sabato 3 ottobre 2026

intervista di Vicente Guedero a Miquel Amorós sul libro Critica dello sviluppo contro decrescita

 

















Potenziali domande di Vicente Guedero per un'intervista a Miquel Amorós sul libro Critica dello sviluppo contro decrescita, che sarà trasmesso sul podcast * DESDE OTRAS ISLAS (Da altre isole)*

 

 

1.- Nel corso degli ultimi decenni, Lei ha scritto molto sul movimento della decrescita, sebbene in modo sporadico e isolato. Com'è nata l'idea di pubblicare un libro che raccogliesse tutti i suoi articoli e le interviste sull'argomento?

 

È stata una proposta del team di Ediciones Fantasma. Ritenevano che l'insieme dei testi che avevo già scritto sulla decrescita offrisse una prospettiva critica completa sul movimento, soprattutto ora che tornano a circolare gli inviti a "stringere la cinghia", provenienti sia dalle istituzioni che dall'opposizione. È un segno che le prospettive future sono talmente fosche che chi detiene il potere preferisce non nasconderlo. Per la prima volta nella storia del capitalismo, la classe dirigente non promette un futuro migliore.

 

2.- Attualmente, molti autori e divulgatori che si riconoscono nel movimento della decrescita affrontano la questione dei limiti energetici odierni (e della natura dannosa dell'attuale sistema di produzione industriale). Tuttavia, molti ricercatori svolgevano già questo lavoro negli anni Sessanta; Lei ritiene che manchino autori contemporanei che portino avanti tale compito in un'ottica antisviluppista? Forse il problema risiede nella mancanza di accesso ai mezzi di comunicazione di massa per farlo?

 

La società industriale — la società trasformata in fabbrica — è strutturata dal capitale, dalle tecnologie d'avanguardia e dall'informazione. Questa è la tesi centrale della critica dello sviluppo; tuttavia, riscontro una carenza di critiche più incisive nei confronti della tecnologia — in particolare quella digitale — all'interno degli ambienti antisviluppisti. Tale critica dovrebbe riguardare non solo il controllo sociale totale o lo spreco di energia che essa comporta, ma anche il suo ruolo di forza produttiva primaria e di "seconda natura" dell'essere umano contemporaneo. Gli esseri umani sono subordinati ai dettami della tecnologia, e non viceversa; la dipendenza è assoluta. Come afferma Günther Anders, per sopravvivere in questo mondo bisogna adattarsi alla macchina e pensare come essa: il che, in termini digitali, significa restare costantemente connessi. In quest'ottica, l'antisviluppo libertario si distingue dai movimenti di decrescita più diffusi per la volontà di abbandonare l'apparato tecno-industriale esistente, anziché tentare di "democratizzarlo" o "renderlo ecologico". Naturalmente, una simile posizione non troverà spazio nei mass media, intrinsecamente ostili alla protesta "antisistema".

 

3.- Lei afferma che l'antisviluppo è un "senso diffuso di un futuro fallito". L'utopia ci offre un futuro emancipato? Può questo sentimento antisviluppista di un futuro fallito aiutarci a evitare di imboccare nuovamente vicoli ciechi come il "mito del progresso"?

 

Partiamo da quest'ultimo punto: l'antisviluppo nasce da una critica del mito borghese del Progresso. Purtroppo, la critica anti-industriale o antisviluppista non è ancora un concetto liberatorio consapevolmente condiviso dalle masse — non essendosi diffusa a sufficienza — eppure è presente come senso diffuso di una catastrofe imminente o come intuizione di un collasso prossimo. La lotta contribuisce a portare questo sentimento a livello di consapevolezza.

4.- Nel suo libro, Lei afferma che il movimento per la decrescita è nato nelle università e negli istituti scientifici. Di fatto, parla di "decrescita accademica". Esiste una forma di decrescita che opera al di fuori delle università?

 

Certamente. L'idea di decrescita è diffusa negli ambienti autonomi, autogestiti e anarcosindacalisti, sebbene non sia priva dei cliché dell'"eco-cittadinanza" e della fiducia in una "transizione" indolore. Si ritrova anche tra scienziati onesti ed esperti dissidenti, allarmati dalle conseguenze catastrofiche dello sviluppo economico; tuttavia, dato il clima ideologico dei loro ambienti professionali, essi sono molto inclini a rivolgersi alle autorità governative in cerca di soluzioni.

 

5.- A questo proposito, Lei affronta la questione di come le università e i gruppi di ricerca cooptino certi autori che, in linea di principio, sono critici nei confronti del capitalismo. Molti divulgatori del movimento per la decrescita — come Fernando Valladares o Yayo Herrero — mettono da parte il discorso sulla lotta di classe per potersi inserire comodamente nelle attività accademiche. Ritiene che questo tipo di decrescita rappresenti la visione dominante? Crede che, nonostante i loro stretti legami con gli ambienti accademici, possano fornirci informazioni utili a sviluppare una teoria rivoluzionaria più solida, o possiamo fare a meno dei loro studi?

 

È la visione dominante nei media e nel mondo accademico, ma le informazioni fornite dalle sue figure di spicco sono tossiche. Gli eco-opportunisti come quelli che lei cita cercano di venderci l'illusione che sia possibile un capitalismo diverso — "sostenibile" —; un capitalismo raggiungibile attraverso un Patto Verde con il mondo imprenditoriale, senza violenza e senza rinunciare né allo sviluppo né allo stile di vita consumistico. Di conseguenza, non ci resta altra scelta se non quella di allinearci a uno Stato consigliato da burocrati ambientalisti certificati. Sostenendo l'allineamento al potere statale, essi trasmettono chiaramente un messaggio di sottomissione, giacché le catastrofi incombenti saranno accompagnate da lockdown, coprifuoco, razionamenti e stati di eccezione. Inoltre, chiunque potrebbe giungere alle stesse conclusioni presenti in questi lavori accademici senza aver bisogno degli accademici stessi. Il culto dell'oggettività scientifica impersonale — priva di un soggetto umano — è la religione della burocrazia. Come giustamente sottolineano Semprun e Riesel nel libro Catastrofismo, amministrazione del disastro e sottomissione sostenibile, Ortica Editrice, Roma 2020, la feticizzazione dei dati non ha nulla a che fare con la paura dell'errore, bensì con la paura della verità.

 

6.- In certi ambienti della decrescita si sostiene che le sue critiche al movimento siano eccessivamente generalizzanti, poiché Lei trascura una forma di decrescita libertaria che volta le spalle allo Stato. Eppure, tali autori ignorano che nel suo libro dedica diversi articoli e pagine a quella che si potrebbe definire decrescita libertaria nel Regno di Spagna – citando persino nomi specifici come Carlos Taibo e muovendo critiche fondate. Perché, a suo avviso, quella forma di decrescita non è libertaria? Nel libro fa già notare come essi rifuggano dal sabotaggio o dal sostegno a un reddito di base. Potrebbe approfondire quest’aspetto?

