Potenziali domande di Vicente Guedero per un'intervista a Miquel Amorós
sul libro Critica dello sviluppo contro decrescita, che sarà trasmesso sul
podcast * DESDE OTRAS ISLAS (Da altre isole)*
1.- Nel
corso degli ultimi decenni, Lei ha scritto molto sul movimento della
decrescita, sebbene in modo sporadico e isolato. Com'è nata l'idea di
pubblicare un libro che raccogliesse tutti i suoi articoli e le interviste
sull'argomento?
È stata una
proposta del team di Ediciones Fantasma.
Ritenevano che l'insieme dei testi che avevo già scritto sulla decrescita
offrisse una prospettiva critica completa sul movimento, soprattutto ora che
tornano a circolare gli inviti a "stringere la cinghia", provenienti
sia dalle istituzioni che dall'opposizione. È un segno che le prospettive
future sono talmente fosche che chi detiene il potere preferisce non
nasconderlo. Per la prima volta nella storia del capitalismo, la classe
dirigente non promette un futuro migliore.
2.-
Attualmente, molti autori e divulgatori che si riconoscono nel movimento della
decrescita affrontano la questione dei limiti energetici odierni (e della
natura dannosa dell'attuale sistema di produzione industriale). Tuttavia, molti
ricercatori svolgevano già questo lavoro negli anni Sessanta; Lei ritiene che
manchino autori contemporanei che portino avanti tale compito in un'ottica
antisviluppista? Forse il problema risiede nella mancanza di accesso ai mezzi
di comunicazione di massa per farlo?
La società
industriale — la società trasformata in fabbrica — è strutturata dal capitale,
dalle tecnologie d'avanguardia e dall'informazione. Questa è la tesi centrale
della critica dello sviluppo; tuttavia, riscontro una carenza di critiche più
incisive nei confronti della tecnologia — in particolare quella digitale —
all'interno degli ambienti antisviluppisti. Tale critica dovrebbe riguardare
non solo il controllo sociale totale o lo spreco di energia che essa comporta,
ma anche il suo ruolo di forza produttiva primaria e di "seconda
natura" dell'essere umano contemporaneo. Gli esseri umani sono subordinati
ai dettami della tecnologia, e non viceversa; la dipendenza è assoluta. Come
afferma Günther Anders, per sopravvivere in questo mondo bisogna adattarsi alla
macchina e pensare come essa: il che, in termini digitali, significa restare
costantemente connessi. In quest'ottica, l'antisviluppo libertario si distingue
dai movimenti di decrescita più diffusi per la volontà di abbandonare
l'apparato tecno-industriale esistente, anziché tentare di
"democratizzarlo" o "renderlo ecologico". Naturalmente, una
simile posizione non troverà spazio nei mass media, intrinsecamente ostili alla
protesta "antisistema".
3.- Lei
afferma che l'antisviluppo è un "senso diffuso di un futuro fallito".
L'utopia ci offre un futuro emancipato? Può questo sentimento antisviluppista
di un futuro fallito aiutarci a evitare di imboccare nuovamente vicoli ciechi
come il "mito del progresso"?
Partiamo da
quest'ultimo punto: l'antisviluppo nasce da una critica del mito borghese del
Progresso. Purtroppo, la critica anti-industriale o antisviluppista non è
ancora un concetto liberatorio consapevolmente condiviso dalle masse — non
essendosi diffusa a sufficienza — eppure è presente come senso diffuso di una
catastrofe imminente o come intuizione di un collasso prossimo. La lotta
contribuisce a portare questo sentimento a livello di consapevolezza.
4.- Nel
suo libro, Lei afferma che il movimento per la decrescita è nato nelle
università e negli istituti scientifici. Di fatto, parla di "decrescita
accademica". Esiste una forma di decrescita che opera al di fuori delle
università?
Certamente.
L'idea di decrescita è diffusa negli ambienti autonomi, autogestiti e
anarcosindacalisti, sebbene non sia priva dei cliché dell'"eco-cittadinanza"
e della fiducia in una "transizione" indolore. Si ritrova anche tra
scienziati onesti ed esperti dissidenti, allarmati dalle conseguenze
catastrofiche dello sviluppo economico; tuttavia, dato il clima ideologico dei
loro ambienti professionali, essi sono molto inclini a rivolgersi alle autorità
governative in cerca di soluzioni.
5.- A
questo proposito, Lei affronta la questione di come le università e i gruppi di
ricerca cooptino certi autori che, in linea di principio, sono critici nei
confronti del capitalismo. Molti divulgatori del movimento per la decrescita —
come Fernando Valladares o Yayo Herrero — mettono da parte il discorso sulla
lotta di classe per potersi inserire comodamente nelle attività accademiche.
Ritiene che questo tipo di decrescita rappresenti la visione dominante? Crede
che, nonostante i loro stretti legami con gli ambienti accademici, possano
fornirci informazioni utili a sviluppare una teoria rivoluzionaria più solida,
o possiamo fare a meno dei loro studi?
È la visione
dominante nei media e nel mondo accademico, ma le informazioni fornite dalle
sue figure di spicco sono tossiche. Gli eco-opportunisti come quelli che lei
cita cercano di venderci l'illusione che sia possibile un capitalismo diverso —
"sostenibile" —; un capitalismo raggiungibile attraverso un Patto
Verde con il mondo imprenditoriale, senza violenza e senza rinunciare né allo
sviluppo né allo stile di vita consumistico. Di conseguenza, non ci resta altra
scelta se non quella di allinearci a uno Stato consigliato da burocrati
ambientalisti certificati. Sostenendo l'allineamento al potere statale, essi trasmettono
chiaramente un messaggio di sottomissione, giacché le catastrofi incombenti
saranno accompagnate da lockdown, coprifuoco, razionamenti e stati di
eccezione. Inoltre, chiunque potrebbe giungere alle stesse conclusioni presenti
in questi lavori accademici senza aver bisogno degli accademici stessi. Il culto
dell'oggettività scientifica impersonale — priva di un soggetto umano — è la
religione della burocrazia. Come giustamente sottolineano Semprun e Riesel nel
libro Catastrofismo, amministrazione del
disastro e sottomissione sostenibile, Ortica Editrice, Roma 2020, la
feticizzazione dei dati non ha nulla a che fare con la paura dell'errore, bensì
con la paura della verità.
6.- In
certi ambienti della decrescita si sostiene che le sue critiche al movimento
siano eccessivamente generalizzanti, poiché Lei trascura una forma di
decrescita libertaria che volta le spalle allo Stato. Eppure, tali autori
ignorano che nel suo libro dedica diversi articoli e pagine a quella che si
potrebbe definire decrescita libertaria nel Regno di Spagna – citando persino
nomi specifici come Carlos Taibo e muovendo critiche fondate. Perché, a suo
avviso, quella forma di decrescita non è libertaria? Nel libro fa già notare
come essi rifuggano dal sabotaggio o dal sostegno a un reddito di base. Potrebbe
approfondire quest’aspetto?
