Note del 2003/2005 sul Manifesto contro il lavoro del gruppo tedesco Krisis. Miguel Amorós
Traduzione di Sergio Ghirardi Sauvageon
Tutte le nostre pene,
come dice Bob Black, derivano dal fatto che viviamo in un mondo dominato dal
lavoro. Se vogliamo smettere di soffrire, dobbiamo smettere di lavorare. Questo
deve essere il primo punto di qualsiasi programma rivoluzionario. Questa grande
verità ha dato origine a formule sul come farla finita con il lavoro non sempre
chiare, come quella del manifesto in questione.
1.
Il concetto di lavoro nel Manifesto è equivoco. Dobbiamo sempre intendere per
lavoro il "lavoro sociale realizzato", o meglio, la
"merce-lavoro", o ancora meglio, il "lavoro salariato".
Lavoro separato da qualsiasi finalità, lavoro squalificato, astratto. Da un
lato, il manifesto lo definisce in tal modo, dall'altro, però, incita alla
confusione quando parla dell'abolizione del lavoro in questa società grazie
alla microelettronica; si riferisce dunque a qualsiasi attività produttiva in
cui intervenga l’uomo. Sembra insinuare che gli esseri umani sarebbero liberati
da ogni sforzo se si sottomettessero alle macchine automatiche. In realtà, vi
sono già sottomessi. L'automazione corrisponde alla fase più alta della
divisione del lavoro. Dietro di essa esiste tutto un processo di fabbricazione
di componenti di queste macchine. Promuovendo la divisione del lavoro, la
tecnologia non l’abolisce, genera invece più lavoro. Le nuove tecnologie hanno,
da un lato, reso la merce-lavoro sempre più fantasmagorica, ma non per questo meno reale. D'altro canto, hanno ampiamente contribuito
alla sua svalutazione sul mercato. Gli acquirenti di lavoro sfruttano il suo
basso valore quanto la sua penuria. Il capitalismo moderno è certamente avviato
ad abolire il lavoro produttivo svolto da lavoratori, ma solo nella misura in
cui sviluppa lavoro improduttivo (lavoro che non produce oggetti materiali ma
merci, per esempio, servizi, o semplicemente attività inutili).
2.
L'inutilità – e la nocività – della maggior parte del lavoro non ne diminuisce
il valore nelle condizioni attuali. Ciò che determina la necessità del lavoro è
il suo status di merce, più o meno valorizzata. La novità sta nel fatto che la
crescita della sua domanda, a differenza delle precedenti fasi del capitalismo,
non dipende dai periodi di prosperità, ma dalle catastrofi. Le guerre, i
disastri naturali, le deflagrazioni di bolle finanziarie, i fallimenti
fraudolenti , le nuove epidemie, eccetera, sono un poderoso stimolo per
l’economia. Il terrore è un fattore di consumo di primordine. La domanda – e il
mercato – prosperano realmente grazie alle crisi, e quindi alla paura. Lungi
dal mettere a nudo l'irrazionalità dell'economia di mercato, come era il caso
finora, le crisi conferiscono un supplemento di apparente razionalità alla
produzione di merci, rendendola al contempo per l’essenziale sempre più
irrazionale. Si mostra come l'unica soluzione ai problemi che essa stessa ha
creato. Per quanto riguarda il lavoro, è diventato aberrante, assurdo,
ma non è scomparso.
3.
L'affermazione per cui "una rinascita della critica radicale del capitalismo presuppone una rottura
categorica con il lavoro" è una solenne banalità. Tutta l'opera di
Marx (per non parlare di quella di Lafargue, Bataille o dell'Internazionale
Situazionista) si fonda su questa rottura. Ricordiamo che durante la guerra
civile spagnola, gli operai anarcosindacalisti provavano repulsione per la
definizione di "paga" o "salario" a proposito della
remunerazione del lavoro per la comunità, così come quelli predisposti ad
abolire il denaro instaurando il baratto o introducendo i buoni di scambio.
Sembra che senza questa rottura con il lavoro "non sarà possibile un
processo di solidarietà a livello elevato e su scala dell'intera società. E
solo in questa prospettiva si possono riaggregare anche le lotte di resistenza
immanenti al sistema contro la logica del lobbying e l'individualizzazione …”.
