lunedì 18 novembre 2019

MANIFESTO PER I “PRODOTTI” DI ALTA NECESSITA' Martinica-Guadalupe-Guyana-Reunion





jardin-kreyol de Balata


Camarades, (splendida parola francese che abbraccia compagne e compagni senza distinguo di genere)
Vi ho tradotto da un bel francese creolo questo documento ormai vecchio di qualche anno (2009) che contiene molte specificità ma anche stati d’animo, dubbi, riflessioni e prese di coscienza che l’attualità torna a mettere prepotentemente al centro dell’attenzione. Non è facile per dei poveri europei cogliere pienamente la specificità creola, ma l’apporto di lucidità poetica di questo testo mi pare importante. A voi di valutare la sua attualità internazionalista.
Dovunque, infatti, in un pianeta malato dei suoi mammiferi umanoidi, il totalitarismo light di una democratura elettoralistica diffusa come un antidoto truffaldino alle arcaiche dittature esplicite, non nasconde più alle popolazioni arrabbiate e scontente la realtà di classe di una democrazia parlamentare che non è altro che la difesa accanita dei privilegi di una casta oligarchica dall'’hybris patologica.
Il testo che segue è certamente chiaro su un punto centrale: nella specificità della loro nazione caraibica gli autori ci ricordano che ogni alternativa alla mondializzazione produttivista presuppone la rivalutazione del “mangiare-paese” (le manger-pays), cioè la ricostituzione di un’autonomia locale perduta politicamente e socialmente. Ciò è vero dappertutto, ben oltre la loro situazione in gran parte insulare di colonie di oltremare. Sotto il dominio del Capitale reale, siamo comunque tutti degli indigeni pesantemente colonizzati da un sistema produttivo che ha fatto del profitto il dogma assoluto e dei cittadini degli aborigeni da sottomettere al totalitarismo della merce venuta a civilizzarli.
Nella civiltà produttivista, la nazione non è che la comunità immaginaria dello Stato così come la massa dei consumatori è la comunità immaginaria del mercato. Con lo Stato, la comunità sparisce e poiché lo Stato è incompatibile con la democrazia reale, quest’ultima non potrà realizzarsi che attraverso un’organizzazione consiliare diretta e autogestita della cosa pubblica e del quotidiano comune di ogni nazione antropologica radicata nel locale e sensibile a una fraternità planetaria.
La fine del produttivismo, del capitalismo e delle gerarchie che confortano il dominio di entrambi gli aspetti del Leviatano (Stato e Mercato) sono l’unica alternativa possibile al tracollo tragico già in corso della società umana esistente. Attendere ancora, prima di rovesciare radicalmente la prospettiva della vita, comporta il rischio crescente di una decisione diventata inutile perché tardiva.
Una rabbia e una lucidità nuove si manifestano oggi, prepotentemente, dal Cile al Rojava, dall’Algeria a Hong Kong, passando per l’Ecuador, ma anche altrove e di nuovo in Francia, lumière spesso anticipatrice di un’Europa ancora assopita nel suo recente super Stato economicista.
Che l’uguaglianza degli ineguali che siamo, diversi per genere, convinzioni, desideri, fantasie e creatività ci guidi tutti verso una libertà autogestita da tutte e da tutti, per tutte e per tutti. E che la radicalità che la poesia di questo testo esprimeva già qualche anno fa, anticipando l’eruzione recente dei Gilet Jaunes francesi, ci aiuti a migliorare le nostre coscienze e a tradurle in pratica emancipatrice dovunque noi siamo.
Sergio Ghirardi
Martinica-Guadalupe-Guyana-Reunion
MANIFESTO PER I “PRODOTTI” DI ALTA NECESSITA
Ernest BRELEUR, Patrick CHAMOISEAU, Serge DOMI, Gérard DELVER, Edouard GLISSANT, Guillaume PIGEARD DE GURBERT, Olivier PORTECOP, Olivier PULVAR, Jean-Claude WILLIAM

Nel momento in cui il signore, il colonizzatore proclamano “qui non c’è mai stato un popolo”, il popolo che manca è un divenire, s’inventa nelle bidonville e nei campi, oppure nei ghetti, nelle nuove condizioni di lotta alle quali un’arte necessariamente politica deve contribuire.
Gilles Deleuze, L’Image-temps
Ciò non può significare che una cosa: non che non c’è via di uscirne, ma che l’ora è venuta di abbandonare tutte le vie antiche.
Aimé Césaire, Lettera a Maurice Thorez

