venerdì 4 agosto 2017

Ricordando Giorgio Cesarano




grazie Silvia della foto bellissima del tuo papà


non è certo nuovo ma l'ho riletto ieri e lo copio su barravento

copiato da : 
http://digilander.libero.it/biblioego/Cesaranieri.htm



Il primo di luglio del 2000 si tenne a Bologna (Villa Serena) un convegno su Giorgio Cesarano (1928-1975). Quella che pubblichiamo è la testimonianza di Paolo Ranieri letta nell'occasione.

dalla diserzione della cultura alla corporeità insurrezionale
ricordando Giorgio Cesarano

Quando l’ho conosciuto era il settembre del 1969: io avevo diciassette anni appena e mi riusciva difficile non usare il lei per rivolgermi a Giorgio e all’immancabile Flo Corona, fido e sorridente Kammamuri di un così umbratile, corrucciato e inaccessibile Tremal-Naik.
Ho sempre ignorato se, aldilà della sua maniera cortese, lui avesse il desiderio o anche solo il modo di distinguermi davvero, e con me vedere tanti altri ragazzi risoluti a cogliere l’occasione proposta dalla storia, d’essere giovani in un momento in cui il mondo era giovane. Solo con il volgere del tempo sono riuscito a comprendere quanto la cospicua differenza d’età che ci separava potesse costituire un problema altrettanto e forse più per lui che per me; e, ancor di più quanto anche per lui quei giorni concitati fossero una scoperta assoluta e sconvolgente, quanto egli pure vivesse un mutamento decisivo, tanto più destabilizzante perché sopravvenuto in qualche modo di sorpresa. Negli anni seguenti, poi, nonostante l’intreccio di comuni amicizie e di prese di posizione relativamente concordi, circostanze e scelte non ci diedero mai l’occasione di costruire una specifica confidenza.
Perciò, se non ho indubbiamente la preparazione e la competenza che altri possono vantare, per affrontare le sue tesi con la profondità appropriata, nemmeno posso apportare un decisivo contributo personale al ritratto di un compagno la cui vita è senza dubbio legittimo oggetto di indagine appassionata almeno quanto e forse più delle opere stesse.
Posso unicamente portare un ricordo mio, e provarmi a sviluppare questo spunto nell’ambito del nostro tempo e delle sue possibilità, poco meno inesplorate di quanto Giorgio ce le avesse lasciate, così tanti anni fa.
Indelebile per me rimane il ricordo d’aver veduto in mano a Giorgio, avvolto e quasi celato da un fascio di giornali che regolarmente l’accompagnava, il Traité di Vaneigem, nella prima storica edizione Gallimard, vera chiave alchemica della teoria situazionista. Teoria situazionista che in quei giorni cruciali che accompagnarono la nascita di Ludd, primo tentativo italiano di dare forma collettiva alla critica della vita quotidiana. si spandeva in Italia con la stessa sporadicità e lo stesso segreto, veniva atteso e ricevuto con un’emozione simile a quella con cui tante persone (in parecchi casi le stesse) di lì a pochi anni avrebbero atteso i primi arrivi di morfina da Peshawar o di brown sugar da Amsterdam.
Ciò che ho scoperto sulla libertà, come pure ciò che ho appreso della lingua francese l’ho imparato insieme ad altri in quelle letture matte e sregolatissime, ingegnandomi di giungere al fondo di quei testi, nelle pause delle riunioni, sui tram, nelle osterie, sulle panchine, nei corridoi del liceo.
Racconto questo per sottolineare come, nella mia memoria, la scoperta di Vaneigem (conoscevo già certi frammenti di Debord e di Khayati, seppure nelle traduzioni fantasiose e spudorate in circolazione a quel tempo) rimane per me parte del ricordo di Giorgio, del suo montone e di quell’inverno.
D’altra parte, anche a uno sguardo meno personale, l’analisi di Cesarano verte incontestabilmente su temi prossimi, per certi aspetti complementari, per certi altri integralmente sovrapponibili con quella di Vaneigem. Nell’indagine di entrambi questi rivoluzionari la capillare pervasività delle relazioni mercantili nel corpo degli esseri umani, e del pari l’ostinata irriducibilità dei corpi a tali imperativi, rimane dal principio alla fine nella linea del mirino. Entrambi passeranno l’intera loro vita di sovversivi su questo fronte, quello della "vera guerra".
Non è possibile però non riconoscere con uguale prontezza che ben diverse – e talvolta francamente opposte – sono le sensibilità con cui i due affrontano la medesima materia: e che diversi potrebbero risultare gli esiti della loro opera, se di esiti in un campo come la vita fosse possibile parlare.
Il definitivo e storicamente irreversibile dislocarsi della "lotta di classe" – definizione ormai ogni giorno più impropria, utilizzabile più per il potere evocativo verso un filo ininterrotto di avventure della libertà che per la sua attuale praticabilità in senso letterale – nella vita, nel corpo stesso degli individui, che entrambi non solo riconoscono, ma decisamente precorrono facendone il centro delle loro riflessioni già trent’anni orsono, appare in Vaneigem, come l’occasione finalmente offerta di giocare in casa, con tutti gli elementi della vita in proprio favore, liberi da quelle sovrastrutture che ostacolavano il dispiegarsi sovversivo del vivente; in Cesarano viceversa l’irrompere dell’alienazione mercantile all’interno stesso dei corpi viventi, appare come "l’ultima trincea " di un assedio sempre più drammatico e incalzante, come la vigilia di una battaglia che non è possibile perdere, e che proprio per questo si annuncia illuminata di lampi sinistri. Assumendo come valido il suggerimento di Francesco Kukky Santini, che Giorgio dovesse una specifica illuminazione della propria opera di quegli anni alle sue sperimentazioni con l’LSD, potremmo concludere, scherzosamente ma non troppo, che l’assenzio che accompagnò la stesura delle vaneigemiane Banalità di Base appare capace di produrre allucinazioni meno esposte alle fughe paranoiche di quelle lisergiche…