 

Il termine "libertario" è solitamente attribuito a quel tipo di decrescita che si distingue dalla versione sostenuta dalla sinistra civica – la quale, per non spaventare gli imprenditori, oggi si definisce "post-crescita". Ciò che vorrei sottolineare è che, adottando un'etichetta di moda e dai contorni vaghi, la cosiddetta decrescita libertaria si colloca esattamente in una zona grigia dove convive con pseudo resistenze "dall'interno", eco-capitalisti, collaborazionisti, ambientalismo mistico ed enclavi che scelgono l'auto-emarginazione.

 

7.- Nel suo articolo "Sull'ideologia della decrescita negli ambienti libertari", lei solleva una questione cruciale. I sostenitori della decrescita sembrano ignorare il fatto che il capitalismo si sta già contraendo. A sostegno di ciò, lei cita Alfredo Apilánez, il quale a sua volta si rifà alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Eppure, molti economisti ecologisti ignorano deliberatamente la critica dell'economia politica marxista. Perché, a suo avviso, l'attuale movimento per la decrescita preferisce ricorrere a concetti morali o etici anziché analizzare le leggi oggettive dell'accumulazione del capitale – leggi che indicano già come sia in corso una contrazione?

 

Il responsabile del disastro ecologico non è la crescita dell'economia capitalistica, bensì il capitalismo stesso. Nello specifico, si tratta della progressiva perdita di profitti e del rendimento decrescente del capitale – in breve, della sua contrazione (se è lecito usare il termine in modo ridondante). La condanna prevalentemente morale degli effetti dannosi – tipica di una certa decrescita benintenzionata ma ingenua – scarica la colpa sulle masse dei consumatori, distogliendo così l'attenzione dalla causa reale. Di conseguenza, le proposte volte a eliminare tali effetti dannosi risultano ambigue, inconsistenti e inefficaci. Questo tipo di sostenitori della decrescita teme di essere emarginato dal dibattito politico e sindacale qualora proponesse misure radicali (come l'abolizione del denaro), ma soprattutto non è disposto a intraprendere la strada rischiosa dell'azione antagonista.

 

8.- Qual è la sua opinione sui pensatori marxisti che si sono occupati della crisi ecologica, come John Bellamy Foster, Jason Hickel o Jason W. Moore?

 

Escluderei Moore dalla lista – perché non si è mai dichiarato sostenitore della decrescita – inserendovi invece Michael Lövy. Premetto di non aver dedicato loro molta attenzione. Il marxismo accademico ha studiato l'ultima fase del capitalismo – la globalizzazione distruttiva – offrendo alcuni spunti utili. Tuttavia, tali studi ignorano sistematicamente lo Stato, separando l'economia dalla politica, nonostante queste siano intimamente connesse. Ecco perché, quando si tratta di proporre misure concrete, le loro idee risultano prevedibili, banali e inefficaci.

 

9.- A pagina 97 Lei afferma che «le barriere imposte da risorse limitate o i problemi causati da contraddizioni interne non agiranno da freno, né segneranno l'inizio della fine; si dimentica troppo spesso la straordinaria capacità di adattamento del capitalismo di fronte alle catastrofi». Eppure, se consideriamo il calo globale della produzione di benzina o diesel... forse ci troviamo davvero di fronte a una situazione «nuova»: una situazione che potrebbe portare non necessariamente alla fine del capitalismo (ipotesi forse ingenua), ma quantomeno a una sua profonda trasformazione qualitativa (magari un ritorno a modelli produttivi più limitati e a una distribuzione delle merci più localizzata). Non crede che questi vincoli energetici possano rappresentare l'ultima grande contraddizione del capitalismo basato sui combustibili fossili?

 

Il picco della produzione di petrolio e gas, rivelando uno scenario di scarsità, ha aperto la strada al capitalismo «verde» e ai conflitti per le risorse energetiche. Oggi, la militarizzazione dell'economia globale riafferma l'egemonia delle grandi potenze e, di conseguenza, mette in discussione il multilateralismo della globalizzazione. Tuttavia, un calo nella produzione o nel commercio di combustibili fossili — dovuto all'esaurimento delle risorse o a conflitti armati — non porrà fine al capitalismo, né lo costringerà a ritirarsi (rientrando nei confini nazionali o rilocalizzandosi); al contrario, metterà fine alla democrazia parlamentare. Ciò comporterà chiare conseguenze sociali, alimentate da disuguaglianze crescenti (esacerbate da un accesso selettivo all'energia) e impatti ecologici derivanti dall'intensificazione dell'estrattivismo, ma soprattutto avrà ripercussioni politiche: populismo, autoritarismo, disinformazione, sorveglianza, una deriva punitiva ed... eco fascismo.

 

10.- Qual è la situazione del movimento per la decrescita in Francia? Come si confronta con quello presente qui da noi?

 

In Francia, le aree rurali non si sono svuotate com’è accaduto in Spagna; l'afflusso di persone in fuga dalle città è stato altrettanto significativo quanto l'impegno del governo per le centrali nucleari. Di conseguenza, il nostro vicino d'Oltralpe ha visto lotte più numerose e incisive a difesa del territorio, ottenendo maggiore attenzione mediatica e politica. Il dibattito teorico si sviluppa su molte piattaforme, come *Pièces et main d'œuvre*, *Lundi matin*, *Reporterre*, *Le Partage*, *Les Amis de Bartleby e *Mediapart*. Anche l'ambientalismo riformista e istituzionale gode di una presenza più forte nei media e nelle università, assicurandosi ingenti sovvenzioni e posizioni di rilievo. Di conseguenza, il movimento per la decrescita è più diffuso e variegato rispetto a quello italiano – è persino esistito un partito dedicato alla decrescita – e le sue idee circolano sia su carta stampata che online. Il suo lessico può comparire tanto nel linguaggio politicamente corretto di un parlamentare quanto nella retorica degli ambientalisti filo-governativi o nel gergo dei "neo-rurali".

 

11.- Semprún sosteneva che il movimento per la decrescita corresse il rischio di essere cooptato dal sistema stesso. Poiché non proponeva una rottura rivoluzionaria con il capitalismo, Jaime temeva che il movimento finisse per fornire agli Stati e alle istituzioni il linguaggio ideale per gestire la scarsità. Siamo già arrivati a quel punto?

 

A giudicare dalla conferenza "Beyond Growth" del 2023 al Parlamento europeo, credo che ci siamo vicini. In Spagna, il tema del "superamento della crescita" è già entrato nell'agenda della sinistra civica alleata con la socialdemocrazia. Di fatto, l'obiettivo di Serge Latouche — ideatore del concetto di decrescita — era quello di avviare un dibattito sulle dinamiche sviluppiste per spingere le autorità politiche a riformare il sistema fiscale, regolare l'economia e stabilire nuove regole finanziarie. In altre parole, lo scopo era istituzionalizzare il discorso sulla decrescita.

