martedì 16 giugno 2026

L’ANARCHISMO PRATICO E L’UTOPIA CONCRETA - Miquel Amorós

 



 

Mettere in discussione tutto ciò che il pensiero borghese ha considerato venerabile (la proprietà privata, lo Stato, l'autorità, la politica, il diritto, il denaro, il genere...) non porta necessariamente le masse a una messa in discussione diffusa del dominio. Per quanto sovversive possano sembrare, le idee non scuotono le masse addormentate, rassegnate o impaurite per cui non possono convertirsi in forza pratica. Per superare l'abisso del conformismo, bisogna ricominciare da capo, risvegliandosi, ritrovando lo spirito e abbandonando la paura. Creando lettori, “promuovendo” l'affinità, raggruppando le volontà e dando l'esempio. Quando le condizioni soggettive e oggettive per la realizzazione del socialismo non sono favorevoli, quando le forze materiali e intellettuali capaci di realizzare un profondo cambiamento sociale non emergono in misura sufficiente, la negazione radicale dell'ordine esistente assume connotazioni utopiche. La dimensione utopica del pensiero critico è un antidoto al disfattismo, perché, pur preservando il desiderio di una vita libera nell'immaginazione e nei sogni, in attesa del momento opportuno, ne propone anche una parziale realizzazione sotto forma di progetti comunitari praticabili. Quando nessuna proposta rivoluzionaria è immediatamente attuabile, l'utopia si rivela come l'approccio più pragmatico.

 

Con l'automazione diffusa del processo produttivo e lo sviluppo di una vasta classe media salariata, il proletariato industriale ha perso rilevanza nella lotta sociale. Soppiantato dalla tecnologia, ormai principale forza produttiva, l'antagonismo che manteneva nei confronti del modo di produzione capitalistico si è annullato. Nei paesi turbo-capitalisti, il conflitto si è spostato fuori dalla produzione nel settore dei servizi, nella vita quotidiana e nel territorio, tutti ambiti in via d’industrializzazione totale, con un impatto profondo sulle classi medie create da questa mutazione. Queste classi medie, eredi del proletariato sconfitto, si sono appropriate dello statalismo parlamentare borghese, presentandolo come un dogma astratto da venerare: l’ideologia della cittadinanza. La divisione internazionale del lavoro e la finanza globale hanno completato il confinamento delle lotte sociali all'interno del quadro del capitalismo globalizzato. Stato, capitale e tecnologia sono ormai i pilastri invalicabili del dominio. I tre pilastri della versione postmoderna del socialismo "scientifico" – ovvero la concezione progressista della storia, lo sviluppo economico infinito e l’operaismo – non erano più in grado di spiegare in modo convincente la situazione e, di conseguenza, non potevano più fungere da strumenti fondamentali di una critica e di una pratica autenticamente socialiste e libertarie. Invece, l'innegabile trionfo del Capitale supportato dalla tecnologia e dello Stato, ha riabilitato quello che un tempo era chiamato socialismo "utopico" e che noi preferiremmo chiamare socialismo "sperimentale" o, semplicemente, anarchismo positivo.

 

Le esperienze collettive autenticamente socialiste non sono panacee come per esempio lo sviluppo sostenibile, la decrescita, l'economia solidale o la transizione energetica, quanto risposte a problemi vitali immediati, semplici atti di difesa contro un'offensiva quasi imparabile dell'ordine costituito. Lungi dall'essere modelli infallibili di salvezza, esse tracciano delle dinamiche in territorio ostile, orientate al di fuori del capitalismo. Queste esperienze non si presentano come l'autentica espressione della verità, della ragione o della scienza, né intendono imporre un sistema socialista dall'esterno. Non cercano nemmeno di sostituire i metodi di azione diretta, né tantomeno di costruire enclavi separate, frugali e spartane; tentano, piuttosto, di abbozzare la logistica di una società civile riorganizzata ai margini del Capitale e dello Stato. Mirano, senza ulteriori pretese, a dare l'esempio di un altro modo di vivere e di lottare, estraneo all'accumulazione di profitti e all'amministrazione dell'ordine esistente. Mirano a costruire autonomia.

