsi alla distruzione del sistema mercantile che propagare la nozione e le pratiche della gratuità (qui e là, per esempio, si abbozza timidamente il sabotaggio dei parchimetri con gran dispetto delle società che pretendono di rubarci lo spazio e il tempo che ci appartengono).
Mancheremmo a tal punto d’immaginazione e di creatività da non poter sradicare gli obblighi legati ai racket delle lobby pubbliche e private? Quale ricorso potrebbero opporre a un movimento collettivo che decretasse la gratuità dei trasporti pubblici, che rifiutasse di pagare tasse e imposte allo Stato truffatore per investirli, a beneficio di tutti, dotando una regione di energie rinnovabili, ristabilendo la qualità dell’assistenza medica, dell’insegnamento, dell’alimentazione, dell’ambiente? Non è forse restaurando una vera politica di prossimità che getteremo le basi di una società autogestita? Anziché degli scioperi dei trasporti (treni, autobus e metro) che rendono difficile il movimento dei cittadini, perché non decidere invece di farli circolare gratuitamente? Non ci sarebbe un quadruplo vantaggio: nuocere alla redditività delle imprese di trasporti, ridurre i profitti delle lobby petrolifere, spezzare il controllo burocratico dei sindacati e, soprattutto, suscitare l’adesione e il sostegno massiccio degli utenti?
Siamo sommersi di falsi problemi che occultano quelli veri. Le opinioni incessantemente manipolate manipolano, in effetti, quel che dovrebbe essere un puro frutto degli individui: le mosse imprevedibili dei desideri quotidiani, quel che essi desiderano vivere e come trovare i mezzi per spezzare le catene che li imprigionano. Qual è il peso di tutti i discorsi intorno a una crisi da cui si deve uscire senza uscirne, di fronte alla disperazione di dover lavorare, di annoiarsi a consumare, di rinunciare alle proprie passioni, di possedere sempre di più perdendo tutte le gioie dell’essere a vantaggio di un avere la cui rovina è del resto programmata?
Aggiungendosi alle imposture dell’emancipazione (liberalismo, socialismo, comunismo), il consumerismo e il clientelismo dei regimi cosiddetti democratici hanno annientato la coscienza di classe che aveva strappato al capitalismo un buon numero di conquiste sociali. Siamo stati trascinati nel fango e nel sangue tramite delle idee astratte. La “Causa del popolo” gli è rovinata addosso e gli ha spezzato le reni.
Il ritorno alla base è la sola radicalità. Essa elimina le false questioni che alimentano il caos emozionale a detrimento della presa di coscienza. All’occorrenza, la querelle sul “velo islamico” mi pare rivelatrice della funzione spettacolare che recupera e falsifica il nostro diritto a una vita autentica. Questa polemica, dove giustificazioni e anatemi, puritanismo e lassismo, oppressione e libertà, divieto e trasgressione girano a vuoto, dissimula una realtà vissuta: la condizione cui è ridotta la donna. Lo spettacolo fa il suo panem et circenses d’interminabili dibattiti su un fronzolo: segno di servitù volontaria, provocazione deliberata, manifestazione folclorica, adesione comunitarista, opzione religiosa, reazione contro il disprezzo pubblicitario della donna, sottinteso erotico di un fascino dissimulato, alleanza della civetteria e della buona creanza, espressione di una certa sacralità, comodo mezzo per premunirsi dalle molestie sessuali di maschi autorizzatisi per tradizione patriarcale a sfogarsi con lo sguardo bavoso della frustrazione.
In realtà, la vera lotta non è là, è alla base, è nell’emancipazione congiunta dell’uomo e della donna, è nel rifiuto di un apartheid, di un’esclusione, di un comportamento misogino o omofobo. Basta con i falsi dibattiti, basta con le ideologie! In “Niente è sacro tutto si può dire”, ho difeso il principio: tolleranza per tutte le idee, intolleranza per ogni atto barbaro. Il nostro criterio unico è il progresso umano, la generosità del comportamento, l’arricchimento dell’esistenza quotidiana. Il diritto alla vita garantisce la nostra legittimità.
Il potere gioca sull’elemento emozionale. La paura irrazionale che esso propaga è una fonte di violenza cieca da cui è bravo a trarre vantaggio. Il vantaggio delle collettività locali attente a decidere del loro destino, accordando la priorità all’instaurazione di una vita autenticamente umana, è che la loro pratica implica il superamento dell’emozione allo stato bruto e suscita il risveglio di una coscienza poetica.
Così come, senza l’accesso a un’alimentazione di qualità, il boicottaggio dei prodotti artefatti derivati dalle mafie petrolchimiche e agricole, resta inoperante, anche la volontà di farla finita col consumerismo, dove l’avere soppianta l’essere, ubbidirà meno volentieri alle ingiunzioni etiche che all’attrattiva di una vita libera.
Se ricorrere alle armi del nemico prelude a una sconfitta programmata, l’attitudine opposta sbocca con altrettanta certezza su un altro tipo di evidenza: più si propagherà il sentimento che la vita e la solidarietà umana sono i soli fermenti di un’esistenza degna di questo nome, più il malessere e la confusione indeboliranno la determinazione e il fanatismo che animano i mercenari del partito della corruzione e della morte.
Diverse testimonianze fanno segno delle incertezze che attanagliano un numero crescente di assassini patentati, che si tratti dei “guardiani della rivoluzione” iraniani, dei delinquenti reclutati da Hamas, dei soldati israeliani la cui barbarie è stata denunciata nella striscia di Gaza, degli assassini del nord e del sud del Sudan, dei saccheggiatori somali. Questa constatazione non implica alcun argomento tattico, non s’iscrive in una prospettiva militare dove s’insinuerebbe, abbastanza facilmente, che il nemico scava la propria tomba. Insiste soltanto su una probabilità: nello stesso modo in cui si profila il crac finanziario che manderà in rovina la moneta, la stessa svalutazione minaccia la determinazione suicida sulla quale i burocrati del crimine, le mafie della barbarie resa redditizia, contano per arruolare le loro truppe (tanto più che i vecchi pretesti religiosi o ideologici perdono di credibilità e che i fanatici arrivano a dubitare dell’accomandita di un Dio assassino).
È in questo senso che io scommetto sulla proliferazione di una reazione di vita capace di fertilizzare i territori desertificati e sterilizzati dall’economia di sfruttamento e dalla sua burocrazia mafiosa. La nostra ricchezza creativa possiede il segreto di approntare nella vita sociale e individuale degli spazi e dei tempi finalmente affrancati dall’oppressione mercantile. Solo la poesia sfugge all’occhio caustico del potere. Solo la passione di vivere fa retrocedere la morte.

