venerdì 2 gennaio 2026

Note del 2003/2005 sul Manifesto contro il lavoro del gruppo tedesco Krisis. Miguel Amorós

 

 

Note del 2003/2005 sul Manifesto contro il lavoro del gruppo tedesco Krisis. Miguel Amorós


Traduzione di Sergio Ghirardi Sauvageon

Tutte le nostre pene, come dice Bob Black, derivano dal fatto che viviamo in un mondo dominato dal lavoro. Se vogliamo smettere di soffrire, dobbiamo smettere di lavorare. Questo deve essere il primo punto di qualsiasi programma rivoluzionario. Questa grande verità ha dato origine a formule sul come farla finita con il lavoro non sempre chiare, come quella del manifesto in questione.

1. Il concetto di lavoro nel Manifesto è equivoco. Dobbiamo sempre intendere per lavoro il "lavoro sociale realizzato", o meglio, la "merce-lavoro", o ancora meglio, il "lavoro salariato". Lavoro separato da qualsiasi finalità, lavoro squalificato, astratto. Da un lato, il manifesto lo definisce in tal modo, dall'altro, però, incita alla confusione quando parla dell'abolizione del lavoro in questa società grazie alla microelettronica; si riferisce dunque a qualsiasi attività produttiva in cui intervenga l’uomo. Sembra insinuare che gli esseri umani sarebbero liberati da ogni sforzo se si sottomettessero alle macchine automatiche. In realtà, vi sono già sottomessi. L'automazione corrisponde alla fase più alta della divisione del lavoro. Dietro di essa esiste tutto un processo di fabbricazione di componenti di queste macchine. Promuovendo la divisione del lavoro, la tecnologia non l’abolisce, genera invece più lavoro. Le nuove tecnologie hanno, da un lato, reso la merce-lavoro sempre più fantasmagorica, ma non per questo meno reale. D'altro canto, hanno ampiamente contribuito alla sua svalutazione sul mercato. Gli acquirenti di lavoro sfruttano il suo basso valore quanto la sua penuria. Il capitalismo moderno è certamente avviato ad abolire il lavoro produttivo svolto da lavoratori, ma solo nella misura in cui sviluppa lavoro improduttivo (lavoro che non produce oggetti materiali ma merci, per esempio, servizi, o semplicemente attività inutili).

 

2. L'inutilità – e la nocività – della maggior parte del lavoro non ne diminuisce il valore nelle condizioni attuali. Ciò che determina la necessità del lavoro è il suo status di merce, più o meno valorizzata. La novità sta nel fatto che la crescita della sua domanda, a differenza delle precedenti fasi del capitalismo, non dipende dai periodi di prosperità, ma dalle catastrofi. Le guerre, i disastri naturali, le deflagrazioni di bolle finanziarie, i fallimenti fraudolenti , le nuove epidemie, eccetera, sono un poderoso stimolo per l’economia. Il terrore è un fattore di consumo di primordine. La domanda – e il mercato – prosperano realmente grazie alle crisi, e quindi alla paura. Lungi dal mettere a nudo l'irrazionalità dell'economia di mercato, come era il caso finora, le crisi conferiscono un supplemento di apparente razionalità alla produzione di merci, rendendola al contempo per l’essenziale sempre più irrazionale. Si mostra come l'unica soluzione ai problemi che essa stessa ha creato. Per quanto riguarda il lavoro, è diventato aberrante, assurdo, ma non è scomparso.

