giovedì 10 giugno 2021

TIME IS OUT OF JOINT – La pandemia e il capitalismo come stati del mondo e dell’anima – Leonardo Lippolis

 




tratto da TEATRO DI OKLAHOMA 


Pubblichiamo con molto piacere questo testo, che traccia un quadro a nostro modo di vedere estremamente preciso e puntuale dei nodi lasciati aperti da questi diciotto mesi di eccezionalità. Questioni profonde che vanno al di là della contingenza della pandemia e della sua disastrosa gestione, e che richiamano a uno sguardo critico più generale sul mondo che viviamo e il modo in cui lo viviamo, sul nostro rapporto al corpo e alla salute, sul concetto di distanza e contatto, sul rapporto con la norma, la legge e la colpa, il linguaggio della propaganda mediatica, e il ruolo dei dispositivi tecnologici nel riconfigurare gli aspetti più quotidiani della nostra vita. Buona lettura.


“Una società sempre più malata, ma sempre più potente, ha ricreato il mondo come ambiente e scenario della sua malattia, come pianeta malato”. Così scriveva Guy Debord nel 1971 ne Il pianeta malato. Da ormai un secolo alcune delle menti più brillanti ci hanno dato gli strumenti per comprendere le molte sfaccettature della degradazione irreversibile della vita – umana, sociale e ambientale – determinata dalla società capitalistica, dal progresso economico e tecnologico al servizio dell’utilitarismo e del produttivismo forsennati: dalla natura catastrofica del progresso (Benjamin) all’antiquatezza dell’uomo rispetto alla civiltà delle macchine (Anders) e alla non neutralità della tecnica nell’universo capitalistico (Jünger e Mumford); dal senso della superfluità della vita umana rispetto al totalitarismo che se non è più quello dei regimi politici (Arendt) è rimasto quello dell’homo economicus (Polanyi), al rapporto tra il potere e la massa (Canetti) e al ruolo ornamentale della massa stessa nell’apparato della megamacchina (Kracauer); dalla funzione annichilente e pervasiva degli apparati burocratici (Kafka) alla passività e l’isolamento indotti dalla società dello spettacolo (Debord) fino al rinnovamento costante delle varie neolingue (Orwell) che si susseguono nel mantenimento del potere; dall’imbroglio ecologico al cospetto della gravità della malattia stessa del pianeta (Paccino) al dilagare delle nocività della società industriale (Charbonneau, Ellul, Encyclopédie des Nuisances). Se cent’anni fa il dibattito tra i rivoluzionari era incentrato sull’alternativa che si poneva al proletariato mondiale, in un contesto dove la rivoluzione era ancora una prospettiva concreta, tra “socialismo o barbarie” (Rosa Luxemburg), già negli anni Settanta del Novecento, di fronte alla sempre più evidente incompatibilità tra il capitalismo e la sopravvivenza della specie umana, divenuta per questo una sorta di proletariato universale, il bivio ineludibile per alcuni era divenuto quello tra “apocalisse e rivoluzione” (Cesarano e Collu).  

Lontani da qualsiasi prospettiva di critica radicale di questo modello di società ma allineati sulle conclusioni oggettive del suo sviluppo, gli scienziati all’unisono ci dicono da tempo che continuando di questo passo non ci sarà più posto per gli otto miliardi di persone che affollano il pianeta e forse per l’umanità stessa. Quando è esplosa a livello mondiale la pandemia da covid, la relazione tra essa e l’Antropocene – o come lo chiama più propriamente Jason Moore il Capitalocene – attraverso l’impatto di teorie come lo spillover sembrava avere aperto nella coscienza collettiva uno spiraglio che faceva presagire la necessità di una resa dei conti con l’esistente. Distruzione degli ecosistemi, deforestazione, cambiamenti climatici, urbanizzazione, inquinamento, allevamenti industriali, sovrappopolamento, modi di produzione sempre più invasivi e stili di vita delle masse metropolitane globalizzate sono unanimemente riconosciuti come gli anelli della catena causale che determina le pandemie e altri disastri e che, nello specifico, hanno spinto questo piccolo virus in lotta per la sua sopravvivenza ad attaccare l’uomo. Assediato da paure inconsce improvvisamente ritornate a galla, nei primi mesi di lockdown, nel deserto e nel silenzio delle strade e di un mondo improvvisamente paralizzatosi, la pandemia ha indotto una inevitabile riflessione su come un piccolo organismo biologico avesse messo in scacco il folle apparato dell’intero sistema mercantile e industriale, mostrandoci per un breve attimo l’oscena nudità del re. Ma questo spazio per la riflessione è durato poco, immediatamente soffocato dalle strategie di un potere che ha sentito l’urgenza di riorganizzarsi e affrettarsi a riportare la preoccupazione pubblica nell’alveo della gestione di una emergenza che non poteva concedere alcuno spazio alla messa in discussione delle proprie radici e della propria essenza. 