È con piena solidarietà e senza alcuna riserva che noi salutiamo il profondo movimento sociale che si è istallato in Guadalupe, poi in Martinica e che tende ed espandersi in Guyana e nell’isola della Réunion. Nessuna delle nostre rivendicazioni è illegittima. Nessuna è irrazionale in se e soprattutto non più enorme dei meccanismi del sistema con il quale si confronta. Nessuna di esse deve dunque essere negletta in quel che rappresenta, né in quel che implica riguardo all’insieme delle altre rivendicazioni. La forza di questo movimento è, infatti, di avere saputo organizzare su una stessa base quel che finora si era visto separatamente, vuoi isolato nella cecità categoriale – per esempio le lotte finora inaudibili nelle amministrazioni, negli ospedali, nelle scuole, negli stabilimenti, nelle collettività territoriali, nel mondo associativo, in tutte le professioni artigianali o liberali ...
Tuttavia, il più importante è che per la dinamica del Lyannaj [1] – che significa andare e raggruppare, legare riunire e collegare tutto quel che si trovava desolidarizzato – la sofferenza reale della maggior parte della gente (confrontata a un delirio di concentrazioni economiche, di alleanze e di profitti) si ricongiunge con aspirazioni diffuse, ancora difficili da esprimere ma ben reali, tra i giovani, gli adulti, i dimenticati, gli invisibili e altri sofferenti indecifrabili delle nostre società. La maggior parte di quelli che sfilano in massa scopre (o ricominciano a ricordarsi) che si può prendere l’impossibile per il collo o scalzare il trono della nostra rinuncia di fronte alla fatalità.
Questo sciopero è dunque più che legittimo e più che benefico e quanti titubano, temporizzano, tergiversano, rinunciano a dargli delle risposte decenti, si rimpiccoliscono e si condannano. Per conseguenza, dietro la prosaicità del “potere d’acquisto” o della “borsa della spesa” si profila l’essenziale che ci manca e che dà un significato all’esistenza, vale a dire il poetico. Ogni vita umana un po’ equilibrata si articola tra le necessità immediate del bere-sopravvivere-mangiare (in chiaro: il prosaico) da un lato e dall'’altro l’aspirazione a un appagamento di se stessi che si nutre della dignità, dell’onore, della musica, di canti, di sport, di danze, di letture, di filosofia, di spiritualità, d’amore, di tempo libero dedicato al compimento del grande desiderio intimo (cioè il poetico). Come propone Edgar Morin, il vivere per vivere così come il vivere per sé, non sboccano su nessuna pienezza senza il donare da vivere a quel che noi amiamo, a quelli che amiamo, agli impossibili e ai superamenti ai quali aspiriamo. “L’aumento dei prezzi” o “la vita cara” non sono dei piccoli diavoli ziguidi[2] che sorgono davanti a noi per crudeltà spontanea o semplicemente dalla coscia di qualche puro béké[3]. Sono i risultati di una dentatura di sistema in cui regna il dogma del liberalismo economico. Quest’ultimo si è impadronito del pianeta, pesa sulla totalità dei popoli e presiede in tutti gli immaginari – non a un’epurazione etnica ma a una sorta di epurazione etica (intendere disincanto, dissacrazione, desimbolizzazione e persino decostruzione) di tutto il fatto umano.
Questo sistema ha confinato le nostre esistenze in individuazioni egoistiche che ci sopprimono ogni orizzonte e ci condannano a due miserie profonde: essere “consumatore” oppure essere “produttore”. Il consumatore non lavora che per consumare quel che produce la sua forza-lavoro diventata merce; mentre il produttore riduce la sua produzione all’unica prospettiva di profitti senza limiti per dei consumi fantasmatici senza confini. Il tutto apre a quella socializzazione antisociale di cui parlava Gorz in cui l’economico diventa dunque la sua stessa finalità e diserta tutto il resto. Allora, quando il “prosaico” non apre alle elevazioni del “poetico”, quando diventa la sua stessa finalità e dunque si consuma, abbiamo tendenza a credere che le aspirazioni della nostra vita e il suo bisogno di senso, possano situarsi nei codici barre che sono il “potere d’acquisto” o “la borsa della spesa”. E peggio: finiamo per pensare che la gestione virtuosa delle miserie più intollerabili dipenda da una politica umana o progressista. È dunque urgente accompagnare i prodotti di prima necessità con un’altra categoria di derrate o di fattori che rileverebbero decisamente di “un’alta necessità”.
Per quest’idea di “alta necessità” invitiamo a prendere coscienza del poetico già all’opera in un movimento che, oltre il potere d’acquisto, porta in sé un’esigenza esistenziale reale, un richiamo molto profondo agli aspetti più nobili della vita.
Allora che cosa mettere in questi “prodotti” di alta necessità?
È tutto quel che costituisce il cuore del nostro sofferto desiderio di fare popolo e nazione, di entrare in dignità sul grande palcoscenico del mondo con un’esigenza che non si trova oggi al centro dei negoziati in Martinica o in Guadalupe ma che si esprimerà presto, senza dubbio, in Guyana e alla Réunion.
Prima di tutto, non si potranno avere miglioramenti sociali soddisfatti di se stessi. Ogni avanzata sociale non si compie veramente che in un’esperienza politica capace di trarre le lezioni strutturanti da quel che è successo. Questo movimento ha messo in luce il tragico sgretolamento istituzionale del nostro paese e l’assenza di potere che gli serve da ossatura. Il “determinante”, oppure il “decisivo”, si ottiene tramite dei viaggi o per telefono. La competenza non arriva che tramite emissari. La disinvoltura e il disprezzo circolano a tutti i livelli. La distanza, la cecità e la deformazione presiedono alle analisi. Gli pseudo poteri Regione-Dipartimento-Prefetto, così come quella cosa che è l’associazione dei sindaci, hanno mostrato la loro impotenza e persino il loro disfacimento, quando una seria rivendicazione di massa si esprime in un’entità culturale storica, identitaria, umana, distinta da quella della metropoli amministrante, ma che non si è mai vista trattare come tale. Gli slogan e le domande hanno subito saltato oltre i nostri “presidenti locali” per andarsene altrove. Purtroppo, ogni vittoria sociale così ottenuta (con questo salto oltre a noi stessi) che si fermasse lì, rinforzerebbe la nostra assimilazione, confortando dunque la nostra inesistenza nel mondo e i nostri pseudo poteri.
Questo movimento deve dunque germogliare in visione politica la quale dovrà aprirsi a una forza politica di rinnovamento e di proiezione atta a farci accedere alla responsabilità di noi per noi stessi e al potere di noi su noi stessi. Anche se un tale potere non risolvesse davvero nessuno di questi problemi, ci permetterebbe almeno di abbordarli finalmente in sana responsabilità, affrontandoli dunque, anziché acquiescere alle gestioni esterne. La questione békee e dei ghetti che germogliano qui e là è una piccola questione che una responsabilità politica endogena può risolvere. Lo stesso vale da tutti i punti di vista per la ripartizione e la protezione delle nostre terre così come per l’accoglienza preferenziale dei nostri giovani. Quella di un’altra giustizia o della lotta contro il flagello della droga ne dipende largamente ... Il deficit di responsabilità crea amarezza, xenofobia, paura dell’altro, diminuzione della fiducia in se stessi... La questione della responsabilità è dunque di alta necessità. È nell’irresponsabilità collettiva che proliferano i blocchi persistenti negli attuali negoziati. Ed è nella responsabilità che si acquisisce l’inventività, la souplesse, la creatività, la necessità di trovare delle soluzioni endogene praticabili. È nella responsabilità che lo scacco o l’impotenza diventano occasioni di effettiva esperienza e di maturazione. È con la responsabilità che si tende più rapidamente e positivamente verso quel che è essenziale tanto nelle lotte che nelle aspirazioni o nelle analisi.
