lunedì 7 febbraio 2022

Raoul Vaneigem - Niente resiste alla gioia di vivere Libere proposizioni sulla libertà sovrana

 




Questo recente scritto di Raoul Vaneigem è già stato pubblicato in Francia e Messico, in francese e spagnolo. Eccone ora anche una prima traduzione in italiano.

Sergio Ghirardi Sauvageon

 

Agli zapatisti, ai gilets jaunes,alle insorte e agli insorti

che ovunque nel mondo oppongono la vita all’economia che la uccide.

 

L’impossibile di ieri è il possibile di oggi

 

Nel suo rapporto alla Convenzione, Saint-Just dichiarava nel 1794: “L'Europa impari che voi non volete più neppure un solo infelice né un oppressore sul territorio francese; che questo esempio fruttifichi sulla terra, che vi si proponga l'amore delle virtù e della felicità. La felicità è un'idea nuova in Europa”.

Nemmeno un infelice, nemmeno un oppressore sul territorio francese né sulla terra! Ecco quanto basta a far circolare il dubbio e la condiscendenza, almeno finché non ci si renda conto che capita alla realtà di scardinare i pregiudizi più saldamente ancorati al passato.

 

Il sogno di una società egualitaria non ha smesso di perseguitare e sconvolgere tutte le generazioni dalla costituzione di una società gerarchica, che segna con il suo infame sigillo l'atto di nascita della civiltà agro-mercantile.

 

Lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo è stato così ben identificato come un fenomeno naturale che è stato a lungo considerato eterno. La leggenda di entità divine, bardate di un’autorità assoluta, ha piegato il corpo e lo spirito alla volontà di un drappello di principi e sacerdoti, sedicenti detentori autoproclamati di un mitico mandato celeste.

L'accanimento spirituale e temporale nel mutilare uomini e donne per vendere loro delle stampelle conferiva alla sudditanza dei popoli un carattere irrevocabile. C’è voluta la Rivoluzione francese per spezzare il giogo che costringeva il pensiero a inginocchiarsi, per quanto eversivo nelle sue intenzioni.

Se l'abrogazione dell'Ancien Règime non ha abolito né la sventura della creatura oppressa né l'asservimento dello schiavo ai suoi padroni, ha almeno rotto con il fatalismo che attribuiva a un'impotenza originaria – a una malformazione ontologica dell'uomo e della donna – il bisogno di un Dio, di una guida tutelare, di un grande timoniere, di un piccolo padre dei popoli. La sua fine ha spezzato le catene che il dogma dell'impossibile aveva forgiato nei secoli.

 

Non vogliamo più un'esistenza putrefatta dal pensiero della morte. Per secoli, il memento mori ha ossessionato i dibattiti pubblici e privati. Uomini e donne sopravvivevano, cupi, arrabbiati e confinati nelle anticamere della morte. La Rivoluzione francese ha insegnato loro che un altro mondo era possibile. Sappiamo da allora che il vasto campo dei desideri del cuore si è aperto davanti a noi. Il sogno di una vita vera ha cominciato a scoprire territori in divenire. La poesia fatta da tutti e da tutte è un percorso che si snoda nel presente.

D'altra parte, e contemporaneamente all'avanzare della volontà d’emancipazione, i sussulti rabbiosi del conservatorismo – tanto di destra che di sinistra - ci colpiscono in pieno. Sta a noi capire quanto si manchi di audacia per far prevalere il nostro desiderio di vita sulla dittatura del potere e del profitto. Dovremo morire di non vivere per renderci conto che chi gestisce le nostre vite le sta rendendo cancerogene?

 

Bruciare le carte delle nostre pseudo-identità. Che cosa aspettiamo per distruggere non gli uomini del sistema oppressivo ma i loro strumenti, bulldozer e scavatrici della devastazione lucrativa? Che cosa aspettiamo per bloccare la grande macchina frantumatrice della vita creando e moltiplicando zone di resistenza e di gratuità? Quando verranno il tempo e la terra libera in cui, in omaggio ad Albert Libertad, bruceremo le carte di un'identità burocratica e statistica, della quale non sappiamo che farcene?

 

Combattere per una felicità autentica e non fittizia. Segno delle ironie della storia, vediamo ripetersi oggi in modo parodistico l'entusiasmo che alla vigilia della Rivoluzione i filosofi dell'Illuminismo provarono per la ricerca di una felicità naturale e per il buon selvaggio considerato in grado di raggiungerla.

Mentre l'impoverimento minaccia di spegnere le luci al neon dei supermercati e mettere fine alla vendita pubblicitaria dei piaceri, è un intero popolo, colonizzato e obnubilato per decenni dal cuore artificiale di una società senza cuore, che si ritrova privato delle consolazioni dell’avere, supposto palliativo delle deficienze dell'essere.

 

Abituato a vedere nei pezzenti delle città e delle campagne solo una folla versatile e manipolabile, il Potere si è improvvisamente trovato di fronte a un popolo che ha saputo proteggersi dal recupero populista. Zapatisti, Gilets jaunes, insorti di villaggi, quartieri, piazze, rotonde, rompendo con il gregarismo tradizionale, costituiscono assemblee d’individui ribelli, che appaiono come buoni selvaggi, un po' inquietanti, incontrollabili, incomprensibili perché, in realtà, inclassificabili.

Il loro spiegamento tranquillo fa tremare i codardi dominanti. Quanto sono pietosi i governanti che esorcizzano la loro paura con raddoppiata violenza vendicativa contro chiunque si rifiuti di contorcersi più a lungo nella tinozza della servitù volontaria!

Di fronte all'inespiabile delitto di ribellione, la consorteria dell'incompetenza autoritaria alimenterebbe volentieri le braci di una guerra civile se la prudenza non le ingiungesse di limitarsi a metterla in scena, questione di evitare, non si sa mai, che dei desperados armati di droni e mortai bombardino l'Eliseo e i ghetti dei ricchi.

Il capitalismo è in preda alla sua autodistruzione. Questo è un fatto notevole sul quale non si è insistito abbastanza. Trionfando, il capitalismo abbandona sul terreno conquistato di che indebolirlo e distruggerlo. Sebbene il fenomeno si realizzi a sua insaputa e contro la sua volontà, non ha nulla di recente, se si pensa al libero scambio che, nel Settecento, favorì, sulla scia della sua vittoria contro l'Ancien Régime, una libertà di pensiero che gli avrebbe dato molto filo da torcere.

 

a) Che ne è dei colpi inferti alla combattività dei lavoratori, che ne è del gauchismo che non ignora come la burocratizzazione del movimento operaio abbia minato la coscienza di classe? Saldando la felicità a basso prezzo, la colonizzazione consumistica completa la distruzione del proletariato. Quest'ultimo regredisce alla condizione di plebe, che era la sua prima dei suoi primi tentativi di organizzazione, durante lo sviluppo industriale del capitalismo.

Che cosa è la plebe? Un gregge che si addomestica con pane e giochi e che è fucilato quando si ribella. L'emozione lo acceca e qualsiasi individuo ambizioso ha poche difficoltà a condurlo dove vuole. È in questa forma che in un primo tempo gli spiriti buoni di sinistra hanno percepito il movimento dei Gilets Jaunes, prima di riconoscere il loro errore correndo, di convergenza in convergenza, per prendere il treno in marcia. Gli stessi spiriti buoni si radunano ora attorno al passaporto sanitario obbligatorio. In nome della salvezza comune, illustrano brillantemente l’ABC della neolingua: la schiavitù è la libertà.

 

Bisognava essere totalmente insensibili allo sconforto universale per non intuire, sotto il rifiuto di una tassa, l'esacerbazione generalizzata di un Ya basta, di un Troppo è troppo.

 

Anziché il populismo previsto, si sono viste improvvisamente rinascere, diffondersi e rafforzarsi le reti del mutuo soccorso. In effetti, l'aspirazione a rendere uomini e donne degli esseri interamente umani non ha mai smesso di essere al centro delle pulsioni rivoluzionarie, ha sempre costituito il nucleo radicale delle insurrezioni del passato. Il progetto di una società senza classi, come concepito da Babeuf, Marx Bakunin, Kropotkin, Reclus e qualcun altro, ha solo prestato una forma storica passeggera alla risoluzione assoluta che, senza leader, senza gerarchia, illumina il mondo con le sue insurrezioni sociali ed esistenziali.

 

b) Mentre la macchina per sbriciolare il vivente privilegiava il puritanesimo e difendeva le virtù del sacrificio, il capitalismo consumista è stato portato a rendere popolare, in senso contrario, un edonismo di mercato. Senza volerlo, ha contribuito a riabilitare il godimento, a liberarlo del senso di colpa, ad alimentare una crescente ostilità verso l'austerità patriarcale, pilastro di sostegno della gerarchia sociale.

 

c) Oggetto di una frenetica pubblicità promozionale, la felicità è apparsa come un'idea nuova. Era un'idea astratta, svuotata della sua sostanza carnale, ma il suo vuoto sollevava interrogativi. Tale idea ha risvegliato una coscienza critica che non ha trovato grande difficoltà a decorticare la menzogna. Ne è scaturita una verità che si può riassumere come segue: il denaro rovina tutto ciò che tocca. Ciò che si paga imputridisce.

 

Nella misura in cui l'impoverimento aggrava la crisi dell'avere, lavora per riabilitare l'essere. Una volta acquisita l'idea che la gratuità è l'antidoto al capitalismo, si tratterà solo di metterla in pratica.

 

d) Si pone finalmente la questione: che cosa perdiamo perdendo il paradiso monetizzabile e adulterato di una “grande distribuzione” che scimmiotta l'abbondanza edenica? La modesta proposta di riscoprire il sapore dei prodotti naturali può continuare a fungere da etichetta per l'ecologia mercantile, offre, però, alle collettività locali una pratica di autogestione che avrà ragione dell'inquinamento agroalimentare e della plastificazione di frutta e verdura. Il ritorno degli orti collettivi dove ci si coltiva invece di fare ognuno il gendarme dell’altro, inventa una "rivoluzione dell'orticoltura" che ha il merito di proporre, senza retorica barricadiera, una risposta sorridente e ricca di humour alla rivoluzione agraria da cui è nata la civiltà mercantile.

 

La disperazione fa la forza dei tiranni. Il più delle volte mostriamo una desolante compiacenza verso ciò che ci sconfigge, ci annoia, ci oscura, ci svaluta, ci annienta. Per lo sguardo ottenebrato, i bagliori di speranza sono solo scintille effimere e ingannevoli.

Il malessere e la malattia di solito danno più sostanza all'esistenza che le celebrazioni festive del vivente. Questa inclinazione difficilmente aiuta a liberarsi dalla miseria opprimente. Tuttavia, è in nome della lucidità – della luce – che si combattono in gran parte le battaglie contro il capitalismo. Non è una terribile ammissione d’impotenza percepire la sconfitta prima di dare battaglia? Se ci confiniamo all'ombra della morte, come scoprire la vera vita?

Non è spaventoso che la ragione e l'immaginazione si concentrino sulla peggiore oppressione, quando hanno tutto l’agio di esplorare gli immensi territori che la vita offre a chi ne sente le pulsazioni in sé e nel mondo? Perché se sappiamo tutto sulla noiosa sopravvivenza, sulla lunga agonia che la tecnologia bio affarista s’impegna a prolungare, d'altro canto la nostra esistenza rimane nell'ignoranza quasi totale dei nostri impulsi vitali, tanto il lavoro, il potere, il profitto li ostacolano e li sviano.

 

La strategia del caos, cui il capitalismo ricorre per compiere impunemente le sue operazioni di distruzione della terra, dell'acqua, dell'aria, del vivente, è all'origine del panico organizzato con il pretesto di un'epidemia nello stesso tempo reale e fittizia.

Si cercherebbe invano nella storia un tempo in cui la deficienza mentale sia stata così gloriosamente eretta a principio di governo. Mai così tanta ragione e irragionevolezza sono arrivate a un tale culmine di aberrazione: rinunciare a vivere per non morire.

 

Con il pretesto di un virus meno pericoloso per le sue innegabili devastazioni che per la sua amplificazione mediatica, i governi hanno fatto di uomini, donne e bambini delle creature spaventate che si rifugiano nelle nicchie della loro povera esistenza.

Immaginate ora che un gigantesco riflusso inverta la reazione di panico che ha accecato le coscienze, calpestato il buon senso e sfiancato la pazienza di cavie minacciate di vaccinazione permanente! Parlereste di delirio infantile, voi che bevete direttamente all'abbeveratoio della pontificante deficienza dei vostri padroni? Alto là! Attenti alle meraviglie dell’infanzia, attenti alla rinascita che spunta e alle voci che invocano l' afflusso improvviso di una nuova innocenza!

 

Il cretinismo dei piccoli uomini al potere è, nonostante i loro sforzi, meno contagioso dell'intelligenza sensibile di pochi estranei.

