venerdì 17 luglio 2026

ANDRÉS NIN NELLA RIVOLUZIONE SPAGNOLA di Miquel Amoros

 



 

Andrés Nin fu il più importante intellettuale leninista del periodo repubblicano e guidò il Partito Operaio di Unificazione Marxista (POUM) quando fu assassinato dai servizi segreti sovietici su ordine del "leader supremo". La sua scandalosa scomparsa ebbe conseguenze di vasta portata ben oltre i confini spagnoli, soprattutto all'interno della sinistra europea, che iniziò a considerare seriamente i metodi criminali dello stalinismo. La causa repubblicana ne risentì. Si potrebbe dire che l'assassinio di Nin fu per la Repubblica ciò che l'assassinio di García Lorca fu per il fronte franchista. Sul fronte repubblicano, la sua morte segnò una svolta nell'influenza del Partito Comunista; con l'eliminazione del nemico comune – il proletariato anarchico – i suoi ex alleati – repubblicani, socialisti di destra e nazionalisti baschi e catalani – iniziarono a prendere le distanze e a ostacolarne l'avanzata. Se l'influenza comunista fosse aumentata, la sorte di Nin avrebbe potuto essere quella di chiunque fosse finito nel mirino dei burattini di Stalin. Di fatto, quanto accaduto a Nin divenne lo sfondo implicito di ogni movimento politico durante il resto della guerra.

 

Il momento decisivo nella vita e nella carriera politica di Andrés Nin fu l'incontro con la Rivoluzione Russa, che lo affascinò profondamente. Si era recato in Russia come delegato della CNT (Confederazione Nazionale del Lavoro) quando fu subitamente sedotto dai bolscevichi, nonostante la persecuzione di qualsiasi organizzazione al di fuori del partito di Lenin e nonostante il terrore e la carestia che attanagliavano il paese. Nemmeno la sanguinosa repressione dei marinai di Kronstadt e del movimento machnovista riuscì a smuoverlo. Rimase in Russia come alto funzionario del Comintern e dell'Internazionale Rossa dei Sindacati, ma il suo coinvolgimento nelle lotte interne al partito al fianco di Trotsky lo portò alla caduta in disgrazia, culminando nella sua espulsione dal Partito Comunista e dall'URSS. Ritornò in Spagna mentre la dittatura di Primo de Rivera volgeva al termine, determinato a organizzare, con alcuni colleghi, l'autentico partito marxista della classe operaia, creando un'Opposizione di Sinistra, ovvero all'interno dell'ortodossia trotskista. Alla fine, riuscì a fondare un piccolo partito, la Sinistra Comunista di Spagna, senza la minima influenza sugli eventi contemporanei, ma con una forte attività teorica, fedele al "metodo marxista di analisi delle situazioni oggettive".

 

Nin affermava categoricamente che in Spagna non c'era mai stata una rivoluzione borghese. La proclamazione della Repubblica non lo era. Le contraddizioni della borghesia – e lo dicevano anche gli anarchici – non trovavano soluzione all'interno del sistema capitalistico. Pertanto, la missione dei veri comunisti, una volta dissipate le illusioni democratiche, sarebbe consistita nello spingere i lavoratori a realizzare la rivoluzione che la borghesia era incapace di compiere. Nessun altro partito o federazione sindacale avrebbe potuto portare a termine con successo questo compito. Il Partito Comunista Ufficiale era una pedina di Mosca, priva di una propria visione politica. La CNT era un raggruppamento di riformisti e avventurieri. Senza "un potente partito comunista, cervello e guida della rivoluzione", senza soviet o giunte rivoluzionarie al posto dei sindacati, la vittoria delle masse sfruttate non sarebbe stata possibile. Era necessaria l'unità d'azione, che poteva essere raggiunta attraverso comitati di fabbrica eletti dai lavoratori, sindacalizzati o meno. Il comitato sarebbe stato l'embrione del soviet. Anche dopo due insurrezioni anarchiche, egli continuava a considerare il problema della lotta per il socialismo, oltre al partito al potere, come l'organizzazione delle masse, ovvero il soviet. Certamente, Nin applicò rigorosamente il modello bolscevico. Da buon trotskista, riteneva suo dovere difendere l'Unione Sovietica in quanto stato socialista dei lavoratori, seppur corrotto dalla burocrazia, e non per quello che era realmente: la piena espressione di un capitalismo di stato burocratico.