 

12.- Nel suo libro Lei affronta la questione spinosa dell'esistenza di un soggetto rivoluzionario contemporaneo e, in caso affermativo, di chi esso sia. Lei esclude il "nuovo proletariato" e individua invece i germi di questo nuovo soggetto nella difesa del territorio e nei conflitti anti-sviluppisti. Se l'attuale soggetto rivoluzionario viene "attivato" soltanto da un'aggressione fisica al proprio ambiente, ci stiamo forse spostando da una rivoluzione guidata da un ideale universale a una mossa dalla pura necessità materiale e biologica di sopravvivenza?

 

Escludo soltanto la possibilità che il soggetto rivoluzionario possa costituirsi attorno al luogo di lavoro. Indico invece la possibilità storica della sua formazione all'interno delle lotte anti-sviluppo, in quanto sono le uniche a mettere seriamente in discussione il capitalismo. In un certo senso, esse rappresentano le nuove lotte di classe. Portano in primo piano un obiettivo più urgente e auspicabile della semplice creazione di posti di lavoro o dell'autogestione del sistema industriale: la sopravvivenza della specie. Quando il metabolismo distruttivo del capitale nei confronti della natura mette a repentaglio l'intera umanità, la sopravvivenza diventa la necessità più impellente – e l'ideale più universale – che si possa immaginare.

 

13.- In che modo un movimento radicato nella difesa di una specifica area geografica può coordinarsi con altri territori per sferrare un colpo al capitalismo nel suo complesso, senza affidarsi a strutture centralizzate o a partiti politici? Come si possono evitare rivalità per le risorse condivise — come fiumi e foreste — tra queste comunità?

 

Come hanno dimostrato le lotte indigene e contadine in America Latina, la difesa del territorio deve organizzarsi principalmente attorno ai rapporti di vicinato, ovvero attraverso strutture comunitarie a livello di quartiere e di municipalità. Le comunità non hanno bisogno di partiti politici o sindacati per amministrarsi, difendersi o risolvere dispute intracomunitarie; quanto, piuttosto, di patti, alleanze, interconnessioni e un coordinamento reciproco.

 

14.- Esiste una forma di "decrescita libertaria" che propone di creare comunità presumibilmente isolate dal sistema di produzione capitalistico e dal mercato globale. È possibile sfuggire alle grinfie del capitale? È possibile creare delle "zone d'ombra"? Sembra esserci una sorta di maledizione per cui qualsiasi progetto apparentemente autonomo finisce per soccombere alla logica del mercato globale.

 

È possibile. Data la capacità del capitalismo di assorbire le lotte al proprio interno, l'alternativa all'integrazione è la segregazione. Uscire dal capitalismo — e dal mondo industrializzato — è l'obiettivo strategico sia dell'anticrescita sia della decrescita "libertaria". Come si fa? In linea di principio, garantendosi cibo, assistenza sanitaria, trasporti e istruzione attraverso attività autonome e non di mercato: un'impresa molto difficile da realizzare in isolamento ma plausibile se intrapresa collettivamente. Il capitale abbandona gli spazi poco redditizi o difficili da difendere ed esistono vuoti normativi che possono essere sfruttati. Naturalmente, questo nuovo stile di vita comporta difficoltà e problemi che non tutti sono disposti ad affrontare; da qui la contaminazione della cooperazione extra-capitalistica con pratiche di mercato o aiuti amministrativi. Non c'è alcuna maledizione o destino in gioco, solo, forse, esaurimento e demoralizzazione.

 

15.- Lei propone una ruralizzazione della vita — un rapporto diverso tra città e villaggio. Alla luce delle circostanze in rapida evoluzione che stiamo già vivendo — e che porteranno a cambiamenti sempre più drastici nel nostro stile di vita — è possibile che il passaggio alla vita rurale avvenga bruscamente, nell'arco di pochi decenni?

 

La deindustrializzazione sociale opera in due direzioni. Il salto verso la vita rurale è, al contempo, un salto verso la vita urbana. Un ritorno ai beni comuni è, parimenti, un ritorno all'agorà, alla piazza pubblica. Che tale transizione avvenga bruscamente — attraverso una rivoluzione — o nel corso di decenni — attraverso un processo evolutivo — dipenderà dalla consapevolezza illuminata di chi guida il cambiamento, dalla forza che saprà mobilitare e dalla debolezza del potere costituito che si troverà ad affrontare.

 

16.- Alcuni autori considerano l'Alto Medioevo nella Penisola — in particolare le comunità di villaggio che operavano su base autogestita — come un modello precapitalistico cui aspirare; è possibile riproporre tale stile di vita nella Penisola iberica a lungo termine?

 

Tali forme esistono ancora, sebbene siano assai rare e ridotte a mere vestigia. Nella sua opera *Agrarian Collectivism*, Joaquín Costa non solo ha studiato le assemblee locali e le pratiche comunitarie della Penisola, ma le anche proposte come fondamento per una riforma agraria. Oggi esse permangono quali esempi di una società esistente al di fuori dello Stato — autogovernata e autosufficiente — caratteristica di un preciso periodo storico segnato dal patriarcato, dall'espansione delle monarchie e dalle rivolte antifeudali. Naturalmente, i loro aspetti autenticamente esemplari fungono da fonte d'ispirazione, proprio come le collettività rurali del 1936 o i soviet contadini dell'insurrezione machnovista. L'abolizione del capitalismo darà vita a forme libere di convivenza comunitaria, che si svilupperanno in condizioni profondamente diverse da quelle che permisero l'emergere delle comunità medievali.

 

Nell'ultima sezione, lei ripercorre la traiettoria del pensiero utopico nel corso degli ultimi secoli, fino al suo declino e all'avvento delle distopie "staliniste". Capisco che vi siano due dimensioni libertarie dell'utopia: un'utopia "sociale" — che immagina una vita emancipata in cui bisogni e desideri si armonizzano con ciò che la natura può offrire e con il valore d'uso di quanto viene prodotto, libera dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo (ed è su questa che lei si concentra principalmente); e un'utopia "irrazionale" — di cui so che Lei è cosciente — che aspirava a una vita di eccessi e di lusso, simile al mito dell'Età dell'oro o al Paese di Cuccagna. Spesso, questa seconda dimensione è stata assimilata all'utopia del liberalismo: una vita di lusso fondata sullo sfruttamento altrui, oppure un'esistenza iper-tecnologica in cui la tecnologia fornisce ogni lusso immaginabile al prezzo della distruzione della natura. Eppure, sappiamo bene che alimentare l'immaginazione in quella direzione è più che necessario.