 

La soggettività radicale porrà fine al processo di reificazione. Rifiutiamo di essere trasformati in una cosa, un numero, un valore di scambio, una categoria statistica. Siamo in cammino verso un approccio di sé e dell'altro che stabilisce l'assoluta preminenza del soggetto sull'oggetto. Tale scelta non obbedisce a un imperativo categorico, non risponde a un dovere etico, ma annuncia la pratica di uno stile di vita del quale le nostre rare gioie di vivere danno un'idea. Mi accontento di celebrare l'aiuto reciproco, finalmente riscoperto. Immagino con letizia il benefico tornado del vivente che si abbatte sull'impero del calcolo egoistico.

 

Con il predominio del valore di scambio sul valore d'uso, il regno della merce ci ha abituato a entrare in un mondo capovolto, una vita al contrario. La religione e la filosofia non hanno altro riflesso da mettere sotto i denti che una realtà rappezzata, miseramente gettata sottosopra. Lo spirito si sfianca di secolo in secolo per spronare alla saggezza e all’equilibrio il povero homo sapiens che non smette mai di cadere e vorticare nel vuoto.

La credenza in una vita postuma aveva a lungo concesso ai dannati della terra la consolazione di lasciare la loro valle di lacrime per un aldilà dove i loro sogni ricorrenti avrebbero raggiunto una realtà virtuale. Almeno questa era la garanzia data al prezzo di un'obbedienza assoluta alla Chiesa e di una fede incrollabile nelle sue favole divine.

Oggi non c'è più né fede, né speranza, né carità, né illusione. Del resto, non c’è più pensiero. Il futuro è un passato messo a nuovo sotto l'etichetta grottesca del trans umanesimo. Il presente prega aspettando il peggio, il che equivale a pregare per il peggio. Più nulla nasconde il terribile fetore del mondo a rovescio.

 

Benvenuti nella neolingua. L'assurdo s’intasa e si vomita. Una crescita escrementizia trabocca dalle latrine della normalità. La purulenza della menzogna cancella la menzogna stessa. La neolingua apre l'accesso all'universo transumanista che programma il nostro avvenire. Una chiave d’ascolto, di lettura, d’apprendimento vi pulirà il cervello sbarazzandolo dalle sue scorie emotive. Per consolarvi delle vostre carenze mentali, vi basterà generalizzare qualche stereotipo martellato dall’informazione ufficiale. L'obbligo di vaccinazione ne offre una gamma esemplare:

“La schiavitù è la libertà. L'ignoranza è la conoscenza. Le decisioni peggiori sono le migliori. L'avidità è un segno di generosità. La corruzione è una purezza intenzionale. Il puritanesimo e il divieto di toccarsi sono i garanti della nostra salvezza. Quanto alla malattia, essa obbedisce al principio, preliminarmente ripulito del suo umorismo: “Ogni uomo in buona salute è un malato che s’ignora”.

 

Logica di morte e dialettica di vita. Per chi è abituato a identificare normalità e realtà capovolta, non c'è nulla d’illogico nel rovinare il settore ospedaliero e rendere omaggio al personale curante. Vegliare sulla salute dei cittadini non è incompatibile con l'obbligo di passare per lobby farmaceutiche più motivate dai loro interessi finanziari che dallo stato delle loro cavie.

 

Ripetiamolo con insistenza: non esistono rimedi di massa, trattamenti che si applichino uniformemente agli individui come se fossero intercambiabili, come se la loro esistenza statistica li svuotasse della loro esistenza carnale.

 

La sicurezza che si sostituisce al sanitario è un crimine deliberato. Sappiamo che tutti sono soggetti a reazioni psicosomatiche che differiscono da persona a persona. Soltanto un rapporto di fiducia tra il medico e il suo paziente è abilitato a prendersi cura e trattare con cognizione di causa questo tipo di organizzazione intima.

È in tale rapporto che i vecchi vaccini contro la tubercolosi, il tetano, la poliomielite s’inscrivevano e hanno dimostrato la loro efficacia. Lo Stato, nella sua obbedienza servile alle mafie farmaceutiche, ha posto fine al “medicus curat, natura sanat” che stabiliva tra curato e curante una solidarietà propizia alla guarigione. Mal remunerata, una parte della professione medica ha ceduto al ricatto finanziario del mercato sanitario, dando a un umorista l'opportunità di prendere in giro quanti al giuramento d’Ippocrate preferiscono quello d’ipocrita.

 

Quali misure d’interesse pubblico potrebbero decretare con giudizio i gestori della miseria redditizia? Guardate con quale zelo pubblicitario mettono in scena una presunta fedeltà universale ai loro ghiribizzi: maschere, niente maschere, confinamento, nessun confinamento, pericolo nei bar e ristoranti, nessun pericolo nei treni, autobus, metropolitana. Dicono e si disdicono senza scrupoli, senza neppure più dissimulare i loro scatti meccanici sotto un’apparenza umana. Almeno siamo di fronte a una disumanità senza vie di fuga, a una glaciazione burocratica allo stato bruto.

Quando la morte, patrocinata dall'assurdo, arriva a un tale stadio di ridicolaggine, ci si può chiedere se non se ne debba ridere; sorridere di questo ridere della vita da cui l’umano trae la sua potenza serena.

 

Attuare misure di prevenzione e di lotta contro le pandemie presenti e future significa dare priorità al mutuo soccorso, a una generosità che rafforzi la salute e la immunizzi contro le malattie con le quali un ambiente morboso ci molesta.

La nostra autodifesa sanitaria ha tutte le ragioni per ignorare le ragioni di Stato. Non abbiamo forse il diritto di considerare nulli i decreti dettati dalla preoccupazione di diffondere una paura di cittadinanza, di confinare ognuno nella sua cuccia dove farà della sua collera uno strumento di delazione?

Qualsiasi rapporto con lo Stato è tossico.

 

La prospettiva della vita è la creazione di se stessi e del mondo

 

Ieri strumento della classe dirigente, lo Stato non è, oggi, altro che un ingranaggio della macchina per produrre profitto. Trasmette gli interessi privati che rendono redditizia la distruzione del pianeta. Sotto le sue apparenze e le sue realtà democratiche o tiranniche, rimane essenzialmente una violenza fatta all’essere umano, nato libero per natura.

Se i Diritti Umani sono oltraggiati ovunque, se sono la fiaccola di una speranza spenta dalla benché minima oppressione, è perché quest'Uomo, la cui libertà pretende di scaturire da una grazia divina, è un fantasma, un'astrazione e non un essere umano, un'emanazione del vivente, un'intelligenza sensibile.

Gli insorti internazionali che ci vengono incontro armati della loro vivacità festosa gettano le basi per un'internazionale del genere umano contemporaneamente informale e auto organizzata. Ripudiando il militantismo sacrificale e vittimizzante, rammentano dove si trova la vera lotta. Sono i guerriglieri pacifici che vanno oltre le fazioni che la strategia del caos e del capro espiatorio oppongono tra loro. Liberiamoci dal manicheismo, del pensiero binario che, distogliendoci dalle vere lotte, spinge l'emancipazione nell'impasse.

 

La libertà di vivere abolisce le libertà dell'economia. Gli esseri umani hanno solo diritti. Possono tutto perché non devono nulla. È sufficiente che la volontà di autonomia individuale ripudi l'individualismo e il suo calcolo egoistico affinché ognuno conduca la propria vita come meglio crede. L’essere umano non deve rendere conto a nessuno. Perché, ponendo fine all'alienazione gregaria, l'aiuto reciproco non richiede alcuna contropartita. Il mutuo soccorso non è un dovere, è una manifestazione spontanea del vivente.

Non fatemi dire che l'individuo in cerca di autonomia ha spontaneamente la capacità di influenzare la sua vita e il suo ambiente. Affermo soltanto che abbandonarsi al piacere di desiderare senza fine è più piacevole dell'esistenza angusta cui si riduce la sopravvivenza.

 

L'esuberanza tranquilla degli zapatisti e dei gilets jaunes offre forse per la prima volta nella storia l'esempio di un'insurrezione che mantiene il sorriso mentre continua ad avanzare dritta davanti a sé, attraverso il sangue, il rumore, il furore e l’orrore del vecchio mondo.

Quali che siano i nostri dubbi, disperazioni e delusioni, è da ogni parte che ci giungono le grida dell'innocenza ribelle: “Non mollare mai”! “Sacrificare la propria vita è correre verso una morte prematura”.

 

Garantire la preminenza del mutuo soccorso. Non è un'audacia alla portata di tutti fare del nostro presente l'eterno meriggio della vita. La formula, però, ha senso solo se portata da un'onda di solidarietà, la cui realtà messa a punto lascia filtrare solo la schiuma.

Il mutuo soccorso è un'onda di fondo che ignora la costrizione. L'attrazione appassionata è il segreto della sua irresistibile espansione. Eppure, come tutte le manifestazioni della vita, essa è soggetta a capovolgimento e pronta a trasformare in celebrazione della morte una vitalità trascurata che s’infuria improvvisamente, dopo aver languito di noia, per un vuoto che questa energia vitale appestata riempie con metodi hitlero-stalinisti.

 

Garantire i diritti dell’essere umano. Dove l'uccello di Minerva non prende più il volo, le grandi ali della morte fanno di ogni giorno una notte.

Da qui l'utilità di redigere collettivamente una Costituzione dei diritti dell’essere umano che ci collochi in una prospettiva di vita che la nostra storia disumana ha costantemente ribaltato.

 

Dove iniziano i nostri diritti, finisce la predazione. Fin dalla prima elaborazione dei Diritti dell'essere umano, le collettività locali e regionali preposte alla loro redazione farebbero bene a non cedere agli animi buoni dell'umanesimo, le cui suppliche etiche risuonano da secoli sui tamburi della filantropia caritativa.

 

Critica dell'ideologia umanista. Evocare le origini e la funzione dell'umanesimo ricorda come un’evidenza che quello che a essere preso in considerazione non è l'essere umano in cerca di maggiore umanità, ma l'homo economicus, l'uomo diventato strumento di un'economia che l’oggettiva. Benché il suo status di merce sia costantemente messo in discussione dalle insopprimibili pulsioni vitali, la riduzione tendenziale all'oggetto mercantile si basa sul valore d'uso dell'uomo e della donna economizzati per giustificare il loro valore di scambio. Così come un paio di scarpe la cui utilità mi convince a pagarne il prezzo di acquisto.

 

La compassione, la sollecitudine, l'interesse per ciò che resta umano nell'individuo e nella società fanno parte del valore d'uso. Fu un grande passo del progresso umano – forse l'unico – la decisione di non giustiziare i prigionieri rastrellati durante i conflitti che contrapponevano i primi villaggi fortificati, poi le città-Stato e gli Stati-nazione successivi. I vinti hanno pagato con la morte il prezzo della loro sconfitta finché la ragione del profitto non ha fatto valere quanto fosse giudizioso risparmiare a nemici disarmati un'esecuzione rituale tanto contraria allo spirito razionale del libero scambio. Concedere loro una sopravvivenza insperata li rendeva debitori di un debito immemorabile. Per liberarsi di questo debito, infatti, avrebbero dovuto farsi schiavi, sottoponibili a qualunque corvè, di padroni di cui avrebbero dovuto celebrare l'avidità compassionevole. Questa è l'origine della servitù volontaria.

L'oppressore contribuisce alla felicità degli sventurati scambiando la loro morte brutale con questo contratto di vita apparente che è la sopravvivenza. L'impostura umanista si perpetuerà finché si farà fatica nel districare la parte di umanità autentica dalla contrazione che dissimula la sua funzione commerciale.

 

Soltanto l'esperienza del "vivere insieme" diretta dal locale al globale può presiedere all'emergere di uno stile di vita. Mettere al bando i riflessi predatori favorendo l'aiuto reciproco fa parte di una poesia pratica in cui il cambiamento radicale delle nostre mentalità e dei nostri costumi renderà obsoleta l'arida enumerazione dei Diritti Umani, che “funzioneranno da soli”.

 

Ciò che è all'opera è un'insurrezione dei cuori. Se si stima che l'affermazione "la vita va da sé", è facile da dire e poco importa come, chiedetevi perché, godendo di una felicità che sta a cuore, si sente il desiderio di affinarla, agendo per la felicità di tutta l'umanità? Chiedetevi perché la beatitudine egoistica è traballante e malaticcia.

 

Il regno delle separazioni e la poesia del superamento. Non abbiamo conosciuto altri diritti se non quello di avere. Affermare i diritti dell'essere implica di ristabilire in noi, con il nostro ambiente e con l'universo, un'unità originaria che è stata rotta dall'instaurazione di una civiltà basata sull'appropriazione, sul potere gerarchico, sulle libertà commerciali.

Lo sfruttamento congiunto della natura e dell'uomo ha inaugurato il regno delle separazioni. Le strutture dualistiche si diffondono ovunque. Il bene e il male, la luce e le tenebre, la vita e la morte offrono loro un modello archetipico ideale.

