mercoledì 15 luglio 2026

MINIMA AMORALIA di Sergio Ghirardi Sauvageon

 






Dalla destra più marcia alla sinistra più estremista, i confusionisti ipocriti aumentano nell'impero capitalista globale che sta crollando. Tutti i dominanti o aspiranti tali continuano a vendere la loro mercanzia ai servitori volontari che si accalcano ai cancelli della sopravvivenza. Laddove le idee si riducono a pretesti per domesticazioni opposte.

 

Di chi fidarsi? Con chi tessere un tessuto pratico di lotte che non ci riduca a un attivismo cieco, pieno di credenze, dogmi che ne seguono e paure represse che volontariamente s’ignorano per funzionare meglio ideologicamente.

 

Non abbiamo bisogno di rivoluzionari da salotto, né di arrabbiati che si autoproclamano rivoluzionari mentre si propongono come i suprematisti teorici di oggi e gli sfruttatori pratici di domani. Alcuni di loro rischiano infatti di divenire i nuovi capi per cui dovremo ballare e fare i pagliacci divertenti per evitare la Loubianka, Auschwitz, Gaza e altri luoghi turistici della crociera degli orrori storici.

 

Non condivido la mondanità che nasconde dietro mantra rivoluzionari un riformismo moralista e opportunista, degno di Orwell e della sua fattoria dove i maiali, anzi i porci, s’ingegnano sempre per essere e voler essere più uguali degli altri.

 

Non mi piacciono gli arrabbiati mistici. Rancorosi impotenti che colpevolizzano della propria incapacità di cambiare i capri espiatori del momento, resi responsabili del fallimento pratico delle loro idee così belle e rivoluzionarie.

 

Siamo tutti europei, diceva Arno dal profondo del suo Belgio musicale, ma l’Europa non esiste realmente se non come un’invenzione capitalista, una super patria burocratica per nazionalisti smarriti in cerca di un nuovo super-io produttivista senza limiti.

 

Al di là delle colonne d’Ercole delle idee dominanti ricevute, l’anarchia resta un sogno di cui gli anarchici sono i sognatori. Meglio una fine atroce che un’atrocità senza fine, certo, ma possiamo chiedere all’onirico di allontanare la paranoia e il fato in nome del destino esplorato nei cuori e nelle teste? L’acrazia di un’autogestione generalizzata, finora mai realizzata davvero, resta l’unica alba desiderabile dopo un tramonto che si annuncia più minaccioso che mai.

 

Dal maggio '68, il successo sotterraneo sempre vivo dei suoi desideri epocali e il fallimento poi registrato della realtà politica che ne è seguita, esposta alla luce oscura di un’attualità sempre più reazionaria e fascista, mi hanno fatto capire che l’impotenza a cambiare e l’egoismo mercantile che l’accompagna e ne approfitta non sono altro che il motore sfrenato di una stessa soddisfazione frustrata, diventata quindi spesso perversa.

 

Si cercano e spesso si trovano gli utili idioti necessari a rendere credibile e apparentemente sostenibile il misticismo del momento. Una tale postura è utile per trasformare in ideologia[1] l’autentico desiderio di cambiamento e di realizzazione sociale che abita i nostri corpi malati. Un tale desiderio spontaneo coltiva le idee che attraversano e massaggiano le nostre teste tristi e i nostri cuori feriti, da credenza sincera in menzogna vergognosa.

 

La condizione umana è sempre più dipendente da una condizione naturale in crisi che la civiltà produttivista ha gravemente degradato, in modo quasi irreversibile. La notizia che almeno metà degli esseri viventi non umani, dagli insetti agli uccelli, passando per i mammiferi e per il mondo vegetale, è recentemente scomparsa e continua a scomparire, è un’informazione altisonante ma soffocata in sordina. Se ne parla molto per meglio dissimulare l’inazione, mentre il clima canicolare, con la sua carrellata di tempeste, temporali, siccità e catastrofi, è ormai una realtà irrevocabile e una spada di Damocle in azione.