Il termine
"libertario" è solitamente attribuito a quel tipo di decrescita che
si distingue dalla versione sostenuta dalla sinistra civica – la quale, per non
spaventare gli imprenditori, oggi si definisce "post-crescita". Ciò
che vorrei sottolineare è che, adottando un'etichetta di moda e dai contorni
vaghi, la cosiddetta decrescita libertaria si colloca esattamente in una zona
grigia dove convive con pseudo resistenze "dall'interno",
eco-capitalisti, collaborazionisti, ambientalismo mistico ed enclavi che
scelgono l'auto-emarginazione.
7.- Nel
suo articolo "Sull'ideologia della decrescita negli ambienti
libertari", lei solleva una questione cruciale. I sostenitori della
decrescita sembrano ignorare il fatto che il capitalismo si sta già contraendo.
A sostegno di ciò, lei cita Alfredo Apilánez, il quale a sua volta si rifà alla
legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Eppure, molti economisti
ecologisti ignorano deliberatamente la critica dell'economia politica marxista.
Perché, a suo avviso, l'attuale movimento per la decrescita preferisce
ricorrere a concetti morali o etici anziché analizzare le leggi oggettive
dell'accumulazione del capitale – leggi che indicano già come sia in corso una
contrazione?
Il
responsabile del disastro ecologico non è la crescita dell'economia
capitalistica, bensì il capitalismo stesso. Nello specifico, si tratta della
progressiva perdita di profitti e del rendimento decrescente del capitale – in
breve, della sua contrazione (se è lecito usare il termine in modo ridondante).
La condanna prevalentemente morale degli effetti dannosi – tipica di una certa
decrescita benintenzionata ma ingenua – scarica la colpa sulle masse dei
consumatori, distogliendo così l'attenzione dalla causa reale. Di conseguenza,
le proposte volte a eliminare tali effetti dannosi risultano ambigue,
inconsistenti e inefficaci. Questo tipo di sostenitori della decrescita teme di
essere emarginato dal dibattito politico e sindacale qualora proponesse misure
radicali (come l'abolizione del denaro), ma soprattutto non è disposto a
intraprendere la strada rischiosa dell'azione antagonista.
8.- Qual è
la sua opinione sui pensatori marxisti che si sono occupati della crisi
ecologica, come John Bellamy Foster, Jason Hickel o Jason W. Moore?
Escluderei
Moore dalla lista – perché non si è mai dichiarato sostenitore della decrescita
– inserendovi invece Michael Lövy. Premetto di non aver dedicato loro molta
attenzione. Il marxismo accademico ha studiato l'ultima fase del capitalismo –
la globalizzazione distruttiva – offrendo alcuni spunti utili. Tuttavia, tali
studi ignorano sistematicamente lo Stato, separando l'economia dalla politica,
nonostante queste siano intimamente connesse. Ecco perché, quando si tratta di
proporre misure concrete, le loro idee risultano prevedibili, banali e
inefficaci.
9.- A
pagina 97 Lei afferma che «le barriere imposte da risorse limitate o i problemi
causati da contraddizioni interne non agiranno da freno, né segneranno l'inizio
della fine; si dimentica troppo spesso la straordinaria capacità di adattamento
del capitalismo di fronte alle catastrofi». Eppure, se consideriamo il calo
globale della produzione di benzina o diesel... forse ci troviamo davvero di
fronte a una situazione «nuova»: una situazione che potrebbe portare non
necessariamente alla fine del capitalismo (ipotesi forse ingenua), ma
quantomeno a una sua profonda trasformazione qualitativa (magari un ritorno a
modelli produttivi più limitati e a una distribuzione delle merci più
localizzata). Non crede che questi vincoli energetici possano rappresentare
l'ultima grande contraddizione del capitalismo basato sui combustibili fossili?
Il picco della
produzione di petrolio e gas, rivelando uno scenario di scarsità, ha aperto la
strada al capitalismo «verde» e ai conflitti per le risorse energetiche. Oggi,
la militarizzazione dell'economia globale riafferma l'egemonia delle grandi
potenze e, di conseguenza, mette in discussione il multilateralismo della
globalizzazione. Tuttavia, un calo nella produzione o nel commercio di
combustibili fossili — dovuto all'esaurimento delle risorse o a conflitti
armati — non porrà fine al capitalismo, né lo costringerà a ritirarsi
(rientrando nei confini nazionali o rilocalizzandosi); al contrario, metterà
fine alla democrazia parlamentare. Ciò comporterà chiare conseguenze sociali,
alimentate da disuguaglianze crescenti (esacerbate da un accesso selettivo
all'energia) e impatti ecologici derivanti dall'intensificazione
dell'estrattivismo, ma soprattutto avrà ripercussioni politiche: populismo,
autoritarismo, disinformazione, sorveglianza, una deriva punitiva ed... eco
fascismo.
10.- Qual
è la situazione del movimento per la decrescita in Francia? Come si confronta
con quello presente qui da noi?
In Francia, le
aree rurali non si sono svuotate com’è accaduto in Spagna; l'afflusso di
persone in fuga dalle città è stato altrettanto significativo quanto l'impegno
del governo per le centrali nucleari. Di conseguenza, il nostro vicino
d'Oltralpe ha visto lotte più numerose e incisive a difesa del territorio,
ottenendo maggiore attenzione mediatica e politica. Il dibattito teorico si
sviluppa su molte piattaforme, come *Pièces et main d'œuvre*, *Lundi matin*,
*Reporterre*, *Le Partage*, *Les Amis de Bartleby e *Mediapart*. Anche
l'ambientalismo riformista e istituzionale gode di una presenza più forte nei
media e nelle università, assicurandosi ingenti sovvenzioni e posizioni di
rilievo. Di conseguenza, il movimento per la decrescita è più diffuso e variegato
rispetto a quello italiano – è persino esistito un partito dedicato alla
decrescita – e le sue idee circolano sia su carta stampata che online. Il suo
lessico può comparire tanto nel linguaggio politicamente corretto di un
parlamentare quanto nella retorica degli ambientalisti filo-governativi o nel
gergo dei "neo-rurali".
11.-
Semprún sosteneva che il movimento per la decrescita corresse il rischio di
essere cooptato dal sistema stesso. Poiché non proponeva una rottura
rivoluzionaria con il capitalismo, Jaime temeva che il movimento finisse per
fornire agli Stati e alle istituzioni il linguaggio ideale per gestire la
scarsità. Siamo già arrivati a quel punto?
A giudicare
dalla conferenza "Beyond Growth"
del 2023 al Parlamento europeo, credo che ci siamo vicini. In Spagna, il tema
del "superamento della crescita" è già entrato nell'agenda della
sinistra civica alleata con la socialdemocrazia. Di fatto, l'obiettivo di Serge
Latouche — ideatore del concetto di decrescita — era quello di avviare un
dibattito sulle dinamiche sviluppiste per spingere le autorità politiche a
riformare il sistema fiscale, regolare l'economia e stabilire nuove regole
finanziarie. In altre parole, lo scopo era istituzionalizzare il discorso sulla
decrescita.