 

1.- Pensa che sia un bene, per i libertari, difendere quell'altra dimensione, irrazionale, dell'utopia? Non crede che rifiutarla – come ha proposto Aurélien Berlan nella sua opera Autonomy and Subsistence: An Eco-social and Materialist Theory of Freedom – apra di fatto la strada all'estrema destra e al neoliberismo affinché se ne approprino, monopolizzando questo settore dell'immaginario umano e del desiderio irrazionalista di libertà?

 

Non definirei "irrazionale" una dimensione alimentata da desideri che scaturiscono dall'inconscio. Non è irrazionale, è sovra razionale. Si colloca al di sopra della ragione, non contro di essa. Comporta la soddisfazione d’impulsi, sentimenti ed emozioni; è, di conseguenza, ludica, festosa e dionisiaca. È legata piuttosto al gioco, al dono, allo spreco fastoso, all'abbandono amoroso sfrenato, al *potlatch*... Quel tipo di libertà – sostenuta dal Marchese de Sade e dal Conte di Lautréamont – è essenziale per una *Gemeinwesen* (comunità autentica) completa. Sarà la comunità stessa a trovare i meccanismi necessari per realizzarla. Dobbiamo tenere presente che il capitalismo è molto più avanti sotto quest’aspetto; la pubblicità delle merci ha sempre eccelso nel manipolare quei desideri "irrazionalisti". Credo che fare il gioco dell'ordine costituito sia, in realtà, la conseguenza di quelle pratiche poco attraenti di austerità, povertà e astinenza predicate dai sostenitori di una decrescita malintesa. Il "meno" è – comunque lo si guardi – semplicemente meno.

 

2.- Qual è la sua opinione su quelle utopie prive delle "condizioni per la loro realizzazione"? Restano confinate alla sfera letteraria? Possono servire a stimolare e motivare le lotte rivoluzionarie?

 

Le prime utopie erano di natura puramente letteraria; trasmettevano una critica alla società dominante che altrimenti sarebbe stata impossibile. Oggi, in una società abbrutita, addomesticata, oppressa e impaurita, le visioni più capaci di motivare — e di inquietare — sarebbero gli scenari futuristici più aberranti: ovvero quelli con maggiori probabilità di realizzarsi concretamente. Mi riferisco alle distopie.

 

3- Mettendo da parte le utopie sociali — fondate su desideri in sintonia con i bisogni materiali e radicate in un concetto di libertà che promuove l'uguaglianza e l'emancipazione umana — guarda con favore alle utopie irrazionaliste? Penso a esempi come il mito medievale del Paese di Cuccagna: quel futuro in cui i dolci crescono sugli alberi. In altri termini: il pensiero razionale e quello irrazionale convivono nella mente umana. Per quanto riguarda il pensiero utopico, Lei sostiene le utopie irrazionaliste radicate in un desiderio assoluto di libertà?

 

Le storie per bambini presentano regni fantastici come quelli da lei citati: luoghi che trascendono la ragione e si avvicinano a ciò che i surrealisti chiamavano "il meraviglioso". In generale, le fantasie popolari infrangono l'irrazionalità dell'ordine costituito e combattono la piattezza di una vita vincolata dalle sue regole. Per me, l'immaginazione utopica è uno strumento per irridere un mondo privo di senso; ovvero, per irridere l'utopia più irrazionale di tutte: il capitalismo. In ultima analisi, il desiderio di libertà assoluta — la ricerca del paradiso in terra — poggia tanto sulla passione quanto sul pensiero. Affonda le sue radici non tanto nell'irrazionalità, quanto nella vita stessa. A mio avviso, l'esempio medievale più eclatante di tutto ciò fu il movimento "apostolico" guidato da Fra Dolcino e Margherita.

 

4.- Lei sostiene che l'utopia libertaria ci salva dal disfattismo; essa alimenta il desiderio di una vita libera da vincoli e trasporta tale desiderio nella sfera dell'immaginazione e dei sogni. Citando Kropotkin: «Il termine "utopia" non dovrebbe essere applicato a concezioni basate sull'osservazione di ciò che si sta già sviluppando all'interno della società. In tal caso, si oltrepassa la speculazione utopica per entrare nel campo della scienza». Parafrasando Kropotkin, potremmo dire che «se manteniamo l'utopia entro i limiti oggettivi imposti dalla realtà, essa cessa di essere utopia»?

 

Kropotkin nutriva una fede cieca nella scienza. Per lui, il progresso scientifico avrebbe reso le utopie realizzabili. Le idee emancipatrici scientificamente dimostrate, proiettate nel futuro, non erano vere e proprie utopie, bensì semplici anticipazioni degli esiti dell'evoluzione libertaria già in atto nel presente: una realtà prevista. Tuttavia, l'avvento di regimi totalitari scientisti e l'impiego delle scoperte scientifiche a fini bellici e di genocidio hanno dimostrato che né la scienza né gli scienziati erano neutrali; il culto della scienza — così simile a una religione — è servito soltanto a favorire le forme più abbiette di dominio. Possiamo evitare tutto ciò seguendo il monito di Simone Weil: non sottomettersi mai all'autorità degli scienziati al momento di prendere decisioni, bensì obbedire esclusivamente alla luce della propria ragione.

 

5.- Se l'anarchismo rimane vivo, è perché la critica della vita quotidiana (associata ai situazionisti) è riuscita ad aggiornarsi. Rimane qualcosa del surrealismo nell'anarchismo contemporaneo? Può il surrealismo mantenere viva oggi quella critica della vita quotidiana? In caso contrario, chi può raccogliere il testimone del romanticismo rivoluzionario di un tempo?

 

La critica anti-industriale ha aggiornato la critica della vita quotidiana. Tuttavia, ci sarebbe molto da dire per qualificare l'idea della vitalità dell'anarchismo. Inizialmente, la critica della vita quotidiana era più appannaggio di Henri Lefebvre; i situazionisti si limitarono a collocarla al centro della rivolta proletaria. Man mano che quella rivolta svaniva nel passato – insieme al degrado dello spazio urbano che ne costituiva il presupposto – i movimenti culturali d'avanguardia che l'avevano integrata nei propri progetti si ritrovarono scollegati e isolati, privi di un campo d'azione. Questa situazione desolante spinse i loro successori verso illusioni insostenibili, la ripetizione di formule logore, l'attribuzione di significati fantastici a tendenze superficiali, un radicalismo retorico o un eclettismo confuso: tutti atteggiamenti fortemente romantici ma ben poco rivoluzionari. Oggi, la critica della vita quotidiana non può essere aggiornata esclusivamente o principalmente dall'interno della sfera culturale – nel frattempo digitalizzatasi – e ancor meno dall'ambito del lavoro. Ciononostante, l'elemento vitale e mai sconfitto del movimento surrealista e dell'Internazionale Situazionista – il nucleo del loro messaggio rivoluzionario – persiste. In ogni caso, credo che all'interno della sfera culturale sia meno difficile prendere le distanze dal dominio capitalista; di conseguenza, non è un cattivo punto di partenza per reinventarsi e raccogliere il testimone.

