lunedì 28 febbraio 2022

Dio, Patria, Nazione (di Marco Minoletti)

  



Vi fu un tempo in cui a governare in Europa vi erano, per diritto divino, i monarchi. Una semplice offesa al monarca poteva culminare - dopo ore di supplizi carnali - con lo squartamento del malcapitato sulla pubblica piazza. Come noto, il concetto moderno di nazione trova le sue origini nelle tre rivoluzioni in Inghilterra, Nordamerica e Francia, tra XVII e XVIII secolo.

E così, le monarchie precedenti e i sovrani per diritto divino che governavano attraverso la macchina statale sulla moltitudine dei sudditi, lasciano il posto ad un soggetto metaindividuale costituito idealmente da tutti i cittadini che compongono la nazione.

La rivoluzione francese, accorciando il corpo dei sovrani pose fine, un po' a singhiozzo, sia alla lungaggine dei supplizi corporali sia al legame pseudogiuridico che univa il governante terreno a quello celeste. In Francia la rivoluzione ebbe il carattere della radicalità. Già quando il Terzo Stato si proclamò Assemblea Nazionale Costituente avvenne un passaggio fondamentale: da quel momento la nazione è riconosciuta come un tutto da cui non si può prescindere. Il re è tale perché la nazione lo riconosce. Il seguito dispotico e sanguinario e il successivo impero napoleonico non cancelleranno l’idea della sovranità del popolo, che verrà ripresa in varie forme in tanti paesi d’Europa e del mondo intero. A partire dall’Assemblea nazionale francese del 1789, la nazione diveniva il corpo politico individuato che stava di fronte al sovrano: “sovranità nazionale” era l’espressione rivoluzionaria opposta alla tradizione dell’assolutismo dinastico.

Gli illuministi francesi si misero in testa di far ragionare gli uomini illuminandone le menti. L'analfabetismo a quell'epoca dilagante cominciò lentamente a regredire. I testi scritti, che fino a quel momento venivano percepiti dal popolo analfabeta come Testi Sacri, vergati da qualche mano in contatto con il mondo sovrasensibile, cominciarono ad essere interpretati anche dal popolo. A dirla tutta, la Chiesa, abituata da secoli a gestire il gregge, li aveva preceduti di qualche secolo per mano degli odiati confratelli protestanti, traducendo la Bibbia in tedesco.

 

I pensatori tedeschi amano andare in profondità, sono i matematici e gli analitici del pensiero. Hanno, però, grosse difficoltà a voltare la teoria in pratica e quindi risultano sostanzialmente innocui agli occhi dei loro governanti. Lo stesso non avviene per i loro confinanti. Le idee circolano e poi qualcuno finisce per metterle in pratica. Sia come sia, l'Ottocento tedesco è tutto un fermentare di strane idee sull'uomo, la natura e le cose di questo mondo. A qualcuno, cresciuto alla scuola dei Feuerbach, dei Fichte e degli Hegel viene in mente di affermare che Dio è “l'oppio dei popoli” e che è ora di smetterla di espiare in terra per mano dei dominanti e degli sfruttatori, consolandosi, pensando alla favoletta salvifica e riscattatrice del Regno dei Cieli. Regno che ci affrancherà il giorno in cui le trombe divine suoneranno e risvegliranno i morti che finalmente risorgeranno dalle loro tombe e potranno contemplare Dio, Uno e Trino, per tutta l'eternità. Sempre che se lo siano meritati espiando l'onta di essere nati marchiati dal peccato originale in quella valle di lacrime e noia che è il regno terreno.

 

Nel contempo, però, le nazioni andavano consolidandosi sciogliendo i legami con i monarchi e con le alterne vicende della storia dinastica, militare ed ecclesiastica. Le nazioni europee, affermando il principio della sovranità popolare, cominciavano a percepirsi come un corpus, appellandosi alle specifiche identità nazionali, smussando le inevitabili differenze e presentando ognuna il proprio pedigree. Fioriscono le leggende e i racconti atti a dimostrare la propria continuità storica, la lingua diventa il veicolo identitario e nello stesso tempo il mezzo per identificare il pericolo rappresentato dall'altro e diffidare dello straniero (il potenziale nemico). Si passano al setaccio i luoghi della memoria, si erigono statue in onore degli eroi nazionali, si sottolinea la fondamentale importanza del folklore, dei costumi locali e dell'arte culinaria locale. La prima fase che potremmo definire di costituzione identitaria e di lotta contro l'assolutismo si protrae fin dopo il 1848. La sovranità degli Stati era divenuta, dunque, l’asse della storia, l’elemento che la orienta; il nomos della Terra nello jus publicum europaeum.

