giovedì 23 luglio 2026

In Ricordo di Albert Romero - di Maurizio Pincetti

 


In Ricordo di Albert

19-07-2026

 

Non ricordo chi mi avesse portato lì, in corso di Porta Ticinese, all’inizio, sulla destra lasciandosi alle spalle le Colonne. Una casa di ringhiera, piena di luce, un cortile con un albero imponente, sul quale un merlo, alle cinque del pomeriggio, quando rientrava dal lavoro chi l’aveva istruito, intonava l’Internazionale. Ultimo piano, abbaini si chiamavano prima di dirli attici per speculare sul prezzo, dall’ultimo gradino a sinistra, pensavo che fosse la prima porta perché sapevo che era spagnolo e lì sulla porta c’era scritto Garcia. No, era la seconda porta, in fondo al ballatoio, quella con scritto Moretto, la sua fidanzata Tiziana, italica come il pittore che si faceva chiamare Garcia, l’esotismo ha sempre favorito le vendite. Un paio di locali, uno nell’altro, due persone dolcissime. Un tavolo liscio ricoperto di lavori in corso, matite, pennarelli, righe, bulini, china con tutte le punte che c’erano. Grandi fogli Fabriano F4, lisci che un grafico sul ruvido non è nel giusto. Poche parole, facili sorrisi a chi gli conveniva, convenienza dettata solo dal suo sentirsi a proprio agio. Un gatto che girava per casa con la calma e l’accoglienza di chi si sente al sicuro.

In Italia da pochi anni, esule sfuggito alla coscrizione dell’esercito franchista, passibile di arresto e detenzione laggiù. Era arrivato referenziato con appoggio indicato presso l’ultra cinquantenne Sottsass e il non ancora quarantenne Eco. Aveva avuto il tempo per maturare una buona considerazione per entrambi, nello studio del primo ci aveva pure lavorato, prima di liberarsi, di fare da sé, nella pelle randagia che faceva per lui. Avevamo cominciato a frequentare Diabolik e appena l’abbiamo presentato le Giussani l’hanno subito ancorato, per il periodo utile a entrambi. Quello che ci univa, dal primo giorno, non erano i lavori fatti per sbarcare il lunario, che potevamo trovarne uno via l’altro, per quel che offriva il mercato di allora e per l’abitudine nostra invalsa alla precarietà. Quel che ci saldava era la facilità di stare insieme e la propensione agli stessi valori, alle stesse ambizioni sociali, alla stessa fame di diritti e di uguaglianza fuori dagli schemi, in piena libertà. Erano tanti e diversi a ruotare intorno a quella casa ma il via vai era continuo, perché ognuno si sentiva a casa. Tito, Steve, Claudio, Roby, Bruno e tanti tanti altri.  In generale tutti più euforici, più scatenati, più esibizionisti, come di vent’anni o poco più. Lui no, misurato anche se molto tollerante di qualunque espressione conclamata, per la quale gli scappava un sorriso, che non era mai di compatimento ma di compassione vera. Gli eccessi erano il brodo per la sua moderazione e non ci si sottraeva.

Erano giornate intense, in cui sembrava di poter toccare concretamente quel che s’era solo sognato. Il percorso di un giovane appassionato è lastricato di miraggi e nei miraggi finché non ci sei addosso ci credi perché per definizione ti sembran veri. In molti facevamo cose, sia per sopravvivere che per vivere, che non si riconoscevano nelle regole ma con la soddisfazione di eluderle. Di quel modello sociale nulla ci corrispondeva e tanto meno le sue regole. Tanti livelli diversi di rischio, tanti livelli di esibizione del dissenso, tanti quante erano le personalità dei praticanti. Lui non era un esibizionista, tutt’altro, ma non indietreggiava mai. Le sue capacità professionali al servizio dell’irregolarità di tutti, senza lamentarsi, senza chiedere lire o perché. Sapeva di lavorare per un obiettivo condiviso, per gli ultimi sprazzi di convincimenti che avevano iniziato e avrebbero finito per sgretolarsi in un riflusso sociale inarrestabile. Così era sempre pronto a mettere a disposizione le sue qualità per una causa condivisa.