Nonostante i vincoli ideologici, l'istinto rivoluzionario di Nin gli permise di cogliere la realtà con una certa precisione. Intuì, prima di chiunque altro, l'evoluzione della maggior parte della borghesia verso il fascismo. Questo lo spinse a invocare un fronte unito di tutte le organizzazioni proletarie e ad aderire alle Alleanze dei Lavoratori che si formarono nel 1934. Il fallimento della Rivoluzione d'Ottobre, di cui fu testimone diretto, gli offrì molti spunti di riflessione. Con incrollabile fede, credeva che senza un partito rivoluzionario non fosse possibile alcuna rivoluzione, quindi il compito più urgente era quello di crearne uno e non di praticare l'"infiltrazione" all'interno del partito socialista, come raccomandato da Trotsky. L'opzione più realistica, quindi, era quella di fondere il piccolo ICE (Partito Comunista Indipendente di Catalogna) con il Blocco dei Lavoratori e dei Contadini di Joaquín Maurín, un partito di comunisti dissidenti ed ex membri dell'Estat Català di Francesc Macià. Il nuovo partito, che contava poche migliaia di membri, fu pomposamente battezzato POUM (Partito Operaio di Unificazione Marxista). La seconda fase della rivoluzione borghese, quella volta a fermare il fascismo, condusse il partito verso il Fronte Popolare, sigillando così definitivamente la rottura con Trotsky. Secondo Nin, la vittoria elettorale dei candidati del Fronte Popolare non arrestò il processo rivoluzionario perché la borghesia non sarebbe stata in grado di consolidare il proprio dominio di classe. Prima o poi, il proletariato avrebbe preso in considerazione la presa del potere, poiché le condizioni per un tale sviluppo si sarebbero presto create. Da quel momento in poi, la lotta non sarebbe stata tra democrazia e fascismo, ma tra fascismo e socialismo, ovvero tra borghesia e proletariato.

 

La controinsurrezione operaia del 19 luglio radicalizzò l'analisi di Nin. Mentre marciavano lungo le Ramblas di Barcellona, ​​armi in pugno, spalla a spalla con gli operai anarco-sindacalisti, le rigide strutture bolsceviche cominciarono a sgretolarsi. Il fatto che Maurín si trovasse nascosto nella zona occupata dai ribelli lo costrinse ad assumere la carica di segretario del POUM, da dove avrebbe riformulato la strategia del partito in chiave di sinistra. Al raduno di settembre al Grand Price, affermò che una rivoluzione democratica non era più necessaria, poiché il proletariato l'aveva già realizzata in un colpo solo, compresa la questione catalana, e quindi la piccola borghesia non era indispensabile. Contro il disperato tentativo della borghesia di salvare il proprio dominio ricorrendo al fascismo, non c'era altra alternativa che la rivoluzione sociale. Di conseguenza, guerra e rivoluzione erano inseparabili. Il proletariato, che non combatteva per difendere la repubblica borghese come sosteneva il PCE, doveva combattere per una repubblica socialista. Non c'era da stupirsi che, in quelle circostanze, Nin credesse che le organizzazioni proletarie con la più chiara consapevolezza della realtà attuale e il maggiore spirito rivoluzionario fossero la CNT e la FAI. Era urgentemente necessario un accordo con i "compagni" anarchici. I disaccordi, un tempo insanabili, avevano ora una soluzione. Alcuni punti essenziali furono rivisti. Per esempio: la temuta dittatura del proletariato non era altro che la democrazia operaia praticata dai sindacati, organismi adeguati che rendevano superflui i soviet.