3. L'affermazione per cui "una rinascita della critica radicale del     capitalismo presuppone una rottura categorica con il lavoro" è una solenne banalità. Tutta l'opera di Marx (per non parlare di quella di Lafargue, Bataille o dell'Internazionale Situazionista) si fonda su questa rottura. Ricordiamo che durante la guerra civile spagnola, gli operai anarcosindacalisti provavano repulsione per la definizione di "paga" o "salario" a proposito della remunerazione del lavoro per la comunità, così come quelli predisposti ad abolire il denaro instaurando il baratto o introducendo i buoni di scambio. Sembra che senza questa rottura con il lavoro "non sarà possibile un processo di solidarietà a livello elevato e su scala dell'intera società. E solo in questa prospettiva si possono riaggregare anche le lotte di resistenza immanenti al sistema contro la logica del lobbying e l'individualizzazione …”. Il problema è piuttosto se le minoranze che praticano questa critica siano in grado di creare comunità di resistenza abbastanza numerose da innescare un processo di solidarietà e lotta su larga scala, e più concretamente, se siano in grado di organizzare una fuga massiccia e consapevole dal lavoro. Dopotutto, sono proprio le masse che per ora chiedono disperatamente "lavoro per tutti" – cioè l'ingresso sul mercato del lavoro – che dovrebbero sottrarsi dal suddetto mercato. Giunti a questo punto, il manifesto indirizza la sua critica contro la "sinistra", cioè contro un cadavere, e ottiene una vittoria clamorosa (a moro muerto, gran lanzada )[1] Da lì, si finisce per cadere nel bizantinismo di chi sia nato prima, l'uovo o la gallina: "Solo la critica del lavoro esplicitamente formulata e il corrispondente dibattito teorico possono creare la nuova controinformazione indispensabile per la formazione di un movimento sociale pratico contro il lavoro". Secondo il manifesto, i teorici (l'uovo) devono venire prima, risolvendo così apparentemente il problema - che, tuttavia, rimane irrisolto - delle condizioni effettive per la formazione della suddetta "coalizione contro il lavoro". La distanza tra il dibattito proposto e "la costituzione in tutto il mondo di federazioni di individui liberamente associati che strappano i mezzi di produzione e di esistenza dalla vuota macchina del lavoro e dello sfruttamento e li prendono nelle proprie mani" non è di alcun interesse per loro. Vale la pena notare che il Manifesto fonda la creazione di una società libera sull'espropriazione dei mezzi di produzione, nonostante il fatto che siano inutilizzabili per il minimo compito emancipatore. La tecnica non è neutrale. I mezzi che si sono avvalsi del lavoro schiavistico non servono a liberare la società dal lavoro, è quindi impossibile espropriarli. Il Manifesto evita dunque qualsiasi riflessione critica sul ruolo della tecnologia nella perpetuazione del lavoro e nell'orientamento disumano del sistema produttivo.

 

4. A mio avviso, il manifesto trascura anche il punto essenziale: la fenomenologia del soggetto storico, il percorso che conduce dalla "critica del lavoro esplicitamente formulata" al "sistema a scalare dei consigli", passando per la costituzione di un "movimento sociale pratico contro il lavoro", soprattutto quando si pretende che "la lotta di classe è finita" o che il concetto di classe è una categoria feticizzata. E, come corollario, il problema dell'azione, la questione del che fare, è occultata. In breve, invece di spiegare qualcosa sulle condizioni, le difficoltà, le mediazioni e le tappe del processo rivoluzionario, dalla sua genesi alla fase paradisiaca dell'abbondanza il cui motto sarà "Prendiamoci ciò di cui abbiamo bisogno!", il manifesto finisce con formule vaghe come "combinare forme di pratiche contro sociali con il rifiuto offensivo del lavoro". Quali forme? Quali esempi concreti ci spiegano come combinarle? E soprattutto, chi lo farà? Possiamo dedurre che la classe operaia, troppo legata al lavoro, non sarà la protagonista appropriata di una trasformazione sociale che abolirà il lavoro, ma chi lo sarà? Esistono collettivi capaci di guidare una prassi anti-lavoro coerente e di comunicarla? Come? Gli autori non hanno ritenuto necessario essere più precisi. Si accontentano di generalizzazioni che non contribuiscono in alcun modo a comprendere le cause dell'oppressione sociale né aiutano a combatterla.