Il problema è piuttosto se le minoranze che praticano questa critica siano in
grado di creare comunità di resistenza abbastanza numerose da innescare un
processo di solidarietà e lotta su larga scala, e più concretamente, se siano
in grado di organizzare una fuga massiccia e consapevole dal lavoro. Dopotutto,
sono proprio le masse che per ora chiedono disperatamente "lavoro per
tutti" – cioè l'ingresso sul mercato del lavoro – che dovrebbero sottrarsi
dal suddetto mercato. Giunti a questo punto, il manifesto indirizza la sua
critica contro la "sinistra", cioè contro un cadavere, e ottiene una
vittoria clamorosa (a moro muerto,
gran lanzada )[1] Da lì, si finisce per cadere
nel bizantinismo di chi sia nato prima, l'uovo o la gallina: "Solo la
critica del lavoro esplicitamente formulata e il corrispondente dibattito
teorico possono creare la nuova controinformazione indispensabile per la
formazione di un movimento sociale pratico contro il lavoro". Secondo
il manifesto, i teorici (l'uovo) devono venire prima, risolvendo così
apparentemente il problema - che, tuttavia, rimane irrisolto - delle condizioni
effettive per la formazione della suddetta "coalizione contro il lavoro".
La distanza tra il dibattito proposto e "la costituzione in tutto il
mondo di federazioni di individui liberamente associati che strappano i mezzi
di produzione e di esistenza dalla vuota macchina del lavoro e dello
sfruttamento e li prendono nelle proprie mani" non è di alcun
interesse per loro. Vale la pena notare che il
Manifesto fonda la creazione di una società libera sull'espropriazione dei
mezzi di produzione, nonostante il fatto che siano inutilizzabili per il minimo
compito emancipatore. La tecnica non è neutrale. I mezzi che si sono avvalsi
del lavoro schiavistico non servono a liberare la società dal lavoro, è quindi
impossibile espropriarli. Il Manifesto evita dunque qualsiasi riflessione
critica sul ruolo della tecnologia nella perpetuazione del lavoro e
nell'orientamento disumano del sistema produttivo.
4. A mio
avviso, il manifesto trascura anche il punto essenziale: la fenomenologia del
soggetto storico, il percorso che conduce dalla "critica del lavoro
esplicitamente formulata" al "sistema a scalare dei consigli",
passando per la costituzione di un "movimento sociale pratico contro il
lavoro", soprattutto quando si pretende che "la lotta di
classe è finita" o che il concetto di classe è una categoria
feticizzata. E, come corollario, il problema dell'azione, la questione del che
fare, è occultata. In breve, invece di spiegare qualcosa sulle condizioni, le
difficoltà, le mediazioni e le tappe del processo rivoluzionario, dalla sua
genesi alla fase paradisiaca dell'abbondanza il cui motto sarà "Prendiamoci
ciò di cui abbiamo bisogno!", il manifesto finisce con formule vaghe
come "combinare forme di pratiche contro sociali con il rifiuto
offensivo del lavoro". Quali forme? Quali esempi concreti ci spiegano come combinarle?
E soprattutto, chi lo farà? Possiamo dedurre che la classe operaia, troppo
legata al lavoro, non sarà la protagonista appropriata di una trasformazione
sociale che abolirà il lavoro, ma chi lo sarà? Esistono collettivi capaci di
guidare una prassi anti-lavoro coerente e di comunicarla? Come? Gli autori non
hanno ritenuto necessario essere più precisi. Si accontentano di
generalizzazioni che non contribuiscono in alcun modo a comprendere le cause
dell'oppressione sociale né aiutano a combatterla.