Nel ’73, l’11 di settembre era stata una debacle per tutti, come se in Cile ci fossimo noi perché il potere e la forza dell’inganno erano stati riaffermati dagli yankee che vigilavano e tramavano tanto là che qua. Ma sempre in quell’anno abbiamo saputo accontentarci di una soddisfazione simbolica, facendoci ritornare il sorriso quando Carrero Blanco era finalmente esploso verso l’alto, molto in alto. Si sentiva l’odore dello sgretolamento del regime e per un esule che non era mai ritornato al suo Paese era una sensazione eccellente, preludeva a tante possibilità. Ma quando i regimi scricchiolano di solito avvengono le cose peggiori, nell’ultimo tentativo macabro quanto cruento di riagguantare stabilità. Sono passati poco più di tre mesi perché ci togliesse speranze e sorriso un Franco vendicativo che faceva stringere l’ultima garrota intorno al collo di Puig Antich, anarchico come noi, catalano come Albert.  Alla morte del Dittatore ci son voluti tre anni per arrivare alla Costituzione ma la Catalogna è stata in grado di riaverlo senza fargli pagare la sua renitenza alla leva. Da allora si sono diradati i nostri incontri, ma senza mai perderci di vista. Non viaggiava più, dopo il periodo africano, ma ho avuto tante occasioni per venirlo a trovare e scambiarci idee, opinioni, sguardi affettuosi. Abbiamo riso insieme sulle ramblas, quando l’edizione della sera riportava “Arrestato a Barceloneta il capo delle brigate rosa”. Lo conoscevamo, era stato un compagno di viaggio, che in piena decadenza cercava di esibire piglio eversivo, circondandosi di giovani ragazze.

Ha continuato ad accompagnare le sue competenze di grafico con un interesse intenso e passionale per tutti i momenti, episodici ma significativi, in cui l’umanità aveva prevalso riaffermando giustizia, eguaglianza e libertà in qualche angolo del mondo, tanto più gradito tanto era più prossimo. Non si trattava solo di un esercizio intellettuale ma di una ricerca utile ad affinare i sensori per catturare bagliori di riattivazione sociale, di comunicazione umana. L’impronta degli sviluppi successivi non ci è stata favorevole, benché nessuno abbia voluto scordare che sotto il selciato può esserci la spiaggia.

Nell’ultimo incontro nella casa di Barcelona, undici anni fa, c’era anche mia figlia dodicenne Maya e la sua compagna Mina e si era creato un ambiente molto disteso che aveva fatto sentire a suo agio la ragazzina, catturata dalla simpatia della padrona di casa. Si trattava di benevolenza e stima reciproca, l’unico segreto per una buona coesistenza. 

L’ultima volta che ci siamo visti di persona, non nelle videochiamate che per noi erano abituali, è stato nel giugno di due anni fa, a Reus, accolti col suo fare ospitale, Claudio ed io abbiamo trovato un uomo colto, carico di ricordi vividi di vita e di letture, di musica, di arti in generale, sempre discreto e ben disposto, come cinquant’anni prima. Un’immagine che qualunque persona di buon senso ambirebbe che gli potesse essere riconosciuta nell’autunno della propria vita.

Lo ringrazio per avermi falsificato patenti di guida e carte d’identità, quando era stato utile farlo, lo ringrazio per avermi stimolato a scrivere di quegli anni condivisi e a pubblicare presentato dalla copertina scaturita dalla sua creatività. Poi per avermi letto e dato spunti critici quando la mia modalità espressiva era passata alla forma romanzesca. Non ci sentivamo da qualche mese, ma era normale così anche perché lui odiava i telefoni cellulari e io le piattaforme social, perciò non era semplice raggiungerci. L’avevo visto in qualche difficoltà respiratoria l’ultima volta, ma non mi aspettavo una svolta così repentina, dettata da un male che aveva ignorato fino a pochi giorni prima di lasciarci. Con la totale coscienza della propria dipartita, ha predisposto l’organizzazione del congedo, aiutato dalla sua amica Mina, sempre presente quando era il caso, e da Jordi, suo fratello, col quale ha condiviso attività, abitazione e tutta la vita tranne il periodo italiano. Immagino fosse presente anche suo nipote, di cui mi ha sempre parlato con trasporto e ammirazione.