5. Il metodo del Manifesto consiste nell'isolare una categoria sociale – il lavoro – e farne l'asse della sua costruzione teorica, presentata come nuova. La lotta contro il lavoro deve quindi essere il prerequisito di ogni azione rivoluzionaria. Nonostante questa semplificazione ideologica, il percorso non si accorcia, ma diventa piuttosto un circolo vizioso, poiché è  pura tautologia. Ciò che sembrava nuovo cessa di esserlo se si porta alla luce l'alter ego del lavoro, il capitale. Il lavoro non può essere separato dal capitale; entrambi non sono altro che "due aspetti dello stesso rapporto", dice Marx. Se si lotta contro il lavoro, si lotta contro il capitale; se si tenta di abolire l'uno, si abolisce anche l'altro, ma questo è nuovo quanto l'Internazionale. L'abolizione del capitale equivale all'abolizione del lavoro schiavistico, all'abolizione del denaro, all'abolizione della divisione del lavoro, all'abolizione del tempo astratto ("Il tempo è vita, non denaro").

 

6. La teoria del valore non spiega tutto. L'identificazione soggiacente tra lavoro e oppressione sociale è vera, ma il fatto che storicamente ci sia stata oppressione – e Stato – in società non basate sul lavoro (tutte tranne quella capitalista) dovrebbe farci capire che l'abolizione del lavoro non scongiura tutti i pericoli.

7. In definitiva, siamo di fronte a un nuovo tentativo fallito di formulare un rifiuto credibile dell'homo laborans basato su vecchi schemi di liberazione ormai completamente superati dal capitalismo stesso. Si tratta di superare le contraddizioni rifugiandoci in generalità. Si vive bene nel limbo ideologico. Eppure, la lotta contro il lavoro è una lotta eminentemente pratica che va condotta quotidianamente. Ogni epoca crea pratiche contro il lavoro; in passato, durante periodi di intenso conflitto sociale, ci sono stati gli scioperi, la riduzione dell'orario di lavoro, lo sciopero bianco, il sabotaggio e il turnover o la precarietà volontaria; durante periodi di ristrutturazione, ci sono stati congedi permanenti fraudolenti, officine cooperative o neoruralismo; oggi, in pieno deterioramento del mercato del lavoro, è ancora possibile fingere malattie, in particolare mentali, e ricorrere a un sano assenteismo o a un minimo sforzo calcolato. La lotta contro il lavoro esiste: nel settembre del 2005 la stampa informava che secondo un’inchiesta di Coste Laboral dell’Istituto Nazionale di Statistica, ogni lavoratore in Spagna perdeva 22 ore e mezza di lavoro al mese soltanto per i tempi morti del caffè, dello spuntino, della sigaretta e tramite l’uso personale del telefono dell’impresa, di Internet o delle uscite dal lavoro. Se una cosa è diventata chiara nei passati movimenti di disoccupati, è che la richiesta di sussidi di disoccupazione ben retribuiti e illimitati deve essere la rivendicazione fondamentale delle masse lavoratrici schiave. Neutralizzare un'arma così potente nelle mani della classe dominante come la disoccupazione potrebbe essere il programma minimo di un futuro movimento proletario, la sua "Carta del Popolo". Niente di ciò è la rivoluzione, tutt'altro, ma si tratta di modi che indicano come iniziarla.

Miguel Amorós, gennaio 2003. Revisione e paragrafo 7, aprile 2005.


 

NOTAS SOBRE EL “MANIFIESTO CONTRA EL TRABAJO” DEL GRUPO “KRISIS”

 




     Todas nuestras penas, como dice Bob Black, provienen del vivir en un mundo dominado por el trabajo. Si queremos dejar de sufrir habrá que dejar el trabajo. Ese ha de ser el primer punto de cualquier programa revolucionario. Esta gran verdad ha dado pie a formulaciones de cómo acabar con el trabajo no siempre claras, como la del manifiesto que ahora nos ocupa.

