sabato 8 maggio 2021

Tecnica e nichilismo - Due note sul dibattito ai tempi di Jünger di Marco Minoletti

 



Ai tempi in cui Nietzsche lo prendeva in esame, l’ospite inquietante, il nichilismo, si trovava come il nemico alle porte: oggi si è accomodato nelle metropoli. Cosa è accaduto nel contempo? Cosa ha reso possibile che tutto ciò si verificasse?

Nel tentativo di mettere a fuoco la situazione limite cui è pervenuto il mondo contemporaneo, Ernst Jünger, nel saggio dedicato ad Heidegger Oltre la linea (Ernst Jünger - Martin Heidegger, Oltre la linea, Milano, Adelphi, 1989), dà avvio alla sua indagine prendendo spunto dalla definizione che Nietzsche dà di se stesso nella Volontà di potenzaprimo perfetto nichilista d'Europa che ha già attraversato tutte le fasi del nichilismo e che, con il suo pensiero, ha dato la stura ad un contromovimento che lo sostituirà.

Secondo l’autore, gli anni che ci separano dalla stesura del testo nietzschiano - progettato nel 1887 - hanno visto all’opera riflessioni che si sono così riempite di sostanza, di vita vissuta, di azioni e di dolori, replicandosi nella vita reale. Sottoposta all’impietosa critica del tempo e vista dall’ottica degli osservatori posteriori, la dichiarazione di Nietzsche, la sua prognosi favorevole, appare a Jünger troppo ottimistica. A suo giudizio in Nietzsche il nichilismo, invece di essere affrontato come processo terminale, è visto "piuttosto come fase di un processo spirituale che lo comprende in sé". Fase che non solo la civiltà, ma anche l’individuo "può superare in sé medesimo". Il problema pare, dunque, annidato in questo passaggio, ovvero il salto dal nichilismo a ciò che gli sta oltre e che al contempo lo comprende. Secondo Jünger però ci troviamo "nel pieno sviluppo del nichilismo attivo" e conseguentemente troppo affaccendati ne "gli aspetti in primo piano del declino", il cui dominio e assorbimento è tale da non "lasciare ancora spazio a considerazioni che conducano al di là di un mondo di orrori". A ciò va anche aggiunto che lo spirito in balia di un presente catastrofico, non ha la forza di innescare nuove tensioni positive verso il futuro, non è in grado, in ultima analisi, "di esercitare compiutamente il giudizio".

Proseguendo con Jünger, l’altra grande fonte per la conoscenza del nichilismo è costituita dal Raskol’nikov di Dostoevskij.

Nietzsche e Dostoevskij, ai fini della esposizione della realtà spirituale, rappresentano il rovescio della stessa medaglia e concordano nella prognosi ottimistica. Paradigmatica ed illuminante ai fini di una definizione del concetto di nichilismo è l’analisi della figura di Napoleone sviluppata dai due autori. Nietzsche ne porta alla superficie i lati luminosi, la potenza; Dostoevskij le zone d’ombra, il dolore. In sintesi: per Dostoevskij, preoccupato soprattutto dei contenuti morali e teologici, il superamento del nichilismo passa attraverso la via del dolore, per Nietzsche il punto di volta archimedico è rappresentato dalla volontà. Entrambi, comunque, pur suggerendo rimedi diversi, concordano nella prognosi ottimistica che è rappresentata, in ultima analisi, dall’"attraversamento" della linea che funge da spartiacque tra l’esserci del nichilismo ed il suo superamento, il suo non esserci. Il nichilismo viene così inquadrato dai due autori "come una fase necessaria all’interno di un movimento orientato a scopi precisi". Jünger, nel tentativo di analizzare a che punto è giunto questo movimento, premette che la risposta "sarà sempre controversa", essendo più legata al modo in cui ci si dispone nei confronti della vita ed alle nostre aspettative, che alla realtà data.

Jünger fa notare che la risposta, sia essa in positivo (ottimista) o in negativo (pessimista), non si fonda su di essa.

L'ottimismo trova le sue radici più sulla volontà, il principio-speranza, la prospettiva futura, che non sulla forza dei fatti. "Il suo fulcro è più nel carattere che nel mondo". La forza dell’ottimismo consiste nella sua capacità di raggiungere strati più profondi e non nella forza dei fatti, purtuttavia esso è in grado di suscitarli, di evocarli. "L'ottimismo può raggiungere strati in cui il futuro, ancora assopito, viene fecondato".

Il contraltare dell’ottimismo non è, dunque, il pessimismo ma il disfattismo, che alimenta un’atmosfera da prima delle cose ultime; al nemico che avanza non si ha più nulla da contrapporre, né valori, né forza interiore. "Il solo spargersi della voce nichilista lo dispone alla sconfitta". Parallelamente, al crescere della debolezza dell’uomo diminuiscono le sue resistenze al canto delle sirene del nulla, del nichilismo; il momento, cioè, in cui tutti i valori si svalutano, per dirla con Nietzsche.

Questo processo di svalutazione dei valori era già stato affrontato da Jünger nel testo Il lavoratore, ma a quell’epoca Jünger riteneva "superfluo continuare a occuparsi di una transvalutazione dei valori, basta vedere il Nuovo e prendervi parte". – Ma cos’è il nuovo che avanza? – È il mondo della tecnica che emerge, ben visibile, quando si diradano le nebbie provocate dalle tempeste d'acciaio della prima guerra mondiale. Nelle voragini provocate dall’artiglieria pesante franano tutti i valori ed i codici etico-comportamentali in cui aveva trovato la sua ragion d’essere quell’universo fatto di soldati, ufficiali e funzionari dell’impero, mirabilmente fissato nei romanzi di Joseph Roth. Il mondo delle fanfare, delle parate militari, dei duelli d’onore, delle tattiche: in una parola l'arte della guerra come forma e dispiegamento del contenuto della forma implode sotto il peso dell’acciaio prodotto dai Krupp. È qui, sui campi di battaglia della prima guerra mondiale che il mondo della tecnica riceve il suo battesimo di fuoco, relegando l’uomo, la massa della soldataglia, al ruolo di materiale umano, carne da macello subordinata all’universo della tecnica, l'astro nascente.

 

Jünger non tarda a rendersene conto e due anni dopo la pubblicazione del saggio Il lavoratore (1932), dà alle stampe il celebre Sul dolore, in cui comincia a campeggiare "l’idea che la tecnica sia un fattore di nichilismo" (Franco Volpi, Il nichilismo, Bari, Laterza, 1997).

Alla velocità di trasformazione della realtà impressa dalla tecnica non corrisponde un adeguamento dell’umanità, delle istituzioni, del mondo delle idee. Si crea uno squilibrio tra forma senza contenuto (teknè) e contenuto (l’umanità) che decreta la condanna di quest’ultima all’impari sforzo di inseguire una forma che corre più velocemente delle gambe umane. La tecnica stessa viene ad assumere così i connotati di produttrice di nichilismo.

In Oltre la linea, in modo molto originale, ma peccando, a giudizio di Heidegger, di eccessivo ottimismo, Jünger suggerisce come rimedio ai mali prodotti dal nichilismo la "strenua difesa dei ristretti ma inviolabili spazi dell’interiorità individuale" (Volpi ). Supportato dalla convinzione che anche nei nostri deserti ci sono oasi in cui "il Leviatano non ha accesso", Jünger scava la trincea dalla quale è possibile contrastare il fuoco nemico.

In questo deserto che avanza, le oasi, come le chiama Jünger, sono i territori in cui la libertà – che "non abita nel vuoto", ma "dimora piuttosto nel disordinato e nell’indifferenziato, in quei territori che sono sì organizzabili, ma che non appartengono all’organizzazione" – può trovare un terreno fertile sul quale l’uomo è in grado non solo di organizzare la resistenza, ma anche di capovolgere la situazione e vincere.

Queste oasi sono il terreno dal quale fioriscono gli spiriti liberi: che non temono la morte, contrastano il Leviatano praticando l’amore e l’amicizia, privilegiano il dominio della forma su quello dell’utensile.

 

In un saggio dato alle stampe nel 1951, Der Waldgang, Jünger affronta ancora una volta la questione delle oasi di libertà (il passaggio alla foresta) e del ribelle (l’anarca). Per equipaggiarsi contro le insidie del Leviatano, il ribelle "non deve lasciarsi imporre la legge da nessuna forma di potere superiore, né coi mezzi di propaganda, né con la forza" e deve essere in grado di proteggersi, sia sfruttando che detournando idee e tecniche del suo tempo, sia "mantenendo vivo il contatto con quei poteri che, superiori alle forze temporali, non si esauriscono mai in puro movimento". Solo a queste condizioni il ribelle potrà intraprendere il passaggio nel bosco e varcare "con le proprie forze il meridiano zero".

È necessario, a questo punto, far rilevare che, contrariamente a quanto pensa Heidegger aprendo nel 1955 il contenzioso sulla linea, varcare il "meridiano zero", cioè andare oltre la linea di demarcazione del nichilismo, non vuol dire per Jünger lasciarselo definitivamente alle spalle.

Detto altrimenti: gettare lo sguardo oltre la linea di demarcazione del nichilismo che separa l’avvenuto svanimento, la svalutazione e la decadenza dei valori del vecchio mondo retto dalla metafisica, non significa per Jünger ritrovarsi hic et nunc nel nuovo mondo. E Jünger lo dice chiaramente: "l’attraversamento della linea, il passaggio del punto zero divide lo spettacolo; esso indica il punto mediano, non la fine. La sicurezza è ancora lontana".

 

Heidegger – che fin dagli anni trenta era stato un attento ed interessato lettore di Jünger e dal quale, non dimentichiamolo, aveva mutuato il concetto di tecnica – abbagliato dalla lettura del saggio Il lavoratore, nel 1955 dedica a Jünger, per il suo sessantesimo compleanno, il saggio intitolato Zur Seinsfrage (La questione dell’essere). In questo periodo, Heidegger era appena uscito dall’abisso delle letture e del confronto con Nietzsche, ed è evidente che il tema del nichilismo lo interessasse in modo particolare. Il cammino dei due pensatori tedeschi s’incrocia nuovamente.