Mancherà a tutti noi nel breve periodo in cui gli sopravviveremo ma lui avrebbe voluto che ce ne facessimo una ragione, perché tutte le storie, anche le più belle, giungono a conclusione.

 

MAURIZIO









En memoria de Albert.

19-07-2026


No recuerdo quién me había llevado allí, en el curso de Porta Ticinese, al principio, a la derecha, dejando atrás las Columnas. Una casa de barandilla, llena de luz, un patio con un árbol imponente, sobre el cual un merlán, a las cinco de la tarde, cuando regresaba del trabajo quien le había enseñado, entonaba la Internacional. En el último piso, los abbainos se llamaban antes de llamarlos áticos para especular sobre el precio, desde el último escalón a la izquierda, pensé que era la primera puerta porque sabía que era español y allí en la puerta estaba escrito García. No, era la segunda puerta, al fondo del baile, aquella con la inscripción Moretto, su novia Tiziana, itálica como el pintor que se hacía llamar García, el exotismo siempre ha favorecido las ventas. Un par de locales, uno en el otro, dos personas muy dulces. Una mesa lisa cubierta de trabajos en curso, lápices, rotuladores, rayas, bujías, china con todas las puntas que había. Grandes hojas de Fabriano F4, lisa que un gráfico en el rugoso no está bien. Pocas palabras, sonrisas fáciles a quien le convenía, conveniencia dictada solo por su propia comodidad. Un gato que se paseaba por la casa con la calma y la acogida de quien se siente seguro. En Italia, desde hace pocos años, exiliado ha escapado del alistamiento del ejército franquista, sujeto a arresto y detención allí. Había llegado referenciado con el apoyo indicado en el ultra cincuentenario Sottsass y el no cuarenta Eco. Había tenido tiempo para madurar una buena consideración por ambos, en el estudio del primero había trabajado también, antes de liberarse, de hacerse a sí mismo, en la piel callejera que hacía por él. Habíamos comenzado a frecuentar Diabolik y tan pronto como lo presentamos, las Giussani inmediatamente lo anclaron, por el período útil para ambos. Lo que nos unía, desde el primer día, no eran los trabajos hechos para desembarcar el lunario, que podíamos encontrar uno lejos del otro, por lo que ofrecía el mercado de entonces y por nuestro hábito de la precariedad. Lo que nos saldaba era la facilidad de estar juntos y la propensión a los mismos valores, a las mismas ambiciones sociales, a la misma hambre de derechos e igualdad fuera de los esquemas, en plena libertad. Eran muchos y diferentes los que giraban alrededor de esa casa, pero la marcha era continua, porque todos se sentían en casa. Tito, Steve, Claudio, Roby, Bruno i molts altres. En general todos más eufóricos, más desquiciados, más exhibicionistas, como de veinte años o poco más. El no, medido aunque muy tolerante de cualquier expresión declarada, por la cual le escapaba una sonrisa, que nunca era de conmiseraciòn sino de verdadera compasión. Los excesos eran el caldo para su moderación y no se les quitaba.

Eran días intensos, en los que parecía poder tocar concretamente lo que sólo se había soñado. El camino de un joven apasionado está pavimentado con espejismos y en los espejismos hasta que estás encima de ellos crees porque por definición te parecen reales. En muchos hacíamos cosas, tanto para sobrevivir como para vivir, que no se reconocían en las reglas pero con la satisfacción de eludirlas. De ese modelo social nada nos correspondía y mucho menos sus reglas. Tantos niveles diferentes de riesgo, tantos niveles de exhibición del disenso, tantos como las personalidades de los practicantes. Él no era un exhibicionista, al contrario, pero nunca retrocedía. Sus capacidades profesionales al servicio de la irregularidad de todos, sin quejarse, sin pedir limosna o por qué. Sabía que estaba trabajando por un objetivo compartido, por los últimos estallidos de convencimiento que habían comenzado y terminarían desplomándose en un retroceso social imparable. Por lo tanto, siempre estaba dispuesto a ofrecer sus cualidades para una causa compartida.