L'economia d'appropriazione e la sua suddivisione sociale in signori e schiavi provocano nell'homo sapiens una scissione in cui lo spirito ha la funzione di dominare il corpo carnale. L'esistenza subisce allora una vera e propria mutilazione che macchia di sangue e di pus il pensiero frammentario alla ricerca della sua unità perduta (la logica binaria di Aristotele tenterà di ordinarla rinchiudendola nello stagno di A e non-A.)

Hegel annuncia la fine delle dualità regnanti mentre la lotta di classe, rivelatasi sotto la Prima Repubblica, inscrive nella realtà della storia un processo di superamento in cui l'antagonismo tra signore e schiavo si dissolve in una società senza classi. L'emergere di una terza via, che l'orecchio di Marx ha finemente percepito, prefigura la preminenza del tre sul due, che significa un'unità vitale che si stabilisce di là dall’artificiosa gerarchia della testa e del corpo. Niente di metafisico in questa dialettica della vita quotidiana dove il ritorno del mutuo soccorso alimenta il presentimento di una società egualitaria imminente.

 

La vita come godimento di sé è stata svalutata a favore di un'energia vitale costretta a trasformarsi in forza lavoro. Il lavoro stesso, come una società di padroni e schiavi, si è suddiviso in lavoro intellettuale prerogativa dei capi e della testa e in lavoro manuale, riservato allo schiavo, al servo, al proletario, al corpo sociale inferiore e al corpo vitale, dove l'attrazione passionale e i “bassi istinti” hanno bisogno della frusta dello spirito religioso e profano per essere debitamente controllati e domati.

 

I diritti umani implicano la fine delle separazioni e il superamento delle antinomie. La realizzazione di un tale progetto è parte di un processo di alleanza con la natura e con la donna che ne è l'emanazione più sensibile.

La natura è una potenza che sta a noi riscoprire e rinaturalizzare. Ne siamo parte e dipendiamo da essa. Essa opera in noi attraverso una coscienza umana che ha il potere di riequilibrarla nelle sue forze vive ogni volta che la sua eccessiva profusione la costringe a distruggere le sue eccedenze. Agisce per risonanza sulla nostra salute. Di metafisico ha solo la forma denaturata di cui l'ha rivestita il suo sfruttamento mercantile. Una nuova alleanza con lei la ripulirà dai lividi e dalle infezioni del capitalismo, che vi trovava soltanto, come nelle donne, oggetto di stupro e contemplazione.

 

Nella guerra che le mafie della morte redditizia combattono contro di noi, le nostre forze vitali sono un'arma assoluta. Chi si stancherà per primo? Abbiamo lottato perché il nostro corpo ci appartenga, ci siamo impegnati a liberarlo dai meccanismi che lo bloccavano e lo logoravano asservendolo al lavoro. Quale autorità scientifico-politica otterrà che, vaccinati o no, donne e uomini accettino di impoverire quel che resta loro di esistenza nel timore di un’ennesima mutazione del virus, di un'ennesima vaccinazione i cui effetti a lungo termine sono sconosciuti?

 

Tragedia della sofferenza, commedia delle cure. Le potenziali vittime di epidemie presenti e future sono colte dall'angoscia al pensiero di varianti ricorrenti. Per quanto detengano vaccini il cui effetto placebo non è trascurabile, hanno gli occhi fissi sul contatore dei media che registra, a beneficio del virus provvidenziale, i decessi dovuti ai pesticidi, all'inquinamento atmosferico, ai gestori della paura, all'impoverimento, al saccheggio del settore ospedaliero, ai disturbi delle relazioni affettive, al ritorno del puritanesimo, all'aggressività, ai colpi di follia, al razzismo multicolore, alla misoginia, ai topi geneticamente migliorati del trans umanesimo.

La commedia sinistra del coronavirus si svolge sotto i nostri occhi, su uno sfondo di tragedia. Questa tragedia, che deve il suo nome alla messa a morte di un capro, porta il segno di una sofferenza originaria, inflitta dalla perversità di un sistema che rende l'essere umano schiavo di ciò che produce.

Dotato di un'intelligenza adatta a umanizzare la sua animalità e a reinventare il mondo, l'homo sapiens non ha trovato altro uso che il perfezionamento di ciò che costituisce il genio specifico degli animali: l'arte di adattarsi alle condizioni dominanti. La conquista della libertà ha lasciato il posto alla conquista dell'alienazione. La sua astrazione vola oggi in frantumi e ci mette di fronte alla sofferenza della bestia che abita in noi, la sofferenza del non superamento.

 

La commedia, invece, fa piuttosto parte del dramma borghese. Mentre il finanziamento e il miglioramento dei servizi sanitari avrebbero permesso di far fronte a un'epidemia che uccide principalmente pazienti in cattive condizioni di salute, abbiamo assistito a un saccheggio degli ospedali e della medicina dovuto al mercato degli interessi privati e a una politica di redditività morbosa. Per non parlare dell'avvelenamento del cibo, dell'inquinamento dell'aria e dell'acqua, dell'impoverimento, dell'usura sul lavoro, del grigiore dell'esistenza.

 

Per nascondere i loro illeciti sanitari e le loro mancanze criminali, i governi diffondono un panico che identifica il coronavirus a una fatalità. L'oscurantismo religioso del passato avrebbe invocato la punizione divina mandando al rogo delle vittime espiatorie. Per mancanza di mezzi, l'oscurantismo laico è ridotto a sostenere l'autoflagellazione massiccia.

 

Rendere disperata la disperazione. La sovrabbondanza di profitto sterilizza il suolo che la produce. Il capitalismo è arrivato a mettere in scena la propria messa a morte che concepisce come un’ultima taglia.

C'è una sola risposta a uno Stato il cui ridicolo acceca e uccide, è la gioia della disobbedienza che si riversa come sabbia negli ingranaggi che fabbricano il disumano.

 

Il superamento dei divieti, del puritanesimo e del senso di colpa, che sono altrettanti ostacoli ai piaceri di vivere, si riconnette con l'innocenza originaria dell'infanzia. Analizzandolo più da vicino, l'approccio non è solo una frecciata all'incontinenza senile delle élite autoproclamate, ma invita a sventare le trappole del passato che ci bloccano in un presente senza sbocco.

 

Quando i vivi del mondo vengono a noi, è a un incontro con noi stessi che ci invitano! Niente di meglio per rafforzare la pulsione di vita che chiede solo di irradiarsi in noi e intorno a noi. Essere consapevoli e incuranti del pericolo priva il nemico delle sue armi più pericolose, quelle offertegli dalla paura e dalla rassegnazione degli sfruttati.

 

La nostra esistenza, indebolita e rinvigorita in ogni istante, ha bisogno di superare i contrari prima che si trasformino in contrarietà. La coscienza del vissuto insegna la dialettica senza bisogno di leggere Hegel.

 

Ristabilire la nostra unità perduta significa superare

ciò che ci separa da noi stessi e dal mondo

 

Non arriveremo a sbarazzarci del vecchio mondo senza costruirne uno nuovo. La comparsa e il moltiplicarsi delle Zone da difendere rivelano sia la nostra volontà di riappropriarci di un territorio da cui l'impero del profitto minaccia di sloggiarci, sia l'esperienza collettiva di una società senza padroni né schiavi, dove la convivenza basa sull’aiuto reciproco il rifiuto di tutte le forme di potere e di avidità.

È lì che si abbozzerà la vera avventura cui tutta l'esistenza aspira: la riconciliazione di ciascuno con se stesso e con il proprio ambiente. Al cuore delle insurrezioni che aprono crepe nella cittadella reale e fantasmatica del capitalismo globale, c'è la ricerca serena e sfrenata di uno stile di vita. Questa poesia suggerisce fin d’ora di redigere una Costituzione dei diritti dell’essere umano che abroghi la frode statale del contratto sociale.

 

La maggior parte dei diritti dell’essere umano deriva dal superamento degli antagonismi. I conflitti tra pro e contro bloccano e paralizzano l’avanzamento del progresso umano. Non a caso il discorso cerca di placarli lasciando che la vita faccia sentire la sua voce.

La stesura di una Dichiarazione dei diritti dell'essere umano guadagnerà d’importanza quanto più la si dimenticherà vivendola.

 

Superamento dell'intellettuale e del manuale. Ieri ancora celebrato come il degno erede del Rinascimento e dell'Illuminismo, l'intellettuale è caduto in pochi anni in un tale stato di degrado e svilimento che il suo statuto di pensatore è oggetto di critiche sempre più radicali. Il disprezzo con cui Hitler, Stalin, Mao, Pol-Pot trattavano l’intellettuale, aveva giocato in suo favore fino a quando ha dato prova dello stesso arrogante disdegno del ricco di fronte a un’accozzaglia di pezzenti disdegnando i gilets jaunes e altri "vociferatori ignoranti, indegni del nome di proletario".

 

Qui, come ovunque, si tratta di tornare alla base. Intellettuali, lo siamo tutti, così come siamo manuali. L’ha voluto la divisione del lavoro di una società dove il padrone governa lo schiavo allo stesso modo in cui lo Spirito regna sulla materia, il cielo sulla terra e la testa sul corpo.

In una società dove la predazione, l'appropriazione, il potere impongono la loro norma, era nella logica delle cose che la ragione del più forte e del più furbo concedesse il primato all'intellettualità, facendo dell'intellettuale il signore dei pensieri, fossero pure sovversivi. Sebbene in un piccolo numero di pensatori l'intelligenza del corpo abbia messo in crisi il regno spirituale dell'intelligenza intellettuale, quest'ultima ha conservato il suo vigore fino a quando il graduale crollo della piramide gerarchica non l’ha ridotta a una deficienza mentale di cui un certo Trump, eletto Presidente degli Stati Uniti, doveva diventare l'emblema.

 

Chiunque si vanti di essere un intellettuale non è altro che il prodotto del potere oppressivo che riproduce esercitandolo sugli altri.

 

La poesia pratica e le sue insurrezioni creative avranno ragione delle due funzioni che portano il marchio ignobile del lavoro: quello intellettuale o quello manuale. Il loro rapporto gerarchico è l'eredità che trasmette, di generazione in generazione, come un’ignominia, il malessere della civiltà mercantile.

 

Ripristinare l'unità dell'energia materiale e della materia energetica, che costituiva la nostra esistenza. Nella civiltà preagraria, l'esistenza degli individui si è evoluta in simbiosi con la natura. Lo sfruttamento lucrativo delle risorse terrestri ha lacerato, separato dal vivente, snaturato il comportamento di uomini e donne che, per trentamila anni, hanno attinto dalla raccolta il loro sostentamento e il loro modo di vita.

L'energia vitale e quella mentale formavano un'unità corporea da cui emanava una coscienza riflessiva e operativa, una coscienza offerta alla specie umana dal capriccio sperimentale di una forza cieca. Lì stava la nostra genialità. Ne abbiamo fatto un uso assai relativo per migliorare la nostra sorte, fino a un presente recente in cui la nostra trasformazione accelerata in oggetti la reificazione la minaccia di estinzione.

 

Mantenere la rotta verso l'umanizzazione della nostra specie dà senso al nostro destino. Non siamo abbastanza attenti alle meraviglie dell'infanzia, rinascente ogni volta che la fenice di un'insurrezione mondiale risorge dalle sue ceneri.

 

La gioia di vivere ignora sovranamente gerarchia, potere, economia, ambizione, competizione. Sapevamo già che era di là dal bene e del male. La sua esperienza insegna inoltre che ha la facoltà eccezionale e ordinaria di superare queste separazioni che bloccano in contrarietà inestricabili i pensieri ei comportamenti, che ci abitano e hanno consuetudine di uscire sempre in compagnia del loro contrario. Il gioco della vita consiste nel passare dal recinto del due all'apertura del tre.

 

Superamento del femminismo e del virilismo. Espressione del potere dell'uomo, il patriarcato subisce in pieno l’indebolimento della piramide gerarchica, il crollo dell'autorità di cui il capofamiglia era depositario. Nell'intento di soffocare le ultime convulsioni della tirannia maschile, un femminismo militante ha costruito la sua città su un terreno occupato dalla misoginia del maschio alle strette, che s’impegna a combattere. Tuttavia il sentimento di sfogo vendicativo di cui fa sfoggio evoca una guerra dei sessi il cui obiettivo provato o tacito, sarebbe che un matriarcato succeda alla tirannia patriarcale troppo a lungo dominante.

In proposito, la domanda che affligge il femminismo è questa: quale essere libero vuole che un potere si sostituisca a un altro?

Il femminismo è un'ideologia. La donna vi rinuncia a un'emancipazione che l'uomo rivendica non come maschio ma come essere umano. La barbarie, cinica o subdola, di una donna d'affari, di un’assassina, di una soldatessa, di una burocrate non mi ripugna meno di quando un uomo assume funzioni simili.