5. Il
metodo del Manifesto consiste nell'isolare una categoria sociale – il lavoro –
e farne l'asse della sua costruzione teorica, presentata come nuova. La lotta
contro il lavoro deve quindi essere il prerequisito di ogni azione
rivoluzionaria. Nonostante questa semplificazione ideologica, il percorso non
si accorcia, ma diventa piuttosto un circolo vizioso, poiché è pura tautologia. Ciò che sembrava nuovo cessa
di esserlo se si porta alla luce l'alter ego del lavoro, il capitale. Il lavoro
non può essere separato dal capitale; entrambi non sono altro che "due
aspetti dello stesso rapporto", dice Marx. Se si lotta contro il
lavoro, si lotta contro il capitale; se si tenta di abolire l'uno, si abolisce
anche l'altro, ma questo è nuovo quanto l'Internazionale. L'abolizione del capitale equivale all'abolizione del lavoro
schiavistico, all'abolizione del denaro, all'abolizione della divisione del
lavoro, all'abolizione del tempo astratto ("Il tempo è vita, non
denaro").
6. La
teoria del valore non spiega tutto. L'identificazione soggiacente tra lavoro e
oppressione sociale è vera, ma il fatto che storicamente ci sia stata
oppressione – e Stato – in società non basate sul lavoro (tutte tranne quella capitalista)
dovrebbe farci capire che l'abolizione del lavoro non scongiura tutti i
pericoli.
7. In definitiva,
siamo di fronte a un nuovo tentativo fallito di formulare un rifiuto credibile
dell'homo laborans basato su vecchi schemi di liberazione ormai
completamente superati dal capitalismo stesso. Si tratta di superare le
contraddizioni rifugiandoci in generalità. Si vive bene nel limbo ideologico.
Eppure, la lotta contro il lavoro è una lotta eminentemente pratica che va
condotta quotidianamente. Ogni epoca crea pratiche contro il lavoro; in
passato, durante periodi di intenso conflitto sociale, ci sono stati gli
scioperi, la riduzione dell'orario di lavoro, lo sciopero bianco, il sabotaggio e il turnover
o la precarietà volontaria; durante periodi di ristrutturazione, ci sono stati
congedi permanenti fraudolenti, officine cooperative o neoruralismo; oggi, in pieno deterioramento del
mercato del lavoro, è ancora possibile fingere malattie, in particolare
mentali, e ricorrere a un sano assenteismo o a un minimo sforzo calcolato. La
lotta contro il lavoro esiste: nel settembre del 2005 la stampa informava che secondo
un’inchiesta di Coste Laboral dell’Istituto Nazionale di Statistica, ogni
lavoratore in Spagna perdeva 22 ore e mezza di lavoro al mese soltanto per i
tempi morti del caffè, dello spuntino, della sigaretta e tramite l’uso
personale del telefono dell’impresa, di Internet o delle uscite dal lavoro. Se
una cosa è diventata chiara nei passati movimenti di disoccupati, è che la
richiesta di sussidi di disoccupazione ben retribuiti e illimitati deve essere
la rivendicazione fondamentale delle masse lavoratrici schiave. Neutralizzare
un'arma così potente nelle mani della classe dominante come la disoccupazione
potrebbe essere il programma minimo di un futuro movimento proletario, la sua
"Carta del Popolo". Niente di ciò è la rivoluzione, tutt'altro, ma si tratta di modi che indicano
come iniziarla.
Miguel Amorós,
gennaio 2003. Revisione e paragrafo 7, aprile 2005.
NOTAS SOBRE EL “MANIFIESTO CONTRA EL TRABAJO” DEL GRUPO
“KRISIS”
Todas
nuestras penas, como dice Bob Black, provienen del vivir en un mundo dominado
por el trabajo. Si queremos dejar de sufrir habrá que dejar el trabajo. Ese ha
de ser el primer punto de cualquier programa revolucionario. Esta gran verdad
ha dado pie a formulaciones de cómo acabar con el trabajo no siempre claras,
como la del manifiesto que ahora nos ocupa.
1. El concepto
de trabajo en el manifiesto es equívoco. Hemos de entender siempre por trabajo,
“trabajo social realizado”, o mejor, “mercancía trabajo”, o mejor aún, “trabajo
asalariado”. Trabajo separado de cualquier finalidad, trabajo descualificado, abstracto.
El manifiesto por un lado así lo define, pero por otro incita a la confusión
cuando habla de la abolición del trabajo en esta sociedad gracias a la
microelectrónica; entonces se refiere a cualquier actividad productiva en la
que intervenga el hombre. Parece insinuar que el hombre quedaría liberado de
todo esfuerzo si se sometiese a las máquinas automáticas. En realidad, ya está
sometido. La automatización corresponde a la fase más alta de la división del
trabajo. Detrás de ella existe todo un proceso de fabricación de componentes.
