sabato 9 ottobre 2021

La transizione necessaria ma per il momento improbabile

 





Siate decisi a smettere di servire ed eccovi liberi. Non vi chiedo di spingerlo, di scuoterlo, ma solo di non sostenerlo e lo vedrete, come un gran colosso a cui sia stata spezzata la base, fondere sotto il suo peso e rompersi”.

Etienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, 1576.


 

La mia azione di modesto contro informatore (lanceur d’alerte, wistleblower che dir si voglia) che riflette una volta ancora pubblicamente senza poter fare molto di più, è in realtà una reazione vitale spontanea e non una pretesa intellettuale, perché la transizione da un mondo che muore a un altro la cui nascita comincia a delinearsi dappertutto come necessaria, s’impone ormai come una conditio sine qua non della sopravvivenza della specie. Non c’è più spazio per le titubanze: il tempo ci è contato e questo momento storico mostra più che mai quanto questa urgenza occupi le intelligenze e le inquietudini degli esseri umani.

A riguardo di questa transizione che continua il suo surplace in maniera criminale, non ho la pretesa di essere esaustivo, semmai di contribuire un minimo a fare il punto per avviare il difficile inizio di un progetto d’emancipazione che si affina e si corregge da secoli senza riuscire. Sarà ora o mai più. Quante volte potremo ancora concederci il lusso di ripetere questo mantra esortativo prima che sia troppo tardi?

Comunque, nessuna avanguardia separata dal movimento storico degli egualitari diseguali che siamo, potrà dirigere questo progetto. Si farà (o no) con tutti i sopravvissuti (dei milioni, forse) che avranno deciso di esplorarlo e praticarlo spinti dalla pedagogia delle catastrofi di cui la natura non mancherà di continuare a impartire le lezioni. Volenti o nolenti, i sopravvissuti formeranno una federazione affinitaria d’innumerevoli piccoli gruppi praticanti diverse azioni locali collegate da una coerente prospettiva planetaria – tutte azioni collegate a quel cambio di rotta che si propone oggi come un’ultima speranza di fronte alla civiltà che muore, ma che è destinato a diventare la sola strategia possibile se e quando il peggio sarà arrivato!

Si sa ormai, al cuore dell’emancipazione desiderata e incompiuta, che una libera autogestione della vita organica è e resterà incompatibile con tutte le gerarchie e con i capi e capetti che le dirigono nell’ottica produttivista dominante. L’abrogazione di questo tipo di organizzazione sociale tipica dello sviluppo esponenziale di una società patriarcale, predatrice e suprematista, è l’atto politico maggiore e prioritario di un rovesciamento di prospettiva sociale altrettanto desiderabile che necessario. Solo il bando della barbarie produttivista, deciso collettivamente dalle assemblee democratiche dirette, potrà ridare una possibilità agli esseri umani eventualmente sopravvissuti alla catastrofe che s’avvicina ineluttabilmente, annunciata dalla crisi climatica, i pesticidi, il nucleare, la tecnologia digitale, le pandemie e la peste emozionale crescente che rende gli umani stupidi, impotenti e ciechi. Dobbiamo porre fine allo sfruttamento e all'inquinamento mortifero del vivente, cause primarie delle disgrazie umane e della disumanità debordante.

La natura del vivente e i vagiti di un “ora basta!” che cerca di trasformarsi in progetto di vita ci invitano, oggi più che mai, a tendere alla costruzione di un mondo nuovo sulle rovine del vecchio che sta crollando. Perché ciò accada, gli umani dovranno evitare di cadere nelle varie trappole che la natura stessa del vecchio mondo tende loro da tempo e continuerà a farlo. Farla finita con la sottomissione, certo, ma anche con i millenarismi e le superstizioni paranoiche che sfogano la rabbia addomesticandola e deviano la rivolta che monta verso esche ideologiche senza pericolo per il sistema dominante. Perché non siamo vittime di un complotto ma del funzionamento plurimillenario di un sistema di sfruttamento e di alienazione che ha sempre utilizzato tutti i mezzi per un unico obiettivo prioritario: un accumulo suprematista di ricchezza di cui l’economia politica è ormai la teologia e il manuale subliminale d’istruzioni per l’uso.

Solo la consapevolezza radicale di tutto ciò renderà possibile una rivoluzione sociale attesa da secoli e finalmente capace, senza odio né procrastinazione, di realizzare quel progetto emancipatore che la coscienza di classe non è riuscita a concretizzare. Per questo una nuova coscienza di specie spinta dalla natura, dalla sua incrollabile determinazione e dalla sua inarrestabile continuità, può insegnarci a combattere contemporaneamente tutte le pesti sanitarie, sociali e psicologiche che attaccano la nostra intelligenza sensibile e i nostri corpi indeboliti.

Indipendentemente dall'esito della loro resistenza, la recente apparizione inaspettata dei Gilet jaunes sulla scacchiera della democrazia parlamentare francese[1] ha dato un nuovo corpo alla vecchia richiesta di capovolgimento della prospettiva sociale, unico vaccino veramente capace di proteggerci dal virus ideologico omicida della civiltà produttivista. Ebbene, nonostante i pericoli reali che comporta e che soprattutto non devono essere rimossi o banalizzati, la pandemia di coronavirus che occupa la scena può oggettivamente contribuire a dare il colpo di grazia a un vecchio mondo già in pessime condizioni. Perché la pandemia ha accelerato e reso ancora più urgente ciò che era già necessario, non rendendo così un buon servizio alle gerarchie dominanti.

"Hanno inventato la pandemia per sottometterci definitivamente", dicono i confusionisti infuriati sui loro cellulari. Assurdità di servitori volontari che pensano di essere rivoluzionari mentre marciano nella trama mostruosa del potere planetario. Molto prima della pandemia, la rivoluzione digitale era già la vera offensiva finale della società produttivista, un'offensiva che il virus ha complicato. Certo, l'armata di mercenari delle multinazionali che manovrano gli Stati e manipolano i cittadini addomesticati e resi schiavi del ricatto economico, ha immediatamente reagito adoperandosi per rendere utile ai fini del dominio ciò che pone problema al sistema. Perché la crisi sanitaria ne complica gravemente il funzionamento, rendendo visibili a occhio nudo l’intrinseca disumanità della società produttivista, le sue contraddizioni stridenti, le sue menzogne e l'opportunismo delle sue intollerabili decisioni.

Se il potere dominante avesse inventato il virus avrebbe commesso un errore madornale. Cerca invece, con tutti i mezzi, di integrarlo nel processo di addomesticamento definitivo degli esseri umani già in corso. Il virus è "naturale" almeno come rivelatore dei misfatti del dominio. Questa semplice osservazione contrasta con la sfrenata paranoia complottista indaffarata a demonizzare il vaccino denunciandolo come mortale senza che le prove “scientifiche” in questo senso siano più convincenti di quelle opposte che pretendono di garantire la sua efficacia senza pericoli. Pur rendendo più ricchi i capitalisti che lo vendono, il vaccino riduce parecchio, nell’immediato, l'impatto del virus. A che prezzo e con quali conseguenze? Non lo sappiamo. Quindi tutti devono essere liberi di vaccinarsi o meno[2]. Basta con le omelie pseudoscientifiche pro o contro! Come non essere altrettanto diffidenti nei confronti di Big Pharma e dello Stato bugiardo che delle paranoie cospiratorie evocanti dubbie sette sataniche di serial killer vaccinali?

Mentre il potere sta solo continuando il suo lavoro globale di distruzione della vita organica della specie umana e dei suoi compagni di viaggio, animali o piante, i deliri si moltiplicano a 360 gradi. L'ideologia del complotto non è che un'espressione del misticismo allucinato che turba l'umanità in una distopia poli dogmatica. Vera pubblicità negativa, il complottismo funziona, del resto, come un ultimo alibi per il dominio e per il cancro produttivista di cui il capitalismo è la fase terminale. Volenti o nolenti, complottisti e anti-complottisti, apparentemente opposti, inscenano un conflitto tanto ingannevole quanto quello preteso tra Stato e Mercato, complici di fatto da sempre del Leviatano produttivista. Entrambe le tendenze corroborano la soluzione finale della civiltà produttivista consistente in una totale artificializzazione della vita, la cui hybris avanza da secoli a ritmo industriale. Una logica binaria condivisa unisce queste due fazioni di zombie che si combattono solo sul piano ideologico, cioè nell'apparenza che falsifica la realtà per renderla incomprensibile, quindi incriticabile.