Certamente, aldilà di queste note a margine, è indubitabile che entrambe le possibili letture del progressivo configurarsi del confronto per la liberazione umana, come scontro fra il vivente e il non vivente, fra la vita e la morte, fra il corpo vivo e il lavoro morto, presentano un proprio legittimo fondamento.
E che, per conseguenza, appaiono superficiali, sterili, riduttive, foriere di risentimento, di contemplazione e di immobilismo. le polarizzazioni sempre più frequenti e cocciute, al punto di dar vita a vere e proprie correnti, fra questi due rivoluzionari. Atteggiamenti che contrappongono di volta in volta la fiduciosa "naiveté" del belga, definita come patriarcale, riconciliata, infantile, rimbambita perfino, al sulfureo tormento di Giorgio, dagli oppositori presentito a sua volta come romantico, autolesionista, illeggibile, al limite menagramo.
Risalendo alle fonti, per individuare quanta di questa opposizione possa trovare fondamento, è possibile affermare con certezza che Giorgio prestò per un periodo profonda attenzione all’opera di Vaneigem, in particolare complicità con Eddie Ginosa, un compagno l’importanza del cui contributo alla teoria rivoluzionaria, per discrezione forse o magari semplicemente per la folgorante brevità della sua meteora, non è stata, io credo, riconosciuta a dovere. Viceversa risulta che Vaneigem lesse solo "Apocalisse e rivoluzione" in italiano – lingua che padroneggia imperfettamente – e che, in effetti, ne ricavò un ricordo, a sua detta, romantico e confuso.
Occorre altresì considerare per confrontare lealmente l’azione e l’opera dei due che il breve arco di tempo che Giorgio ha concesso alla propria ricerca, come pure il clima specifico di quegli anni precipitosi, segna i testi di Cesarano di una patina assai simile a quella che caratterizza gli scritti coevi di molti altri compagni, e dello stesso Vaneigem nelle opere precedenti al "Libro dei piaceri", volti gli uni e gli altri a quell’opera di semplificazione, di accelerazione, di riduzione all’essenza, di scarnificazione quasi, che è il marchio oscuro di quel periodo.. E’ impossibile dire ora quanto – in condizioni diverse e più felici – lo sviluppo potenziale della ricerca di Giorgio non avrebbe saputo riaprire possibili canali di intercomunicazione, la cui esplorazione rimane un avventuroso invito ai teorici di oggi e di domani.
In particolare, nella critica radicale del periodo 1969-1975, è ravvisabile, e non soltanto nei due rivoluzionari che ho l’ambizione di portare insieme alla luce della vostra attenzione, ma un po’ in tutte le voci diverse e discordi che la memoria ci riporta (si pensi per esempio a "Comontismo" o al gruppo genovese riunitosi intorno a Gianfranco Faina, dopo che l’esperienza di Ludd si era spenta), la convinzione, che lo scatenarsi della "vera guerra" debba comportare come corollario l’abbandono, il rifiuto e l’oblio di ogni complessità, di ogni sovrastruttura, di ogni mediazione, per mirare viceversa ad afferrare "nella sua essenza" il punto di rottura possibile, situato nel punto della massima alienazione, precisamente dove il capitale nel proprio processo si fa carne viva. Ricordo ancora nello storico crocevia sovversivo di Balbi, sede delle facoltà umanistiche dell’università di Genova, la scritta – temperata nella propria solennità dall’essere vergata in dialetto genovese – "il dominio reale è il capitale fatto uomo". Il non aver compreso che all’opera mortifera di riduzione all’essenza operata dal capitale, non poteva contrapporsi una riduzione uguale ma di segno contrario, di ricerca di un momento di irrecuperabilità assoluta e catartica; ma piuttosto una ricerca della molteplicità, della sovrabbondanza e anche della leggerezza, una moltiplicazione fourierista delle passioni e delle soggettività, è quanto, a mio modo di vedere, segna in maniera negativa, a volte tragicamente negativa, quegli anni che molti di noi hanno avuto in sorte di attraversare e che Giorgio invece ha scelto come ambito storicamente concluso del suo passaggio nella storia.
Se appare improprio, perciò, mettere a confronto e quasi in competizione due compagni che nell’arco della loro vita pensarono sempre di por mano al medesimo progetto di affrancamento dell’umanità dalla preistoria, non c’è dubbio, tuttavia, che la ricomposizione in un compatto universo teorico dell’opera dell’uno e dell’altro appare francamente impossibile, tali e tante sono le sensibilità discrepanti, le percezioni contraddittorie, i segni divergenti. Sono convinto, però, che tale impossibilità vada ripensata nell’ambito di una rinnovata capacità di fare interagire diversi progetti sovversivi, come pure differenti modi di vivere con inimicizia l’esistente: quella capacità rinnovata che è, a mio giudizio, il più significativo portato recente del movimento di liberazione umana, quale con rinnovato vigore si affaccia sul millennio in arrivo.
Per sottolineare il mio ragionamento, mi piace ricorrere qui a una parabola tratta precisamente dal Traité; una narrazione che mi coinvolge a fondo, tanto che non è la prima volta che me ne avvalgo a sostegno dei miei argomenti. Se é probabile che tutti coloro che mi prestano ascolto la conosceranno già, mi auguro tuttavia che vorranno essere indulgenti con la mia scelta di riproporvela:
"In un villaggio, due fratelli avevano la mania di riporre in un sacco delle pietre bianche o delle pietre nere per segnare, alla fine della giornata, l’uno i momenti di felicità, l’altro i momenti di dolore. Benché conducessero vite assai simili, il sacco di uno si riempiva solo di pietre bianche, quello dell’altro solo di pietre nere. Incuriositi, interrogarono al riguardo un uomo noto per la saggezza delle sue parole, la cui risposta fu "Voi non vi parlate abbastanza, ciascuno motivi all’altro le ragioni della propria scelta" (corsivo mio).
Poiché, anche in tal modo, il mistero pur definendosi più precisamente si manteneva tale, i due fratelli posero all’intero villaggio la domanda posta loro dal saggio "Perché il gioco delle pietre ci appassiona tanto?" e l’intero villaggio, meno i notabili e i capi, vi si era appassionato, tanto da trascurare ogni altra attività.
Pochi giorni più avanti, al termine di una notte agitata, la gioia regnava nel villaggio e il sole illuminava le teste tagliate e fissate alle palizzate, le teste dei notabili e dei capi".
Notiamo in questa storia che Vaneigem narra per rappresentare ciò che tutti, dopo di lui, chiamiamo "rovesciamento di prospettiva", due punti essenziali:
  • pari dignità, pari sensibilità, pari fondatezza vengono riconosciute al fratello delle pietre bianche, posseduto dalla passione di desiderare e di rendere ad ogni istante più intensi e più duraturi i propri godimenti, (e come non riconoscere in questa figura Vaneigem stesso, bambino malizioso e appassionato, ricercatore e catalogatore di piaceri senza fine, vero Fourier del nostro tempo?) e il fratello delle pietre nere che non riesce più a convivere con il proprio tormento (e non possiamo individuare qui colui che era allora il fratello in passioni di Vaneigem, quel Debord che – come riferiscono concordi i suoi biografi – "non rideva mai"?; e non possiamo, all’interno di questo nostro ragionamento, rilevare la somiglianza del medesimo con Giorgio, affascinato e quasi ipnotizzato dall’orrore antropomorfico del capitale, la cosa vivente che si muove nei corpi?); in nessun momento Vaneigem sottintende che l’una o l’altra modalità siano in qualche misura più coerenti con quel discorso di liberazione in cui sono entrambe iscritte;
  • ciò che è essenziale e che scatena il processo che condurrà in un precipitare alchemico, alla liberazione, al momento cioè, come ci informa il saggio, la questione non si porrà più , consiste nel fatto che i due, e dopo di loro tutti, tutti coloro che non riconoscono propri interessi in questo mondo (quelli che lo vivono come insoddisfacente e quelli che lo percepiscono come troppo invasivo), si parlino e fra loro confrontino le proprie ragioni.
Se non mi riesce di trovare una piena identificazione con nessuno dei due fratelli e magari il contenuto del mio sacco finirebbe per risultare, a seconda dei periodi e delle circostanze, odiosamente punteggiato di bianco e di nero, incontro ugualmente una certa difficoltà – almeno per ora – a svolgere il ruolo del saggio vegliardo. Anche se forse occorre prendere coscienza che è urgente che delle voci si levino per dire "voi non vi parlate abbastanza" ai mille e mille appassionati, come pure ai mille e mille tormentati che attraversano le nostre giornate e magari hanno perso anche la fiducia necessaria per chiedere "come mai? Che cosa ci ha condotti qui?". Ma anche se sono restio ad accettare la condizione, sgradevolmente irreversibile, del saggio veggente. Pur tuttavia, reputo indispensabile ed urgente riguardare questi due filoni della critica della vita quotidiana, quello che potremmo chiamare "apocalittico" e quello che potremmo definire "armonico", nello spirito non già di farne prevalere uno, indicando nei seguaci dell’altro dei reprobi, come pure si è talvolta fatto e qualcuno continua a fare; né di cavarne un’improbabile sintesi, che nella più fortunata delle ipotesi finirebbe per svigorire e neutralizzare quanto di irriducibilmente umano e creativo è presente nel contributo di questi compagni: ma piuttosto di far parlare e rendere capaci di ascoltarsi a vicenda abbandono alle passioni e insorgere della rivolta, corpi appagati e corpi offesi, desiderio sempre rinnovato e rifiuto rabbioso di ogni costrizione, così da rendere davvero critica quella massa muta di scontenti su cui merce e spettacolo volano, nella stessa maniera in cui Geova volava corrucciato e colmo di cattive intenzioni sopra l’oceano primordiale.
La soluzione del nodo apparentemente inestricabile delle vite alienate e dei corpi irrigiditi e insensibili, se di soluzione è possibile parlare, sta innanzitutto in una ritrovata volontà di mettere in comunicazione fra loro i mille diversi modi di voler godere e di non voler più soffrire. Sta nel creare situazioni capaci di questo, di far sì che la parola torni a gettare echi, che l’azione ricominci a creare il mondo.
Mi si potrebbe dire, anzi sicuramente qualcuno dirà che questa stessa proposta e lettura delle possibilità del presente è in fondo una proposta ottimista, da irriducibile "pietra bianca": e in effetti, sì, personalmente sono convinto che se una pietra sarà capace di spezzare quello schermo, quella vetrina, che ci tengono separati dalla nostra vita, quella pietra sarà bianca, sarà la pietra del desiderio smisurato che travolge ogni ostacolo.
Ma se qualcuno vorrà farsi innanzi e provarsi nella stessa impresa con la propria pietra nera, magari ricercata nell’ancora parzialmente inesplorata soggettività ribelle che Giorgio ci ha regalato, questo qualcuno si faccia innanzi senza indugio: sarà sempre e in ogni momento il benvenuto.
Paolo Ranieri
Milano, giugno 2000