L'emancipazione dell’uomo e della donna è inseparabile da un'alleanza con un ambiente naturale risolutamente affrancato dallo sfruttamento che lo inquina e lo devasta. Siamo al cuore di tutte le libertà e questo cuore ci sarà strappato fino a quando non avremo gettato nella lotta tutta la potenza delle nostre forze vitali.

Questo è ciò di cui prendono gradualmente coscienza le episodiche insurrezioni che infiammano il vecchio mondo. Questa primavera della vita trae la sua originaria efflorescenza dalla libertà di amare alla quale s’iniziano grazie all'intercessione delle donne milioni di creature associate alle predicazioni dell'evangelismo religioso e secolare la cui peste propagava il dogma dell'antiphysis e le disgustose virtù dell'antinatura.

Dal momento in cui non sono dovute a predazione, violenza, stupro o corruzione, l’amore fusionale, lo svolazzamento libertino, l’eterosessualità, l’omosessualità e la pletorica gamma delle fantasie erotiche fanno parte del nostro patrimonio inamovibile: le libertà del desiderio. Ciò che c’è di maschile nella donna e di femminile nell’uomo permette dunque una scelta di variazioni le cui modulazioni sono illimitate e non hanno alcun bisogno di entrare nei cassetti categoriali del “genere”.

 

Il superamento del tempo di lavoro e del tempo di riposo inaugura una nuova temporalità, un tempo dedicato alla creazione, al desiderio, al godimento. Il lavoro ha frammentato il tempo in zone di attività diurna e di riposo notturno, snaturando così il ritmo naturale del giorno e della notte. Il tempo scandito dall’efficienza laboriosa è quello dell'usura, della fatica, del declino, della morte eretta a divinità liberatrice. È il tempo della sopravvivenza, un tempo lineare dal percorso labirintico angosciante perché senza altra via d'uscita che finire divorati dal Minotauro o dai suoi emuli. Al di là si profila un'era della creazione che ignora la contabilità delle età. L'opposizione tra giovinezza e vecchiaia perde allora significato e pertinenza.

 

Il godimento del presente sposa il passato per correggerlo e il futuro per ereditarlo. Rompe con l'effetto di modernizzazione che il rinnovamento permanente dello spettacolo richiede.

 

La moda perde valore a forza di saldare il vecchio sotto un'etichetta frettolosamente rinnovata. Ci si trova a sognare un allegro falò delle vanità dove si celebrerebbe la fine dei cellulari, sapendo che una tal eventualità sarà presa in considerazione solo una volta che avremo riscoperto il piacere di incontrarci. Una volta revocato lo spirito affarista in cui l'umano si perde nei meandri tecnici che lo parassitano e gli tolgono la sostanza.

 

Ebbene, mentre il tempo fa il suo mercato valorizzando l'apparenza prestigiosa a scapito dell'utile, si vedono riabilitate dal popolo le tecniche artigianali antiche che permettono di riparare a basso costo dei prodotti dichiarati obsoleti, che il programma transumanista sostituirà con prodotti facilmente accessibili allo spionaggio dei dati personali.

Non c'è niente di rivoluzionario in quest’aggiustamento della merce che ritorna a un valore d'uso esageratamente diminuito a favore del valore di scambio. Solo che, avendo propagato il culto del valore di scambio e del lavoro parassitario che lo produce, la speculazione capitalista si ritrova sulle braccia un impoverimento crescente poco propenso a pagare per un nulla di moda, vuoi a pagare del tutto. Cosicché si rischia di mettere in discussione quel poco di uso vitale di un gran numero di beni promossi sul mercato. Ne consegue il cattivo uso di una vita quotidiana impantanata nella vischiosa tirannia dello Stato.

 

Superamento della sopravvivenza e della morte snaturata che produce. Siamo raramente confrontati a una morte naturale, voglio dire a una vita tanto pienamente vissuta da arrivare a desiderare un riposo eterno paradosso di un tempo in cui l'eternità non ha più senso.

 

È la vita economizzata, la sopravvivenza o il tirare avanti, come dice l'indiano Seattle, che è la nostra disgrazia dall'instaurazione della civiltà mercantile. La sopravvivenza è una morte in attesa, un'agonia cui il destino umano si adatta ancora meno se le tecniche di modificazione biologica vogliono prolungarne la durata.

 

Se è vero che nei suoi perpetui tentativi la vita corregge la sua eccessiva profusione distruggendo le sue eccedenze, essa, tirando i dadi a caso, ha delegato all'homo sapiens – che rischia anche lui di sparire, se non sta attento – il privilegio di ordinare il disordine evitando il riequilibrio a colpi di carestie, pandemie, missili, machete o falci.

Mai la scelta di vivere, di sopravvivere, di morire è stata posta così brutalmente nelle nostre mani.

 

Non lanciamo una sfida alla morte, vogliamo solo rinaturarla, inserirla nella nostra volontà di vivere nel nome di un ricorso complice al suicidio. Un suicidio, però, affrancato dall’urgenza ingrata verso la quale spingono il malessere e la malinconia.

Mi farà piacere, penso, lasciare la vita il giorno in cui mi abbandonerà il desiderio di goderne ancora.

 

L'unica violenza alla quale s’indulge con buona grazia è quella del vivente. L'esplosione e la diffusione della vita nell'universo e sulla terra è stato e resta un fenomeno di grande brutalità. L'intrusione di un germe, proveniente dal cosmo ed estraneo all'ambiente planetario che insemina, non va senza evocare la bestialità risorgente che presiede all'accoppiamento amoroso quanto all'espulsione del bambino dal ventre della donna.

La nostra stessa pulsione vitale deve fare mostra di una violenza innegabile per farsi strada attraverso una cospirazione di odio e paura che da millenni si accanisce sulla natura e la donna.

Privilegiata dall'espansione dell'avere a scapito dell'essere, la prospettiva di morte è un lasciare andare, un passaporto per la servitù volontaria, dove l'essere si gloria della decadenza cui lo snaturamento l'ha ridotto.

Al contrario, il vivere emana da una volontà spontanea costantemente riattivata. Se l'attrazione appassionata non è alimentata, appassisce e si trasforma nel suo opposto. Morire è una facilità, offerta, fin dai primi anni, a chi sacrifica la propria esistenza al lavoro.

 

Disobbedienza civile!

 

La violenza della vita non ha nulla in comune con la violenza di cui si riveste la morte. La vita non si preoccupa di rispondere alla barbarie che la opprime.

Vivere umanamente è un'esperienza contemporaneamente atemporale e, storicamente parlando, radicalmente nuova. Attaccarsi a essa e perseguirla basta perché ogni velleità di intralciare la sua libertà finisca archiviata.

 

Ignoriamo qualsiasi decreto liberticida!

 

La disobbedienza civile è una delle emanazioni poetiche di quest’archiviazione. Essa non tollera alcuna forma di predazione, nessuna forma di potere. È il non-agire che si afferma irradiandosi, è la pulsione vitale che precede se stessa e, anello dopo anello, spezza, quasi inavvertitamente, la totalità delle sue catene.

 

La guerra civile è un gioco di morte in cui tutte e tutti si affrontano, la disobbedienza civile è il gioco della vita solidale, dove le passioni si vivono accordandosi.

 

In ogni istante si pone la questione: a chi giova?

 

La strategia della confusione è prerogativa dei governi e delle potenze finanziarie mondiali. L'arte della comunicazione serve a screditare le rivolte della libertà offesa. Il movimento dei Gilets jaunes è stato così assimilato a un populismo, dove brulicavano fascisti, antisemiti, omofobi, misogini e pazzi furiosi. Queste calunnie grottesche non hanno avuto davvero bisogno di essere denunciate. Sono state spazzate via con una sbalorditiva disinvoltura dalla tranquilla determinazione dei manifestanti di accordare una priorità assoluta alle aspirazioni umane. Sorprendentemente, l'opposizione di sinistra, ma anche gauchista e libertaria, aveva mostrato una sprezzante riluttanza nei confronti dei Gilets jaunes, piuttosto simile all'arroganza oligarchica. Quando i burocrati politici e sindacali si resero conto del loro errore e aspirarono a unirsi al movimento delle rotonde, si trovarono emarginati dalla ferma e salutare risoluzione di non tollerare nessun capo o guida autoproclamata.

L'epidemia è giunta a proposito per restituire al Potere vacillante un po' della sua autorità repressiva.

Certo, il coronavirus e le sue continue mutazioni rappresentano un pericolo innegabile. Tuttavia, dove delle misure favorevoli alla salute avrebbero permesso di mitigare l'impatto, c'è stata una gestione catastrofica del caos. La cattiva gestione dell'ospedale, le bugie a cascata, i passi e i contro passi, la prevaricazione degli ambienti scientifici hanno aggravato il pericolo. Ancora più tossico è stato e resta il panico orchestrato dai media, zerbini d’interessi privati. Il gioco valeva la candela per le grandi case farmaceutiche i cui azionisti si arricchiscono ogni volta che i cittadini-cavie pagano il rinnovo dei vaccini.

Tre anni di gilets solari in tutte le stagioni hanno rafforzato la resistenza a una barbarie, che non li ha risparmiati. C'è in questo di che preoccupare e irritare i burattini dello stato, gli ultimi politicanti, i mercanti di pesticidi ai quattro venti.

La brutalità non è bastata, la vecchia pratica del capro espiatorio ha preso il sopravvento. Esperta in materia, l'estrema destra ha scelto di masticare i migranti con il suo unico dente sciolto. Con i Gilet Gialli e i loro emulatori, i manager della corruzione nazionale e globalista affrontano un progetto di altra portata.

Nel 2018, il governo francese si è reso ridicolo trattando la gente delle rotonde da idioti ignoranti e irresponsabili. Che la moda del coronavirus dia loro l'opportunità di riprendere l'offensiva con più pertinenza non ha nulla di sorprendente.

 Quanto ai resti di quanti hanno rovinato il movimento operaio e il cui elettoralismo ha fatto emergere dal vaso di Pandora un fascismo di paccottiglia, hanno una rivincita da prendere su quel popolo che non riconoscono perché si rifiuta di riconoscerli. Condonano la grossolana manovra di colpevolizzazione con cui i responsabili della devastazione sanitaria attribuiscono la diffusione dell'epidemia a insorti colpevoli soprattutto di aver capito che l'obbligo di vaccinarsi era l’anticipo di un controllo sociale alla cinese.

Invece di denunciare i fautori della morbosità diffusa, una fazione d’intellettuali, retro bolscevichi, pretesi libertari ha adottato la neolingua orwelliana, diventata il modo tradizionale di comunicazione delle autorità governative. Negando al popolo il diritto di scegliere o no i vaccini in corso di sperimentazione, costoro apportano allo Stato un sostegno sbalorditivo accusando d’individualismo i gilets jaunes in lotta per il diritto di vivere e la libertà che ciò implica. Ebbene, sono passati tre anni da quando le insorte e gli insorti della vita quotidiana non devono più dimostrare di essere individui autonomi, che pensano da soli, non degli individualisti, il cui pensiero gregario ispira osservazioni del genere: "Se tutti si facessero vaccinare, non servirebbe il passaporto sanitario".

 

Né paura né sensi di colpa. Il vivente vincerà su questo mondo a rovescio e sui suoi complici. Anche se la lotta per la gioia di vivere subisce molte battute d'arresto, perché preoccuparsene? L’incendio che si spegne si riaccenderà come per inavvertenza al minimo soffio della vita.

Il ritorno alla base esclude falsi dibattiti. Soltanto la salute dell'Uomo astratto accetta di essere trattata con statistiche e decreti.

Vaccinarsi o no contro il virus è una decisione che dipende da una libera scelta. Non la impongo a nessuno sia vecchio che vulnerabile e mi batterò affinché nessuno me la imponga.

L'individuo autonomo trae la sua forza da se stesso e dalla solidarietà dei suoi simili. L'individualista è un seguace del calcolo egoistico, un volgare predatore, un puro prodotto del capitalismo.

 

Lasciando da parte la lista delle lotte fittizie, i popoli hanno imparato attraverso la sofferenza che solo i trafficanti d'armi vincono una guerra. La nostra lotta non è concorrenziale, si riduce a cercare di vivere secondo i nostri desideri rivendicando per tutti e tutte un identico diritto alla felicità.

La gioia di vivere è un'inclinazione naturale. È alla sua sovranità che la natura dovrà di essere liberata dall'uomo predatore.

Solo una libertà assoluta annienterà l'assolutismo che ci uccide.

 

8 agosto 2021

 

 

Quarto di copertina

A dispetto del confusionismo diffuso dall'estrema destra all'estrema sinistra, la proficua distruzione del pianeta e l'autodistruzione del capitalismo sono una realtà di cui milioni di esseri umani sperimentano gli effetti nel crescente malessere della loro esistenza. Il pericolo delle evidenze è che la loro ripetuta e fatalmente disperata constatazione faccia da letto alla rassegnazione. Siamo al centro di un cambiamento di civiltà in cui tutto si giocherà tra la follia mortifera del profitto e una vita follemente risoluta a umanizzarsi, contro ogni aspettativa.