Due postille sull’autodifesa
1. L’armata zapatista di liberazione nazionale (EZLN) comprende qualche migliaio di combattenti, residenti nella selva. Le donne hanno proposto e ottenuto, nelle assemblee di democrazia diretta, che essa non intervenga mai in maniera offensiva ma si limiti a esercitare un ruolo difensivo. Ciononostante, quando dei villaggi zapatisti sono stati minacciati da gruppi paramilitari, l’EZLN si é tenuto fuori. Le “giunte di buon governo” hanno costituito uno scudo umano formato da centinaia di partigiani e di simpatizzanti, accorsi da ogni parte. I giornalisti e i cameraman della televisione coprivano l’avvenimento, servendosi dello spettacolo in modo che il mondo intero fosse informato di quel che accadeva. Ciò è bastato per far fare marcia indietro agli aggressori.
2. In un racconto indiano, gli abitanti di un villaggio vanno a lamentarsi da un saggio della crudeltà di un serpente gigante che li morde e li uccide. Il fischio che annuncia il suo arrivo basta a seminare il terrore nel villaggio. Il saggio va a trovare il serpente e riesce a convincerlo di lasciare in pace la popolazione. Tuttavia, la gente finisce presto per prendere in giro il serpente diventato pacifico, ridendo della sua debolezza e divertendosi a provocarlo. Stanco del loro disprezzo, il serpente si reca dal saggio e gli confessa il suo sgomento. Quale comportamento adottare? Il saggio ci pensa su e dice: “Ti ho chiesto di non mordere, mica di non fischiare.”


INDIRIZZO AI RIVOLUZIONARI GRECI

Compagni, non ho mai disperato della rivoluzione fondata sull’autogestione in quanto rivoluzione della vita quotidiana. Ora meno che mai.
Sono convinto che, oltrepassando le barricate della resistenza e dell’autodifesa, le forze vive del mondo intero si sveglino da un lungo sonno. La loro offensiva, irresistibile e pacifica, spazzerà via tutti gli ostacoli alzati contro l’immenso desiderio di vivere nutrito dagli innumerevoli individui che nascono e rinascono ogni giorno. La violenza di un mondo da creare soppianterà la violenza di un mondo che si distrugge.
Noi non siamo stati finora che degli ibridi, metà umani, metà bestie selvatiche. Le nostre società sono state dei vasti depositi dove l’uomo, ridotto allo stato di merce, contemporaneamente preziosa e vile, era sottoposto a corvè e interscambiabile. Stiamo per inaugurare il tempo in cui l’uomo assumerà il suo destino di pensatore e di creatore diventando quel che non è mai stato: un essere umano a parte intera.
Non domando l’impossibile. Non sollecito nulla. Non coltivo né speranza né disperazione. Desidero soltanto vedere concretizzata nelle vostre mani e in quelle delle popolazioni della terra intera un’Internazionale del genere umano che seppellirà nel passato la civiltà mercantile oggi moribonda e il partito della morte che illustra i suoi ultimi soprassalti.