 

La frenetica corsa al profitto in un contesto economico più critico che la xenofobia non riesce a dissimulare, l'esclusione sociale, le guerre per le risorse e gli effetti nocivi dovuti alla crisi ecologica – l’inquinamento, il riscaldamento globale, il degrado dei cicli biologici, ecc. – dimostrano le pericolose conseguenze del dominio della merce per la sopravvivenza della specie umana. Ci riferiamo alla devastazione causata dalla crescita illimitata della produzione per il mercato, intrinseca alla sua natura nociva. Dato che, nell'attuale momento storico, scienza e tecnologia – ovvero i mezzi di produzione – hanno perso ogni neutralità e sono indissolubilmente legate all'espansione dell'economia presentata come progresso, è impossibile gestirle collettivamente in modo emancipatore. L'espropriazione della tecno scienza da parte delle masse oppresse ricostituirebbe l'apparato di sfruttamento del lavoro e della natura. Per questo motivo, la critica sociale non può che essere anti-sviluppo e, quindi, anti-progressista. Le lotte che non mettono in discussione l'idea di progresso, né rifiutano esplicitamente lo sviluppo, non sono anticapitaliste, poiché non trascendono i limiti del sistema e non lo modificano in modo sostanziale. L'autogestione dell'ordine esistente è l’autogestione della miseria.

 

Lo spazio del Capitale è essenzialmente urbano, e le metropoli ne sono la forma appropriata. L'occupazione di alloggi vuoti o la fornitura di servizi paralleli gratuiti sono le prime manifestazioni del diritto alla città; il ripopolamento delle terre abbandonate o la resistenza agli allevamenti intensivi, all'agricoltura industriale, ai grandi e inutili progetti infrastrutturali o all'estrattivismo sottolineano il diritto al territorio. La confluenza tra lotte urbane e rurali unisce entrambi i diritti. Da un lato, si tratta di frenare l'urbanizzazione incontrollata e la motorizzazione privata; dall'altro, di fuggire dalle aree metropolitane e di riconnettersi con la natura. In pieno delirio edilizio, se si agisce davvero contro il capitalismo, sia i conflitti territoriali sia, paradossalmente, quelli urbani devono iscriversi in una stessa prospettiva anti urbanizzante e, di conseguenza, ruralizzante.

 

La concezione libertaria del mondo affonda le sue radici nelle tradizioni sociali e politiche della cultura occidentale, in particolare in quelle che postulavano una natura benigna dell'essere umano. Secondo queste antiche consuetudini, il passaggio dallo stato di natura allo stato civilizzato, anziché al Leviatano – ovvero la completa sottomissione a un'entità politica superiore – implicava la partecipazione egualitaria di tutti gli individui al governo del territorio attraverso l'assemblea popolare, sede assoluta della sovranità (il thing nordico, il consejo abierto iberico, il conseil communal gallico, l'arengo italiano, il gemeinderat tedesco). Un'estrema decentralizzazione piuttosto che una suprema concentrazione di potere. Le consuetudini comunali e il diritto consuetudinario ne sono testimonianza. La valorizzazione romantica delle comuni medievali, applicabile alle società tribali erroneamente considerate primitive, ha portato molti socialisti antiautoritari e anarchici a concludere che la vera libertà risiedesse nel libero sfruttamento collettivo della terra. Di conseguenza, da questo punto di vista, il vero socialismo – come l'anarchismo più autentico – dovrebbe essere fondamentalmente agrario e municipalista. La rivoluzione sarebbe dunque inseparabile da un ritorno alla campagna e alla cooperazione rurale. In una certa misura, non ci porterebbe a un futuro industrializzato e basato sullo sviluppo, ma piuttosto al ripristino di un passato statico e in equilibrio con l'ambiente. Tuttavia, non basta rinunciare alla civiltà borghese, urbana ed estrattivista; bisogna superarla.

 

Questo ritorno al passato precapitalista, agli antichi saperi e alle arti di un tempo, alle comunità autogovernate in armonia con la natura, è maldestramente utopico nella misura in cui aspira a colmare senza soluzione di continuità – senza sconvolgimenti né rivoluzioni – il vuoto tra il paradiso perduto del mutuo soccorso e l'obiettivo futuristico della terra promessa, che sia il Regno della Ragione, il Comunismo o l'Anarchia. È tuttavia pragmatico se il suo obiettivo è di realizzare un'utopia su scala ridotta, anticipando alcuni aspetti dell'ideale attraverso esperimenti costruttivi. Ciò nonostante, questi aspetti non sono esclusivi delle aree rurali; sono realizzabili anche in contesti urbani (ricordiamoci che la prima utopia fu la città). Nelle attuali circostanze socialmente disastrose, il presente reale s’impone sul futuro idealizzato. Ironicamente, l'utopia risulta più funzionale e meno chimerica dell'attivismo nichilista, delle banalità compensatorie dell'ideologia o delle assurdità complottiste, reazioni decisamente fuorvianti di fronte alla temporanea vittoria delle classi dominanti formatesi negli ultimi sessanta o settant'anni.

