domenica 7 giugno 2026

Breve passeggiata cerebrale all’ascolto del mio cuore di Sergio Ghirardi Sauvageon

 



 

Il collasso sociale, il decadimento dello Stato, il naufragio delle ideologie spingono la coscienza di specie – ancora nascente nonostante e a causa di tutto – verso un radicale cambio di rotta che continuiamo ancora e sempre a cercare, ma con crescente stanchezza, impotenti a liberarci delle liturgie pseudo rivoluzionarie del passato, con il rischio di finire assuefatti all'impotenza contemplativa di una coscienza infelice.

 

I residui della coscienza di classe, in via d'evoluzione dialettica verso una coscienza di specie che si sta lentamente e difficilmente formando, continuano a plasmare il presente presentandosi come il nemico storico dei riflessi predatori, sempre difficili da estirpare, come ogni abitudine radicata in una specie umana che fino a ieri era ancora preistorica.

 

Il mutuo soccorso, che per millenni ha storicamente affermato la volontà emancipatrice dell'umanità di fronte ai suoi istinti animali primordiali di sopravvivenza, fatica sempre ad affermarsi e diffondersi per impedire che i riflessi predatori opportunistici usino la violenza per risolvere le controversie sui desideri imponendo i propri come prioritari.

 

L’umano non esiste in natura, se non come una particolare scimmia tra le altre, ma in costante evoluzione ben più che tutte le altre specie viventi.

 

Nell'eterna ballata del vivente che caratterizza gli esseri umani, solo i razzisti idioti e i mistici credenti di qualsiasi forma di fascismo possono credere nella propria superiorità gerarchica, nel loro legame privilegiato con divinità immaginarie che inventano per nascondere alla loro peste emozionale la loro ineluttabile condizione di primati che – e ciò è decisamente il peggio – ignorano di essere. Gott mit uns, God on our side, Dieu est avec nous: tale è il delirio degli umanoidi di dovunque, in ogni lingua.

 

L'umano è una fragile creazione poetica che dei poeti spontanei affermano costantemente, ma non possono mai imporre al mondo senza tradire la propria poesia in azione.

 

Come lottare per la libertà, l'uguaglianza e la fraternità di un mondo nuovo senza riprodurre la violenza, la manipolazione e il potere di una società produttivista e patriarcale di cui siamo tutti patetici figli?

 

Il vecchio mondo sta crollando, ma uno nuovo stenta a emergere senza riprodurre le contraddizioni del vecchio: ovviamente, non possiamo liberarci dal vecchio mondo usando contro di esso i suoi metodi abituali di suprematismo, autoritarismo e dominio senza riprodurlo in una forma peggiore, con o senza rossetto sulle labbra.

 

Cambiare padrone, o anche padrona, non cambierà la situazione: nessuna dittatura di alcun proletariato – patriarcale o matriarcale che sia – realizzerà l'ideale comunista – a volte ingenuo, più spesso perverso – di un qualunque socialismo autoritario. Una contraddizione così delicata e banale non avalla, tuttavia, la dubbia truffa di una democrazia borghese oclocratica che da secoli manipola gli sfruttati e i sottomessi di ogni genere, in nome di una finta uguaglianza e di un suprematismo ingannevole, con o senza il sostegno della servitù volontaria.

 

Acrazia anziché anarchia, per una società matricentrica anziché il matriarcato, se non si vuole il potere ma la sua abolizione.

 

Quanti rivoluzionari sono morti – a volte facendo fuori anche qualche criminale – in nome della libertà, quando il fondamento stesso dell’aiuto reciproco rivoluzionario presuppone l'abolizione della pena di morte per tutti, se vogliamo davvero liberarci dal vecchio mondo e dalla sua barbarie.

 

Quindi, tutti vegetariani? La domanda sorge spontanea, imbarazzante tra le altre. Cominciamo con il rifiutare modestamente ma senza eccezioni la condanna a morte ideologica. Nessuna morte in nome di una morale, di una visione del mondo, quindi di un'ideologia, per quanto antica o nuova possa essere. Ce n’est qu’un début, ancora una volta!

 

Nutrirsi, d'altra parte, è una necessità vitale che non può essere rimproverata come una colpa ai carnivori, poiché la vita presuppone la sopravvivenza per qualsiasi essere vivente. Ebbene, questo dato si è fatto più complesso per gli esseri umani, intrappolati nella loro condizione di scimmie piuttosto intelligenti, ma non troppo, né sempre; piuttosto scimpanzé che bonobo, purtroppo, condizionati dalle contraddizioni oggettive del vivente nella sua forma umana.