 

I due problemi sui quali si era soffermato l'interesse speculativo di Heidegger per Jünger erano quelli della tecnica e della metafisica nietzschiana della volontà di potenza. E proprio da questi due punti prende le mosse, non senza forzature interpretative, la critica heideggeriana alle tesi di Jünger, rimproverato di non aver compreso appieno né la metafisica nietzschiana della volontà di potenza, né il carattere totale, planetario della forma del lavoro che altro non è che la volontà di potenza giunta, attraverso il dominio della tecnica, al suo stadio di avvenuta maturazione.

Secondo Heidegger – e qui sta la forzatura – Jünger, limitandosi ad una descrizione letteraria, non riesce a pervenire all’essenza del problema poiché trascura di metterlo in rapporto con la questione fondamentale: la questione dell’essere.

Infatti Heidegger, pur riconoscendo che Il lavoratore è "un’opera di peso", perché "mette in atto ciò di cui finora la letteratura nietzschiana si è mostrata incapace, ossia fornisce un'esperienza dell’ente e del modo in cui l'ente è, alla luce del progetto nietzschiano dell'ente come volontà di potenza”, osserva tuttavia che naturalmente con ciò “la metafisica di Nietzsche non è assolutamente capita nel modo del pensiero". In altre parole; secondo Heidegger ciò che Jünger non riesce a cogliere è proprio l'essenza del nichilismo.

 

Per Heidegger l’aver trascurato la questione fondamentale (la questione dell’essere) condanna la rappresentazione jüngeriana ad essere niente altro che un'avvincente descrizione letteraria del nichilismo. Descrizione che, alla stessa stregua dell’opera di Nietzsche, rimane prigioniera del nichilismo stesso senza oltrepassarlo. Coerentemente col suo punto di vista, Heidegger contende a Jünger la localizzazione della linea di demarcazione del nichilismo. "Lei guarda e procede al di là della linea; io mi accontento solo di volgere lo sguardo sulla linea da lei rappresentata".

Il termine über (oltre) nel titolo Oltre la linea (Über die Linie), secondo lui, deve essere inteso nel senso di un de linea (della linea, a proposito della linea) e non di un trans lineam (oltre la linea, al di là della linea). "Invece di volere oltrepassare il nichilismo, dobbiamo prima raccoglierci nella sua essenza (Wesen)". E l'essenza del nichilismo può essere colta solo in rapporto alla storia dell’essere. Nel fare la storia dell’essere, tuttavia,  quest’ultimo non può venire interpretato come pura e semplice presenza, come esserci dell’essere, come ente. Riducendo l’essere ad ente il pensiero occidentale, da Platone in poi, commette quel travisamento dell’essere, in senso metafisico, di cui è espressione la filosofia occidentale fino a Nietzsche. Quindi: dato che per Heidegger il contenuto essenziale della storia dell’Occidente è il nichilismo, scrivere la storia del pensiero metafisico equivale a scrivere la storia del nichilismo occidentale. Storia che, secondo questa interpretazione, prende le mosse dal travisamento platonico del vero senso dell’essere e giunge a compimento nel pensiero di Nietzsche. Alle origini della filosofia l’ente nella sua totalità era "lasciato-essere" e si scopriva come physis che per i greci antichi era l'essere stesso che si rivela, si presenta da sé.

A partire da Platone, invece, l'uomo diviene la "figura che si fa portatrice del progetto di padroneggiamento conoscitivo e operativo di tutto ciò che è" (Volpi), dando inizio alla storia della metafisica occidentale.

Il problema, come Heidegger farà notare nella Lettera sull'umanesimo, è che dai limiti e dalle inadeguatezze del linguaggio della metafisica – che identifica l’essere con l’ente, con l'oggetto, condannando l'essere all’oblio metafisico – non ci si libera con un colpo di spugna. Il linguaggio della metafisica è il "destino" stesso per cui l'essere si rivela nascondendosi, e quindi esso è qualcosa di più di un semplice "errore" teoretico. Per Heidegger questo celarsi dell’essere è riconducibile alla storia stessa dell’essere che a sua volta dipende dall’essere stesso. Visto da questa angolatura, il mondo contemporaneo, dominato dalla tecnica, coincide con l’avvenuto compimento della metafisica occidentale.

 

Per indicare l’essenza della tecnica Heidegger usa il termine "Gestell" (montatura), inteso come "essenza di ciò che è posto, artefatto, in contrapposizione a ciò che nasce e cresce spontaneamente, come gli enti per natura" (Volpi). La tecnica, "in quanto mobilitazione totale del mondo nella forma del lavoro, è la figura epocale in cui l’essere si manifesta e al tempo stesso si occulta al termine del destino metafisico dell’Occidente. Platonismo e nichilismo appaiono quindi a Heidegger come i due estremi dello stesso paradigma – la metafisica – ed entrambi vengono considerati come omogenei e funzionali all’essenza della tecnica. Questa è l’ultima forma di metafisica, cioè di platonismo, così come la metafisica è la preistoria della tecnica, cioè del nichilismo". (Volpi).

 

Negli anni '50, gli anni del dopoguerra, del boom economico, della ricostruzione e della guerra fredda, Heidegger non è l'unica voce a levarsi contro il dominio della tecnica. Nel 1951 appare il saggio di Günther Anders Kafka. Pro e contro, in cui il grande scrittore viene tratteggiato come una sorta di mistico nell’era della tecnica, un poeta sconvolto dalla "prepotenza del mondo reificato". Dello stesso periodo è anche il famoso romanzo di Aldous Huxley Il mondo nuovo, in cui il nuovo mondo non è altro che il vecchio privato della sfera politica e sottomesso al domino della tecnica, che ormai è in grado di programmare in provetta anche i destini e le professioni degli uomini. Nel 1953 viene dato alle stampe il saggio La perfezione della tecnica, scritto da Georg Jünger in risposta a Il lavoratore, nel quale suo fratello Ernst, non avendo ancora cambiato fronte, faceva l’apologia della tecnica sostenendo che essa raggiungerà il suo grado di perfezione quando sarà tecnicizzata anche l'interiorità dell’uomo, il soldato/lavoratore. Secondo Georg Jünger, invece, è proprio questa tecnicizzazione dell’interiorità a trasformare radicalmente i bisogni dell’uomo condizionandoli e limitandoli all’universo della tecnica, che si trasforma in una sorta di "Deus ex machina" che regge le sorti del pianeta.

L'attuale fase pandemica in cui è coinvolto il pianeta, oltre ad essere occasione per  riflessioni sui “reali benefici” della tecnica e del sistema capitalistico tout court che ne è alla base, cosa rappresenta se non una rivincita della natura sulla tecnica? È infatti necessario evidenziare come la pandemia e la rapidità della sua diffusione siano da ricollegarsi alla “standardizzazione delle condizioni di esclusione economica”.[1]

È bastato un microscopico virus per rimettere in discussione qualsiasi linea di superamento del nichilismo e spostarla ad infinitum.

 

 




[1]https://barraventopensiero.blogspot.com/2021/05/paradossi-e-aporie-della-pandemia-louis.html?spref=fb&fbclid=IwAR1qbXBPPVQps_BwtrZaA3gwhxDQyKCFpjsnftpnsyLqbT9ZW8DfpMYiVRQ

giovedì 6 maggio 2021

Problemi di linguaggio e di linguaccia

 





Il linguaggio inclusivo è un’ultima forma di esclusione perché s’illude di sconfiggere il dominio patriarcale senza superarlo. Anziché svuotarlo del potere che lo abita, lo indica al pubblico ludibrio come una vergogna immorale, una sorta di me too grafico che si limita, ossessivamente, al bigottismo di una denuncia esorcistica, senza altro effetto che la repressione confusionista del discorso scritto. Dietro una liturgia egualitaria che non va alla radice, questo esorcismo spettacolare conserva l’essenza del suprematismo maschilista (le parole continuano ad essere maschili o femminili, al massimo neutre, e il loro genere varia secondo le lingue; per l’orale, del resto, come la mettiamo?). Non si tratta di modernizzare il linguaggio ideologicamente, ma di rendere acratico l’uso che se ne fa.

Forse è inevitabile che prima di arrivare a distruggere il mostro che ci perseguita se ne brucino le icone proponendo – religiosamente, di fatto – solo un mostro alternativo al totemismo dominante. La componente binaria della stupidità umana non conosce dialettica, o troppo poco. Si accontenta dell’ideologia che è sempre un B dipendente dall’A che vorrebbe negare, facendo vincere simbolicamente il bene sul male, il paradiso sull’inferno, la merce sulla merce.

Non è stato un caso che gli ideologi del proletariato ne abbiano sognato la dittatura anziché l’auto abolizione emancipatrice, prima che il dominio di classe si pastorizzasse nella schiavitù radicale di un salariato finale che ha sconfitto la lotta del proletariato che la conduceva. La quale lotta, finale non è mai stata e non poteva esserlo visto che il senso della lotta sociale è l’inizio del nuovo e non la fine del vecchio; è il superamento, non la negazione.

Ce n’est qu’un début, continuons le combat” e soprattutto niente barricate spettacolari per far credere che si è già i soggetti carnevaleschi di un mondo nuovo quando lo si immagina sempre, purtroppo, in bianco e nero, come la morale, senza la ricchezza multicolore e festiva delle differenze.

La rabbia e l’insurrezione del femminile sono sacrosante e necessarie, ma meritano meglio di un asfittico linguaggio inclusivo, altro di una collera bi-millenarista, più conformista che impotente ma sintomaticamente maschilista, che si accontenta di storpiare le parole come brucia ogni tanto un po’ dell’abbondante spazzatura del vecchio mondo senza metterlo minimamente in pericolo. Le sparute bande di spazzini rivoluzionari che emergono dal nulla per poi ritornarvi, funzionano anzi da antibiotico che devitalizza il germe fragile della rivolta che si cerca, fino a spingere i servitori non ancora totalmente volontari a diventarlo, unendosi alle schiere dei seguaci idioti dello Stato al servizio del Mercato.