 

Miquel Amorós

Presentazione della rivista Redes Libertarias n. 5, presso l'Ateneu Enciclopèdic Popular (Barcellona), 18 giugno 2026.


EL ANARQUISMO PRÁCTICO Y LA UTOPÍA CONCRETA











 

     La puesta en tela de juicio de todo lo que el pensamiento burgués ha tenido por venerable (la propiedad privada, el Estado, la autoridad, la política, el derecho, el dinero, el género...) no conduce forzosamente a la multitud hacia un cuestionamiento generalizado de la dominación. Por más subversivas que parezcan, las ideas no conmueven a las masas adormecidas, resignadas o atemorizadas, por lo que no pueden convertirse en fuerza práctica. Para superar el foso conformista, hay que volver a empezar despertando, recobrando el ánimo, perdiendo el miedo. Creando lectores, “tejiendo” afinidad, agrupando voluntades, predicando con el ejemplo. Cuando las condiciones subjetivas y objetivas de realización del socialismo no son halagüeñas, cuando las fuerzas materiales e intelectuales capaces de lograr un cambio social profundo no afloran en magnitud suficiente, la negación radical de lo existente adquiere connotaciones utópicas. La dimensión utópica del pensamiento crítico es un antídoto contra el derrotismo, porque si bien refugia el deseo de una vida libre en la imaginación y el sueño en espera del momento favorable, también plantea realizarlo parcialmente en forma de proyectos comunitarios viables. Cuando ninguna propuesta revolucionaria es inmediatamente practicable, la utopía se revela como lo más pragmático.

 

     Al automatizarse en gran medida el proceso productivo y desarrollarse una numerosa clase media asalariada, el proletariado industrial perdió relevancia en la lucha social. Al ser desplazado por la tecnología, hoy por hoy la mayor fuerza productiva, el antagonismo que mantenía con el modo capitalista de producción quedó anulado. En los países turbo-capitalistas el conflicto se trasladaría al exterior de la producción, al sector terciario, a la vida cotidiana y al territorio, todos en proceso de industrialización total, afectando de lleno a las clases medias creadas en el traslado. Estas, tomando el relevo del proletariado derrotado, se apropiaron del estatismo parlamentario burgués y lo presentaron como una dogma abstracto a reverenciar: el ciudadanismo. La división internacional de trabajo y las finanzas globales completarían la circunscripción de los combates sociales en el marco del capitalismo mundializado. Estado, Capital y Tecnología son ahora los pilares firmes de la dominación. Las tres bases de la versión posmoderna del socialismo “científico”, a saber, la concepción progresista de la historia, el desarrollo económico infinito y el obrerismo, ya no podían explicar la situación de manera convincente, y por consiguiente, no podían sostenerse como instrumentos fundamentales de una crítica y una práctica verdaderamente socialistas y libertarias. En cambio, el indiscutible triunfo del Capital tecnológicamente asistido y del Estado ha rehabilitado aquello que se dio en llamar socialismo “utópico” y que nosotros preferiríamos llamar “experimental”, o simplemente, anarquismo positivo.

 

     Los experimentos colectivos auténticamente socialistas no constituyen panaceas como por ejemplo el desarrollo sostenible, el decrecimiento, la economía solidaria o la transición energética, sino respuestas a problemas vitales inmediatos, simples actos de defensa ante una ofensiva casi imparable del orden. Menos que infalibles modelos salvíficos, son aperturas de caminos en terreno hostil, orientados hacia las afueras del capitalismo. Dichas experiencias no se muestran como la genuina expresión de la verdad, la razón o la ciencia, ni pretenden implantar un sistema socialista desde fuera. Tampoco quieren substituir los métodos de acción directa, ni siquiera construir enclaves aparte, frugales y espartanos; más bien intentan esbozar la logística propia de una sociedad civil reorganizada al margen del Capital y el Estado. Dar ejemplo, sin más pretensiones, de otra manera de vivir y luchar ajena al amasado de ganancias y a la administración de lo existente. Construir autonomía.