Da tempo il Leviatano studiava già il metodo migliore per riuscire a integrare dei microchip digitali sotto la pelle dei suoi soggetti umani addomesticati. Questa intima invasione è già sistematicamente imposta ad altre specie animali trattate come inferiori in una pura logica concentrazionaria. Ovviamente l'obiettivo del produttivismo e del suo carattere strutturalmente fascista è il controllo più intimo possibile delle popolazioni. Tuttavia, questo misfatto intollerabile é già molto efficace perché passa ormai per i telefoni cellulari, i computer e altre “diavolerie” digitali di cui, peraltro, ignoriamo anche l'impatto sulla salute fisica.

Poco importa, poiché il transumanesimo ci promette, in prospettiva, tra progresso alienato e utopia reificata, l'opzione ripugnante di una sopravvivenza senza fine (una specie di vita eterna in saldo nel supermercato globale a cui è ridotta la terra). Il cyborg umano sarà presto in grado di cambiare, a suo piacimento, cuore, sesso, polmoni, seno e prostata o qualsiasi altra parte del corpo in panne, grazie alle magie dell'intelligenza artificiale e al continuo progresso della tecnologia.

Così, l'ormai programmato divieto di nascere e vivere come liberi soggetti – cioè mammiferi coscienti in un mondo naturale – sarebbe compensato dal folle vantaggio di poter diventare cose che non muoiono mai! Questo meraviglioso homo digitalis, già ampiamente raffazzonato dal GAFAM, potrebbe durare per sempre o quasi, funzionando solo come una macchina che produce valore economico all'interno della mega-macchina del totalitarismo finanziario cibernetizzato. Orde di moderni seguaci di questo progresso mostruoso si stanno già battendo per essere i primi a godere del privilegio. Tuttavia, i piani di questo progetto di dominio assoluto si scontrano con l'immenso potere della natura e con i resti di una natura umana che non si rassegna a un destino da incubo. La vera domanda che sconcerta gli ultimi eredi dei Neanderthal, dei Sapiens e di altri ominidi vari, è capire se l'umanità sopravvivrà al capitalismo e all’economia politica, ma anche: di quale umanità parliamo?

Erede di secoli di resistenza e di lotte sociali di un proletariato armato della sua coscienza di classe, la teoria radicale prevede, da almeno mezzo secolo, la fine del vecchio mondo, mentre il fantasma di una democrazia illusoria è indaffarato a ritardare la scadenza per mezzo della propaganda (ingannevole come qualsiasi spot pubblicitario) della felicità mercantile. I servitori volontari, del resto, chiedono solo di poterci credere, pur credendoci sempre meno perché in tutte le teste opera la potente percezione che questo mondo non può durare e che solo la crudele mancanza di un progetto alternativo, chiaro e visibile, spinge a fingere di credere nel progresso, anche sull'orlo del baratro.

La domanda sorge spontanea, mentre le risposte restano confuse, se non latenti: cambiare per andare dove, cambiare cosa, quanto, quando e come? Un tale problema planetario non può essere risolto da nessun individuo straordinario, da un ennesimo profeta tirato fuori dal cappello di qualche credenza mitologica. La questione richiede risposte collettive basate su un dibattito reale non distorto da interessi di casta, nutrito dalla conoscenza delle sperimentazioni passate e presenti e dal desiderio di creare le condizioni reali per una società libera, equanime e fraterna. Tale dibattito richiede assemblee egualitarie e la partecipazione di tutti senza gerarchie né poteri. Quella che possiamo chiamare per il momento democrazia diretta – di fatto la sola democrazia reale perché acratica – è il prezioso strumento di un'autogestione generalizzata della vita quotidiana resa possibile da quella coscienza di specie che scaturisce spontaneamente dall'ampiezza della sofferenza sociale e dell’artificializzazione della vita. In quanto superamento di una coscienza di classe sconfitta dal consumismo, essa permetterà, al contempo, di realizzare gli obiettivi emancipatori mancati dall’antico movimento operaio.

Eppure, la liturgia della politica mercenaria, asservita alla finanza e alle multinazionali e assoggettata dal totalitarismo digitale, sta diffondendo più che mai il suo pensiero ingannevole e le sue truffe parlamentari. Discorsi stupidi o deliranti (spesso, allo stesso tempo, entrambe le cose) continuano a imbalsamare il cadavere del produttivismo di fronte alle masse di servi sottomessi che si ignorano e sventolano con orgoglio la loro chimerica cittadinanza. Così l'oscura opera del dominio ha svuotato le parole di progresso e democrazia (ma anche molte altre) di tutto il loro significato, imponendo la novlingua orwelliana di una follia omicida da cui bisogna liberarsi per sfuggire alla crescita mortifera del nichilismo capitalista.

Cerchiamo di essere realisti per potere ancora sognare. I fatti ci mostrano, realisticamente appunto, che non passeremo da un mondo all'altro in modo indolore, senza una tragedia multiforme di dimensione colossale; tuttavia, questo mondo della merce sacralizzata che vampirizza l’umano e fa infuriare la natura non può esistere senza il lavoro vivo dell'uomo, produttore e consumatore allo stesso tempo. Noi siamo la condizione della continuità mortifera, oppure quella del superamento rivitalizzante. Per questo la coscienza di specie che questa realtà sinistra sviluppa come un’ultima difesa della vita organica, può diventare il perno di un rovesciamento di prospettiva.

Solo così si potrà arginare il riscaldamento globale, il ripetersi di pandemie, il numero di tumori dovuti alla civiltà dei pesticidi, dell'energia nucleare e di altre nocività industriali. Basta con la sacralizzazione di un lavoro alienato che impesta il mondo. Molti sono già morti e altri seguiranno, consumati dal consumo o dalla mancanza di tutto il necessario, materiale ed emozionale. Comunque, noi umani lo sappiamo: non usciremo vivi dalla vita, ma possiamo decidere di scegliere fino alla fine l'amore del vivente, e chi vivrà vedrà. Perché, anche in questo presente imbarazzante e fragile, vivere, nonostante tutto, fino in fondo, il complesso godimento di essere al mondo, sprigiona una dose di soddisfazione e voglia di partecipare all'avventura di una scommessa incredibile: la transizione dalla società spettacolare mercantile, ultimo ghetto planetario del produttivismo, a una società novella ridiventata organica in un mondo nuovo finalmente umano.

Sergio Ghirardi Sauvageon



[1] Una scacchiera particolarmente bifronte, repubblicana e monarchica, giacobina e petainista, truccata né più né meno di quella di qualsiasi altro statalismo mercantile, ma corrosiva di una coscienza rivoluzionaria recuperata per secoli dal Leviatano produttivista.

[2] Io ho deciso in piena autonomia, cosciente di non sapere. Rivendico il diritto di ciascuno di fare altrettanto secondo i propri criteri.



La transition nécessaire mais pour le moment improbable

 « Soyez résolus à ne plus servir, et vous voilà libres. Je ne vous demande pas de le pousser, de l’ébranler, mais seulement de ne plus le soutenir, et vous le verrez, tel un grand colosse dont on a brisé la base, fondre sous son poids et se rompre. »

Etienne de La Boétie, Discours de la servitude volontaire, 1576, Mille et une nuits, Paris 1995, page 15.

 

Loin de la foule déchaînée

 

Mon action de modeste lanceur d’alerte qui réfléchit une fois de plus de façon publique sans pouvoir faire beaucoup mieux, est, en fait, une réaction vitale spontanée et non pas une prétention intellectuelle, parce que la transition d’un monde qui meurt à un autre dont la naissance commence à s’esquisser partout comme nécessaire, s’impose désormais comme une conditio sine qua non de la survie de l’espèce. Les atermoiements ne sont plus un choix viable : le temps nous est compté et ce moment historique montre plus que jamais combien cette urgence occupe les esprits et les craintes des humains.