Resi diffidenti dalla rabbia becera e suprematista di qualche infima minoranza che non manca mai nel mondo statico del sopruso e dello sfruttamento diffusi, masse di potenziali individui autonomi ma bisognosi di una mutazione profonda, s’inginocchiano di fronte all’ignoranza coltivata, cercando nel potere dominante un’improbabile protezione da fantomatiche orde di barbari fanatici. In realtà, questi diavoli fantasticati, questi rivoltosi educati dall’oscurantismo capitalista alla competizione permanente, sono spesso soltanto degli arrabbiati spontanei e confusi, dei cosacchi appiedati vittime predestinate dell’alienazione e della reificazione. Spaccando qualche odioso feticcio del totalitarismo finanziario (oltre che, en passant, i coglioni di un popolo disprezzato e cornuto da tutti i poteri, ufficiali o alternativi che siano), finiscono per abbeverare i loro cavalli ideologici nella vita quotidiana disastrata dei sottomessi e degli addomesticati di cui cortocircuitano definitivamente il difficile processo di emancipazione da un super-io che li bombarda e li umilia quotidianamente.

I nemici autoproclamati della “patria” (quando non sono chiaramente inventati machiavellicamente da qualche piccolo Principe di una nazione falsamente democratizzata e ridotta a prostituirsi per lo Stato)[1] sono i suoi migliori alleati insieme ai gendarmi che li manganellano usandoli strategicamente da utili idioti. Non uno dei sovversivi piromani di cassonetti della spazzatura può davvero credere di operare per una rivoluzione sociale che viene solo dal superamento, non da distruzioni simboliche, senza domani e in fin dei conti nocive[2].

La rivoluzione spettacolare è un happening senza futuro laddove “no future” è una tragica constatazione morbosa, non un progetto. Nessun progetto, in effetti, per chi agisce nell’ambito del feticismo o dell’antifeticismo della merce. Non più di quanto ne abbiano le “orde” di tifosi pronti a combattere e a rischiare la vita per il Milan, il Real Madrid, la Juventus o il Paris St. Germain, mentre i loro idoli strapagati, dirigenti, presidenti, allenatori e giornalisti “complottano” per ridurre definitivamente il loro gioco preferito a una partita doppia borsistica senza pallone e senza senso, dove la noia è l’unica emozione che si accoppia con il denaro in un fuorigioco perpetuo.

Lo sport e il calcio in particolare, come la politica (panem et circenses), è un diversivo che occupa gli schiavi voyeuristicamente, escludendoli dalla pratica dell’uno come dell’altra. Che votino ancora o no, che vinca o perda la loro squadra del cuore, a vincere è sempre il portafoglio non dei credenti ma dei dirigenti e degli officianti, dai goleador mitici ai semplici chierichetti dello spogliatoio e della panchina il cui salario minimo si calcola comunque in milioni.

Nessuno dei rivoltosi senza rivoluzione che agitano le bandiere di un partito o di una squadra, arriva neppure a immaginare un mondo umano senza vincitori né vinti. La disumanità di questi sconfitti ai quali l’oligarchia concede ogni tanto quindici minuti di celebrità in un carnevale con la maschera da vincitori, è un’optional della disumanità generalizzata che rimuovono senza combatterla.

Per qualunque servitore volontario, e ancor meglio se caratterialmente fascista di destra o di sinistra, chiunque osi anche solo sognare un mondo umano è un illuso e in fin dei conti un nemico in un mondo di soli nemici. Mors tua, vita mea: viva la muerte! I soli alleati, come in ogni esercito, sono i camerati che combattono lo stesso nemico. Niente di più. La comunità in quanto progetto non esiste e ne prende il posto un comunitarismo fondato su dogmi, divieti, totem, tabù e gerarchie. Esattamente come avviene da sempre nel mondo dominante produttivista e suprematista.

È contro questo magma purulento e ormai diffuso su tutto il pianeta che bisogna battersi; contro questa peste emozionale e sociale che osa chiamarsi civiltà e denomina in francese “sauvageon[3] chiunque le si opponga. A che scopo un linguaggio inclusivo nei nostri mail, SMS o altre sacre ostie ingoiate a ogni ora del giorno e della notte di una sopravvivenza sempre più miserabile per gli uomini quasi quanto per le donne? La coscienza umana in fieri (ma è suo/nostro interesse far presto, prima che sia troppo tardi) è ormai costretta a confrontarsi con la fine programmata della vita organica.

La rivoluzione digitale comporta una dose spaventosa di controrivoluzione perché è portatrice della soluzione finale dell’economia politica. Il potere pandemico di questa teologia economicista va distrutto nelle nostre vite rimettendole al centro di un progetto di società organica autogestita collettivamente e individualmente. In proposito, nessun vaccino è in vista, né probabile o auspicabile. Soltanto la nostra coscienza – di ognuna, di ognuno e di tutti, insieme alle decisioni che essa comporta – potrà risolvere questo problema sociale maggiore che ci impedisce di vivere.

Sergio Ghirardi Sauvageon, 1 maggio 2021



[1] Se Machiavelli tornasse oggi sarebbe accalappiato nelle spire del complottismo di cui l’anticomplottismo è il peggior prodotto. In realtà è stato un precursore dei lanceurs d’alerte, assolutamente lucido dei meccanismi di potere più che mai attuali, senza bisogno d’inventarsi complotti di nessun genere. Il capitalismo, ultimo figlio del produttivismo, non fa che concludere il processo di artificializzazione della vita iniziato settemila anni fa. Altro che complotto, sette di illuminati, extraterrestri e altri deliri!

[2] Fuggendo una volta di più la logica binaria (pacifismo/lotta armata) sono d’accordo con Raoul Vaneigem quando parla di “guerriglia demilitarizzata”. R. Vaneigem, Ritorno alla base, Nautilus 2021.

[3]) Il termine è usato e abusato con una connotazione di disprezzo paternalista e suprematista, nel senso di ignorante, incivile, primitivo, riprendendo gli schemi classici del bravo colonialista di fronte al cattivo “selvaggio”.




Problèmes de langage et de mauvaise langue

Le langage inclusif est une dernière forme d’exclusion car il cultive l’illusion de vaincre la domination patriarcale sans la dépasser. Au lieu de la vider du pouvoir qui l’habite, il l’indique à la moquerie publique comme une honte immorale, une sorte de me too graphique qui se limite, obsessionnellement, au bigotisme d’une dénonciation exorciste, sans autre effet que la répression confusionniste du discours écrit. Derrière une liturgie égalitaire qui ne va pas à la racine, cet exorcisme spectaculaire garde l’essence du suprémacisme machiste (les mots sont toujours masculins ou féminins, voire neutres, et leur genre change selon les langues ; pour l’oral, d’ailleurs, que faire ?). Il n’est pas question de moderniser la langue de façon idéologique, mais d’en faire un usage acratique.

C’est, peut-être, inévitable, avant d’arriver à détruire le monstre qui nous hante, que ses icônes soient brûlées, en proposant – religieusement, en fait – uniquement un monstre alternatif au totémisme dominant. La composante binaire de la stupidité humaine ne connaît pas de dialectique, ou si peu. Elle se contente de l’idéologie qui est toujours un B dépendant du A qui voudrait nier, en faisant gagner le bien sur le mal, le paradis sur l’enfer, la marchandise sur la marchandise.

Les idéologues du prolétariat n’ont pas rêvé par hasard la dictature de celui-ci en lieu de son auto abolition émancipatrice, avant que la domination de classe ne se pasteurise dans l’esclavage radical d’un salariat final qui a vaincu la lutte menée par le prolétariat. Une lutte qui, en fait, n’a jamais pu être finale car le sens de la lutte sociale est le début du neuf et non pas la fin du vieux ; c’est le dépassement et non pas la négation.

Ce n’est qu’un début, continuons le combat” et surtout pas de barricades spectaculaires pour faire croire qu’on est déjà les sujets du carnaval d’un monde nouveau qu’on imagine, hélas, toujours en noir et blanc, comme la morale, sans la richesse multicolore et festive des différences.

La rage et l’insurrection du féminin sont sacrosaintes et nécessaires, mais elles méritent mieux qu’un langage inclusif étouffant, autre chose qu’une colère bi millénariste, plus conformiste qu’impuissante, mais symptomatiquement machiste, qui se contente de déformer les mots ainsi qu’elle brule, ici là, un brin de l’abondante poubelle du vieux monde sans mettre celui-ci aucunement en danger. Les maigres bandes d’éboueurs révolutionnaires qui émergent de nulle part, puis y reviennent, fonctionnent même comme un antibiotique qui dévitalise le germe fragile de la révolte qui se cherche, au point de pousser les serviteurs pas encore totalement volontaires à le devenir, en rejoignant les rangs des suiveurs idiots de l’Etat au service du Marché.

Rendus méfiants par la colère vulgaire et supremaciste d’une minuscule minorité qui ne faillit jamais dans le monde statique des abus et de l’exploitation généralisés, des masses d’individus potentiellement autonomes mais besogneux d’une mutation profonde, s’agenouillent face à l’ignorance entretenue, en cherchant dans le pouvoir dominant une improbable protection contre des hordes fantomatiques de barbares fanatiques. En fait, ces diables fantasmés, ces furibonds éduqués par l’obscurantisme capitaliste à la compétition continue, ne sont souvent que des enragés spontanés et confus, des cosaques à pied victimes prédestinées de l’aliénation et de la réification. En détruisant quelques fétiches haïssables du totalitarisme financier (et cassant aussi, en passant, les couilles d’un peuple méprisé et cocu par tous les pouvoirs, officiels ou alternatifs qu’ils soient), finissent par abreuver leurs chevaux idéologiques dans le quotidien délabré des soumis et des domestiqués dont ils court-circuitent définitivement le difficile processus d’émancipation d’un surmoi qui les bombarde et les humilie au quotidien.