12.- Nel
suo libro Lei affronta la questione spinosa dell'esistenza di un soggetto
rivoluzionario contemporaneo e, in caso affermativo, di chi esso sia. Lei
esclude il "nuovo proletariato" e individua invece i germi di questo
nuovo soggetto nella difesa del territorio e nei conflitti anti-sviluppisti. Se
l'attuale soggetto rivoluzionario viene "attivato" soltanto da
un'aggressione fisica al proprio ambiente, ci stiamo forse spostando da una
rivoluzione guidata da un ideale universale a una mossa dalla pura necessità
materiale e biologica di sopravvivenza?
Escludo
soltanto la possibilità che il soggetto rivoluzionario possa costituirsi
attorno al luogo di lavoro. Indico invece la possibilità storica della sua
formazione all'interno delle lotte anti-sviluppo, in quanto sono le uniche a
mettere seriamente in discussione il capitalismo. In un certo senso, esse
rappresentano le nuove lotte di classe. Portano in primo piano un obiettivo più
urgente e auspicabile della semplice creazione di posti di lavoro o dell'autogestione
del sistema industriale: la sopravvivenza della specie. Quando il metabolismo
distruttivo del capitale nei confronti della natura mette a repentaglio
l'intera umanità, la sopravvivenza diventa la necessità più impellente – e
l'ideale più universale – che si possa immaginare.
13.- In
che modo un movimento radicato nella difesa di una specifica area geografica
può coordinarsi con altri territori per sferrare un colpo al capitalismo nel
suo complesso, senza affidarsi a strutture centralizzate o a partiti politici?
Come si possono evitare rivalità per le risorse condivise — come fiumi e
foreste — tra queste comunità?
Come hanno
dimostrato le lotte indigene e contadine in America Latina, la difesa del
territorio deve organizzarsi principalmente attorno ai rapporti di vicinato,
ovvero attraverso strutture comunitarie a livello di quartiere e di
municipalità. Le comunità non hanno bisogno di partiti politici o sindacati per
amministrarsi, difendersi o risolvere dispute intracomunitarie; quanto, piuttosto,
di patti, alleanze, interconnessioni e un coordinamento reciproco.
14.-
Esiste una forma di "decrescita libertaria" che propone di creare
comunità presumibilmente isolate dal sistema di produzione capitalistico e dal
mercato globale. È possibile sfuggire alle grinfie del capitale? È possibile
creare delle "zone d'ombra"? Sembra esserci una sorta di maledizione
per cui qualsiasi progetto apparentemente autonomo finisce per soccombere alla
logica del mercato globale.
È possibile.
Data la capacità del capitalismo di assorbire le lotte al proprio interno,
l'alternativa all'integrazione è la segregazione. Uscire dal capitalismo — e
dal mondo industrializzato — è l'obiettivo strategico sia dell'anticrescita sia
della decrescita "libertaria". Come si fa? In linea di principio,
garantendosi cibo, assistenza sanitaria, trasporti e istruzione attraverso
attività autonome e non di mercato: un'impresa molto difficile da realizzare in
isolamento ma plausibile se intrapresa collettivamente. Il capitale abbandona
gli spazi poco redditizi o difficili da difendere ed esistono vuoti normativi
che possono essere sfruttati. Naturalmente, questo nuovo stile di vita comporta
difficoltà e problemi che non tutti sono disposti ad affrontare; da qui la
contaminazione della cooperazione extra-capitalistica con pratiche di mercato o
aiuti amministrativi. Non c'è alcuna maledizione o destino in gioco, solo,
forse, esaurimento e demoralizzazione.
15.- Lei
propone una ruralizzazione della vita — un rapporto diverso tra città e
villaggio. Alla luce delle circostanze in rapida evoluzione che stiamo già
vivendo — e che porteranno a cambiamenti sempre più drastici nel nostro stile
di vita — è possibile che il passaggio alla vita rurale avvenga bruscamente,
nell'arco di pochi decenni?
La
deindustrializzazione sociale opera in due direzioni. Il salto verso la vita
rurale è, al contempo, un salto verso la vita urbana. Un ritorno ai beni comuni
è, parimenti, un ritorno all'agorà, alla piazza pubblica. Che tale transizione
avvenga bruscamente — attraverso una rivoluzione — o nel corso di decenni —
attraverso un processo evolutivo — dipenderà dalla consapevolezza illuminata di
chi guida il cambiamento, dalla forza che saprà mobilitare e dalla debolezza
del potere costituito che si troverà ad affrontare.
16.-
Alcuni autori considerano l'Alto Medioevo nella Penisola — in particolare le
comunità di villaggio che operavano su base autogestita — come un modello
precapitalistico cui aspirare; è possibile riproporre tale stile di vita nella
Penisola iberica a lungo termine?
Tali forme
esistono ancora, sebbene siano assai rare e ridotte a mere vestigia. Nella sua
opera *Agrarian Collectivism*, Joaquín Costa non solo ha studiato le assemblee
locali e le pratiche comunitarie della Penisola, ma le anche proposte come
fondamento per una riforma agraria. Oggi esse permangono quali esempi di una
società esistente al di fuori dello Stato — autogovernata e autosufficiente —
caratteristica di un preciso periodo storico segnato dal patriarcato,
dall'espansione delle monarchie e dalle rivolte antifeudali. Naturalmente, i
loro aspetti autenticamente esemplari fungono da fonte d'ispirazione, proprio
come le collettività rurali del 1936 o i soviet contadini dell'insurrezione
machnovista. L'abolizione del capitalismo darà vita a forme libere di
convivenza comunitaria, che si svilupperanno in condizioni profondamente
diverse da quelle che permisero l'emergere delle comunità medievali.
Nell'ultima sezione, lei ripercorre la
traiettoria del pensiero utopico nel corso degli ultimi secoli, fino al suo
declino e all'avvento delle distopie "staliniste". Capisco che vi
siano due dimensioni libertarie dell'utopia: un'utopia "sociale" —
che immagina una vita emancipata in cui bisogni e desideri si armonizzano con
ciò che la natura può offrire e con il valore d'uso di quanto viene prodotto,
libera dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo (ed è su questa che lei si
concentra principalmente); e un'utopia "irrazionale" — di cui so che Lei
è cosciente — che aspirava a una vita di eccessi e di lusso, simile al mito
dell'Età dell'oro o al Paese di Cuccagna. Spesso, questa seconda dimensione è
stata assimilata all'utopia del liberalismo: una vita di lusso fondata sullo
sfruttamento altrui, oppure un'esistenza iper-tecnologica in cui la tecnologia
fornisce ogni lusso immaginabile al prezzo della distruzione della natura.
Eppure, sappiamo bene che alimentare l'immaginazione in quella direzione è più
che necessario.
1.- Pensa
che sia un bene, per i libertari, difendere quell'altra dimensione, irrazionale,
dell'utopia? Non crede che rifiutarla – come ha proposto Aurélien Berlan nella
sua opera Autonomy and Subsistence: An
Eco-social and Materialist Theory of Freedom – apra di fatto la strada
all'estrema destra e al neoliberismo affinché se ne approprino, monopolizzando
questo settore dell'immaginario umano e del desiderio irrazionalista di
libertà?