Al di fuori dei confini di questa cornice teorica ogni dibattito sulla pandemia lascia il tempo che trova. Ognuno sarà spinto a valutarla diversamente a seconda delle proprie paure, dei propri credi o dei propri interessi individuali di sussistenza. Ma se ci posizioniamo al suo interno, l’analisi di quanto sta accadendo da oltre un anno a questa parte assume dei connotati molto più sinistri e al contempo rivelatori e coerenti. Per chi ha imparato a leggere il mondo di oggi secondo queste categorie la totale sfiducia verso chi gestisce l’attuale situazione si nutre della consapevolezza che non c’è nessuna élite che pianifica e organizza preventivamente le emergenze e le crisi che sono, viceversa, endemiche e strutturali a questo sistema-mondo. Ci sono sì élites che cercano di trarre profitto da esse, trasformandole in opportunità (il capitalismo è molto bravo nello sfruttare il significato profondo della parola krisis non solo come problema ma appunto come opportunità), e ci sono burocrazie tecnocratiche incaricate di gestirle in modo da non scalfirne la struttura cancerogena, ma alla fine dei conti la vera tragedia è che siamo tutti passeggeri dello stesso treno che procede a folle velocità e senza guida verso l’abisso e che, come nel bellissimo film di Končalovskij A trenta secondi dalla fine, nessuno saprebbe più, anche volendo, come fermarlo. Una piccola minoranza si gode gli agi della prima classe, mentre la stragrande maggioranza viaggia accalcata in terza, preoccupata che il prossimo vagone a sganciarsi e piombare nel vuoto non sia il suo. Ma superata l’attuale emergenza ne arriverà un’altra e se non sarà una pandemia (che comunque ci assicurano che arriverà), sarà una guerra o una delle altre mille forme di cui la natura cannibale del capitalismo nutre la sua fame insaziabile, fosse anche la noia mortale dei migliori dei mondi cibernetici e smart sognati dai fan dell’accelerazionismo e del transumanesimo, come i vertici del World Economic Forum. Solo con questa presa di coscienza, sperando che non sia troppo tardi, saremo in grado di comprendere finalmente il prezioso messaggio che ci lasciò Benjamin nelle sue memorabili Tesi sul concetto di storia: “Marx dice che le rivoluzioni sono la locomotiva della storia universale. Ma forse le cose stanno in modo del tutto diverso. Forse le rivoluzioni sono il ricorso al freno d’emergenza da parte del genere umano in viaggio su questo treno”. 