1. El concepto de trabajo en el manifiesto es equívoco. Hemos de entender siempre por trabajo, “trabajo social realizado”, o mejor, “mercancía trabajo”, o mejor aún, “trabajo asalariado”. Trabajo separado de cualquier finalidad, trabajo descualificado, abstracto. El manifiesto por un lado así lo define, pero por otro incita a la confusión cuando habla de la abolición del trabajo en esta sociedad gracias a la microelectrónica; entonces se refiere a cualquier actividad productiva en la que intervenga el hombre. Parece insinuar que el hombre quedaría liberado de todo esfuerzo si se sometiese a las máquinas automáticas. En realidad, ya está sometido. La automatización corresponde a la fase más alta de la división del trabajo. Detrás de ella existe todo un proceso de fabricación de componentes. Al promover la división del trabajo, la técnica no lo abole, sino que crea más trabajo. Lo que las nuevas tecnologías han hecho por un lado ha sido convertir la mercancía trabajo en algo cada vez más fantasmagórico pero no por ello menos real. Por otro lado, han contribuido en gran medida a su desvalorización en el mercado. Los compradores de trabajo juegan con su poco valor tanto como con su escasez. Ciertamente el capitalismo moderno va camino de abolir el trabajo productivo realizado por obreros, pero sólo en la medida en que desarrolla trabajo improductivo (trabajo que no produce objetos materiales aunque sí mercancías, por ejemplo, servicios, o simplemente, actividades inútiles).

2. La inutilidad –y la nocividad—de la mayor parte del trabajo no quita valor a éste en las condiciones presentes. Lo que determina la necesidad del trabajo es su condición de mercancía más o menos valorada. La novedad reside en que el crecimiento de su demanda, contrariamente a fases anteriores del capitalismo, depende, no de los momentos de prosperidad, sino de las catástrofes. Las guerras, los desastres naturales, los estallidos de burbujas financieras, las quiebras fraudulentas de los estados, las nuevas epidemias, etc., son un poderoso estímulo de la economía. El terror es un factor de consumo de primer orden. La demanda –y el mercado—prospera realmente gracias a las crisis, y en consecuencia, al miedo. Las crisis, lejos de poner en evidencia el carácter irracional de la economía de mercado como hasta ahora era el caso, confieren un suplemento de racionalidad aparente a la producción de mercancías al tiempo que la vuelven en esencia más y más irracional. Se muestra como la única solución a los problemas que ella misma ha creado. En cuanto al trabajo, lo que ha pasado es que se ha vuelto aberrante, absurdo, pero no ha desaparecido.

3. La afirmación de que “un resurgimiento de la crítica radical al capitalismo que presupone la ruptura categorial con el trabajo” es una solemne trivialidad. Toda la obra de Marx (por no mencionar la de Lafargue, Bataille o la I.S.) se funda en esa ruptura. Recordemos que durante la guerra civil española a los obreros anarcosindicalistas les repugnaba calificar de “paga” o “salario” la remuneración del trabajo por la colectividad, y también lo predispuestos que estaban a abolir el dinero instaurando el trueque de productos o introduciendo vales. Parece que sin aquella ruptura con el trabajo “no será posible un proceso de solidaridad de grado elevado y a escala del conjunto de la sociedad. Y sólo en este sentido se pueden reaglutinar también las luchas de resistencia, inmanentes al sistema, contra la lógica de la lobbización y la individualización...” El problema consiste más bien en si las minorías que practican esa crítica son capaces de crear comunidades de resistencia lo bastante numerosas como para desencadenar un proceso de solidaridad y de lucha a gran escala, y más concretamente, si son capaces de organizar una huida masiva y consciente del trabajo. Pues a fin de cuentas,  son las masas que por ahora piden desesperadamente “trabajo para todos”, es decir, entrar en el mercado laboral, las que habrán de sustraerse a dicho mercado. Llegados a ese punto, el manifiesto orienta su crítica contra la “izquierda”, es decir, contra un cadáver, y obtiene una sonada victoria (a moro muerto, gran lanzada). A partir de ahí no puede sino caer en el bizantinismo de quién fue antes, el huevo o la gallina: “sólo la crítica del trabajo formulada expresamente y el correspondiente debate teórico pueden crear esa nueva contrainformación, que es condición indispensable para que se constituya un movimiento social práctico contra el trabajo”. Según el manifiesto, primero han de ser los teóricos (el huevo), con lo que parece zanjarse el problema, que sin embargo queda sin resolver, de las condiciones reales de formación de la mencionada “coalición contra el trabajo”. La distancia entre el propuesto debate y “la constitución en todo el mundo de federaciones de individuos asociados libremente que le arrebaten los medios de producción y de existencia a la máquina vacía del trabajo y la explotación y los tomen en sus propias manos” no es objeto de su interés. Nótese de paso que el manifiesto basa la creación de una sociedad libre en la expropiación de los medios de producción, no obstante ser inservibles para la menor tarea emancipatoria. La técnica no es neutra. Los medios que se valían del trabajo esclavo no valen para liberar a la sociedad del trabajo, son por lo tanto, inexpropiables. El manifiesto evita así cualquier consideración crítica del papel de la técnica en la perpetuación del trabajo y en la orientación inhumana del sistema productivo.