 

Mai la parola rivoluzione ha avuto un’urgenza di programmazione così grande e un tale rifiuto da parte della società dominante. Peggio della dimenticanza, la pubblicità spettacolare (e quindi ingannevole) del problema in questione funziona da alibi ipnotico per continuare a produrre e peggiorare le condizioni del disastro. Più se ne parla, meno si fa! L’albero nasconde la foresta e viceversa. Si discute di tutto tranne che dell’essenziale: l’urgenza vitale di uscire dal capitalismo, dal produttivismo, dal suprematismo, dal patriarcato.

 

Come reagire a una tale catastrofe annunciata senza arrendersi a una constatazione contemplativa, restando rinchiusi in una purezza impotente e segnata dal voyeurismo? Persino i rivoluzionari o presunti tali sembrano accontentarsi di una radicalità spettacolare, ma viene naturale pensare che questo non potrà durare a lungo. Il che non garantisce il meglio di una rivoluzione sociale pacifica necessaria e scelta, mentre fa temere il peggio di una guerra civile sanguinosa e contro-rivoluzionaria subita.

 

Io, che non credo a una democrazia spettacolare che nasconde da sempre un’oclocrazia[2] permanente – e più che mai oggi –, potrei anche andare a votare per i soli che denunciano l’intollerabile senza indugi, senza gioia ma con convinzione. Lo farei aspettando di vedere il seguito, per contrastare almeno il peggio di un fascismo che, come sempre, corre sistematicamente in soccorso di una democrazia borghese in crisi.


Se non si decide di uscire rapidamente dal capitalismo, l’umanità è fottuta. Non è più semplicemente questione di coscienza di classe. È ormai chiaramente questione di coscienza di specie.

   

Sergio Ghirardi Sauvageon, 14 luglio 2026

 



[1] Ideologia rivoluzionaria, riformista o reazionaria a seconda dei gusti ideologici del momento e degli opportunismi di sempre, di cui il capitalismo è il regista e gli esseri umani le comparse.

 

[2]Questo termine greco indica il potere miserabile esercitato da un popolo sottomesso che sceglie con il voto il proprio dittatore.


MINIMA AMORALIA

 

 

De la droite la plus pourrie à la gauche la plus extrémiste, les faux culs pullulent dans l’empire capitaliste planétaire qui s’effondre. Tous les dominants ou aspirants tels continuent de vendre leur camelote aux serviteurs volontaires qui se bousculent au portillon de la survie là où les idées se rétrécissent en alibi de domestications opposées.

 

A qui faire confiance ? Avec qui tisser un réseau pratique de luttes qui ne nous réduisent pas à un militantisme aveugle, perclus de croyances, de dogmes qui s’ensuivent et de peurs refoulées qui volontairement s’ignorent pour mieux fonctionner idéologiquement.

 

On n’a pas besoin de révolutionnaires de salon, ni d’enragés qui s’imposent comme révolutionnaires alors qu’ils se proposent comme les suprématistes théoriques d’aujourd’hui et les exploiteurs pratiques de demain. Car certains parmi eux risquent fort de devenir les nouveaux chefs pour lesquels il faudra danser et faire les pitres pour éviter la Loubianka, Auschwitz, Gaza et autres lieux touristiques de la croisière des horreurs historiques.

 

Je ne partage pas la mondanité qui cache derrière des mantras révolutionnaires un réformisme moralisateur et opportuniste, digne d’Orwell et de sa ferme où les cochons, voire les porcs, s’ingénient toujours pour être et vouloir être plus égaux que les autres.

 

Je n’aime pas les enragés mystiques. Des rancuniers impuissants qui culpabilisent de leur propre incapacité à changer les boucs émissaires du moment, rendus responsables de la faillite pratique de leurs idées si belles et révolutionnaires.

 

Nous sommes tous des Européens, disait Arno du fond de sa Belgique musicale, mais l’Europe n’existe pas réellement sinon comme une invention capitaliste, une super patrie bureaucratique pour nationalistes paumés en quête d’un nouveau surmoi productiviste sans limites.