En me penchant sur cette transition qui continue criminellement son surplace, je n’ai pas la prétention d’être exhaustif; plutôt de contribuer un minimum à faire le point afin d’enclencher l’amorce difficile d’un projet d’émancipation qui s’affine et se corrige depuis des siècles sans aboutir. Ce sera maintenant ou jamais. Combien de fois pouvons-nous encore nous permettre le luxe de répéter ce mantra exhortatif avant qu’il ne soit trop tard ?

Toutefois, aucune avant-garde séparée du mouvement historique des égalitaires inégaux que nous sommes, ne pourra diriger ce projet. Il se fera (ou ne se fera pas) avec tous les survivants qui (par millions, peut-être) auront décidé de l’explorer et de le pratiquer, poussés par la pédagogie des catastrophes dont la nature ne manquera pas de continuer à transmettre les leçons. Volens nolens, les survivants formeront une fédération affinitaire d’innombrables petits groupes pratiquant diverses actions locales liées par une cohérente perspective planétaire – toutes actions liées à ce changement de cap qui se propose aujourd’hui comme un dernier espoir face à la civilisation qui meurt, mais qui est destiné à devenir la seule stratégie possible si et quand le pire sera arrivé !

On sait, désormais, au cœur de l’émancipation souhaitée et inachevée, qu’une libre autogestion de la vie organique est et sera incompatible avec toutes hiérarchies et avec les patrons et les petits chefs qui les dirigent dans l’optique productiviste dominante. L’abrogation de ce type d’organisation sociale typique de l’essor exponentiel d’une societé patriarcale, prédatrice et suprématiste, est l’acte politique majeur et prioritaire d’un renversement de perspective sociale aussi souhaitable que nécessaire. Seul le bannissement de la barbarie productiviste, décidé collectivement par des assemblées de démocratie directe, pourra redonner une chance aux humains éventuellement rescapés de la catastrophe qui s’approche inéluctablement, annoncée par la crise climatique, les pesticides, le nucléaire, le numérique, les pandémies et la peste émotionnelle croissante qui rend les humains stupides, impuissants et aveugles. Il faut mettre un terme à l’exploitation et à la pollution mortifère du vivant, causes primaires des malheurs des humains et de l’inhumanité débordante.

La nature du vivant et les vagissements d’un ras le bol qui cherche à se transformer en projet de vie nous invitent, aujourd’hui plus que jamais, à viser la construction d’un monde nouveau sur les ruines du vieux qui s’effondre. Il faudra pour cela que les humains évitent de tomber dans les différents pièges que la nature même du vieux monde lui tend depuis longtemps et va continuer de le faire. En finir avec la soumission, certes, mais aussi avec les millénarismes et les superstitions paranoïaques qui défoulent la rage en l’apprivoisant et détournent la révolte qui gronde contre des leurres idéologiques sans danger pour le système dominant. Car nous ne sommes pas les victimes d’un complot mais du fonctionnement plurimillénaire d’un système d’exploitation et d’aliénation qui utilise depuis toujours tous les moyens pour un seul objectif prioritaire : une accumulation suprematiste de richesse dont l’économie politique est désormais la théologie et le mode d’emploi subliminal.

Seule la conscience radicale de tout cela rendra possible une révolution sociale en attente depuis des siècles et finalement capable, sans haine ni atermoiements, de réaliser ce projet émancipateur que la conscience de classe n’a pas su accomplir. Pour cela une nouvelle conscience d’espèce poussée par la nature, par sa détermination inébranlable et sa continuité inarrêtable, peut nous apprendre à combattre en même temps toutes les pestes sanitaires, sociales et psychologiques qui agressent notre intelligence sensible et nos corps affaiblis.

Indépendamment de l’issue de leur résistance, la récente apparition inattendue des Gilets jaunes sur l’échiquier de la démocratie parlementaire française[1] a donné un corps nouveau à l’exigence ancienne d’un renversement de perspective sociale, seul vaccin véritablement capable de nous protéger du virus idéologique meurtrier de la civilisation productiviste. Or, malgré les dangers réels qu’elle comporte et qu’il ne faut surtout pas refouler ou banaliser, la pandémie de coronavirus qui occupe la scène peut contribuer objectivement à donner le coup de grâce à un vieux monde déjà mal en point. Car elle n’a fait qu’accélérer et rendre plus urgent encore ce qui était déjà nécessaire, sapant ainsi les assises des hiérarchies dominantes.

« Ils ont inventé la pandémie pour nous soumettre définitivement », disent sur leurs téléphones portables les confusionnistes enragés. Balivernes de serviteurs volontaires qui se prennent pour des révolutionnaires, alors qu’ils collaborent à la combine monstrueuse du pouvoir planétaire. Bien avant la pandémie, la révolution numérique était déjà la véritable offensive finale de la société productiviste, offensive que le virus a compliquée. Bien sûr, l’armada de mercenaires des multinationales qui manœuvrent les Etats et manipulent les citoyens domestiqués et soumis à l’esclavage du chantage économique, a immédiatement réagi en œuvrant pour rendre utile aux fins de la domination ce qui pose problème au système. Car la crise sanitaire lui complique sérieusement la tâche, rendant visibles à l’œil nu l’inhumanité foncière de la société productiviste, ses contradictions criantes, ses mensonges et l’opportunisme de ses décisions intolérables.

Si les décideurs avaient inventé le virus ils auraient fait une énorme erreur. Ils cherchent, par contre, par tous les moyens, à l’intégrer dans le processus de domestication définitive de l’humain déjà en cours. Le virus est « naturel » du moins en tant que révélateur des méfaits de la domination. Ce simple constat tranche avec la paranoïa complotiste débridée qui s’affaire à diaboliser le vaccin en le dénonçant comme mortel sans que les preuves « scientifiques » en ce sens ne soient plus convaincantes que celles qui, à l’opposé, prétendent garantir son efficacité sans dangers. Tout en enrichissant les capitalistes qui le vendent, le vaccin réduit considérablement, dans l’immédiat, l’impact du virus. A quel prix et avec quelles conséquences ? On ne le sait pas. Donc, à chacun la liberté de se vacciner ou pas[2]. Les homélies pseudo-scientifiques pour ou contre, ça suffit ! Comment ne pas se méfier autant de Big Pharma et de l’Etat menteur que des paranoïas complotistes évoquant des douteuses sectes sataniques de serial killers vaccinaux ?

Alors que le pouvoir ne fait que continuer son œuvre globale de destruction de la vie organique de l’espèce humaine et de ses compagnons de route, animaux ou végétaux, les délires se multiplient tous azimuts. L’idéologie du complot n’est qu’une expression du mysticisme halluciné qui trouble l’humanité dans une dystopie poly dogmatique. Véritable publicité négative, le complotisme fonctionne, d’ailleurs, comme un dernier alibi pour la domination et pour le cancer productiviste dont le capitalisme est la phase terminale. Qu’ils le veuillent ou non, complotistes et anticomplotistes, apparemment opposés, mettent en scène un conflit aussi trompeur que le prétendu affrontement entre l’Etat et le Marché, en fait complices de toujours du Léviathan productiviste. Ces deux tendances corroborent la solution finale de la civilisation productiviste consistant dans une artificialisation totale de la vie dont l’hubris progresse depuis des siècles à un rythme industriel. Une logique binaire partagée réunit ces deux factions de zombies qui se bagarrent uniquement sur le plan idéologique, c'est-à-dire dans le paraître qui falsifie la réalité pour la rendre incompréhensible, donc incritiquable.

Depuis un moment, déjà, le Léviathan était en train d’étudier la meilleure méthode pour arriver à intégrer quelques micro chips numériques sous la peau de ses sujets humains domestiqués. On impose bien déjà systématiquement cette invasion intime à d’autres espèces animales qu’on traite d’inférieures dans une pure logique concentrationnaire. Evidemment, le but du productivisme et de son fascisme caractériel structurel est un contrôle des populations le plus intime possible. Néanmoins, ce méfait intolérable est déjà très performant car il passe désormais par les téléphones portables, les ordinateurs et autres « diableries » numériques dont, d’ailleurs, on ignore aussi l’impact sur la santé physique.