 

Miquel Amoros


ANDRÉS NIN EN LA REVOLUCIÓN ESPAÑOLA



     Andrés Nin fue el intelectual leninista más importante del periodo republicano y encabezaba el Partido Obrero de Unificación Marxista cuando los servicios secretos soviéticos lo asesinaron cumpliendo órdenes del “líder supremo”. Su escandalosa desaparición tuvo gran trascendencia allende las fronteras españolas, sobre todo en el ámbito de la izquierda europea, que comenzó a tomar seriamente en cuenta los métodos criminales del estalinismo. La causa de la República resultó perjudicada. Podríamos decir que el homicidio de Nin fue para la República la losa que fue el asesinato de García Lorca para el bando franquista. En el lado republicano su muerte significó un punto de inflexión en la influencia del Partido Comunista; puesto en fuera de juego el enemigo común -el proletariado anarquista- sus aliados de la víspera -republicanos, socialistas de la derecha y nacionalistas vascos y catalanes- comenzaron a tomar distancias y poner trabas a su progresión. Si el ascendiente comunista aumentaba, la suerte de Nin podía ser la de cualquiera que señalaran las marionetas de Stalin. De hecho, lo que pasó a Nin se convirtió en el trasfondo no declarado de todo movimiento político durante lo que quedó de guerra.

     El momento decisivo en la vida y la trayectoria política de Andrés Nin fue su encuentro con la Revolución Rusa, que lo dejó subyugado. Había ido a Rusia como delegado de la CNT cuando fue seducido de pronto por los bolcheviques a pesar de la persecución de cualquier organización ajena al partido de Lenin y a pesar del terror y el hambre que se enseñoreaban del país. La sangrienta represión de los marinos de Kronstadt y del movimiento makhnovista tampoco le conmovieron. Permaneció en Rusia como alto funcionario de la Komintern y de la Internacional Sindical Roja, pero al implicarse en las luchas internas de partido al lado de Trotsky cayó en desgracia, acabando excluido del partido comunista y expulsado de la URSS. Volvió a España cuando terminaba la dictadura de Primo de Rivera, dispuesto a organizar con unos pocos colegas el auténtico partido marxista de la clase obrera mediante la creación de una Oposición de Izquierda, o sea, dentro de la ortodoxia trotsquista. Al final, logró fundar un partido minúsculo, la Izquierda Comunista de España, sin el menor peso en los acontecimientos coetáneos, pero con una fuerte actividad teórica, fiel al “método marxista de análisis de las situaciones objetivas”.

     Nin afirmaba rotundamente que en España nunca había habido una revolución burguesa. La proclamación de la República no lo fue. Las contradicciones de la burguesía -y eso también lo decían los anarquistas- no tenían solución en el marco del capitalismo, por lo que la misión de los verdaderos comunistas, una vez disipadas las ilusiones democráticas, consistiría en empujar a los trabajadores a realizar la revolución que la burguesía era incapaz de hacer. Ningún otro partido ni ninguna central obrera  podría llevar a buen puerto la tarea. El Partido Comunista oficial era un peón de Moscú sin visión política propia. La CNT era una pandilla de reformistas y aventureros. Sin “un partido comunista potente, cerebro y guía de la revolución”, sin soviets ni juntas revolucionarias en vez de sindicatos la victoria de las masas explotadas no sería posible. Hacía falta una unidad de acción que podría efectuarse a través de comités de fábrica elegidos por los trabajadores, sindicados o no. El comité sería el embrión del soviet. Todavía, después de dos insurrecciones anarquistas, consideraba que el problema de la lucha por el socialismo era, aparte del partido dirigente, la organización de masas, es decir, el soviet. Ciertamente, Nin aplicaba rigurosamente el modelo bolchevique. Como buen trotsquista consideraba un deber defender a la Unión Soviética en tanto que estado obrero socialista, aunque degenerado por la burocracia, y no lo que era en realidad, la plena expresión de un capitalismo burocrático de estado.

