Ho scritto questa piccola riflessione, una di più, quando il mio grande
amico Raoul Vaneigem stava per lasciarci. Ho condiviso qualche momento della
sua lotta finale, sempre nobile di umanità anche nel dolore e nella sofferenza.
Il ricordo della sua poesia, del suo sorriso e della sua sensibilità senza
concessioni allo spettacolo continueranno ad alimentare la mia coscienza e la
nostra amicizia quanto la sua lucidità canta sempre nei suoi libri e nelle sue
canzoni incisive e commoventi.
Ti abbraccio forte Raoul, portando con te un ultimo brindisi al
proletariato rivoluzionario e alle giovani generazioni. Sarai sempre con me nei
piaceri della vita e nella lotta sociale che abbiamo tanto a lungo condiviso.
Sergio
In quanto partigiani della decrescita, alla fine del ventesimo secolo, abbiamo ancora avuto l’ottimismo ingenuo di
credere che gli esseri umani avrebbero finito per muoversi verso la rivoluzione
sociale necessaria di fronte all’evidenza senza remissione che in un mondo
finito la crescita infinita è impossibile, vuoi inconcepibile.
Il fatto ci sembrava evidente e non siamo stati fottuti di capire che nella
società dello spettacolo trionfante, dove il vero è un momento del falso, il
falso prende facilmente e sovente il posto del vero negato, falsato e
ridicolizzato senza che nessuno (o quasi) se ne offuschi: né i servitori
volontari né i dominanti, mentre tutti gli altri sono educati da scimmie
addomesticate a non vedere, non sentire, non parlare, se non per ripetere la
lezione impartita dai mass media dell’incultura dominante.
In effetti una tale credenza mistica nel dio del progresso produttivista,
dogma tanto diffuso che stupido, è stata e purtroppo resta una paranoia
operante. Una tale menzogna coltivata permette agli scettici e cinici pro
capitalisti[1] al
potere di continuare fino in fondo il cammino verso lo choc di civiltà che
s’avvicina ineluttabile, totalmente diverso da quello profetizzato dalle
elucubrazioni deliranti dell’isteria fascista ossessionata dall’immigrazione.
Abbiamo fatto della civiltà produttivista, sostenuta nella sua modernità
capitalista dai suoi partigiani suprematisti, di stampo fascista e tecno
dipendenti, un radeau de la Méduse messo di fronte a limiti strutturali
che rendono questa civiltà effimera, priva di futuro.
Ne consegue concretamente che il petrolio – alla radice e al cuore del tecno produttivismo, il cui
dominio dipende in buona parte da questo liquido infetto, anch’esso limitato in questo mondo
finito – è destinato a mancare assai presto, anche se non si sa esattamente
quando. Comunque presto, sulla scala del tempo storico. Nessun dubbio in
proposito!
L’oro nero copre il trenta per cento dell’energia utilizzata nel mondo
industriale dove, comunque, niente funziona senza petrolio. Anche l’estrazione
delle altre energie necessarie alla produzione di beni e di utensili dipende
dall’utilizzazione del petrolio.
Anche la plastica è un prodotto del petrolio da cui deriva prima di
avvolgere la merce come un preservativo indispensabile, proteggendo ed
eccitando la triste passione consumistica. Una volta terminata l’eiaculazione
precoce del consumo, la plastica viaggia verso i depositi di spazzatura ma
anche copiosamente verso i fiumi e il mare, fino a formare delle isole
artificiali che soffocano gli oceani e invadono l’acqua potabile e il cibo,
inquinando i corpi dei viventi di ogni specie. Un incubo in mezzo ad altri: il
cibo avvelenato dal business, l’aria irrespirabile e cancerogena a causa
dell’industrializzazione!
Il crollo in arrivo moltiplica i segni della sua avanzata stolidamente
vittoriosa. Se ne parla ormai – come fare altrimenti di fronte all’evidenza? – per meglio banalizzarlo il più
possibile, evitando di confrontarcisi, prostrati di fronte a una sorta di
punizione divina meritata per non aver saputo amare la merce con sufficiente
devozione.
Fin dall’invenzione delle religioni, il
senso di colpa giustifica lo schiavismo e la sottomissione che hanno
contribuito a un’evoluzione costante del suprematismo verso società autoritarie
e patriarcali.