Peu importe, car le transhumanisme nous promet, en perspective, entre progrès aliéné et utopie réifiée, l’option immonde d’une survie sans fin (une sorte de vie éternelle en solde dans le supermarché global auquel on a réduit la terre). Le cyborg humain pourra bientôt changer, à loisir, cœur, sexe, poumons, seins et prostate ou n’importe quelle autre partie du corps tombée en panne, grâce aux magies de l’intelligence artificielle et aux progrès continus de la technologie.

Ainsi, l’interdiction désormais programmée de naître et vivre en tant que libres sujets – c'est-à-dire de mammifères pourvus de conscience dans un monde naturel – serait compensée par l’avantage insensé de pouvoir devenir des choses qui ne meurent jamais ! Ce merveilleux homo numericus déjà abondamment échafaudé par le GAFAM, pourrait durer éternellement ou presque, en fonctionnant uniquement comme une machine productrice de valeur économique à l’intérieur de la méga machine du totalitarisme financier cybernétisé. Des hordes d’adeptes modernes de ce progrès monstrueux se bagarrent déjà pour être les premiers à pouvoir profiter du privilège. Néanmoins, les plans de ce projet de domination absolue s’affrontent à la puissance immense de la nature et aux restes d’une nature humaine qui ne se résigne pas à une destinée si cauchemardesque. La vraie question qui turlupine les derniers héritiers des Néandertal, des Sapiens et autres hominidés divers, c’est de comprendre si l’humanité survivra au capitalisme et à l’économie politique, mais aussi : de quelle humanité parle-t-on ?

Héritière de siècles de résistance et de luttes sociales d’un prolétariat armé de sa conscience de classe, la théorie radicale envisage, depuis au moins un demi-siècle, la fin du vieux monde, pendant que le fantôme d’une démocratie illusoire s’affaire à retarder l’échéance par la propagande (trompeuse comme tout spot publicitaire) du bonheur marchand. Les serviteurs volontaires, d’ailleurs, ne demandent que de pouvoir y croire, tout en y croyant de moins en moins car dans toutes les têtes travaille la perception puissante que ce monde ne peut pas durer et que seul le manque cruel d’un projet alternatif, clair et visible, pousse à faire semblant de croire au progrès, même au bord de l’abîme.

La question se pose spontanément, alors que les réponses restent confuses, sinon latentes : changer pour aller où, changer quoi, combien, quand et comment ? Un tel problème planétaire ne peut pas être résolu par un quelconque individu génial, par un énième prophète sorti du chapeau de quelque croyance mythologique. Il exige des réponses collectives fondées sur un vrai débat non faussé par des intérêts de caste, nourri par la connaissance des expérimentations passées et présentes et par une volonté de créer les conditions réelles d’une société libre, juste et fraternelle. Un tel débat nécessite des assemblées égalitaires et la participation de tous sans hiérarchies ni pouvoirs. Ce qu’on peut appeler pour le moment démocratie directe – en fait la seule démocratie réelle car acratique – est l’instrument précieux d’une autogestion généralisée de la vie quotidienne rendue possible par cette conscience d’espèce qui jaillit spontanément de l’ampleur du malheur social et de l’artificialisation de la vie. En tant que dépassement d’une conscience de classe vaincue par le consumérisme, elle permettra en même temps d’atteindre les objectifs émancipateurs manqués par l’ancien mouvement ouvrier.

Et pourtant, la liturgie de la politique mercenaire, inféodée à la finance et aux multinationales et soumise au totalitarisme numérique, répand plus que jamais sa pensée trompeuse et ses arnaques parlementaristes. Des discours débiles ou délirants (souvent les deux à la fois) continuent à embaumer le cadavre du productivisme face aux masses de domestiques soumis qui s’ignorent et arborent fièrement leur citoyenneté chimérique. Ainsi l’œuvre sombre de la domination a vidé les mots de progrès et de démocratie (mais beaucoup d’autres encore) de tout leur sens, imposant la novlangue orwellienne d’une folie meurtrière dont on doit se libérer pour échapper à la croissance mortifère du nihilisme capitaliste.

Soyons réalistes pour pouvoir encore rêver. Les faits nous montrent, grandeur nature, que nous ne passerons pas d’un monde à l’autre de façon indolore, en faisant l’économie d’une tragédie aux multiples facettes et d’une dimension colossale ; cependant, ce monde de la marchandise sacralisée qui vampirise l’humain et enrage la nature ne peut pas exister sans le travail vivant de l’humain, producteur et consommateur à la fois. Nous sommes la condition de la continuité mortifère ou celle du dépassement revitalisant. Pour cela la conscience d’espèce que cette réalité sinistre développe comme une ultime défense de la vie organique, peut devenir le pivot d’un renversement de perspective.

Ce sera uniquement ainsi qu’on endiguera le réchauffement climatique, la répétition des pandémies, le nombre des cancers dus à la civilisation des pesticides, du nucléaire et d’autres nuisances industrielles. Assez de la sacralisation de ce travail aliéné qui empeste le monde. Beaucoup sont déjà morts et d’autres suivront, consumés par la consommation ou par manque de tout l’essentiel, matériel et émotionnel. De toute façon, nous, les humains, le savons : nous ne sortirons pas vivants de la vie, mais nous pouvons décider de choisir jusqu’au bout l’amour du vivant, et qui vivra verra. Car, même dans ce présent embarrassant et fragile, vivre, malgré tout et jusqu’au bout, la jouissance complexe d’être au monde, dégage une dose de satisfaction et d’envie de participer à l’aventure d’un pari inouï : la transition de la société spectaculaire-marchande, ultime ghetto planétaire du productivisme, à une société nouvelle redevenue organique dans un nouveau monde finalement humain.

 

 

Sergio Ghirardi Sauvageon



[1] Echiquier particulièrement bicéphale, républicain et régalien, jacobin et pétainiste, truqué ni plus ni moins que celui de n’importe quel autre étatisme marchand, mais corrosif d’une conscience révolutionnaire récupérée pendant des siècles par le Léviathan productiviste.

[2] J’ai décidé en pleine autonomie, conscient de ne pas savoir. Je revendique le droit de chacun d’en faire autant selon ses propres critères.



sabato 4 settembre 2021

Fatti reali, imprese e favole sulla famosa milizia rivoluzionaria del proletariato" Intervista a Miquel Amorós

 






Intervista a Miquel Amorós nel programma radiofonico gratuito La Nevera, Volume 45, del 7 agosto 2021, a seguito della pubblicazione del libro “La Colonna di Ferro. Fatti reali, imprese e favole sulla famosa milizia rivoluzionaria del proletariato".

 

Nel luglio 1936 la classe operaia fu costretta a scendere in piazza per affrontare il fascismo. Quando ciò è accaduto, il popolo valenzano ha cercato di mettere in atto i cambiamenti sociali che rivendicava da molto tempo. La Colonna di Ferro, formata per combattere a Teruel dai militanti CNT-FAI, la maggior parte dei quali erano onestissimi operai e contadini levantini, basava la sua organizzazione e il suo lavoro costruttivo sulle idee di uguaglianza, libertà e giustizia sociale, pilastri della nuova società che si doveva fondare. Come ci si poteva aspettare, questo non piacque alla borghesia né ai partiti politici, alle potenze straniere e, specialmente all'Unione Sovietica e alla nuova burocrazia CNT, sviluppatasi nei primi mesi di guerra. Per questo motivo la Colonna fu oggetto di un'enorme diffamazione che continua ancora oggi.

La Nevera: Avevi già pubblicato un libro sulla Colonna di Ferro (“José Pellicer, l'anarchico integerrimo”), cosa ti ha portato a scriverne un altro?

Miquel Amorós: Un migliore accesso agli archivi, una maggiore disponibilità della stampa storica e, infine, la comparsa di nuove testimonianze e nuove opere storiografiche, che mi hanno dato una conoscenza più profonda della tragica epopea proletaria iniziata nel 1936 e, in particolare, del ruolo fondamentale che il gruppo Nosotros e i suoi collaboratori hanno svolto nella regione levantina.