 

6.- Infine, qual è la sua opinione sulle attuali occupazioni delle piazze a sostegno del diritto alla casa? In che modo assomigliano alle proteste del movimento 15M o se ne differenziano?

 

Il movimento 15M è stato, innanzitutto, una protesta di giovani della classe media di fronte a un futuro incerto: una situazione che attribuivano a una classe politica corrotta. La loro richiesta di "democrazia reale" si è concretizzata nella nascita di partiti come Podemos e Ciudadanos, con gli esiti che tutti conosciamo. Coloro che oggi occupano le piazze sono individui brutalmente proletarizzati dal mercato immobiliare. Poiché il settore immobiliare è diventato una delle principali fonti di accumulazione di capitale – specialmente in Spagna – le conseguenze per la popolazione a basso reddito sono state devastanti. La questione abitativa è ormai al centro della questione sociale, e queste occupazioni ne sono la prova. Sebbene il diritto alla casa non possa realizzarsi pienamente finché non sarà abolita la proprietà privata, qualsiasi misura – per quanto limitata – è positiva se si muove in quella direzione. L'attuale ondata di occupazioni va letta in un contesto elettorale. Il governo le incoraggia nel tentativo di rafforzare la propria posizione, scaricando le responsabilità sugli avversari politici; nel farlo, si avvale del Sindacato degli Inquilini, che sta al gioco convinto di ottenere qualcosa in cambio. Dato che la lotta per una casa dignitosa sarà aspra, le organizzazioni rappresentative farebbero meglio ad abbandonare qualsiasi forma di "possibilismo".

 

 

Risposte fornite il 1° ottobre 2026.


POSIBLES PREGUNTAS de Vicente Guedero PARA UNA ENTREVISTA con Miquel Amorós sobre el libro ANTIDESARROLLISMO VS DECRECENTISMO a emitir en el podcast DESDE OTRAS ISLAS

 

1.- A lo largo de los últimos lustros has escrito mucho sobre decrecentismo, pero de forma puntual y aislada, ¿Cómo surgió la idea de publicar un libro con todos tus artículos y entrevistas sobre ese asunto?

Fue una propuesta de los compañeros de Ediciones Fantasma. Pensaban que el conjunto de textos ya escritos sobre el decrecentismo aportarían una visión crítica global del mismo, ahora que al parecer las sugerencias de apretarse el cinturón, hechas tanto desde las instituciones como desde la oposición, vuelven a estar en danza. Señal de que las perspectivas de futuro son tan pésimas que el poder prefiere no ocultarlas. Por primera vez en la historia del capitalismo, la clase dirigente no promete un futuro mejor.

2.- Actualmente, muchos autores y divulgadores que se consideran decrecentistas, tocan el asunto de los límites energéticos actuales (y la nocividad del sistema de producción industrial actual). Pero desde los años 60 esta labor ya la realizaron muchos investigadores, ¿echas de menos autores actuales que desde el antidesarrollismo hagan esa labor? ¿tal vez el problema esté en que no dispongan de medios de comunicación masivos para hacerlo?

La sociedad industrial -la sociedad convertida en fábrica- está estructurada por el capital, la técnica puntera y la información. Esa es la tesis central del antidesarrollismo, pero echo de menos una crítica más rotunda de la tecnología en los medios antidesarrollistas, especialmente de la digital, y no solo por el completo control social que implica o el despilfarro energético que provoca, sino como principal fuerza productiva y segunda naturaleza del ser humano contemporáneo. El hombre está subordinado a las imposiciones de la técnica y no al contrario. La dependencia es total. Como dice Gunther Anders, para sobrevivir en este mundo hay que adaptarse a la máquina y pensar como ella, lo cual en clave informática significa estar conectado en permanencia. Teniendo eso en cuenta, el antidesarrollismo libertario difiere del decrecentismo mayoritario en la voluntad de renunciar al aparato tecnoindustrial presente en lugar de “democratizarlo” o “reverdecerlo.” Evidentemente, tal actitud no va a encontrar eco en los medios de comunicación, hostiles por definición a la protesta “antisistema.”

3.- Afirmas que el antidesarrollismo es un sentimiento “difuso de futuro fallido”. ¿La utopía viene a proporcionarnos un futuro emancipado? Ese sentimiento de futuro fallido del antidesarrollismo, ¿nos puede servir para evitar volver a entrar en callejones sin salida como fue el “mito del progreso”?

Empezamos por lo último: el antidesarrollismo parte de la crítica del mito burgués del Progreso. La crítica anti-industrial o antidesarrollista desgraciadamente no es por el momento una concepción liberadora consciente en las masas, ya que no ha llegado a difundirse lo suficiente, pero sí que está presente como sensación difusa de la catástrofe venidera, o como intuición del próximo colapso. La lucha ayuda a que el sentimiento llegue a la conciencia.

4.- En tu libro afirmas que el decrecentismo tiene su origen en universidades e institutos científicos. De hecho, te refieres a él como un decrecentismo académico. ¿Existe un decrecentismo que actúe al margen de las universidades?

Por supuesto que existe. En los medios autónomos, autogestionarios y anarcosindicalistas la idea del decrecimiento está ampliamente extendida, aunque no exenta de los clichés del ecociudadanismo y de la fe en una “transición” tranquila. También lo está entre científicos honestos y expertos disidentes alarmados por las consecuencias catastróficas del desarrollo económico, muy dados -por la atmósfera ideológica que respiran en su ambiente- a recurrir a las administraciones.

5.- En ese sentido, abordas el problema de la cooptación de ciertos autores en principio críticos con el capitalismo por parte de universidades y grupos de investigación. Muchos divulgadores decrecentistas dejan a un lado el discurso de la lucha de clases para poder encajar cómodamente en actividades académicas, como Fernando Valladares o Yayo Herrero. ¿Crees que este tipo de decrecimiento es el mayoritario? ¿Crees que a pesar de estar muy vinculados con los círculos académicos pueden aportarnos información para desarrollar una teoría revolucionaria más sólida o podemos prescindir de sus estudios?

Es mayoritario en los medios y la universidad, y la información que aportan sus vedettes es tóxica. Los eco-oportunistas como los que mencionas tratan de vendernos la quimera de que otro capitalismo es posible, “sostenible”, al que se puede acceder a través de un Pacto Verde con el empresariado, sin violencias, sin renunciar al desarrollo, ni tampoco al modo de vida consumista. Por eso no nos queda otra que ir de la mano de un Estado asesorado por burócratas ecologistas patentados. Al aconsejar la adhesión al poder estatal claramente nos transmiten un mensaje de sumisión, puesto que el acompañamiento de las catástrofes venideras serán los confinamientos, los toques de queda, los racionamientos y los estados de excepción. Por otro lado, lo que podamos deducir de los trabajos académicos, cualquier persona podría hacerlo sin necesidad de ellos. El culto de la objetividad científica impersonal, sin sujeto, es la religión de la burocracia. Como bien nos señalan Semprun y Riesel en el libro del “Catastrofismo”, el fetichismo de los datos no tiene nada que ver con el miedo al error, sino con el miedo a la verdad.