4. El manifiesto también soslaya, a mi parecer, lo esencial: la fenomenología del sujeto histórico, el camino que lleva desde “la crítica del trabajo formulada expresamente” al “sistema escalonado de Consejos”, pasando por la constitución de “un movimiento social práctico contra el trabajo”, máxime cuando se afirma que “la lucha de clases se ha acabado” o que el concepto de clase es una categoría fetiche. Y como corolario escamotea el problema de la acción, el ¿qué hacer? En resumen, en lugar de explicar algo de las condiciones, dificultades, mediaciones y etapas del proceso revolucionario, desde su génesis hasta la fase paradisíaca de la abundancia cuyo lema será “¡Cojamos lo que necesitemos!”, el manifiesto desemboca en fórmulas gaseosas como “combinar las formas de práctica contrasocial con el rechazo ofensivo del trabajo”. ¿Qué formas? ¿qué ejemplos prácticos nos ilustran sobre el modo de combinarlas? Y sobre todo ¿quién lo hará? Podemos deducir que la clase obrera, al estar demasiado ligada al trabajo, no será el protagonista adecuado de una transformación social que abolirá el trabajo, pero entonces ¿quién es? ¿Existen colectivos capaces de llevar a cabo una praxis antitrabajo coherente y comunicarla? ¿cómo? Los autores no han creído necesario precisar más. Se conforman con generalidades que no contribuyen en nada a la comprensión de las causas de la opresión social ni ayudan a combatir contra ella.

5. El método del manifiesto consiste en aislar una categoría social –el trabajo—y convertirla en el eje de su construcción teórica, que presentan como nueva. La lucha pues contra el trabajo ha de ser el requisito de toda acción revolucionaria. A pesar de la simplificación ideológica el camino no se acorta, sino que cae en un círculo vicioso, puesto que es pura tautología. Lo que parecía nuevo deja de serlo si sacamos a la luz el alter ego del trabajo, el capital. El trabajo no se puede separar del capital; ambos no son otra cosa que “dos aspectos de una misma relación”, dice Marx. Si luchamos contra el trabajo, lo hacemos contra el capital; si tratamos de abolir uno, aboliremos también el otro, pero esto es algo tan nuevo como la Internacional. Abolición del capital igual a abolición del trabajo esclavo, abolición del dinero, abolición de la división del trabajo, abolición del tiempo abstracto (“Time is life not money”).

6. La teoría del valor no lo explica todo. La identificación subyacente entre trabajo y opresión social es verdadera, pero el hecho de que históricamente haya existido opresión –y Estado—en sociedades no fundadas en el trabajo (todas menos la capitalista) nos han de hacer ver de que la abolición del trabajo no conjura todos los peligros. 