 

La sovranità moderna, nata dalla crisi dell’idea medievale della pace come ristabilimento della giustizia che non è più in grado di far fronte al grande dinamismo impresso alla società europea, ha come obiettivo quello di produrre l’ordine, non di reintegrare una giustizia naturale.

In seguito prende avvio la fase burocratica: come stabilire i confini della nazione? La teoria moderna della sovranità, come noto, ha posto al centro della politica lo spazio. E il principio spaziale apre ad una concezione territoriale della politica. Come dimenticare Hobbes e il contrattualismo, che trasforma lo spazio in un'area di stati sovrani che utilizzano il confine come simbolo di tale configurazione spaziale e della differenziazione di due popoli? Da allora, l'Atlantico ricoprirà un ruolo fondamentale nel Leviatano, perché rappresenta lo spazio dello stato: l’Atlantico simboleggia la logica europea dello Stato.

Per confermare, allora, il possesso di quel dato territorio, si evocano le ombre dei trapassati che vengono ridestati dal sonno eterno, ma al contempo nascono i primi contenziosi tra gli stati che si contendono porzioni di un determinato territorio.

Il sorgere delle nazioni nell'Ottocento segnò la sconfitta politica delle idee universalizzanti dell'illuminismo che, come è noto, si era sforzato di trovare delle regole valide per ogni governo. Secondo questa visione del mondo, lo Stato-nazione dovrebbe garantire, meglio di quanto non avessero fatto le precedenti formazioni monarchiche, tranquillità sociale e sviluppo economico. Naturalmente l’unificazione territoriale e un vago sentimento unitario non sono sufficienti a costituire una nazione coesa, bisogna lavorare sul materiale umano e plasmarlo in funzione nazionale. 

In questa prospettiva, soprattutto gli italiani e i tedeschi si ersero a veri e propri paladini dell'individuale, della singola nazione... in sostanza: dello Stato nazionale. Questa volta però non fu sufficiente tirare in ballo le ombre dei morti per confermare il possesso di un territorio, ma si fece un balzo all'indietro di migliaia di anni e si rispolverò l'animismo. I tedeschi, grazie ai Romantici, fanno parlare i fiumi, i prati, gli alberi e la Luna. Tutto si anima. Fichte, nel suo pur lodevole tentativo di porre un argine alle velleità di conquista napoleoniche, serra le fila con i suoi Discorsi alla nazione tedesca e, senza volerlo, finisce per porre le basi per un ideale nazionalistico e pangermanistico. L'io tedesco non deriva dall'universalità, ma al contrario è questo stesso io che genera l'universalità. Gli italiani dal canto loro sottolineano che l'dentità non è solo linguistica ed etnica, ma di tradizione e di pensiero. Insomma: l'Italia ha un'anima tutta sua che si distingue da quella degli altri Paesi. La passione per la nazione era tale che presto finì per coincidere con la Patria. Con l'aggiunta di un pizzico di condimento divino il brodino era pronto per essere servito: Dio, Patria, Nazione.

La nazionalizzazione delle masse avviene più agevolmente quando nello Stato-nazione prevale un certo autoritarismo, quando la storia – nella cui narrazione compaiono elementi fantasiosi e irrazionali – viene investita della missione di forgiare cittadini orgogliosi della propria origine, fieri dell’avvenire che li attende e pronti alla difesa della patria. Visto che i confini fra gli stati europei sono abbastanza definiti e in ogni caso non è così semplice modificarli, la grandezza della patria si accresce gareggiando nelle conquiste coloniali e ritrovando Dio.