6.- En determinados foros decrecentistas afirman que tus críticas al decrecentismo están hechas con brocha gorda, pues no consideras que hay un decrecentismo libertario, que da la espalda al Estado. Pero estos autores ignoran que en tu libro, dedicas varios artículos y varias páginas a lo que podría llamarse un decrecentismo libertario en el Reino de España, llegas a dar nombres concretos como Carlos Taibo y lanzas críticas bastante fundamentadas. ¿Por qué ese decrecimiento según tú no es libertario? En tu libro ya pones sobre la mesa que rehuyen el sabotaje o su apoyo a la renta básica. Podrías extenderte un poco más en este punto.

De costumbre se califica de libertario al tipo de decrecentismo independiente del que se pregona desde la izquierda ciudadanista, que, para no asustar a los empresarios, ahora llaman “poscrecimiento”. Lo que yo remarcaría es que, al adoptar una fórmula de moda polivalente, el decrecentismo autodenominado libertario se sitúa de lleno en una zona gris donde coexiste con la seudorresistencia “desde dentro”, los ecocapitalistas, los colaboracionistas, el ecologismo místico y los enclaves automarginados.

7.- En tu artículo “De la ideología del decrecimiento en el medio libertario”, afirmas algo esencial. Los decrecentistas parecen ignorar que el capitalismo ya está decreciendo. Para ello citas a Alfredo Apilanez quien, a su vez, se apoya en la ley de la caída tendencial de la tasa de ganancia. Pero muchos economistas ecológicos ignoran deliberadamente la crítica de la economía política marxista. ¿Por qué crees que en el medio decrecentista actual se prefiere recurrir a conceptos morales o éticos en lugar de analizar las leyes objetivas de la acumulación de capital, que ya nos indican que estamos decreciendo?

El culpable del desastre ecológico no es el crecimiento de la economía capitalista, sino el propio capitalismo. En particular, la pérdida progresiva de ganancias, el rendimiento menor del capital, en suma, su decrecimiento (valga la redundancia). La condena eminentemente moral de los efectos nocivos, típica del decrecentismo buenista, al culpabilizar a las masas consumidoras desvía la atención hacia el verdadero causante. Como resultado, las propuestas para suprimir la nocividad son ambiguas, endebles e ineficaces. Esta clase de decrecentistas teme quedar fuera del juego político-sindical si propone medidas radicales (como por ejemplo, la abolición del dinero), pero por encima de todo, no quiere caminar por el lado peligroso de la acción antagónica.

8.- ¿Qué opinas de pensadores marxistas que se han tratado la crisis ecologista como John Bellamy Foster, Jason Hickel o Jason W. Moore?

Yo sacaría de la lista a Moore, que no se ha declarado decrecentista, y metería a Michael Lövy. De entrada, confieso que no les he prestado demasiada atención. El marxismo de universidad ha estudiado la última fase del capitalismo, la globalización destructiva, con resultados aprovechables. Pero tales estudios siempre ignoran cuidadosamente al Estado; separan la economía de la política a pesar de estar íntimamente relacionadas. Por eso cuando pasan al terreno de las medidas sus propuestas son predecibles, vulgares e inoperantes.

9.- En la página 97 afirmas que “las barreras que imponen los recursos limitados o los problemas ocasionados por contradicciones internas no supondrán un freno, ni el principio del fin; con demasiada frecuencia se olvida la extraordinaria adaptabilidad del capitalismo a las catástrofes”. Pero si tenemos en cuenta el declive global en la producción de gasolina o gasoil… tal vez sí que nos hallemos ante una situación “nueva” y que lleve si no a un fin del capitalismo –algo ingenuo quizá-, sí al menos a una gran transformación cualitativa del capitalismo (tal vez vuelta  modelos de producción limitados  y de  distribución de mercancías mas locales) ¿Esas limitaciones energéticas no crees que pueden ser la última gran contradicción del capitalismo fosilista?

El pico de la producción del petróleo y el gas, al descubrir un panorama de escasez, condujo al capitalismo “verde” y a la guerra por los recursos energéticos. Hoy, la militarización de la economía mundial viene a reafirmar la hegemonía de las grandes potencias, y por consiguiente, a cuestionar el multilateralismo de la globalización. No obstante, el declive de la producción o del comercio de los combustibles fósiles, sea por agotamiento o por conflicto bélico, no acabará con el capitalismo, ni le obligará a dar marcha atrás (volver al redil nacional y relocalizarse), sino que pondrá fin a la democracia parlamentaria. Tendrá efectos sociales claros por culpa de una mayor desigualdad (acentuada por un acceso selectivo a la energía), y ecológicos, debido a una mayor actividad extractivista, pero sobre todo tendrá efectos políticos: populismo, autoritarismo, desinformación, control, punitivismo y...  ecofascismo.

10.- ¿En Francia cuál es la situación del decrecimiento? ¿Se podría comparar al decrecimiento que tenemos aquí?

En Francia el campo no se ha vaciado como en España y la instalación de gentes huidas de la urbe fue tan importante como la apuesta gubernamental por las centrales nucleares. En consecuencia, en el país vecino las luchas en defensa del territorio han sido más numerosas e incisivas, con mayor repercusión mediática y política. El debate teórico puede seguirse en muchas páginas: pièces et main d'oeuvre, lundi matin, reporterre, le partage, les amis de bartleby, mediapart, etc. También el ecologismo reformista e institucional tiene más presencia en los medios y las universidades, por lo que dispone de muchas subvenciones y poltronas. De resultas, e decrecentismo se encuentra más extendido y diversificado que aquí -ha llegado a haber un partido del decrecimiento- y sus puntos de vista son difundidos no solo online, sino en papel. Su léxico igual puede surgir en el lenguaje políticamente correcto de cualquier diputado, que en la verborrea del ecologismo gubernamentalista o en la jerga de los neorurales. 

11.- Semprun sostenía que el decrecentismo corría el riesgo de ser absorbido por el propio sistema. Al no proponer una ruptura revolucionaria con el capitalismo, Jaime temía que este movimiento terminara proporcionando el lenguaje ideal para que los Estados e instituciones regularan la escasez. ¿Hemos llegado a esa situación ya?

A juzgar por la conferencia Beyond Growth de 2023 en el Parlamento Europeo, creo que estamos cerca. En España el tema de “Más allá del crecimiento” ha entrado ya en el programa de la izquierda ciudadanista aliada con la socialdemocracia. De hecho, la intención del inventor del decrecentismo Serge Latouche era crear un debate en torno a las dinámicas desarrollistas con el objeto de forzar al poder político a cambiar la fiscalidad, regular la economía y establecer una nueva normativa financiera. En otras palabras, con vistas a institucionalizar el discurso decrecentista.