En el '73, el 11 de septiembre había sido una debacle para todos, como si estuviéramos nosotros en Chile porque el poder y la fuerza del engaño habían sido reafirmados por los yanquis que vigilaban y tramaban tanto allí como aquí. Pero siempre en ese año hemos sabido contentarnos con una satisfacción simbólica, haciendo que nos sonriéramos de nuevo cuando Carrero Blanco finalmente había explotado hacia arriba, muy alto. Se olía el desmoronamiento del régimen y para un exiliado que nunca había regresado a su país era una sensación excelente, preludia a tantas posibilidades. Pero cuando los regímenes se torcen, suelen ocurrir las peores cosas, en el último intento, macabro y sangriento, de recuperar la estabilidad. Han pasado poco más de tres meses para que nos quitara esperanzas y sonriera un Franco vengativo que hacía apretar la última garrota alrededor del cuello de Puig Antich, anarquista como nosotros, catalán como Albert. A la muerte del Dictador nos llevó tres años llegar a la Constitución, pero Cataluña ha sido capaz de recuperarlo sin hacerle pagar su negativa al alistamiento. Desde entonces, nuestros encuentros se han esfumado, pero nunca nos hemos perdido de vista. Ya no viajaba, después del período africano, pero tuve muchas ocasiones de venir a visitarlo e intercambiar ideas, opiniones, miradas afectuosas. Nos reímos juntos en las ramblas, cuando la edición de la noche decía "Arrestado en la Barceloneta el jefe de las brigadas rosas". Lo conocíamos, había sido un compañero de viaje, que en plena decadencia trataba de exhibir pié subversivo, rodeándose de jovencitas.

Siguió acompañando sus habilidades de diseño gráfico con un interés intenso y apasionado por todos los momentos, episódicos pero significativos, en los que la humanidad había prevalecido reafirmando justicia, igualdad y libertad en algún rincón del mundo, cuanto más agradable era cuanto más cercano estaba. No se trataba solamente de un ejercicio intelectual sino de una investigación útil para afinar los sensores para captar destellos de reactivación social, de comunicación humana. La huella de los desarrollos sucesivos no nos ha sido favorable, aunque nadie haya querido olvidar que bajo el pavimento puede haber la playa.

En el último encuentro en la casa de Barcelona, hace once años, también estaba mi hija de doce años Maya y su compañera de el, Mina, y se había creado un ambiente muy relajado que había hecho sentir cómoda a la niña, cautivada por la simpatía de la anfitriona. Se trataba de la benevolencia y la estima mutua, el único secreto para una buena coexistencia.

La última vez que nos vimos en persona, no en las videollamadas que para nosotros eran habituales, fue en junio de hace dos años, en Reus, recibido con su hospitalidad, Claudio y yo encontramos un hombre colmado, cargado de recuerdos vivos de vida y de lecturas, de música, de artes en general, siempre discreto y bien dispuesto, como cincuenta años antes. Una imagen que cualquier persona de sentido común desearía que se le reconociera en el otoño de su vida.

Le agradezco por haberme falsificado permisos de conducir y documentos de identidad, cuando había sido útil hacerlo, le doy las gracias por estimularme a escribir sobre aquellos años compartidos y publicar presentado por la portada que surgió de su creatividad. Y  luego  por leerme y darme ideas críticas cuando mi modo de expresión había pasado a la forma novelesca. No nos habíamos hablado desde hacía unos meses, pero era normal también porque él odiaba los teléfonos móviles y yo las plataformas sociales, por lo que no era fácil llegar a nosotros. La última vez le había visto con dificultades respiratorias, pero no me esperaba un giro tan repentino, dictado por un mal que había ignorado hasta unos días antes de dejarnos. Con plena conciencia de su partida, dispuso la organización del permiso, ayudado por su amiga Mina, siempre presente cuando era el caso, y por Jordi, su hermano, con quien compartió actividad, vivienda y toda la vida excepto el periodo italiano. Supongo que también estuvo presente su sobrino, del cual siempre me habló con transporte y admiración.

Nos faltará a todos nosotros en el breve período en que le sobreviviremos, pero él habría querido que nos hiciéramos una razón, porque todas las historias, incluso las más bellas, llegan a su fin.