Ci sono già
diverse società in cui il crollo è in corso, ma esso sarà globale e
probabilmente irreversibile quando riguarderà – strutturalmente e non solo
marginalmente come è avvenuto fino a ieri – le società più moderne, più ricche
economicamente e imperialiste. Solo allora diventerà visibile senza
tentennamenti la pericolosità della civiltà capitalista. Dominanti e dominati,
all’interno e aldilà delle classi sociali, il problema e la lotta che la
situazione veicola riguardano chiaramente l’umanità intera e la sua coscienza
di specie in fieri.
Per tardiva che
sia, una tale situazione provocherà una rivolta globale o la fine della specie
umana in seguito alla scomparsa di quelle che l’avranno preceduta nel crollo –
dinamica già in corso per un buon numero di esseri e forme del vivente.
Quel che
caratterizza già ora questo processo planetario è di essere stato provocato da
un’intelligenza artificiale economista e non dalla natura umana e dalla sua
intelligenza sensibile. La civiltà capitalista non è che un modo di produzione
inventato e imposto da un’umanità patriarcale golosa di economia politica, un
meccanismo artificiale che spinge ormai la vita verso la sparizione e la natura
a innescare un’evoluzione senza sentimento né pietà.
I produttori
vampireschi del valore economico stanno consegnando tutto il vivente alla
follia cieca di un’intelligenza artificiale che funziona come una macchina
sprovvista d’intelligenza sensibile, un meccanismo di cui l’IA è l’ultimo
gadget, sintomatico dell’alienazione trionfante.
IA: intelligenza
artificiale o idiozia artificiale?
Il crollo si
manifesta già a livello planetario attraverso un deregolamento climatico che,
insieme ad altri guasti, provoca incendi, penurie d’acqua e di cibo, aumento
dei prezzi e altre nocività varie, manipolate da oligarchi pestiferi e
pestiferanti.
Le condizioni sono
riunite per una crisi strutturale maggiore e diffusa che il capitalismo non
potrà sostenere né risolvere. Le popolazioni si accorgeranno di non poter bere
né mangiare i loro telefonini, i loro computer, le loro televisioni quando il
loro frigo sarà vuoto e spento per mancanza di elettricità. E tanti saluti al
nucleare, portatore dell’obsolescenza dell’umano in pace e in guerra!
Nessun bisogno di
militanti rivoluzionari per invitare alla rivolta. La coscienza di specie ci
spingerà, lo spero, all’aiuto reciproco e alla solidarietà tra uguali,
eliminando ogni focolaio di violenza, denunciandolo come controrivoluzionario e
suprematista.
L’acrazia è la
chiave di volta della rivoluzione a venire. Ci proteggerà collettivamente da
ogni violenza e dal capitalismo che la produce e la gestisce. La rivoluzione
sarà pacifica o non sarà altro che un delirio postfascista ormai innescato.
L’autogestione generalizzata della vita quotidiana cancellerà secoli di
sfruttamento e di miseria in nome di un’umanità ritrovata nella fraternità
contro l’odio; altrimenti sarà la fine dell’umanità in quanto tale.
E qui mi fermo,
dopo questo omaggio per me insolito all’ottimismo; io portatore di un
pessimismo al servizio del principio di precauzione. Al punto in cui siamo,
peró, più di precauzione possibile. Tanto vale scommettere sulla felicità. A
volte funziona, e la Comune a venire sarà forse vincente.
Quando non c’è più
niente da perdere, tanto vale mettere il cursore al massimo e andare fino in
fondo, scommettendo sul meglio che accompagna da sempre il nostro destino da
affinare. Senza certezze ne rimpianti.
Queste parole di
conclusione, preoccupate e spontanee, sono anche il mio omaggio sincero e
affettuoso a quel grand’uomo e amico, Raoul Vaneigem, che mi ha tanto insegnato
e nutrito le mie idee. La sua radicalità acratica resta più attuale che mai nel
momento attuale, con la sua poesia e il suo pensiero profondo.
I giorni brutti
finiranno, come diceva uno, l’altro e l’altro ancora…auspicio che Raoul ha
senz’altro espresso più e meglio di tutti.
Sergio
Ghirardi Sauvageon, 29 luglio 2026
[1]Le parole prigioniere: che i Cinici e gli Scettici dell'antica Grecia e i
loro moderni difensori non mi tengano troppo rancore per aver denunciato
criticamente atteggiamenti odiosi di disprezzo e discredito utilizzando
impropriamente, secondo gli usi moderni, gli aggettivi derivati da queste due
nobili filosofie arcaiche.