Les ennemis autoproclamés de la « patrie » (quand ils ne sont pas clairement inventés de façon machiavélique par quelques petits Princes d’une nation faussement démocratisée et réduite à se prostituer pour l’Etat)[1] sont ses meilleurs alliés, pêle-mêle avec les CRS qui les tabassent en les utilisant stratégiquement comme des idiots utiles. Pas un seul des subversifs incendiaires de poubelle peut vraiment croire d’œuvrer pour une révolution sociale alors que celle-ci vient uniquement par le dépassement, jamais par des destructions symboliques, sans lendemain et finalement nuisibles[2].

La révolution spectaculaire est un happening sans futur la où « no future » est un tragique constat morbide et non pas un projet. Aucun projet, en fait, pour ceux qui agissent dans le domaine du fétichisme ou de l’anti fétichisme de la marchandise. Pas plus que pour les « hordes » de tifosi prêts à se battre et risquer leur peau pour le Milan, le Real Madrid, la Juventus ou le Paris St. Germain, alors que leurs idoles ultra payés, dirigeants, présidents, entraineurs et journalistes « complotent » pour réduire définitivement leur jeu préféré à une joute boursière sans ballon ni sens, où l’ennui est la seule émotion qui s’accouple avec l’argent dans un hors-jeu perpétuel.

Le sport et le football en particulier, comme la politique (panem et circenses) est une diversion qui occupe les esclaves de façon voyeuriste, en les excluant de la pratique de l’une comme de l’autre. Qu’ils votent encore ou pas, que leur équipe bienaimée gagne ou perd, à gagner est toujours le portefeuille non pas des croyants mais des dirigeants et des officiants – des mythiques goleadors aux simples enfants de cœur du vestiaire et du terrain dont le smic se calcule toujours en millions.

Aucun des émeutiers sans révolution qui agitent les drapeaux d’un parti ou d’une équipe, n’arrive même pas à imaginer un monde humain sans gagnants ni perdants. L’inhumanité de ces vaincus auxquels l’oligarchie octroie parfois quinze minutes de célébrité dans un carnaval avec le masque du vainqueur, est un optional de l’inhumanité généralisée qu’ils refoulent sans la combattre.

Pour n’importe quel serviteur volontaire, encore mieux si caractériellement fasciste de droite ou de gauche, quiconque ose même rêver d’un monde humain se trompe et est finalement un ennemi dans un monde peuplé d’ennemis seulement. Mors tua, vita mea: viva la muerte! Comme dans toute armée, les seuls alliés sont les camarades combattant le même ennemi. Rien de plus. La communauté en tant que projet n’existe pas et un communautarisme basé sur des dogmes, des interdictions, des totems, des tabous et des hiérarchies prend sa place. Exactement comme cela a toujours été le cas dans le monde productiviste et supremaciste dominant.

C’est contre ce magma purulent et désormais répandu sur toute la planète qu’il faut se battre ; contre cette peste émotionnelle et sociale qui ose s’appeler civilisation et qui dénomme sauvageon[3] quiconque s’oppose à elle. A quoi bon l’invention tordue d’un langage inclusif dans non emails, SMS ou autres hosties sacrées avalées à chaque heure du jour et de la nuit d’une survie de plus en plus misérable pour les hommes presque autant que pour les femmes ? La conscience humaine en devenir (mais c’est son/notre intérêt de faire vite avant qu’il ne soit trop tard) est désormais obligée de se confronter avec la fin programmée de la vie organique.

La révolution digitale comporte une dose effrayante de contrerévolution car elle est porteuse de la solution finale de l’économie politique. Il faut détruire le pouvoir pandémique de cette théologie économiste dans nos vies en remettant celles-ci au centre d’un projet de société organique autogérée collectivement et individuellement. A ce propos aucun vaccin n’est en vue, ni probable ou souhaitable. Seule notre conscience – de chacun, de chacune et de tous, avec les décisions qu’elle implique – pourra résoudre ce problème social majeur qui nous empêche de vivre.

Sergio Ghirardi Sauvageon, 1 mai 2021



[1] Si Machiavel revenait, il serait aujourd’hui pris dans les tentacules du complotisme dont l’anticomplotisme est le pire produit dérivé. En fait Machiavel fut un précurseur des lanceurs d’alerte, absolument lucide à propos des mécanismes de pouvoir plus que jamais actuels, sans besoin de s’inventer aucun complot. Le capitalisme, dernier enfant du productivisme, ne fait qu’achever le processus d’artificialisation de la vie commencé il y a sept mille ans. Rien à faire avec un complot, avec des sectes d’Illuminati, extraterrestres et autres délires !

[2] En fuyant, une fois de plus, la logique binaire (pacifisme/lutte armée), je suis d’accord avec Raoul Vaneigem quand il parle de « guérilla démilitarisée ». R. Vaneigem, Retour à la base, Alterlivres 2021.

[3] Le terme est utilisé et abusé avec une connotation de mépris paternaliste et supremaciste, dans le sens d’ignorant, non civilisé, primitif, en reprenant les schémas classiques du bon colonisateur face au mauvais « sauvage ».

sabato 1 maggio 2021

PARADOSSI E APORIE DELLA PANDEMIA Louis, Colmar

 




 

Questo testo un po'complesso e con qualche complicazione, coglie secondo me dei punti radicalmente importanti nella lettura della situazione, permettendo di sottrarsi a quella logica binaria che produce frotte contrapposte di utili idioti. Vi farete il vostro parere. Io ve l'ho tradotto con piacere, come al solito.

Traduzione dal francese di Sergio Ghirardi Sauvageon dal sito En finir avec ce monde.

 

La società moderna si caratterizza oggi attraverso una doppia disfatta: essa ha distrutto la dimensione collettiva, “olistica”, del vivere insieme che ha distinto tutte le civiltà precedenti e ha reso patente lo scacco dell’individualismo asociale che aveva segnato l’utopia dal suo sviluppo fino alla fine del ventesimo secolo.

Il cuore della coscienza sociale riposa in gran parte su una specie di consenso non formulato, su concetti e nozioni largamente al di qua della coscienza, su una risonanza senza parole, senza parole davvero adeguate... Ci sono periodi della vita delle società in cui questa coscienza sociale, mutevole, dinamica, trova delle espressioni e delle formulazioni più o meno largamente ed esplicitamente condivise; altre, come la nostra, in cui le parole soffrono nel rendere conto della realtà percepita. Ci sono periodi in cui le parole e i discorsi girano letteralmente a vuoto e danno soltanto l’impressione di fare buchi nell’acqua.

Nel contesto dell’ideologia dominante, la solitudine, la povertà relazionale sono essenzialmente il risultato dell’esclusione dai circuiti economici. Uno dei rari “meriti” della crisi sanitaria è senza dubbio di permettere di precisare questo meccanismo: nella misura in cui una larga frangia dell’economia prospera sulla distruzione delle relazioni sociali dirette, nonostante il covid, si arriverà forse a concludere che la distruzione dei legami sociali non ha per origine il covid, il quale non è neppure il pretesto del loro impoverimento... Siamo qui di fronte a uno straordinario inconveniente: il tentativo di giustificare l’impoverimento continuo e permanente dei legami sociali dovuto allo sviluppo “normale” dell’economia in nome del necessario ma provvisorio e congiunturale distanziamento fisico interumano provocato dalla crisi sanitaria.

Il fatto di non differenziare questi due obiettivi contraddittori, la desocializzazione economica e il distanziamento fisico sanitario, è politicamente devastatore: si vede chiaramente che è interesse evidente degli attori dominanti mantenere con forza questa confusione, quest’amalgama, questa nebbia e dissimulare l’una dietro l’altro.

*

Il mito del progresso vedeva l’avvenire come l’orizzonte radioso dell’umanità, la sua inversione nelle diverse varianti della collapsologia vede, al contrario, l’avvenire come il suo orizzonte dantesco. Il punto comune tra i due è che c’è effettivamente una zona tampone, una temporalità irriducibile tra il presente e questa attesa escatologica, un campo temporale che conviene dissodare, in un senso o in un altro, per far avvenire o no un orizzonte teleologicamente determinato, predeterminato.

La crisi del covid ci permette forse di riconsiderare questa temporalità. Mi sembra che ci permetta di poter finalmente considerare che il punto di svolta dell’orizzonte di attesa di tutte le narrazioni storiche che hanno cercato di strutturare il nostro presente è ormai chiaramente alle nostre spalle. In altre parole, questo punto di svolta tanto temuto o sperato, non l’abbiamo visto passare collettivamente! Questo punto di svolta non è più situato in un avvenire anche prossimo, come ci allertano per esempio le narrazioni ecologiste, è ormai dietro di noi: è infine quel tempo di latenza tra il presente e un punto di rottura futuro che può essere considerato come l’ultimo alibi inventato dal sistema per gestire la sua vita.

Come con la freccia di Zenone che non raggiunge mai il bersaglio, siamo presi in un errore di ragionamento simile che c’impedisce di vedere che abbiamo superato il punto di svolta, quel punto a partire dal quale le logiche del passato non rendono più realmente conto del presente, sono nell’incapacità di riempire lo scarto crescente tra il risentito e il formulato che esse rendono possibile e contemporaneamente limitano.

La catastrofe ha già avuto luogo, non è più in arrivo davanti a noi, a 

venire, ma già bella e fatta. Si può forse del tutto evitare di mettere in relazione l’emergenza di una pandemia con l’aggravarsi dell’impoverimento della bio diversità del pianeta da parte di un capitalismo che imperversa ormai dappertutto, evitare di mettere in relazione l’aumento della velocità di diffusione della pandemia – qualche mese per ritrovarla su tutti i continenti – con la standardizzazione delle condizioni di esistenza o almeno la standardizzazione delle condizioni di esclusione economica?