In seguito, c’è l’alta necessità di comprendere che il labirinto oscuro e inestricabile dei prezzi (margini, sottomargini, commissioni occulte e profitti indecenti) è iscritto in una logica del sistema liberale mercantile che si è esteso a tutto il pianeta con la forza cieca di una religione. Gli organi di potere sono anche infognati in un’assurdità coloniale che ci ha sviato dal nostro “mangiare-paese”, dal nostro ambiente prossimo e dalle nostre realtà culturali per consegnarci ai modi alimentari europei senza pantaloni e senza jardins bo kay [4]. È come se la Francia fosse stata formattata per importare tutta la sua alimentazione e i suoi prodotti di grande necessità da molte migliaia di chilometri. Negoziare in questo quadro coloniale assurdo con l’insondabile catena degli operatori e degli intermediari può certamente alleviare qualche sofferenza nell’immediato; tuttavia, l’illusorio beneficio di questi accordi sarà presto spazzato via dal principio del “Mercato” e da tutti quei meccanismi che creano una nube di voracità (dunque dei comportamenti approfittatori nutriti dallo “spirito coloniale” e regolati dalla distanza) che i premi, i geli, gli arrangiamenti virtuosi, le riduzioni opportuniste, risibili trucchi del dominio d’oltre mare, non potrebbero limitare.
C’è dunque un’alta necessità di viverci come caraibici nei nostri import-export vitali, di pensarci americani per la soddisfazione delle nostre necessità, della nostra autosufficienza energetica e alimentare. L’altra altissima necessità è poi d’iscriversi in una contestazione radicale del capitalismo contemporaneo che non è una perversione ma precisamente la pienezza isterica di un dogma. L’alta necessità è di tentare subito di gettare le basi di una società non economica in cui l’idea di sviluppare una crescita continua sarebbe scartata a vantaggio della realizzazione di una condizione in cui, impiego, salario, consumo e produzione sarebbero dei luoghi di creazione di sé e di compimento dell’umano. Se il capitalismo (nel suo principio più puro che ne è la forma contemporanea) ha creato questo Frankenstein consumatore che si riduce al suo paniere di necessità, genera anche dei ben miseri “produttori” – padroni, impresari e altri socio professionisti inetti – incapaci di affliggersi di fronte a un aumento improvviso di sofferenza e all’imperiosa necessità di un altro immaginario politico, economico, sociale e culturale. E in proposito non ci sono campi differenti. Siamo tutti vittime di un sistema sfuocato, globalizzato, che dobbiamo affrontare insieme. Operai e piccoli padroni, consumatori e produttori, portano in loro, da qualche parte, silenziosa ma irriducibile, quell’alta necessità che bisogna risvegliare: vale a dire il vivere la vita e la propria vita elevandola costantemente verso la sua forma più nobile e più esigente, dunque la più soddisfacente.
Ciò che significa vivere la propria vita e la vita collettiva con tutta l’ampiezza del poetico.
Si può mettere in ginocchio la gran distribuzione mangiando sano e altrimenti.
Si possono mettere fuori gioco la SARA (Società Anonima della Raffineria delle Antille) e le compagnie petrolifere rompendo con il tutto automobile.
Si possono bloccare le agenzie dell’acqua, i loro prezzi esorbitanti, prendendo in conto, immediatamente, la minima goccia come un bene prezioso da proteggere dappertutto, da utilizzare come fossero gli ultimi spiccioli di un tesoro che appartiene a tutti.
Non si può vincere né superare il prosaico restando nella caverna del prosaico; bisogna aprirsi al poetico, alla decrescita, alla sobrietà. Nessuna delle istituzioni oggi tanto arroganti e potenti (banche, multinazionali, supermercati, business men della salute e della telefonia mobile ...) saprebbe né potrebbe resistergli.
Infine sulla questione dei salari e dell’impiego. Anche a questo proposito bisogna determinare l’alta necessità.
Il capitalismo contemporaneo riduce la parte salariale nella misura in cui aumenta la sua produzione i suoi profitti. La disoccupazione è una conseguenza diretta della diminuzione del suo bisogno di mano d’opera. Quando delocalizza, non è alla ricerca di una mano d’opera abbondante, ma si preoccupa di un crollo accelerato della parte salariale. Ogni deflazione salariale produce dei profitti che vanno immediatamente nel gran gioco della finanza. Reclamare un aumento di salario conseguente non è dunque per nulla illegittimo: è l’inizio di un’equità che deve diventare mondiale.
Quanto all’idea del “pieno impiego”, ci è stata introdotta nell’immaginario dalle necessità dello sviluppo industriale e dalle epurazioni etiche che l’hanno accompagnato. Il lavoro era all’origine iscritto in un sistema simbolico e sacro (d’ordine politico, culturale, personale) che ne determinava le estensioni e il senso. Sotto la regia capitalista ha perso il suo senso creatore e la sua virtù realizzatrice nella misura in cui diventava nello stesso tempo, a detrimento di tutto il resto, un semplice “impiego” e l’unica colonna vertebrale delle nostre settimane e dei nostri giorni. Il lavoro ha finito per perdere ogni significato quando, diventato esso stesso una semplice merce, si è messo a non rendere possibile che il consumo.
Siamo ormai in fondo al baratro.
Dobbiamo reinstallare il lavoro in seno al poetico. Per quanto accanito, faticoso esso sia, che torni a essere un luogo di realizzazione, d’invenzione sociale e di costruzione di sé, altrimenti che sia solo un utensile secondario tra altri. Esistono miriadi di competenze, di talenti, di creatività, di follie benefiche che si trovano in questo momento sterilizzate nei corridoi dell’ANPE (Agence Nationale Pour l’Emploi) e nei campi senza filo spinato della disoccupazione strutturale nata dal capitalismo. Anche quando ci saremo sbarazzati del dogma mercantile, i progressi tecnologici (votati alla sobrietà e alla decrescita selettiva) ci aiuteranno a trasformare il valore lavoro in una specie di arcobaleno che va dal semplice utensile accessorio fino all’equazione di un’attività ad alta incandescenza creatrice. Il pieno impiego non farà parte del prosaico produttivista, ma s’intenderà per quel che si può creare di socializzazione, di autoproduzione, di tempo libero, di tempo morto, per quel che potrà permettere di solidarietà, di condivisione, di sostegno ai più in difficoltà, di rivitalizzazione ecologica del nostro ambiente ... Si coglierà in “tutto quel che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta”.
Ci sarà del lavoro e dei salari di cittadinanza in quel che stimola, che aiuta a sognare, che spinge a meditare e che apre la via alle delizie della noia, che istalla nella musica, che orienta verso un’escursione nel paese dei libri, delle arti, del canto, della filosofia, dello studio o del consumo di alta necessità che invita alla creazione – creaconsumo.
In valore poetico, non esistono né disoccupazione, né pieno impiego, né assistenzialismo ma auto rigenerazione e auto organizzazione, ma del possibile all’infinito per tutti i talenti, tutte le aspirazioni. In valore poetico, il PIB delle società economiche rivela la sua brutalità.
Ecco un primo paniere di esigenze che portiamo a tutti i tavoli di discussione e ai loro prolungamenti: che il principio di gratuità sia stabilito per tutto quel che permette un distacco delle catene, un’amplificazione dell’immaginario, uno stimolo delle facoltà cognitive, una messa in creatività di tutti, uno sbocco autonomo dell’intelligenza sensibile. Che questo principio marchi il cammino verso i libri, i racconti, il teatro, la musica, il ballo, le arti visive, l’artigianato, la cultura e l’agricoltura ...
An gwan lodyans[5] che non teme né fugge i grandi brividi dell’utopia.
Invitiamo dunque a quelle utopie in cui il politico non sarebbe ridotto alla gestione delle miserie inammissibili né alla regolazione delle barbarie del “Mercato”, ma dove ritroverebbe invece la sua essenza al servizio di tutto quel che conferisce un’anima al prosaico, superandolo o usandolo nella maniera più stretta.
Facciamo appello a un’alta politica, a un’arte politica che istalli l’individuo, la sua relazione all’Altro, al centro di un progetto comune dove regni quel che la vita ha di più esigente, di più intenso e di più eclatante, dunque di più sensibile alla bellezza.
Così, cari compatrioti, sbarazzandoci degli arcaismi coloniali, della dipendenza e dell’assistenzialismo, iscrivendoci risolutamente nella realizzazione ecologica dei nostri paesi e del mondo a venire, contestando la violenza economica e il sistema mercantile, noi nasceremo al mondo con una visibilità aumentata dal superamento del capitalismo e da un rapporto ecologico globale con gli equilibri del pianeta ...
Allora, ecco la nostra visione: piccoli paesi improvvisamente nel cuore nuovo del mondo, improvvisamente immensi per essere i primi esempi di società postcapitaliste, capaci di mettere in atto una realizzazione umana che s’iscrive nell’orizzontale pienezza del vivente ...