L.N.: La Colonna di Ferro è passata per la regione dell'Alto Palancia e aveva un rapporto con la gente di lì, che la conosceva bene, ma continua ad essere la Colonna più criticata fino ad oggi, perché?

M.A.: Quanti ebbero direttamente a che fare con i miliziani non hanno mantenuto di essa un'impressione sfavorevole, e tanto meno le quasi diecimila persone che in un modo o nell'altro vennero a partecipare alla Colonna. Si sentivano rappresentati da essa. Era una milizia rivoluzionaria, idealista, desiderosa di un mondo libero dall'oppressione, "la stella di un sogno che prende colore", come ha detto un poeta dell'epoca. La sua presenza attiva si scontrava con i piani restauratori della borghesia repubblicana, con la politica stalinista, con il rafforzamento dello Stato e, infine, con i comitati accomodanti "responsabili" dell'organizzazione confederale e libertaria. Dava fastidio a tutti i settori, e di conseguenza non era apprezzata da nessuno. Per tutti i difensori dell'ordine precedente il 19 luglio, la Colonna non era altro che "una squadraccia di banditi ed ex detenuti".

L.N.: Autori "filogovernativi" come Eladi Mainar, giornalisti di destra e pseudo cronisti locali le hanno attribuito tutti gli eccessi della retroguardia...

M.A.: Seguendo gli orientamenti di stalinisti come Herbert Southworth, Tuñón de Lara, Pierre Vilar, Julio Aróstegui, Adrian Shubert, Ángel Viñas, Juan Marichal e molti altri, gli storici universitari e i giornalisti dediti al postfranchismo detestano enormemente il libro più obiettivo che sia mai stato scritto sulla guerra civile spagnola: “The Grand Camouflage”, di Burnett Bolloten, pubblicato a New York nel 1961. E proprio questo libro descrive la Colonna di Ferro con tratti rivoluzionari, riproducendo per la prima volta la storia del prigioniero di San Miguel de los Reyes tante volte modificata. Tali disinformatori prolungano il lavoro del KGB e dei giudici inquisitori della Causa Generale. Basta vedere chi sono coloro che ripetono oggi la canzone diffamatoria un tempo intonata dalla borghesia, dal franchismo e dalla Chiesa: neofascisti, beati, reazionari, conservatori, post-stalinisti... gente d'ordine, idolatri dell'autorità, che odiano con tutte le loro forze le iniziative popolari autonome e i cambiamenti radicali. La menzogna è la loro arma, tanto quanto la verità è quella della rivoluzione. Le vere idee e le posizioni senza compromessi della Colonna sono facili da rintracciare. Ha pubblicato manifesti, comunicati e appelli, ha stampato un giornale sul fronte (“Linea de fuego”) e ne ha fondato un altro per la FAI (“Nosotros”). Una lettura anche sommaria della documentazione rivelerebbe un anarchismo rivoluzionario nel suo più alto grado di espressione pratica. La Colonna di Ferro era semplicemente l'avanguardia armata del proletariato levantino.

L.N.: Nel libro ti sei concentrato maggiormente sulla retroguardia. Fu l'unica colonna anarchica a visitarla per conto suo per ricordare ai borghesi che non si batteva per la Repubblica, ma per la Rivoluzione. La Repubblica mitizzata dalla "sinistra" attuale è abbastanza ridicola.

M.A.: Nei primi tempi l'iniziativa fu portata avanti da operai e contadini di ogni tendenza, che occuparono terre e fabbriche con l'intento di collettivizzarle. Il governo di Giral era un fantasma. La Colonna di Ferro fu un ulteriore elemento della marea rivoluzionaria. Ovunque passasse, cercava di trascinarsi dietro la Rivoluzione. Il popolo liberato rispondeva organizzandosi e inviando alla Colonna dei vestiti, del cibo e del denaro. La rapida estensione di questo processo rivoluzionario spaventò lo Stato, poiché un tale bagaglio rendeva impossibile l'annullamento del Patto di non intervento tra le potenze. L'unico modo per bloccarlo era incorporare la CNT nel governo repubblicano. Sarebbe stata allora questione di militarizzare le milizie e trasformarle in brigate di un Esercito Popolare la cui direzione sfuggisse alle mani del proletariato per finire in quelle dello Stato. Così il proletariato sarebbe stato neutralizzato e disarmato. Non ci volle molta pressione perché la CNT entrasse nel governo e consegnasse le forze che controllava ai nemici interni.

L.N.: Nei tuoi libri (per esempio in "La rivoluzione tradita. La vera storia di Balius e Los Amigos de Durruti") denunci le manovre controrivoluzionarie dei comunisti, ma fai anche notare che i dirigenti della CNT e della FAI hanno fatto il loro gioco.

M.A.: Valencia era diversa dalla Catalogna. Nella regione di Levante la tendenza riformista pesava molto di più. La tendenza rivoluzionaria era minoritaria e si appoggiava su pochi sindacati (soprattutto il Sindacato Unico della Costruzione), sulle federazioni locali dei villaggi contadini e su un pugno di giovani entusiasti sparsi nei gruppi di affinità o di difesa. Sebbene questa minoranza diffidasse della Repubblica e la ritenesse incapace di risolvere qualsiasi problema, fosse la crisi, la disoccupazione o la riforma agraria, la CNT ufficiale lottava per una politica unitaria con le forze stataliste e borghesi. Le due tendenze hanno marciato insieme all'inizio della guerra sotto l'egida del Comitato esecutivo popolare, un organo di governo regionale, ma quando il fronte si è esaurito, hanno cominciato a prendere le distanze. La paralisi del fronte fu il motivo dell’indebolimento della retroguardia della Colonna di Ferro, la quale voleva prendere Teruel il prima possibile, per spianare la strada verso Saragozza. Declinando, essa ha verificato con stupore che la vita frivola dei tempi passati regnava come se non ci fosse guerra né rivoluzione, e che i fucili, tanto carenti al fronte, riposavano placidamente nelle retrovie sulle spalle delle forze dell'ordine. In seguito, quando la presenza nel governo di quattro ministri libertari coprì il trasferimento della capitale a Valencia, la separazione fu totale.

L.N.: Il primo compito prefissosi dal governo di Largo Caballero fu quello di ristabilire la propria autorità per fermare il processo di trasformazione iniziato. Ciò passava per il taglio dei rifornimenti ai fronti e l’interruzione delle operazioni. Dare inizio a una controrivoluzione.

M.A.: La controrivoluzione cominciò già nel CEP, con forze politiche che l'hanno sabotato dall'interno. La creazione della Guardia Popolare ne fu un esempio. La priorità data a Madrid un altro. Il fronte di Madrid assorbì quasi tutto lo sforzo militare a scapito dei fronti gestiti dagli anarchici, che rimasero stagnanti. La difesa di Madrid significava la difesa dello Stato. L'offensiva aragonese avrebbe significato il trionfo della Rivoluzione. La controrivoluzione lo aveva chiaro: il 25 settembre 1936, il nuovo arrivato generale Gorev avvertì Mosca che "la lotta contro gli anarchici sarebbe stata inevitabile [e] molto dura". Poco più di un mese dopo, ha avuto luogo il massacro in Plaza Tetuán. La controrivoluzione è continuata con la costante vessazione delle collettività e ha portato alle fucilazioni di Vinalesa, Alfara, Benaguacil, Gandía, ecc., che hanno prefigurato gli eventi del maggio 1937.

L.N.: Si indebolirebbe anche il sentimento di solidarietà e fratellanza con le altre tendenze proletarie, rappresentate dall'UGT e dal POUM. Ho sentito spesso commenti come "le colonne non erano abbastanza combattive". Cosa ne pensi?