Al promover la división del trabajo, la técnica no lo abole, sino que crea más
trabajo. Lo que las nuevas tecnologías han hecho por un lado ha sido convertir
la mercancía trabajo en algo cada vez más fantasmagórico pero no por ello menos
real. Por otro lado, han contribuido en gran medida a su desvalorización en el
mercado. Los compradores de trabajo juegan con su poco valor tanto como con su
escasez. Ciertamente el capitalismo moderno va camino de abolir el trabajo
productivo realizado por obreros, pero sólo en la medida en que desarrolla
trabajo improductivo (trabajo que no produce objetos materiales aunque sí
mercancías, por ejemplo, servicios, o simplemente, actividades inútiles).
2. La inutilidad
–y la nocividad—de la mayor parte del trabajo no quita valor a éste en las
condiciones presentes. Lo que determina la necesidad del trabajo es su
condición de mercancía más o menos valorada. La novedad reside en que el
crecimiento de su demanda, contrariamente a fases anteriores del capitalismo,
depende, no de los momentos de prosperidad, sino de las catástrofes. Las
guerras, los desastres naturales, los estallidos de burbujas financieras, las
quiebras fraudulentas de los estados, las nuevas epidemias, etc., son un
poderoso estímulo de la economía. El terror es un factor de consumo de primer
orden. La demanda –y el mercado—prospera realmente gracias a las crisis, y en
consecuencia, al miedo. Las crisis, lejos de poner en evidencia el carácter
irracional de la economía de mercado como hasta ahora era el caso, confieren un
suplemento de racionalidad aparente a la producción de mercancías al tiempo que
la vuelven en esencia más y más irracional. Se muestra como la única solución a
los problemas que ella misma ha creado. En cuanto al trabajo, lo que ha pasado
es que se ha vuelto aberrante, absurdo, pero no ha desaparecido.
3. La afirmación de
que “un resurgimiento de la crítica radical al capitalismo que presupone la
ruptura categorial con el trabajo” es una solemne trivialidad. Toda la obra
de Marx (por no mencionar la de Lafargue, Bataille o la I.S.) se funda en esa ruptura.
Recordemos que durante la guerra civil española a los obreros
anarcosindicalistas les repugnaba calificar de “paga” o “salario” la
remuneración del trabajo por la colectividad, y también lo predispuestos que
estaban a abolir el dinero instaurando el trueque de productos o introduciendo
vales. Parece que sin aquella ruptura con el trabajo “no será posible un
proceso de solidaridad de grado elevado y a escala del conjunto de la sociedad.
Y sólo en este sentido se pueden reaglutinar también las luchas de resistencia,
inmanentes al sistema, contra la lógica de la lobbización y la
individualización...” El problema consiste más bien en si las minorías que
practican esa crítica son capaces de crear comunidades de resistencia lo
bastante numerosas como para desencadenar un proceso de solidaridad y de lucha
a gran escala, y más concretamente, si son capaces de organizar una huida
masiva y consciente del trabajo. Pues a fin de cuentas, son las masas que por ahora piden
desesperadamente “trabajo para todos”, es decir, entrar en el mercado laboral,
las que habrán de sustraerse a dicho mercado. Llegados a ese punto, el
manifiesto orienta su crítica contra la “izquierda”, es decir, contra un
cadáver, y obtiene una sonada victoria (a
moro muerto, gran lanzada). A partir de ahí no puede sino caer en el
bizantinismo de quién fue antes, el huevo o la gallina: “sólo la crítica del
trabajo formulada expresamente y el correspondiente debate teórico pueden crear
esa nueva contrainformación, que es condición indispensable para que se
constituya un movimiento social práctico contra el trabajo”. Según el
manifiesto, primero han de ser los teóricos (el huevo), con lo que parece
zanjarse el problema, que sin embargo queda sin resolver, de las condiciones
reales de formación de la mencionada “coalición contra el trabajo”. La
distancia entre el propuesto debate y “la constitución en todo el mundo de
federaciones de individuos asociados libremente que le arrebaten los medios de
producción y de existencia a la máquina vacía del trabajo y la explotación y
los tomen en sus propias manos” no es objeto de su interés. Nótese de paso
que el manifiesto basa la creación de una sociedad libre en la expropiación de
los medios de producción, no obstante ser inservibles para la menor tarea
emancipatoria. La técnica no es neutra. Los medios que se valían del trabajo
esclavo no valen para liberar a la sociedad del trabajo, son por lo tanto,
inexpropiables. El manifiesto evita así cualquier consideración crítica del
papel de la técnica en la perpetuación del trabajo y en la orientación inhumana
del sistema productivo.