[1] Nella lingua della Guadalupe, lyannaj significa il legame collettivo, neologismo forgiato durante gli anni di lotta dal LKP (Liyannaj Kont Pwofitasyon, Alleanza contro il profitto) il cui porta parola è Elie Domata.
[2] Riferimento alle favole di Guyana di Alfred et Auguste Saint-Quentin (19° secolo) riprese da Pierre Appolinaire Stephenson per i bambini e i loro genitori.
[3] Creoli delle Antille con ascendenti bianchi.
[4] Questo giardino creolo s’iscrive in una lunga tradizione dall’epoca degli indiani kalinagos e dei loro « ichalis ». Vero riflesso della cultura creola, è un misto d’influenze amerindie, africane, europee … Giardino di auto sussistenza per eccellenza, vi si mescolano le piante commestibili, le piante medicinali e le piante ornamentali in un sapiente insieme nello spazio e nel tempo che permette una produzione familiare abbondante in uno spazio ristretto. Un vero modello per l’agroecologia.
[5] Elogio di un genere letterario di origine haitiana – La lodyans – caratterizzato da un discorso breve
simile al racconto.

domenica 17 novembre 2019

A toutes et à tous, je viens de recevoir les dernières nouvelles du Chili. - Raoul Vaneigem




A toutes et à tous,
je viens de recevoir les dernières nouvelles du Chili. Je souhaite qu'elles soient traduites et diffusées par celles et ceux qui prennent conscience de l'importance que l'insurrection chilienne revêt pour le monde, et en particulier pour la France où la durée et la radicalité de la résistance sont également exemplaires (vous noterez au passage que le gilet jaune est au Chili l'uniforme de collaborateurs du régime. Voilà au moins une exportation réussie par Macron).
La vie ne renonce à rien. Je ne sais s'il se construit une Internationale du genre humain, mais ça y ressemble.
Raoul Vaneigem

  

Querido amigo,
El Estado-capital se ha reducido a la gestión cada vez más represiva de la violencia y sus perros guardianes no dudan en aplastarnos apenas tratamos de romper el yugo de la mercancía. Las fuerzas del orden entran disparando a hospitales y escuelas, nos aterrorizan en nuestras casas, nos desaparecen, nos encarcelan, nos mutilan en las calles. El teatro político busca normalizarlo usando las herramientas y mecanismos de la democracia. Hace algunos días fue convocado el Consejo de Seguridad Nacional, que agrupa a los máximos representantes de la dictadura burocrático-militarizada, para organizar la represión y se anunció una serie de proyectos de ley para criminalizar las protestas.
Desde el comienzo esta ha sido una lucha tenaz contra la lógica del mundo de la mercancía como un todo. Los estudiantes que prendieron la primera chispa de la insurgencia negándose a pagar afirmaron la posibilidad de una nueva forma de vida contra la barbarie económica. Por eso este levantamiento encontró rápidamente sus cómplices en todos los territorios. Lo que identifica a los insurrectos es la conciencia de que la vida sometida al dominio del dinero es material y espiritualmente miserable y no tendría por qué ser así.
Ahora que nuestra energía libidinal se ha desprendido —por un instante— de la tiranía del trabajo asalariado, ¡se vierte en pura creatividad y celebración en las calles! Esto se puede percibir de muchas maneras. En distintas ciudades, por ejemplo, hay quienes se han adjudicado la noble labor de derribar los monumentos de los represores coloniales y modernos, llevando a cabo grandes actos de justicia poética como colgar la cabeza de uno de ellos en la mano de una de las figuras heroicas de la resistencia mapuche o saquear iglesias y hacer barricadas con su mobiliario. Algunas calles y plazas también han sido renombradas espontáneamente en memoria de los eventos que hemos estado viviendo las últimas semanas (Plaza de la Dignidad, 18 de octubre, etc.). En todas las calles hay fiestas espontáneas en medio del gas lacrimógeno y las balas, ¡con una cuchara de palo y una olla abollada todos son músicos! Todos saben qué quieren hacer, demostrándoles a aquellos con afición de tecnócrata que ninguna autoridad es necesaria para tomar decisiones al respecto de la organización de la vida. La inteligencia y generosidad brota de la masa de lo vivo.
¿Cómo enfrentar el terrorismo de Estado? Los medios de estupidización de masas repiten el mensaje de los políticos y expertos como un mantra: cueste lo que cueste hay que retornar a la paz. ¿De qué hablan? Esa paz no era más que la “pacífica coexistencia” de las mentiras reinantes. Aquella normalidad  que concentraba la masacre en el sur de Chile contra los mapuche, en las poblaciones marginales de las ciudades (La Legua, Lo Hermida, etc.), en los territorios altamente contaminados en aras del lucro (Quintero, Puchuncaví, etc.) o la mantenía a “baja intensidad” porque la vida que teníamos nos mataba de a poco con infartos, tumores malignos o depresión. Hoy, en cambio, se ha desprendido el envoltorio de las relaciones sociales capitalistas y vemos emerger la violencia estructural que engendran: “Chile despertó” señala el grito colectivo.
En el extremo grotesco del mundo al revés, los políticos aferrados al poder, intentan dividirnos usando su vieja retórica moralista culpabilizante. En los últimos días se ha desarrollado una nueva forma de manifestación social. La masa interrumpe el tráfico, los automovilistas tienen que salir de sus máquinas y bailar junto con la gente para que los dejen pasar. El domingo por la tarde un ciudadano estadounidense que se vio en medio de una de estas manifestaciones descargó su arma frente a quienes protestaban alegando “legítima defensa”. Desde entonces el Estado condena este tipo de manifestación como tortura psicológica. Es una “práctica fascista”, dicen, “una forma de humillación para quitarte la dignidad y decirte, tú no eres dueño de tu vida, nosotros controlamos tu vida y harás lo que te decimos que hagas”. ¡Que ridículo absurdo! Para ellos esta forma de encuentro social es comparable a la violencia del exterminio nazi porque la coraza de su neurosis les impide cualquier espontaneidad y por primera vez, confrontados con la irrupción de la vitalidad, experimentan el terrible dolor de su congelamiento. No pueden jugar, lo único que pueden desear es que estemos ahí para lamerles las botas en el silencio de su ausencia de vida. Estos son los chalecos amarillos, aquellos que salen con armas (bates de béisbol, palos de golf y pistolas) cantando el himno nacional y rezando para defender este mundo que se viene abajo y que aseguran que la gente que regala comida y agua en las protestas está siendo financiada por facciones izquierdistas internacionales. ¡Pobre de ellos! Jamás han conocido la solidaridad humana, para ellos todo se compra incluso la empatía.
Hay quienes temen que todo este gran levantamiento termine solo en un baño de sangre. Sé que se derramará sangre, tanto si las fuerzas del orden logren aplastarnos como si logramos disolverlas y liberarnos de ellas junto con la obligación del trabajo asalariado para siempre. Pero, aunque no hay garantía de una victoria final sobre el sistema productor de mercancías, esta ruptura nos ha traído tal placer colectivo que implica, aquí y ahora, un triunfo para el movimiento contra la no-vida capitalista.
Aunque quieren seguir chupándonos la sangre y que volvamos a trabajar, a aislarnos, a vivir para comprar, e intentan canalizar la energía de este levantamiento ofreciéndonos una nueva repartición de las miserias, la máscara de bienestar social del poder ha caído. Por primera vez observamos colectivamente, sin miedo, el rostro grotesco del clientelismo político, la naturaleza violenta de la democracia, el cinismo de los gerentes de la reorganización social y el terrorismo del Estado mafioso, y nos damos cuenta de que solo tenemos una opción: liberarnos de la esclavitud voluntaria y auto-organizar la producción de todos los aspectos de nuestra vida social.
Van más de veinte días de este trabajo de parto colectivo. Seguimos despiertos, más vivos que nunca. Tanto nos han quitado que hasta el miedo perdimos. Con o sin convocatoria oficializada, la gente sale a la calle masivamente en varias ciudades a lo largo de Chile. Parece como si la lucha por la vida se hubiera transformado en una forma de vida.
El hacer de nuestros muertos aspira a cobrar nueva vida en nosotros.  