7. En definitiva, estamos ante un nuevo intento fallido de formular un rechazo creíble del homo laborans  partiendo de los viejos esquemas de liberación hoy completamente superados por el propio capitalismo. Las contradicciones se tratan de salvar atrincherándose en generalidades. Se vive bien en el limbo ideológico. Sin embargo, el combate contra el trabajo es un combate eminentemente práctico que ha de darse cotidianamente. Cada periodo crea prácticas contra el trabajo; antes, durante las épocas de fuertes conflictos laborales, fueron las huelgas, la reducción de jornada, el celo, el sabotaje y el turn over o precariedad voluntaria; durante los periodos de reconversión llegaron las bajas permanentes fraudulentas, los talleres cooperativos o el neorruralismo; hoy, en pleno deterioro del mercado de trabajo, todavía pueden simularse enfermedades, sobre todo psíquicas, y es posible recurrir a un sano absentismo o a un calculado esfuerzo mínimo. La lucha contra el trabajo existe: en septiembre de 2005 la prensa informaba que, según una encuesta de Coste Laboral del Instituto Nacional de Estadística, cada trabajador en España perdía 22 horas y media de trabajo al mes sólo con los tiempos muertos de los cafés, los pinchos o los cigarrillos, y mediante el uso personal del teléfono de la empresa, internet o las salidas de trabajo. Si algo quedó claro en las pasadas movidas de parados es que la demanda de un paro bien pagado y sin límite ha de ser la reivindicación de base de las masas trabajadoras esclavas. Neutralizar una importante arma en manos de la dominación como es el paro podría ser el programa mínimo de un futuro movimiento proletario, su “Carta del Pueblo”. Nada de esto es la revolución, ni mucho menos, pero son maneras que indican cómo empezarla.

Miguel Amorós -  Enero 2003 (notas 1 a 6)- Septiembre 2005 (nota 7).

 


 

ET VOUS N’AVEZ ENCORE RIEN VU




Critique de la techno science et du scientisme

Miguel Amoros, Notes sur le Manifeste contre le travail du groupe allemande Krisis, 2003

Traduction française par Jacques Hardeau, novembre 2024.

Texte original en espagnol : “Notas sobre el ‘Manifiesto contra el trabajo’ del grupo Krisis

Toutes nos peines, comme le dit Bob Black, viennent de ce que nous vivons dans un monde dominé par le travail. Si nous voulons arrêter de souffrir, nous devons arrêter de travailler. Cela doit être le premier point de tout programme révolutionnaire. Cette grande vérité a donné lieu à des propositions pour la suppression du travail qui ne sont pas toujours claires, comme celle de ce manifeste.

1. Le concept de travail dans le Manifeste est équivoque. Nous devons toujours comprendre le travail comme un « travail social réalisé », ou mieux, comme un « travail marchandise », ou mieux encore, comme un « travail salarié ». D’une part, le manifeste le définit comme tel, mais d’autre part, il est confus lorsqu’il parle de l’abolition du travail dans cette société grâce à la microélectronique ; il se réfère alors à toute activité productive dans laquelle l’homme est impliqué. Il semble sous-entendre que l’homme serait libéré de tout effort s’il se soumettait aux machines automatiques. En réalité, il leur est déjà soumis. L’automatisation correspond au stade le plus élevé de la division du travail. Derrière elle se cache tout un processus de fabrication des éléments de ces machines. En favorisant la division du travail, la technologie ne l’abolit pas, mais engendre plus de travail. Les nouvelles technologies ont, d’une part, rendu la marchandise-travail de plus en plus fantasmagorique, mais pas moins réelle. D’autre part, elles ont largement contribué à sa dévalorisation sur le marché. Les acheteurs de travail jouent sur sa faible valeur autant que sur sa rareté. Le capitalisme moderne est certes en passe d’abolir le travail productif effectué par les travailleurs, mais seulement dans la mesure où il développe le travail improductif (travail qui ne produit pas d’objets matériels mais des marchandises, par exemple des services, ou simplement des activités inutiles).

2. L’inutilité – et la nocivité – de la majeure partie du travail n’enlève rien à sa valeur dans les conditions actuelles. Ce qui détermine la nécessité du travail, c’est son statut de marchandise plus ou moins valorisée. La nouveauté réside dans le fait que la croissance de sa demande, contrairement aux phases précédentes du capitalisme, dépend non pas de moments de prospérité, mais de catastrophes. Les guerres, les catastrophes naturelles, l’éclatement des bulles financières, les faillites frauduleuses d’États, les nouvelles épidémies, etc. La terreur est un moteur important de la consommation. La demande – et le marché – se nourrissent en effet des crises, et donc de la peur. Les crises, loin d’exposer le caractère irrationnel de l’économie de marché comme c’était le cas jusqu’à présent, confèrent un supplément de rationalité apparente à la production de marchandises tout en la rendant essentiellement de plus en plus irrationnelle. Elle est présentée comme la seule solution aux problèmes qu’elle a elle-même créés. Quant au travail, il est devenu aberrant mais n’a pas disparu.