     A pesar del corsé ideológico, el instinto revolucionario de Nin le ayudaba a captar la realidad con algo de acierto. Intuyó antes que nadie la evolución de la mayor parte de la burguesía hacia el fascismo. Lo que le llevó a pedir un frente único de todas las organizaciones proletarias y a entrar en las Alianzas Obreras que se constituyeron en 1934. El fracaso de la revuelta de Octubre vivido de cerca le dio materia para reflexionar. Con fe de carbonero, pensaba que sin un partido revolucionario ninguna revolución era posible, así que lo más urgente era crear uno y no hacer “entrismo” en el partido socialista como recomendaba Trotsky. Entonces, la opción más realista llevaba a la fusión de la pequeña ICE con el Bloque Obrero y Campesino de Joaquín Maurín, un partido de comunistas disidentes y exmiembros del Estat Català de Francesc Macià. El nuevo partido, que contaba con unos pocos miles de afiliados, fue bautizado pomposamente como POUM. La segunda parte de la revolución burguesa, la que debía detener al fascismo condujo el partido hacia el Frente Popular, con lo que la ruptura con Trotsky fue definitivamente rematada. El triunfo en las urnas de las candidaturas frentepopulistas según Nin, no detenía el proceso revolucionario porque la burguesía no conseguiría consolidar su dominio de clase. Más pronto que tarde el proletariado se plantearía la conquista del poder, puesto que las condiciones para ello no tardarían en madurar. En adelante, la lucha no ocurriría entre la democracia y el fascismo, sino entre el el fascismo y el socialismo, es decir, entre la burguesía y el proletariado.

     El contra-levantamiento obrero del 19 de Julio radicalizó los análisis de Nin. Al marchar por las Ramblas de Barcelona armas en mano, codo a codo con los obreros anarcosindicalistas, los rígidos esquemas bolchevistas se tambalearon. El hecho de que Maurín quedara oculto dentro de la zona en poder de los sediciosos lo obligó a ocupar la secretaría del POUM, desde donde reformularía por la izquierda la estrategia del partido.  En el mitin de septiembre en el Gran Price afirmó que ya no era necesaria la revolución democrática puesto que el proletariado la había hecho de golpe, cuestión catalana incluida, por lo que la pequeña burguesía no era indispensable. Contra la tentativa desesperada de la burguesía para salvar su dominio recurriendo al fascismo, no cabía otra que la revolución social. En consecuencia, la guerra y la revolución eran inseparables. El proletariado, que no combatía para defender la república burguesa como decía el PCE, debería luchar por una república socialista. No era de extrañar que en aquellas circunstancias Nin creyera que las organizaciones proletarias con la conciencia más clara de la realidad del momento y con el mayor espíritu revolucionario fueran la CNT y la FAI. Urgía un acuerdo con los “compañeros” anarquistas.  Las discrepancias, antaño irreductibles, ahora tenían solución. Algunos puntos esenciales fueron revisados. Por ejemplo estos: la temida dictadura del proletariado no era más que la democracia obrera tal como la practicaban los sindicatos, organismos adecuados que volvían innecesarios a los soviets.

     Por desgracia, la fuerza insuficiente del POUM para practicar el giro radical ninista obligaba al partido a hacer concesiones si no quería aislarse. Así, pretextando que la revolución socialista también podía impulsarse desde la Generalitat, solicitó la entrada en el Govern, para los poumistas un “gobierno de transición revolucionaria”. Sin embargo, el ascenso del partido estalinista gracias al chantaje de la ayuda militar rusa desencadenó una agresiva campaña difamatoria contra el POUM, tachando a sus miembros de trotsquistas, provocadores y agentes del fascismo. Nin, destituido del cargo de consejero de justicia en diciembre por exigencias comunistas, reaccionó denunciando al reformismo, “la representación de la burguesía dentro de la clase trabajadora” que encarnaba el comunismo oficial, pidiendo asilo para Trotsky y exigiendo “un gobierno obrero y campesino”. A pesar de la coincidencia con la CNT en lo relativo a “la apreciación del carácter del momento revolucionario actual y el papel de la clase trabajadora”, por culpa de las aprensiones antimarxistas de los libertarios -en parte justificadas- y también por la escasa importancia del POUM -un partido minoritario con pretensiones- la relación entre ambas organizaciones no funcionaba. La consigna de “Frente Obrero Revolucionario” o la más explícita de “CNT-POUM” caían en saco roto. Pero el hecho de que las conquistas proletarias del 19 de Julio se fueran perdiendo y la hegemonía de la CNT se fuera quebrando, sacudió  libertarios y abrió nuevas posibilidades de entendimiento. El descontento por la militarización de las milicias, la disolución de los comités y el intento de supresión de las patrullas de control halló su portavoz en el diario vespertino “La Noche”, dirigido por Jaime Balius, antiguo redactor de la Soli y cabeza visible de la Agrupación “Los Amigos de Durruti”. Balius denunciaba los avances de la contrarrevolución y clamaba contra las concesiones y la pasividad de la CNT, algo con lo que Nin no podía estar más de acuerdo y que hizo constar en las páginas del órgano del partido “La Batalla”. En la conferencia de marzo en el Principal Palace Nin llegó a decir que “el anarquismo es una expresión del espíritu revolucionario con el cual coinciden los hombres del POUM” y Balius reprodujo sus palabras en “La Noche”. Andrade, el segundo de Nin, que también “se sentía más próximo a los camaradas anarquistas que a los de los otros partidos”, se mostró de acuerdo con los puntos programáticos del manifiesto que Los Amigos de Durruti pegaron en abril por las calles de Barcelona. En particular, la consigna durrutista de Junta Revolucionaria parecía coincidir con la consigna poumista de Comité de Defensa de la Revolución. El primero de Mayo de 1937 Nin proclamó como objetivo necesario de las masas populares el gobierno obrero y campesino y la revolución social.