L'alleanza con la natura rimarrà un’impostura finché il corpo non sarà riabilitato come luogo di godimento e risveglio della coscienza. Finché non ci riconcilieremo con il regno animale, vegetale, minerale, da cui proviene la nostra specie.

È giunto il momento di scommettere sulla coniugazione inestricabile dell’esistenziale e del sociale per dare le sue basi al progetto di autogestione generalizzata che è l'unico a poter restituire al mutuo soccorso la facoltà di porre fine al calcolo egoistico e alla servitù volontaria.



RAOUL VANEIGEM

 

Rien ne résiste à la joie de vivre

Libres propos sur la liberté souveraine

 

 

 

Aux zapatistes, aux gilets jaunes, aux insurgées et insurgés

 qui partout dans le monde opposent la vie à l’économie qui la tue.

 

 

L’impossible d’hier est le possible d’aujourd’hui

 

          Dans son rapport à la Convention, Saint-Just déclarait en 1794 : « Que l’Europe apprenne que vous ne voulez plus un malheureux ni un oppresseur sur le territoire français ; que cet exemple fructifie sur la terre, qu’il s’y propose l’amour des vertus et du bonheur. Le bonheur est une idée neuve en Europe. »

            Plus un malheureux, plus un oppresseur sur le territoire français, ni sur la terre ! Voilà de quoi susciter les reniflements du doute et de la condescendance, du moins tant que l’on n’a pas conscience qu’il arrive à la réalité de déboulonner les préjugés les plus solidement arrimés dans le passé.

            Le rêve d’une société égalitaire n’a cessé de hanter et de bouleverser les générations depuis l’instauration d’une société hiérarchisée, qui marque de son sceau infamant l’acte de naissance de la civilisation agro-marchande.

            L’exploitation de l’homme par l’homme a été si bien identifiée à un phénomène naturel qu’elle a longtemps passé pour éternelle. La légende d’entités divines, affublées d’une autorité absolue, a plié le corps et l’esprit à la volonté d’un quarteron de princes et de prêtres, détenteurs autoproclamés d’un mythique mandat céleste.

            L’acharnement spirituel et temporel à mutiler hommes et femmes afin de leur vendre des béquilles prêtait à la sujétion des peuples un caractère irrévocable. Il a fallu la Révolution française pour briser le joug qui contraignait la pensée à s’agenouiller, fût-elle subversive dans ses intentions.

            Si l’abrogation de l’Ancien régime n’a aboli ni le malheur de la créature opprimée ni l’asservissement de l’esclave à ses maîtres, au moins a-t-elle rompu avec le fatalisme qui imputait à une impuissance originelle – à une malformation ontologique de l’homme et de la femme – le besoin d’un Dieu, d’un guide tutélaire, d’un grand timonier, d’un petit père des peuples. Elle a brisé les chaînes que le dogme de l’impossible avait forgées au fil des siècles.

            Nous ne voulons plus d’une existence putréfiée par la pensée de la mort. Pendant des siècles, le memento mori a hanté les débats publics et privés. Hommes et femmes survivaient, mornes, rageurs et confinés dans les antichambres de la mort. La Révolution française leur a appris qu’un autre monde était possible. Nous savons depuis lors que le vaste champ des désirs du cœur s’est ouvert devant nous. Le rêve d’une vraie vie a commencé a découvrir des territoires en devenir. La poésie faite par tous et par toutes est un chemin qui se fraie au présent.

            En revanche et dans le même temps que la volonté d’émancipation progresse, les sursauts rageurs du conservatisme - droite et gauche confondues - nous frappent de plein fouet. A nous de comprendre combien nous manquons à l’audace de faire primer notre désir de vie sur la dictature du pouvoir et du profit. Nous faudra-t-il crever de ne pas vivre pour réaliser que ceux qui gèrent nos existences la cancérisent ?

            Brûler les papiers de nos pseudo-identités. Qu’attendons-nous pour détruire non les hommes du système oppressif mais leurs instruments, bulldozers et excavatrices de la dévastation lucrative ? Qu’attendons-nous pour gripper la grande broyeuse du vivant en créant et en multipliant des zones de résistance et de gratuité ? A quand le temps et la terre libre où, en hommage à Albert Libertad, nous brûlerons les papiers d’une identité bureaucratique et statistique, dont nous n’avons que faire ?

            Combattre pour un bonheur réel, non pour un bonheur fictif. Signe des ironies de l’histoire, on voit se répéter de nos jours – sur le mode parodique – l’engouement qu’à la veille de la Révolution les philosophes des Lumières éprouvèrent pour la quête d’un bonheur naturel et pour le bon sauvage censé y atteindre. 

            Alors que la paupérisation menace d’éteindre le néon des supermarchés et de mettre un terme à la vente publicitaire des plaisirs, c’est tout un peuple, colonisé et obnubilé pendant des décennies par le cœur factice d’une société sans cœur, qui se retrouve privé des consolations de l’avoir, censé pallier les déficiences de l’être.

            Accoutumé de ne voir dans les gueux des villes et des campagnes qu’une foule versatile et manipulable, le Pouvoir s’est trouvé soudain confronté à un peuple qui a su se prémunir contre la récupération populiste. Zapatistes, Gilets jaunes, insurgées et insurgés de villages, de quartiers, de places publiques, de rondpoints forment, en rupture avec le grégarisme traditionnel, des assemblées d’individus rebelles, faisant figure de bons sauvages, un peu inquiétants, incontrôlables, incompréhensibles car, à vrai dire, insaisissables.

            Leur déferlement paisible fait trembler les couards d’en haut. C’est pitié que ces gouvernants qui exorcisent leur effroi en redoublant de violences vindicatives contre quiconque refuse de se tortiller plus longtemps dans le baquet de la servitude volontaire !

            Devant le crime inexpiable de rébellion, la coterie de l’incompétence autoritaire attiserait volontiers les braises d’une guerre civile si la prudence ne lui enjoignait de se borner à la mettre en scène, histoire d’éviter, sait-on jamais, le bombardement de l’Élysée et des ghettos de riches par quelques desperados maniant drones et mortiers.

            Le capitalisme est en proie à son autodestruction. C’est là un fait notable, sur lequel on n’a guère insisté. En triomphant, le capitalisme abandonne sur le terrain conquis de quoi l’affaiblir et le détruire. Bien que le phénomène se déroule à son insu et à son corps défendant, il n’a rien de récent, si l’on songe au libre-échange qui, au dix-huitième siècle, favorisa, dans le sillage de sa victoire contre l’Ancien régime, une liberté de pensée qui va lui donner bien du fil à retordre.

a) Qu’en est-il des coups portés à la combativité des travailleurs, qu’en est-il du gauchisme, lequel n’ignore pas comment la bureaucratisation du mouvement ouvrier a mis à mal la conscience de classe ? En soldant le bonheur à bas prix, la colonisation consumériste achève de laminer le prolétariat. Celui-ci régresse à l’état de plèbe, qui était le sien avant ses premières tentatives d’organisation, lors de l’essor industriel du capitalisme.

            Qu’est-ce que la plèbe ? Un troupeau  qui s’amadoue avec du pain et des jeux et qu’on fusille quand il s’insurge. L’émotion l’aveugle et n’importe quel ambitieux n’a guère de peine à le mener où il veut. C’est sous cette forme-là que les bons esprits de gauche ont de prime abord perçu le mouvement des Gilets jaunes, avant de reconnaître leur erreur et de courir, de convergences en convergences, pour prendre le train en marche. Les mêmes bons esprits se rallient aujourd’hui au passeport sanitaire obligatoire. Au nom du salut commun, ils illustrent brillamment le B-A-BA de la novlangue : l’esclavage c’est la liberté. 

            Il fallait ne rien ressentir de la détresse universelle pour ne pas deviner, sous  le refus d’une taxe, l’exacerbation généralisée d’un Ya basta, d’un Y en a marre.

            Au lieu du populisme attendu, on a vu soudain se raviver, se propager, s’affermir les filières de l’entraide. En fait l’aspiration à faire de l’homme et de la femme des êtres humains à part entière n’a jamais cessé d’être au cœur des impulsions révolutionnaires, elle a toujours formé le noyau radical des insurrections du passé. Le projet d’une société sans classes, tel que l’avaient conçu Babeuf, Marx Bakounine, Kropotkine, Reclus et quelques autres, n’a fait que prêter une forme historique passagère à cette résolution irréfragable qui, sans chefs, sans hiérarchie, illumine le monde de ses insurrections sociales et existentielles.

b) Alors que la machine à broyer le vivant privilégiait le puritanisme et prônait les vertus du sacrifice, le capitalisme consumériste a été amené à populariser, en sens contraire, un hédonisme de marché. Il a contribué sans le vouloir à réhabiliter la jouissance, à la déculpabiliser, à nourrir une hostilité croissante envers l’austérité patriarcale, pilier de soutènement de la hiérarchie sociale.

c) Objet d’une publicité promotionnelle effrénée, le bonheur a fait figure d’idée neuve. C’était une idée abstraite, une idée vidée de sa substance charnelle, mais sa béance interrogeait. Elle éveillait une conscience critique qui n’eut guère de peine à décortiquer le mensonge. Elle en dégagea une vérité que l’on peut résumer comme suit : l’argent gâte tout ce qu’il touche. Ce qui se paie pourrit.

            A mesure que la paupérisation aggrave la crise de l’avoir, elle travaille à réhabiliter l’être. Une fois acquise l’idée que la gratuité est l’antidote du capitalisme, il ne s’agira que de la mettre en pratique.

d) Se pose enfin la question : que perdons-nous à perdre le paradis monnayable et frelaté d’une « grande distribution » caricaturant l’abondance édénique ? La modeste proposition de retrouver la saveur des produits naturels a beau servir de label à l’écologie mercantile, elle offre aux collectivités locales une pratique autogestionnaire qui aura raison de la pollution agro-alimentaire et de la plastification des fruits et de légumes. Le retour des potagers collectifs où l’on se jardine au lieu de se gendarmer invente une « révolution maraîchère » qui a le mérite de proposer, sans rhétorique barricadière, une réponse souriante et pleine d’humour à la révolution agraire, d’où naquit la civilisation marchande.

            Le désespoir fait la force des tyrans. Nous manifestons le plus souvent une désolante complaisance envers ce qui nous défait, nous ennuie, nous obscurcit, dévalorise, anéantit. Pour le regard enténébré, les éclairs d’espérance ne sont qu’étincelles éphémères et déceptives.

            Le malaise et la maladie prêtent d’ordinaire plus de consistance à l’existence que les célébrations festives du vivant. Ce penchant n’aide guère à s’affranchir de la misère oppressive. Pourtant, c’est au nom de la lucidité – de la lumière – que se livrent la plupart des combats contre le capitalisme. N’est-ce pas un terrible aveu d’impuissance que de pressentir la défaite avant de livrer bataille ? Si nous nous confinons dans l’ombre de la mort, comment découvrir la vraie vie ?

            N’est-il pas atterrant que raison et imagination se focalisent sur la pire oppression, alors qu’elles ont toute latitude d’explorer les immenses territoires que la vie offre à ceux qui en éprouvent les pulsations en eux et dans le monde ? Car si nous savons tout sur l’ennuyeuse survie, sur la longue agonie que la technologie bio-affairiste s’emploie à faire durer, en revanche, notre existence demeure dans l’ignorance presque totale de nos pulsions vitales, tant le travail, le pouvoir, le profit les entravent et les dévoient.

             La stratégie du chaos, à laquelle le capitalisme recourt pour mener impunément ses opérations de destruction de la terre, de l’eau, de l’air, du vivant, est à l’origine de la panique organisée au prétexte d’une épidémie à la fois réelle et fictive.

            On chercherait en vain dans l’histoire une époque où la déficience mentale s’érige aussi glorieusement en principe de gouvernement. Jamais autant de raison et de déraison n’ont atteint à ce sommet de l’aberration : renoncer à vivre pour ne pas mourir.

            Au prétexte d’un virus moins redoutable pour ses indéniables ravages que par son amplification médiatique, les gouvernements ont fait des hommes, des femmes, des enfants des créatures apeurées courant se rencogner dans les niches de leur piètre existence.

            Maintenant, imaginez qu’un gigantesque reflux inverse la réaction panique qui a aveuglé les consciences, piétiné le bon sens et lassé la patience des cobayes menacés de vaccination permanente ! Parlerez-vous de délire infantile, vous qui bâfrez à même l’auge du pontifiant gâtisme de vos maîtres ? Hola ! Méfiez-vous du merveilleux de l’enfance, méfiez-vous de la renaissance qui pointe et des voix qui appellent au déferlement d’une nouvelle innocence !

            Le crétinisme des petits hommes au pouvoir est, en dépit de leurs efforts, moins contagieux que l’intelligence sensible de quelques en-dehors.