 

Perché la questione non si pone allo stesso modo per tutte le specie: i leoni non assassinano zebre o gnu; li mangiano per nutrirsi, come si mangia un'insalata, strappandola dalla terra nutrice. Senza scrupoli, né possibilità di scelta.

 

A loro volta, gli animali umani devono porsi la domanda che emerge dalla loro coscienza pratica come un’evidenza che cela una contraddizione. Hanno una scelta? Niente moralismi, per favore, ma un po' di coerenza.

 

Destin et destinée (fato e destino in italiano) condividono in francese la stessa radice etimologica, ma non il genere: il/elle non generano gli stessi fiori, la stessa speranza al maschile e al femminile.

 

Riusciremo mai a realizzare la nostra ambizione politico/poetica di rendere l'umanità creatrice di un'autogestione generalizzata del godimento di vivere in libertà? Non è certo, e in ogni caso, non ci siamo ancora riusciti. Tutt'altro. Le nostre utopie sono rimaste nei cuori e sulle labbra, ma soprattutto nei libri. Tigri di carta che i nostri desideri vorrebbero trasformare in realizzazioni poetiche vissute, senza gerarchie, opportunismi, manipolazioni, recuperi, misticismi, eccetera.

 

Ci troviamo al crocevia di una trasformazione storica; finiremo per capirlo e agire, si spera non troppo tardi. Il capitalismo è giunto al termine: o l'umanità si realizzerà poeticamente attraverso la sua coscienza di specie, oppure andrà incontro a una fine miserabile e tragica. Sì, ma come, dove e quando? Ci vorrà del tempo, ma sarà il nostro, quello dell'umanità?

 

Chi vivrà vedrà; per gli altri, l’eterno riposo nella spazzatura della storia o nella necropoli paradisiaca dei credenti di un qualunque ottimismo umanista.

 

Poco importa, una volta lasciata la valle di lacrime o del sorriso, quella delle corvè o della felicità orgastica: ci saremo destreggiati al meglio possibile con la musica del vivente e i suoi canti di un godimento accarezzante durante momenti indimenticabili.

 

Amen

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 6 giugno 2026


Petite promenade cérébrale à l’écoute de mon cœur


 


L’effondrement social, la décomposition de l’État, le naufrage des idéologies poussent la conscience d’espèce – in fieri malgré et à cause de tout – vers un radical changement de cap qu’on recherche encore et toujours, mais de plus en plus las, impuissants à se libérer des liturgies pseudo-révolutionnaires du passé, au risque de finir dans l’addiction à l’impuissance contemplative d’une conscience malheureuse.

 

Les restes de la conscience de classe, en voie d’évolution dialectique vers une conscience d’espèce en formation lente et difficile, n’arrêtent pas de conditionner le présent en se proposant en tant qu’ennemi historique de réflexes prédateurs, toujours difficiles à effacer, comme toute habitude intégrée par une espèce humaine encore préhistorique jusqu’à hier.

 

L’entraide qui, pendant des millénaires, a historiquement affirmé la volonté émancipatrice de l’humain face à ses réflexes animaux survivalistes primaires, a toujours du mal à s’affirmer en se généralisant pour ne plus permettre aux réflexes prédateurs opportunistes d’utiliser la violence pour départager les désirs en affirmant les siens comme prioritaires.

 

L’humain n’existe pas en nature, sinon comme un singe particulier parmi d’autres, mais plus que toutes les espèces vivantes en constante évolution.

 

Dans l’éternelle ballade du vivant qui caractérise les humains, seuls les racistes débiles et les croyants mystiques de n’importe quel fascisme peuvent croire à leur supériorité hiérarchique, à leur liaison privilégiée avec des dieux imaginaires qu’ils affabulent pour cacher à leur peste émotionnelle leur condition inéluctable de primates qui – et cela est bien le pire – s’ignorent. Gott mit uns, God on our side, Dieu est avec nous ont déliré des humanoïdes de partout, en toutes les langues.

 

L’humain est une création poétique fragile que des poètes spontanés affirment toujours mais ne peuvent jamais imposer au monde sans renier leur propre poésie en action.