Analizzando la ratio di tutte le misure adottate nella gestione della pandemia, in Italia come altrove, emerge in modo eclatante come il suo obiettivo sia sempre stato la salvaguardia e l’eventuale ristrutturazione della megamacchina economica globale. Le autorità e i tecnocrati messi a capo dell’emergenza sono i primi negazionisti dei cambiamenti e della malattia planetaria di cui il covid rappresenta un fenomeno tutto sommato circoscritto, un granello di sabbia portato da quel vento catastrofico del progresso che promette di molto peggio. In questo senso i veri catastrofisti sono gli indefessi adulatori del progresso stesso e l’intera collettività che si è assuefatta a non voler prendere atto della malattia e agire contro di essa nei tempi dovuti. Come scrivevano profeticamente nel 1988 i redattori dell’Encyclopédie des Nuisances: “La catastrofe storica più profonda e più vera, quella che in ultima istanza determina l’importanza di tutte le altre, risiede nella persistente cecità dell’immensa maggioranza, nella dismissione di ogni volontà di agire sulle cause di tanta sofferenza, nell’incapacità a considerarle quantomeno con lucidità. Questa apatia sarà, nel corso dei prossimi anni, sempre più violentemente scossa dal collasso di ogni sopravvivenza garantita. E coloro che la rappresentano e l’intrattengono, cullando un precario statu quo di illusioni tranquillizzanti, saranno spazzati via. L’urgenza s’imporrà a tutti, e la dominazione dovrà parlare almeno tanto alto e forte quanto i fatti stessi. Essa adotterà tanto più agevolmente il tono terrorista che gli s’addice così bene, per il fatto che sarà giustificata da realtà effettivamente terrorizzanti. Un uomo colpito dalla cancrena non è affatto disposto a discutere le cause del proprio male, né a opporsi all’autoritarismo dell’amputazione”. Paralizzando la riflessione critica attraverso la paura e rafforzando i fattori che sono le cause profonde del problema (Catastrofismo di Semprun e Riesel), le burocrazie tecnocratiche arruolate dal potere tra gli “esperti” trattano i disastri del capitalismo industriale come fatti ormai ineluttabili a cui solo loro possono porre rimedio, legittimati dall’indiscutibile scudo della conoscenza specialistica della scienza e della tecnologia e agevolati dalla scarsa consapevolezza collettiva che la presunta neutralità di queste ultime è quella finanziata dagli interessi del capitalismo stesso. 


La gestione della pandemia. Sorvegliare e distanziare, colpevolizzare e punire

Questa dinamica della catastrofe e della sue gestione, visibile da decenni, si è ripresentata puntuale con l’attuale pandemia. Come spiegare altrimenti l’avere puntato la sua risoluzione esclusivamente su una vaccinazione biotecnologica sperimentale con effetti incerti, regalando miliardi di denari pubblici ai colossi farmaceutici quando non si è investito un euro sul potenziamento della sanità pubblica, sulla promozione di cure poco costose, efficaci e disponibili, e sulla lotta per migliorare l’immunità della popolazione combattendo le comorbilità croniche – cancro, diabete, obesità, malattie cardiovascolari e renali – che rappresentano la vera pericolosità del covid? Nonostante sia scientificamente provato che i danni di quest’ultimo sulla salute delle persone siano una diretta conseguenza alle nocività tipiche della società industriale, la gestione della pandemia ha dimostrato che l’importante, nell’ottica del presente e del futuro, fosse continuare a poter fare guadagnare i MacDonald, magari potenziando il delivery, piuttosto che sensibilizzare la popolazione sugli effetti devastanti del junk food. Quando le scuole e i teatri erano chiusi, le spiagge recintate, le passeggiate vietate e le fabbriche e i centri commerciali aperti; quando la libertà di movimento era riservata all’operaio e al consumatore, mai alla persona, mai al cittadino costretto a stare chiuso in casa, è emerso chiaramente che l’interesse dei governanti non è mai stato la salute psicofisica delle persone ma la tutela del sistema capitalistico. 

A un livello semplice, il punto concettuale cardinale su cui si svela la logica intrinseca della gestione pandemica risiede nel concetto di cura. Ammesso – ed evidentemente non concesso – che si sia scelta come priorità la tutela delle persone a rischio, molte delle misure adottate senza alcun riscontro oggettivo di validità e necessità hanno svelato una concezione della salute come una questione di pura funzionalità e sopravvivenza biologiche. I discutibili bollettini con i numeri dei positivi, dei ricoverati e dei morti covid con cui ci bombardano quotidianamente da oltre un anno hanno del tutto oscurato, in modo ricattatorio, una sofferenza ben più diffusa: la morte in totale isolamento dei malati e la negazione dei funerali in nome dell’emergenza; la sofferenza della solitudine e della distanza a cui sono stati condannati a tempo indeterminato milioni di giovani in età scolare, con i relativi danni psicologici riscontrati nelle forme sempre più diffuse di depressione e autolesionismo; le stesse forme depressive difficilmente quantificabili provocate in persone buttate sul lastrico dalla crisi economica, in anziani e soggetti fragili. 