            La subjectivité radicale mettra fin au processus de réification. Nous refusons d’être transformés en chose, en chiffre, en valeur d’échange, en catégorie statistique. Nous sommes en chemin vers une approche de soi et de l’autre qui établit la prééminence absolue du sujet sur l’objet. Une telle option n’obéit pas à un impératif catégorique, elle ne répond pas à un devoir éthique, elle annonce la pratique d’un style de vie dont nos rares joies de vivre donnent une idée. Je me contente de célébrer l’entraide, enfin redécouverte. J’imagine avec bonheur la tornade bienfaisante du vivant s’abattant sur l’empire du calcul égoïste.

            En faisant primer la valeur d’échange sur la valeur d’usage, le règne de la marchandise nous a accoutumés à entrer dans un monde à l’envers, dans une vie à rebours. Religion et philosophie n’ont d’autre réflexion à se mettre sous la dent qu’une réalité rapiécée, misérablement déjetée cul par-dessus tête. L’esprit s’échine à longueur de siècles à prôner la sagesse et l’équilibre au pauvre homo sapiens qui n’en finit pas de tomber et de tournoyer dans le vide.

            La croyance en une vie posthume avait longtemps conféré aux damnés de la terre la consolation de quitter leur vallée de larmes pour un au-delà où leurs songes récurrents accéderaient à une réalité virtuelle. Du moins était-ce la garantie conférée au prix d’une obédience absolue à l’Église et d’une foi sans faille en ses fables divines.

            Il n’y a plus aujourd’hui ni foi ni charité, ni espérance, ni illusion. Au reste, il n’y a plus de pensée. Le futur est un passé remis à neuf sous la grotesque appellation de transhumanisme. Le présent prie en attendant le pire, ce qui revient à prier pour le pire. Plus rien ne masque l’effroyable fétidité du monde à l’envers.

            Bienvenue dans la novlangue. L’absurde s’engorge et se vomit. Une montée excrémentielle déborde des latrines de la normalité. La purulence du mensonge efface le mensonge lui-même. La novlangue ouvre l’accès à l’univers transhumaniste, qui programme notre avenir. Une clé d’écoute, de lecture, d’apprentissage vous nettoiera le cerveau en le débarrassant de ses scories émotionnelles. Pour vous consoler de vos carences mentales, il vous suffira de généraliser quelques stéréotypes martelés par l’information officielle. L’obligation vaccinale en offre un éventail exemplaire :

            « L’esclavage, c’est la liberté. L’ignorance, c’est le savoir. Les pires décisions sont les meilleures. La cupidité est une marque de générosité. La corruption est une pureté intentionnelle. Le puritanisme et l’interdiction de se toucher sont les garants de notre salut. Quant à la maladie, elle obéit au principe, préalablement récuré de son humour : « Tout homme en bonne santé est un malade qui s’ignore ».

            Logique de mort et dialectique de vie. Pour qui est accoutumé d’identifier normalité et réalité inversée, il n’ y a rien d’illogique à ruiner le secteur hospitalier et à rendre hommage au personnel soignant. Veiller à la santé des citoyens n’est pas incompatible avec l’obligation d’en passer par des lobbies pharmaceutiques, plus motivés par leurs intérêts financiers que par l’état de leurs cobayes.

            Répétons-le avec insistance : il n’y a pas de remèdes de masse, pas de traitement qui s’applique uniformément à des individus comme s’ils étaient interchangeables, comme si leur existence statistique les vidait de leur existence charnelle.

            Le sécuritaire qui se substitue au sanitaire est un crime délibéré. Nous savons que chacun est sujet à des réactions psychosomatiques qui diffèrent d’une personne à l’autre. Ce type d’organisation intime, seule une relation de confiance entre le médecin et son patient est habilitée à le prendre en charge et à le traiter en connaissance de cause.

            C’est dans une telle relation que les vaccins anciens contre la tuberculose, le tétanos, la poliomyélite s’inscrivaient et démontraient leur efficacité. L’État dans sa servile obédience aux mafias pharmaceutiques, a mis fin au « medicus curat, natura sanat » qui tissait entre soigné et soignant une solidarité propice à la guérison. Mal rémunérée, une partie du corps médical a cédé au chantage financier du marché sanitaire, donnant à un humoriste l’occasion de brocarder ceux qui préfèrent au serment d’Hippocrate le sermon d’hypocrite.

            Quelles mesures d’intérêt public les gestionnaires de la misère rentabilisée pourraient-ils décréter judicieusement ? Voyez avec quel zèle publicitaire ils mettent en scène une prétendue allégeance universelle à leurs foucades – masques, pas de masques, confinement, pas de confinement, danger dans les bars et restaurants, pas de dangers dans les trains, bus, métros. Ils disent et se dédisent sans scrupule, ne dissimulant même plus sous une apparence humaine leurs cliquetis mécaniques. Au moins sommes-nous face à une inhumanité sans faux-fuyants, à une glaciation bureaucratique à l’état brut.

            Quand la mort, patronnée par l’absurde, en vient à un tel ridicule, on peut se demander s’il ne faut pas en rire ; en rire de ce rire de la vie dont l’humain tire sa paisible puissance.

            Mettre en œuvre des mesures de prévention et de lutte contre les pandémies présentes et à venir, c’est accorder la priorité à l’entraide, à une générosité qui conforte la santé et l’immunise contre les maladies dont un environnement morbide nous harcèle.

            Notre autodéfense sanitaire a toutes les raisons d’ignorer les raisons d’État. Ne sommes-nous pas en droit d’estimer nuls et non avenus des décrets dictés par le souci de propager une frayeur citoyenne, de confiner chacun dans sa niche où il fera de sa colère un instrument de délation ?

            Toute relation avec l’État est toxique.

 

La perspective de vie, c’est la création de soi et du monde

            Hier instrument de la classe dominante, l’État n’est plus aujourd’hui qu’un rouage de la machine à produire du profit. Il relaie les intérêts privés qui rentabilisent la destruction de la planète. Sous ses apparences et ses réalités démocratiques ou tyranniques, il demeure essentiellement une violence faite à l’être humain, né libre par nature.

            Si les Droits de l’Homme sont partout bafoués, s’ils sont le flambeau d’une espérance que le moindre oppression éteint, c’est que cet Homme, dont la liberté est censée procéder d’une grâce divine, est un fantôme, une abstraction et non un être humain, une émanation du vivant, une intelligence sensible.

            Les insurgés internationaux qui viennent à notre rencontre armés de leur vivacité festive jettent les bases d’une internationale du genre humain à la fois informelle et auto-organisée. Ils rappellent, en répudiant le militantisme sacrificiel et victimaire, où est le vrai combat. Ils sont les guérilleros pacifiques, passant outre aux factions que la stratégie du chaos et du bouc émissaire dressent les uns contre les autres. Débarrassons-nous du manichéisme, de la pensée binaire qui, nous détournant des vrais combats, pousse l’émancipation dans l’impasse.

            La liberté de vivre abolit les libertés de l’économie. L’être humain n’a que des droits. Il peut tout car il ne doit rien. Il suffit que la volonté d’autonomie individuelle répudie l’individualisme et son calcul égoïste pour que chacun mène sa vie comme il l’entend. Il n’a de compte à rendre à quiconque. Car, en mettant fin à l’aliénation grégaire, l’entraide ne se paie d’aucune contrepartie. L’entraide n’est pas un devoir, elle est une manifestation spontanée du vivant.

            Ne me faites pas dire que l’individu en quête d’autonomie dispose spontanément de la faculté d’influer sur sa vie et sur son environnement. J’affirme seulement que s’abandonner au plaisir de désirer sans fin présente plus d’agréments que l’existence étriquée à quoi se réduit la survie.

            La paisible exubérance des zapatistes et des gilets jaunes offre sans doute pour la première fois dans l’histoire l’exemple d’une insurrection qui garde le sourire en progressant droit devant soi, à travers le sang, le bruit, la fureur et l’horreur du vieux monde.

            Quels que soient nos doutes, désespoirs, déconvenues, c’est de partout que nous parviennent les cris de l’innocence insurgée : « Ne renonce jamais ! » « Sacrifier sa vie, c’est courir à une mort prématurée. »

            Assurer la prééminence de l’entraide. N’est-ce pas une audace à la portée de tous que de faire de notre présent l’éternel midi de la vie. Mais la formule n’a de sens que portée par une vague de solidarité, dont la réalité arrangée ne laisse filtrer que l’écume.

            L’entraide est une lame de fond, elle ignore la contrainte. L’attraction passionnelle est le secret de son irrésistible expansion. Pourtant, elle est, comme toute manifestation de la vie, sujette à s’inverser et prompte à tourner en célébration de la mort une vitalité qui a été délaissée, s’est alanguie dans l’ennui et s’enrage soudain d’une vacuité qu’elle comble à la façon hitléro-stalinienne.

            Garantir les droits de l’être humain. Où l’oiseau de Minerve ne prend plus son vol, les grandes ailes de la mort font de chaque jour une nuit.

            D’où l’utilité de rédiger collectivement une Constitution des droits de l’être humain qui nous inscrive dans une perspective de vie que notre histoire inhumaine n’a cessé d’inverser.

            Où nos droits commencent, la prédation finit. Dès la première élaboration des Droits de l’être humain, les collectivités locales et régionales, chargées de leur rédaction, seraient bien avisées de ne pas céder aux bons esprits de l’humanisme dont les objurgations éthiques résonnent depuis des siècles sur les tambours de la philanthropie caritative.

            Critique de l’idéologie humaniste. Évoquer les origines et la fonction de l’humanisme rappelle qu’à l’évidence ce qui est pris en compte n’est pas l’être humain en quête de plus d’humanité, mais l’homo œconomicus, l’homme devenu l’instrument d’une économie qui l’objective. Bien que son statut de marchandise soit sans cesse remis en cause par les pulsions vitales irrépressibles, la réduction tendancielle à l’objet marchand s’appuie sur la valeur d’usage de l’homme et de la femme économisés pour justifier leur valeur d’échange. Tout ainsi qu’une paire de chaussures dont j’ai l’utilité me convainc d’en acquitter le prix d’achat.

            La compassion, la sollicitude, l’intérêt pour ce qui subsiste d’humain dans l’individu et dans la société relèvent de la valeur d’usage. Ce fut un grand pas du progrès humain – le seul peut-être – que la décision de ne plus exécuter les prisonniers amassés lors des conflits dressant les uns contre les autres les premiers villages fortifies, puis les cités-Etats et les Etats-nation qui leur succédèrent. Les vaincus ont payé de la mort le prix de leur défaite jusqu’à ce que la raison du profit fît valoir combien il était judicieux d’épargner à des ennemis désarmés une exécution rituelle si contraire à l’esprit rationnel du libre-échange. Leur accorder une survie inespérée les rendait débiteurs d’une dette immémoriale. Car de cette dette, ils ne s’acquitteraient qu’en se faisant les esclaves, corvéables à merci, de maîtres dont ils seraient tenus de célébrer la cupidité compassionnelle. Telle est l’origine de la servitude volontaire .

            L’oppresseur contribue au bonheur des infortunés en troquant leur mort brutale contre ce contrat de vie apparente qu’est la survie. L’imposture humaniste se perpétuera tant que l’on peinera à y démêler la part d’humanité authentique et la défroque sous laquelle se dissimule sa fonction marchande.

            Il n’y a - menée du local au global - que l’expérience du « vivre ensemble » qui puisse présider à l’émergence d’un style de vie. Bannir les réflexes de prédation en privilégiant l’entraide participe d’une poésie pratique où le changement radical de nos mentalités et de nos mœurs rendra obsolète la sèche énumération de Droits humains, qui « iront de soi. »

            Ce qui est à l’œuvre est une insurrection des cœurs. Si vous estimez que l’affirmation « la vie va de soi », c’est vite dit et n’importe comment, demandez-vous pourquoi, jouissant d’un bonheur qui vous tient à cœur, vous éprouvez le désir de l’affiner en œuvrant au bonheur de l’humanité tout entière ? Demandez-vous pourquoi la félicité égoïste est bancale et souffreteuse.

            Le règne des séparations et la poésie du dépassement. Nous n’avons connu d’autres droits que l’avoir. Revendiquer les droits de l’être implique de rétablir en nous, avec notre environnement et avec l’univers, une unité originelle qu’a rompue l’instauration d’une civilisation fondée sur l’appropriation, le pouvoir hiérarchisé, les libertés du commerce.

            L’exploitation conjointe de la nature et de l’homme a inauguré le règne des séparations. Les structures dualistes se propagent partout. Bien et mal, lumière et ténèbres, vie et mort leur offrent un modèle d’archétype idéal.

            L’économie d’appropriation et son découpage social en maîtres et esclaves provoquent chez l’homo sapiens une scission où l’esprit a pour fonction de dominer le corps charnel. L’existence subit alors une véritable mutilation qui entache de sang et de sanies la pensée fragmentaire en quête de son unité perdue (la logique binaire d’Aristote tentera de l’ordonner en l’enserrant dans l’étau du A et du non-A.)