J’ai écris cette petite réflexion, une de
plus, alors que mon grand ami Raoul Vaneigem allait nous quitter. J’ai partagé
quelques moments de sa lutte finale, toujours noble d’humanité, même dans la
douleur et la souffrance. Le souvenir de sa poésie, de son sourire et de sa
sensibilité sans concessions au spectacle continueront à nourrir ma conscience
et notre amitié, tandis que sa lucidité chante toujours dans ses livres et dans
ses chansons à la fois percutantes et émouvantes.
Je t’embrasse fort Raoul, en portant avec toi
un dernier toast au prolétariat
révolutionnaire et aux jeunes générations. Tu seras toujours avec moi
dans les plaisirs de la vie et dans la lutte sociale que nous avons longtemps
partagée, chacun à sa manière.
Sergio G.S.
En tant
que décroissants de la fin du vingtième siècle, on a eu encore l’optimisme naïf
de croire que les humains allaient finir par bouger vers la révolution sociale
nécessaire face au constat sans rémission que dans un monde fini la croissance
infinie est impossible, voire inconcevable.
Cela
nous semblait évident et on a pas été foutus de comprendre que, dans la société
du spectacle triomphant, où le vrai est un moment du faux, le faux tient
aisément et souvent la place du vrai nié, faussé et bafoué sans que personne
(ou presque) ne s’en offusque : ni les serviteurs volontaires ni les
dominants, alors que tous les autres sont éduqués en singes domestiqués à ne
pas voir, ne pas entendre, ne pas parler, sinon pour répéter la leçon impartie
par les médias de l’inculture dominante.
En fait
une telle croyance mystique dans le dieu du progrès productiviste, dogme aussi
diffus que débile, a été et hélas est toujours une paranoïa agissante. Ce
mensonge entretenu permet aux sceptiques et cyniques[1] pro capitalistes au pouvoir
de continuer jusqu’au bout le chemin vers le choc civilisationnel qui
s’approche inéluctable, complètement différent de celui prophétisé par les
élucubrations délirantes de l’hystérie fasciste, obsédée par l’immigration.
On a
fait de la civilisation productiviste, soutenue dans sa modernité capitaliste
par ses partisans suprématistes, fascisants et techno dépendants, un radeau de
la Méduse confronté à des limites structurelles qui rendent cette civilisation
éphémère, sans futur.
Il
s’ensuit concrètement que le pétrole – à la racine et
au cœur du techno productivisme dont la domination dépend en bonne partie de ce
liquide infect, lui aussi limité dans ce monde fini – est
destiné à manquer assez vite, même si on ne sait pas exactement quand. De toute
façon bientôt, sur l’échelle du temps historique. Pas de doute à ce
propos .
L’or noir couvre les trente pour cent de l’énergie utilisée
dans le monde industriel où, de toute façon, rien ne fonctionne sans pétrole.
Même l’extraction des autres énergies nécessaires à la production de biens et
d’outils dépend de l’utilisation de pétrole.
Le plastique aussi est un produit du pétrole dont il dérive
avant d’emballer la marchandise comme un préservatif indispensable, protégeant
et excitant la triste passion consumériste. Une fois l’éjaculation précoce de
la consommation terminée, le plastique voyage vers les décharges mais aussi
copieusement vers les fleuves et la mer, jusqu’à former des îles artificielles
qui étouffent les océans et envahissent l’eau potable et la nourriture,
polluant les corps des vivants de toutes les espèces. C’est un cauchemar parmi
d’autres : la nourriture empoisonnée par le business, l’air irrespirable
et cancérigène du fait de l’industrialisation !
L’effondrement
qui vient multiplie les signes de son avancée bêtement victorieuse. On en parle
désormais – comment
faire autrement face à l’évidence ? – pour mieux le
banaliser le plus possible, en ne s’y confrontant pas, prostrés face à une
sorte de punition divine méritée pour ne pas avoir su aimer la marchandise avec
assez de dévotion.
Depuis
l’invention des religions, la culpabilité justifie l’esclavage et la soumission
qui ont contribué à une évolution constante du suprématisme vers des sociétés
autoritaires et patriarcales.