 

Au-delà des colonnes d’Hercule des idées reçues dominantes, l’anarchie reste un rêve dont les anarchistes sont les rêveurs. Mieux une fin atroce qu’une atrocité sans fin, certes, mais peut-on demander à l’onirique d’écarter la paranoïa et le destin au nom de la destinée explorée dans les cœurs et dans les têtes ? L’acratie d’une autogestion généralisée jamais encore réalisée pour de bon, reste la seule aube souhaitable après un coucher de soleil qui s’annonce plus menaçant que jamais.

 

Depuis mai 68, le succès souterrain toujours vivant des désirs de l’époque et ensuite l'échec constaté de la réalité politique qui a suivi, exposée à la lumière sombre d'une actualité toujours plus réactionnaire et fasciste, m'ont fait comprendre que l'impuissance à changer et l'égoïsme mercantile qui l'accompagne et en profite ne sont rien d'autre que le moteur déchaîné d'une même satisfaction frustrée, devenue donc souvent perverse.

 

On cherche et souvent on trouve les idiots utiles nécessaires à rendre crédible et apparemment soutenable le mysticisme du moment. Une telle posture est utile à transformer en idéologie[1]   l’envie réelle de changement et de réalisation sociale qui habitent nos corps malades. Une telle envie spontanée cultive les idées qui sillonnent et malaxent nos têtes tristes et nos cœurs blessés, de croyance sincère en mensonge éhonté.

 

La condition humaine est de plus en plus redevable d’une condition naturelle en crise que la civilisation productiviste a dégradé gravement, de façon quasi irréversible. La nouvelle qu’au moins la moitié du vivant, des insectes aux oiseaux, jusqu’aux mammifères et au monde végétal, a récemment disparu et que ça continue, est retentissante mais suffoquée en sourdine. On en parle beaucoup pour mieux cacher l’inaction, alors que le climat caniculaire, avec son lot de tempêtes, orages, sécheresses et catastrophes, est désormais une réalité irrévocable et une épée de Damoclès à l’œuvre.

 

Jamais le mot révolution n’a eu une telle urgence de programmation et un tel déni de la part de la société dominante. Pire que l’oubli, la publicité spectaculaire (donc trompeuse) du problème en question fonctionne comme alibi hypnotique pour continuer à produire et empirer les conditions du désastre. Plus on en parle, moins on fait ! L’arbre cache la forêt et réciproquement. On discute de tout sauf de l’essentiel : l’urgence vitale de sortir du capitalisme, du productivisme, du suprématisme, du patriarcat.

 

Comment réagir à une telle catastrophe annoncée sans se rendre au constat de façon contemplative, restant enfermés dans une pureté impuissante et marquée par le voyeurisme ? Même les révolutionnaires ou présumés tels semblent se contenter d’une radicalité spectaculaire, mais on peut penser que cela ne pourra pas durer longtemps. Ce qui ne garantit pas le mieux d’une révolution sociale pacifique nécessaire et choisie, alors qu’il fait craindre le pire d’une guerre civile meurtrière et contre-révolutionnaire subie.

 

Moi, qui ne crois pas à une démocratie spectaculaire cachant depuis toujours une ochlocratie[2] permanente et plus que jamais aujourd’hui , je pourrais mème aller voter pour les seuls qui dénoncent l’intolérable sans atermoiements, sans joie mais avec conviction. Je le ferai en attendant de voir la suite, pour contrarier au moins le pire d’un fascisme qui, comme toujours, court systématiquement au secours d’une démocratie bourgeoise en crise.

 

Si on ne se décide pas de sortir rapidement du capitalisme, l’humanité est foutue. Ce n’est plus uniquement une simple question de conscience de classe. C’est désormais clairement une question de conscience d’espèce.

 

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, 14 juillet 2026



[1] Idéologie révolutionnaire, réformiste ou réactionnaire selon les goûts idéologiques du moment et les opportunismes de toujours dont le capitalisme est le metteur en scène et les êtres humains les figurants.

 

[2]Ce terme grec désigne le pouvoir misérable exercé par un peuple soumis qui choisit par le vote son propre dictateur.