Non definirei
"irrazionale" una dimensione alimentata da desideri che scaturiscono
dall'inconscio. Non è irrazionale, è sovra razionale. Si colloca al di sopra
della ragione, non contro di essa. Comporta la soddisfazione d’impulsi,
sentimenti ed emozioni; è, di conseguenza, ludica, festosa e dionisiaca. È
legata piuttosto al gioco, al dono, allo spreco fastoso, all'abbandono amoroso
sfrenato, al *potlatch*... Quel tipo di libertà – sostenuta dal Marchese de
Sade e dal Conte di Lautréamont – è essenziale per una *Gemeinwesen* (comunità
autentica) completa. Sarà la comunità stessa a trovare i meccanismi necessari
per realizzarla. Dobbiamo tenere presente che il capitalismo è molto più avanti
sotto quest’aspetto; la pubblicità delle merci ha sempre eccelso nel manipolare
quei desideri "irrazionalisti". Credo che fare il gioco dell'ordine
costituito sia, in realtà, la conseguenza di quelle pratiche poco attraenti di
austerità, povertà e astinenza predicate dai sostenitori di una decrescita
malintesa. Il "meno" è – comunque lo si guardi – semplicemente meno.
2.- Qual è
la sua opinione su quelle utopie prive delle "condizioni per la loro
realizzazione"? Restano confinate alla sfera letteraria? Possono servire a
stimolare e motivare le lotte rivoluzionarie?
Le prime
utopie erano di natura puramente letteraria; trasmettevano una critica alla
società dominante che altrimenti sarebbe stata impossibile. Oggi, in una
società abbrutita, addomesticata, oppressa e impaurita, le visioni più capaci
di motivare — e di inquietare — sarebbero gli scenari futuristici più
aberranti: ovvero quelli con maggiori probabilità di realizzarsi concretamente.
Mi riferisco alle distopie.
3-
Mettendo da parte le utopie sociali — fondate su desideri in sintonia con i
bisogni materiali e radicate in un concetto di libertà che promuove
l'uguaglianza e l'emancipazione umana — guarda con favore alle utopie
irrazionaliste? Penso a esempi come il mito medievale del Paese di Cuccagna:
quel futuro in cui i dolci crescono sugli alberi. In altri termini: il pensiero
razionale e quello irrazionale convivono nella mente umana. Per quanto riguarda
il pensiero utopico, Lei sostiene le utopie irrazionaliste radicate in un
desiderio assoluto di libertà?
Le storie per
bambini presentano regni fantastici come quelli da lei citati: luoghi che
trascendono la ragione e si avvicinano a ciò che i surrealisti chiamavano
"il meraviglioso". In generale, le fantasie popolari infrangono
l'irrazionalità dell'ordine costituito e combattono la piattezza di una vita
vincolata dalle sue regole. Per me, l'immaginazione utopica è uno strumento per
irridere un mondo privo di senso; ovvero, per irridere l'utopia più irrazionale
di tutte: il capitalismo. In ultima analisi, il desiderio di libertà assoluta —
la ricerca del paradiso in terra — poggia tanto sulla passione quanto sul
pensiero. Affonda le sue radici non tanto nell'irrazionalità, quanto nella vita
stessa. A mio avviso, l'esempio medievale più eclatante di tutto ciò fu il
movimento "apostolico" guidato da Fra Dolcino e Margherita.
4.- Lei
sostiene che l'utopia libertaria ci salva dal disfattismo; essa alimenta il
desiderio di una vita libera da vincoli e trasporta tale desiderio nella sfera
dell'immaginazione e dei sogni. Citando Kropotkin: «Il termine
"utopia" non dovrebbe essere applicato a concezioni basate
sull'osservazione di ciò che si sta già sviluppando all'interno della società.
In tal caso, si oltrepassa la speculazione utopica per entrare nel campo della
scienza». Parafrasando Kropotkin, potremmo dire che «se manteniamo l'utopia
entro i limiti oggettivi imposti dalla realtà, essa cessa di essere utopia»?
Kropotkin
nutriva una fede cieca nella scienza. Per lui, il progresso scientifico avrebbe
reso le utopie realizzabili. Le idee emancipatrici scientificamente dimostrate,
proiettate nel futuro, non erano vere e proprie utopie, bensì semplici
anticipazioni degli esiti dell'evoluzione libertaria già in atto nel presente:
una realtà prevista. Tuttavia, l'avvento di regimi totalitari scientisti e
l'impiego delle scoperte scientifiche a fini bellici e di genocidio hanno
dimostrato che né la scienza né gli scienziati erano neutrali; il culto della
scienza — così simile a una religione — è servito soltanto a favorire le forme
più abbiette di dominio. Possiamo evitare tutto ciò seguendo il monito di
Simone Weil: non sottomettersi mai all'autorità degli scienziati al momento di prendere
decisioni, bensì obbedire esclusivamente alla luce della propria ragione.
5.- Se
l'anarchismo rimane vivo, è perché la critica della vita quotidiana (associata
ai situazionisti) è riuscita ad aggiornarsi. Rimane qualcosa del surrealismo
nell'anarchismo contemporaneo? Può il surrealismo mantenere viva oggi quella
critica della vita quotidiana? In caso contrario, chi può raccogliere il
testimone del romanticismo rivoluzionario di un tempo?
La critica
anti-industriale ha aggiornato la critica della vita quotidiana. Tuttavia, ci
sarebbe molto da dire per qualificare l'idea della vitalità dell'anarchismo.
Inizialmente, la critica della vita quotidiana era più appannaggio di Henri
Lefebvre; i situazionisti si limitarono a collocarla al centro della rivolta
proletaria. Man mano che quella rivolta svaniva nel passato – insieme al
degrado dello spazio urbano che ne costituiva il presupposto – i movimenti
culturali d'avanguardia che l'avevano integrata nei propri progetti si
ritrovarono scollegati e isolati, privi di un campo d'azione. Questa situazione
desolante spinse i loro successori verso illusioni insostenibili, la
ripetizione di formule logore, l'attribuzione di significati fantastici a tendenze
superficiali, un radicalismo retorico o un eclettismo confuso: tutti
atteggiamenti fortemente romantici ma ben poco rivoluzionari. Oggi, la critica
della vita quotidiana non può essere aggiornata esclusivamente o principalmente
dall'interno della sfera culturale – nel frattempo digitalizzatasi – e ancor
meno dall'ambito del lavoro. Ciononostante, l'elemento vitale e mai sconfitto
del movimento surrealista e dell'Internazionale Situazionista – il nucleo del
loro messaggio rivoluzionario – persiste. In ogni caso, credo che all'interno
della sfera culturale sia meno difficile prendere le distanze dal dominio
capitalista; di conseguenza, non è un cattivo punto di partenza per reinventarsi
e raccogliere il testimone.