Sarei tentato di fare un parallelo, un’analogia, tra la diffusione esponenziale del virus e lo sviluppo degli uragani giganti. Nello stesso modo in cui il cambiamento climatico produce una dispersione dei fenomeni estremi (aumento delle differenze tra picchi di calore e di freddo, crescita della misura e delle capacità distruttive dei cicloni, ecc.), il cambiamento economico conduce ugualmente a un approfondimento dell’ampiezza delle disuguaglianze e della scala di aggiustamenti periodici (aumento fenomenale della dimensione e della potenza dei grandi gruppi mondiali contemporaneo a un’esplosione di nano imprese uberizzate, impennata stratosferica degli interessi finanziari e concomitante aggravamento delle difficoltà di semplice sopravvivenza, ecc.). Lo stesso tipo di ragionamento potrebbe applicarsi alle pandemie: le epidemie sono, infatti, sempre esistite, quello cui stiamo assistendo è il loro allargamento spaziale in sequenze temporali sempre più corte – si potrebbe persino ipotizzare che il declino della biodiversità globale potrebbe portare a una riorganizzazione selvaggia e moltiplicata nel suo complesso a partire dal basso, cioè a livello microbico.

Penso sia un errore dire che la pandemia rinforza i poteri stabiliti perché la sua diffusione segue le linee di debolezza del sistema e le aggrava; ed è appunto per tentare di contenere queste fratture che le istituzioni consolidate tentano universalmente di scongiurare il loro straripamento con misure di contenimento e con l’aggiunta di un irrigidimento di tipo poliziesco per cercare di arginare il “rumore” sociale che sale dagli interstizi, dal fessurarsi sempre più percepibile delle convenzioni stabilite. Una cosa è che questi irrigidimenti delle misure di sicurezza siano conseguenza di una data percezione dei problemi, un’altra che ne misurino una pertinente adeguatezza.

Penso che un movimento come quello dei Gilets jaunes non sia comprensibile come una specie di “ritorno del rimosso”, come una specie di rinascita di una tradizione di lotta che sarebbe stata sepolta sotto le promesse ingannevoli di un consenso consumistico, quanto, piuttosto, come l’irruzione sulla piazza pubblica di un nuovo paradigma di distanziamento in rapporto all’esistente dovuto alla fine prevedibile di un blocco delle coscienze da parte delle tradizioni politiche della modernità. I GJ potrebbero essere sul piano sociale quel che è la diffusione massiccia dell’astensione sul piano politico, conseguenza dell’aumento quasi generale della diffidenza nei confronti di tutti i quadri amministrativi che abbiamo ereditato. In questo processo domina la dissoluzione, la disgregazione, la sfiducia, l’incapacità di identificarsi con le grandi tradizioni che definivano, sia positivamente che negativamente, un potenziale di normalità.

*

L’ultima operazione di manipolazione ideologica in corso sembra essere la sottolineatura del “disagio” psicologico dei giovani, lasciando credere che se gli studenti potessero riprendere i corsi nelle loro classi, l’ordine delle cose ritroverebbe il corso radioso della normalità. Va di moda iniziare a chiamare gli attuali gruppi in età scolastica “generazione perduta” perché non possono approfittare a fondo di tutta la potenza di formattazione che è loro consacrata. Tuttavia, la crisi del covid rivela che non è in primis l’isolamento che colpisce tutti a gradi diversi, ma la disperazione delle “normali” condizioni di esistenza che rinchiudono la gente in appartamenti di 9 metri quadri, famiglie intere in spazi interni ristretti, in quartieri e zone urbane relegate, in spazi che si pretendono collettivi e che sono desocializzati (le strade, le zone commerciali, i trasporti, ecc.). Il confinamento sanitario è duro da sopportare in primo luogo perché le condizioni della vita e della socialità quotidiana, pretese come normali, sono estremamente degradate e indegne. Non è tanto il confinamento che è scandaloso quanto le condizioni di sopravvivenza preesistenti al covid che erano già inammissibili precedentemente: il covid non fa che mettere in evidenza lo scacco del funzionamento normale della società precedente al covid. La mistificazione consiste nel mettere sul dorso del covid le conseguenze del modo di funzionamento “normale” della società, conseguenze in generale semplicemente amplificate dalla crisi sanitaria.



Fin dall’inizio io parto dal principio che il confinamento e il distanziamento fisico (anche se il loro contenuto e i loro limiti dovrebbero potersi discutere) sono una soluzione antitecnologica, su scala umana, che implica la responsabilità individuale di ciascuno nell’abbordare la basilare e necessaria gestione della crisi sanitaria. Il grosso problema è che confinamento e distanziamento, come sono attuati, sono soltanto modalità di default, nell’attesa di una risposta tecnologica, massiccia e unilaterale, che evita d’interrogarsi sulla coerenza preesistente dello stato effettivo della socializzazione residua. È soltanto perché il confinamento è concepito dalle istanze statali come una soluzione d’attesa che la questione di un approccio democratico ai suoi vincoli è blindata. Poiché le nostre società sono diventate dei mostri tecnici – altrettanto nella materialità del processo di produzione e di distribuzione che nei loro processi amministrativi e burocratici di gestione e di organizzazione –, si assiste, di fatto, a un abbassamento drastico della soglia di resilienza che permette di mantenere il loro funzionamento “normale”. Il funzionamento dell’ospedale è qui un esempio paradigmatico: il minimo imprevisto sanitario appena significativo corre il rischio di mettere, o mette effettivamente, il sistema globale a terra.

Penso che l’arresto (relativo) del sistema economico messo in atto dalla crisi sanitaria a livello mondiale abbia qualcosa a che vedere con un blocco del funzionamento just in time[1] della macchina economica globale. È perché il covid rischiava di disorganizzare il funzionamento globale dell’economia che le strategie di confinamento sono state attuate, l’emergenza possibile di tensioni sociali essendo beninteso un elemento chiave di questa disorganizzazione – sia che queste tensioni emergano dal superamento di un numero “inaccettabile” di malati e di morti oppure da una non accettazione delle misure profilattiche attuate, giacché i livelli di accettabilità di questi due elementi restano in gran parte ignoti. Gli irrigidimenti sulla sicurezza sono delle risposte a questi dati sconosciuti, risposte necessariamente approssimative che permettono di misurare la paura vissuta dalle istituzioni di un possibile trabocco: quando alcuni affermano che “la paura deve cambiare campo” bisogna interpretare la cosa in senso letterale, cioè che sono i potenti che devono esorcizzare la loro paura.

È notevole che il covid sia un evento su scala planetaria, ma che continui a essere interpretato solo su scala nazionale: ciò è particolarmente sorprendente riguardo alle strategie di vaccinazione dove “ognuno per sé prima di tutto” rafforza la guerra commerciale di Big Pharma (pur con una sfumatura particolare per la strategia europea).

Quel che rivela questa crisi presentata come essenzialmente sanitaria, è l’incapacità ormai raggiunta dal sistema globale d’incassare il minimo imprevisto appena significativo, con l’intensità di questo dato sintomatico, del resto, in costante ribasso; l’integrazione economica globale è stata spinta così lontano che ormai il minimo inconveniente tecnico concernente un subappaltatore qualunque può bloccare il pianeta, come il volo di una farfalla che potrebbe scatenare una tempesta dall’altra parte del globo.

Mi pare proprio che non sia il politico che ha fermato l’economia, in pretesa aperta contraddizione con una pratica ricorrente e continua che, dall’inizio dell’era moderna, non ha fatto che aumentare la sottomissione crescente delle preoccupazioni riguardanti l’umano a preoccupazioni astratte di potenza. La situazione non è cambiata con il covid, come dimostra ampiamente la continuazione e l’intensificazione della digitalizzazione dell’economia. L’arresto, molto relativo, dell’economia è la conseguenza dell’incapacità d’introdurre una dose troppo forte di aleatorio nel funzionamento “normale” delle catene planetarie di valore. Per fare un esempio, farei riferimento a una rete di treni: se è in panne solo qualche locomotiva il disordine sarà limitato, ma non ci vuole molto, però, perché tutto il piano globale di corrispondenze e di piani di circolazione diventi impraticabile; nel qual caso resta più semplice fare un “shut down” il più ordinato possibile... Dunque secondo me, sarebbe piuttosto la disorganizzazione economica che, introducendo un numero aleatorio di malati e di decessi nel funzionamento dei cicli normalizzati e interdipendenti di lavoro, spiegherebbe le strategie politiche di rallentamento controllato dell’economia e, forse ancor di più, le strategie di controllo della circolazione del virus; virus trattato come un problema particolare di gestione della fluidità funzionale globale del sistema.

Parlando di malati, si fa essenzialmente sempre riferimento alla capacità degli ospedali di trattare in modo ottimale il flusso di pazienti da trattare, la crisi sanitaria restando strutturalmente una questione tecno amministrativa: se gli ospedali fossero in grado di sostenere lo choc non ci sarebbe, forse, più alcuna ragione d’interrogarsi sul covid e sulla disorganizzazione del sistema-mondo di cui è un rivelatore? Si tratta anche e altrettanto, però, di saper gestire in modo ottimale le assenze causate dalla pandemia nei cicli produttivi, assenze che riguardano sia gli uomini sia gli altri fattori.

L’insistenza posta sulla dimensione medica e psicologica della pandemia può assolutamente dipendere da un’incapacità ideologica nel capire la dimensione sociale della salute [vedi il concetto di sindemia][2], il che non toglie che il fatto d’inventare politicamente un “problema sanitario” totalmente slegato dal funzionamento generale della società, è tutt’altro che innocente: “l’assegno psy[3] tirato fuori dal cilindro per gli studenti, ubbidisce a una logica funzionale precisa, rendere, cioè, invisibili tutte le ragioni sociali all’origine del malessere e tentare d’isolare un problema vissuto, ampiamente condiviso, nel quadro ristretto di una categoria sociale limitata e ridotta alla sua espressione individualistica più semplice.