M.A.: Senza quelle colonne il fascismo non si sarebbe fermato. Erano migliori di qualsiasi normale unità di soldati, perché sebbene partissero da zero, erano guidati dall'idea e dalla passione. Le donne lottavano per la loro emancipazione. Molti miliziani erano troppo giovani, avevano mentito sulla loro età al momento dell'iscrizione. Altri erano troppo vecchi. Tutti senza eccezione erano vestiti con abiti estivi, senza alcun equipaggiamento, senza saper sparare né schierarsi a terra o proteggersi dai proiettili... Tutte le colonne mancavano dell’essenziale; tuttavia, hanno imparato mentre marciavano: hanno combattuto e vinto. La Colonna di Ferro è diventata un'efficace unità d'urto in meno di un mese, improvvisando dal nulla un sistema sanitario, di trasporto e di approvvigionamento. Non si può negare che alcune colonne titubassero, ma in generale erano molto più combattive quando le animava lo spirito rivoluzionario di quando si convertirono in brigate. La Colonna di Ferro non faceva complimenti con coloro che rubavano o uccidevano. Li giudicava, li espelleva e li fucilava la sua stessa centuria. Sebbene alcuni gruppi, su richiesta degli stessi contadini, effettuassero esecuzioni nelle retrovie, è anche certo che la Colonna abbia protetto molti individui abulici, sia impiegandoli negli uffici, negli ambulatori e negli ospedali, sia semplicemente procurando loro un riparo sicuro. La casa dei fratelli Pellicer era un autentico rifugio.

L.N.: Suppongo che fossero persone che passavano informazioni al nemico. In guerra bisognava stare attenti con la cosiddetta Quinta Colonna, che s’infiltrava nelle organizzazioni e trasmetteva informazioni ai faziosi...

M.A.: La violenza contro il nemico storico - il caporione e il curato - era una violenza di classe. Il trasferimento d’informazioni dall'altra parte non avvenne durante i primi mesi di guerra, poiché le pattuglie, i comitati e le diverse milizie di retroguardia tenevano a bada i possibili simpatizzanti dei faziosi. La Quinta Colonna apparve per la prima volta a Madrid alla fine del 1936, sotto forma di modeste cellule senza contatto tra loro, dedite a nascondere i perseguitati e a procurare loro tessere di organizzazioni antifasciste. Proprio quando l'ordine pubblico venne a dipendere interamente dal governo, i sostenitori dei ribelli iniziarono a organizzarsi sul serio, diffondendosi attraverso l'Esercito Popolare e sabotando le armi. La faccenda, però, non preoccupò abbastanza fino all’agosto 1937, quando si creò il SIM, per usarlo contro il POUM e gli anarchici. Con il governo di Negrín la controrivoluzione raggiungerà il suo culmine.

L.N.: Tornando al tema della repressione nelle retrovie e degli incontrollati, osservo che tutta la violenza e tutti gli eccessi che si sono verificati continuano ad essere sistematicamente attribuiti alla Colonna di Ferro. Per esempio, l'articolo scritto senza alcun rigore“La Colonna di Ferro. Puro e duro terrore nella guerra civile”, di un certo Álvaro Vanderbrule, pubblicato su El Confidencial, il 13 dicembre 2014. Hai scritto che il Comitato di guerra fu contrario a tutto questo e hai fornito l’informazione che altre fazioni, come il PCE, attribuirono i loro misfatti agli anarchici ...

M.A.: “El Confidencial” è un giornale di destra e l'articolo in questione è un campione chimicamente puro del fariseismo cittadinista che oggi caratterizza i cecchini ideologici dell'ordine costituito, incaricati di alimentare periodicamente la paura della rivoluzione per propendere verso l'autoritarismo della classe dirigente, senza preoccuparsi minimamente della veridicità e dell'obiettività. Questa paura quasi genetica che dura, si traduce in odio africano per il gruppo che meglio ha incarnato la rivoluzione. In verità ci furono decessi in ognuno dei gruppi della Colonna, ma la stragrande maggioranza era incaricata dei pattugliamenti dell'ordine pubblico di qualsiasi segnale che brulicasse nelle retrovie, e ancor più della polizia ufficiale o ufficiosa. Ciò che realmente traumatizzò la borghesia non furono i conati di "terrore rosso" che si sono succeduti tra l’agosto e l’ottobre del 1936, ma gli atti, le multe e le requisizioni di gioielli e oggetti di valore effettuati dalla Colonna alla ricerca di mezzi pecuniari per l'acquisto di armi, che furono molto numerosi. La borghesia ha sempre tenuto il cuore nel portafoglio.

L.N.: Va evidenziato il grande lavoro costruttivo della Colonna di Ferro e il suo carattere assembleare...

M.A.: La sola presenza della Colonna servì a organizzare autonomamente i paesi vicini al fronte, sviluppare sindacati e promuovere collettività. La Colonna aveva un interesse materiale nel farlo, poiché gli operai e i contadini erano i suoi principali fornitori di cibo e indumenti caldi. Dalle industrie collettivizzate venivano inviate coperte e cinture. A Burriana, una fabbrica autogestita la riforniva di munizioni. La Colonna di Ferro funzionava come l'esercito greco descritto da Senofonte nell'"Anabasi", con un alto grado di autonomia. Tutti i suoi componenti erano venuti volontariamente e potevano lasciare la Colonna volontariamente. Tuttavia, l'autodisciplina, frutto della coscienza rivoluzionaria, impediva una dispersione caotica. Le perdite erano immediatamente compensate da nuovi volontari. Il Comitato di Guerra si limitava a informare e coordinare; le decisioni venivano prese regolarmente nell'assemblea dei delegati, precedentemente eletti e incaricati dalle assemblee di centuria. Né saluti militari, né gerarchie, né percosse, né ordini unilaterali, né uniformi, né punizioni. Le altre colonne libertarie funzionavano più o meno allo stesso modo. La militarizzazione mise fine a tutto, separando la guerra dalla rivoluzione.

L.N.: Beh, hai altro da dire? Qual è stato il tuo scopo nello scrivere sulla guerra civile rivoluzionaria?

M.A.: Quando ho cominciato a documentarmi sulla guerra civile, sono rimasto sorpreso dall'occultamento metodico dell'impresa proletaria da parte degli storici. La testimonianza dei miei parenti, alcuni della CNT, contrastava con la versione ufficiale filo-repubblicana dello stile di Hugh Thomas o Raymond Carr, per non parlare di quella comunista. Fino alla lettura di "La CNT nella rivoluzione spagnola", di José Peirats, e di "Durruti. Il proletariato in armi”, di Abel Paz, non l'ho visto chiaramente. Poiché chi ignora il passato è condannato a ripeterlo, il mio impegno per la rivoluzione sociale abbozzata nel 1936 mi ha spinto a lavorare per la verità dei fatti, prima vittima della guerra, che mi ha portato a rivendicare i suoi protagonisti più radicali, dimenticati anche dalle loro stesse organizzazioni. Da lì sono nate  le  mie investigazioni sulla morte di Durruti, le traiettorie di Jaime Balius e José Pellicer, il Gruppo degli Amici di Durruti, la Colonna Maroto e la Colonna di Ferro. Il risultato fu la chiara constatazione del conflitto tra un anarchismo rivoluzionario inflessibile e un sindacalismo libertario riformista e condiscendente, che rinunciò letteralmente ai suoi principi e tradì la rivoluzione. Tale affermazione irritò molti membri "ortodossi" della CNT e sconvolse i loro storici mercenari; qualcuno mi accusò di "fare il gioco del nemico". Se questo significa trasformare la storia in propaganda, cioè falsificare la realtà, allora non si conti su di me. La verità è sempre rivoluzionaria, il trucco e  il travisamento non lo sono. Un'altra cosa è che l'interesse per la Rivoluzione, e di conseguenza l'interesse per la verità, siano diminuiti. Il nemico ha trionfato e le conseguenze del trionfo sono molto presenti. Anche se comincio a dubitare che la verità ci renda liberi, data l'enorme confusione e l'oblio imperante contro cui posso fare poco, l'ignoranza e la menzogna ci renderanno irrevocabilmente schiavi.

 

Sede de la Columna de Hierro en Valencia



Entrevista hecha a Miquel Amorós en el programa de radio libre La Nevera, Volumen 45, el 7 de agosto de 2021, a raíz de la publicación del libro “La Columna de Hierro. Hechos reales, hazañas y fabulaciones sobre la célebre milicia revolucionaria del proletariado.”