6.-
Infine, qual è la sua opinione sulle attuali occupazioni delle piazze a
sostegno del diritto alla casa? In che modo assomigliano alle proteste del
movimento 15M o se ne differenziano?
Il movimento
15M è stato, innanzitutto, una protesta di giovani della classe media di fronte
a un futuro incerto: una situazione che attribuivano a una classe politica
corrotta. La loro richiesta di "democrazia reale" si è concretizzata
nella nascita di partiti come Podemos e Ciudadanos, con gli esiti che tutti
conosciamo. Coloro che oggi occupano le piazze sono individui brutalmente
proletarizzati dal mercato immobiliare. Poiché il settore immobiliare è
diventato una delle principali fonti di accumulazione di capitale –
specialmente in Spagna – le conseguenze per la popolazione a basso reddito sono
state devastanti. La questione abitativa è ormai al centro della questione
sociale, e queste occupazioni ne sono la prova. Sebbene il diritto alla casa
non possa realizzarsi pienamente finché non sarà abolita la proprietà privata,
qualsiasi misura – per quanto limitata – è positiva se si muove in quella
direzione. L'attuale ondata di occupazioni va letta in un contesto elettorale.
Il governo le incoraggia nel tentativo di rafforzare la propria posizione,
scaricando le responsabilità sugli avversari politici; nel farlo, si avvale del
Sindacato degli Inquilini, che sta al gioco convinto di ottenere qualcosa in
cambio. Dato che la lotta per una casa dignitosa sarà aspra, le organizzazioni
rappresentative farebbero meglio ad abbandonare qualsiasi forma di
"possibilismo".
Risposte fornite il
1° ottobre 2026.
1.- A lo
largo de los últimos lustros has escrito mucho sobre decrecentismo, pero de
forma puntual y aislada, ¿Cómo surgió la idea de publicar un libro con todos
tus artículos y entrevistas sobre ese asunto?
Fue una
propuesta de los compañeros de Ediciones Fantasma. Pensaban que el conjunto de
textos ya escritos sobre el decrecentismo aportarían una visión crítica global
del mismo, ahora que al parecer las sugerencias de apretarse el cinturón,
hechas tanto desde las instituciones como desde la oposición, vuelven a estar
en danza. Señal de que las perspectivas de futuro son tan pésimas que el poder
prefiere no ocultarlas. Por primera vez en la historia del capitalismo, la
clase dirigente no promete un futuro mejor.
2.-
Actualmente, muchos autores y divulgadores que se consideran decrecentistas,
tocan el asunto de los límites energéticos actuales (y la nocividad del sistema
de producción industrial actual). Pero desde los años 60 esta labor ya la
realizaron muchos investigadores, ¿echas de menos autores actuales que desde el
antidesarrollismo hagan esa labor? ¿tal vez el problema esté en que no
dispongan de medios de comunicación masivos para hacerlo?
La sociedad
industrial -la sociedad convertida en fábrica- está estructurada por el
capital, la técnica puntera y la información. Esa es la tesis central del
antidesarrollismo, pero echo de menos una crítica más rotunda de la tecnología
en los medios antidesarrollistas, especialmente de la digital, y no solo por el
completo control social que implica o el despilfarro energético que provoca,
sino como principal fuerza productiva y segunda naturaleza del ser humano
contemporáneo. El hombre está subordinado a las imposiciones de la técnica y no
al contrario. La dependencia es total. Como dice Gunther Anders, para
sobrevivir en este mundo hay que adaptarse a la máquina y pensar como ella, lo
cual en clave informática significa estar conectado en permanencia. Teniendo
eso en cuenta, el antidesarrollismo libertario difiere del decrecentismo
mayoritario en la voluntad de renunciar al aparato tecnoindustrial presente en
lugar de “democratizarlo” o “reverdecerlo.” Evidentemente, tal actitud no va a
encontrar eco en los medios de comunicación, hostiles por definición a la
protesta “antisistema.”
3.- Afirmas
que el antidesarrollismo es un sentimiento “difuso de futuro fallido”. ¿La
utopía viene a proporcionarnos un futuro emancipado? Ese sentimiento de futuro
fallido del antidesarrollismo, ¿nos puede servir para evitar volver a entrar en
callejones sin salida como fue el “mito del progreso”?
Empezamos por
lo último: el antidesarrollismo parte de la crítica del mito burgués del
Progreso. La crítica anti-industrial o antidesarrollista desgraciadamente no es
por el momento una concepción liberadora consciente en las masas, ya que no ha
llegado a difundirse lo suficiente, pero sí que está presente como sensación
difusa de la catástrofe venidera, o como intuición del próximo colapso. La
lucha ayuda a que el sentimiento llegue a la conciencia.
4.- En tu
libro afirmas que el decrecentismo tiene su origen en universidades e
institutos científicos. De hecho, te refieres a él como un decrecentismo
académico. ¿Existe un decrecentismo que actúe al margen de las universidades?
Por supuesto
que existe. En los medios autónomos, autogestionarios y anarcosindicalistas la
idea del decrecimiento está ampliamente extendida, aunque no exenta de los
clichés del ecociudadanismo y de la fe en una “transición” tranquila. También
lo está entre científicos honestos y expertos disidentes alarmados por las
consecuencias catastróficas del desarrollo económico, muy dados -por la
atmósfera ideológica que respiran en su ambiente- a recurrir a las
administraciones.
5.- En ese
sentido, abordas el problema de la cooptación de ciertos autores en principio
críticos con el capitalismo por parte de universidades y grupos de
investigación. Muchos divulgadores decrecentistas dejan a un lado el discurso
de la lucha de clases para poder encajar cómodamente en actividades académicas,
como Fernando Valladares o Yayo Herrero. ¿Crees que este tipo de decrecimiento
es el mayoritario? ¿Crees que a pesar de estar muy vinculados con los círculos
académicos pueden aportarnos información para desarrollar una teoría
revolucionaria más sólida o podemos prescindir de sus estudios?
Es mayoritario
en los medios y la universidad, y la información que aportan sus vedettes es
tóxica. Los eco-oportunistas como los que mencionas tratan de vendernos la
quimera de que otro capitalismo es posible, “sostenible”, al que se puede
acceder a través de un Pacto Verde con el empresariado, sin violencias, sin
renunciar al desarrollo, ni tampoco al modo de vida consumista. Por eso no nos
queda otra que ir de la mano de un Estado asesorado por burócratas ecologistas
patentados. Al aconsejar la adhesión al poder estatal claramente nos transmiten
un mensaje de sumisión, puesto que el acompañamiento de las catástrofes
venideras serán los confinamientos, los toques de queda, los racionamientos y
los estados de excepción. Por otro lado, lo que podamos deducir de los trabajos
académicos, cualquier persona podría hacerlo sin necesidad de ellos. El culto
de la objetividad científica impersonal, sin sujeto, es la religión de la
burocracia. Como bien nos señalan Semprun y Riesel en el libro del
“Catastrofismo”, el fetichismo de los datos no tiene nada que ver con el miedo
al error, sino con el miedo a la verdad.