3. L’affirmation selon laquelle « la renaissance d’une critique radicale du capitalisme suppose la rupture catégorielle avec le travail » est une trivialité solennelle. Toute l’œuvre de Marx (sans parler de celle de Lafargue, de Bataille ou de l’Internationale Situationniste) est fondée sur ce e rupture. Rappelons que pendant la guerre civile espagnole, les ouvriers anarcho-syndicalistes étaient rebutés par le terme de « paye » ou de « salaire » pour la rémunération du travail pour la collectivité, et aussi par leur prédisposition à abolir la monnaie en introduisant le troc ou les bons d’échange. Il semble que seule ce e rupture avec le travail « rendra possible une resolidarisation à un niveau supérieur et à l’échelle de toute la société. Et ce n’est que dans ce e perspective que des luttes défensives et menées dans le cadre du système contre la logique de la lobbysation et de l’individualisation pourront être ré-agrégées ». Le problème est plutôt de savoir si les minorités qui pratiquent cette critique sont capables de créer des communautés de résistance suffisamment importantes pour déclencher un processus de solidarité et de lutte à grande échelle, et plus spécifiquement, si elles sont capables d’organiser une fuite massive et consciente du travail. Après tout, ce sont les masses qui réclament aujourd’hui désespérément du « travail pour tous » – c’est-à-dire d’entrer sur le marché du travail – qui justement devront s’échapper du marché du travail. À ce stade, le Manifeste dirige sa critique contre la « gauche », c’est-à-dire contre un cadavre, et remporte une victoire éclatante (a moro muerto, gran lanzada )[2]. A partir de là, on ne peut que tomber dans le byzantinisme du qui a commencé, de la poule ou de l’œuf : « Seule une critique du travail, nettement formulée et accompagnée du débat théorique nécessaire, peut créer ce nouveau contre-espace public, condition indispensable pour que se constitue un mouvement social pratique contre le travail ». Selon le Manifeste, ce sont d’abord les théoriciens (l’œuf), ce qui semble régler le problème non résolu des conditions réelles de la formation de la « coalition contre le travail » susmentionnée. La distance entre le débat proposé et « la formation de fédérations mondiales d’individus librement associés qui arracheront à la machine du travail et de la valorisation tournant à vide les moyens d’existence et de production et en prendront les commandes » n’est pas l’objet de leur attention. Notons au passage que le Manifeste fonde la création d’une société libre sur l’expropriation des moyens de production, pourtant inutiles à la moindre tâche émancipatrice. La technologie n’est pas neutre. Les moyens qui ont permis d’utiliser le travail des esclaves ne sont plus valables pour libérer la société du travail, ils ne peuvent donc faire l’objet d’une réappropriation tels qu’ils sont. Le Manifeste évite ainsi toute réflexion critique sur le rôle de la technologie dans la perpétuation du travail et dans l’orientation inhumaine du système productif.

4. Le manifeste contourne aussi, à mon avis, l’essentiel : la phénoménologie du sujet historique, le chemin qui mène de « la critique explicitement formulée du travail » au « système échelonné des conseils », en passant par la constitution d’un « mouvement social pratique contre le travail », surtout lorsqu’on prétend que « la lutte des classes est terminée » ou que le concept de classe est une catégorie fétiche. Et en corollaire, le problème de l’action, la question du quoi faire, est occulté. Bref, au lieu d’expliquer quelque chose des conditions, des difficultés, des médiations et des étapes du processus révolutionnaire, depuis sa genèse jusqu’à la phase paradisiaque d’abondance dont la devise sera « Prenons ce dont nous avons besoin », le manifeste aboutit à des formules gazeuses comme « combiner des formes de pratiques contre-sociales avec le refus offensif du travail ». Quelles formes, quels exemples concrets illustrent ce e combinaison ? Et surtout, qui le fera ? On peut en déduire que la classe ouvrière, trop liée au travail, ne sera pas le protagoniste adéquat d’une transformation sociale abolissant le travail, mais qui le sera ? Existe-t-il des collectifs capables de mener une praxis anti-travail cohérente et de la communiquer ? Comment ? Les auteurs n’ont pas jugé nécessaire d’être plus précis. Ils se contentent de généralités qui n’apportent rien à la compréhension des causes de l’oppression sociale et n’aident pas à la combattre.