 

Comment lutter pour la liberté, l’égalité et la fraternité d’un monde nouveau sans reproduire la violence, la manipulation et le pouvoir d’une société productiviste et patriarcale dont nous sommes tous et toutes les rejetons pathétiques ?

 

Le vieux monde s’écroule, mais un nouveau tarde à s’affirmer sans reproduire les contradictions de l’ancien : évidemment on ne peut pas se libérer du vieux monde en utilisant contre lui ses méthodes habituelles de suprématisme, autoritarisme et domination sans le reproduire en pire, avec ou sans rouge à lèvres.

 

Changer de patron ou, même de patronne, ne changera pas la donne : aucune dictature d’aucun prolétariat – patri ou matriarcal qu’il soit – réalisera l’idéal communiste – parfois naïf, plus souvent pervers – d’un quelconque socialisme autoritaire. Une telle contradiction délicate et banale ne cautionne pas, pour autant, l’arnaque douteuse d’une démocratie bourgeoise ochlocratique qui manipule depuis des siècles les exploités et les soumis de tous genres, au nom d’une égalité fictive et d’un suprématisme trompeur, avec ou sans la servitude volontaire à l’appui.

 

Acratie plutôt que anarchie, société matricentrique plutôt que matriarcat, si on ne veut pas le pouvoir mais son abolition.

 

Combien de révolutionnaires sont morts – en faisant mourir aussi parfois quelques méchants – au nom de la liberté, alors que la première des entraides révolutionnaires présuppose l’abolition de la peine de mort pour tous si on veut radicalement sortir du vieux monde et de sa barbarie.

 

Tous végétariens donc ? La question se pose, embarrassante parmi d’autres. Commençons modestement par refuser la mise à mort idéologique sans exception. Pas de mort au nom d’une morale, d’une vision du monde, donc d’une idéologie, aussi vieille ou nouvelle soit-elle. Ce n’est qu’un début, une fois de plus !

 

Se nourrir, par contre, est une nécessite vitale qu’on ne peut pas rapprocher aux carnivores, car la vie présuppose la survie pour n’importe quel être vivant. Or cette donnée s’est complexifiée chez les humains, impliqués dans leur condition de singes assez intelligentes, mais pas trop ni toujours ; plutôt chimpanzés que bonobos, hélas, conditionnés par les contradictions objectives du vivant dans sa forme humaine.

 

Car la question ne se pose pas pareil pour toutes les espèces : les lions n’assassinent pas les zébrés ou les gnous, ils les mangent pour se nourrir comme on mange une salade en l’arrachant à la terre nourricière. Sans états d’âme, ni possibilité de choix.

 

A leur tour les animaux humains doivent se poser la question qui émerge de leur conscience pratique comme une évidence qui cache une contradiction. Ont-ils le choix ? Pas de morale, svp, mais un peu de cohérence.

 

Destin et destinée partagent la même racine étymologique en français, mais pas le genre : il/elle ne génèrent pas les mêmes fleurs, les mêmes espoirs au masculin et au féminin.

 

Réaliserons-nous un jour notre volonté politique/poétique de faire de l’humain le créateur d’une autogestion généralisée de la jouissance de vivre en liberté ? Pas sûr, et de toute façon on n’y est pas encore arrivés. Loin de là. Nos utopies sont restées dans les cœurs et sur les lèvres, mais surtout dans les livres. Tigres de papier que nos désirs voudraient transformer en réalisations poétiques vécues, sans hiérarchies, opportunismes, manipulations, récupérations, mysticismes et cetera.

 

Nous sommes au carrefour d’un mutation historique, on finira par le comprendre et agir, espérons pas trop tard. Le capitalisme est à la fin : ce sera l’humain poétiquement réalisé par sa conscience d’espèce ou sa fin misérable e tragique. Oui mais comment, où et quand ? Il prendra son temps, mais sera-t-il le notre, celui de l’humain ?

 

Qui vivra verra ; pour les autres le repos éternel dans les poubelles de l’histoire ou dans la nécropole paradisiaque des croyants d’un quelconque optimisme humanitaire.

 

Peu importe, une fois quittée la vallée des larmes ou du rire, celle des corvées ou du bonheur orgastique : on y aura jonglé le mieux possible avec la musique du vivant et ses chansons d’une jouissance caressante pendant des instants inoubliables.

 

Amen

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, le 6 Juin 2026