 

En julio de 1936 la clase obrera se vio obligada a salir a la calle para hacerle frente al fascismo. Cuando esto ocurrió, el pueblo valenciano trató de realizar los cambios sociales que venía reivindicando desde mucho tiempo atrás. La Columna de Hierro, formada para combatir en Teruel por militantes de la CNT-FAI, en su mayoría honradísimos obreros y campesinos levantinos, basó su organización y su obra constructiva en las ideas de igualdad, libertad y justicia social, pilares de la nueva sociedad que había de fundarse. Como se podía esperar, a la burguesía esto no le gustó, ni a los partidos políticos, ni a las potencias extranjeras, especialmente a la Unión Soviética, ni tampoco a la nueva burocracia cenetista, desarrollada en los primeros meses de la guerra. Por ello la Columna fue objeto de una enorme difamación que todavía perdura.

 La Nevera: Ya habías publicado un libro sobre la Columna de Hierro (“José Pellicer, el anarquista íntegro”) ¿Qué es lo que te ha llevado a escribir otro? 

 Miquel Amorós: Un mejor acceso a los archivos, una mayor disponibilidad de la prensa histórica, y en fin, la aparición de nuevos testimonios y nuevos trabajos historiográficos, lo cual me proporcionó un conocimiento más profundo de la trágica epopeya proletaria iniciada en el 36 y, en particular, del papel fundamental que jugaron en la regional levantina el grupo Nosotros y sus colaboradores.

 L.N.: La Columna de Hierro pasó por el Alto Palancia, y tuvo relación con la gente de allí, que la conoció bien, pero continúa siendo la Columna más criticada hasta hoy ¿por qué?

 M.A.: Quienes trataron directamente con los milicianos no guardaron una impresión desfavorable de ella y menos aún las cerca de diez mil personas que de una manera u otra llegaron a participar en la Columna. Se sentían representados por ella. Era una milicia revolucionaria, idealista, deseosa de un mundo libre de opresión, “la estela de un sueño que toma color”, como dijo un poeta de entonces. Su activa presencia chocaba con los planes restauradores de la burguesía republicana, con la política estalinista, con el refuerzo del Estado y, al final, con los acomodaticios comités “responsables” de la organización confederal y libertaria. Molestaba a todos los sectores, y en consecuencia, no era apreciada por ninguno. Para todos los defensores del orden anterior al 19 de julio, la Columna no era más que “una cuadrilla de bandidos y ex presidiarios”.

 L.N.: Autores “oficialistas” como Eladi Mainar, periodistas de derechas y seudocronistas locales le han atribuido todos los desmanes de la retaguardia...

 M.A.: Siguiendo las orientaciones de filoestalinistas como Herbert Southworth, Tuñón de Lara, Pierre Vilar, Julio Aróstegui, Adrian Shubert, Ángel Viñas, Juan Marichal y tantos otros, los historiadores universitarios y los periodistas adictos al posfranquismo detestan sobremanera al libro más objetivo que se jamás escrito sobre la guerra civil española: “El Gran Camuflaje”, de Burnett Bolloten, publicado en 1961. Y precisamente este libro dibuja a la Columna de Hierro con trazos revolucionarios, reproduciendo por primera vez la historia del preso de San Miguel de los Reyes tantas veces editada. Ese tipo de desinformadores prolongan la tarea del KGB y los jueces verdugos de la Causa General. No hay más que ver quiénes son los que repiten hoy la cantinela difamatoria antaño entonada por la burguesía, el franquismo y la Iglesia: neofascistas, beatos, reaccionarios, conservadores, posestalinistas... gente de orden, idólatras de la autoridad, que odian las iniciativas populares autónomas y los cambios radicales con todas sus fuerzas. La mentira es su arma, tanto como la verdad lo es de la revolución. Las verdaderas ideas y posiciones intransigentes de la Columna son fáciles de rastrear. Publicó manifiestos, comunicados y llamamientos, imprimió un diario en el frente (“Línea de Fuego”) y  fundó otro para la FAI (“Nosotros”). Una lectura incluso somera de la documentación nos revelaría un anarquismo revolucionario en su más alto grado de expresión práctica. La Columna de Hierro era sencillamente la vanguardia armada del proletariado levantino.

 L.N.: En el libro te has centrado más en la retaguardia. Fue la única columna anarquista que la visitó por su cuenta para recordar a los burgueses que no luchaba por la República, sino por la Revolución. La República mitificada por la “izquierda” de ahora queda bastante en ridículo.

 M.A.: En los primeros días la iniciativa corrió a cargo de los obreros y campesinos de todas las tendencias, que ocuparon tierras y fábricas con la intención de colectivizarlas. El Gobierno de Giral era un fantasma. La Columna de Hierro fue un elemento más de la marea revolucionaria. Por donde pasaba intentaba arrastrar a la Revolución. El pueblo liberado respondía organizándose y enviándole ropa, comida y dinero. La rapidez y extensión de este proceso revolucionario asustó al Estado, pues tal bagaje le imposibilitaba revertir el Pacto de No Intervención entre las potencias. La única manera de detenerlo era incorporando la CNT al gobierno republicano. Luego sería cuestión de militarizar las milicias y convertirlas en brigadas de un Ejército Popular cuya dirección escaparía de las manos proletarias para ir a parar a manos del Estado. Así pues, el proletariado quedaría neutralizado y desarmado. No hizo falta mucha presión para que la CNT entrara en el Gobierno y entregara las fuerzas que controlaba a los enemigos de dentro.

 L.N: En tus libros (por ejemplo, en “La Revolución Traicionada. La verdadera historia de Balius y Los Amigos de Durruti”) denuncias las maniobras contrarrevolucionarias de los comunistas, pero también señalas que los dirigentes de la CNT y la FAI les hicieron el juego.

 M.A.: Valencia era diferente de Cataluña. En la Regional de Levante pesaba mucho más la tendencia reformista. La tendencia revolucionaria era minoritaria y se apoyaba en unos pocos sindicatos (el Sindicato Único de la Construcción sobre todo), en las federaciones locales de pueblos campesinos y en un puñado de jóvenes entusiastas desperdigados en los grupos de afinidad o de defensa. Si bien esta minoría desconfiaba de la República y la creía incapaz de solucionar ningún problema, fuese la crisis, el paro o la reforma agraria, la CNT oficial pugnaba por una política unitaria con las fuerzas estatistas y burguesas. Las dos tendencias marcharon juntas al comienzo de la guerra bajo el paraguas del Comité Ejecutivo Popular, órgano regional de gobierno, pero cuando el frente quedó desabastecido, empezaron a distanciarse. La parálisis del frente fue el motivo de la bajada a la retaguardia de la Columna de Hierro. Esta quería tomar Teruel cuanto antes, para despejar el camino a Zaragoza. Al bajar, comprobó asombrada, que la vida frívola de los tiempos pasados reinaba como si no hubiera guerra ni revolución, y que los fusiles que tanta falta hacían en el frente, descansaban plácidamente en la retaguardia sobre los hombros de las fuerzas del orden. Luego, cuando la presencia en el gobierno de cuatro ministros libertarios cubrió el traslado de la capitalidad a Valencia, la separación fue total.

 L.N.: La primera tarea que se impuso el Gobierno de Largo Caballero fue restablecer su autoridad para detener el proceso transformador que se había iniciado. Eso pasaba por cortar los suministros a los frentes y parar las operaciones. Empezar una contrarrevolución.

 M.A.: La contrarrevolución empezó ya en el CEP, con fuerzas políticas que lo saboteaban desde dentro. La creación de la Guardia Popular fue un ejemplo. La prioridad dada a Madrid fue otro. El frente de Madrid absorbió casi todo el esfuerzo militar en detrimento de los frentes gestionados por los anarquistas, que quedaron estancados. La defensa de Madrid significaba la defensa del Estado. La ofensiva de Aragón hubiera significado el triunfo de la Revolución. La contrarrevolución lo tenía claro : el 25 de septiembre de 1936, el recién llegado general Gorev avisaba a Moscú de “que la lucha contra los anarquistas será inevitable [y] muy dura.” Algo más de un mes mas tarde tuvo lugar la matanza de la Plaza Tetuán. La contrarrevolución continuó con el hostigamiento constante a las colectividades y desembocó en los tiroteos de Vinalesa, Alfara, Benaguacil, Gandía etc., que prefiguraron los sucesos de Mayo del 37.