Questo sprezzo cinico e nichilista mostrato dal potere invita a porsi domande essenziali per qualsiasi società. Cosa conta la sopravvivenza biologica senza il benessere mentale? Cosa significa il momento della morte senza la possibilità del conforto dei propri cari? L’invito, certo poco incoraggiante per noi abitanti del XXI secolo, è a cercare la risposta nei più bei saggi storici sul rapporto tra l’uomo, la malattia e la morte nei “secoli bui” del Medioevo o nelle comunità lontane nello spazio e nel tempo studiate dai più grandi antropologi. Considerando che già in condizioni normali la depressione e i disagi psichici sono le patologie caratteristiche e sempre in aumento della anomia capitalista, la tutela di un’esistenza eretta a mera sopravvivenza biologica che è andata a esautorare completamente la vita sociale e pubblica è il manifesto dell’essenza mortifera del capitalismo messa a nudo dal virus. D’altronde, è abbastanza tautologico che nel mondo della merce le uniche misure di salute pubblica siano quelle che tutelano la sua di salute, ovvero la sua produzione e il suo consumo. Non potendo sospendere quel ciclo bisognava pur fare vedere che si stava facendo qualcosa. Innumerevoli volte ci è stato detto che nell’emergenza bisognava eliminare il superfluo, ovvero tutto ciò che non fosse andare a lavorare e fare la spesa per poi chiudersi e sopravvivere in casa, guardando la televisione e demandando la socialità alle reti virtuali e agli aperitivi su zoom.  

La pandemia ha letteralmente svelato la nuda vita dell’idea di felicità che sottende la “religione del capitalismo” (Benjamin). Quando le autorità hanno negato non solo gli assembramenti ma la libera circolazione e ogni spostamento che non fosse l’andare a lavorare e a svolgere le funzioni di pura sopravvivenza abbiamo semplicemente assistito a una dimostrazione brutale dell’ideologia dell’urbanistica razionalista e disciplinare inventata da Le Corbusier con la Carta d’Atene nel 1933, ovvero la necessità che le città e le nostre vite in esse debbano essere pura funzione delle necessità della macchina economica. Scomodare la dittatura sanitaria di fronte a questo slittamento emergenziale della normalità è poco utile. Le metropoli, come qualcuno ha abbondantemente compreso e dimostrato da tempo (da Benjamin a Mumford, da Lefebvre ai situazionisti), sono strutturalmente concepite e organizzate con questo scopo da almeno un secolo. Laddove neanche le più basilari forme di libertà individuali, del tutto irrilevanti per la diffusione del virus, sono state garantite, pare ovvio che il messaggio implicito che si è fatto passare è che la socialità e l’agire pubblico rappresentino l’apice del superfluo. E se la storia dell’ultimo secolo insegna che dalle sperimentazioni imposte in situazioni d’emergenza i governi fanno tesoro e non tornano quasi mai indietro – sia in termini legislativi che, soprattutto, nell’imposizione psicologica di una nuova normalità –, è facile immaginare quali possano essere i riflessi distopici di questo oscuro presente nel futuro prossimo.