4. El manifiesto también soslaya, a mi parecer, lo esencial: la
fenomenología del sujeto histórico, el camino que lleva desde “la crítica
del trabajo formulada expresamente” al “sistema escalonado de Consejos”,
pasando por la constitución de “un movimiento social práctico contra el
trabajo”, máxime cuando se afirma que “la lucha de clases se ha acabado”
o que el concepto de clase es una categoría fetiche. Y como corolario
escamotea el problema de la acción, el ¿qué hacer? En resumen, en lugar de
explicar algo de las condiciones, dificultades, mediaciones y etapas del
proceso revolucionario, desde su génesis hasta la fase paradisíaca de la
abundancia cuyo lema será “¡Cojamos lo que necesitemos!”, el manifiesto
desemboca en fórmulas gaseosas como “combinar las formas de práctica
contrasocial con el rechazo ofensivo del trabajo”. ¿Qué formas? ¿qué
ejemplos prácticos nos ilustran sobre el modo de combinarlas? Y sobre todo
¿quién lo hará? Podemos deducir que la clase obrera, al estar demasiado ligada
al trabajo, no será el protagonista adecuado de una transformación social que
abolirá el trabajo, pero entonces ¿quién es? ¿Existen colectivos capaces de
llevar a cabo una praxis antitrabajo coherente y comunicarla? ¿cómo? Los
autores no han creído necesario precisar más. Se conforman con generalidades
que no contribuyen en nada a la comprensión de las causas de la opresión social
ni ayudan a combatir contra ella.
5. El método del manifiesto consiste en aislar una categoría social –el
trabajo—y convertirla en el eje de su construcción teórica, que presentan como
nueva. La lucha pues contra el trabajo ha de ser el requisito de toda acción
revolucionaria. A pesar de la simplificación ideológica el camino no se acorta,
sino que cae en un círculo vicioso, puesto que es pura tautología. Lo que
parecía nuevo deja de serlo si sacamos a la luz el alter ego del trabajo, el
capital. El trabajo no se puede separar del capital; ambos no son otra cosa que
“dos aspectos de una misma relación”, dice Marx. Si luchamos contra el
trabajo, lo hacemos contra el capital; si tratamos de abolir uno, aboliremos
también el otro, pero esto es algo tan nuevo como la Internacional. Abolición
del capital igual a abolición del trabajo esclavo, abolición del dinero,
abolición de la división del trabajo, abolición del tiempo abstracto (“Time is
life not money”).
6.
La teoría del valor no lo explica todo. La identificación subyacente entre
trabajo y opresión social es verdadera, pero el hecho de que históricamente
haya existido opresión –y Estado—en sociedades no fundadas en el trabajo (todas
menos la capitalista) nos han de hacer ver de que la abolición del trabajo no
conjura todos los peligros.
7.