 

     La frenética carrera por los beneficios en un contexto economico más crítico que la xenofobia no logra disimular, la exclusión social, las guerras por los recursos y los efectos nocivos derivados de la crisis ecológica -la contaminación, el calentamiento global, la degradación de los ciclos biológicos, etc.- evidencian las peligrosas consecuencias del dominio de la mercancía para la supervivencia de la especie humana. Nos referimos a los estragos provocados por el crecimiento ilimitado de la producción para el mercado, implícitos en su naturaleza dañina. Dado que en el actual momento histórico, la ciencia y la tecnología -léase los medios de producción- han perdido toda su neutralidad y se desenvuelven indisolublemente asociadas a la expansión de la economía presentada como progreso, son imposibles de gestionar colectivamente en sentido emancipador. La expropiación de la tecnociencia por las masas oprimidas reconstruiría el aparato de explotación del trabajo y la naturaleza. Por este motivo la crítica social no puede ser más que antidesarrollista, y, por ende, antiprogresista. Las luchas que no cuestionen la idea de Progreso, ni rechacen expresamente el desarrollismo, no son anticapitalistas, ya que no trascienden los límites del sistema y básicamente no lo alteran. La autogestión de lo existente es la autogestión de la miseria.

 

     El espacio del Capital es esencialmente urbano y las metrópolis son su forma adecuada. Las ocupaciones de viviendas vacías o los servicios paralelos gratuitos son las primeras manifestaciones del derecho a la ciudad; la repoblación de las tierras abandonadas o la resistencia a las macro-granjas, la agricultura industrial, las grandes infraestructuras inútiles o el extractivismo subrayan el derecho al territorio. La confluencia entre las luchas urbanas y las rurales reúne ambos derechos. De un lado, se trata de frenar la urbanización desbocada y la motorización privada; del otro, de huir de las áreas metropolitanas y ponerse a tono con la naturaleza. En pleno delirio edificador, si de verdad se actúa contra el capitalismo, tanto los conflictos territoriales, como paradójicamente los urbanos, han de inscribirse en una misma perspectiva desurbanizadora, y por consiguiente, ruralizante.

 

     La concepción libertaria del mundo está enraizada en las tradiciones sociales y políticas de la cultura occidental, particularmente las que postulaban una naturaleza benigna del ser humano. Según estas viejas usanzas, el paso del estado natural al estado civilizado, en lugar del Leviatán, o sea, de la sumisión completa a una entidad política superior, implicaba la participación igualitaria de todos los individuos en el gobierno del territorio a través de la asamblea popular, residencia absoluta de la soberanía (el thing nórdico, el concejo abierto ibérico, el conseil communal galo, el arengo italiano, el gemeinderat alemán). Mejor que una suprema concentración de poder, una descentralización extrema. Las costumbres comunales y el derecho consuetudinario así lo atestiguan. La valoración romántica de las comunas medievales, extensible a las sociedades tribales mal consideradas primitivas, ha conducido a muchos socialistas anti-autoritarios y anarquistas a concluir que la verdadera libertad se hallaba en el libre disfrute colectivo de la tierra. En consecuencia, desde ese punto de vista, el verdadero socialismo -y el anarquismo más auténtico- tendría que ser fundamentalmente agrario y municipalista. La revolución sería pues inseparable del regreso al campo y a la cooperación aldeana. En cierta medida, diríase que no nos acarrearía un porvenir industrializado y desarrollista, sino que restauraría un pasado, estático y equilibrado con el entorno. Sin embargo, no basta con renunciar a la civilización burguesa, urbana y extractivista, hay que superarla.

 

     Esa vuelta al pasado precapitalista, a los viejos saberes y a las artes de antaño, a las comunas auto-gobernadas en armonía con la naturaleza, es malamente utópica en tanto aspire a colmar sin tropiezos -sin disturbios ni revoluciones- el vacío entre el paraíso perdido del apoyo mutuo y el objetivo futurista de la tierra prometida, llámese reino de la Razón, Comunismo o Anarquía. Pero es pragmática si lo que quiere es llevar a buen puerto una utopía a escala menor anticipando partes del ideal mediante ensayos constructivos. Solo que esas partes no son exclusivas del medio rural; también son factibles en suelo urbano (recuérdese que la primera utopía fue la ciudad). En las circunstancias actuales, socialmente nefastas, el presente real se impone al futuro coloreado. Irónicamente, la utopía resulta más funcional y menos quimérica que el activismo nihilista, los tópicos compensatorios de la ideología o la empanada complotista, reacciones muy desatinadas a la victoria temporal de las clases dominantes formadas en los últimos sesenta o setenta años.  

 

 Miquel Amorós

Presentación de la revista Redes Libertarias nº 5, en el Ateneu Enciclopèdic Popular (Barcelona), el 18 de junio de 2026.