12.- En tu libro tocas el espinoso tema de si existe o no, y de existir, quién es, el sujeto revolucionario actual. Descartas que sea el nuevo proletariado y ves en la defensa del territorio y en el conflicto antidesarrollista, el germen de ese nuevo sujeto. Si el sujeto revolucionario actual solo “se activa” ante la agresión física a su entorno, ¿estamos pasando de una revolución guiada por un ideal universal a una revolución forzada por la pura necesidad material y biológica de supervivencia?

Descarto solamente que el sujeto revolucionario pueda formarse alrededor del lugar de trabajo. Señalo la posibilidad histórica de que se forme en las luchas antidesarrollistas porque son las únicas que cuestionan seriamente el capitalismo. Son de alguna manera las nuevas luchas de clase. Ponen sobre el tapete un objetivo más urgente y deseable que la mera creación de puestos de trabajo o la autogestión del sistema industrial: la continuidad de la especie. Cuando el metabolismo destructivo del capital con la naturaleza  pone en peligro a todo el género humano, la supervivencia es la necesidad más perentoria y el ideal más universal que puede haber.    

13.- ¿Cómo puede un movimiento arraigado en la defensa de un espacio geográfico específico articularse con otros territorios para golpear al capitalismo en su conjunto sin necesidad de estructuras centralizadas o partidos? ¿Cómo evitar las rivalidades por los recursos que comparten varias de esas comunidades; ríos, bosques…?

Como han demostrado las luchas indígenas y campesinas en América Latina, la defensa del territorio ha de articularse principalmente sobre relaciones de vecindad, o sea, en estructuras comunitarias barriales y municipales. Las comunidades no necesitan partidos ni sindicatos para administrarse, defenderse o resolver litigios intercomunitarios, pero sí pactos, alianzas, trabazones y coordinación entre ellas.

14.- Existe un “decrecentismo libertario”, que propone la creación de comunidades supuestamente aisladas del sistema de producción capitalista y el mercado global. ¿Se puede escapar de las zarpas del capital? ¿Es posible la creación de zonas de sombra? Parece existir cierta maldición que nos lleva a que, cualquier proyecto aparentemente autónomo, acaba cayendo en la lógica del mercado global.

Es posible. Dada la capacidad del capitalismo para integrar las luchas en su seno, la alternativa anti-integradora es la segregación. Salir del capitalismo -y del mundo industrializado- es el objetivo estratégico tanto del antidesarrollismo como del decrecimiento “libertario”. ¿Cómo se hace? En principio, garantizando la alimentación, la salud, el transporte y la educación a través de actividades no mercantiles, autónomas, algo muy difícil de hacer en el aislamiento, pero todavía plausible si se hace en colectividad. El capital abandona los espacios poco rentables o mal defendibles y presenta grietas en las leyes que pueden aprovecharse. Naturalmente, la nueva forma de vida implica dificultades y problemas que no todo el mundo está dispuesto a soportar, de ahí la contaminación de la cooperación extracapitalista con prácticas de mercado o con ayudas administrativas. No hay maldición ni destino, más bien cansancio y desmoralización.

15.- Propones ruralizar la vida, una relación diferente entre la ciudad y el pueblo. Dadas las circunstancias tan cambiantes que estamos ya viviendo y que irán provocando cambios más drásticos en nuestro modo de vida, ¿es posible que el salto a una vida rural se dé de forma abrupta, en cosa de unos pocos lustros?

La desindustrialización social ocurre en doble sentido. El salto a la vida rural es a la vez un salto a la vida urbana. La vuelta al comunal es asimismo una vuelta al ágora, a la plaza pública. Que el salto se realice de forma abrupta, mediante una revolución, o en cuestión de lustros, mediante un proceso evolutivo, dependerá de la conciencia esclarecida de sus protagonistas, de la fuerza que dispongan y de la debilidad del poder instituido con el que se enfrenten.

16.- Hay autores que ven en la Alta Edad Media peninsular, por ejemplo, un referente precapitalista al que tender, comunidades aldeanas, que viven de forma autogesionada, ¿es posible traer ese modo de vida a largo plazo en la península ibérica?

Esas formas todavía existen aunque son muy exiguas y puramente testimoniales. Joaquín Costa en su “Colectivismo Agrario” no solamente estudió los concejos y las prácticas comunales de la Península, sino que las propuso como base de una reforma agraria. Hoy quedan como ejemplo de una sociedad al margen del Estado, autogobernada y autoabastecida, típica de un determinado periodo histórico marcado por el patriarcado, la expansión de las monarquías y los levantamientos antiseñoriales. Naturalmente, en sus aspectos realmente ejemplares sirve como fuente de inspiración, pero al mismo nivel que las colectividades rurales de 1936 o los soviets campesinos de la insurrección makhnovista. La abolición del capitalismo traerá consigo formas libres de convivencia en común que se desenvolverán en condiciones muy diferentes de las que posibilitaron la aparición de las comunidades medievales.

En la parte final, haces un recorrido del pensamiento utópico a lo largo de los últimos siglos, hasta su muerte y la llegada de las distopías “estalinistas”

Entiendo que existen dos dimensiones libertarias de la utopía; una utopía “social”, que imagina una vida emancipada, cuyas necesidades y deseos se adapten  a lo que puede proporcionarnos la naturaleza y el valor de uso de lo producido, sin explotación de unos sobre otros (que es a la que tú más te refieres), pero entiendo que eres consciente de otra utopía “irracional”, que aspiraba a una vida de excesos y lujos, como el del mito de la Edad de Oro, o el del Pais de Jauja… A menudo esa segunda dimensión de la utopía se ha mezclado con la utopía del liberalismo, de una vida lujosa pero sustentada en la explotación de otros o una vida hipertecnológica en donde la tecnología nos aporte todos los lujos imaginables, pero a costa de la destrucción de la naturaleza. Pero bien sabemos que alimentar la imaginación por ese lado, es más que necesario.

1.- ¿Crees que es bueno que los libertarios defiendan esa otra dimensión irracional de la utopía? ¿No crees que  rechazándola, como propuso Aurélien Berlan en su obra “Autonomía y subsistencia”. Una teoría ecosocial y materialista de la libertad, es hacerle el pasillo a la extrema derecha y al neoliberalismo para que se lo lleve a su terreno, y acapare ese rincón de la imaginación humana y del deseo irracionalista de libertad?