martedì 11 luglio 2017

Dopo il funerale dei partiti (qualche spunto da Michele Ainis)





di MICHELE AINIS
(come salvare il Parlamento)


I PARTITI sono dipartiti, amen. Ultimi certificati di morte: l'elezione di Trump, nonostante l'ostilità dell'establishment repubblicano; e su quest'altra sponda dell'oceano Macron (che ha sbaragliato i partiti storici francesi con una start up nata un anno fa) o i 5 Stelle (il non partito primo in tutti i sondaggi italiani). Benvenuti al funerale, quindi. E dopo?

Dopo rischiamo d'assistere alle esequie dei Parlamenti. Giacché sta di fatto che la fortuna delle assemblee legislative coincide con quella dei partiti politici, il cui battesimo fu celebrato per l'appunto in Inghilterra, con il Reform Act del 1832. In origine, partiti di notabili; poi partiti di massa, con l'introduzione del suffragio universale; infine partiti personali, dove il faccione del leader tracima in tv. Ma in ogni caso l'astro dei partiti illumina uno specifico modello di democrazia, quella rappresentativa; e infatti la loro disgrazia adesso si riflette sulla crisi che ovunque colpisce i Parlamenti. Tanto che negli Usa il politologo Benjamin Barber suggeriva di rimpiazzarli con un congresso di sindaci, più o meno come proponeva Renzi nella prima bozza del nuovo Senato.

Tuttavia non è detto che si debba chiudere baracca. La democrazia parlamentare può ancora navigare fra i marosi del terzo millennio. Ma a patto d'imbastardirsi, di contaminarsi con elementi di democrazia diretta, d'accogliere in grembo un po' di fantasia (o d'eresia) costituzionale. Ecco cinque suggestioni.

Primo: più forza al referendum. La nostra Carta menziona solo quello abrogativo, oltretutto tarpandogli le ali con il quorum di validità. E allora fuori il quorum, dentro il referendum propositivo, già previsto dalla Costituzione di Weimar del 1919. Dentro altresì l'iniziativa legislativa popolare vincolante, le consultazioni obbligatorie sulle grandi opere pubbliche (il modello è la legge Barnier, vigente in Francia dal 1995), varie forme di democrazia digitale, interpellando i cittadini attraverso il web. Insomma, sulle scelte pubbliche il dominio del Parlamento deve trasformarsi in condominio.

Secondo: il peso del non voto. È pari a zero, anche se ormai un elettore su due diserta le urne. Eppure nessuna assemblea legislativa può deliberare quando manchi il numero legale, quando cioè sia assente la metà più uno dei suoi membri. Eppure un Parlamento non votato è un Parlamento delegittimato. Rimedi: va a votare il 50% degli elettori? Dimezzo gli eletti, e al contempo ne riduco i poteri, per esempio vietandogli la revisione costituzionale. Dopotutto nella repubblica di Weimar scattava un seggio ogni 60 mila voti, sicché i parlamentari erano in numero variabile. Idem in Austria nel 1970. A ripetere quell'esperienza adesso, otterremmo quantomeno un risparmio di poltrone.

Terzo: due mandati e basta. Regola che in Italia vale per i sindaci o per i presidenti di regione, sulla scia del divieto introdotto dagli americani nel 1951, dopo la quarta elezione d'un uomo che pure si chiamava Roosevelt. La regola, insomma, colpisce chi riveste ruoli di governo, non i parlamentari. Giusto? No, sbagliato. Anche perché altrimenti la politica resterà il mestiere di chi non ha mestiere, come denunziò Max Weber ( La politica come professione, 1919).
Quarto: il recall. Ossia la revoca degli eletti immeritevoli, attraverso un referendum personale indetto in corso di mandato. Funziona così in Svizzera dal 1846, negli Stati Uniti dal 1903, nonché in varie altre contrade. Ne avremmo urgenza anche in Italia, dove puoi assentarti dai lavori parlamentari per un anno senza rischiare sanzioni. E dove i cambi di casacca, dall'inizio della legislatura, toccano quota 469, un record. Ma quando c'è potere, lì dev'esserci responsabilità. Alle nostre latitudini c'è viceversa impunità.

Quinto: il sorteggio. Sì, l'estrazione a sorte d'una pattuglia di parlamentari, per formare un cuscinetto tra maggioranza e opposizione. Come mostra uno studio condotto utilizzando modelli matematici e simulazioni al computer (Democrazia a sorte, 2012), ne guadagnerebbe la credibilità del Parlamento, oltre che il suo tasso d'efficienza. D'altronde la sorte - diceva Montesquieu - è al servizio del principio d'eguaglianza, lasciando a ciascuno "una ragionevole speranza di servire la Patria". Dice: ma così rischieremmo d'inviare in Parlamento gli incapaci. E perché, ora sono tutti capaci?
michele.ainis@uniroma3.it