Il rifiuto ostinato delle élites di concedere la sia pur povera estensione dello RSA[4] a tutta la popolazione adulta ha come origine il rifiuto ideologico di ammettere il fallimento della capacità effettiva del sistema d’insegnamento ad assicurare l’integrazione economica dei giovani e, simmetricamente, di ammettere l’incapacità dell’economia globale di permettere una vera integrazione sociale per tutti, indipendentemente dalla questione dell’insegnamento. La logica dell’assegno psy è chiaramente quella di tentare di medicalizzare un problema sociale svicolando con una strategia d’individualizzazione e di colpevolezza indiretta: è anche il senso e la funzione delle innumerevoli “cellule di sostegno psicologico” messe in moto alla minima occasione per tentare di soffocare, ridurre, sciogliere i nodi strutturali di conflittualità in un senso unilaterale. Non resisto alla certo facile tentazione di collegare le “cellule” di sostegno psicologico con le “cellule” carcerarie o con quelle monacali, senza dimenticare il cellulare (i telefoni portatili in italiano), in quanto utensili di distanziamento sociale. Senza dubbio è quel che si dice curare il male con il male... Più in generale, la gestione dello RSA (4assomiglia a una sorta di ultimo baluardo, a una forma di esorcismo, non per alleviare un po’ le più vistose miserie materiali, ma per salvaguardare ancora un po’ una parvenza di coesione ideologica attorno al lavoro.

Tutta la gestione effettiva della società moderna andava già nel senso del distanziamento sociale, tranne che questo distanziamento era finora una conseguenza indiretta della sua dinamica: la gestione della crisi sanitaria fa soltanto emergere questa caratteristica in primo piano, non fa che renderla cosciente, evidente. Il sistema non cambia logica, contrariamente a quel che pretende; tutte le pesanti tendenze di distanziamento sociale esistenti prima dell’emergere del coronavirus erano già in azione ed escono, di fatto, rinforzate da questa sequenza. È sbagliato affermare che il covid serva da pretesto per instaurare la desocializzazione, che sia lo strumento di un nuovo livello di desocializzazione, ciò che spinge persino alcuni ad affermare l’inesistenza effettiva del virus in nome di una presa di coscienza di questa desocializzazione – che spunterebbe per così dire dal nulla. Si deve invece sottolineare che il covid diventa il rivelatore dell’impossibilità di spingere la desocializzazione già realizzata molto più lontano di quanto già sia. Questa desocializzazione ha già raggiunto, secondo me, un livello, un limite strutturale che rende impossibile di prospettare un ritorno troppo semplice a uno statu quo anteriore.

Il rifiuto della desocializzazione dev’essere condotto in nome della logica strutturale del sistema e non per ragioni che dipendono soltanto dalle modalità di gestione della crisi sociale vista sotto il ristretto aspetto sanitario, la cui risoluzione passa contemporaneamente per un inevitabile ma temporaneo (almeno si spera) distanziamento fisico e per una ridefinizione di quel che costituisce o dovrebbe costituire la base di una nuova socializzazione. Le diverse forme di confinamento orchestrate dagli Stati devono servire a denunciare le logiche di desocializzazione alla base dello sviluppo della modernità. Con la precisazione, però, che le attuali strategie di contenimento messe in atto per cercare di controllare la pandemia sono solo la goccia di troppo, quella che fa traboccare il vaso anche se, lo ripeto, un minimo di distanziamento fisico (da distinguere imperativamente dal distanziamento sociale) dev’essere operato in modo congiunturale. La negazione occasionale della realtà stessa della pandemia è tutt’altro che aneddotica, essa ubbidisce a una profonda razionalità e traduce una relazione acritica al sistema fondata su un’inversione “semplicistica” di valori. La mancata distinzione tra questi due momenti equivale, in ultima analisi, a negare la pandemia oppure a negare la logica di desocializzazione già clandestinamente all’opera da troppo tempo; equivale dunque a sostenere ancora una volta la logica sociale dello Stato, vietando di fare il passo di lato capace di rovesciare la prospettiva.

Mentre la modernità si è costruita su una separazione netta tra il politico e l’economico, almeno sul piano filosofico, sul piano delle rappresentazioni, la presente pandemia e le risposte che suscita non segnano in alcun modo un “ritorno” del politico sulla scena: la pandemia è solo il rivelatore della fine di una ripartizione tradizionale e concordata dei poli del politico e dell’economico; essa segna soltanto, se non un fallimento, almeno, come minimo, una ridefinizione di un equilibrio secolare, non nel senso dello spostamento di un cursore della loro potenza rispettiva, ma, secondo me, nel senso di una ridefinizione all’opera del loro comune “contenitore” storico. Più che un ritorno del politico, quel che forse emerge dall’attuale sequenza è piuttosto l’emergenza pratica del fallimento filosofico della loro separazione che ha fondato il mondo attuale.

La negazione dell’autonomia dell’economia non può essere compensata da una riaffermazione del politico: autonomia dell’economia e autonomia del politico sono storicamente complementari. La logica dell’economia riposa sulla desocializzazione dei rapporti umani, mentre la logica del politico si fonda specularmente sulla presa di distanza da questa desocializzazione attraverso l’organizzazione dell’autonomia del campo economico. Quel che fa l’originalità della crisi sanitaria è l’emergenza di una totale commistione tra il campo del politico e quello dell’economia mentre la modernità si era precisamente costruita sulla loro separazione. L’incapacità della logica economica nel rendere conto della realtà è stata sovente sottolineata; lo è stata meno, invece l’incapacità simmetrica della logica politica nel fare la stessa cosa; a partire da ciò, diventa ugualmente inconseguente voler considerare che la logica statale sarebbe più adeguata per riuscire a costituire un’alternativa a-economica e a-politica. La logica dello Stato è, in effetti, un risultato dell’autonomia storica del campo politico da quello economico, autonomia da cui resta dipendente.

L’economia funziona, di fatto, come una collettività integrata nel nome di un’ideologia individualista, mentre il politico funziona, di fatto, a rovescio, su una base individualista in nome di un’ideologia collettiva. Il politico ha difeso una visione particolare del collettivo con la logica di un individualismo desocializzato, mentre l’economico ha difeso una visione particolare dell’individualismo con la logica di un collettivo desocializzato. La separazione tra il politico e l’economico riposa dunque su una cesura particolare tra queste due dimensioni dell’esistenza: la crisi del presente può dunque essere letta come una crisi di questa cesura, come una crisi di legittimazione di questo equilibrio che ha fondato la modernità.

La crisi del covid e del suo trattamento segna un’inversione perversa di quest’antico statu quo: si assiste al crollo della dimensione individualista, associata alla cittadinanza, nella crisi del campo politico che si esprime con la negazione di un certo principio di responsabilità e di autonomia individuale per creare, porre in essere, un’individualizzazione disincarnata e priva di ogni sostanza. È questa individualità spersonalizzata, privata di soggettività, che fa l’oggetto di misure di confinamento, che è anche l’oggetto della legge sulla “sicurezza globale”, creando negativamente un falso collettivo, un collettivo per così dire vuoto, privo di senso. Al contrario, si può altrettanto considerare che anche la dimensione “collettiva” incarnata nell’economico si è dissolta in un collettivo disincarnato e reso totalmente astratto, rivelando una falsa individualità, un individuo, per così dire, vuoto.

Di fronte a questa doppia situazione di deliquescenza che coniuga un’erosione del collettivo e contemporaneamente un’erosione dell’individuale, diventa possibile intendere l’azione dello Stato come dovuta piuttosto a una strategia di contenimento – maldestramente preventiva e goffamente difensiva –; come una deriva dalle conseguenze imprevedibili per lo scioglimento di una specie di permafrost della normalità istituzionalizzata – da non interpretare come una sorta di carica, spada in pugno e bandiere al vento, per approfittare militarmente di una forma falsamente apparente e superficiale di sgomento e di anestesia della popolazione. Il che non giustifica assolutamente il carattere inaccettabile di quest’accentuazione securitaria.

 

Louis, Colmar, 3 febbraio 2021


 





[1] Metodo industriale inventato da Toyota che implica l’abbandono volontario dello stoccaggio di pezzi di ricambio. Atteggiamento applicato alla salute pubblica con l’eliminazione crescente di letti, respiratori e maschere di protezione (NdT).

[2] Questo concetto di sindemia in relazione al covid è stato difeso nel settembre 2020 da Richard Horton, caporedattore della rivista The Lancet – articolo tradotto e disponibile sul sito “Et vous n’avez encore rien vu” – nota addizionale del 9/2/21.

[3] Assegno psicologico, sussidio elargito dal governo francese agli studenti psicologicamente in crisi per la pandemia (NdT).

[4] Revenu de Solidarité Active, sussidio di sostegno agli indigenti (NdT).



Paradoxes et apories de la 

PARADOXES ET APORIES DE LA PANDEMIE

 

La société moderne, aujourd’hui, se caractérise par un double échec : elle a détruit la dimension collective, « holiste », du vivre-ensemble qui a marqué l’ensemble des civilisations précédentes, et elle a rendu patent l’échec de l’individualisme asocial qui avait marqué l’utopie de son développement jusqu’à la fin du XXe siècle.

Le cœur de la conscience sociétale repose en grande partie sur une sorte de consensus informulé, sur des concepts et des notions largement en-deçà de la conscience, sur une résonance sans mots, sans mots véritablement adéquats… Il y a des périodes de la vie des sociétés où cette conscience sociétale, mouvante, dynamique, trouve des expressions et des formulations plus ou moins largement et explicitement partagées ; il en est d’autres, comme la nôtre, où les mots peinent à rendre compte de la réalité ressentie. Il est des périodes où les mots et les discours tournent littéralement à vide et donnent seulement l’impression de brasser du vent.

Dans le contexte de l’idéologie dominante, la solitude, la pauvreté relationnelle, sont pour l’essentiel la résultante de l’exclusion des circuits économiques. Un des rares « mérites » de la crise sanitaire est sans doute de permettre de préciser ce mécanisme : dans la mesure où une large frange de l’économie prospère sur la destruction des relations sociales directes malgré le covid, peut-être en arrivera-t-on à conclure que la destruction des liens sociaux n’a pas pour origine le covid, qu’il n’est même pas le prétexte de leur appauvrissement… On a ici affaire à un extraordinaire brouillage : la tentative de justifier l’appauvrissement continu et permanent des liens sociaux entraîné par le développement « normal » de l’économie au nom de la nécessaire mais provisoire et conjoncturelle distanciation physique interhumaine entraînée par la crise sanitaire.

La non différenciation de ces deux enjeux contradictoires, la désocialisation économique et la distanciation physique sanitaire, est politiquement dévastatrice : on voit très bien qu’il est de l’intérêt évident des acteurs dominants d’entretenir à toute force cette confusion, cet amalgame, ce brouillard, et de masquer la première derrière la seconde.