 

MAURIZIO



En memòria d'Albert

19-07-2026

 

No recordo qui em va portar allà, al Corso di Porta Ticinese, al principi, a la dreta, deixant enrere les Columnes. Una casa de baranes, plena de llum, un pati amb un arbre imponent, sobre el qual una merla, a les cinc de la tarda, quan la persona que l'havia instruït tornava de la feina, cantava la Internacional. A l'últim pis, les lucarnes es deien àtics abans de dir-los que especulessin sobre el preu, des de l'últim pas de l'esquerra, vaig pensar que era la primera porta perquè sabia que era espanyol i allà a la porta deia Garcia. No, era la segona porta, al final de la galeria, la que hi havia escrit Moretto, la seva xicota Tiziana, italiana com el pintor que es deia Garcia, l'exotisme sempre ha afavorit les vendes. Un parell de clubs, un dins l'altre, dues persones molt dolces. Una taula llisa coberta de treball en curs, llapis, retoladors, línies, burins, inclinada amb totes les puntes que hi havia. Grans fulls Fabriano F4, suavitzen que un gràfic aproximat no és correcte. Poques paraules, somriures fàcils per a aquells que l'adaptaven, conveniència dictada només pel seu sentiment a gust. Un gat que vagava per la casa amb calma i acollia els que se senten segurs. A Itàlia durant uns anys, un exiliat que va escapar del reclutament de l'exèrcit franquista, susceptible de ser detingut i detingut allà. Havia arribat a fer referència amb el suport indicat per Sottsass, de més de cinquanta anys, i Eco, encara no de quaranta anys. Havia tingut temps de tenir una bona estima per tots dos, fins i tot hi havia treballat a l'estudi del primer, abans d'alliberar-se, per fer-ho ell mateix, amb la pell perduda que era per a ell. Havíem començat a sortir amb Diabolik i tan bon punt el vam presentar, els Giussani el van ancorar immediatament, per al període que ens seria útil a tots dos. El que ens va unir, des del primer dia, no van ser els treballs fets per arribar a final de mes, que vam poder trobar un a un, donat el que oferia el mercat de l'època i el nostre hàbit de tornar-nos precaris. El que ens va soldar va ser la facilitat d'estar junts i la propensió als mateixos valors, les mateixes ambicions socials, la mateixa fam de drets i igualtat fora de la caixa, en plena llibertat. N'hi havia molts i diferents que giraven al voltant d'aquella casa, però l'arribada i la marxa van ser contínues, perquè tothom se sentia com a casa. Tito, Steve, Claudio, Roby, Bruno i molts altres. En general, tothom era més eufòric, més salvatge, més exhibicionista, com si en els seus vint anys o una mica més, però no ell, mesurava encara que molt tolerant a qualsevol expressió oberta, per la qual se li escapava un somriure, que mai va ser de llàstima però de veritable compassió. Els excessos eren el brou per a la seva moderació i un no defugia.

Eren dies intensos, quan semblava que podíem tocar el que només havíem somiat. El camí d'un jove apassionat està pavimentat de miratges, i en miratges fins que estiguis per tot arreu, els creus perquè per definició et semblen reals. Molts de nosaltres vam fer coses, tant per sobreviure com per viure, que no eren reconegudes en les regles sinó amb la satisfacció d'evadir-les. Res d'aquest model social ens corresponia, i molt menys les seves regles. Tants nivells de risc diferents, tants nivells de mostra de dissidència, com les personalitats dels practicants. No era un exhibicionista, lluny d'això, però mai es va retirar. Les seves habilitats professionals al servei de la irregularitat de tots, sense queixar-se, sense demanar lires ni per què. Sabia que estava treballant cap a un objectiu compartit, cap a les últimes visió de la convicció que havien començat i que finalment s'enfonsaria en un refluig social imparable. Així que sempre estava disposat a posar les seves qualitats disponibles per a una causa compartida. El ’73, l’11 de setembre havia estat una debacle per a tothom, com si estiguéssim a Xile perquè el poder i la força de l'engany havien estat reafirmats pels ianquis que vigilaven i planejaven tant allà com aquí. Però també en aquell any vam poder conformar-nos amb la satisfacció simbòlica, fent-nos somriure de nou quan Carrero Blanco finalment havia explotat cap amunt, molt alt. Es podia olorar el règim en ruines, i per a un exiliat que mai havia tornat al seu país, era una sensació excel · lent, un preludi de tantes possibilitats. Però quan els règims cremen, solen passar les pitjors coses, en l'últim intent macabre però sagnant de recuperar l'estabilitat. Han passat una mica més de tres mesos perquè un Franco venjatiu ens tregui les esperances i el somriure, tenint l’últim garrot al coll del Puig Antich, un anarquista com nosaltres, un català com Albert.  A la mort del dictador, van trigar tres anys a arribar a la Constitució, però Catalunya va poder recuperar-lo sense fer-li pagar el vostre projecte d'evasió. Des de llavors, les nostres reunions s'han tornat menys freqüents, però sense perdre's mai de vista. Ja no viatjava, després del seu període africà, però vaig tenir moltes oportunitats de venir a visitar-lo i intercanviar idees, opinions, mirades afectuoses. Vam riure junts a les rambles, quan l'edició del vespre informava de “El líder de les brigades rosades detingut a Barceloneta”. El coneixíem, havia estat un company de viatge, que en plena decadència va intentar mostrar una actitud subversiva, envoltant-se de noies joves.