Il compendio necessario di questa visione della salute, della cura e del benessere collettivi sono stati la retorica della responsabilità individuale e la relativa colpevolizzazione con cui la voce uniforme del potere ha bollato come irresponsabili egoisti e nemici della salute pubblica tutti coloro che hanno osato esprimere perplessità sulle norme che sono state imposte in nome dell’emergenza sanitaria. Gli arresti amministrativi collettivi hanno permesso alle autorità di verificare insieme la potenza della loro propaganda e delle loro capacità poliziesche, misurando il livello di sottomissione della popolazione di fronte a ordini arbitrari, spesso palesemente contraddittori e infantilizzanti. Questo processo è stato reso possibile da una rassegnazione di fronte alla catastrofe che, ancorché in questo caso sia circostanziata a un piccolo virus, a livello di inconscio collettivo è evidentemente avvertita come sempre più pervasiva e ineludibile. “In quanto falsa coscienza che nasce spontaneamente dall’humus della società di massa – ossia dall’ambiente ansiogeno che essa ha creato ovunque – il catastrofismo esprime certamente prima di tutto le paure e le tristi speranze di tutti coloro che attendono la propria salvezza da una messa in sicurezza attraverso il rafforzamento degli obblighi”. Così scrivevano Riesel e Semprun nel 2008 in Catastrofismo; con il clima creatosi con la pandemia, la peste emozionale delle passioni tristi da cui siamo assediati da decenni ha subito un’accelerazione parossistica. Nonostante non ci si sia evidentemente trovati di fronte alla Peste Nera del Trecento, il discorso pubblico è stato letteralmente divorato da un clima plumbeo totalizzante, quasi che il fatto di scampare di giorno in giorno a una morte tanto invisibile quanto apparentemente onnipresente renda più sopportabile una sopravvivenza quotidiana basata sulla necessità di rinunciare a tutto ciò che ci separa dall’essere dei puri organismi biologici. Se nei decenni del boom economico post seconda guerra mondiale, il capitalismo ci aveva convinto ad accettare “il baratto della garanzia di non morire più di fame con la certezza di morire di noia” (Vaneigem), la pandemia di oggi viene utilizzata per ricordarci che la pacchia è finita, che porsi delle domande epocali su cosa significhi vivere decentemente è un lusso che non possiamo più permetterci, che la vecchia “idea di felicità” metrò-boulot-dodo (o la più prosaica produci-consuma-crepa)è il massimo a cui possiamo aspirare, con qualche spruzzata di comfort tecnologico in più, in attesa di una fine tanto certa quanto catastrofica.

All’interno del labirinto kafkiano di Dpcm, decreti, ordinanze, regole e colori con cui la nostra vita è stata messa sotto scacco da più di un anno, il manifesto della logica punitiva della gestione della pandemia è stata l’imposizione del coprifuoco, una misura che le autorità stesse hanno ripetuto ad nauseam non avere nessuna ragione di profilassi sanitaria ma di puro messaggio psicologico per la popolazione. Non è bastato chiudere i locali, i cinema e i teatri, ovvero tutte quelle attività che nelle nostre città eliminano il 99 per cento delle forme di vita e delle relazioni sociali dopo le 22, soprattutto nei mesi invernali e nei giorni feriali. No, il fatto di non poterti neanche fare due passi da solo nel deserto – così come di andare su una spiaggia a novembre o a camminare nel verde – è stata la dimostrazione lampante di un’autorità che ha voluto fare sfoggio di un potere assoluto,  testando la capacità di sopportazione collettiva, e dare un monito inequivocabile alle persone: siete sudditi, non cittadini, e la libertà è una concessione non un diritto. 


Il linguaggio. La propaganda e la neolingua per gestire il presente e accelerare il futuro

Come insegna Klemperer nel suo magistrale Lti. La lingua del terzo Reich – una pietra miliare nella storia della efficacia dei nazisti in fatto di comunicazione e propaganda – il linguaggio, la scelta e l’imposizione delle parole, è un arma fondamentale per ogni forma di potere nella società contemporanea di massa. La diffusione della lingua di un autorità che non ammette contraddittorio diventa un dispositivo efficientissimo nel consentire di omologare al pensiero dominante e di rimuovere lo spirito critico. Così oggi, a distanza di qualche decennio, mutatis mutandis, l’autorità totalitaria costituita dallo stato d’eccezione fondato sull’emergenza sanitaria ha liquidato ogni critica nei confronti della gestione della pandemia come una posizione negazionista – termine deturnato in modo abominevole proprio dagli orrori della storia del nazismo – complottista, antiscientista. Ogni sfumatura di pensiero è stata negata da un mantra ossessivo di pura propaganda. 