 L.N.: También se debilitaría el sentimiento de solidaridad y hermandad con las demás tendencias proletarias, representadas por la UGT y el POUM. A menudo he escuchado comentarios del estilo de “las columnas no eran suficientemente combativas”. ¿Qué opinas?

 M.A.: Sin aquellas columnas no se hubiera parado al fascismo. Fueron mejores que cualquier unidad regular de soldados, pues aunque partían de cero les movía la idea y la pasión. Las mujeres luchaban por su propia emancipación. Muchos milicianos eran demasiado jóvenes, habían mentido en la edad a la hora de apuntarse. Otros eran demasiado viejos. Todos sin excepción iban vestidos con ropa de verano, sin equipamiento alguno, sin saber disparar, ni desplegarse por el terreno, ni protegerse de las balas... Todas las columnas carecían de lo más imprescindible; sin embargo, aprendieron sobre la marcha: libraron batalla y vencieron. La de Hierro se transformó en una unidad de choque eficaz en menos de un mes, improvisando de la nada un sistema de sanidad, transporte y aprovisionamiento. No podemos negar que alguna columna chaqueteara, pero en general, se mostraron mucho más combativas cuando les animaba el espíritu revolucionario, que cuando se convirtieron en brigadas. La Columna de Hierro no tenía contemplaciones con quienes robaban o mataban. Los juzgaba, expulsaba y fusilaba su propia centuria. Si bien algunos grupos, a petición de los propios campesinos, llevaron a cabo ejecuciones en la retaguardia, también es cierto que la Columna protegió a mucha gente desafecta, bien empleándola en los despachos o en los ambulatorios y los hospitales, o simplemente buscándole resguardo seguro. La casa de los hermanos Pellicer era un auténtico refugio.

 L.N.: Supongo que se trataba de gente que pasaba información al enemigo. En guerra había que tener cuidado con la llamada Quinta Columna, que se infiltraba en las organizaciones y pasaba información a los facciosos...

 M.A.: La violencia contra el enemigo histórico - el cacique y el cura - era una violencia de clase. El pase de información al otro lado no tuvo lugar durante los primeros meses de la guerra, pues las patrullas, los comités y las distintas milicias de retaguardia tenían bien a raya a los posibles simpatizantes de los facciosos. La Quinta Columna apareció primero en Madrid a finales del 36, en forma de modestas células sin contacto entre sí dedicadas a esconder perseguidos y a procurarles carnets de organizaciones antifascistas. Precisamente cuando el orden público pasó a depender enteramente del Gobierno los partidarios de los sublevados empezaron a organizarse en serio, extendiéndose por los mandos del Ejército Popular y saboteando armamento. Sin embargo, el asunto no preocupó lo suficiente hasta agosto del 37, cuando se creó el SIM, pero para ser empleado contra el POUM y los anarquistas. Con el gobierno de Negrín la contrarrevolución alcanzará su cota máxima.

 L.N.: Volviendo al tema de la represión en la retaguardia y a los incontrolados, observo que toda la violencia y todos los desmanes habidos siguen siendo sistemáticamente achacados a la Columna de Hierro. Por ejemplo, el artículo escrito sin ningún rigor “La Columna de Hierro. Terror puro y duro en la Guerra Civil”, de un tal Álvaro Vanderbrule, publicado en El Confidencial, el 13 de diciembre de 2014. Tu escribiste que el Comité de Guerra se oponía a todo ello y facilitaste el dato de que otras facciones, como el PCE, atribuían sus fechorías a los anarquistas...

 M.A.: “El Confidencial” es un diario de derechas y el artículo en cuestión es una muestra químicamente pura del fariseismo ciudadanista que caracteriza hoy a los francotiradores ideológicos del orden establecido, encargados de atizar periódicamente el miedo a la revolución para decantar hacia el autoritarismo a la clase dirigente, sin preocuparse lo más mínimo de la veracidad y de la objetividad. Ese miedo casi genético que perdura, se traduce en odio africano al colectivo que mejor encarnaba la revolución. En verdad hubo muertes por parte de algunos grupos de la Columna, pero la gran mayoría corrieron a cargo de las patrullas de orden público de cualquier signo que pululaban en la retaguardia y más aún de la policía oficial u oficiosa. Lo que verdaderamente traumatizó a la burguesía no fueron los conatos de “terror rojo” que se sucedieron entre agosto y octubre del 36, sino los registros, las multas y las requisas de joyas y objetos de valor efectuadas por la Columna en busca de medios pecuniarios para la compra de armas, que fueron muy numerosas. La burguesía ha tenido siempre su corazón en el bolsillo.

 L.N.: Remarcaría la gran labor constructiva de la Columna de Hierro y su carácter asambleario...

 M.A.: La sola presencia de la Columna sirvió para organizar autónomamente los pueblos cercanos al frente, desarrollar sindicatos y promover colectividades. Tenía interés material en hacerlo pues los obreros y campesinos eran sus principales suministradores de víveres y ropa de abrigo. De las industrias colectivizadas les enviaban mantas y correajes. En Burriana, una fábrica autogestionada le proporcionaba munición. La Columna de Hierro funcionaba como el ejército griego descrito por Jenofonte en la “Anábasis”, con un grado elevado de autonomía. Todos sus componentes habían venido voluntarios y voluntariamente podían abandonarla. Sin embargo, la autodisciplina, fruto de la conciencia revolucionaria, impedía una dispersión caótica. Las bajas se cubrían inmediatamente con nuevos voluntarios. El Comité de Guerra solamente informaba y coordinaba; las decisiones eran tomadas regularmente en la asamblea de delegados, elegidos previamente y mandatados por las asambleas de centuria. Ni saludos castrenses, ni jerarquías, ni galones, ni órdenes unilaterales, ni uniformes, ni castigos. Las demás columnas libertarias funcionaban más o menos del mismo modo. La militarización acabó con todo, separando la guerra de la revolución.

 L.N.: Bueno, ¿tienes algo más que decir? ¿Cuál ha sido tu propósito al escribir sobre la guerra civil revolucionaria?

 M.A.: Al empezar a documentarme sobre la guerra civil, me sorprendió la ocultación metódica de la gesta proletaria por parte de los historiadores. El testimonio de mis familiares, algunos de la CNT, contrastaba con la versión oficial pro republicana del estilo de Hugh Thomas o Raymond Carr, no digamos ya con la comunista. Hasta la lectura de “La CNT en la Revolución Española”, de José Peirats, y del “Durruti. El proletariado en armas”, de Abel Paz, no lo vi claro. Como sea que quien ignora el pasado está condenado a repetirlo, mi compromiso con la revolución social esbozada en el 36 me impelía a trabajar en pos de la verdad de los hechos, la primera víctima de la guerra, lo que me condujo a reivindicar a sus protagonistas más radicales, olvidados hasta por sus mismas organizaciones. De ahí salieron mis investigaciones sobre la muerte de Durruti, las trayectorias de Jaime Balius y José Pellicer, la Agrupación de Los Amigos de Durruti, la Columna Maroto y la Columna de Hierro. El resultado fue la clara constatación de la pugna entre un anarquismo revolucionario inflexible y un sindicalismo libertario reformista y condescendiente, que literalmente renunció a sus principios y traicionó la revolución. Tal afirmación irritó a muchos “ortodoxos” cenetistas y soliviantó a sus historiadores mercenarios; hubo quien me acusó de “hacerle el juego al enemigo”. Si eso significa convertir la historia en propaganda, o sea, falsear la realidad, entonces que no cuenten conmigo. La verdad siempre es revolucionaria, el maquillaje y la tergiversación no lo son. Otra cosa es que el interés por la Revolución, y por consiguiente, el interés por la verdad, hayan decaído. El enemigo triunfó y las consecuencias del triunfo están muy presentes. Si bien empiezo a dudar de que la verdad nos haga libres, dada la enorme confusión y desmemoria reinante contra la que poco puedo hacer, la ignorancia y la mentira nos harán irremisiblemente esclavos.