ANCORA NOTIZIE DAL CILE




Ho appena ricevuto questo messaggio mail dall'amico Raoul e ve l’ho semplicemente tradotto immediatamente nella sua interezza per contribuire a un’informazione trasparente e necessaria su quel che accade nel mondo e che riguarda tutti.
Sergio Ghirardi

A tutte e tutti,
Ho appena ricevuto le ultime notizie dal Cile. Desidero che siano tradotte e diffuse da quanti prendono coscienza dell’importanza che l’insurrezione cilena riveste per il mondo e in particolare per la Francia dove la durata e la radicalità della resistenza sono ugualmente esemplari (noterete en passant che il gilet jaune è in Cile l’uniforme dei collaboratori del regime – ecco almeno un’esportazione riuscita da Macron).
La vita non rinuncia a niente. Non so se si stia costruendo un’Internazionale del genere umano, ma tutto ciò  le assomiglia.

Raoul Vaneigem



Caro amico,
Lo Stato-capitale si è ridotto alla gestione sempre più repressiva della violenza e i suoi cani da guardia non esitano a schiacciarci non appena cerchiamo di rompere il giogo della merce. Le forze dell’ordine entrano sparando in scuole e ospedali, ci terrorizzano nelle nostre case, ci fanno sparire, ci incarcerano, ci mutilano in strada. Il teatro politico cerca la normalizzazione usando gli strumenti e i meccanismi della democrazia. Alcuni giorni fa è stato convocato il Consiglio di Sicurezza Nazionale che raggruppa i massimi rappresentanti della dittatura burocratico-militare, per organizzare la repressione e annunciare una serie di progetti di legge per criminalizzare la protesta.
Dall'inizio è stata una lotta tenace contro la logica del mondo della merce in quanto tale. Gli studenti che hanno acceso la prima scintilla dell’insurrezione rifiutandosi di pagare hanno affermato la possibilità di una nuova forma di vita contro la barbarie economica. Perciò questo sollevamento ha trovato rapidamente i suoi complici in tutti i territori. Quel che accomuna gli insorti è la coscienza che la vita sottomessa al dominio del denaro è materiale e spiritualmente miserabile e non dovrebbe essere così.
Ora che la nostra energia libidinale si è liberata – per un istante – della tirannia del lavoro salariato, si trasforma in pura creatività e in festa per le strade! Lo si può percepire in molte maniere. In diverse città, per esempio, alcuni si sono incaricati del nobile sforzo di abbattere i monumenti dei repressori coloniali e moderni mettendo in scena grandi atti di giustizia poetica come mettere la testa di uno di loro in mano a una delle figure eroiche della resistenza Mapuche oppure saccheggiare le chiese e costruire barricate con il loro mobilio. Alcune strade e piazze sono state rinominate spontaneamente in memoria degli eventi che abbiamo vissuto nelle ultime settimane (Piazza della Dignità, 18 Ottobre, ecc.). In tutte le strade c’è una festa spontanea in mezzo ai lacrimogeni e alle pallottole, con un cucchiaio di legno e una pentola ammaccata sono tutti musicisti! Tutti sanno quel che vogliono fare mostrando a quanti hanno una tendenza da tecnocrati che nessuna autorità è necessaria per prendere decisioni nel rispetto dell’organizzazione della vita. L’intelligenza e la generosità scaturiscono dalla massa di chi è vivo.
Come affrontare il terrorismo di Stato? I media dell’istupidimento di massa ripetono il messaggio dei politici e degli esperti come un mantra: a qualunque costo bisogna ritornare alla pace. Di che cosa parlano? Questa pace non era altro che la “coesistenza pacifica” delle menzogne regnanti. Quale normalità quella che concentrava il massacro contro i Mapuche nel sud del Cile, contro le popolazioni marginali delle città (La Legua, Lo Hermida, ecc.), nei territori fortemente contaminati dal lucro (Quintero, Puchuncavi, ecc.) o mantenuti a “bassa intensità” poiché la vita che conducevamo ci uccideva a poco a poco con infarti, tumori maligni o depressione. Oggi, invece, è saltato l’involucro delle relazioni sociali capitaliste e vediamo emergere la violenza strutturale che esse generano. “Il Cile si è svegliato” segnala il grido collettivo.
Nel grottesco estremo del mondo a rovescia i politici attaccati al potere tentano di dividerci usando la vecchia retorica moralista e colpevolizzante. Negli ultimi giorni si è sviluppata una nuova forma di manifestazione sociale. La massa interrompe il traffico, gli automobilisti devono scendere dall'’auto e ballare insieme alla gente se vogliono poter passare. Nel pomeriggio di domenica un cittadino statunitense trovatosi nel mezzo di una di queste manifestazioni ha scaricato la sua arma di fronte a quanti protestavano pretendendo una “legittima difesa”. Da allora lo Stato condanna questo tipo di manifestazione come una tortura psicologica. Dicono che è una “pratica fascista”, “una forma di umiliazione per toglierti la dignità e dirti che non sei il proprietario della tua vita, che noi la controlliamo e ti diciamo quel che devi fare”. Che assurdo ridicolo! Per loro questa forma d’incontro sociale è comparabile alla violenza dello sterminio nazista perché la loro corazza neuronale impedisce qualunque spontaneità e, di fronte all’irruzione della vitalità, sperimentano per la prima volta il terribile dolore del suo congelamento. Non possono giocare, tutto quel che riescono a desiderare è che andiamo a leccar loro gli stivali nel silenzio della loro assenza di vita. Sono questi i gilet jaunes che escono armati (mazze da baseball, bastoni da golf e pistole), cantando l’inno nazionale e pregando per difendere questo mondo che sta crollando mentre assicurano che la gente che regala cibo e acqua durante la protesta è stata finanziata da fazioni della sinistra internazionale. Poverini! Non hanno mai conosciuto la solidarietà umana, per loro tutto si compra compresa l’empatia.
Anche se vogliono continuare a succhiarci il sangue e che torniamo a lavorare, a isolarci, a vivere per comprare, a tentar di canalizzare l’energia di questo sollevamento offrendoci una nuova ripartizione delle miserie, la maschera del benessere sociale del potere è caduta. Per la prima volta osserviamo collettivamente, senza paura, il rostro grottesco del clientelismo politico, la natura violenta della democrazia, il cinismo dei gestori della riorganizzazione sociale e il terrorismo dello Stato mafioso e prendiamo atto del fatto che abbiamo una sola scelta: liberarci della schiavitù volontaria e auto organizzare la produzione di tutti gli aspetti della nostra vita sociale.
Sono più di venti giorni che dura questo lavoro frutto di un parto collettivo. Siamo sempre svegli, più vivi che mai. Ci hanno tolto tanto che abbiamo perso anche la paura. Con o senza convocazione ufficiale la gente scende in piazza massivamente in varie città di tutto il Cile. Sembra quasi che la lotta per la vita si sia trasformata in una forma di vita.

La realtà dei nostri morti tende a farci riscoprire nuova vita in noi.




martedì 5 novembre 2019

IL CILE È VICINO - Lettera dal Cile






Cari sopravvissuti e sopravvissute, vi ho tradotto in italiano questa lettera proveniente dal Cile, aggiungendo l’originale in castigliano per chi ne sa fare uso.  
Sergio Ghirardi


post scriptum 9-11-19:

Qualcuno, forse per lasciar credere di essere addentro alle segrete cose e nell'illusione di valorizzare questo testo, ha insinuato che l'autore sarebbe Raoul Vaneigem.
Mentre è molto più significativo che, direttamente dal movimento cileno, giungano parole che effettivamente sono del livello che Raoul avrebbe potuto esprimere.