Il y a
déjà pas mal de sociétés en voie d’effondrement, mais celui-ci sera global et
probablement irréversible quand il concernera –structurellement
et pas seulement marginalement comme ce fut jusqu’à hier – les
sociétés plus modernes, plus riches économiquement et impérialistes. Uniquement
alors deviendra visible sans atermoiements la dangerosité de la civilisation
capitaliste. Dominants et dominés, dans et au-delà des classes sociales, le
problème et la lutte que la situation véhicule concernent clairement toute
humanité et sa conscience d’espèce in fieri.
Pour
tardive qu’elle soit, une telle situation provoquera une révolte globale ou la
fin de l’espèce humaine à la suite de la disparition de celles qui l’auront
précédée dans l’effondrement – dynamique déjà en marche pour
bon nombre d’êtres et des formes du vivant.
Ce qui
caractérise dès maintenant ce processus planétaire est d’avoir été provoqué par
une intelligence artificielle économiste et non pas par la nature humaine et
son intelligence sensible. La civilisation capitaliste n’est qu’un mode de
production inventé et imposé par une humanité patriarcale gourmande d’économie
politique ; c’est un mécanisme artificiel qui pousse désormais la vie à
disparaître et la nature à enclencher une évolution sans sentiment ni pitié.
Les
producteurs vampiriques de la valeur économique sont en train de consigner tout
le vivant à la folie aveugle d’une intelligence artificielle qui fonctionne
comme une machine dépourvue d’intelligence sensible. C’est un mécanisme dont
l’IA est le dernier gadget, symptomatique de l’aliénation triomphante.
IA :
intelligence artificielle ou idiotie artificielle ?
L’effondrement
se manifeste déjà au niveau planétaire par un dérèglement climatique qui, parmi
d’autres dégâts, provoque incendies, pénuries d’eau et de nourriture,
augmentation des prix et autres
nuisances variées, manipulées par des oligarques pestiférés et pestiférants.
Les
conditions sont réunies pour une crise structurelle majeure et diffuse que le
capitalisme ne pourra pas soutenir ni enrayer. Les populations s’apercevront
qu’elles ne peuvent ni boire ni manger leurs portables, leurs ordinateurs,
leurs télévisions quand leur frigo sera vide et éteint par manque
d’électricité. Et bye bye le nucléaire, porteur de l’obsolescence de
l’humain en paix comme en guerre !
Pas
besoin de militants révolutionnaires pour inviter à la révolte. La conscience
d’espèce nous poussera, je l’espère, à l’entraide et à la solidarité entre
égaux, en éliminant tout foyer de violence, en le dénonçant comme
contre-révolutionnaire et suprématiste.
L’acratie
est la clé de voûte de la révolution à venir. Elle nous protégera
collectivement de toute violence et du capitalisme qui la produit et la gère.
La révolution sera pacifique ou elle ne sera pas, sinon un délire post fasciste
désormais déclenché. L’autogestion généralisée de la vie quotidienne effacera
des siècles d’exploitation et de misère au nom d’une humanité retrouvée dans la
fraternité contre la haine ; sinon, ce sera la fin de l’humanité en tant
que telle.
Et ici
je m’arrête, après cet hommage pour moi insolite à l’optimisme ; moi
porteur d’un pessimisme au service du principe de précaution. Au point où nous
sommes, toutefois, plus de précautions possibles. Autant parier sur le bonheur.
Parfois ça marche et la Commune à venir sera peut-être gagnante.
Quand il
n’y a plus rien à perdre, autant mettre la barre très haut et aller jusqu’au
bout, pariant sur le meilleur qui accompagne depuis toujours notre destinée à
parfaire. Sans certitudes ni regrets.
Ces mots
de conclusion, préoccupés et spontanés, se veulent aussi mon ultime hommage
sincère et affectueux à ce grand homme et ami, Raoul Vaneigem, qui m’a tant
appris et a nourri mes idées.
Sa
radicalité acratique reste plus actuelle que jamais dans le moment actuel, avec
sa poésie et sa pensée profonde.
Les
mauvais jours finiront, comme disait l’un, l’autre et l’autre encore… vœux que
Raoul a certainement exprimé plus et mieux que quiconque.
Sergio Ghirardi
Sauvageon, le 29 juillet 2026
[1] Les
mots captifs : que les Cyniques et les Sceptiques de la Grèce ancienne et
leurs souteneurs modernes ne m’en veuillent pas trop de dénoncer critiquement
des attitudes odieuses de mépris et déconsidération en utilisant improprement,
selon les habitudes modernes, les
adjectifs dérivés de ces deux nobles philosophies archaïques.