En definitiva, estamos ante un nuevo intento fallido de formular un rechazo
creíble del homo laborans partiendo de los viejos esquemas de liberación
hoy completamente superados por el propio capitalismo. Las contradicciones se
tratan de salvar atrincherándose en generalidades. Se vive bien en el limbo
ideológico. Sin embargo, el combate contra el trabajo es un combate
eminentemente práctico que ha de darse cotidianamente. Cada periodo crea
prácticas contra el trabajo; antes, durante las épocas de fuertes conflictos
laborales, fueron las huelgas, la reducción de jornada, el celo, el sabotaje y
el turn over o precariedad voluntaria; durante los periodos de
reconversión llegaron las bajas permanentes fraudulentas, los talleres
cooperativos o el neorruralismo; hoy, en pleno deterioro del mercado de
trabajo, todavía pueden simularse enfermedades, sobre todo psíquicas, y es
posible recurrir a un sano absentismo o a un calculado esfuerzo mínimo. La
lucha contra el trabajo existe: en septiembre de 2005 la prensa informaba que,
según una encuesta de Coste Laboral del Instituto Nacional de Estadística, cada
trabajador en España perdía 22 horas y media de trabajo al mes sólo con los
tiempos muertos de los cafés, los pinchos o los cigarrillos, y mediante el uso
personal del teléfono de la empresa, internet o las salidas de trabajo. Si algo
quedó claro en las pasadas movidas de parados es que la demanda de un paro bien
pagado y sin límite ha de ser la reivindicación de base de las masas
trabajadoras esclavas. Neutralizar una importante arma en manos de la
dominación como es el paro podría ser el programa mínimo de un futuro
movimiento proletario, su “Carta del Pueblo”. Nada de esto es la revolución, ni
mucho menos, pero son maneras que indican cómo empezarla.
Miguel Amorós - Enero 2003 (notas 1 a 6)- Septiembre 2005 (nota 7).
ET VOUS N’AVEZ ENCORE RIEN VU
Critique de la techno science et du scientisme
Miguel Amoros, Notes sur le Manifeste contre le travail du groupe allemande
Krisis, 2003
Traduction française par Jacques Hardeau, novembre 2024.
Texte original en
espagnol : “Notas sobre el
‘Manifiesto contra el trabajo’ del grupo Krisis”
Toutes nos peines, comme le dit Bob Black, viennent de ce
que nous vivons dans un monde dominé par le travail. Si nous voulons arrêter de
souffrir, nous devons arrêter de travailler. Cela doit être le premier point de
tout programme révolutionnaire. Cette grande vérité a donné lieu à des
propositions pour la suppression du travail qui ne sont pas toujours claires,
comme celle de ce manifeste.
1. Le concept de
travail dans le Manifeste est équivoque. Nous devons toujours comprendre le
travail comme un « travail social réalisé », ou mieux, comme un
« travail marchandise », ou mieux encore, comme un « travail
salarié ». D’une part, le manifeste le définit comme tel, mais d’autre
part, il est confus lorsqu’il parle de l’abolition du travail dans cette
société grâce à la microélectronique ; il se réfère alors à toute activité
productive dans laquelle l’homme est impliqué. Il semble sous-entendre que l’homme
serait libéré de tout effort s’il se soumettait aux machines automatiques. En
réalité, il leur est déjà soumis. L’automatisation correspond au stade le plus
élevé de la division du travail. Derrière elle se cache tout un processus de
fabrication des éléments de ces machines. En favorisant la division du travail,
la technologie ne l’abolit pas, mais engendre plus de travail. Les nouvelles
technologies ont, d’une part, rendu la marchandise-travail de plus en plus
fantasmagorique, mais pas moins réelle. D’autre part, elles ont largement
contribué à sa dévalorisation sur le marché. Les acheteurs de travail jouent
sur sa faible valeur autant que sur sa rareté. Le capitalisme moderne est
certes en passe d’abolir le travail productif effectué par les travailleurs,
mais seulement dans la mesure où il développe le travail improductif (travail
qui ne produit pas d’objets matériels mais des marchandises, par exemple des
services, ou simplement des activités inutiles).
2. L’inutilité – et
la nocivité – de la majeure partie du travail n’enlève rien à sa valeur dans
les conditions actuelles. Ce qui détermine la nécessité du travail, c’est son
statut de marchandise plus ou moins valorisée. La nouveauté réside dans le fait
que la croissance de sa demande, contrairement aux phases précédentes du
capitalisme, dépend non pas de moments de prospérité, mais de catastrophes. Les
guerres, les catastrophes naturelles, l’éclatement des bulles financières, les
faillites frauduleuses d’États, les nouvelles épidémies, etc. La terreur est un
moteur important de la consommation. La demande – et le marché – se nourrissent
en effet des crises, et donc de la peur. Les crises, loin d’exposer le
caractère irrationnel de l’économie de marché comme c’était le cas jusqu’à
présent, confèrent un supplément de rationalité apparente à la production de
marchandises tout en la rendant essentiellement de plus en plus irrationnelle.