Questo comunque, tradotto in italiano, il testo del mail che taglia la testa alle elucubrazioni:
"Caro Sergio, confermo che il testo è stato inviato da un'amica cilena che partecipa attivamente all'insurrezione. Mi sono dato da fare per trasmetterlo e farlo circolare. E' così e non altrimenti ... Raoul Vaneigem".



Lettera dal Cile

Quello che sta succedendo è stato molto bello. Sono passate già due settimane dal sollevamento che ci ha permesso di scacciare la paura, l’indolenza e la frustrazione di vivere sotto la dittatura del denaro per incontrarci come esseri umani, oltre tutte le identificazioni che ci hanno mantenuto separati.
L’insurrezione, generalizzatasi spontaneamente, ha messo in atto fin dall’inizio la sua critica del modo di vita capitalista espropriando e distruggendo i simboli del capitalismo e dello Stato (supermercati, farmacie, banche commissariati, municipi, ecc.). Le richieste sono tantissime, così tante che tutti sanno che quel di cui qui abbiamo bisogno è un mutamento strutturale. Per strada s’intende “mai più niente tornerà come prima”. Il desiderio di vivere di tutti è rinato nell’avventura della lotta antisistemica.
La precarizzazione che si vive in questo territorio, e contro la quale questo movimento si leva, non è il prodotto di misure di austerità, qui non si è mai avuto uno Stato di benessere, ma è il risultato del saccheggio quotidiano dello Stato capitale. Il Cile come certo sapete è una delle culle del neoliberalismo. Il dittatore Pinochet ha venduto tutto: l’acqua, la salute, le pensioni, l’educazione, le strade, il mare, ecc. E la democrazia che è venuta dopo ha consolidato questo sistema sociale ed economico.
Tuttavia a forza di aver sofferto continue umiliazioni e abusi da parte dei politici e imprenditori si è acuita la coscienza di tutti. Uno degli slogan dell’insurrezione è “ Non sono trenta pesos [l’aumento del prezzo del biglietto del metro che ha scatenato questo sollevamento fu di 30 pesos, cioè del 4%] sono 30 anni”, alludendo con ciò al periodo di “transizione verso la democrazia” [Il 1989 è l’anno del primo Presidente della democrazia dopo la dittatura]. Questa frase – che i Mapuche[1] hanno ripreso dicendo “non sono trenta pesos sono 500 anni” – esprime la coscienza del fatto che la dittatura di Pinochet e il regime democratico corrispondono a due facce della dittatura del capitale di cui lo Stato e i politici  specializzati che pullulano nei suoi dintorni non sono che meri esecutori.
Per questo un’altra caratteristica di questo movimento è la totale assenza di partiti politici. Anche se rigettano il movimento, arrivando a dire cose così ridicole come che la Russia, il Venezuela o Cuba ci stanno guidando tramite la fazione di sinistra di qui, quel che è certo è che nella protesta si vedono solo bandiere cilene, bandiere di popoli indigeni e bandiere di squadre di calcio. Gli agenti del governo sono disperatamente in cerca di fabbricare i rappresentanti del movimento, le voci autorizzate con le quali poter negoziare. Stanno cercando tra le organizzazioni sindacali e sociali, convocando anche assemblee cittadine. Finora nessuno ha osato assumere questo ruolo. La potenza e la diversità di questo movimento sono un antidoto contro ogni tentativo di recupero.
Ci sono già più di 4000 incarcerati (tra cui più di 400 bambini e adolescenti) e più di 1300 persone ferite da arma da fuoco. Ci sono più di cento denunce di tortura e una ventina per violenza sessuale da parte della polizia. Secondo le cifre ufficiali, ci sono ventitré morti e più di 140 persone che presentano qualche tipo di lesione oculare. Ventisei persone hanno perso la vista da un occhio. (Quando ho letto nel testo censurato da Le Monde che anche in Francia la polizia aveva colpito gli occhi dei manifestanti, sono rimasta sorpresa rendendomi conto di quanto siano condivise le tecniche di repressione).
Appena qualche ora dopo l’inizio dell’insurrezione – costata molto ai grandi capitalisti pur se è un prezzo incomparabile con l’ammontare dei loro furti – lo Stato ha dichiarato “lo stato d’eccezione” ciò che ha permesso d’imporre il coprifuoco e inviare i militari sul terreno a reprimere insieme alla polizia. Da una settimana lo stato d’eccezione è stato abolito ma ciò non ha fatto diminuire la repressione. La polizia continua a usare armi antisommossa contro la protesta (pratica attuata solo in queste manifestazioni) e continua gli arresti massicci e selettivi. Tutti i settori politici e i media ci dicono che possiamo manifestare “ma sempre e solo in modo pacifico”. (Alcuni buoni cittadini si sono appropriati dei gilet gialli usati dalla protesta in Francia per identificarsi come alleati della polizia e hanno una loro tecnica per mantenere l’ordine). Tuttavia anche quando le persone si comportano nella maniera meno offensiva e più culturale, la polizia reprime con forza. Hanno paura che passiamo molto tempo insieme...
Lo Stato ha le mani sporche di sangue e ci dice che lo fa per darci la pace. Pochissimi lo credono e a giudicare dall’enorme violenza che ha usato, nessuno ha paura di lui. In effetti, hanno proliferato nelle manifestazioni dei gruppi che praticano in maniera estesa la violenza offensiva e l’autodifesa contro le “forze dell’ordine”.
Il fatto è che la maggioranza di noi sente che non ha niente da perdere. Da ogni lato si vede che non c’è futuro in questa società. Da un lato la televisione non smette di sommergerci di notizie sulla catastrofe ambientale che poi vuole farci dimenticare mostrandoci pubblicità di cose che non possiamo comprare. Dall'altro vediamo che essere anziani in questo Cile è un inferno. La gente può lavorare tutta la vita e andare in pensione con un emolumento miserabile. Di fatto gli anziani devono continuare a lavorare fino alla morte e non sto esagerando. Cinque anni fa ha fatto notizia il caso di un giardiniere che lavorava di fronte al Palazzo della Moneda (sede del presidente) e che è morto seduto su una panchina nella stessa piazza dove aveva passato gli ultimi anni della sua vita curandola. Aveva ottanta anni.
Ci sono quelli che vogliono incanalare questa esplosione sociale con la creazione di una nuova costituzione. Quella esistente risale all’epoca di Pinochet ed è quella che sostiene il saccheggio neoliberale. La rivendicazione di un’assemblea costituente per generare la nuova costituzione è qualcosa che riecheggia sempre di più in certi gruppi. A volte temo che se si consentirà a questa proposta si finirà per inaridire il potere di questo movimento. D’altro lato, però, penso che se una costituzione siffatta rispondesse alle molteplici richieste del popolo, ciò implicherebbe una tale modifica dell’ordine delle cose che sarebbe un altro Cile nel quale forse la stessa costituzione non avrebbe più ragione di esistere: questa rivolta sta mettendo intuitivamente in questione le basi della struttura sociale capitalista.
Questo momento sembra essere l’unica terra fertile. E per qualche giorno tutto è sembrato possibile. Sono comparse molte assemblee autoconvocate nei quartieri. Alcune città colpite dalla contaminazione delle industrie estrattive si sono confrontate con i grandi capitali e hanno smesso di ottemperare ai loro compiti, ecc. Veder germogliare quest’organizzazione spontanea è stato davvero appassionante.
Le manifestazioni continuano compatte e sembrano una festa. Le persone appaiono più felici nelle strade occupate, la gente canta, balla condivide idee, cibo, sorrisi. Nessuno sa come tutto questo proseguirà. Per il momento continuiamo a godere di esserci incontrati, scommettendo sulla potenza di vedersi e sentirsi.
Che cosa serve per avanzare nella distruzione di quest’ordine che sembra crollare senza il nostro intervento? Si tratta soltanto di vivere le nostre vite a controcorrente delle richieste del capitale? Non tentare di rovesciare il sistema nel suo insieme quanto di dedicarci a costruire, tra queste rovine, la nostra organizzazione, qui e ora, con tutti i limiti e le potenzialità delle circostanze?