Va continuar acompanyant les seves habilitats de disseny gràfic amb un interès intens i apassionat per tots els moments episòdics però significatius en què la humanitat havia prevalgut, reafirmant la justícia, la igualtat i la llibertat en algun racó del món, com més benvingut era. No va ser només un exercici intel·lectual sinó una investigació útil per refinar sensors per capturar flaixos de reactivació social, de comunicació humana. L’impacte de les successives novetats no ens ha estat favorable, tot i que ningú ha volgut oblidar que la platja es pot situar sota el paviment.

En l'última trobada a la casa de Barcelona, fa onze anys, també hi eren la meva filla Maya, de dotze anys, i s'havia creat un ambient molt relaxat que feia que la noia se sentia a gust, captivada per l'encant de la patrona. Es tractava de la benevolència i l'estima mútua, l'únic secret per a una bona convivència. 

L’última vegada que ens vam veure en persona, no en les videotrucades habituals per a nosaltres, va ser el juny de fa dos anys, a Reus, acollit amb la seva actitud hospitalària, Claudio i jo vam trobar un home culte, ple de records vius de vida i lectura, de música, d’arts en general, sempre discreta i ben disposada, com cinquanta anys abans. Una imatge que qualsevol persona sensata esperaria podria ser reconeguda a la tardor de la seva vida.

Li agraeixo que hagi falsificat els meus carnets de conduir i targetes d'identitat, quan va ser útil fer-ho, li agraeixo que m'hagi animat a escriure sobre aquells anys compartits y publicar presentat per la portada nascuda de la seva creativitat. I després per llegir-me i donar-me informació crítica quan el meu mode expressiu s'havia desplaçat al forma novel·lística. Feia uns mesos que no parlàvem, però això també era normal perquè odiava els telèfons mòbils i jo odiava les plataformes de xarxes socials, així que no era fàcil arribar-hi. L'havia vist amb algunes dificultats respiratòries l'última vegada, però no m'esperava un gir tan sobtat, dictat per una malaltia que havia ignorat fins uns dies abans de deixar-nos. Amb plena consciència de la seva mort, va organitzar la seva baixa, ajudat per la seva amiga Mina, que sempre va estar present quan va sorgir el cas, i per Jordi, el seu germà, amb qui va compartir activitats, una llar i tota la seva vida excepte per la seva estada a Itàlia. Imagino que el seu nebot també era present, del qual sempre em parlava amb transport i admiració.

Ens trobarem a faltar en el poc temps que li sobreviurem, però li hauria agradat que ho superéssim, perquè totes les històries, fins i tot les més belles, arriben a una conclusió.