Raoul Vaneigem, 17 luglio 2010




Il piacere della traduzione in italiano è di Sergio Ghirardi.

non ho fumato niente!

Niente, io vado in là con l'immaginazione e mi (s)ballo da sola. Ormai mi pare chiaro che abbiamo bisogno d'aria, di uscire da questi muri del MU e aprire la porta alla rete, trasferiamoci direttamente sul blog di Beppe/Movimento non appena ce ne dà il permesso quando gli diremo che intendiamo lavorare alla lista civica.
Secondo me è più comodo che non ci siano strumenti separati dal sito del MoVimento. Certo si potrà integrarlo con il resto, ad esempio #behchenepensi , soprattutto quelli che devono incontrarsi tra loro sono gli abitanti di Milano, per capire e decidere insieme cosa vogliono dalla loro città, che strumenti possono utilizzare, quali problemi bisogna risolvere. Io ho molta fiducia nel cittadino attivo che però non smette mai di avere una vita come gli altri. La vera battaglia che non dobbiamo dimenticare è quella contro la passività, vera causa dell'apparizione della Casta.... infatti questa prospera proprio dove la passività è elevata e non si produce il controllo dal basso che c'è sempre stato nelle comunità reali. Il problema che abbiamo è di essere ormai privi di una comunità e forse ci sforziamo di supplire con la creazione di "comunità virtuali" dove però ovviamente i problemi non si possono risolvere ma solo discutere. Rimane da costruire il legame con la vita reale dove le cose si prendono davvero in mano e i problemi si cominciano a risolvere.
Le buone idee, le best pratices sono un inizio, ma la cosa principale è che ciascuno rispcopra una propria dignità nella vita pubblica, che comprenda come il suo apporto sia prezioso per altri, che veda negli altri dei pilastri della propria libertà e della propria felicità. Mi dispiace davvero che non si veda facilmente quello che credo Beppe abbia intuito. Che siamo davanti ad una nuova era empatica, che trova la potenza dolce delle energie rinnovabili e la ricchezza della gratuità, il lusso della cultura e dell'arte.
I ribelli di ogni epoca si sono sempre riconosciuti l'un l'altro e quindi mi trovo a sentire Grillo vicino e affine. E molti altri conosco che hanno questa visione oltre a me stessa.
Le parole che deposito qui sono solo un richiamo che vuole essere gentile, a riconoscere la strada per la libertà e la felicità condivise

bechenepensi



il Santone new-age (grazie!) mi è "apparso" e qualcosa in più ho capito, soprattutto riesco ad immaginare finalmente un modo per uscire dai MU e buttare giù queste pareti che contengono ma anche un po' diventano soffocanti se non circola aria a sufficienza.
Del resto basta vedere l'effetto che fa alle persone stare in un bozzolo di cui rivendicano addirittura la proprietà quasi si trattasse di costruire nel virtuale le compensazioni di ciò che si vorrebbe nel reale, in definitva una gabbia ben delimitata da cui tenere lontano gli intrusi (alla fin fine ... tutti).
Invece il bello è proprio andare nel virtuale e portare a casa una "preda" reale, persone vere con tutte le loro sfaccettature e tutto le varie "specialità" che magari non riescono a "spendere" per mancanza di relazioni adeguate.
Il gioco delle passioni incrociate è l'unica forza che muove il mondo e anche lo tiene in equilibrio gravitazionale: l'armonia delle diverse libertà obbedisce alla fisica di Newton ma credo sia anche il presupposto di un mondo orizzontale dove ciascuno è uno nodo della rete, ciascuno è al centro, vicino a se stesso e connesso con tutti gli altri, senza gerarchie, è contemporaneamente illuminato dagli altri mentre li illumina.
Il mondo è là nel web dove si possono incontrare e trovare altri "noi" altri in cerca di rel-azioni che possano diventare anche ..... chissà.
E' un po' come uscire di casa senza dover tornare per forza la sera, partire per un viaggio da "flaneur", "alla deriva" verso l'ignoto per scoprire cosa contiene di intelleggible e interessante, un modo per far incontrare le persone intorno ai temi invece che farle radunare e dettar loro delle regole.
Per quello che ho capito sinora può diventare un'avventura meravigliosa