6.- En
determinados foros decrecentistas afirman que tus críticas al decrecentismo
están hechas con brocha gorda, pues no consideras que hay un decrecentismo
libertario, que da la espalda al Estado. Pero estos autores ignoran que en tu
libro, dedicas varios artículos y varias páginas a lo que podría llamarse un
decrecentismo libertario en el Reino de España, llegas a dar nombres concretos
como Carlos Taibo y lanzas críticas bastante fundamentadas. ¿Por qué ese
decrecimiento según tú no es libertario? En tu libro ya pones sobre la mesa que
rehuyen el sabotaje o su apoyo a la renta básica. Podrías extenderte un poco
más en este punto.
De costumbre se
califica de libertario al tipo de decrecentismo independiente del que se
pregona desde la izquierda ciudadanista, que, para no asustar a los
empresarios, ahora llaman “poscrecimiento”. Lo que yo remarcaría es que, al
adoptar una fórmula de moda polivalente, el decrecentismo autodenominado
libertario se sitúa de lleno en una zona gris donde coexiste con la
seudorresistencia “desde dentro”, los ecocapitalistas, los colaboracionistas,
el ecologismo místico y los enclaves automarginados.
7.- En tu
artículo “De la ideología del decrecimiento en el medio libertario”, afirmas
algo esencial. Los decrecentistas parecen ignorar que el capitalismo ya está
decreciendo. Para ello citas a Alfredo Apilanez quien, a su vez, se apoya en la
ley de la caída tendencial de la tasa de ganancia. Pero muchos economistas
ecológicos ignoran deliberadamente la crítica de la economía política marxista.
¿Por qué crees que en el medio decrecentista actual se prefiere recurrir a
conceptos morales o éticos en lugar de analizar las leyes objetivas de la acumulación
de capital, que ya nos indican que estamos decreciendo?
El culpable del
desastre ecológico no es el crecimiento de la economía capitalista, sino el
propio capitalismo. En particular, la pérdida progresiva de ganancias, el
rendimiento menor del capital, en suma, su decrecimiento (valga la
redundancia). La condena eminentemente moral de los efectos nocivos, típica del
decrecentismo buenista, al culpabilizar a las masas consumidoras desvía la
atención hacia el verdadero causante. Como resultado, las propuestas para
suprimir la nocividad son ambiguas, endebles e ineficaces. Esta clase de decrecentistas teme quedar
fuera del juego político-sindical si propone medidas radicales (como por
ejemplo, la abolición del dinero), pero por encima de todo, no quiere caminar
por el lado peligroso de la acción antagónica.
8.- ¿Qué
opinas de pensadores marxistas que se han tratado la crisis ecologista como
John Bellamy Foster, Jason Hickel o Jason W. Moore?
Yo sacaría de
la lista a Moore, que no se ha declarado decrecentista, y metería a Michael
Lövy. De entrada, confieso que no les he prestado demasiada atención. El
marxismo de universidad ha estudiado la última fase del capitalismo, la
globalización destructiva, con resultados aprovechables. Pero tales estudios
siempre ignoran cuidadosamente al Estado; separan la economía de la política a
pesar de estar íntimamente relacionadas. Por eso cuando pasan al terreno de las
medidas sus propuestas son predecibles, vulgares e inoperantes.
9.- En la
página 97 afirmas que “las barreras que imponen los recursos limitados o los
problemas ocasionados por contradicciones internas no supondrán un freno, ni el
principio del fin; con demasiada frecuencia se olvida la extraordinaria
adaptabilidad del capitalismo a las catástrofes”. Pero si tenemos en cuenta el
declive global en la producción de gasolina o gasoil… tal vez sí que nos
hallemos ante una situación “nueva” y que lleve si no a un fin del capitalismo
–algo ingenuo quizá-, sí al menos a una gran transformación cualitativa del
capitalismo (tal vez vuelta modelos de
producción limitados y de distribución de mercancías mas locales) ¿Esas
limitaciones energéticas no crees que pueden ser la última gran contradicción
del capitalismo fosilista?
El pico de la
producción del petróleo y el gas, al descubrir un panorama de escasez, condujo
al capitalismo “verde” y a la guerra por los recursos energéticos. Hoy, la
militarización de la economía mundial viene a reafirmar la hegemonía de las
grandes potencias, y por consiguiente, a cuestionar el multilateralismo de la
globalización. No obstante, el declive de la producción o del comercio de los
combustibles fósiles, sea por agotamiento o por conflicto bélico, no acabará
con el capitalismo, ni le obligará a dar marcha atrás (volver al redil nacional
y relocalizarse), sino que pondrá fin a la democracia parlamentaria. Tendrá
efectos sociales claros por culpa de una mayor desigualdad (acentuada por un
acceso selectivo a la energía), y ecológicos, debido a una mayor actividad
extractivista, pero sobre todo tendrá efectos políticos: populismo,
autoritarismo, desinformación, control, punitivismo y... ecofascismo.
10.- ¿En
Francia cuál es la situación del decrecimiento? ¿Se podría comparar al
decrecimiento que tenemos aquí?
En Francia el
campo no se ha vaciado como en España y la instalación de gentes huidas de la
urbe fue tan importante como la apuesta gubernamental por las centrales
nucleares. En consecuencia, en el país vecino las luchas en defensa del
territorio han sido más numerosas e incisivas, con mayor repercusión mediática
y política. El debate teórico puede seguirse en muchas páginas: pièces et main
d'oeuvre, lundi matin, reporterre, le partage, les amis de bartleby, mediapart,
etc. También el ecologismo reformista e institucional tiene más presencia en
los medios y las universidades, por lo que dispone de muchas subvenciones y
poltronas. De resultas, e decrecentismo se encuentra más extendido y
diversificado que aquí -ha llegado a haber un partido del decrecimiento- y sus
puntos de vista son difundidos no solo online, sino en papel. Su léxico igual
puede surgir en el lenguaje políticamente correcto de cualquier diputado, que
en la verborrea del ecologismo gubernamentalista o en la jerga de los
neorurales.
11.- Semprun
sostenía que el decrecentismo corría el riesgo de ser absorbido por el propio
sistema. Al no proponer una ruptura revolucionaria con el capitalismo, Jaime
temía que este movimiento terminara proporcionando el lenguaje ideal para que
los Estados e instituciones regularan la escasez. ¿Hemos llegado a esa
situación ya?
A juzgar por la
conferencia Beyond Growth de 2023 en el Parlamento Europeo, creo que estamos
cerca. En España el tema de “Más allá del crecimiento” ha entrado ya en el
programa de la izquierda ciudadanista aliada con la socialdemocracia. De hecho,
la intención del inventor del decrecentismo Serge Latouche era crear un debate
en torno a las dinámicas desarrollistas con el objeto de forzar al poder político a cambiar la fiscalidad,
regular la economía y establecer una nueva normativa financiera. En otras
palabras, con vistas a institucionalizar el discurso decrecentista.