 

MAURIZIO



En mémoire d’Albert

19-07-2026

 

Je ne me souviens pas qui m’y avait conduit, dans le cours de la Porta Ticinese, au début, sur la droite, laissant derrière moi les Colonnes. Une maison de garde-corps, pleine de lumière, une cour avec un arbre imposant, sur lequel un merle, à cinq heures de l’après-midi, quand revenait du travail celui qui l’avait instruit, entonait l’Internationale. Au dernier étage, les abbaini s’appelaient avant de se dire mansardes pour spéculer sur le prix, du dernier échelon à gauche, je pensais que c’était la première porte parce que je savais qu’il était espagnol et là sur la porte il y avait écrit Garcia. Non, c’était la deuxième porte, au fond du bal, celle avec l’inscription Moretto, sa fiancée Tiziana, italique comme le peintre qui se faisait appeler Garcia, l’exotisme a toujours favorisé les ventes. Quelques endroits, l’un dans l’autre, deux personnes très douces. Une table lisse recouverte de travaux en cours, crayons, marqueurs, lignes, bulles, plaid avec toutes les pointes qu’il y avait. Grandes feuilles Fabriano F4, lisses qu’un graphique sur le rugueux n’est pas correct. Quelques mots, sourires faciles à qui lui convenait, commodité dictée seulement par son sentiment de confort. Un chat qui tournait dans la maison avec le calme et l’accueil de celui qui se sent en sécurité.

En Italie depuis quelques années, exilé échappé à la conscription de l’armée franquiste, passible d’arrestation et de détention là-bas. Il était arrivé référencé avec le support indiqué chez l’ultra-cinquantenaire Sottsass et le pas quarante Eco. Il avait eu le temps de mûrir une bonne considération pour les deux, dans l’étude du premier il y avait aussi travaillé, avant de se libérer, de faire soi-même, dans la peau errante qu’il faisait pour lui. Nous avions commencé à fréquenter Diabolik et dès que nous l’avons présenté, les Giussani l’ont immédiatement ancré, pour la période utile à tous deux. Ce qui nous unissait, dès le premier jour, n’étaient pas les travaux faits pour débarquer le lunaire, que nous pouvions trouver l’un sans l’autre, par ce qu’offrait alors le marché et par notre habitude de la précarité. Ce qui nous a donné était la facilité d’être ensemble et la propension aux mêmes valeurs, aux mêmes ambitions sociales, à la même soif de droits et d’égalité hors des sentiers battus, en pleine liberté. Ils étaient nombreux et différents à tourner autour de cette maison, mais le va et vient était continu, parce que chacun se sentait chez lui. Tito, Steve, Claudio, Roby, Bruno et tant d’autres.  En général tous plus euphoriques, plus enragés, plus exhibitionnistes, comme ceux de vingt ans ou un peu plus. Il ne le faisait pas, mesuré bien que très tolérant de toute expression affirmée, pour laquelle lui échappait un sourire qui n’était jamais de pitié mais de vraie compassion. Les excès étaient le bouillon de sa modération et on ne s’en dérobait pas.

Ce furent des journées intenses, où il semblait pouvoir toucher concrètement ce dont on avait seulement rêvé. Le parcours d’un jeune passionné est pavé de mirages et dans les mirages jusqu’à ce que vous soyez sur votre peau, vous y croyez parce qu’ils vous semblent réels par définition. Dans beaucoup, nous faisions des choses, que ce soit pour survivre ou pour vivre, qui ne se reconnaissaient pas dans les règles mais avec la satisfaction de les contourner. Rien dans ce modèle social ne nous correspondait, encore moins ses règles. Tant de niveaux différents de risque, tant de niveaux d’exposition de la dissidence, autant que les personnalités des pratiquants. Il n’était pas un exposant, au contraire, mais il ne reculait jamais.

Ses compétences professionnelles au service de l’irrégularité de tous, sans se plaindre, sans demander ni pourquoi. Il savait qu’il travaillait pour un objectif commun, pour les derniers bouts de conviction qui avaient commencé et qui finiraient par s’effondrer dans un reflux social inexorable. Ainsi, il était toujours prêt à mettre ses qualités au service d’une cause commune.