“Siamo in guerra”. La nauseante retorica bellica che ci bombarda da un anno – la stessa che giustifica come “danni collaterali” sofferenze esistenziali di vario genere, annichilendole sulla bilancia moraleggiante dei “rischi vs benefici” – in una guerra dove non esiste un nemico visibile, in carne e ossa, è servita a dividere l’esercito collettivo della popolazione in amici e nemici, etichettando chi non si è allineato alla fiducia nelle autorità e nel loro modo di gestire la pandemia automaticamente come un sospetto, un disertore, un nemico interno della comunità. Il negazionismo e il complottismo sono state categorie iper-abusate in questi mesi per neutralizzare e disgregare, banalizzandola sulle posizioni ridicole di una ristrettissima minoranza, una diffidenza in realtà abbastanza diffusa nei confronti delle decisioni del potere. Per comprendere la pericolosità di quest’uso disinvolto di certi concetti e l’uso efficace della propaganda da parte dei sistemi totalitari, basterebbe ricordare come, meno di ottanta anni fa, come complottisti erano etichettati i pochissimi che, nonostante le prove certe dimostrate da chi ne era venuto a conoscenza, vollero credere all’esistenza dei campi di sterminio aperti dai nazisti dopo la conferenza di Wansee. 

Al fianco della propaganda, nel censurare ogni pensiero critico nei confronti dell’autorità costituita, in questi mesi ha guadagnato spazio un aggiornamento della neolingua orwelliana. Come questa neolingua della pandemia si inscriva nella tradizione della retorica piegata ai fini della propaganda ce lo ricordano le parole di Socrate riportate da Platone oltre 2400 anni fa nel Gorgia: “Dunque, il retore e la retorica si trovano in questa posizione rispetto a tutte le altre arti: non c’è alcun bisogno che sappia come stiano le cose in sé, ma occorre solo che trovi qualche congegno di persuasione, in modo da dare l’impressione, a gente che non sa, di saperne di più di coloro che sanno”. Così la scelta precisa di diffondere alcuni concetti nella discussione pubblica risulta comprensibile soltanto in funzione della visione del mondo di quelle élites accelerazioniste che non fanno mistero di voler trasformare la crisi pandemica in una opportunità di rinnovamento della megamacchina capitalista.

Un esempio eclatante di questo meccanismo è stata la scelta di chiamare la misura di profilassi del distanziamento “sociale” invece che, come sarebbe stato ovvio, “fisico”. Per comprendere questa scelta bisogna considerare seriamente il refrain che ci è stato ripetuto allo sfinimento che non torneremo comunque al mondo pre-pandemico, ovvero che molte norme sperimentate in questo anno diverranno regole e abitudini del modo di vivere del prossimo futuro. Di questo modo di vivere il distanziamento sociale è infatti la matrice prima. Didattica a distanza, smart working, una socialità e relazioni sempre più virtuali sono quanto il World Economic Forum e le grandi corporazioni ci promettono che sarà l’avvenire del progresso nella nuova era post-pandemica: vite socialmente distanziate e “aumentate” tecnologicamente che negano ciò che mette gli uomini in diretto rapporto tra loro consentendo una vita collettiva che non sia la semplice somma di singoli individui. 

La città come polis, luogo della politica, definitivamente eclissata nelle reti algoritmiche delle smart cities; l’agorà pubblicasostituita dalle piazze virtuali di zoom e meet; la vita activa del cittadino come animale politico ulteriormente annichilita nelle traiettorie sempre più separate e tecnicizzate dello spettacolo e del consumo; lo smart working, che decreterà il tramonto definitivo del lavoro come fatto sociale collettivo a scapito di uno sfruttamento sempre più capillare e automatico; la didattica a distanza ancora più devastante nella trasformazione dell’educazione in un apprendimento standardizzato e de-socializzato tipico di una società-macchina. Per i fautori di questo progresso, la pandemia è dunque una grande occasione per sperimentare una “nuova normalità” basata su un eterno presente di un’assieme di monadi: non più una comunità che si manifesta secondo azioni politiche, ma un gregge (altro termine sul cui uso forse non casuale meriterebbe riflettere, non solo ironicamente) che, come tale, va governato con strumenti degni di un allevamento intensivo. La società-macchina – già profetizzata dalla fantascienza distopica di Zamjatin (Noi), Orwell (1984), Huxley (Il mondo nuovo) e Vonnegut (Piano meccanico) e aggiornata su un uso consumistico e securitario della tecnologia, dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione – è l’orizzonte che ci indica il significato sperimentale dell’attuale gestione della pandemia e nei confronti del quale la popolazione sembra sempre più priva di difesa morale e politica. 