Yo no calificaría de irracional una dimensión que se alimenta del deseo salido del inconsciente. No es irracional, es suprarracional. Está por encima de la razón, no contra ella. Plantea la satisfacción de impulsos, sentimientos y emociones; por consiguiente es lúdica, festiva y dionisíaca. Más ligada al juego, a la donación, al derroche, al desenfreno amoroso, al potlach... Esa clase de libertad, puesta de largo por el Marqués de Sade y el Conde de Lautréamont, resulta obligatoria para una gemeinwesen completa. Ya se encargará la comunidad de hallar los mecanismos necesarios para su realización. Hay que tener en cuenta que el capitalismo anda muy por delante; la publicidad de la mercancía se ha pasado siempre en la manipulación de esos deseos “irracionalistas.” Pienso que el juego al orden establecido lo hacen más bien de las prácticas nada seductoras de austeridad, pobreza y abstinencia que pregonan los decrecentistas mal iluminados. Menos, por más que se quiera, es menos.

2.- ¿Qué opinas de esas utopías que no tienen “condiciones de materialización”? ¿Quedan simplemente en el terreno de la literatura? ¿Pueden servir para impulsar y motivar luchas revolucionarias?

Las primeras utopías eran todas literarias y transmitían una crítica de la sociedad vigente que de otra forma era imposible. En la actualidad, en una sociedad embrutecida, domesticada, oprimida y asustada, lo más motivador e inquietante serían las descripciones futuristas más abominables, es decir, aquellas con más posibilidades de realización. Me refiero a las distopías.

3- Al margen de las utopías sociales, basadas en un deseo ajustado a las necesidades materiales y fundamentadas en una idea de libertad que iguala a todos y emancipa a las personas… ¿eres partidario de utopías irracionalistas, como pudo ser en la Edad Media el mito del país de la cucaña, ese futuro donde crece pasteles de los árboles? O dicho de otro modo: en la mente humana conviven el pensamiento racional con el irracional. En cuanto al pensamiento utópico, ¿defiendes las utopías irracionalistas basadas en el deseo absoluto de libertad?

Los cuentos infantiles contienen lugares fantásticos como las que apuntas, que van más allá de la razón y se acercan a lo que los surrealistas dirían lo maravilloso. En general, las fantasías populares rompen la irracionalidad del orden establecido y combaten la insulsez de una vida sometida a sus reglas. Para mí, la imaginación utópica es un instrumento con el que burlarse de un mundo sin sentido, o sea, de la utopía más irracional de todas, la capitalista. En fin, el deseo de libertad absoluta -la búsqueda del paraíso en la tierra- descansa tanto en la pasión como en el pensamiento. Mucho menos en la sinrazón que en la vida. El ejemplo medieval más llamativo a mi entender fue el movimiento “apostólico” de Fra Dolcino y Margherita.

4.- Afirmas que la utopía libertaria nos salva del derrotismo; aviva el deseo de una vida sin constricciones, y lo lleva al terreno de la imaginación y el sueño. Citas a Kropotkin, “la palabra utopía no debería aplicarse  a las concepciones basadas en la observación de lo que ya se está desarrollando en la sociedad. En este caso salimos de la previsión utopista parar entrar en la ciencia”. Parafraseando a Kropotkin, ¿podríamos decir que “si mantenemos la utopía dentro de unas limitaciones objetivas impuestas por la realidad deja de ser utopía”?

Kropotkin creía ciegamente en la ciencia. Para él, el progreso científico pondría las utopías al alcance. Las ideas liberadoras científicamente demostradas, proyectadas al futuro, no constituían realmente utopías, sino simples adelantos de los resultados de la evolución libertaria del presente. Una realidad anticipada. Sin embargo, el alumbramiento de regímenes totalitarios cientistas y los usos bélicos y genocidas de los descubrimientos científicos, demostraron que ni la ciencia era neutral, ni tampoco los científicos, y que el culto a la ciencia, tan semejante a la religión, redundaba en beneficio de la dominación más abyecta. Algo que podemos evitar siguiendo el consejo de Simone Weil: no someterse jamás a la autoridad de los científicos al tomar decisiones; obedecer únicamente a las luces de nuestra propia razón.

5.- Si el anarquismo se mantiene vivo es porque la crítica de la vida cotidiana (de los situs) ha sabido actualizarse. ¿Queda algo del surrealismo en el anarquismo actual? ¿puede el surrealismo, hoy en día, mantener viva esa crítica de la vida cotidiana? Si no, ¿quién puede tomar el testigo del romanticismo revolucionario de años anteriores?

La crítica anti-industrial puso al día la crítica de la vida cotidiana. De la vitalidad del anarquismo habría mucho que matizar. En el inicio, la crítica de la vida cotidiana fue más cosa de Henri Lefebvre. Los situacionistas simplemente la anclaron en el centro de la revuelta proletaria. Como dicha revuelta se difuminó en el pasado, junto con la degradación del espacio urbano en el que se apoyaba, los movimientos culturales de vanguardia que la incluyeron en su proyecto quedaron desconectados y aislados, sin terreno de acción. Esa penosa situación empujó a sus continuadores hacia ilusiones insostenibles, a repeticiones de fórmulas envejecidas, a la atribución de contenidos fantásticos a movidas superficiales, al radicalismo retórico o a un eclecticismo confusionista, todo ello muy romántico, pero poco revolucionario. La crítica de la vida cotidiana no es algo que ahora pueda actualizarse solo o principalmente desde la esfera cultural, ya digitalizada, y menos todavía desde la laboral. Sin embargo, la parte no vencida del movimiento surrealista y de la I.S., el núcleo de su mensaje revolucionario, permanece. Creo que, de todas formas, en el ámbito de la cultura resulta menos difícil marcar distancias con la dominación capitalista y, por consiguiente, no es mal sitio para empezar a reinventarse y retomar el testigo.

6.- Para acabar, qué opinas de las actuales ocupaciones de plazas a favor del derecho a la vivienda? ¿En qué se parecen o diferencian de las del 15M?

El 15M fue ante todo la protesta de los jóvenes de clase media con un futuro problemático cuya responsabilidad atribuían a una clase política corrupta. Su exigencia de “democracia real” se concretó en la creación de partidos como Podemos y Ciudadanos, con el resultado que todos sabemos. Quienes ocupan las plazas ahora son individuos brutalmente proletarizados por el mercado de la vivienda. Debido a que el negocio inmobiliario se ha convertido en una de las mayores fuentes de acumulación de capital, sobre todo en el Estado español, las consecuencias para la población con menos recursos ha sido terrible. La cuestión de la vivienda se ha colocado en el centro de la cuestión social y las ocupaciones son prueba de ello. Si bien el derecho a la vivienda no podrá imponerse mientras no se elimine la propiedad privada, cualquier medida de menor alcance será buena si camina en esa dirección. La ocupación actual hay que entenderla en clave electoral. El gobierno la alienta porque busca apuntalarse desviando las culpas hacia sus contrincantes políticos, y para eso cuenta con el Sindicato de Inquilinas que se presta al juego creyendo obtener algo a cambio. Dado que la lucha por la vivienda digna va a ser muy dura, las organizaciones representativas ganarían más con el abandono de todo posibilismo.

Respuestas dadas el 1 de octubre de 2026