sabato 20 maggio 2017

A Testa in giù


 
Molto spesso le persone intelligenti, sempre i deficienti aspiranti burocrati, guardano la realtà a rovescio, a testa in giù. 
Marx già ai suoi tempi si faceva beffe di questa infelice tendenza, ignorando che i suoi eredi indegni ne avrebbero fatto una chiave di interpretazione della realtà, chiamata marxismo. Versione particolarmente aggressiva e becera dell'idealismo che é, e con ottime ragioni, la forma ideologica dell'epoca borghese.
La frase "chiamiamo comunismo il movimento reale che sopprime il presente stato di cose" che Marx aveva scritto per intendere che quel movimento che realmente si dispiegava nel momento stesso in cui lui stava scrivendo, bene, quello era il comunismo, e non un'ideologia prefabbricata, risulta ancor oggi, fraintesa e rovesciata. Marx non si sogna di proporre a sé stesso o a chicchessia di "costruire" un movimento reale, ma indaga i movimenti reali del suo tempo e riconosce nel movimento operaio il soggetto possibile della liberazione umana. Lui si incarica di illustrare perchè quel movimento e non altri, può proporsi validamente un tale obiettivo. Ogni discorso sulla rivoluzione, per chi si proponga di offrire un contributo che sia anche di riflessione, di radicalizzazione, di reciproco riconoscimento, non può, se non vuole ricadere nell'idealismo così opportunamente da Marx deriso, decidere a tavolino di quale movimento ci sarebbe bisogno, per poi cercare di edificare tale movimento a partire dai tavolini di qualche caffè, o dai banconi di qualche centro sociale, o - absit injuria verbis - da qualche aula universitaria o da qualche redazione di rivista; ma può, se lo ritiene utile, unicamente riconoscere nel reale movimento presente nel mondo, prodotto dalle presenti relazioni sociali, quali filoni ne possano essere, radicalizzati, rafforzati, diffusi, incrementati, per portare a quel tracollo dell'alienazione sociale che può aprire la via all'autoliberazione della specie.
In questo senso perciò tutte le rivolte nascono spontanee: il movimento operaio dal generale Ludd in poi, ne è un esempio limpidissimo; e via via nella storia. Queste sollevazioni quando possono trovano forme organizzative proprie; se non ci riescono divengono facile preda dei costruttori di organizzazioni. Se uno oggi ha, come molti di noi hanno, la passione per la sommossa e per la costruzione della storia, può unicamente partecipare alla pari a quelle sollevazioni in cui riesce ad imbattersi; e può - direi quasi: deve - occuparsi di dissipare equivoci, scorciatoie, superstizioni, riflessi condizionati, procedure automatiche, quando tali sollevazioni si presentano. Sempre comunque nella consapevolezza che anche le sollevazioni più brevi e più settoriali e più isolate geograficamente, mettono in moto le forze, le passioni, le idee, le capacità, la creatività, la fantasia, la volontà, la tenacia e la pazienza di un numero di persone tale da travalicare qualsiasi programma ideato da qualsiasi militante di qualsiasi organizzazione pret-a-porter.
Per conseguenza è poco realistico interrogarsi se la Val di Susa con la propria battaglia é un modello valido oppure no. Nessuno é in grado di costruire una Val di Susa a freddo, da qualche altra parte. E nessuno é in grado di impedire che altre sollevazioni analoghe si producano, magari domani, magari in questo stesso momento. La domanda sensata é: in quale maniera possiamo contribuire a far sì che tali sollevazioni si radicalizzino e determinino situazioni che impediscono il rifluire verso il passato? quali sono i nemici di questi processi che occorre smascherare e disperdere? 