Lo stesso meccanismo neolinguistico si manifesta in altri concetti a cui ci stanno abituando i discorsi dei politici e dei media: dalla “resilienza”, come capacità di adattarci invece che di resistere ai cambiamenti, alla “transizione ecologica”, come mano di vernice green al futuro che sottintende lo stesso “imbroglio ecologico” che si protrae da decenni. Come riconoscono gli stessi fautori della quarta rivoluzione industriale che dovrebbe prendere slancio dalla crisi pandemica, quanto è stato sperimentato in questi mesi è stata l’accelerazione di processi già in atto, rispetto alle cui conseguenze sociali, però, la larga maggioranza delle persone avrebbe probabilmente fatto maggiore resistenza. In questo senso l’emergenza pandemica è stata l’occasione per fiaccare questa resistenza imponendo un adattamento, la “resilienza” appunto. 

Come scrivevano i situazionisti sulla loro rivista nel 1966 (Le parole prigioniere): “Là dove il potere separato prende il posto dell’azione autonoma delle masse, quindi là dove la burocrazia s’impadronisce della direzione di tutti gli aspetti della vita sociale, essa viene alle prese con il linguaggio e riduce la sua poesia alla volgare prosa della sua informazione. La burocrazia si appropria del linguaggio, privatizzandolo come tutto il resto, e l’impone alle masse. Il linguaggio ha allora il compito di comunicare i suoi messaggi e contenere il suo pensiero: è il supporto materiale della sua ideologia. Che il linguaggio sia prima di tutto un mezzo di comunicazione tra gli uomini, la burocrazia lo ignora. Siccome ogni comunicazione passa attraverso di essa, gli uomini non hanno nemmeno più bisogno di parlarsi: devono prima di tutto assumere il loro ruolo di recettori, nella rete di comunicazione informazionista alla quale è ridotta tutta la società, recettori di ordini da eseguire”. Nella prospettiva di tornare a trovare spazi di agibilità negli spazi concreti, sarebbe opportuno ripartire dalla critica del linguaggio in funzione di un pensiero critico, ovvero dal chiamare le cose con il loro nome all’interno di un contesto preciso, sempre che il presente e il futuro che stanno disegnando ci muovano ancora a una certa repulsione. Forse allora faremo tesoro della preziosa definizione di capitalismo data da Kafka all’amico Janusch un secolo fa, quando di fronte ad un disegno di Grosz riproducente un uomo grasso con il cilindro che siede sul denaro dei poveri, disse: “Che l’uomo grasso sia il capitalismo non è del tutto esatto. L’uomo grasso domina il povero all’interno di un determinato sistema. Ma non è il sistema stesso. Non è neanche colui che lo domina. Anzi, l’uomo grasso porta egli stesso delle catene che non mostra nell’illustrazione. Il disegno è incompleto. Per questo non è un buon disegno. Il capitalismo è un sistema di dipendenze: dall’interno verso l’esterno, dall’esterno verso l’interno, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. Tutto è dipendente, tutto è concatenato. Il capitalismo è uno stato del mondo e dell’anima”. Se la pandemia è un effetto e lo specchio di questo stato del mondo e dell’anima, la guarigione dalla prima senza una liberazione definitiva dal secondo sarà effimera e posticcia come un aperitivo tra amici su zoom o una passeggiata sotto la minaccia del coprifuoco.