Nei fatti, una popolazione nazionale omogenea non coincide quasi mai con il rispettivo stato nel quale è inquadrata, e ciò può servire a chi detiene il potere per alimentare lo spirito nazionalistico. Le controversie sociali interne vengono sopite dallo spirito unitario e la propaganda del potere ha buon gioco nell’attribuire le cause del malessere sociale agli altri, agli stati vicini che con le loro politiche danneggiano l’economia nazionale. Le alleanze tra paesi nazionalistici non hanno idealità profonde, ma sono solo funzionali ad una Realpolitik finalizzata a mettere in difficoltà l’avversario per dividersi le sue eventuali spoglie.

 

Con il trascorrere del tempo il progressivo sviluppo del sistema capitalistico, sistema che ha assunto i caratteri di un vero e proprio deus ex machina, ha corroso, relegandoli al ruolo di comparse, i princìpi cardine dello Stato-nazione.

Ciò che è rimasto invariato è soltanto il principio fondante del sistema capitalistico che, oggi come ieri, si basa sulla produzione, la circolazione e il consumo di merci.

 

Ciò che invece è radicalmente mutato è il modo in cui i mondi industriale, commerciale e finanziario si rapportano tra loro, con gli Stati, con le conseguenze che ne derivano.

 

Nell'attuale fase di dominio del capitale, ai processi di globalizzazione dell'economia transnazionale non corrispondono adeguate istituzioni democratiche transnazionali.

La globalizzazione dei mercati, che non conosce confini territoriali, ha progressivamente eroso il potere di intervento degli stati sovrani, relegandoli al ruolo di attori comprimari. A prendere decisioni di vitale importanza per il destino di milioni di esseri umani e dell'economia non sono più gli stati, ma gruppi di esperti che agiscono esclusivamente in base al principio della massimizzazione dei profitti. E la massimalizzazione dei profitti non contempla i principi elementari della democrazia e del senso di responsabilità per la comunità.

Paradossalmente, mentre da un lato il processo di globalizzazione e liberalizzazione dei mercati non conosce limiti, dall'altro proprio le istituzioni politiche globali che, a partire dalla seconda Guerra Mondiale ne avrebbero dovuto controllare il funzionamento, sono state imbavagliate e marginalizzate.

La globalizzazione, imposta al mondo come promessa di felicità in terra, si è rivelata una falsa promessa di crescita economica, stabilità, sicurezza e pace.

La crescita economica infatti si sta trasformando in progressivo declino delle economie forti (Usa, Giappone).

La stabilità è minacciata dalla crisi dei mercati finanziari, dalla crescente disoccupazione e dalle incertezze che serpeggiano tra i piccoli risparmiatori.

La sicurezza è messa a dura prova non tanto dalle immense ondate migratorie provenienti dai cosiddetti paesi del Terzo Mondo, quanto dall'incapacità degli stati nazionali di dare una risposta positiva a questa situazione d'emergenza. Alle promesse di pace si sono rapidamente sostituiti i proclami di guerra dei vari fondamentalismi religiosi e ultranazionalisti. La nuova ondata migratoria prevista dall'Ucraina non farà altro che aggravare la già precaria situazione. In Gemania l'AFD e i cascami dell'ultranazionalismo stanno già affilando i coltelli.

 

Putin, ignorando il fatto di trovarsi nell'era della globalizzazione, ha commesso il fatale errore di dar corso, in Occidente, ad una guerra convenzionale fuori tempo massimo. Il suo maldestro tentativo di condurre un Blitzkrieg si rivelerà un disastro sia dal punto di vista strategico che militare. I primi ad accorgersi di questo suo fatale modus operandi sono stati proprio quelli che lui riteneva essere i suoi alleati, i cinesi. La Cina non ha alcun interesse a muoversi in questo pantano guerrafondaio. Essa si è magnificamente adeguata - e con che risultati! - alle nuove dinamiche del capitale e quindi è ben consapevole che nell'era della globalizzazione le guerre si conducono con altri mezzi, sul terreno della finanza e dell'economia. Putin è probabilmente destinato a far la fine del Prete Gianni che, stando alle cronache riportate nel Milione di Marco Polo, “oltre a tutti i territori conquistati perse anche la vita”. Non se ne abbiano a male gli interventisti rossobruni o di altra matrice!