En 1973, le 11 septembre avait été une débâcle pour tous, comme si nous étions là au Chili parce que la puissance et la force de la tromperie avaient été réaffirmées par les Yankees qui surveillaient et complotaient tant là-bas qu’ici. Mais toujours cette année-là, nous avons su nous contenter d’une satisfaction symbolique, nous faisant retrouver le sourire lorsque Carrero Blanco avait finalement explosé vers le haut, très haut. On sentait l’odeur de la désintégration du régime et pour un exilé qui n’était jamais retourné dans son pays, c’était une sensation excellente, préludait à tant de possibilités. Mais quand les régimes craquent, c’est généralement le pire qui arrive, dans la dernière tentative aussi macabre que sanglante de reprendre la stabilité. Il s’est écoulé un peu plus de trois mois pour qu’on nous enlève espoir et sourire d’un Franco vengeur qui faisait serrer la dernière garrote autour du cou de Puig Antich, anarchiste comme nous tous, catalan comme Albert. À la mort du dictateur, il a fallu trois ans pour parvenir à la constitution, mais la Catalogne a pu le récupérer sans lui faire payer ton refus de lever. Depuis lors, nos rencontres se sont dispersées, mais sans jamais nous perdre de vue. Il ne voyageait plus, après la période africaine, mais j’ai eu tant d’occasions de venir le voir et d’échanger des idées, des opinions, des regards affectueux.

Nous avons ri ensemble sur les Ramblas, quand l’édition du soir rapportait « Arrêté à la Barceloneta le chef des brigades roses. » Nous le connaissions, il avait été un compagnon de voyage qui, en pleine décadence, cherchait à exhiber une silhouette subversive, s’entourant de jeunes filles.

Il a continué à accompagner ses compétences de graphiste avec un intérêt intense et passionné pour tous les moments, épisodiques mais significatifs, où l’humanité avait prévalu en réaffirmant la justice, l’égalité et la liberté dans certains coins du monde, d’autant plus agréable que plus proche. Il ne s’agissait pas seulement d’un exercice intellectuel mais d’une recherche utile pour affiner les capteurs afin de capturer des lueurs de réactivation sociale, de communication humaine. L’empreinte des développements ultérieurs ne nous a pas été favorable, bien que personne n’ait voulu oublier qu’il peut y avoir la plage sous le pavé.

Lors de la dernière rencontre dans la maison de Barcelone, il y a onze ans, il y avait aussi ma fille de douze ans Maya et sa compagne à lui, Mina, et une ambiance très détendue s’était créée qui avait fait se sentir à l’aise la jeune fille, captivée par la sympathie de la maîtresse de maison. Il s’agissait de bienveillance et d’estime réciproque, le seul secret pour une bonne coexistence. 

La dernière fois que nous nous sommes vus en personne, pas lors des appels vidéo qui étaient habituels pour nous, c’était en juin il y a deux ans, à Reus, accueillis avec son hospitalité, Claudio et moi avons trouvé un homme cultivé, chargé de souvenirs vifs de vie et de lectures, de musique, d’arts en général, toujours discret et bien disposé, comme cinquante ans auparavant. Une image que toute personne de bon sens souhaiterait voir reconnue à l’automne de sa vie.

Je le remercie de m’avoir falsifié des permis de conduire et des cartes d’identité, quand cela avait été utile, de m’avoir encouragé à écrire sur ces années partagées et  publier présenté par la couverture née de sa créativité. Puis de m’avoir lu et donné des idées critiques lorsque mon mode d’expression était passé à la forme romanesque. Nous n’avions pas parlé depuis quelques mois, mais c’était normal aussi parce qu’il détestait les téléphones portables et moi les plateformes sociales, donc ce n’était pas facile de nous joindre. J’avais vu qu’il avait quelques difficultés respiratoires la dernière fois, mais je ne m’attendais pas à un revirement aussi brusque, dicté par un mal qu’il avait ignoré jusqu’à quelques jours avant de nous quitter. Avec la pleine conscience de son départ, il a organisé son congé, aidée par son amie Mina, toujours présente quand c’était le cas, et par Jordi, son frère, avec qui il a partagé des activités, un logement et toute sa vie sauf la période italienne. Je suppose que son neveu, dont il m’a toujours parlé avec admiration et émotion, était aussi présent.

Il nous manquera à tous dans la courte période où nous lui survivrons mais il aurait voulu que nous en fassions une raison, car toutes les histoires, même les plus belles, arrivent à leur conclusion.

 

MAURIZIO