Elle est présentée comme la seule solution aux problèmes qu’elle a elle-même
créés. Quant au travail, il est devenu aberrant mais n’a pas disparu.
3. L’affirmation
selon laquelle « la renaissance d’une critique radicale du capitalisme
suppose la rupture catégorielle avec le travail » est une trivialité
solennelle. Toute l’œuvre de Marx (sans parler de celle de Lafargue, de
Bataille ou de l’Internationale Situationniste) est fondée sur ce e rupture.
Rappelons que pendant la guerre civile espagnole, les ouvriers
anarcho-syndicalistes étaient rebutés par le terme de « paye » ou de
« salaire » pour la rémunération du travail pour la collectivité, et
aussi par leur prédisposition à abolir la monnaie en introduisant le troc ou
les bons d’échange. Il semble que seule ce e rupture avec le travail
« rendra possible une resolidarisation à un niveau supérieur et à
l’échelle de toute la société. Et ce n’est que dans ce e perspective que des
luttes défensives et menées dans le cadre du système contre la logique de la
lobbysation et de l’individualisation pourront être ré-agrégées ». Le
problème est plutôt de savoir si les minorités qui pratiquent cette critique
sont capables de créer des communautés de résistance suffisamment importantes
pour déclencher un processus de solidarité et de lutte à grande échelle, et
plus spécifiquement, si elles sont capables d’organiser une fuite massive et
consciente du travail. Après tout, ce sont les masses qui réclament aujourd’hui
désespérément du « travail pour tous » – c’est-à-dire d’entrer sur le
marché du travail – qui justement devront s’échapper du marché du travail. À ce
stade, le Manifeste dirige sa critique contre la « gauche »,
c’est-à-dire contre un cadavre, et remporte une victoire éclatante (a moro muerto, gran lanzada )[2]. A
partir de là, on ne peut que tomber dans le byzantinisme du qui a commencé, de
la poule ou de l’œuf : « Seule une critique du travail, nettement
formulée et accompagnée du débat théorique nécessaire, peut créer ce nouveau
contre-espace public, condition indispensable pour que se constitue un
mouvement social pratique contre le travail ». Selon le Manifeste, ce sont
d’abord les théoriciens (l’œuf), ce qui semble régler le problème non résolu
des conditions réelles de la formation de la « coalition contre le
travail » susmentionnée. La distance entre le débat proposé et « la
formation de fédérations mondiales d’individus librement associés qui
arracheront à la machine du travail et de la valorisation tournant à vide les
moyens d’existence et de production et en prendront les commandes » n’est
pas l’objet de leur attention. Notons au passage que le Manifeste fonde la
création d’une société libre sur l’expropriation des moyens de production,
pourtant inutiles à la moindre tâche émancipatrice. La technologie n’est pas
neutre. Les moyens qui ont permis d’utiliser le travail des esclaves ne sont
plus valables pour libérer la société du travail, ils ne peuvent donc faire
l’objet d’une réappropriation tels qu’ils sont. Le Manifeste évite ainsi toute
réflexion critique sur le rôle de la technologie dans la perpétuation du
travail et dans l’orientation inhumaine du système productif.
4. Le manifeste
contourne aussi, à mon avis, l’essentiel : la phénoménologie du sujet
historique, le chemin qui mène de « la
critique explicitement formulée du travail » au « système échelonné des conseils »,
en passant par la constitution d’un « mouvement
social pratique contre le travail », surtout lorsqu’on prétend que
« la lutte des classes est terminée »
ou que le concept de classe est une catégorie fétiche. Et en corollaire, le
problème de l’action, la question du quoi faire, est occulté. Bref, au lieu
d’expliquer quelque chose des conditions, des difficultés, des médiations et
des étapes du processus révolutionnaire, depuis sa genèse jusqu’à la phase
paradisiaque d’abondance dont la devise sera « Prenons ce dont nous avons
besoin », le manifeste aboutit à des formules gazeuses comme
« combiner des formes de pratiques contre-sociales avec le refus offensif
du travail ». Quelles formes, quels exemples concrets illustrent ce e
combinaison ? Et surtout, qui le fera ? On peut en déduire que la
classe ouvrière, trop liée au travail, ne sera pas le protagoniste adéquat
d’une transformation sociale abolissant le travail, mais qui le sera ?