by pkrainer Monday, Sep. 11, 2006 at 12:21 AM

lunedì 1 maggio 2017

Proibizionismi





Il legame fra Stato e cittadini si fonda sulla convinzione comune che, emanata una legge, a questa legge si obbedirà. Per meglio dire, obbediranno i più; e di coloro che non obbediranno, alcuni verranno repressi con il solito armamentario di polizia, tribunali, galere; e alcuni filtreranno impuniti in maniera da dimostrare la necessità e l’urgenza di quella legge o addirittura maggiori pressioni e inasprimenti della stessa.
Infatti, una legge cui tutti obbedissero senza difficoltà non giocherebbe a favore dello Stato perché sarebbe una prova del suo essere non necessario ma superfluo.
La crisi si presenta allorché, per le più diverse ragioni, a una certa legge grandi masse di cittadini disubbidiscono.
Perché lo Stato può pretendere di imporre un comportamento quando è evidente che folle immense intendono comportarsi in maniera opposta?
Un primo storico esempio lo abbiamo avuto con la (relativa) liberalizzazione della prostituzione, che continua a essere accerchiata da divieti e regolamentazioni, ma che si è comunque rinunciato a perseguire.
La preoccupazione dei governanti era, in sostanza, questa: teoricamente, l’intera popolazione femminile (e in effetti anche quella maschile) avrebbe potuto abbandonarsi alla prostituzione in assenza di alcun freno imposto dall’alto. La pratica ha dimostrato che, al contrario, questo mercato avrebbe finito per trovare un suo punto d’equilibrio sia perché questo mestiere non attrae tutti quanti, sia perché esiste un limite commerciale oltre il quale sarebbero i clienti a venire a mancare.
Il proibizionismo in questo caso è stato poco meno che abbandonato in base alla dimostrazione pratica della sua non necessità. Il fenomeno continua a rimanere spiacevole ma confinato in un ambito limitato e sostanzialmente tollerabile.
Più complicato e tuttora irrisolto, è il proibizionismo relativo agli stupefacenti: anche qui il timore di chi ha a cuore la coesione sociale è che una completa liberalizzazione indurrebbe la totalità della popolazione a consumare senza posa sostanze oggi proibite, nell’ozio e nei bagordi (l’esperienza fatta negli Stati Uniti, quella che detta il nome del fenomeno del proibizionismo, dimostrerebbe in effetti il contrario: in quel paese si beveva prima della legge del 1919, si beveva altrettanto fino alla sua cancellazione, e non si beve meno neppure ora).
Pur tuttavia si insiste nel mantenere assolutamente proibita una pratica che coinvolge milioni di cittadini che continuano a violare la legge, consumando stupefacenti a loro discrezione.
Questo stato di cose determina un’importante lesione al principio di autorità dello Stato, senza che i poveri governanti, che continuano ad arrovellarsi, riescano a trovare una via d’uscita.
Infatti la liberalizzazione totale non è concepibile perché ridurrebbe il campo d’azione e competenza dello Stato; una gestione mista come quella adottata per la prostituzione presenterebbe notevoli costi, grandi fastidi politici, lasciando tuttavia un’area grigia di illegalità; mantenere le leggi proibizioniste attuali continua a esporre lo Stato al quotidiano ludibrio della disobbedienza di massa.
Da uno studio effettuato, paradossalmente si è dimostrato che nel caso tutti consumatori di sostanze vietate si costituissero alle questure nello stesso giorno, in poche ore l’Italia sarebbe ferma, in quanto si tratterebbe di svariati milioni di cittadini attivi (nelle stesse questure probabilmente i poliziotti per primi si dovrebbero ammanettare fra loro compilando a vicenda i loro verbali di arresto).
Da molto tempo più o meno in tutti i paesi, sono state introdotte leggi proibizioniste contro l’ingresso nei confini di cittadini stranieri.
Naturalmente queste leggi prevedono un gran numero di eccezioni (differenti e a volte contraddittorie fra Stato e Stato) al fine di lasciar passare turisti, calciatori e businessmen; poi, scendendo nella scala sociale, lavoratori considerati necessari e infine coloro che sarebbe troppo vergognoso respingere in quanto profughi.
Questo sistema di leggi ha funzionato a lungo senza gravi intoppi: fra gli immigrati permessi si infiltrava un certo numero di clandestini privi di ciascuno dei titoli sopraindicati ma il fenomeno era marginale e non destava alcun problema.
Dagli anni ’90 invece la pressione sulle frontiere è aumentata e si è moltiplicata in maniera esponenziale e così pure le leggi in materia, diverse nei diversi paesi, ma iscritte tutte in una medesima cornice valida per tutta Europa. Queste leggi sono tutte incoerenti e totalmente inapplicabili (si veda per fare un esempio l’invenzione del delitto di immigrazione clandestina, che  si vorrebbe ora cancellare perché ha intasato interamente i tribunali, senza riuscire a essere effettivamente mai sanzionato, ovvero il reato di ospitare o assumere stranieri senza il permesso di soggiorno in regola, continuamente perpetrato da onestissime pensionate e ligi locatari).
In pratica anche in questo caso il proibizionismo, dimostrandosi inefficace, non fa che moltiplicare ed estendere grandi e piccole illegalità che coinvolgono non solo gli stranieri ma anche una grande parte della popolazione residente.
Fino al vero e proprio delirio che conduce a proibire l’arrivo in assenza di permessi validi sul territorio nazionale e impedisce quindi l’utilizzo di linee aeree o marittime per il viaggio, salvo poi spedire navi militari, governative e “non governative” a recuperare i viaggiatori considerati tutti (e con valide ragioni) prossimi al naufragio oppure già naufragati.
Il risultato è paradossale: migliaia di morti in mare, decine di migliaia di sbarcati che non vorrebbero in gran maggioranza rimanere in Italia ma che nessun altro paese lascia entrare, la presenza sul territorio di un numero neppure ben conosciuto di persone che in base alla legge andrebbero rimpatriate cosa impossibile anche perché sovente di molti nemmeno si conosce il paese d’origine.
Una volta ancora, posto di fronte alla disobbedienza di massa, il proibizionismo si dimostra totalmente fallimentare. Esso non riesce a tranquillizzare i cittadini che, per altre ragioni, ha tutto l’interesse di mantenere allarmati; non riesce a frenare in alcun modo gli ingressi; meno ancora riesce ad adempiere ai propri stessi diktat eseguendo le espulsioni; non riesce a frenare i costi e gli sprechi fenomenali che ne derivano e che ormai attirano la malavita organizzata;  crea un perpetuo contenzioso fra i diversi Stati europei ciascuno dei quali intento a sbolognare il problema in capo al vicino (alla faccia dell’Europa unita).
La situazione non farà che aggravarsi specialmente per l’Italia e la Grecia che fronteggiando il Nord Africa sono le mete predestinate dei migranti provenienti da Sud.
D’altra parte si presentano unicamente due vie d’uscita, entrambe difficilmente praticabili.
La prima è quella ventilata dall’Internazionale Razzista che vorrebbe ritirare tutti i mezzi di soccorso dalle rotte dei migranti, confidando nel fatto che, dopo un numero congruo di annegati la voce si spargerebbe e dall’Africa non partirebbe più nessuno.
Si tratta di una soluzione per modo di dire, per varie ragioni: la prima e più ovvia è che nessun governo avrebbe il coraggio di praticarla al cospetto dell’opinione pubblica mondiale; la seconda è che sarebbe praticamente impossibile impedire a strutture private di intervenire comunque; la terza che certamente chi vuole partire ad ogni costo inventerebbe una nuova via d’accesso, anche se oggi non indoviniamo quale potrebbe essere.
La seconda soluzione è di segno radicalmente opposto: abolire i permessi di soggiorno, liberalizzando radicalmente i transiti e gli accessi. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a difficoltà quasi insormontabili: innanzitutto un provvedimento del genere andrebbe preso concordemente a livello europeo dal momento che nessun singolo paese potrebbe affrontare da solo la prevedibile ondata migratoria. Il secondo motivo è che una tale svolta contrasta con la vocazione stessa e la ragion d’essere proclamata degli Stati nazionali che è quella di governare ogni possibile evento. Il terzo motivo è che, considerando le condizioni disgraziate in cui versa l’Africa, nessuno può davvero escludere che non sarebbero milioni e milioni coloro i quali sceglierebbero di trasferirsi mettendo a dura prova i paesi già fittamente popolati e duramente colpiti dalla disoccupazione, e quindi scarsamente bisognosi di manodopera.
In pratica una tale soluzione comporterebbe un peggioramento della qualità della vita in Europa che condurrebbe a un’immediata cacciata dalla scena politica di quei governanti che adottassero un tale provvedimento.  Che difatti nessun politico osa proporre.
In poche parole qualsiasi legge immaginabile non solo non sarebbe in grado di risolvere la situazione presente ma verosimilmente riuscirebbe soltanto ad aggravarla.
La prospettiva più realistica quindi risulta essere quella apparentemente più utopistica: poiché alle leggi sempre meno persone obbediscono e in un numero crescente di casi è divenuto proprio impossibile obbedire, puntare direttamente all’abbattimento dello Stato liberandoci dalla sua pretesa di emanare leggi, di disegnare frontiere, di emettere documenti e passaporti e di  gestire le vite di chi sta qui come di chi ci voglia raggiungere ….. e qui comincerebbe tutta un’altra storia.