12.- En tu
libro tocas el espinoso tema de si existe o no, y de existir, quién es, el
sujeto revolucionario actual. Descartas que sea el nuevo proletariado y ves en
la defensa del territorio y en el conflicto antidesarrollista, el germen de ese
nuevo sujeto. Si el sujeto revolucionario actual solo “se activa” ante la
agresión física a su entorno, ¿estamos pasando de una revolución guiada por un
ideal universal a una revolución forzada por la pura necesidad material y
biológica de supervivencia?
Descarto
solamente que el sujeto revolucionario pueda formarse alrededor del lugar de
trabajo. Señalo la posibilidad histórica de que se forme en las luchas
antidesarrollistas porque son las únicas que cuestionan seriamente el
capitalismo. Son de alguna manera las nuevas luchas de clase. Ponen sobre el
tapete un objetivo más urgente y deseable que la mera creación de puestos de
trabajo o la autogestión del sistema industrial: la continuidad de la especie.
Cuando el metabolismo destructivo del capital con la naturaleza pone en peligro a todo el género humano, la
supervivencia es la necesidad más perentoria y el ideal más universal que puede
haber.
13.- ¿Cómo
puede un movimiento arraigado en la defensa de un espacio geográfico específico
articularse con otros territorios para golpear al capitalismo en su conjunto
sin necesidad de estructuras centralizadas o partidos? ¿Cómo evitar las
rivalidades por los recursos que comparten varias de esas comunidades; ríos,
bosques…?
Como han
demostrado las luchas indígenas y campesinas en América Latina, la defensa del
territorio ha de articularse principalmente sobre relaciones de vecindad, o
sea, en estructuras comunitarias barriales y municipales. Las comunidades no
necesitan partidos ni sindicatos para administrarse, defenderse o resolver
litigios intercomunitarios, pero sí pactos, alianzas, trabazones y coordinación
entre ellas.
14.- Existe
un “decrecentismo libertario”, que propone la creación de comunidades
supuestamente aisladas del sistema de producción capitalista y el mercado
global. ¿Se puede escapar de las zarpas del capital? ¿Es posible la creación de
zonas de sombra? Parece existir cierta maldición que nos lleva a que, cualquier
proyecto aparentemente autónomo, acaba cayendo en la lógica del mercado global.
Es posible.
Dada la capacidad del capitalismo para integrar las luchas en su seno, la
alternativa anti-integradora es la segregación. Salir del capitalismo -y del
mundo industrializado- es el objetivo estratégico tanto del antidesarrollismo
como del decrecimiento “libertario”. ¿Cómo se hace? En principio, garantizando
la alimentación, la salud, el transporte y la educación a través de actividades
no mercantiles, autónomas, algo muy difícil de hacer en el aislamiento, pero
todavía plausible si se hace en colectividad. El capital abandona los espacios
poco rentables o mal defendibles y presenta grietas en las leyes que pueden aprovecharse. Naturalmente,
la nueva forma de vida implica dificultades y problemas que no todo el mundo
está dispuesto a soportar, de ahí la contaminación de la cooperación
extracapitalista con prácticas de mercado o con ayudas administrativas. No hay
maldición ni destino, más bien cansancio y desmoralización.
15.- Propones
ruralizar la vida, una relación diferente entre la ciudad y el pueblo. Dadas
las circunstancias tan cambiantes que estamos ya viviendo y que irán provocando
cambios más drásticos en nuestro modo de vida, ¿es posible que el salto a una
vida rural se dé de forma abrupta, en cosa de unos pocos lustros?
La
desindustrialización social ocurre en doble sentido. El salto a la vida rural
es a la vez un salto a la vida urbana. La vuelta al comunal es asimismo una
vuelta al ágora, a la plaza pública. Que el salto se realice de forma abrupta,
mediante una revolución, o en cuestión de lustros, mediante un proceso
evolutivo, dependerá de la conciencia esclarecida de sus protagonistas, de la
fuerza que dispongan y de la debilidad del poder instituido con el que se
enfrenten.
16.- Hay
autores que ven en la Alta Edad Media peninsular, por ejemplo, un referente
precapitalista al que tender, comunidades aldeanas, que viven de forma
autogesionada, ¿es posible traer ese modo de vida a largo plazo en la península
ibérica?
Esas formas
todavía existen aunque son muy exiguas y puramente testimoniales. Joaquín Costa
en su “Colectivismo Agrario” no solamente estudió los concejos y las prácticas
comunales de la Península, sino que las propuso como base de una reforma
agraria. Hoy quedan como ejemplo de una sociedad al margen del Estado,
autogobernada y autoabastecida, típica de un determinado periodo histórico
marcado por el patriarcado, la expansión de las monarquías y los levantamientos
antiseñoriales. Naturalmente, en sus aspectos realmente ejemplares sirve como
fuente de inspiración, pero al mismo nivel que las colectividades rurales de
1936 o los soviets campesinos de la insurrección makhnovista. La abolición del
capitalismo traerá consigo formas libres de convivencia en común que se
desenvolverán en condiciones muy diferentes de las que posibilitaron la
aparición de las comunidades medievales.
En la parte final, haces un recorrido del pensamiento
utópico a lo largo de los últimos siglos, hasta su muerte y la llegada de las
distopías “estalinistas”
Entiendo que existen dos dimensiones libertarias de la
utopía; una utopía “social”, que imagina una vida emancipada, cuyas necesidades
y deseos se adapten a lo que puede
proporcionarnos la naturaleza y el valor de uso de lo producido, sin
explotación de unos sobre otros (que es a la que tú más te refieres), pero
entiendo que eres consciente de otra utopía “irracional”, que aspiraba a una
vida de excesos y lujos, como el del mito de la Edad de Oro, o el del Pais de Jauja…
A menudo esa segunda dimensión de la utopía se ha mezclado con la utopía del
liberalismo, de una vida lujosa pero sustentada en la explotación de otros o
una vida hipertecnológica en donde la tecnología nos aporte todos los lujos
imaginables, pero a costa de la destrucción de la naturaleza. Pero bien sabemos
que alimentar la imaginación por ese lado, es más que necesario.
1.- ¿Crees
que es bueno que los libertarios defiendan esa otra dimensión irracional de la
utopía? ¿No crees que rechazándola, como
propuso Aurélien Berlan en su obra “Autonomía y subsistencia”. Una teoría
ecosocial y materialista de la libertad, es hacerle el pasillo a la extrema
derecha y al neoliberalismo para que se lo lleve a su terreno, y acapare ese
rincón de la imaginación humana y del deseo irracionalista de libertad?
Yo no
calificaría de irracional una dimensión que se alimenta del deseo salido del
inconsciente. No es irracional, es suprarracional. Está por encima de la razón,
no contra ella. Plantea la satisfacción de impulsos, sentimientos y emociones;
por consiguiente es lúdica, festiva y dionisíaca. Más ligada al juego, a la
donación, al derroche, al desenfreno amoroso, al potlach... Esa clase de
libertad, puesta de largo por el Marqués de Sade y el Conde de Lautréamont,
resulta obligatoria para una gemeinwesen completa. Ya se encargará la
comunidad de hallar los mecanismos necesarios para su realización. Hay que
tener en cuenta que el capitalismo anda muy por delante; la publicidad de la
mercancía se ha pasado siempre en la manipulación de esos deseos “irracionalistas.”