            Hegel annonce la fin des dualités régnantes alors que la lutte des classes, révélée sous la Première république, inscrit dans la réalité de l’histoire un processus de dépassement où l’antagonisme du maître et de l’esclave se trouve dissout dans une société sans classes. L’émergence d’une troisième voie, que l’oreille de Marx a finement perçue, préfigure la prééminence du trois sur le deux, entendez : une unité vitale s’instaurant par delà l’artificieuse hiérarchie de la tête et du corps. Rien de métaphysique dans cette dialectique de la vie quotidienne où le retour de l’entraide nourrit le pressentiment d’une société égalitaire imminente.

            La vie en tant que jouissance de soi a été dévalorisée au profit d’une énergie vitale contrainte de se transformer en force de travail. Le travail lui-même s’est, à l’instar d’une société de maîtres et d’esclaves, scindé en travail intellectuel – apanage des chefs et de la tête –- et en travail manuel, réservé à l’esclave, au serf, au prolétaire, au corps social inférieur et au corps vital où l’attraction passionnelle et les « bas instincts » ont besoin de la férule de l’esprit religieux et profane pour être dûment contrôlés et domptés.

            Les droits humains impliquent la fin des séparations et le dépassement des antinomies. La réalisation d’un tel projet s’inscrit dans un processus d’alliance avec la nature et avec la femme, qui en est l’émanation la plus sensible.

            La nature est une puissance qu’il nous appartient de redécouvrir et de renaturer. Nous en faisons partie et nous en sommes tributaires. Elle opère en nous par l’entremise d’une conscience humaine qui a le pouvoir de la rééquilibrer dans ses forces vives chaque fois que sa profusion excédentaire la contraint de détruire ses surplus. Elle agit par résonance sur notre santé. Elle n’a de métaphysique que la forme dénaturée dont son exploitation marchande l’a revêtue. Une nouvelle alliance avec elle l’assainira des ecchymoses et des infections du capitalisme, qui n’y voyait, à l’égal de la femme, qu’un objet de viol et de contemplation.

            Dans la guerre que les mafias de la mort rentabilisée mènent contre nous, nos forces vives sont une arme absolue. Qui se lassera le premier ? Nous avons lutté pour que notre corps nous appartienne, nous avons entrepris de le libérer des mécanismes qui le grippaient et l’usaient en l’asservissant au travail. Quelle autorité scientifico-politique obtiendra-t-elle que, vaccinés ou non, femmes et hommes acceptent d’appauvrir ce qui leur reste d’existence en redoutant une ixième mutation du virus, une ixième vaccination dont on ignore les effets à long terme ?

            Tragédie de la souffrance, comédie des traitements. Les victimes potentielles des épidémies présentes et à venir sont prises d’angoisse à la pensée de variants récurrents. Tout détenteurs qu’ils soient de vaccins, dont l’effet placebo n’est pas négligeable, ils ont les yeux fixés sur le compteur médiatique qui enregistre au profit du virus providentiel les décès dus aux pesticides, à la pollution de l’air, aux gestionnaires de la peur, à la paupérisation, au saccage du secteur hospitalier, aux troubles des relations affectives, au retour du puritanisme, à l’agressivité, aux coups de folie, au racisme multicolore, à la misogynie, aux rats génétiquement améliorés du transhumanisme.

             La sinistre comédie du coronavirus se déroule, sous nos yeux, sur un arrière fond de tragédie. Cette tragédie, qui doit son nom à la mise à mort d’un bouc, garde la marque d’une souffrance originelle, infligée par la perversité d’un système qui rend l’Homme esclave de ce qu’il produit.

            Nanti d’une intelligence apte à humaniser son animalité et à réinventer le monde, l’homo sapiens, n’en a trouvé d’autre usage que l’amélioration de ce qui constitue le génie spécifique des bêtes : l’art de s’adapter aux conditions dominantes. La conquête de la liberté a cédé le pas à la conquête de l’aliénation. Son abstraction vole aujourd’hui en éclat et nous confronte à la souffrance de la bête qui loge en nous, la souffrance du non-dépassement.

            La comédie, elle, participe plutôt du drame bourgeois. Alors que le financement et l’amélioration des services sanitaires auraient été en mesure de faire face à une épidémie qui tue principalement des patients en mauvaise santé, on a assisté à une mise à sac des hôpitaux et de la médecine due au marché des intérêts privés et à une politique de rentabilité morbide. Sans parler de l’empoisonnement des nourritures, de la pollution de l’air et de l’eau, de la paupérisation, de l’usure au travail, de la grisaille de l’existence.

            Pour dissimuler leurs malversations sanitaires et leurs carences criminelles, les gouvernements propagent une panique qui identifie le coronavirus à une fatalité. L’obscurantisme religieux du passé aurait invoqué le châtiment divin en envoyant quelques victimes expiatoires au bûcher. Faute de moyens, l’obscurantisme laïc en est réduit à prôner l’auto flagellation massive.

            Désespérer le désespoir. La surabondance de profit stérilise le sol qui la produit. Le capitalisme en est venu à mettre en scène sa propre mise à mort, et il la conçoit comme une dernière mise à prix.

            Il n’y a qu’une réponse à un Etat dont le ridicule éborgne et tue, c’est la joie  de la désobéissance se déversant tel du sable dans les rouages qui fabriquent l’inhumain.

            Passer outre aux interdits, au puritanisme, à la culpabilité qui sont autant d’entraves aux plaisirs de vivre renoue avec l’innocence originelle de l’enfance. A l’analyser de plus près, la démarche n’est pas seulement une nasarde à l’incontinente sénile des élites autoproclamées, elle invite à déjouer les pièges du passé qui nous figent dans un présent sans issue.

            Quand les vivants du monde viennent à nous, c’est à une rencontre avec nous-mêmes qu’ils nous convient ! Rien de tel pour affermir la pulsion de vie qui ne demande qu’à rayonner en nous et autour de nous. Être conscients et insouciants du danger ôte à l’ennemi ses armes les plus redoutables, celles que lui offrent la peur et la résignation des exploités.

            Notre existence, à chaque instant fragilisée et revigorée, a besoin de dépasser les contraires avant qu’ils tournent à la contrariété. La conscience du vécu enseigne la dialectique sans qu’il soit besoin de lire Hegel.

 

            Restaurer notre unité perdue, c’est atteindre au dépassement de ce qui nous sépare de nous-mêmes et du monde

            Nous n’arriverons pas à nous désencombrer du vieux monde sans en construire un nouveau. L’apparition et la multiplication des Zones à défendre révèlent à la fois la volonté de nous réapproprier un territoire dont l’empire du profit menace de nous déloger et l’expérience collective d’une société sans maîtres ni esclaves, où vivre ensemble fonde sur l’entraide le refus de toutes les formes de pouvoir et de cupidité.

            C’est là que s’esquissera la véritable aventure à laquelle toute existence aspire : la réconciliation de chacun avec soi-même et avec son environnement. Au cœur des insurrections qui fissurent la citadelle réelle et fantasmatique du capitalisme mondial, il y a la quête sereine et effrénée d’un style de vie. Cette poésie-là nous suggère dès maintenant de rédiger une Constitution des droits de l’être humain qui abroge l’escroquerie étatique du contrat social.

             La plupart des droits de l’être humain sont issus d’un dépassement des antagonismes. Les conflits du pour et du contre bloquent et paralysent l’essor du progrès humain. Ce n’est pas sans raison que la palabre tente de les apaiser en laissant la vie faire entendre sa voix.

            Rédiger une Déclaration des droits de l’être humain gagnera d’autant plus en  importance qu’on l’oubliera en la vivant.

            Dépassement de l’intellectuel et du manuel. Hier encore célébré comme le digne héritier de la Renaissance et des Lumières, l’intellectuel est tombé en quelques années dans un tel état de dégradation et d’avilissement que son statut de penseur fait l’objet de critiques de plus en plus radicales. Le mépris dont l’accablaient Hitler, Staline, Mao, Pol-Pot avait joué en sa faveur jusqu’à ce qu’il fît preuve devant les Gilets jaunes et autres « braillards incultes, indignes du nom de prolétaire » du même recul arrogant que le nanti face à un ramassis de pouilleux.

            Ici, comme partout, il s’agit de revenir à la base. Intellectuels, nous le sommes tous, tout autant que nous sommes manuels. Ainsi l’a voulu la division du travail, ainsi l’a voulu une société où le maître gouverne l’esclave au même titre que l’Esprit règne sur la matière, le ciel sur la terre et la tête sur le corps.

            Dans une société où la prédation, l’appropriation, le pouvoir imposent leur norme, il était dans la logique des choses que la raison du plus fort et du plus rusé accorde la primauté à l’intellectualité et fasse de l’intellectuel le maître des pensées, fussent-elles subversives. Bien que chez un petit nombre de penseurs l’intelligence du corps jetât le trouble dans le royaume spirituel de l’intelligence intellectuelle, celle-ci garda sa prestance jusqu’à ce que l’effondrement graduel de la pyramide hiérarchique la réduisît à une carence mentale dont un nommé Trump, élu président des États-Unis, allait devenir l’emblème.

            Quiconque se flatte d’être un intellectuel n’est rien d’autre que le produit du pouvoir oppressif qu’il reproduit en l’exerçant sur les autres.

            La poésie pratique et ses insurrections créatives auront raison des deux fonctions qui portent la marque ignoble du travail : l’intellectuelle et la manuelle. Leur rapport hiérarchique est le legs qui, de génération en génération, transmet comme une flétrissure, le mal-être de la civilisation marchande.

            Restaurer l’unité de l’énergie matérielle et de la matière énergétique, qui constituaient notre existence. En civilisation pré-agraire, l’existence des individus évoluait en symbiose avec la nature. L’exploitation lucrative des ressources terrestres a déchiré, coupé du vivant, dénaturé le comportement des hommes et des femmes qui, pendant trente mille ans, tirèrent de la cueillette leur subsistance et leur mode de vie.

            Énergie vitale et énergie mentale formaient une unité corporelle dont émanait une conscience réflexive et opérative, une conscience offerte à l’espèce humaine, par le caprice expérimental d’une force aveugle. Là résidait notre génie. Nous n’en avons guère usé pour améliorer notre sort, jusqu’à un présent récent où notre transformation accélérée en objets – la réification - la menace d’extinction.

            Garder le cap sur l’humanisation de notre espèce donne son sens à notre destinée. Nous ne sommes pas assez attentifs au merveilleux de l’enfance, qui renaît chaque fois que le phénix d’une insurrection mondiale ressurgit de ses cendres.

            La joie de vivre ignore souverainement hiérarchie, pouvoir, économie, ambition, compétition. Nous savions déjà qu’elle était au-delà du bien et du mal. Son expérience enseigne de surcroît qu’elle a l’exceptionnelle et ordinaire faculté de dépasser ces séparations qui figent en inextricables contrariétés les pensées et les comportements, qui nous habitent et dont la coutume est de sortir toujours en compagnie de leur contraire. Le jeu de la vie consiste à passer de l’enclos du deux à l’ouverture du trois.

            Dépassement du féminisme et du virilisme. Expression du pouvoir de l’homme, le patriarcat subit de plein fouet le tassement de la pyramide hiérarchique, l’effondrement de l’autorité dont le père de famille était dépositaire. Dans le dessein d’écraser les derniers soubresauts de la tyrannie masculine, un féminisme militant a bâti sa cité sur un terrain occupé par la misogynie du mâle aux abois, qu’il s’emploie à combattre. Mais l’esprit de défoulement vindicatif dont il fait montre, évoque une guerre des sexes dont le but avéré ou tacite serait qu’un matriarcat succède à la tyrannie patriarcale trop longtemps dominante.

            En l’occurrence, la question qui accable le féminisme est celle-ci : quel être libre souhaite qu’un pouvoir en remplace un autre ?

            Le féminisme est une idéologie. La femme y renonce à une émancipation que l’homme revendique non en tant que mâle mais en tant qu’être humain. La barbarie, cynique ou sournoise, d’une femme d’affaire, d’une tueuse, d’une militaire, d’une bureaucrate ne me répugne pas moins que chez l’homme assumant des fonctions similaires.

            L’émancipation de l’homme et de la femme est inséparable d’une alliance avec un milieu naturel résolument affranchi de l’exploitation qui le pollue et le dévaste. Nous sommes au cœur de toutes les libertés et ce cœur nous sera arraché tant que nous n’aurons pas jeté dans le combat toute la puissance de nos forces  vitales.

            C’est ce dont prennent peu à peu conscience les insurrections épisodiques qui enflamment le vieux monde. Ce printemps de la vie tire son efflorescence originelle de la liberté d’aimer à laquelle s’initient – grâce à l’intercession des femmes - des millions de créatures qu’avaient assoties les prêches de l’évangélisme religieux et laïc dont la peste propageait le dogme de l’antiphysis et les dégoûtantes vertus de l’antinature.