Paolo Ranieri e Gilda Caronti

domenica 9 aprile 2017

Allarme per un futuro già presente: la legge in via di approvazione al Parlamento Europeo per riconoscere la personalità giuridica dei robot




 
  
Il futuro che verrà.
Hanno creato la personalità giuridica del robot e questa è la legge in via di approvazione al parlamento europeo.
Ce la farà l’umano a sopravvivere?



svegliamoci prima che sia troppo tardi!!!!!



PROPOSTA DI RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO
recante raccomandazioni alla Commissione concernenti norme di diritto civile sulla robotica
(2015/2103(INL))
Il Parlamento europeo,
– visto l'articolo 225 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea,
– visti gli articoli 46 e 52 del suo regolamento,
– visti la relazione della commissione giuridica e i pareri della commissione per l'occupazione e gli affari sociali, della commissione per l'ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, della commissione per l'industria, la ricerca e l'energia e della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori (A8-0000/2016),
Introduzione
A. considerando che, dal mostro di Frankenstein ideato da Mary Shelley, al mito classico di Pigmalione, passando per la storia del Golem di Praga e il robot di Karel Čapek, che ha coniato la parola, gli esseri umani hanno fantasticato sulla possibilità di costruire macchine intelligenti, spesso androidi con caratteristiche umane;
B. considerando che l'umanità si trova ora sulla soglia di un'era nella quale robot, bot, androidi e altre manifestazioni dell'intelligenza artificiale (AI) sembrano sul punto di lanciare una nuova rivoluzione industriale, suscettibile di toccare tutti gli strati sociali, rendendo imprescindibile che la legislazione ne consideri tutte le implicazioni;
C. considerando che tra il 2010 e il 2014 la crescita media delle vendite di robot era stabile al 17% annuo e che nel 2014 è aumentata al 29%, il più considerevole aumento annuo mai registrato, e che i fornitori di parti motrici e l'industria elettrico-elettronica sono i principali propulsori della crescita; che le richieste di brevetto per le tecnologie robotiche sono triplicate nel corso dell'ultimo decennio;
D. considerando che, nel breve e medio termine, la robotica e l'intelligenza artificiale promettono di portare benefici in termini di efficienza e di risparmio economico non solo in ambito manifatturiero e commerciale, ma anche in settori quali i trasporti, l'assistenza medica, l'educazione e l'agricoltura, consentendo di evitare di esporre esseri umani a condizioni pericolose, come nel caso della pulizia di siti contaminati da sostanze tossiche; che, nel lungo termine, vi è un potenziale per una prosperità virtualmente illimitata;
E. considerando che nel contempo lo sviluppo della robotica e dell'intelligenza artificiale possono portare a far sì che gran parte del lavoro attualmente svolto dagli esseri umani sia svolto da robot, sollevando preoccupazioni quanto al futuro dell'occupazione e la sostenibilità dei sistemi di previdenza sociale se l'attuale base fiscale sarà mantenuta, e dando potenzialmente origine a una crescente disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e del potere;

F. considerando che vi sono cause di preoccupazione anche per quanto riguarda la sicurezza fisica, ad esempio quando la codificazione di un robot si rivela fallibile, e per le potenziali conseguenze di un difetto sistemico o del pirataggio di robot intercollegati o di sistemi robotici, in un momento in cui sono in uso o sul punto di entrare in uso applicazioni sempre più autonome, che si tratti di automobili, di droni o di robot impiegati per l'assistenza o per il mantenimento dell'ordine pubblico;
G. considerando che numerose questioni fondamentali in materia di protezione dei dati sono già state oggetto di considerazione nei contesti generali di Internet e del commercio elettronico, ma che altri aspetti riguardanti la proprietà dei dati e la protezione dei dati personali e della privacy potrebbero ancora dover essere affrontati, dal momento che le applicazioni e gli apparecchi comunicheranno tra di loro e con le banche dati senza che gli esseri umani intervengano o persino siano consapevoli di cosa sta accadendo;
H. considerando che l'impatto relativo per la dignità umana può essere difficile da stimare, ma dovrà essere considerato se e quando i robot sostituiranno le cure e la compagnia umane, e che considerazioni di dignità umana possono insorgere anche nel contesto della "riparazione" o del "miglioramento" degli esseri umani;
I. considerando che, in ultima analisi, è possibile che nel giro di pochi decenni l'intelligenza artificiale superi la capacità intellettuale umana al punto che, se non saremo preparati, potrebbe mettere a repentaglio la capacità degli umani di controllare ciò che hanno creato e, di conseguenza, anche la loro capacità di essere responsabili del proprio destino e garantire la sopravvivenza della specie;
J. considerando che alcuni Stati esteri quali Stati Uniti, Giappone, Cina e Corea del Sud stanno prendendo in considerazione, e in una certa misura hanno già adottato, atti normativi in materia di robotica e intelligenza artificiale, e che alcuni Stati membri hanno iniziato a riflettere su possibili cambiamenti legislativi per tenere conto delle applicazioni emergenti di tali tecnologie;
K. considerando che l'industria europea potrebbe trarre beneficio da un approccio coerente alla regolamentazione a livello europeo, che fornisca condizioni prevedibili e sufficientemente chiare in base alle quali le imprese possano sviluppare applicazioni e pianificare i propri modelli commerciali su scala europea, garantendo nel contempo che l'UE e i suoi Stati membri mantengano il controllo sulle norme regolamentari da impostare e non siano costretti ad adottare e subire norme stabilite da altri, vale a dire quegli Stati terzi che sono anche in prima linea nello sviluppo della robotica e dell'intelligenza artificiale; 