Pienso que el juego al orden establecido lo hacen más bien de las prácticas
nada seductoras de austeridad, pobreza y abstinencia que pregonan los
decrecentistas mal iluminados. Menos, por más que se quiera, es menos.
2.- ¿Qué
opinas de esas utopías que no tienen “condiciones de materialización”? ¿Quedan
simplemente en el terreno de la literatura? ¿Pueden servir para impulsar y
motivar luchas revolucionarias?
Las primeras
utopías eran todas literarias y transmitían una crítica de la sociedad vigente
que de otra forma era imposible. En la actualidad, en una sociedad embrutecida,
domesticada, oprimida y asustada, lo más motivador e inquietante serían las
descripciones futuristas más abominables, es decir, aquellas con más
posibilidades de realización. Me refiero a las distopías.
3- Al margen
de las utopías sociales, basadas en un deseo ajustado a las necesidades
materiales y fundamentadas en una idea de libertad que iguala a todos y
emancipa a las personas… ¿eres partidario de utopías irracionalistas, como pudo
ser en la Edad Media el mito del país de la cucaña, ese futuro donde crece
pasteles de los árboles? O dicho de otro modo: en la mente humana conviven el
pensamiento racional con el irracional. En cuanto al pensamiento utópico,
¿defiendes las utopías irracionalistas basadas en el deseo absoluto de
libertad?
Los cuentos
infantiles contienen lugares fantásticos como las que apuntas, que van más allá
de la razón y se acercan a lo que los surrealistas dirían lo maravilloso. En
general, las fantasías populares rompen la irracionalidad del orden establecido
y combaten la insulsez de una vida sometida a sus reglas. Para mí, la
imaginación utópica es un instrumento con el que burlarse de un mundo sin
sentido, o sea, de la utopía más irracional de todas, la capitalista. En fin,
el deseo de libertad absoluta -la búsqueda del paraíso en la tierra- descansa
tanto en la pasión como en el pensamiento. Mucho menos en la sinrazón que en la
vida. El ejemplo medieval más llamativo a mi entender fue el movimiento
“apostólico” de Fra Dolcino y Margherita.
4.- Afirmas
que la utopía libertaria nos salva del derrotismo; aviva el deseo de una vida
sin constricciones, y lo lleva al terreno de la imaginación y el sueño. Citas a
Kropotkin, “la palabra utopía no debería aplicarse a las concepciones basadas en la observación
de lo que ya se está desarrollando en la sociedad. En este caso salimos de la
previsión utopista parar entrar en la ciencia”. Parafraseando a Kropotkin,
¿podríamos decir que “si mantenemos la utopía dentro de unas limitaciones
objetivas impuestas por la realidad deja de ser utopía”?
Kropotkin creía
ciegamente en la ciencia. Para él, el progreso científico pondría las utopías
al alcance. Las ideas liberadoras científicamente demostradas, proyectadas al
futuro, no constituían realmente utopías, sino simples adelantos de los
resultados de la evolución libertaria del presente. Una realidad anticipada.
Sin embargo, el alumbramiento de regímenes totalitarios cientistas y los usos
bélicos y genocidas de los descubrimientos científicos, demostraron que ni la
ciencia era neutral, ni tampoco los científicos, y que el culto a la ciencia,
tan semejante a la religión, redundaba en beneficio de la dominación más
abyecta. Algo que podemos evitar siguiendo el consejo de Simone Weil: no
someterse jamás a la autoridad de los científicos al tomar decisiones; obedecer
únicamente a las luces de nuestra propia razón.
5.- Si el
anarquismo se mantiene vivo es porque la crítica de la vida cotidiana (de los
situs) ha sabido actualizarse. ¿Queda algo del surrealismo en el anarquismo
actual? ¿puede el surrealismo, hoy en día, mantener viva esa crítica de la vida
cotidiana? Si no, ¿quién puede tomar el testigo del romanticismo revolucionario
de años anteriores?
La crítica anti-industrial puso al día
la crítica de la vida cotidiana. De la vitalidad del anarquismo habría mucho
que matizar. En el inicio, la crítica de la vida cotidiana fue más cosa de
Henri Lefebvre. Los situacionistas simplemente la anclaron en el centro de la
revuelta proletaria. Como dicha revuelta se difuminó en el pasado, junto con la
degradación del espacio urbano en el que se apoyaba, los movimientos culturales
de vanguardia que la incluyeron en su proyecto quedaron desconectados y aislados,
sin terreno de acción. Esa penosa situación empujó a sus continuadores hacia
ilusiones insostenibles, a repeticiones de fórmulas envejecidas, a la
atribución de contenidos fantásticos a movidas superficiales, al radicalismo
retórico o a un eclecticismo confusionista, todo ello muy romántico, pero poco
revolucionario. La crítica de la vida cotidiana no es algo que ahora pueda
actualizarse solo o principalmente desde la esfera cultural, ya digitalizada, y
menos todavía desde la laboral. Sin embargo, la parte no vencida del movimiento
surrealista y de la I.S., el núcleo de su mensaje revolucionario, permanece.
Creo que, de todas formas, en el ámbito de la cultura resulta menos difícil
marcar distancias con la dominación capitalista y, por consiguiente, no es mal
sitio para empezar a reinventarse y retomar el testigo.
6.- Para acabar, qué opinas de las
actuales ocupaciones de plazas a favor del derecho a la vivienda? ¿En qué se
parecen o diferencian de las del 15M?
El 15M fue ante todo la protesta de los
jóvenes de clase media con un futuro problemático cuya responsabilidad
atribuían a una clase política corrupta. Su exigencia de “democracia real” se
concretó en la creación de partidos como Podemos y Ciudadanos, con el resultado
que todos sabemos. Quienes ocupan las plazas ahora son individuos brutalmente
proletarizados por el mercado de la vivienda. Debido a que el negocio
inmobiliario se ha convertido en una de las mayores fuentes de acumulación de
capital, sobre todo en el Estado español, las consecuencias para la población
con menos recursos ha sido terrible. La cuestión de la vivienda se ha colocado
en el centro de la cuestión social y las ocupaciones son prueba de ello. Si
bien el derecho a la vivienda no podrá imponerse mientras no se elimine la
propiedad privada, cualquier medida de menor alcance será buena si camina en
esa dirección. La ocupación actual hay que entenderla en clave electoral. El
gobierno la alienta porque busca apuntalarse desviando las culpas hacia sus
contrincantes políticos, y para eso cuenta con el Sindicato de Inquilinas que
se presta al juego creyendo obtener algo a cambio. Dado que la lucha por la
vivienda digna va a ser muy dura, las organizaciones representativas ganarían
más con el abandono de todo posibilismo.
Respuestas dadas el 1 de octubre de
2026