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Le mythe du progrès voyait l’avenir comme l’horizon radieux de l’humanité ; son inversion dans les diverses variantes de la collapsologie voit au contraire l’avenir comme son horizon dantesque. Le point commun entre les deux est qu’il y a bien une zone tampon, une temporalité irréductible entre le présent et cette attente eschatologique, un champ temporel qu’il convient de labourer, dans un sens ou un autre, pour faire advenir ou non un horizon téléologiquement déterminé, prédéterminé.

La crise du covid nous permet peut-être de reconsidérer cette temporalité. Il me semble qu’elle nous permet d’enfin pouvoir considérer que le point de basculement de l’horizon d’attente de tous les récits historiques qui ont cherché à structurer notre présent est désormais clairement derrière nous. Autrement dit, ce point de basculement tant redouté ou espéré, nous ne l’avons collectivement pas vu passer ! Ce point de basculement n’est plus situé dans un avenir même proche, comme nous alertent par exemple les récits écologistes, il est désormais derrière nous : c’est finalement ce temps de latence entre le présent et un point de rupture futur qui peut être considéré comme le dernier alibi inventé par le système pour gérer sa survie.

Comme avec la flèche de Zénon qui n’atteint jamais sa cible, nous sommes pris dans une erreur de raisonnement similaire qui nous empêche de voir que nous avons dépassé le point de basculement, ce point à partir duquel les logiques du passé ne rendent plus réellement compte du présent, sont dans l’incapacité de combler l’écart grandissant entre le ressenti et le formulé, qu’elles permettent et en même temps limitent.

La catastrophe a déjà eu lieu, elle n’est plus devant nous, à advenir, mais bel et bien déjà réalisée. Peux-t-on totalement éviter de mettre en relation l’émergence d’une pandémie avec l’aggravation de l’appauvrissement de la diversité biologique de la planète par un capitalisme qui sévit désormais partout, de mettre en relation l’augmentation de la vitesse de diffusion de la pandémie – quelques mois pour être repérable sur tous les continents – avec l’uniformisation des conditions d’existence, à tout le moins l’uniformisation des conditions d’exclusion économique ?

Je serai tenté de faire un parallèle, une analogie, entre la diffusion exponentielle du virus et le développement des ouragans géants. De la même manière que le dérèglement climatique produit une dispersion des phénomènes extrêmes (accroissement des différences entre les pics de chaleur et de froid, accroissement de la taille et des capacités destructrices des cyclones, etc.) de la même manière le dérèglement économique conduit également à un approfondissement de l’amplitude des inégalités et de l’échelle des réajustements périodiques (augmentation phénoménale de la taille et de la puissance des grands groupes mondiaux en même temps qu’à une explosion des nano entreprises ubérisées, envolée stratosphérique des enjeux financiers et creusement concomitant des difficultés de simple survie, etc.). Le même type de raisonnement pourrait s’appliquer aux pandémies : les épidémies ont de fait toujours existé, ce à quoi on assiste c’est à leur élargissement spatial dans des séquences temporelles de plus en plus courtes – on pourrait même émettre l’hypothèse que la baisse de la biodiversité globale pourrait entraîner une réorganisation sauvage et démultipliée d’ensemble par la bas, c’est-à-dire au niveau microbien.

Je pense que c’est une erreur de dire que la pandémie renforce les pouvoirs établis car sa diffusion suit les lignes de faiblesse du système et les aggrave : et c’est bien pour tenter de contenir ces fractures que les institutions établies tentent universellement de conjurer leur débordement par des mesures de confinement, doublées d’un raidissement de type policier pour essayer d’endiguer le « bruit » sociétal qui monte des interstices, de la fissuration de plus en plus perceptible des conventions établies. Que ces raidissements sécuritaires renvoient à une certaine perception des enjeux est une chose, qu’ils en mesurent une adéquation pertinente en est une autre.

Je pense qu’un mouvement comme celui des GJ n’est pas compréhensible comme une sorte de « retour du refoulé », comme une sorte de renaissance d’une tradition de lutte qui aurait été enfouie sous les fallacieuses promesses d’un consensus consumériste, mais bien plutôt comme l’irruption sur la place publique d’un nouveau paradigme de distanciation par rapport à l’existant, dû à la fin envisageable d’un verrouillage des consciences par les traditions politiques de la modernité. Les GJ pourraient être sur le plan social ce qu’est la diffusion massive de l’abstention sur le plan politique, ce qu’est l’aggravation en voie de généralisation de la défiance à l’égard de tous les cadres administrés dont nous avons hérité. Ce qui domine dans ce processus, c’est la dissolution, le délitement, la méfiance, l’incapacité à s’identifier aux grandes traditions qui définissaient, tant positivement que négativement, un potentiel de normalité.

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La dernière opération de brouillage idéologique en cours semble être la mise en avant de la « détresse » psychologique de la jeunesse, laissant entendre que si les étudiants pouvaient rejoindre à nouveau les salles de classe et de cours, l’ordre des choses retrouverait le cours radieux de la normalité. Il est de bon ton de commencer à qualifier les présentes classes d’âge en cours de scolarité de « génération perdue », parce qu’elle ne pourrait pas profiter pleinement de toute la puissance de formatage qui lui est pourtant consacrée. Mais ce que révèle la crise du covid, ce n’est pas d’abord l’isolement qui frappe tout un chacun à des degrés divers, mais la désespérance des conditions modernes « normales » d’existence, qui enferment les gens dans des studios de 9 m², des familles entières dans des espaces confinés intérieurs, dans des quartiers et des zones urbaines reléguées, dans des espaces prétendument collectifs et pourtant de fait désocialisés (les rues, les zones commerciales, les transports, etc.). Le confinement sanitaire n’est dur à supporter en premier lieu que parce que les conditions prétendument normales de la vie et de socialité quotidiennes sont extrêmement dégradées et indignes. Ce n’est pas tant le confinement qui est scandaleux que les conditions de survie préexistantes au covid, qui étaient déjà inadmissibles auparavant : le covid ne fait que mettre en évidence l’échec du fonctionnement normal de la société d’avant le covid. La mystification consiste à mettre sur le dos du covid les conséquences du mode de fonctionnement « normal » de la société, conséquences en général simplement amplifiée par les crises sanitaires.



Depuis le début je pars du principe que le confinement et la distanciation physique (même si leur contenu et leurs limites devraient pouvoir être discutées) sont une solution anti-technologique, à échelle humaine, qui implique la responsabilité individuelle de chacun, pour aborder l’incontournable et nécessaire gestion de cette crise sanitaire. Le gros problème, c’est que confinement et distanciation, tels que mis effectivement en place, sont seulement des modalités par défaut, dans l’attente d’une réponse technologique massive et unilatérale, qui évite de s’interroger sur la cohérence préexistante de l’état effectif de la socialisation résiduelle. C’est seulement parce que le confinement est conçu par les instances étatiques comme une solution d’attente, que la question d’une approche démocratique de ses contraintes est mise sous le boisseau. Nos sociétés étant devenues des monstres techniques, – aussi bien dans la matérialité des processus de production et de transport que dans ses processus administratifs et bureaucratiques de gestion et d’organisation –, on assiste de fait à un abaissement drastique des seuils de résilience permettant de préserver leur fonctionnement « normal » : le fonctionnement de l’hôpital est ici un exemple paradigmatique : le moindre imprévu sanitaire un peu significatif risque de mettre, ou met effectivement, le système global à plat. Je pense que l’arrêt (relatif) du système économique mis en branle par la crise sanitaire à l’échelle mondiale a quelque chose à voir avec un grippage du fonctionnement en flux tendus de la machine économique globale. C’est parce que le covid risquait de désorganiser le fonctionnement global de l’économie que les stratégies de confinement ont été mises en place, l’émergence possible de tensions sociales étant bien entendu un élément clé de cette désorganisation – que ces tensions émergent par le dépassement d’un seuil « inacceptable » de malades et de morts, et/ou bien qu’elles émergent d’une non-acceptation des mesures prophylactiques mises en place, les niveaux d’acceptabilité de ces deux seuils étant largement des inconnues. Les raidissements sécuritaires sont des réponses à ces inconnues, réponses nécessairement approximatives, qui permettent de mesurer la peur vécue par les institutions d’un possible débordement : lorsque d’aucuns prétendent que « la peur doit changer de camp », il faut l’entendre au sens littéral, à savoir que ce sont les puissants qui doivent exorciser leur peur.

Il est remarquable que le covid soit un événement d’échelle planétaire, et que pourtant il continue d’être appréhendé aux seules échelles nationales : cela est particulièrement frappant concernant les stratégies vaccinales, où le « chacun pour soi d’abord » renforce la guerre commerciale des big pharma (avec cependant une nuance particulière pour la stratégie européenne).

Ce que révèle cette crise présentée comme essentiellement sanitaire, c’est l’incapacité désormais atteinte par le système global d’encaisser le moindre imprévu un peu significatif, l’intensité de ce significatif s’orientant d’ailleurs à la baisse : l’intégration économique globale a été poussée si loin que désormais le moindre hoquet technique chez un sous-traitant lambda est en mesure de faire caler la planète, tel le vol d’un papillon qui pourrait déclencher une tempête à l’autre bout de la planète.