Existe-t-il des collectifs capables de mener une praxis anti-travail cohérente
et de la communiquer ? Comment ? Les auteurs n’ont pas jugé
nécessaire d’être plus précis. Ils se contentent de généralités qui n’apportent
rien à la compréhension des causes de l’oppression sociale et n’aident pas à la
combattre.
5. La méthode du
Manifeste consiste à isoler une catégorie sociale – le travail – et à en faire
l’axe de sa construction théorique, présentée comme nouvelle. La lu e contre le
travail doit donc être le préalable à toute action révolutionnaire. Malgré ce e
simplification idéologique, le chemin n’est pas raccourci, mais se transforme
en un cercle vicieux, puisqu’il s’agit d’une pure tautologie. Ce qui semblait
nouveau cesse de l’être si l’on met en lumière l’alter ego du travail, le
capital. Le travail ne peut être séparé du capital, les deux ne sont que
« deux aspects d’un même rapport »,
dit Marx. Si l’on lu e contre le travail, on lu e contre le capital ; si l’on
tente d’abolir l’un, on abolit l’autre, mais c’est aussi nouveau que
l’Internationale. Abolition du capital égale abolition du travail esclave,
abolition de l’argent, abolition de la division du travail, abolition du temps
abstrait (« Le temps, c’est la vie, pas l’argent »).
6. La théorie de la
valeur n’explique pas tout. L’identification sous-jacente entre le travail et
l’oppression sociale est vraie, mais le fait qu’il y ait eu historiquement une
oppression – et un État dans des sociétés non fondées sur le travail (toutes sauf
les sociétés capitalistes) devrait nous faire comprendre que l’abolition du
travail n’élimine pas tous les problèmes.
7. En bref, nous
sommes confrontés à une nouvelle tentative ratée de formuler un rejet de l’homo laborans sur la base des anciens
schémas de libération qui ont maintenant été complètement supplantés par le
capitalisme lui-même. On tente de surmonter les contradictions en se
retranchant dans des généralités. On vit confortablement dans les limbes
idéologiques. Pourtant, la lu e contre le travail est une lu e éminemment
pratique qui doit être menée au quotidien. Chaque époque crée des pratiques
anti-ouvrières ; autrefois, en période de forts conflits sociaux, il y
avait les grèves, la réduction du temps de travail, le sabotage et le turn over
ou la précarité volontaire ; en période de reconversion, il y avait les
congés permanents frauduleux, les ateliers coopératifs ou le néo
ruralisme ; aujourd’hui, en pleine dégradation du marché du travail, il
est encore possible de simuler la maladie, notamment mentale, et il est
possible de recourir à un absentéisme de bon aloi ou à un minimum d’efforts
calculés. S’il est une chose qui est apparue clairement dans les mouvements de
chômeurs passés, c’est que la revendication d’un chômage bien rémunéré et
illimité doit être la revendication fondamentale des masses laborieuses. La
neutralisation d’une arme aussi importante dans les mains de la domination que
le chômage pourrait être le programme minimum d’un futur mouvement prolétarien,
sa « Charte du Peuple ». Rien de tout cela n’est la révolution, loin
de là, mais ce sont des moyens qui indiquent comment la commencer.
Miguel Amorós, janvier 2003.
[1] Espressione spagnola che ricorda la frase rivolta
dal Ferrucci morente a Maramaldo alla battaglia di Gavinana (1530), in Toscana:
“Vile, tu uccidi un uomo morto”.
[2] L’expression a des origines médiévales, à
l’époque des guerres mauresques et chrétiennes, et définit effectivement les
actions de ceux qui, lors d’une bataille du passé, à grand renfort de taillades
et de tranchants, ont essayé de rester hors de danger et ont ensuite donné une
lance ou une épée au cadavre d’un ennemi pour souiller leurs armes et leur
corps avec le sang du macchabée, et se vanter auprès de leurs collègues d’avoir
combattu durement. [NdT]