[1] I Mapuche sono un popolo amerindo originario del Cile centrale e meridionale e del sud dell'Argentina in lotta per difendere la loro terra e la loro stessa esistenza dalla civiltà produttivista e capitalista che li tratta come ha trattato da secoli tutte le popolazioni autoctone del continente americano.



LETTRE DU CHILI (1/11/2019)


Lo que está pasando ha sido tan hermoso. Ya van dos semanas del levantamiento que nos ha permitido sacudirnos el miedo, la indolencia y la frustración de vivir bajo la dictadura del dinero y encontrarnos como seres humanos,  que nos habían mantenido separados.
La insurrección y su generalización espontánea desde el comienzo expresó en actos su crítica al modo de vida capitalista expropiando y destruyendo los símbolos del capitalismo y el Estado (supermercados, farmacias, bancos, comisarías, edificios de municipalidades, etc.). Las demandas son muchísimas, tantas, que todos saben que lo que se necesita aquí es un cambio estructural. En las calles se escucha “ya nada volverá a ser igual”. El deseo de vivir de todos ha renacido en la aventura de la lucha anti-sistémica.
La precarización que se vive en este territorio, y contra la que este movimiento se alza, no es producto de medidas de austeridad, aquí nunca hubo tal cosa como un Estado de bienestar, sino que es el resultado del saqueo a manos del Estado-capital. Chile, como seguramente sabes, es una de las cunas del neoliberalismo. El dictador Pinochet vendió todo: el agua, la salud, las jubilaciones, la educación, las carreteras, el mar, etc. Y la democracia que vino después consolidó este sistema social y económico.
Pero a costa de haber sufrido continuas humillaciones y abusos a manos de los políticos y empresarios, se ha ido agudizando la conciencia de todos. Uno de los eslóganes de la insurrección es “No son 30 pesos [el incremento del boleto del metro que desató este levantamiento fue de 30 pesos, es decir, de un 4%], son 30 años” en alusión a la época de la “transición a la democracia” [1989 es el año del primer presidente de la democracia luego de la dictadura]. Esta frase — que los mapuche han hecho suya diciendo “No son 30 pesos, son más de 500 años”— expresa la conciencia de que la dictadura de Pinochet y el régimen democrático corresponden a dos caras de la dictadura del capital de la cual el Estado, y los políticos y especialistas que pululan en torno a él, no son más que meros ejecutores.
Por eso, otra de las características de este movimiento es la total ausencia de partidos políticos. Aunque quienes detractan el movimiento, llegan a decir cosas tan ridículas como que Rusia, Venezuela o Cuba nos están dando órdenes a través de la facción izquierdista de acá, lo cierto es que en las protestas solo se ven banderas de Chile, banderas de pueblos indígenas y banderas de equipos de fútbol. Desde el gobierno están desesperados por fabricar a los representantes del movimiento, las voces autorizadas con las que pueda negociar. Están buscando entre las organizaciones sindicales y sociales y también convocando asambleas ciudadanas. Hasta ahora nadie se ha atrevido a ponerse en ese rol. La masividad y diversidad de este movimiento es un antídoto contra cualquier intento de recuperación.
Ya van más de 4000 detenidos (entre ellos más de 400 infantes y adolescentes) y más de 1300 personas heridas por armas de fuego. Hay más de 100 querellas por torturas y una veintena por violencia sexual de parte de la policía. Según las cifras oficiales, hay 23 muertos y más de 140 personas que presentan algún tipo de lesión ocular. 26 de ellos perdieron la visión de un ojo. (Cuando leí en el texto censurado por Le Monde que en Francia también la policía había estado sacando ojos me sorprendió mucho darme cuenta de que comparten técnicas de represión).
Apenas habían pasado algunas horas de la insurrección —que le costó muy caro a los grandes capitalistas, aunque no se compara con el monto de sus robos— el Estado declaró “estado de excepción”, lo que le permitió imponer toques de queda y sacar a los militares a las calles a reprimir junto con la policía. Hace una semana que el estado de excepción se levantó, pero eso no ha hecho decaer la represión. La policía sigue usando armas antidisturbios en las protestas (eso solo fue en estas manifestaciones) y continuan haciendo detenciones masivas y selectivas.
Desde todos los sectores políticos y la televisión nos dicen que podemos manifestarnos “siempre y cuando sea pacífico”. (Algunos buenos ciudadanos se han apropiado de los chalecos amarillos que se usaron en las protestas en Francia para distinguirse como aliados de la policía y tienen sus propias técnicas para mantener el orden). Pero incluso cuando las personas se manifiestan de la manera menos ofensiva y más cultural,la policía reprime con fuerza. Tienen pavor a que pasemos mucho tiempo juntos…
El Estado tiene las manos llenas de sangre y nos dice que lo hace para darnos paz. Son muy pocos quienes le creen y, a pesar de la enorme violencia que ha usado, nadie le tiene miedo. De hecho, han proliferado núcleos que practican de manera extendida la violencia ofensiva y la autodefensa contra las "fuerzas del orden" en las manifestaciones.
Y es que la mayoría sentimos que no tenemos nada que perder. Por todos lados vemos que no hay futuro en esta sociedad. Por una parte, la televisión no deja de inundarnos con noticias sobre la catástrofe ambiental que luego nos quiere hacer olvidar mostrándonos publicidad de cosas que no podemos comprar. Por otra, vemos que ser anciano en este Chile es un infierno. La gente puede trabajar toda su vida y jubilarse con una pensión miserable. De hecho, los ancianos tienen que seguir trabajando hasta morir y no estoy exagerando. Hace 5 años atrás hizo noticia un caso de un jardinero que trabajaba frente al Palacio de La Moneda (sede del presidente) y que murió sentado en una banca en la misma plaza que se había pasado limpiando los últimos años de su vida. Tenía 80 años.
Hay quienes quieren encauzar esta irrupción en la creación de una nueva constitución. La que tenemos viene de la época de Pinochet y es la que avala el saqueo. La demanda de una asamblea constituyente para generar la nueva constitución es algo que resuena cada vez más entre ciertos grupos. A veces temo que si se concediera eso se terminaría secando la potencia de este movimiento. Pero, por otro lado, pienso que tal constitución, si realmente respondiera a las múltiples demandas del pueblo, implicaría tal modificación del orden de cosas que sería otro Chile donde tal vez la propia constitución ya no tendría sentido de existir: esta revuelta está cuestionando intuitivamente los cimientos de la estructura social capitalista.
Este momento parece ser la única tierra fértil. Y por unos días todo ha parecido posible. Han aparecido muchas asambleas autoconvocadas en los vecindarios. Ciertas ciudades golpeadas por la contaminación de las industrias extractivistas han confrontado a los grandes capitales y detenido sus faenas, etc. Ver brotar esa organización espontánea ha sido muy apasionante.
Las manifestaciones continuan siendo masivas y parecen una fiesta. La gente se ve más contenta en las calles tomadas, las personas bailan, cantan, comparten ideas, comidas, sonrisas. Nadie sabe cómo irá a seguir esto. Por el momento, seguimos disfrutando de habernos encontrado, apostando por la potencia de vernos y sentirnos.
¿Qué hace falta para avanzar en la destrucción de este orden que parece que se viene a abajo sin nuestra intervención? ¿Solo se trata de vivir nuestras vidas a contracorriente de las demandas del capital? ¿No intentar derrocar el sistema en su conjunto, sino que dedicarnos a construir, entre estas ruinas, nuestra organización, aquí y ahora, con todos los límites y potenciales de las circunstancias?

martedì 22 ottobre 2019

Notes de fin de vie (une vraie vie agréable qui peut encore durer longtemps, quién sabe !)