     Durante los Sucesos de Mayo, el POUM se puso del lado de los trabajadores insurrectos y Los Amigos de Durruti lo felicitaron por ello en una célebre octavilla que “La Batalla” reprodujo. Las conversaciones entre unos y otros fueron produciéndose, pero la CNT, lejos de ponerse al frente del movimiento hacía todo lo posible por pararlo. No quería alterar el statu quo, sino situarse mejor en él. Al POUM no le quedó más opción que seguirla y dar la orden de retirada a sus militantes. Los Amigos de Durruti eran solamente unos centenares, insuficientes para cambiar la orientación de la jerarquía confederal. El objetivo estratégico principal del POUM era la alianza con los comités dirigentes cenetistas y faistas, y como estos habían desautorizado a Los Amigos de Durruti, de poco podía servir la entente con estos, si además eran contrarios a “tomar el poder” en la Organización y no querían implicarse con partidos. La posición maximalista de Nin -formar un frente común con los anarcosindicalistas e ir a la conquista del poder- tropezó con la dirección atemorizada de la CNT y la FAI, totalmente colaboracionista. Encima, Largo Caballero dimitió, jefe del Gobierno de la República, dimitió entre otras cosas por no aceptar la ilegalización del POUM tal como insistentemente pedían los estalinistas. Su sucesor Negrín no tuvo tantos escrúpulos. La campaña de insultos i calumnias en la prensa nacional e internacional simpatizante o de obediencia moscovita llegó al paroxismo. El delirio denigrador estalinista se igualaba con el furor nazi contra los judíos. Parecía que se estaba en el epílogo del los Procesos de Moscú, y de hecho era eso. Finalmente, el POUM fue declarado fuera de la ley. Primero, se suspendió “La Batalla”, i después, fueron saqueados e incautados sus locales, la emisora y el resto de publicaciones. Los militantes fueron perseguidos y encarcelados; algunos fusilados. La 29 División, que agrupaba a las milicias del partido, fue desmantelada. Una policía especial madrileña vendría para hacerse cargo del Comité Ejecutivo del partido. Nin fue detenido en la sede del comité, apartado y conducido a Madrid, pasando por varias checas. Al final, se lo llevaron a los sótanos de un chalet situado en las afueras de Alcalá de Henares, donde se sabe que agentes de la NKVD lo torturaron para lograr que confesara ser un espía de Franco, al estilo de los procesos arriba mencionados. No lo consiguieron, y simulando de mala manera un rapto, lo introdujeron en un automóvil y lo asesinaron en algún lugar de la carretera de Perales de Tajuña.

     Los verdugos mataron alevosamente a un revolucionario de los más firmes, honestos, talentosos y clarividentes, pero no consiguieron enlodar su figura, bien al contrario, su lección de coraje ante los sicarios fue un ejemplo para todos los verdaderos rebeldes. La gran indignación provocada por su muerte acarreó la condena moral absoluta de los asesinos y sus cómplices. Para Albert Camus, el crimen “constituyó un giro en la tragedia del siglo XX, el siglo de la revolución traicionada.”


Miquel Amoros

Charla del 17 de julio de 2026 en el Ateneu 24 de Juny, Girona.