Principi generali
L. considerando che sino al momento in cui – se mai ciò si verificherà – i robot diverranno o saranno resi consapevoli di sé, le leggi di Asimov1 devono essere considerate come
1 (1) Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. (2) Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge. (3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge. (cfr. Isaac Asimov, Circolo vizioso, 1942) e (0) Un robot non può recare danno all'umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l'umanità riceva danno.
1 Cfr. Dichiarazione di Robert Schuman del 1950: "L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto."
rivolte ai progettisti, ai fabbricanti e agli utilizzatori di robot, dal momento che tali leggi non possono essere convertite in codice macchina;
M. considerando che, tuttavia, sono necessarie una serie di regole che disciplinano in particolare la responsabilità e l'etica e che riflettono i valori intrinsecamente europei e umanistici che caratterizzano il contributo dell'Europa alla società;
N. considerando che l'Unione europea potrebbe svolgere un ruolo essenziale nella definizione dei principi etici fondamentali da rispettare per lo sviluppo, la programmazione e l'utilizzo di robot e dell'intelligenza artificiale e per l'introduzione di tali principi nelle normative e nei codici di condotta europei, al fine di configurare la rivoluzione tecnologica in modo che essa serva l'umanità e affinché i benefici della robotica avanzata e dell'intelligenza artificiale siano ampiamente condivisi, evitando per quanto possibile potenziali insidie;
O. considerando che per l'Europa dovrebbe essere adottato un approccio graduale, pragmatico e cauto del tipo auspicato da Jean Monnet1;
P. considerando che è opportuno, in vista dello stadio raggiunto nello sviluppo della robotica e dell'intelligenza artificiale, iniziare con le questioni di responsabilità civile e valutare se il miglior punto di partenza non sia un approccio basato strettamente sulla responsabilità oggettiva di chi è nella posizione migliore per fornire garanzie;
Responsabilità
Q. considerando che, grazie agli strabilianti progressi tecnologici dell'ultimo decennio, non solo oggi i robot sono grado di svolgere attività che tradizionalmente erano tipicamente ed esclusivamente umane, ma lo sviluppo di caratteristiche autonome e cognitive – ad esempio la capacità di apprendere dall'esperienza e di prendere decisioni indipendenti – li ha resi sempre più simili ad agenti che interagiscono con l'ambiente circostante e sono in grado di alterarlo in modo significativo; che, in tale contesto, la questione della responsabilità giuridica derivante dall'azione nociva di un robot diventa essenziale;
R. considerando che l'autonomia di un robot può essere definita come la capacità di prendere decisioni e metterle in atto nel mondo esterno, indipendentemente da un controllo o un'influenza esterna; che tale autonomia è di natura puramente tecnologica e il suo livello dipende dal grado di complessità con cui è stata progettata l'interazione di un robot con l'ambiente;
S. considerando che più i robot sono autonomi, meno possono essere considerati come meri strumenti nelle mani di altri attori (quali il fabbricante, il proprietario, l'utilizzatore, ecc.); che ciò, a sua volta, rende insufficienti le regole ordinarie in materia di responsabilità e rende necessarie nuove regole incentrate sul come una macchina possa essere considerata – parzialmente o interamente – responsabile per le proprie azioni o omissioni; che, di conseguenza, diventa sempre più urgente affrontare la questione fondamentale di se i robot devono avere uno status giuridico;

T. considerando che, in ultima analisi, l'autonomia dei robot solleva la questione della loro natura alla luce delle categorie giuridiche esistenti – se devono essere considerati come persone fisiche, persone giuridiche, animali o oggetti – o se deve essere creata una nuova categoria con caratteristiche specifiche proprie e implicazioni per quanto riguarda l'attribuzione di diritti e doveri, compresa la responsabilità per i danni;
U. considerando che, nell'attuale quadro giuridico, i robot non possono essere considerati responsabili in proprio per atti o omissioni che causano danni a terzi; che le norme esistenti in materia di responsabilità coprono i casi in cui la causa di un'azione o di un'omissione del robot può essere fatta risalire ad uno specifico agente umano, ad esempio il fabbricante, il proprietario o l'utilizzatore, e tale agente avrebbe potuto prevedere ed evitare il comportamento nocivo del robot; che, inoltre, i fabbricanti, i proprietari o gli utilizzatori potrebbero essere considerati oggettivamente responsabili per gli atti o le omissioni di un robot se, ad esempio, il robot è stato classificato come un oggetto pericoloso o rientra nell'ambito di norme di responsabilità del prodotto;
V. considerando che, nell'ipotesi in cui un robot possa prendere decisioni autonome, le norme tradizionali non saranno sufficienti per attivare la responsabilità di un robot, in quanto non consentirebbero di determinare qual è il soggetto cui incombe la responsabilità del risarcimento né di esigere da tale soggetto la riparazione dei danni causati;
X. considerando che sono palesi le carenze dell'attuale quadro normativo in materia di responsabilità contrattuale, dal momento che le macchine progettate per scegliere le loro controparti, negoziare termini contrattuali, concludere contratti e decidere se e come attuarli rendono inapplicabili le norme tradizionali, il che pone in evidenza la necessità di norme nuove più al passo con i tempi;
Y. considerando che, per quanto riguarda la responsabilità extracontrattuale, la direttiva 85/374/CEE del Consiglio del 25 luglio 19851 copre solamente i danni causati dai difetti di fabbricazione di un robot e a condizione che la persona danneggiata sia in grado di dimostrare il danno effettivo, il difetto nel prodotto e la connessione causale tra difetto e danno (responsabilità oggettiva o responsabilità senza colpa);
Z. considerando che, nonostante il campo di applicazione della direttiva 85/374/CEE, l'attuale quadro giuridico non sarebbe sufficiente a coprire i danni causati dalla nuova generazione di robot, in quanto questi possono essere dotati di capacità di adattamento e di apprendimento che implica un certo grado di imprevedibilità nel loro comportamento, dato che imparerebbero in modo autonomo, in base alle esperienze diversificate di ciascuno, e interagirebbero con l'ambiente in modo unico e imprevedibile;






PROGETTO DI RELAZIONE recante raccomandazioni alla Commissione concernenti norme di diritto civile sulla robotica (2015/2103(INL))


European Civil Law Rules in Robotics