Performance contre le consumérisme à Natal, capitale du Rio Grande do Norte au Brésil  © Reuters
Comment, quand et où retrouver l’heure de l’horloge de la conscience ?

Le complotisme est une sensibilité paranoïaque qui cherche en des complots particuliers réitérés l’explication d’un complot général et désormais planétaire. Celui du productivisme et de l’oligarchie qui, affublée d’idéologies diverses et variées, s’approprie des privilèges que celui-ci consente en l’inventant et en le pratiquant depuis des millénaires.
Toujours, tout élément d’une conscience malheureuse revient sous forme d’idéologie qui – réactionnaire ou révolutionnaire – est utile au Léviathan productiviste pour réaffirmer le pouvoir reproductif d’un quelque classe dominante (seigneurs, guerriers et clergé idéologisé d’une quelconque particratie bureaucratique : fascisme, libéralisme, communisme, anarchisme, féminisme, post humanisme).
Le seul vrai complot évident qui les comprend tous est la hiérarchisation nécessaire au productivisme qui a réduit l’histoire de l’espèce humaine à une minable lutte de classes et de genres, de dominants et de dominés, huilés par le mythe. D’un côté des hypocrites privilégiés malades d’une perversion narcissique, de l’autre des humiliés rendus succubes et de plus en plus frappés, eux aussi, par la peste spectaculaire de la perversion narcissique.
Des deux côtés des barricades érigées sur la scène sociale se mélangent mâles et femelles, blancs et noirs, costaux et fragiles, mais il est clair – comme dirait Coluche – que dans ce monde infecte, pour une femme noir et fragile la situation est désespérée et critique.
Là où la production des biens est une attitude naturelle de l’animal humain en voie d’humanisation, l’idéologie productiviste a renversé la relation entre l’être humain et le bien produit par son intelligence sensible et son savoir-faire, en transformant la production de biens utiles à la jouissance de la vie en une accumulation de biens fétichisés avec une valeur économique abstraite. L’argent s’est, en fait, imposé comme le fétiche absolu de toute richesse aliénée et réifiée dont il est la matérialisation symbolique ; celle-ci aussi, d’ailleurs, est en voie de disparition grâce à la liturgie de la communion économiste officiée par l’Ostie bénite et personnalisée de la carte de crédit capitaliste face à laquelle, désormais, chacun s’agenouille.
Dans sa moderne version capitaliste, le productivisme est une production aliénée et aliénante car il réifie la richesse et mythifie la consommation plutôt que la pratiquer ponctuellement afin de satisfaire les désirs et les besoins selon les critères naturels de la cueillette pour une consommation convenable. Le productivisme a inventé le besoin d’un désir à accumuler dont il empêche le contentement en aliénant l’être humain de ses désirs authentiques et surtout de l’authenticité de leur satisfaction.
L’aliénation réifie la jouissance intime par une consommation obsessionnelle. La pollution de l’esprit due au choix préhistorique du productivisme (auquel l’humanité a résisté pendant plusieurs millénaires avant de s’y rendre en devenant son esclave) a fait de l’histoire une guerre entre vainqueurs (dont le pourcentage n’a jamais arrêté de diminuer) et vaincus (dont le nombre n’a jamais cessé d’augmenter). L’esclavage intime de l’être humain a commencé par l’assujettissement matériel (de la sexualité autant que de la force de travail) des premières femmes esclaves et des premiers esclaves mâles gagnés par les guerres et par les impôts imposées à quiconque travaille par le Léviathan étatiste (apparu avec les premières Cites-Etat de la civilisation productiviste) qui s’est chargé de déclarer les guerres et de prélever l’impôt.
L’effondrement systémique auquel nous amène aujourd’hui l’antropocene scientifique et industriel (commencé à partir de la moitié du quinzième siècle) est le résultat final d’un choix productiviste qui, depuis six millénaires, dénature progressivement l’animal humain et sa poésie humaniste. Il est le signe de l’hubris d’une puissance orgastique transmutée en volonté de puissance (la volonté de puissance est le symptôme le plus clair de l’impuissance réelle car la puissance vécue on ne la dit pas, on la pratique).
La partie de lutte entre les espèces que la nature du vivant inclut s’est ainsi généralisée idéologiquement et continue à se reproduire identique dans l’histoire, même si dans des contextes spécifiques absolument differents. En modernisant incessamment le discours qui justifie le pouvoir à l’intérieur de folklores divers, on est passé des premières hiérarchies tribales aux empires anciens, pour finir avec la domination réelle du Capital sur l’humanité et la planète.
Le progrès technologique au service des oligarchies dominantes a conduit l’être humain au bord de l’abime où il semble désormais destiné à tomber, bêtement fier de s’inventer l’ultime fable d’une possible survie éternelle dépourvue de la moindre trace d’une vraie vie, réduit qu’il est au sourire débile de son cadavre post-humain devenu idéologiquement immortel dans un selfie sans fin.
Des religions primitives aux monothéismes productivistes, jusqu’au post humanisme des zombies (abjecte religion postindustrielle de la phase terminale d’un capitalisme que de mode de production est désormais devenu une cuirasse caractérielle), l’idéologie est la justification aliénée et réifiée de l’aliénation et de la réification que le productivisme produit incessamment et toujours plus en chaque coin de vie sur la planète, en transformant la vie en nature morte.
Fascismes et antifascismes caractériels dansent sur le pont du Titanic qui sombre. Le machisme est un dernier fascisme noir comme le jais de l’impuissance orgastique dont le féminisme risque de devenir (comme tout antifascisme idéologique) le fascisme rose. Toute idéologie révolutionnaire a toujours été l’exorcisme d’une mutation radicale que le Léviathan se charge de rendre impossible en lui offrant une scène de théâtre où être immortalisée jusqu’à quand le spectacle en cours termine et un autre commence.
Toute hypothèse d’une émancipation du conflit sociale, le mythe arcadien d’une société pacifiée, est l’épouvantail fétichiste de tous les puissants qui savent combien la guerre permanente et quotidienne est la condition pour la perpétuation de leur domination. Peu importe qui gagne pour la société dominante pourvu qu’il ait toujours des perdants, des soumis, des humiliés, des pécheurs.
Pout tout prédateur, la condition de sa prédation dépend de la faiblesse de la proie poursuivie. Seule une gazelle affaiblie et/ou distraite est la proie possible du lion, mais aussi la faiblesse et/ou la distraction du lion condamne celui-ci à la mort. Un prédateur malade ne peut pas survivre.
Qui vivra (si quelqu’un y arrivera, comme je le souhaite ardemment) percevra l’évolution vitale de la révolution sociale.

Vive la Commune!



Sergio Ghirardi