5. La méthode du Manifeste consiste à isoler une catégorie sociale – le travail – et à en faire l’axe de sa construction théorique, présentée comme nouvelle. La lu e contre le travail doit donc être le préalable à toute action révolutionnaire. Malgré ce e simplification idéologique, le chemin n’est pas raccourci, mais se transforme en un cercle vicieux, puisqu’il s’agit d’une pure tautologie. Ce qui semblait nouveau cesse de l’être si l’on met en lumière l’alter ego du travail, le capital. Le travail ne peut être séparé du capital, les deux ne sont que « deux aspects d’un même rapport », dit Marx. Si l’on lu e contre le travail, on lu e contre le capital ; si l’on tente d’abolir l’un, on abolit l’autre, mais c’est aussi nouveau que l’Internationale. Abolition du capital égale abolition du travail esclave, abolition de l’argent, abolition de la division du travail, abolition du temps abstrait (« Le temps, c’est la vie, pas l’argent »).

6. La théorie de la valeur n’explique pas tout. L’identification sous-jacente entre le travail et l’oppression sociale est vraie, mais le fait qu’il y ait eu historiquement une oppression – et un État dans des sociétés non fondées sur le travail (toutes sauf les sociétés capitalistes) devrait nous faire comprendre que l’abolition du travail n’élimine pas tous les problèmes.

7. En bref, nous sommes confrontés à une nouvelle tentative ratée de formuler un rejet de l’homo laborans sur la base des anciens schémas de libération qui ont maintenant été complètement supplantés par le capitalisme lui-même. On tente de surmonter les contradictions en se retranchant dans des généralités. On vit confortablement dans les limbes idéologiques. Pourtant, la lu e contre le travail est une lu e éminemment pratique qui doit être menée au quotidien. Chaque époque crée des pratiques anti-ouvrières ; autrefois, en période de forts conflits sociaux, il y avait les grèves, la réduction du temps de travail, le sabotage et le turn over ou la précarité volontaire ; en période de reconversion, il y avait les congés permanents frauduleux, les ateliers coopératifs ou le néo ruralisme ; aujourd’hui, en pleine dégradation du marché du travail, il est encore possible de simuler la maladie, notamment mentale, et il est possible de recourir à un absentéisme de bon aloi ou à un minimum d’efforts calculés. S’il est une chose qui est apparue clairement dans les mouvements de chômeurs passés, c’est que la revendication d’un chômage bien rémunéré et illimité doit être la revendication fondamentale des masses laborieuses. La neutralisation d’une arme aussi importante dans les mains de la domination que le chômage pourrait être le programme minimum d’un futur mouvement prolétarien, sa « Charte du Peuple ». Rien de tout cela n’est la révolution, loin de là, mais ce sont des moyens qui indiquent comment la commencer.

Miguel Amorós, janvier 2003.



[1]          Espressione spagnola che ricorda la frase rivolta dal Ferrucci morente a Maramaldo alla battaglia di Gavinana (1530), in Toscana: “Vile, tu uccidi un uomo morto”.

[2] L’expression a des origines médiévales, à l’époque des guerres mauresques et chrétiennes, et définit effectivement les actions de ceux qui, lors d’une bataille du passé, à grand renfort de taillades et de tranchants, ont essayé de rester hors de danger et ont ensuite donné une lance ou une épée au cadavre d’un ennemi pour souiller leurs armes et leur corps avec le sang du macchabée, et se vanter auprès de leurs collègues d’avoir combattu durement. [NdT]