            Dès l’instant qu’ils ne relèvent pas de la prédation, de la violence, du viol, de la subornation, l’amour fusionnel, le papillonnage libertin, l’hétérosexualité, l’homosexualité et la gamme pléthorique des fantaisies érotiques font partie de notre patrimoine inamovible : les libertés du désir. Ce qu’il y a de masculin chez la femme et de féminin chez l’homme permet alors un choix de variations dont les modulations sont sans limites et n’ont nul besoin d’entrer dans les tiroirs catégoriels du « genre ».

            Le dépassement du temps de travail et du temps de repos inaugure une temporalité nouvelle, un temps dévolu à la création, au désir, à la jouissance. Le travail a fragmenté le temps en zones d’activité diurne et de repos nocturne, dénaturant de la sorte le rythme naturel du jour et de la nuit. Le temps rythmé par l’efficacité laborieuse est celui de l’usure, de la fatigue, du déclin, de la mort érigée en divinité libératrice. C’est le temps de la survie, un temps linéaire au parcours labyrinthique angoissant car sans autre issue que finir dévoré par le minotaure ou ses émules. Au-delà se profile une ère de la création qui ignore la comptabilité des âges. L’opposition de la jeunesse et de la vieillesse y perd son sens et sa pertinence.

             La jouissance du présent épouse le passé pour le corriger et le futur pour en hériter. Elle rompt avec l’effet de modernisation que sollicite le renouvellement permanent du spectacle.

            La mode se dévalorise à force de solder l’ancien sous une étiquette hâtivement rafraîchie. On se prend à rêver d’un joyeux bûcher des vanités où se célébrerait la fin des téléphones portables, tout en sachant qu’une telle éventualité ne s’envisagera qu’une fois redécouvert le plaisir de se rencontrer. Une fois révoqué l’esprit affairiste où l’humain se perd dans des méandres techniques qui le parasitent et lui ôtent sa substance.

            Or, tandis que le temps fait son marché en valorisant l’apparence prestigieuse aux dépens de l’utile, on voit parmi le peuple se réhabiliter des techniques artisanales anciennes. Elles s’emploient à réparer à bas prix des produits décrétés obsolètes, auxquels le programme transhumaniste substituera des produits aisément accessibles à l’espionnage des données personnelles.

            Rien de révolutionnaire dans ce réajustement de la marchandise revenant à une valeur d’usage qu’elle a exagérément amoindrie au profit de la valeur d’échange. Sauf qu’en ayant propagé le culte de la valeur d’échange et du travail parasitaire qui le produit, l’agiotage capitaliste se retrouve avec sur les bras une paupérisation croissante peu encline à payer pour du rien à la mode, voire à payer quoi que ce soit. Si bien que ce qui risque d’être mis en cause, c’est le peu d’usage vital d’un grand nombre des biens promotionnés sur le marché. C’est, par voie de conséquence, le piètre usage d’un quotidien englué par la tyrannie poisseuse de l’État.

            Dépassement de la survie et de la mort dénaturée qu’elle produit. Nous sommes rarement confrontés à une mort naturelle, je veux dire à une vie si pleinement vécue qu’elle en vient à souhaiter un repos éternel - paradoxe d’un temps où l’éternité n’a plus de sens.

            C’est la vie économisée, la survie ou la survivance, comme dit l’Indien Seattle, qui fait notre infortune depuis l’instauration de la civilisation marchande. La survie est une mort en sursis, une agonie dont la destinée humaine s’accommode d’autant moins que les techniques de modification biologique veulent en prolonger la durée.

            S’il est vrai qu’en ses essais perpétuels la vie corrige sa profusion excessive en détruisant ses excédents, elle a, au hasard de ses coups de dés, incidemment légué à l’homo sapiens – qui risque lui aussi de passer à la trappe, s’il n’y prend garde - le privilège d’ordonner le désordre en évitant les rééquilibrages à coups de famines, de pandémies, de missiles, de machettes ou de faux.

            Jamais le choix de vivre, de survivre, de périr n’a été aussi brutalement remis entre nos mains.

            Nous ne lançons pas un défi à la mort, nous voulons seulement la renaturer, l’insérer dans notre volonté de vivre au titre d’un recours complice au suicide. Mais un suicide exempt de cette urgence rébarbative à laquelle poussent mal-être et mélancolie.

            Il m’agréera, je pense, de quitter la vie le jour où l’envie me quittera d’en jouir davantage.

            La seule violence à laquelle nous nous adonnons de bonne grâce est celle du vivant. L’explosion et la propagation de la vie dans l’univers et sur la terre a été et demeure un phénomène d’une grande brutalité. L’intrusion d’un germe, issu du cosmos et étranger au milieu planétaire qu’il insémine, n’est pas sans évoquer la bestialité résurgente qui préside à l’accouplement amoureux comme à l’expulsion de l’enfant du ventre de la femme.

            Notre pulsion vitale elle-même doit faire montre d’une indéniable violence pour se frayer un chemin à travers une conjuration de haine et de peur qui depuis des millénaires accable la nature et la femme.

             Privilégiée par l’expansion de l’avoir aux dépens de l’être, la perspective de mort est un laisser-aller, un passeport pour la servitude volontaire, où l’être se glorifie de la déchéance à laquelle la dénaturation l’a réduit.

            Au contraire, vivre émane d’une volonté spontanée sans cesse réactivée. Si l’attraction passionnelle n’est pas nourrie, elle dépérit et vire en son contraire. Mourir est une facilité, offerte, dès le plus jeune âge, à qui sacrifie son existence au travail.

 

Désobéissance civile !

            La violence de la vie n’a rien en commun avec la violence dont la mort se revêt. La vie n’a cure de répondre à la barbarie qui l’opprime.

            Vivre humainement est une expérience à la fois atemporelle et, historiquement parlant, radicalement nouvelle. S’y attacher et la poursuivre suffit pour que toute velléité d’entraver sa liberté se heurte à une fin de non-recevoir.

            Passons  outre à tout décret liberticide !

            La désobéissance civile est une des émanations poétiques de cette fin de non – recevoir. Elle ne tolère aucune forme de prédation, aucune forme de pouvoir. Elle est le non-agir qui s’affirme en rayonnant, elle est la pulsion vitale qui va devant soi et, maillon par maillon, brise, comme par inadvertance, la totalité de ses chaînes.

            La guerre civile est un jeu de mort où toutes et tous s’affrontent, la désobéissance civile est le jeu de la vie solidaire où les passions se vivent en s’accordant.

            A  chaque instant se pose la question : à qui cela profite-t-il ?

            La stratégie de la confusion est l’apanage des gouvernements et des puissances financières mondiales. L’art de la communication sert à discréditer les révoltes de la liberté offensée. Le mouvement des Gilets jaunes a été de la sorte assimilé à un populisme où grenouillaient fascistes, antisémites, homophobes, misogynes et fous furieux. Ces grotesques calomnies n’ont guère eu besoin d’être dénoncées. Elles ont été balayées avec une manière de désinvolture sidérante par la tranquille détermination des manifestants d’accorder aux aspirations humaines une priorité absolue. Chose étonnante, l’opposition de gauche, voire gauchiste et libertaire, avait fait montre à l’endroit des Gilets jaunes d’une réticence méprisante, assez proche de l’arrogance oligarchique. Quand les bureaucrates politiques et syndicaux s’avisèrent de leur bévue et ambitionnèrent de rallier le mouvement des ronds points, ils se trouvèrent mis à l’écart par la ferme et salutaire résolution de ne tolérer ni chefs ni guides autoproclamés.

            L’épidémie est venue à point pour rendre au Pouvoir vacillant un peu de son autorité répressive.

            Certes, le coronavirus et ses mutations constantes représentent un danger incontestable. Mais là où des mesures favorables à la santé eussent permis d’en atténuer l’impact, on a assisté à une gestion catastrophique du chaos. La gabegie hospitalière, les mensonges en cascades, les marches et contremarches, la prévarication des milieux scientifiques ont aggravé le péril. Plus toxique encore a été et reste la panique orchestrée par les médias, serpillières des intérêts privés. La partie était belle pour les grands laboratoires pharmaceutiques dont les actionnaires s’enrichissent chaque fois que les citoyens-cobayes paient le renouvellement des vaccins.

            Trois ans de gilets ensoleillés en toutes saisons ont affermi la résistance à une barbarie, qui ne les a pas épargnés. Il y a là de quoi inquiéter et irriter les fantoches étatiques, les derniers politicards, les marchands de pesticides à tous vents.

            La brutalité ne suffisant pas, la vieille pratique du bouc émissaire a pris le relais. Experte en la matière, l’extrême-droite a choisi de mâchouiller les migrants de sa dent unique et branlante. Avec les Gilets jaunes et leurs émules, les gestionnaires de la corruption nationale et mondialiste font face à un projet d’une autre envergure.

            En 2018, le gouvernement français s’était ridiculisé en traitant le peuple des ronds-points de péquenauds incultes et irresponsables. Que la vogue du coronavirus lui livre l’occasion de reprendre l’offensive avec plus de pertinence n’a rien d’étonnant.

            Quant aux résidus de ceux qui bousillèrent le mouvement ouvrier et dont l’électoralisme a fait surgir de sa boite de Pandore un fascisme de pacotille, ils ont une revanche à prendre sur ce peuple qu’ils ne reconnaissent pas parce qu’il refuse de les reconnaître. Ils cautionnent la grossière manœuvre de culpabilisation par laquelle les responsables de la dévastation sanitaire imputent la propagation de l’épidémie à des insurgés surtout coupables d’avoir compris que l’obligation de se faire vacciner laissait augurer un contrôle social à la chinoise.

            Au lieu de dénoncer les fauteurs de la morbidité généralisée, une faction d’intellectuels, de rétro-bolchéviques, de prétendus libertaires a adopté la novlangue orwellienne, devenue le mode de communication traditionnel des instances gouvernementales. Ils dénient au peuple le droit de choisir ou non les vaccins en cours d’expérimentation. Ils apportent à l’État un soutien effarant en taxant d’individualistes les gilets jaunes en lutte pour le droit de vivre et la liberté qu’elle implique. Or, cela fait trois ans que les insurgées et insurgés de la vie quotidienne n’ont plus à démontrer qu’ils sont des individus autonomes, réfléchissant par eux-mêmes, non des individualistes, à qui la pensée grégaire inspire des propos du genre : « si tout le monde se faisait vacciner, on n’aurait pas besoin de passeport sanitaire ».

            Ni peur ni culpabilité. Le vivant aura raison de ce monde à l’envers et de ses complices. Même si le combat pour la joie de vivre subit maints revers, pourquoi s’en inquiéter ? L’embrasement qui s’apaise se ravivera comme par inadvertance au moindre souffle de la vie.

            Le retour a la base exclut les faux débats. Il n’y a que la santé de l’Homme abstrait qui accepte d’être traitée par statistique et par décrets.

            Se faire vacciner ou non contre le virus est une décision qui relève du libre choix. Je ne l’impose à personne – soit-il vieux ou vulnérable – et je me battrai pour que personne ne me l’impose.

            L’individu autonome tient sa force de lui-même et de la solidarité de ses semblables. L’individualiste est un adepte du calcul égoïste, un vulgaire prédateur, un pur produit du capitalisme.

            Délaissant la lice des combats factices, les peuples ont appris dans la souffrance que seuls les marchands d’armes gagnent une guerre. Notre combat n’est pas concurrentiel, il se résume à tenter de vivre selon nos désirs en revendiquant pour tous et  toutes un droit identique au bonheur.

            La joie de vivre est une inclination naturelle. C’est à sa souveraineté que la nature devra d’être libérée de l’homme prédateur.

            Seule une absolue liberté anéantira l’absolutisme qui nous tue.

 

 

 

 

 

 

 

Rien ne résiste à la joie de vivre

 

En dépit du confusionnisme propagé de l’extrême droite à l’extrême gauche, la destruction rentabilisée de la planète et l’autodestruction du capitalisme sont une réalité dont des millions d’êtres humains éprouvent les effets dans le mal-être croissant de leur existence. Le danger des évidences, c’est que leur constat réitéré et fatalement désespéré fasse le lit de la résignation. Nous sommes au cœur d’un changement de civilisation où tout va se jouer entre la folie mortifère du profit et  une vie follement résolue à s’humaniser, envers et contre tout.

L’alliance avec la nature restera une imposture tant que le corps ne sera pas réhabilité comme lieu de jouissance et d’éveil de la conscience. Tant que nous ne réconcilierons pas avec le règne animal, végétal, minéral, d’où notre espèce est issue.

Le temps est venu de miser sur l’inextricable conjugaison de l’existentiel et du social pour donner ses assises au projet d’autogestion généralisée, le seul qui restitue à l’entraide la faculté de mettre fin au calcul égoïste et à la servitude volontaire.