Il me semble bien que ce n’est pas le politique qui a mis à l’arrêt l’économie, prétendument en contradiction ouverte avec une pratique récurrente et continue, qui n’a fait qu’amplifier depuis le début de l’ère moderne la soumission grandissante des préoccupations relatives à l’humain à des préoccupations abstraites de puissance. La situation n’a pas changée avec le covid, comme le démontre amplement la poursuite et l’aggravation de la numérisation de l’économie. La mise à l’arrêt, toute relative, de l’économie est la conséquence de l’incapacité d’introduire une trop forte dose d’aléatoire dans le fonctionnement « normal » des chaînes de valeur planétaires. Pour prendre un exemple, je ferais référence à un réseau de trains : si ce ne sont que quelques locomotives qui sont en pannes, le désordre introduit sera limité, mais il n’en faut cependant pas beaucoup pour que tout le planning global des correspondances et des plans de circulation devienne impraticable ; et dans ce cas le plus simple est encore de faire un « shut down » aussi ordonné que possible… Ce serait donc plutôt, à mon avis, la désorganisation économique qu’introduit un nombre aléatoire de malades et de décès dans le fonctionnement des cycles normalisés et interdépendants de travail qui expliquerait les stratégies politiques de ralentissement contrôlé de l’économie, et peut-être encore plus les stratégies de contrôle de la circulation du virus, virus traité comme un problème particulier de gestion de la fluidité fonctionnelle globale du système. En parlant de malades, on fait essentiellement toujours référence à la capacité des hôpitaux à traiter de façon optimale les flux de patients à traiter, la crise sanitaire restant structurellement une question techno-administrative : si les hôpitaux étaient en mesure d’encaisser le choc, n’y aurait-il plus aucune raison de s’interroger sur le covid et sur la désorganisation du système-monde dont il est un révélateur ? Mais il s’agit tout autant et au même titre d’être capable de gérer de façon optimale les absences qu’entraîne la pandémie dans les cycles de production, absences qui concernent aussi bien les hommes que les autres intrants.

L’insistance mise sur la dimension médicale et psychologique de la pandémie peut bien résulter d’un incapacité idéologique à comprendre la dimension sociétale de la santé [cf. le concept de syndémie][1], il n’empêche que le fait d’inventer politiquement un « problème sanitaire » totalement déconnecté du fonctionnement général de la société est tout sauf innocent : le « chèque psy », sorti du chapeau pour les étudiants, obéit à une logique fonctionnelle précise, à savoir l’invisibilisation de toutes les raisons sociétales à l’origine du mal-être, et la tentative d’isoler un problème vécu, largement partagé, dans le cadre restreint d’une catégorie sociale limitée, et réduite à sa plus simple expression individualiste.

Le refus obstiné des élites de concéder le pourtant pauvre élargissement du RSA à toute la population adulte a pour origine le refus idéologique d’admettre la faillite de la capacité effective du système d’enseignement à assurer l’intégration économique des jeunes, et symétriquement le refus idéologique d’admettre l’incapacité de l’économie globale de permettre une véritable intégration sociale pour tous, indépendamment de la question de l’enseignement. La logique du « chèque psy » est clairement de tenter de médicaliser un problème sociétal en bottant en touche avec une stratégie d’individualisation et de culpabilisation indirecte : c’est aussi le sens et la fonction des innombrables « cellules de soutien psychologique » mises en branle à la moindre occasion pour tenter de noyer, de réduire, de dissoudre les nœuds structurels de conflictualité dans un sens unilatéral. Je ne résiste pas à la (certes facile) tentation de relier les « cellules » de soutien psychologiques avec les « cellules » carcérales ou bien les « cellules » monacales, sans oublier le cellulare (téléphones « cellulaires », en Italie), comme outils de distanciation sociale. C’est sans doute ce qui s’appelle soigner le mal par le mal… Plus largement, la gestion du RSA ressemble à une sorte de dernier rempart, à une forme d’exorcisme, non pas pour soulager un tant soit peu les misères matérielles les plus criantes, mais pour sauvegarder encore un tout petit peu un semblant de cohésion idéologique autour du travail.

Toute la gestion effective de la société moderne allait déjà dans le sens de la distanciation sociale, à ceci près que cette distanciation était jusqu’à présent une conséquence indirecte de sa dynamique : la gestion de la crise sanitaire fait seulement émerger cette caractéristique au premier plan, ne fait que la rendre consciente, évidente. Le système ne change pas de logique, contrairement à ce qu’il prétend, toutes les tendances lourdes de distanciation sociale qui existaient avant l’émergence du coronavirus étaient déjà en place et sortent de fait renforcé de cette séquence. Ce qu’il convient de pointer, ce n’est pas que le covid sert de prétexte à l’instauration de la désocialisation, que le covid est l’outil d’un nouveau palier de désocialisation, permettant même à certains de conclure à l’inexistence foncière du virus au nom d’une prise de conscience de cette désocialisation – qui sortirait pour ainsi dire de nulle part –, ce qu’il faut au contraire souligner c’est que le covid devient le révélateur de l’impossibilité de pousser la désocialisation déjà réalisée beaucoup plus loin qu’elle ne l’est déjà. Cette désocialisation a selon moi atteint un palier, une limite structurelle, qui empêche d’envisager un trop simple retour à un statu quo antérieur.

Le refus de la désocialisation doit être mené au nom de la logique structurelle du système et pas pour des raisons qui tiennent « seulement » aux modalités de gestion de la crise sociétale vue restrictivement sous l’angle sanitaire, dont la résolution passe simultanément par une incontournable mais provisoire (du moins on peut l’espérer) distanciation physique, et par une redéfinition de ce qui constitue, de ce qui devrait constituer les fondements d’une nouvelle socialisation. Les diverses formes de confinement orchestrées par les Etats doivent servir à dénoncer les logiques de désocialisation au fondement du développement de la modernité : mais à ce détail près que les actuelles stratégies de confinement mises en place pour tenter de contrôler la pandémie sont seulement la goutte de trop, la goutte qui fait déborder le vase, quand bien même, je le répète, un minimum de distanciation physique (à distinguer impérativement de la distanciation sociale) doit être mis en œuvre de façon conjoncturelle. La négation occasionnelle de la réalité même de la pandémie est loin d’être anecdotique, elle obéit à une rationalité profonde et traduit une relation acritique au système, fondée sur une inversion « simpliste » de valeurs. Ne pas distinguer ces deux moments revient au final soit à nier la pandémie, soit à nier la logique de désocialisation déjà souterrainement à l’œuvre depuis trop longtemps, donc à cautionner une nouvelle fois la logique sociétale de l’État, en interdisant de faire le pas de côté capable de changer la perspective.

Alors que la modernité s’est construite sur une séparation stricte du politique et de l’économique, au moins sur le plan philosophique, sur le plan des représentations, la présente pandémie et les réponses qu’elle suscite ne marquent en rien un « retour » du politique sur le devant de la scène : la pandémie est seulement le révélateur de la fin d’une répartition traditionnelle et convenue des pôles politiques et économiques, elle marque seulement sinon une faillite du moins, a minima, une redéfinition d’un équilibre séculaire, non dans le sens du glissement d’un curseur de leur puissance respective, mais, à mon sens, d’une redéfinition à l’œuvre de leur « contenant » historique commun. Ce qui ressort peut-être de la présente séquence, c’est, plutôt que d’un retour du politique, l’émergence pratique de la faillite philosophique de leur séparation, qui a fondé le monde actuel.

La négation de l’autonomie de l’économie ne peut être compensée par une réaffirmation du politique : autonomie de l’économie et autonomie du politique sont historiquement complémentaires. La logique de l’économie repose sur la désocialisation des relations humaines, alors que la logique du politique repose en miroir sur la mise à distance de cette désocialisation par l’organisation de l’autonomisation du champ économique. Ce qui fait l’originalité de la crise sanitaire c’est l’émergence d’un brouillage complet entre le champ du politique et le champ de l’économique, alors que la modernité s’était précisément construite sur leur cloisonnement. L’incapacité pour la logique économique à rendre compte du réel a maintes fois été souligné ; ce qui l’a moins été, c’est l’incapacité symétrique de la logique politique à également en rendre compte ; partant de là, il devient également inconséquent de vouloir considérer que la logique étatique serait mieux placée pour ce faire, pour constituer une alternative a-économique et a-politique. La logique de l’État est en effet une résultante de l’autonomisation historique des champs politique et économique, autonomisation dont elle reste tributaire.

L’économie fonctionne de fait comme une collectivité intégrée au nom d’une idéologie individualiste, alors que le politique fonctionne, de fait, à l’inverse, sur une base individualiste au nom d’une idéologie collective. Le politique a défendu une vision particulière du collectif avec la logique d’un individualisme désocialisé, quand l’économique a défendu une vision particulière de l’individualisme avec la logique d’un collectif désocialisé. La séparation entre le politique et l’économique repose ainsi sur une césure particulière entre ces deux dimensions de l’existence : la crise du présent peut donc être lue comme une crise de cette césure, comme une crise de légitimation de cet équilibre qui aura fondé la modernité.

La crise du covid et de son traitement marque une inversion perverse de cet ancien statu quo : on assiste à l’effondrement de la dimension individualiste, associée à la citoyenneté, dans la crise du champ politique, qui s’exprime dans la négation d’un certain principe de responsabilité et d’autonomie individuelle pour créer, mettre en place, une individualisation désincarnée et vide de toute substance. C’est cette individualité dépersonnalisée, désubjectivisé, qui fait l’objet des mesures de confinement, qui est également l’objet de la loi « sécurité globale », créant négativement un faux collectif, un collectif pour ainsi dire en creux, vide de sens. A rebours, on peut tout autant considérer que la dimension « collective » incarnée dans l’économique s’est également dissoute dans un collectif désincarné et totalement abstractisé, révélant une fausse individualité, un individu pour ainsi dire en creux.

Face à cette double situation de déliquescence, qui conjugue un effritement du collectif et en même temps un effritement de l’individuel, il devient possible de comprendre l’action de l’État davantage comme relevant d’une stratégie d’endiguement – maladroitement préventif et gauchement défensif –, des conséquences imprévisibles d’une fonte d’une sorte de permafrost de la normalité instituée – à distinguer d’une sorte de charge, sabre au clair et oriflammes au vent, pour profiter militairement d’une forme faussement apparente et superficielle de désarroi et d’anesthésie de la population. Ce qui n’enlève bien entendu rien au caractère inacceptable de ce renforcement sécuritaire.

Louis, Colmar le 03 février 2021

 

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[1] Ce concept de syndémie en relation avec le covid vient d'être défendu en septembre 2020 par Richard Horton, rédacteur en chef de la revue The Lancet article traduit et disponible sur le site "Et vous n’avez encore rien vu" note additionnelle du 9/2/21.